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Il perdono non è un gioco a tempo ma una sfida cristologica all’infinito

16 Settembre 2023/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PERDONO NON È UN GIOCO A TEMPO MA UNA SFIDA CRISTOLOGICA ALL’INFINITO

Negli ultimi decenni, soprattutto da quando la psicologia si è volgarizzata, il tema del perdono è uscito fuori dai confini del religioso e dai luoghi classici a esso deputato come poteva essere il confessionale, per approdare nel setting psicanalitico, dove vengono affrontati i conflitti che generano angoscia e turbamento. In quel contesto la persona carica di pesi insopportabili è invitata a rivalutare il perdono, spesso verso sé stessa, soprattutto quando l’altro da cui ha ricevuto un torto non è raggiungibile.

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AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

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.https://youtu.be/4fP7neCJapw

 

Negli ultimi decenni, soprattutto da quando la psicologia si è volgarizzata, il tema del perdono è uscito fuori dai confini del religioso e dai luoghi classici a esso deputato come poteva essere il confessionale, per approdare nel setting psicanalitico, dove vengono affrontati i conflitti che generano angoscia e turbamento. In quel contesto la persona carica di pesi insopportabili è invitata a rivalutare il perdono, spesso verso sé stessa, soprattutto quando l’altro da cui ha ricevuto un torto non è raggiungibile.

La pagina evangelica di questa domenica ci offre la possibilità di guardare il perdono come lo intendeva Gesù il quale come spesso accade, attraverso parole nette e chiare, ci presenta una particolare prospettiva. Ecco il brano:

«In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”» (Mt 18,21-35).

Per cercare di capire la risposta di Gesù a Pietro dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Poiché il tempo se si tratta di perdono è importante. Occorre risalire la storia biblica fino alle generazioni successive ad Adamo ed Eva, in particolare a un discendente del tristemente famoso Caino di nome Lamec. Caino come è noto uccise il fratello Abele e temendo una rappresaglia  ricevette un’assicurazione da Dio che chi lo avesse toccato sarebbe incorso in  una vendetta pari a sette volte la stessa (Gen 4,15). Il testo della Genesi riporterà poco più avanti le parole di Lamec che fu un uomo più violento del trisnonno Caino, capace di uccidere per un nonnulla, della qual cosa se ne vantò con le mogli:

«Ada e Silla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamec, porgete l’orecchio al mio dire. Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gen 4,23-24).

La richiesta di Pietro che era giocata sulla quantità accettabile, ampia e immaginiamo esagerata ― «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» ― ricevette da Gesù una risposta basata invece sul tempo: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. Egli stabilì così una misura incommensurabile, perché come spiegherà nella successiva parabola ogni discepolo si troverà nella condizione di quel servo che non potrà restituire un debito inestinguibile, tanto era esorbitante. Nella versione lucana ― «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai» (Lc 17,4b) ― anche se l’azione malevola era reiterata, almeno c’era un che di pentimento, ma nella domanda di Pietro in Matteo non compare: nessuna scusa, nessun pentimento. E Gesù rispondendo pose Pietro davanti ad una situazione incondizionata di una tale  unilateralità che potrà essere  accettata solo da quel discepolo che avrà compreso il perdono immenso ricevuto da Dio, attraverso Gesù. Egli attuò così il rovesciamento della vendetta numerata del libro della Genesi in favore di una liberazione dal passato coi suoi pesi che opprimono il cuore. La vendetta cantata da Lamec infatti è la diuturna riproposizione all’animo del passato che ha causato ferite, quel momento che non si può scordare di quando qualcuno commise il male contro di me e che fa rimontare nell’animo le emozioni della rabbia e della rivalsa, corrodendo tutto nell’intimo. A un occhio umano il male che è stato fatto può apparire non sanabile e neppure dimenticato, sempre ritorna. Per sgombrare il campo dico subito che qui non è a tema la giustizia che dirime una contesa o tenta di riparare un torto applicando la legge e neppure il fatto che si debba dimenticare il male che è stato compiuto. La risposta che Gesù restituisce a Pietro riguardo il peccato personale va semplicemente nella direzione opposta al passato diretta verso il futuro. Che si tratti di settanta volte sette o di settantasette nelle parole di Gesù è rovesciato il proposito beffardo di Lamec, così l’anima, svincolata dagli effetti perniciosi del rimanere ancorata al male passato, guadagnerà una nuova libertà. Il perdono illimitato, quando anche l’offensore non lo capisse, sarà infatti un bene soprattutto per l’offeso che si aprirà alla meraviglia di essere stato lui per primo graziato: si è sgravato di un grosso peso e debito, può guardare il futuro con leggerezza perché finalmente libero.

L’evangelista Matteo usò per la domanda di Pietro il verbo ἀφίημι (aphiemi) che la Vulgata tradusse con “dimittere” ― «Domine, quotiens peccabit in me frater meus, et dimittam ei? Usque septies?» ― Esso ha infatti come primo significato in greco quello di mandare via, lasciar andare, rimandare qualcuno libero e per estensione quello di rimettere qualcosa, per esempio una colpa o i peccati e quindi assolvere. Lo stesso verbo sarà usato da Gesù nel rimprovero al servo a cui era stato condonato un enorme debito, che però si era scagliato contro il suo sodale senza usare quella grandezza d’animo o pazienza (makrotimia – μακροθυμία) (cfr. Mt 18,29)1 che era stata precedentemente usata a lui: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?»2. Paradossalmente con Gesù si ha un rovesciamento di prospettiva: non sono più io che ho subito un male a liberare l’altro perdonandolo illimitatamente, ma sono io che lasciando andare il peccato, mi libero di un peso che mi fa star male, io per primo ne beneficio. Io perdono perché sono stato perdonato. Si può dialogare con questi presupposti con la moderna psicologia? Penso proprio di sì e senza soggezioni e su questo mi fermo. Anzi aggiungo un’altra cosa, un accostamento che potrebbe apparire singolare. L’ultimo autore del quarto Vangelo raccontò la vicenda di Lazzaro morto (Gv 11), di Gesù che si attardò alquanto e poi il dialogo serrato con Marta e quindi di nuovo la domanda di Maria, in una tensione narrativa crescente perché Gesù voleva far entrare nella testa, o meglio desiderava che fosse accolto con fede che Egli era «la risurrezione e la vita», perché «chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno»3. Chi custodirà questa fede saprà che i morti non ‘saranno lasciati’ nel sepolcro. E infatti l’ultima parola che Gesù dirà ai discepoli astanti, ma non a Lazzaro, sarà: «Lasciatelo andare» (Aphete auton upagein – ἄφετε ⸀αὐτὸν ὑπάγειν, Solvite eum)4; lo stesso verbo usato in Matteo per il peccato perdonato. Congiungendo i due racconti si potrebbe dire che se non lasci andare il peccato, il male che ti è stato fatto, non sarai mai libero per davvero. Il peccato è la condizione mortifera, il perdono è la vita e la risurrezione in Gesù Cristo.

Nella parabola poi narrata da Gesù sul re che volendo regolare i suoi conti iniziò com’è normale da chi gli doveva di più è presentata la pietra di paragone di ogni perdono cristiano e la fonte a cui attingere per esser capaci della illimitatezza richiesta. Perché dietro la figura del re si cela quella di Dio Padre, l’unico capace di condonare così tanto, una cifra enorme, iperbolica. Diecimila talenti corrispondevano a cento milioni di denari tenendo conto che un denaro era più o meno la paga media giornaliera di un operaio: impossibile da rimborsare per un servo.  Ora il primo servo della parabola se avesse compreso il dono ricevuto avrebbe dovuto amare di più, secondo l’altra parabola che Gesù raccontò nel Vangelo di Luca (cfr. Lc 7, 41-43)5, ma non lo fece perché si accanì contro il suo compagno suscitando la tristezza negli altri e lo sdegno del re. Fissato come era sul quanto gli era stato rimesso perse di vista la grandezza di animo (makrotimia – μακροθυμία dei vv. 26) che aveva mosso un tal gesto e soprattutto la compassione viscerale (σπλαγχνίζομαι, splanchnízomai del v. 27) che corrisponde in molte occorrenze bibliche alla misericordia di Dio, un tratto quasi materno e il solo aspetto manifestabile di Lui come ricorda questo famoso brano di quando Mosè volle vedere Dio:

«Gli disse: “Mostrami la tua gloria!”. Rispose: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”… “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”» (Es 33,18-20; 34,6-7).

Ecco allora rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non usare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui di molto meno. Alla fine, nella parabola, non è più questione di quante volte si deve dare il perdono, ma di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui fu destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non può essere meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto. Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele e identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); l’unica da lui commentata.

«Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe (Mt 6,14-15). «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35).

Vorrei concludere con un piccolo aneddoto che ho vissuto in prima persona. In occasione dell’anno Santo del 2000 fra le molte iniziative imbastite nella comunità parrocchiale per vivere al meglio quell’evento vi fu anche quella di far sorgere nei tempi forti di Avvento e di Quaresima dei piccoli gruppi del Vangelo. La parrocchia non era grande, ma l’iniziativa piacque e circa venti gruppetti si crearono, ognuno più o meno di dieci, quindici persone. In pratica chi voleva, singolo o famiglia, per alcune sere apriva la propria casa e o invitava i vicini o questi arrivavano da sé, anche in base alla conoscenza e all’amicizia e per un paio di ore si rifletteva in gruppo su un brano del Vangelo appositamente preparato con una scheda esplicativa e delle preghiere finali. Poi ogni famiglia si sbizzarriva preparando anche dolcetti o cose da offrire, come è normale. Una sera che ancora ricordo toccò al brano clou dell’Anno Santo, la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso, come si usa chiamare adesso. Per inciso aggiungo che c’era stato un pellegrinaggio alla scoperta della Russia cristiana e alcuni avevano potuto vedere nel museo dell’Ermitage il quadro di Rembrandt raffigurante la menzionata scena evangelica che campeggiava su tutti gli opuscoli delle diocesi e delle parrocchie. Così andai a uno di questi gruppetti pensando di camminare sul velluto, dopo cena, tutto tranquillo. Con mia grande sorpresa, quando venne il momento della discussione sul brano evangelico alcuni, soprattutto uomini, si mostrarono contrariati verso l’atteggiamento del padre della parabola. Per loro era inconcepibile che un padre riammettesse in casa il figlio minore che aveva sciupato tutto e che se ne uscisse di casa per tirar dentro pure quello maggiore. Io rimasi basito, quasi offeso. Perché questi non erano atei conclamati, ma gente di parrocchia e qualcuno anche con responsabilità. Ricordo la faccia di qualche brava pia donna, ormai tutte decedute, che mi mandavano occhiate per dire: risponda qualcosa. Ma io non aggiunsi nulla, un po’ perché colto di sorpresa e un po’ per intuizione.

Riflettendo poi sull’accaduto pensai che fosse stato giusto così e che l’intollerabilità di quella particolare parabola evangelica dovesse essere lasciata a quel modo, come un cibo difficile da digerire. In fondo, per accettarla, bisognava aver compreso che siamo stati raggiunti dalla grazia di Dio che è misericordia e perdono, una grazia avuta a ‘caro prezzo’. L’apostolo Paolo che l’aveva capito e sperimentato si adoperò con tutte le sue forze per renderlo fruibile a molti e così si espresse in un famoso passo della lettera ai romani:

«Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5, 8-10).     

Forse chissà, se questo episodio, come tanti altri diversi, ma più o meno simili che ne seguirono, concorsero a farmi scoprire un giorno la vita eremitica?

Buona domenica a tutti!

Dall’Eremo, 16 settembre 2023

 

NOTE

[1] «Abbi pazienza con me e ti restituirò»

2 «Δοῦλε πονηρέ, πᾶσαν τὴν ὀφειλὴν ἐκείνην ἀφῆκά σοι –  Serve nequam, omne debitum illud dimisi tibi, quoniam rogasti me» (Mt 18, 32)

3 Gv 11, 25-26

4 Gv 11, 44

5 «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»

 

 

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