L'Institut de l'office ecclésiastique entre dogmatique juridique et ecclésiologie: le nœud non résolu du munus petrinum – L’institution de la fonction ecclésiastique entre dogmatique juridique et ecclésiologie: le nœud non résolu du munus petrinum – L’institution de la fonction ecclésiastique entre dogmatique juridique et ecclésiologie: bureau de el nudo irresuelto del Petrine –
L’ISTITUTO DELL’UFFICIO ECCLESIASTICO TRA DOGMATICA GIURIDICA ED ECCLESIOLOGIA: IL NODO IRRISOLTO DEL MUNUS PETRINUM
L’ordinamento canonico si struttura da sempre attorno a polarità concettuali che cercano di tradurre in categorie giuridiche una realtà per sua natura aperta al mistero e alla dimensione divina.
- Théologie et droit canonique -

Auteur
Théodoro Beccia
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Sur cette photo, l’istituto dell’ufficio ecclesiastico (officium) reprèsente, secondo un’efficace formula dottrinale, il «modulo organizzativo astratto e definito normativamente conformato» in cui si esprime l’istanza istituzionale della Chiesa e la sua potestà di governo.

La complessa evoluzione storica e formale di questo istituto — che nelle codificazioni del XX secolo ha progressivamente abbandonato la rigida dicotomia romanistica di stampo beneficiale per aprirsi alle istanze ecclesiologiche del Concilio Vaticano II — ha trovato nel Codice del 1983 una sintesi definitoria imperniata sull’espressione «quodlibet munus» (pouvez. 145 §1).
Proprio l’introduzione del termine cadeau nel tessuto normativo del codice vigente ha ingenerato un denso dibattito ermeneutico. Se una parte della canonistica e della prassi curiale ha teso a ridurre il cadeau a mero sinonimo di officium — appiattendone la portata teologico-sacramentale in una dimensione puramente burocratico-funzionale —, la dottrina più avveduta vi scorge il riflesso della dottrina conciliare dei trois cadeaux du Christ, fondamento ontologico che precede e legittima l’assetto istituzionale.
La rilevanza teorico-giuridica di tale dialettica non è rimasta confinata nelle aule accademiche, ma ha fatto irruzione nella storia recente della Chiesa in seguito alla rinuncia al soglio pontificio proclamata da Benedetto XVI nel 2013. L’inedito ricorso alla fattispecie astratta prevista dal canon 332 §2 del Codice di Diritto Canonico ha costretto scienziati del diritto e teologi a confrontarsi con l’applicabilità della distinzione tra cadeau e officium al primato petrino, sollevando delicate questioni sulla natura sacramentale o giurisdizionale del papato, sulla configurabilità dell’emeritato e sulla tenuta complessiva dell’architettura costituzionale visibile della Chiesa. Il presente contributo si propone di analizzare lo sviluppo sistematico dell’ufficio ecclesiastico nelle codificazioni latine e orientali, per poi scrutinare i nodi interpretativi sollevati dalla rinuncia papale e individuare le lacune dogmatiche che ancora attendono una compiuta positivizzazione.
DALL’OFFICIUM BENEFICIALE AL MUNUS CONCILIARE
Il passaggio tra le diverse codificazioni mostra un mutamento non solo nella collocazione formale dell’istituto, ma anche nella sua sensibilità ecclesiologica. Il Codice Pio-Benedettino del 1917 inserisce l’ufficio nel Libro II (de personis), all’interno della sezione dedicata ai chierici. La struttura riflette la classica dicotomia romanistica del Digesto (officia publica / de iurisdictione), legando strettamente l’ufficio alla potestà d’ordine e di giurisdizione: la pouvez. 145 §1 distingueva già tra senso lato — qualsiasi incarico spirituale — e senso stretto, cioè l’incarico stabile implicante partecipazione alla potestà.
Le Concile Vatican II, avec prêtrise n. 20, anticipa il superamento del sistema beneficiale, definendo l’ufficio in modo più ampio come “qualsiasi incarico stabilmente conferito, da esercitare per un fine spirituale”. Il Codice Giovanneo-Paolino del 1983 e il CCEO del 1990 spostano poi la trattazione nel Libro I, Norme generali: la pouvez. 145 definisce l’ufficio come «quodlibet munus» — qualunque funzione o incarico — stabilmente costituito per fine spirituale, formula ripresa quasi specularmente dal can. 936 §1 CCEO per le Chiese orientali.
MUNUS E OFFICIUM: SINONIMI O REALTÀ DISTINTE?
Il cuore del dibattito contemporaneo — riacceso anche dalla rinuncia di Benedetto XVI — risiede nel rischio di appiattimento burocratico del termine cadeau. Parte della canonistica e della prassi curiale tende infatti a trattare cadeau e officium come sinonimi perfetti: de cette façon, la cadeau perde il suo ancoraggio teologico e sacramentale originario, venendo ridotto a mera “funzione” o “incarico” nel senso squisitamente giuridico-istituzionale.
Au contraire, la dottrina più autorevole — come gli studi di Peter Erdő — ricorda che, sebbene il cadeau indichi generalmente un complesso di diritti e doveri, un’opera da fare, il Concilio Vaticano II vi ha innestato una nuova nozione teologica speciale, legata alla triplice funzione di Cristo — insegnare, santificare, governare — che precede e fonda l’assetto istituzionale. L’officium Et, si quelque chose, una specificazione giuridica e normata (espèce) del più ampio genere (genre) du cadeau.
Per evitare letture puramente positiviste o secolarizzate del pouvez. 145, la dottrina individua due binari interpretativi obbligatori, fondati sui canoni 6 §2 (fedeltà alla tradizione) e 17 (significato proprio delle parole nel loro contesto) del CJC 1983. Il diritto della Chiesa, autrement dit, non nasce isolato, ma si sviluppa per stratificazioni successive: la Sainte Ecriture, prima fonte tra Vetus Latina e Vulgata; la Patristica, che traduce i simboli biblici nella prima costituzione ecclesiale; la Scolastica e la svolta gregoriana, che rielaborano i concetti antichi attraverso il metodo delle des questions e l’assorbimento della ratio scripta del diritto romano; e infine Graziano, con l’autonomizzazione del diritto canonico dalla Sacra Pagina, oggi chiamata — dopo il Vaticano II — a riconvertirsi in una stretta interrelazione con l’ecclesiologia.
Come espresso nella Costituzione Sacrae disciplinae leges, le code de 1983 va inteso come lo sforzo di tradurre l’ecclesiologia conciliare in linguaggio canonistico. La Chiesa non è scindibile in una “chiesa del diritto” e una “chiesa dello Spirito”: l’aggregazione visibile e gerarchica e la comunità spirituale, il Corpo Mistico, formano un’unica realtà complessa, di duplice elemento umano e divino. L’interpretazione dello ius vetus contenuto nel pouvez. 145 non può dunque prescindere da questo contesto semantico: l’ufficio ecclesiastico non è un mero pezzo di burocrazia, ma la conformazione giuridica di una realtà ministeriale e spirituale.
LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E IL NODO DEL MUNUS PETRINUM
La rinuncia di Benedetto XVI, formalizzata l’11 febbraio 2013 ed efficace dal 28 février, ha rappresentato un caso di studio senza precedenti per il diritto canonico contemporaneo, sollevando un intensissimo dibattito teologico-giuridico incentrato proprio sulla distinzione — o sovrapposizione — tra cadeau (l’essere Papa) e officium (il fare il Papa) applicata al primato petrino. Il nodo della questione risiede nelle precise parole latine utilizzate da Ratzinger nella Declaratio du renoncement:
«[…] bene conscius hoc munus secundum suam spiritualem essentiam non solum agendo et loquendo, sed non minus patiendo et orando exsequi debere […] declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri […] renuntiare ita ut a die 28 februarii 2013 […] sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet».
peu de temps avant, Dans le même texte, Benedetto XVI aveva affermato di non avere più le forze per amministrare il «fonction couteau». Ratzinger ha quindi usato cadeau per indicare l’essenza spirituale del papato, ma ha formalmente rinunciato al ministère, l’esercizio pratico legato all’officium. Da questa distinzione linguistica e concettuale si sono separate due principali correnti interpretative.
la première, la scuola “sostanzialista”, sostiene la distinzione e la permanenza del cadeau: secondo questa lettura, il Papa avrebbe scisso la dimensione ontologico-spirituale (cadeau) da quella giurisdizionale-amministrativa (officium O ministère), attribuendo al fonction couteau un carattere quasi sacramentale e indelebile, simile all’ordine sacro. Rinunciando solo all’ufficio, Benedetto XVI sarebbe dunque rimasto in qualche modo custode del cadeau, il che giustificherebbe il titolo inedito di “Papa emerito”, il mantenimento della veste bianca e del nome pontificale. Il limite teologico di questa tesi è che rischia di sdoppiare il papato, creando l’anomalia di “due Papi” — uno con il potere e uno con l’essenza —, figura inconciliabile con la costituzione divina della Chiesa, che prevede un solo Successore di Pietro.
La deuxième, la scuola “istituzionalista”, sostenuta dalla maggioranza dei canonisti e dei costituzionalisti ecclesiastici in linea con il pouvez. 332 §2, si regge sull’indivisibilità nel primato: cadeau e officium sarebbero teologicamente e giuridicamente indivisibili. A differenza dell’episcopato — il cui cadeau si riceve con la consacrazione sacramentale ed è indelebile — il papato non è un grado dell’ordine sacro, ma un ufficio ecclesiastico di giurisdizione suprema: il Papa diventa tale nel momento in cui accetta la legittima elezione. le cadeau Petrino Et l’ufficio stesso, con la conseguenza che non è possibile rinunciare all’officium trattenendo il cadeau: chi rinuncia al papato perde totalmente e istantaneamente ogni prerogativa papale, tornando a essere membro del collegio episcopale, Vescovo emerito di Roma.
Questo dibattito ha dimostrato empiricamente il rischio insito nei due estremi: se si riduce il cadeau a mero sinonimo di officium, un “posto di lavoro burocratico”, la rinuncia diventa un banale pensionamento amministrativo; se invece si esalta il cadeau separandolo dall’officium, si scivola in un misticismo giuridico pericoloso per l’unità della Chiesa. La sintesi più equilibrata, nata proprio per rispondere ai dubbi del post-2013, suggerisce che nel Romano Pontefice cadeau e officium coincidano nell’oggetto ma non nella prospettiva: la cadeau esprime la radice teologica e la missione spirituale ricevuta da Cristo; je’officium è la veste giuridico-istituzionale che permette a tale missione di operare legittimamente nella storia. Rinunciare all’ufficio significa, per necessità intrinseca, deporre l’intero cadeau. le canon 332 §2 rappresenta appunto la norma cardine che disciplina l’istituto della rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice — una disposizione di capitale importanza nel diritto costituzionale della Chiesa, poiché regola l’interruzione volontaria del supremo potere di governo. Il testo latino ufficiale stabilisce:
«Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quolibet acceptetur».
Nella traduzione italiana ufficiale: « Au cas où le Pontife romain renonce à sa charge (cadeau), il est requis pour la validité que la renonciation soit faite librement et dûment manifestée, au lieu de cela, il n'est pas nécessaire que quelqu'un l'accepte ".
Il canone individua tre elementi fondamentali per la validità giuridica dell’atto. Il primo è la libertà dell’atto (ut libere fiat): è il requisito sostanziale più importante, e la rinuncia deve essere frutto di una scelta pienamente libera, consapevole e spontanea del Papa. L’atto sarebbe giuridicamente nullo se estorto con dolo, violenza fisica o morale, o viziato da un timore grave ingiustamente incusso da terzi, in linea con i principi generali del canon 125; nessuno — né il Collegio Cardinalizio, né un Concilio ecumenico, né alcuna autorità civile — può costringere il Papa a dimettersi.
Il secondo requisito è la debita manifestazione (ut rite manifestetur): la rinuncia è un atto giuridico formale che, data la sua gravità, deve essere esternato in modo chiaro, inequivocabile e pubblico. Il Codice non impone una forma scritta tassativa né un rituale specifico — non è obbligatorio, par exemple, che avvenga davanti ai cardinali riuniti in concistoro, sebbene Benedetto XVI abbia scelto proprio questa modalità — ma esige che le modalità di comunicazione rendano l’intenzione del Pontefice certa e verificabile oltre ogni dubbio storico e documentale: non può essere una rinuncia tacita, presunta o confidata in segreto.
Il terzo elemento, e il più profondo sul piano ecclesiologico, è la non necessità di accettazione (non vero ut a quolibet acceptetur). Poiché il Papa gode nella Chiesa della potestà suprema, Le Lait, immediata e universale (pouvez. 331) e non ha superiori umani sulla Terra — Le premier siège n'est jugé par personne, pouvez. 1404 — nessuno ha l’autorità giuridica di accettare o respingere le sue dimissioni. La rinuncia ha effetto immediato, o dal momento esatto stabilito dal Papa, come la decorrenza differita decisa da Ratzinger, per il solo fatto di essere stata liberamente espressa, senza bisogno di ratifiche o conferme curiali o cardinalizie.
In stretta connessione con questo dibattito, è significativo notare come il testo latino del canone utilizzi la formula «muneri suo renuntiet» — rinunci al suo cadeau — mentre la traduzione italiana corrente utilizzi il termine “ufficio”. Questa sovrapposizione testuale conferma l’orientamento della scuola istituzionalista: nel diritto positivo della Chiesa, quando il Papa rinuncia al suo cadeau, sta rinunciando all’ufficio stesso del primato. La norma non prevede in alcun modo la possibilità di scorporare l’essenza del ministero petrino dalla sua funzione di governo gerarchico.
IL PAPA EMERITO: UN VULNUS DOTTRINALE ANCORA APERTO
La figura del “Papa emerito”, introdotta di fatto da Benedetto XVI nel 2013, ha aperto un vero e proprio blessure doctrinal. Mancando una legislazione previa, le scelte concrete compiute da Ratzinger — il titolo di “Papa emerito”, la conservazione del nome pontificale, la veste bianca, la residenza in Vaticano — sono state ampiamente discusse, e negli anni successivi la canonistica ha sollevato profonde obiezioni e formulato precise proposte di regolamentazione per evitare il rischio di una “diarchia” anche solo apparente.
Le riserve della dottrina si sono concentrate su tre aspetti visivi e nominali, considerati portatori di equivoci teologici. Sul titolo di “Papa emerito”, molti costituzionalisti della Chiesa — tra cui il cardinale Walter Brandmüller e il canonista Gianfranco Ghirlanda, poi creato cardinale — hanno criticato la qualifica di “Papa”: l’emeritato è un istituto applicabile ai vescovi diocesani (pouvez. 402 §1) perché la consacrazione episcopale imprime un carattere sacramentale indelebile, mentre il papato non è un sacramento ma un ufficio di giurisdizione; cessato l’ufficio, non si è più Papi.
Sull’uso della veste bianca, simbolo identitario della suprema potestà del Romano Pontefice, il fatto che il Pontefice dimissionario continuasse a indossarla — seppur priva di pellegrina e fascia — è stato visto come un elemento di forte ambiguità visiva per i fedeli, potendo suggerire la persistenza di una dignità parallela a quella del Papa regnante.
Sur le permanenza in Vaticano, la scelta del monastero Mère de l'Église come residenza, situato proprio all’interno delle mura vaticane, ha alimentato le critiche di chi temeva che l’ex Pontefice potesse diventare, anche involontariamente, un polo di attrazione per il dissenso o un centro di potere alternativo a quello del successore. en résumé, la critica di fondo è stata quella di aver configurato l’emeritato papale come una sorta di prolungamento d’onore del primato, anziché come un netto ritorno allo stato episcopale precedente.
Per colmare questo vuoto normativo, diverse commissioni di studio e centri di ricerca — tra cui l’iniziativa intrapresa dal mondo accademico attraverso il portale Ius Ecclesiae e vari progetti di decretale pontificia — hanno elaborato proposte per una futura legge speciale sulla Sede Romana vacante per rinuncia. Sul piano dello status giuridico e del titolo, la proposta prevalente è quella di non mantenere il titolo di Papa per l’ex Pontefice, nominandolo “Vescovo emerito di Roma” — titolo che riflette l’ecclesiologia del Vaticano II, per cui il primato deriva dall’essere titolare della cattedra romana — oppure “Cardinale Vescovo ex Romano Pontefice”; alcuni autori suggeriscono inoltre che, al momento della rinuncia, l’ex Papa riassuma lo status di Cardinale, inserito nell’ordine dei Vescovi ma senza diritto di voto in Conclave.
Sul piano dei segni distintivi e dell’araldica, si propone l’abolizione della veste bianca in favore dell’abito proprio dei vescovi o dei cardinali, l’abbandono del nome pontificale nei documenti ufficiali in favore del nome di battesimo — ad esempio, Cardinal Joseph Ratzinger — e la modifica dello stemma araldico, con l’eliminazione delle chiavi decussate e del triregno o mitra pontificia. Sul piano di residenza e sostentamento, si propone che il Vescovo emerito risieda fuori dal Vaticano e possibilmente fuori da Roma, e che il suo trattamento economico e la sua sicurezza personale siano regolamentati tramite un fondo specifico della Santa Sede, equiparandone i diritti a quelli di un cardinale pensionato ma con le dovute tutele istituzionali.
Lo stesso Papa Francesco, da poco scomparso, accennò in diverse interviste alla necessità di codificare questa figura per il futuro, dichiarando che, in caso di una sua eventuale rinuncia, avrebbe scelto il titolo di “Vescovo emerito di Roma” e avrebbe posto la residenza in una chiesa romana, come San Giovanni in Laterano, marcando una chiara evoluzione rispetto al precedente del 2013.
VERSO UN’ERMENEUTICA INTEGRATA
L’analisi dell’evoluzione dogmatica dell’ufficio ecclesiastico e il severo banco di prova rappresentato dalla rinuncia di Benedetto XVI consentono di trarre alcune conclusioni in ordine alla configurazione attuale del diritto costituzionale canonico. Il dibattito canonistico successivo al 2013 ha corroborato la tesi istituzionalista, secondo cui nel Romano Pontefice cadeau — inteso come essenza teologica della missione petrina — ed officium — inteso come veste giuridica della potestà suprema — risultano intrinsecamente inscindibili: ammettere una scissione che consenta di trattenere il primo dismettendo il secondo comporterebbe un’insostenibile duplicazione della figura papale, inconciliabile con il principio di unità sacramentale e gerarchica del Collegio episcopale.
La prassi del “Papa emerito”, sebbene motivata da ragioni pastorali e personali degne del massimo rispetto, ha evidenziato l’impossibilità di applicare tout court al papato l’istituto dell’emeritato valido per i vescovi diocesani: poiché il primato non imprime un carattere sacramentale ulteriore rispetto all’episcopato, la cessazione dell’ufficio estingue integralmente lo status papale, imponendo un rigoroso ritorno de iure allo stato episcopale precedente. le canon 332 §2, pur fissando con precisione i requisiti di validità della rinuncia — libertà dell’atto e debita manifestazione, escludendo la necessità di accettazione — si rivela insufficiente a disciplinare la fase successiva all’atto. Si avverte pertanto l’urgenza di una legge speciale che colmi la vistosa lacuna riguardante lo status del Pontefice dimissionario, definendone titolo, abito, residenza e trattamento giuridico, e che regoli, per via speculare, la drammatica fattispecie della sede permanentemente impedita per totale incapacità del Papa.
Finalement, fedele al dettato dei canoni 6 §2 e 17 del CJC 1983, l’interpretazione del diritto positivo della Chiesa non può indulgere né a sterili riduzionismi burocratici di matrice positivista, né a suggestioni mistiche prive di riscontro normativo. Solo attraverso uno sforzo dottrinale e legislativo che sappia tradurre l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II in norme chiare e coerenti, l’ordinamento canonico potrà salvaguardare la stabilità dell’istituto petrino, assicurando che la societas perfecta vigente sia sempre il riflesso speculare del Corpo Mistico di Cristo.
Velletri de Rome, 28 juillet 2026
— Vi inviatiamo a prendere visione di questo invito (aprire qui) —
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THE INSTITUTION OF ECCLESIASTICAL OFFICE BETWEEN JURIDICAL DOGMATICS AND ECCLESIOLOGY: THE UNRESOLVED KNOT OF THE EXPOSITION PETRINUM
Canon law has always been structured around conceptual polarities that seek to translate into juridical categories a reality which, par sa nature même, remains open to mystery and to the divine dimension.
– Théologie et droit canonique –

Auteur
Théodoro Beccia
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Within this framework, the institution of ecclesiastical office (officium) represents, according to an effective doctrinal formula, the «abstract organisational module, normatively defined and conformed» in which the institutional dimension of the Church and her power of governance find expression. The complex historical and formal evolution of this institution — which, in the twentieth-century codifications, progressively abandoned the rigid Roman-law dichotomy of a beneficial character in order to open itself to the ecclesiological instances of the Second Vatican Council — found in the 1983 Code a definitional synthesis centred on the expression «quodlibet munus» (pouvez. 145 §1).
It is precisely the introduction of the term cadeau into the normative fabric of the code in force that has given rise to a dense hermeneutical debate. Where part of the canonical scholarship and of curial practice has tended to reduce cadeau to a mere synonym of officium — flattening its theological-sacramental scope into a purely bureaucratic-functional dimension — the more attentive doctrine discerns in it the reflection of the conciliar teaching on the trois cadeaux of Christ, an ontological foundation that precedes and legitimises the institutional order.
The theoretical-juridical relevance of this dialectic has not remained confined to academic halls; it burst into the recent history of the Church following the renunciation of the papal throne proclaimed by Benedict XVI in 2013. The unprecedented recourse to the abstract case envisaged by canon 332 §2 of the Code of Canon Law compelled canonists and theologians to confront the applicability of the distinction between cadeau et officium to the Petrine primacy, raising delicate questions about the sacramental or jurisdictional nature of the papacy, the very configurability of an “emeritus” status, and the overall soundness of the Church’s visible constitutional architecture. This contribution sets out to analyse the systematic development of ecclesiastical office in the Latin and Eastern codifications, before examining the interpretative knots raised by the papal renunciation and identifying the dogmatic gaps that still await a full positivisation.
FROM THE BENEFICIAL OFFICIUM TO THE CONCILIAR EXPOSITION
The transition between the various codifications shows a shift not only in the formal placement of the institution, but also in its ecclesiological sensitivity. le 1917 Pio-Benedictine Code placed office within Book II (de personis), inside the section devoted to clerics. Its structure reflected the classic Roman-law dichotomy of the Digest (officia publica / de iurisdictione), binding office tightly to the power of order and of jurisdiction: pouvez. 145 §1 already distinguished between a broad sense — any spiritual charge — and a strict sense, namely a stable charge implying participation in power.
The Second Vatican Council, dans Presbyterorum Ordinis n. 20, anticipated the overcoming of the beneficial system, defining office more broadly as “any charge stably conferred, to be exercised for a spiritual purpose”. le 1983 Johannine-Pauline Code and the 1990 CCEO then moved the treatment of office to Book I, General Norms: pouvez. 145 defines office as «quodlibet munus» — whatever function or charge — stably constituted for a spiritual purpose, a formula taken up almost identically by can. 936 §1 CCEO for the Eastern Churches.
EXPOSITION AND OFFICIUM: SYNONYMS OR DISTINCT REALITIES?
At the heart of the contemporary debate — reignited also by the renunciation of Benedict XVI — lies the risk of a bureaucratic flattening of the term cadeau. Part of canonical scholarship and curial practice does in fact tend to treat cadeau et officium as perfect synonyms: in this way, cadeau loses its original theological and sacramental anchoring, being reduced to a mere “function” or “charge” in an exclusively juridical-institutional sense.
Par contre, the more authoritative doctrine — such as the studies of Péter Erdő — recalls that, although cadeau generally denotes a complex of rights and duties, a work to be carried out, the Second Vatican Council grafted onto it a special new theological notion, tied to the threefold function of Christ — to teach, to sanctify, to govern — which precedes and grounds the institutional order. Officium est, si quelque chose, a juridical and normed specification (espèce) of the broader genus (genre) de cadeau.
To avoid purely positivist or secularised readings de pouvez. 145, doctrine identifies two obligatory interpretative tracks, grounded in canons 6 §2 (fidelity to tradition) et 17 (the proper meaning of words in their context) du 1983 Code. The law of the Church, autrement dit, does not arise in isolation, but develops through successive strata: Écriture Sainte, the first source, between the Vetus Latina and the Vulgate; Patristics, which translates the biblical symbols into the Church’s first constitution; Scholasticism and the Gregorian reform, which rework the ancient concepts through the method of the des questions and the absorption of the ratio scripta of Roman law; and finally Gratian, with the autonomisation of canon law from the Sacra Pagina, today called — after the Second Vatican Council — to reconvert itself into a close interrelation with ecclesiology.
As expressed in the Constitution Sacrae disciplinae leges, la 1983 Code is to be understood as the effort to translate conciliar ecclesiology into canonical language. The Church cannot be split into a “church of law” and a “church of the Spirit”: the visible, hierarchical aggregate and the spiritual community, the Mystical Body, form a single complex reality, of a twofold — human and divine — element. The interpretation of the ius vetus contained in pouvez. 145 cannot therefore disregard this semantic context: ecclesiastical office is not a mere piece of bureaucracy, but the juridical configuration of a ministerial and spiritual reality.
THE RENUNCIATION OF BENEDICT XVI AND THE KNOT OF THE EXPOSITION PETRINUM
The renunciation of Benedict XVI, formalised on 11 février 2013 and effective from 28 février, represented an unprecedented case study for contemporary canon law, raising an intense theological-juridical debate centred precisely on the distinction — or overlap — between cadeau (being Pope) et officium (acting as Pope) as applied to the Petrine primacy. The crux of the question lies in the precise Latin words used by Ratzinger in his Declaratio of renunciation:
«[…] bene conscius hoc munus secundum suam spiritualem essentiam non solum agendo et loquendo, sed non minus patiendo et orando exsequi debere […] declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri […] renuntiare ita ut a die 28 februarii 2013 […] sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet».
Shortly before, in the same text, Benedict XVI had stated that he no longer had the strength to administer the «fonction couteau». Ratzinger thus used cadeau to indicate the spiritual essence of the papacy, but formally renounced the ministère, the practical exercise bound to the officium. From this linguistic and conceptual distinction, two principal interpretative currents diverged.
La première, the “substantialist” school, upholds the distinction and the permanence of cadeau: according to this reading, the Pope would have split the ontological-spiritual dimension (cadeau) from the jurisdictional-administrative one (officium ou ministère), attributing to the fonction couteau an almost sacramental and indelible character, similar to Holy Orders. Having renounced only the office, Benedict XVI would thus have remained in some sense the custodian of the cadeau — which would justify the unprecedented title of “Pope emeritus”, the retention of the white cassock and of the pontifical name. The theological weakness of this thesis is that it risks splitting the papacy in two, creating the anomaly of “two Popes” — one holding the power, the other the essence — a figure irreconcilable with the divine constitution of the Church, which provides for only one Successor of Peter.
La deuxième, the “institutionalist” school, upheld by the majority of canonists and ecclesiastical constitutionalists in line with pouvez. 332 §2, rests on the indivisibility of the primacy: cadeau et officium would be theologically and juridically indivisible. Unlike the episcopate — whose cadeau is received through sacramental consecration and is indelible — the papacy is not a degree of Holy Orders, but an ecclesiastical office of supreme jurisdiction: the Pope becomes such at the moment he accepts lawful election. The Petrine cadeau est the office itself, with the consequence that it is not possible to renounce the officium while retaining the cadeau: whoever renounces the papacy loses, totally and instantaneously, every papal prerogative, returning to being a member of the episcopal college, Bishop emeritus of Rome.
This debate has empirically demonstrated the risk inherent in both extremes: si cadeau is reduced to a mere synonym of officium, a “bureaucratic job”, renunciation becomes a banal administrative retirement; if instead cadeau is exalted by separating it from officium, one slides into a juridical mysticism dangerous for the unity of the Church. The more balanced synthesis, born precisely to answer the doubts of the post-2013 period, suggests that in the Roman Pontiff cadeau et officium coincide in their object but not in their perspective: cadeau expresses the theological root and the spiritual mission received from Christ; officium is the juridical-institutional garment that allows this mission to operate lawfully within history. To renounce the office means, by intrinsic necessity, to lay down the entire cadeau. Canon 332 §2 represents precisely the cardinal norm that governs the institution of renunciation of the office of Roman Pontiff — a provision of capital importance in the constitutional law of the Church, since it regulates the voluntary interruption of the supreme power of governance. The official Latin text establishes:
«Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quolibet acceptetur».
In the standard English rendering: “Should it happen that the Roman Pontiff resigns from his office, it is required for validity that the resignation be freely made and properly manifested, but it is not necessary that it be accepted by anyone.”
The canon identifies three fundamental elements for the juridical validity of the act. The first is the freedom of the act (ut libere fiat): this is the most important substantive requirement, and the renunciation must be the fruit of a fully free, conscious and spontaneous choice on the part of the Pope. The act would be juridically null if extorted through fraud, physical or moral violence, or vitiated by grave fear unjustly inflicted by third parties, in line with the general principles of canon 125; no one — neither the College of Cardinals, nor an ecumenical Council, nor any civil authority — can compel the Pope to resign.
The second requirement is due manifestation (ut rite manifestetur): renunciation is a formal juridical act which, given its gravity, must be expressed clearly, unequivocally and publicly. The Code imposes no mandatory written form nor any specific ritual — it is not obligatory, par exemple, that it take place before the cardinals gathered in consistory, although Benedict XVI chose precisely this method — but it does require that the manner of communication render the Pontiff’s intention certain and verifiable beyond any historical or documentary doubt: it cannot be a tacit renunciation, one merely presumed, or one confided in secret.
The third element, and the most profound on the ecclesiological plane, is the lack of any need for acceptance (non vero ut a quolibet acceptetur). Since the Pope enjoys in the Church supreme, complet, immediate and universal power (pouvez. 331) and has no human superior on earth — Le premier siège n'est jugé par personne, pouvez. 1404 — no one holds the juridical authority to accept or reject his resignation. The renunciation takes effect immediately, or at the precise moment established by the Pope, as with the deferred effective date chosen by Ratzinger, for the sole fact of having been freely expressed, without need of any ratification or confirmation, curial or cardinalatial.
Closely connected to this debate is the significant fact that the official Latin text of the canon uses the formula «muneri suo renuntiet» — he renounces his cadeau — while the current English rendering employs the term “office”. This textual overlap confirms the orientation of the institutionalist school: in the positive law of the Church, when the Pope renounces his cadeau, he is renouncing the office of the primacy itself. The norm in no way provides for the possibility of separating the essence of the Petrine ministry from its function of hierarchical governance.
THE POPE EMERITUS: A DOCTRINAL VULNUS STILL OPEN
The figure of the “Pope emeritus”, introduced in fact by Benedict XVI in 2013, opened a genuine doctrinal blessure. In the absence of any prior legislation, the concrete choices made by Ratzinger — the title “Pope emeritus”, the retention of the pontifical name, la soutège blanc, residence within the Vatican — were widely discussed, and in the following years canonical scholarship raised profound objections and formulated precise proposals for regulation, in order to avert even the mere appearance of a “diarchy”.
The reservations of doctrine have concentrated on three visual and nominal aspects, considered bearers of theological ambiguity. On the title “Pope emeritus”, many ecclesiastical constitutionalists — among them Cardinal Walter Brandmüller and the canonist Gianfranco Ghirlanda, later created cardinal — criticised the retention of the qualifier “Pope”: the status of “emeritus” is an institution applicable to diocesan bishops (pouvez. 402 §1), because episcopal consecration imprints an indelible sacramental character, whereas the papacy is not a sacrament but an office of jurisdiction; once the office has ceased, one is no longer Pope.
On the use of the white cassock, a symbol identifying the supreme power of the Roman Pontiff, the fact that the resigned Pontiff continued to wear it — albeit without the mozzetta and the sash — was seen as an element of strong visual ambiguity for the faithful, potentially suggesting the persistence of a dignity parallel to that of the reigning Pope.
On the matter of remaining in the Vatican, the choice of the Mère de l'Église monastery as residence, situated precisely within the Vatican walls, fuelled the criticisms of those who feared that the former Pontiff might become, even involuntarily, a pole of attraction for dissent or an alternative centre of power to that of his successor. In sum, the underlying criticism was that of having configured the papal emeritate as a sort of honorary extension of the primacy, rather than as a clean return to the previous episcopal state.
To fill this normative void, various study commissions and research centres — including the initiative undertaken by the academic world through the Ius Ecclesiae portal and various draft pontifical decretals — have elaborated proposals for a future special law on the vacant See of Rome by renunciation. On the level of juridical status and title, the prevailing proposal is not to retain the title of Pope for the former Pontiff, naming him instead “Bishop emeritus of Rome” — a title reflecting the ecclesiology of the Second Vatican Council, whereby the primacy derives from being the holder of the Roman see — or else “Cardinal Bishop, former Roman Pontiff”; some authors further suggest that, at the moment of renunciation, the former Pope should resume the status of Cardinal, placed within the order of Bishops but without the right to vote in Conclave.
On the level of distinctive signs and heraldry, it is proposed to abolish the white cassock in favour of the proper attire of bishops or cardinals, to abandon the pontifical name in official documents in favour of the baptismal name — for example, Cardinal Joseph Ratzinger — and to modify the heraldic coat of arms, removing the crossed keys and the tiara or pontifical mitre. On the level of residence and maintenance, it is proposed that the Bishop emeritus reside outside the Vatican and possibly outside Rome, and that his financial provision and personal security be regulated through a specific fund of the Holy See, equating his rights to those of a retired cardinal but with the due institutional safeguards.
Pope Francis himself, recently deceased, alluded in various interviews to the need to codify this figure for the future, stating that, in the event of his own eventual renunciation, he would have chosen the title “Bishop emeritus of Rome” and would have taken up residence in a Roman church, such as Saint John Lateran, marking a clear evolution from the 2013 precedent.
TOWARDS AN INTEGRATED HERMENEUTIC
The analysis of the dogmatic evolution of ecclesiastical office, together with the severe test represented by the renunciation of Benedict XVI, allows certain conclusions to be drawn regarding the current configuration of canonical constitutional law. The canonical debate following 2013 has corroborated the institutionalist thesis, selon lequel, in the Roman Pontiff, cadeau — understood as the theological essence of the Petrine mission — and officium — understood as the juridical garment of supreme power — prove intrinsically inseparable: to admit a split allowing the retention of the former while shedding the latter would entail an untenable duplication of the papal figure, irreconcilable with the principle of sacramental and hierarchical unity of the episcopal College.
The practice of the “Pope emeritus”, although motivated by pastoral and personal reasons deserving of the utmost respect, has highlighted the impossibility of applying tout court to the papacy the institution of emeritate valid for diocesan bishops: since the primacy imprints no further sacramental character beyond the episcopate, the cessation of office extinguishes the papal status in its entirety, imposing a rigorous de iure return to the previous episcopal state. Canon 332 §2, while precisely fixing the requirements for the validity of renunciation — freedom of the act and due manifestation, excluding the need for acceptance — proves insufficient to govern the phase that follows the act. There is thus a felt urgency for a special law that might fill the glaring gap concerning the status of the resigned Pontiff, defining his title, attire, residence and juridical treatment, and that might regulate, in mirror fashion, the dramatic case of a permanently impeded see due to the Pope’s total incapacity.
In the final analysis, faithful to the letter of canons 6 §2 et 17 du 1983 Code, the interpretation of the Church’s positive law can indulge neither in sterile bureaucratic reductionism of a positivist stamp, nor in mystical suggestions devoid of normative support. Only through a doctrinal and legislative effort capable of translating the conciliar ecclesiology of communion into clear and coherent norms will the canonical order be able to safeguard the stability of the Petrine institution, ensuring that the still-valid model of société parfaite remains ever the mirror-image of the Mystical Body of Christ.
Velletri (Rome), 28 juillet 2026
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LA INSTITUCIÓN DEL OFICIO ECLESIÁSTICO ENTRE LA DOGMÁTICA JURÍDICA Y LA ECLESIOLOGÍA: EL NUDO IRRESUELTO DEL EXPOSITION PETRINUM
El ordenamiento canónico se estructura desde siempre en torno a polaridades conceptuales que buscan traducir en categorías jurídicas una realidad que, par sa propre nature, permanece abierta al misterio y a la dimensión divina.
– Théologie et droit canonique –

Auteur
Théodoro Beccia
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En este marco, la institución del oficio eclesiástico (officium) representa, según una eficaz fórmula doctrinal, el «módulo organizativo abstracto y definido normativamente conformado» en el que se expresa la instancia institucional de la Iglesia y su potestad de gobierno. La compleja evolución histórica y formal de esta institución — que en las codificaciones del siglo XX abandonó progresivamente la rígida dicotomía romanista de impresione beneficial para abrirse a las instancias eclesiológicas del Concilio Vaticano II — encontró en el Código de 1983 una síntesis definitoria centrada en la expresión «quodlibet munus» (pouvez. 145 §1).
Precisamente la introducción del término munus en el tejido normativo del código vigente ha generado un denso debate hermenéutico. Si una parte de la canonística y de la praxis curial ha tendido a reducir el cadeau a mero sinónimo de officium — aplanando su alcance teológico-sacramental en una dimensión puramente burocrático-funcional —, la doctrina más avisada advierte en el reflejo de la doctrina conciliar de los trois cadeaux de Cristo, fundamento ontológico que precede y legitima el orden institucional.
La relevancia teórico-jurídica de esta dialéctica no ha permanecido confinada a las aulas académicas, sino que irrumpió en la historia reciente de la Iglesia a raíz de la renuncia al solio pontificio proclamada por Benedicto XVI en 2013. El inédito recurso al supuesto abstracto previsto por el canon 332 §2 del Código de Derecho Canónico obligó a canonistas y teólogos a enfrentarse con la aplicabilidad de la distinción entre cadeau et officium al primado petrino, suscitando delicadas cuestiones sobre la naturaleza sacramental o jurisdiccional del papado, la configurabilidad misma del emeritazgo y la solidez global de la arquitectura constitucional visible de la Iglesia. La presente contribución se propone analizar el desarrollo sistemático del oficio eclesiástico en las codificaciones latina y oriental, para después examinar los nudos interpretativos suscitados por la renuncia papal e identificar las lagunas dogmáticas que aún aguardan una plena positivización.
DEL OFFICIUM BENEFICIAL AL EXPOSITION CONCILIAR
El paso entre las distintas codificaciones muestra un cambio no solo en la ubicación formal de la institución, sino también en su sensibilidad eclesiológica. El Código Pío-Benedictino de 1917 situaba el oficio en el Libro II (de personis), dentro de la sección dedicada a los clérigos. Su estructura reflejaba la clásica dicotomía romanista del Digesto (officia publica / de iurisdictione), ligando estrechamente el oficio a la potestad de orden y de jurisdicción: la pouvez. 145 §1 distinguía ya entre un sentido amplio — cualquier encargo espiritual — y un sentido estricto, c'est-à-dire, el encargo estable que implica participación en la potestad.
El Concilio Vaticano II, avec Presbyterorum Ordinis n. 20, anticipó la superación del sistema beneficial, definiendo el oficio de modo más amplio como “cualquier encargo conferido de modo estable, para ejercerlo con una finalidad espiritual”. El Código Juan-Pablino de 1983 y el CCEO de 1990 trasladaron después el tratamiento del oficio al Libro I, Normas generales: la pouvez. 145 define el oficio como «quodlibet munus» — cualquier función o encargo — constituido de modo estable para una finalidad espiritual, fórmula recogida de manera casi especular por el can. 936 §1 CCEO para las Iglesias orientales.
EXPOSITION Y OFFICIUM: ¿SINÓNIMOS O REALIDADES DISTINTAS?
En el corazón del debate contemporáneo — reavivado también por la renuncia de Benedicto XVI — se halla el riesgo de un aplanamiento burocrático del término cadeau. Parte de la canonística y de la praxis curial tiende, en effet, a tratar cadeau et officium como sinónimos perfectos: de este modo, la cadeau pierde su anclaje teológico y sacramental originario, quedando reducido a mera “función” o “encargo” en sentido exclusivamente jurídico-institucional.
Au contraire, la doctrina más autorizada — como los estudios de Péter Erdő — recuerda que, aunque el cadeau indique generalmente un conjunto de derechos y deberes, una obra por realizar, el Concilio Vaticano II injertó en él una nueva noción teológica especial, vinculada a la triple función de Cristo — enseñar, santificar, gobernar — que precede y funda el orden institucional. le officium est, dans tous les cas, una especificación jurídica y normada (espèce) del género más amplio (genre) du cadeau.
Para evitar lecturas puramente positivistas o secularizadas del pouvez. 145, la doctrina identifica dos vías interpretativas obligatorias, fundadas en los cánones 6 §2 (fidelidad a la tradición) et 17 (significado propio de las palabras en su contexto) del CIC de 1983. El derecho de la Iglesia, en otras palabras, no nace aislado, sino que se desarrolla por estratificaciones sucesivas: la Sagrada Escritura, primera fuente entre la Vetus Latina y la Vulgata; la Patrística, que traduce los símbolos bíblicos en la primera constitución eclesial; la Escolástica y la reforma gregoriana, que reelaboran los conceptos antiguos a través del método de las des questions y la asimilación de la ratio scripta del derecho romano; y por último Graciano, con la autonomización del derecho canónico respecto de la Sacra Pagina, hoy llamada — tras el Vaticano II — a reconvertirse en una estrecha interrelación con la eclesiología.
Como se expresa en la Constitución Sacrae disciplinae leges, el Código de 1983 debe entenderse como el esfuerzo por traducir la eclesiología conciliar a lenguaje canonístico. La Iglesia no puede escindirse en una “iglesia del derecho” y una “iglesia del Espíritu”: la agregación visible y jerárquica y la comunidad espiritual, el Cuerpo Místico, forman una única realidad compleja, de doble elemento humano y divino. La interpretación del ius vetus contenido en el pouvez. 145 no puede, donc, prescindir de este contexto semántico: el oficio eclesiástico no es un mero trámite burocrático, sino la conformación jurídica de una realidad ministerial y espiritual.
LA RENUNCIA DE BENEDICTO XVI Y EL NUDO DEL EXPOSITION PETRINUM
La renuncia de Benedicto XVI, formalizada el 11 Février 2013 y efectiva desde el 28 Février, representó un caso de estudio sin precedentes para el derecho canónico contemporáneo, suscitando un intensísimo debate teológico-jurídico centrado precisamente en la distinción — o superposición — entre cadeau (ser Papa) et officium (actuar como Papa) aplicada al primado petrino. El nudo de la cuestión reside en las precisas palabras latinas empleadas por Ratzinger en su Declaratio de renuncia:
«[…] bene conscius hoc munus secundum suam spiritualem essentiam non solum agendo et loquendo, sed non minus patiendo et orando exsequi debere […] declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri […] renuntiare ita ut a die 28 februarii 2013 […] sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet».
Poco antes, en el mismo texto, Benedicto XVI había afirmado que ya no tenía fuerzas para administrar el «fonction couteau». Ratzinger empleó, Bien, cadeau para indicar la esencia espiritual del papado, pero renunció formalmente al ministère, el ejercicio práctico ligado al officium. De esta distinción lingüística y conceptual se separaron dos corrientes interpretativas principales.
La primera, la escuela “sustancialista”, sostiene la distinción y la permanencia del cadeau: según esta lectura, el Papa habría escindido la dimensión ontológico-espiritual (cadeau) de la jurisdiccional-administrativa (officium O ministère), atribuyendo al fonction couteau un carácter cuasi sacramental e indeleble, semejante al orden sagrado. Al renunciar solo al oficio, Benedicto XVI habría permanecido, en cierto modo, custodio del cadeau, lo cual justificaría el inédito título de “Papa emérito”, el mantenimiento de la sotana blanca y del nombre pontificio. El límite teológico de esta tesis es que arriesga desdoblar el papado, creando la anomalía de “dos Papas” — uno con el poder y otro con la esencia —, figura inconciliable con la constitución divina de la Iglesia, que prevé un solo Sucesor de Pedro.
La segunda, la escuela “institucionalista”, sostenida por la mayoría de los canonistas y constitucionalistas eclesiásticos en línea con el pouvez. 332 §2, se sostiene en la indivisibilidad del primado: cadeau et officium serían teológica y jurídicamente indivisibles. A diferencia del episcopado — cuyo cadeau se recibe con la consagración sacramental y es indeleble —, el papado no es un grado del orden sagrado, sino un oficio eclesiástico de jurisdicción suprema: el Papa lo es desde el momento en que acepta la legítima elección. le cadeau Petrino est el oficio mismo, con la consecuencia de que no es posible renunciar al officium reteniendo el cadeau: quien renuncia al papado pierde total e instantáneamente toda prerrogativa papal, volviendo a ser miembro del colegio episcopal, Obispo emérito de Roma.
Este debate ha demostrado empíricamente el riesgo inherente a ambos extremos: si el cadeau se reduce a mero sinónimo de officium, un “puesto de trabajo burocrático”, la renuncia se convierte en una banal jubilación administrativa; et, au contraire, se exalta el cadeau separándolo del officium, se desliza hacia un misticismo jurídico peligroso para la unidad de la Iglesia. La síntesis más equilibrada, surgida precisamente para responder a las dudas posteriores a 2013, sugiere que en el Romano Pontífice cadeau et officium coinciden en el objeto pero no en la perspectiva: la cadeau expresa la raíz teológica y la misión espiritual recibida de Cristo; la officium es la vestidura jurídico-institucional que permite a dicha misión operar lícitamente en la historia. Renunciar al oficio significa, por necesidad intrínseca, deponer la totalidad del cadeau. le canon 332 §2 representa precisamente la norma cardinal que disciplina la institución de la renuncia al oficio de Romano Pontífice — una disposición de capital importancia en el derecho constitucional de la Iglesia, pues regula la interrupción voluntaria del supremo poder de gobierno. El texto latino oficial establece:
«Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quolibet acceptetur».
En la traducción española habitual: «Si el Romano Pontífice renunciase a su oficio, se requiere para la validez que la renuncia sea libre y se manifieste formalmente, pero no que sea aceptada por nadie».
El canon identifica tres elementos fundamentales para la validez jurídica del acto. El primero es la libertad del acto (ut libere fiat): es el requisito sustancial más importante, y la renuncia debe ser fruto de una elección plenamente libre, consciente y espontánea del Papa. El acto sería jurídicamente nulo si fuese arrancado mediante dolo, violencia física o moral, o viciado por un temor grave injustamente infundido por terceros, en línea con los principios generales del canon 125; nadie — ni el Colegio Cardenalicio, ni un Concilio ecuménico, ni autoridad civil alguna — puede obligar al Papa a dimitir.
El segundo requisito es la debida manifestación (ut rite manifestetur): la renuncia es un acto jurídico formal que, dada su gravedad, debe exteriorizarse de modo claro, inequívoco y público. El Código no impone una forma escrita taxativa ni un ritual específico — no es obligatorio, Par exemple, que se produzca ante los cardenales reunidos en consistorio, aunque Benedicto XVI eligiera precisamente esta modalidad —, pero exige que las modalidades de comunicación hagan cierta y verificable la intención del Pontífice más allá de toda duda histórica y documental: no puede ser una renuncia tácita, presunta o confiada en secreto.
El tercer elemento, y el más profundo en el plano eclesiológico, es la no necesidad de aceptación (non vero ut a quolibet acceptetur). Puesto que el Papa goza en la Iglesia de la potestad suprema, complet, inmediata y universal (pouvez. 331) y no tiene superiores humanos en la Tierra — Le premier siège n'est jugé par personne, pouvez. 1404 —, nadie posee la autoridad jurídica para aceptar o rechazar su dimisión. La renuncia surte efecto inmediato, o en el momento exacto establecido por el Papa, como el diferimiento decidido por Ratzinger, por el solo hecho de haber sido libremente expresada, sin necesidad de ratificaciones o confirmaciones curiales o cardenalicias.
En estrecha conexión con este debate, es significativo advertir cómo el texto latino del canon utiliza la fórmula «muneri suo renuntiet» — renuncia a su cadeau — mientras que la traducción española corriente emplea el término “cargo” u “oficio”. Esta superposición textual confirma la orientación de la escuela institucionalista: en el derecho positivo de la Iglesia, cuando el Papa renuncia a su cadeau, está renunciando al oficio mismo del primado. La norma no prevé en modo alguno la posibilidad de escindir la esencia del ministerio petrino de su función de gobierno jerárquico.
EL PAPA EMÉRITO: UN VULNUS DOCTRINAL AÚN ABIERTO
La figura del “Papa emérito”, introducida de hecho por Benedicto XVI en 2013, abrió un verdadero blessure doctrinal. A falta de una legislación previa, las decisiones concretas adoptadas por Ratzinger — el título de “Papa emérito”, la conservación del nombre pontificio, la sotana blanca, la residencia en el Vaticano — fueron ampliamente discutidas, y en los años siguientes la canonística planteó profundas objeciones y formuló precisas propuestas de regulación para evitar el riesgo de una “diarquía” aun meramente aparente.
Las reservas de la doctrina se han concentrado en tres aspectos visuales y nominales, considerados portadores de equívocos teológicos. Sobre el título de “Papa emérito”, numerosos constitucionalistas eclesiásticos — entre ellos el cardenal Walter Brandmüller y el canonista Gianfranco Ghirlanda, después creado cardenal — criticaron la conservación de la calificación de “Papa”: el emeritazgo es una institución aplicable a los obispos diocesanos (pouvez. 402 §1), porque la consagración episcopal imprime un carácter sacramental indeleble, mientras que el papado no es un sacramento sino un oficio de jurisdicción; cesado el oficio, no se es ya Papa.
Sobre el uso de la sotana blanca, símbolo identitario de la suprema potestad del Romano Pontífice, el hecho de que el Pontífice dimisionario continuara usándola — aunque desprovista de esclavina y de faja — fue visto como un elemento de fuerte ambigüedad visual para los fieles, capaz de sugerir la persistencia de una dignidad paralela a la del Papa reinante.
Sobre la permanencia en el Vaticano, la elección del monasterio Mère de l'Église como residencia, situado precisamente dentro de los muros vaticanos, alimentó las críticas de quienes temían que el ex Pontífice pudiera convertirse, aun involuntariamente, en un polo de atracción para el disenso o en un centro de poder alternativo al de su sucesor. En résumé, la crítica de fondo fue la de haber configurado el emeritazgo papal como una suerte de prolongación honorífica del primado, en lugar de un neto retorno al estado episcopal precedente.
Para colmar este vacío normativo, diversas comisiones de estudio y centros de investigación — entre ellos la iniciativa emprendida por el mundo académico a través del portal Ius Ecclesiae y varios proyectos de decretal pontificia — han elaborado propuestas para una futura ley especial sobre la Sede Romana vacante por renuncia. En el plano del estatuto jurídico y del título, la propuesta predominante es la de no mantener el título de Papa para el ex Pontífice, denominándolo “Obispo emérito de Roma” — título que refleja la eclesiología del Vaticano II, según la cual el primado deriva de ser titular de la cátedra romana —, o bien “Cardenal Obispo, ex Romano Pontífice”; algunos autores sugieren además que, en el momento de la renuncia, el ex Papa reasuma el estatuto de Cardenal, incorporado al orden de los Obispos pero sin derecho a voto en el Cónclave.
En el plano de los signos distintivos y de la heráldica, se propone la abolición de la sotana blanca en favor del hábito propio de los obispos o de los cardenales, el abandono del nombre pontificio en los documentos oficiales en favor del nombre de bautismo — por ejemplo, Cardenal Joseph Ratzinger —, y la modificación del escudo heráldico, con la eliminación de las llaves decusadas y de la tiara o mitra pontificia. En el plano de residencia y sustento, se propone que el Obispo emérito resida fuera del Vaticano y posiblemente fuera de Roma, y que su tratamiento económico y su seguridad personal se regulen mediante un fondo específico de la Santa Sede, equiparando sus derechos a los de un cardenal jubilado, pero con las debidas garantías institucionales.
El propio Papa Francisco, recientemente fallecido, aludió en diversas entrevistas a la necesidad de codificar esta figura de cara al futuro, declarando que, en caso de una eventual renuncia propia, habría elegido el título de “Obispo emérito de Roma” y habría establecido su residencia en una iglesia romana, como San Juan de Letrán, marcando una clara evolución respecto del precedente de 2013. Tommaso Rizzo
HACIA UNA HERMENÉUTICA INTEGRADA
El análisis de la evolución dogmática del oficio eclesiástico y la severa prueba representada por la renuncia de Benedicto XVI permiten extraer algunas conclusiones sobre la configuración actual del derecho constitucional canónico. El debate canonístico posterior a 2013 ha corroborado la tesis institucionalista, selon lequel, en el Romano Pontífice, la cadeau — entendido como esencia teológica de la misión petrina — y el officium — entendido como vestidura jurídica de la potestad suprema — resultan intrínsecamente inescindibles: admitir una escisión que permita retener el primero desprendiéndose del segundo comportaría una insostenible duplicación de la figura papal, inconciliable con el principio de unidad sacramental y jerárquica del Colegio episcopal.
La praxis del “Papa emérito”, aunque motivada por razones pastorales y personales dignas del máximo respeto, ha evidenciado la imposibilidad de aplicar tout court al papado la institución del emeritazgo válida para los obispos diocesanos: puesto que el primado no imprime un carácter sacramental ulterior respecto del episcopado, el cese del oficio extingue íntegramente el estatuto papal, imponiendo un riguroso retorno de iure al estado episcopal precedente. le canon 332 §2, aun fijando con precisión los requisitos de validez de la renuncia — libertad del acto y debida manifestación, excluyendo la necesidad de aceptación —, se revela insuficiente para disciplinar la fase sucesiva al acto. Se advierte, donc, la urgencia de una ley especial que colme la evidente laguna referida al estatuto del Pontífice dimisionario, definiendo su título, hábito, residencia y tratamiento jurídico, y que regule, de modo especular, el dramático supuesto de la sede permanentemente impedida por incapacidad total del Papa.
En último análisis, fiel al mandato de los cánones 6 §2 et 17 del CIC de 1983, la interpretación del derecho positivo de la Iglesia no puede ceder ni a estériles reduccionismos burocráticos de cuño positivista, ni a sugestiones místicas carentes de respaldo normativo. Solo mediante un esfuerzo doctrinal y legislativo capaz de traducir la eclesiología de comunión del Vaticano II en normas claras y coherentes podrá el ordenamiento canónico salvaguardar la estabilidad de la institución petrina, asegurando que la vigente société parfaite sea siempre el reflejo especular del Cuerpo Místico de Cristo.
Velletri (Rome), 28 Juillet 2026
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