L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI QUEI PRIVILEGI MONASTICI
L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.
Con questo articolo intendo dar seguitoe ulteriore commento a quello di Padre Ariel (cf.. aquí), che ha ripercorso quindici secoli di storia monastica e si è chiesto come sia pensabile che nella stessa provincia ecclesiastica in cui un vescovo suffraganeo è sottoposto alla vigilanza del proprio metropolita un abate dipenda invece direttamente dalla Santa Sede.
Alla domanda proverò a rispondere da canonista,limitandomi a un solo argomento: che cosa sono le abbazie territoriali e le abbazie esenti, da dove vengono e perché oggi, alla luce dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e del Codice di Diritto Canonico vigente, rappresentano un’anomalia che non trova più alcuna giustificazione.
Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco, perché sotto la stessa etichetta di “privilegio monastico” si confondono spesso tre realtà giuridiche distinte. La prima è l’abbazia territoriale, un tempo dettaabbatia nullius dioecesis, cioè «di nessuna diocesi»: un territorio con i suoi fedeli, le sue parrocchie e il suo clero, sottratto al vescovo e affidato all’abate come a un pastore proprio. La seconda è l’esenzione, per la quale un istituto religioso viene sottratto al governo del vescovo del luogo e sottoposto al solo Romano Pontefice. La terza non ha un nome nel diritto, ma ha una formula nella prassi: «immediatamente soggetta alla Santa Sede», expresión que, nata per indicare una dipendenza giuridica, è divenuta nei fatti una sorta di salvacondotto generale.
Nessuna di queste realtà è nata da un capriccio.L’esenzione nacque come difesa. Il primo privilegio papale di cui si ha notizia certa è quello concesso l’11 giugno 628 da Onorio I al monastero di Bobbio, fondato pochi anni prima da San Colombano. Il vescovo di Tortona, Probo, contestava l’elezione del nuovo abate Bertulfo e pretendeva di sottoporre il monastero alla propria giurisdizione, arrivando a procurarsi — stando al racconto di Giona, biografo di Colombano — l’appoggio di altri vescovi e di dignitari della corte longobarda a suon di corruzione. Il re Arioaldo si dichiarò incompetente, «non meum est sacerdotum causas discernere» (non è compito mio giudicare le controversie tra i sacerdoti), ma pagò a Bertulfo il viaggio fino a Roma, dove il Papa sottrasse Bobbio alla giurisdizione del vescovo di Tortona. Nei secoli successivi, quando i vescovi erano spesso signori feudali e le abbazie facevano gola per i loro beni, porre un monastero sotto la protezione diretta di Pietro significava sottrarlo alle rapine di chi avrebbe dovuto custodirlo. Cluny nacque nel 910 así, affidata dal suo fondatore agli Apostoli Pietro e Paolo; ottenne poi l’esenzione piena dal vescovo di Mâcon tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, con i privilegi di Gregorio V nel 998 e di Giovanni XIX nel 1024. Allo stesso modo le grandi abbazie territoriali, come la Terra di San Benedetto attorno a Montecassino, furono per secoli l’unica struttura in grado di amministrare, difendere ed evangelizzare vasti territori rurali. Il Codice pio-benedettino del 1917 le regolava ancora come «abbazie e prelaturenullius» (cc. 319-328).
Il problema non è dunque l’origine di questi istituti,ma la loro sopravvivenza quando le ragioni che li avevano generati sono venute meno. E sono venute meno non per un’opinione, ma per un preciso sviluppo della dottrina.
Il Concilio Vaticano IIha insegnato che «con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine» e che i singoli vescovi «sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari»[1]. Ha aggiunto che «ogni legittima celebrazione dell’eucaristia è diretta dal vescovo»[2]. Il Codice del 1983 ha tradotto questa dottrina in norma, definendo la diocesi come la porzione del popolo di Dio affidata alla cura pastorale del vescovo «con la cooperazione del presbiterio», así que eso, aderendo al suo pastore e da lui riunita «mediante il Vangelo e l’Eucaristia», costituisca una Chiesa particolare (lata. 369). La Chiesa particolare, in altri termini, non è una circoscrizione amministrativa: è una realtà sacramentale che si costituisce attorno a colui che possiede la pienezza del sacerdozio.
Ora si guardi al can. 370, che definisce l’abbazia territorialecome una porzione del popolo di Dio la cui cura è affidata, «per circostanze speciali», a un abate che la governa «a modo di Vescovo diocesano». E al can. 381 §2, che equipara nel diritto al vescovo diocesano coloro che presiedono queste comunità, «a meno che non risulti diversamente per la natura della cosa». Ahora bien, per la natura della cosa, risulta diversamente. L’abate territoriale, che non è vescovo, non può ordinare i presbiteri della Chiesa che governa, perché ministro della sacra ordinazione è soltanto il vescovo consacrato (lata. 1012); non può consacrare il crisma con cui nella sua stessa abbazia si amministra la confermazione, perché anche questo è riservato al vescovo (lata. 880 §2). Per generare i propri ministri e per avere l’olio santo, questa «Chiesa particolare» deve dipendere da un altro vescovo, cioè proprio da quella figura dalla cui giurisdizione pretende di essere esente. Siamo dinanzi al paradosso di una Chiesa che non è in grado di generare da sé la propria vita sacramentale, retta da un pastore, l’abate, che nel diritto è equiparato al vescovo ma nel sacramento resta solo un presbitero, una «parodia estetico-liturgica di un vescovo», come ha scritto ironicamente il mio confratello nel suo articolo (cf.. aquí). Ironia, ahora que lo pienso, tutt’altro che fuori luogo e per niente eccessiva, perché l’equiparazione giuridica, en este caso, non è altro che una finzione posta a copertura di un vuoto sacramentale di cui certi abati sono emblema. E il diritto della Chiesa, che deve seguire il sacramento e non precederlo, non può reggersi su una finzione.
Diverso è il caso dell’esenzione degli istituti religiosi,che il Codice conserva e che, entro i suoi limiti, è del tutto legittima. La lata. 591 consente al Sommo Pontefice, «in ragione del suo primato sulla Chiesa universale», di esimere gli istituti di vita consacrata dal governo degli Ordinari del luogo; el perro. 593 stabilisce che gli istituti di diritto pontificio sono soggetti alla Sede Apostolica in modo immediato ed esclusivo «in quanto al regime interno e alla disciplina». Il punto sta tutto in quest’ultima precisazione. Il Concilio lo aveva già chiarito: l’esenzione «riguarda principalmente l’ordine interno degli istituti» e non impedisce la soggezione dei religiosi «alla giurisdizione dei vescovi, a norma del diritto»; de lo contrario, «tutti i religiosi, gli esenti e quelli non esenti», sono soggetti all’autorità del vescovo in materia di culto pubblico, cura delle anime, predicazione, catechesi e opere di apostolato[3]. Il Codice lo ribadisce senza ambiguità:
«I religiosi sono soggetti alla potestà dei Vescovi [...] in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le altre opere di apostolato» (lata. 678 §1).
L’esenzione, así pues, protegge l’orario del coro,la formazione dei novizi, l’elezione dell’abate, l’amministrazione dei beni del monastero. Non protegge, né potrebbe proteggere, il ministero sacerdotale esercitato verso i fedeli, che resta sotto la potestà inalienabile del vescovo diocesano. Quando invece la formula «immediatamente soggetta alla Santa Sede» viene letta come se sottraesse l’abbazia a ogni vigilanza del vescovo del luogo, anche in ciò che il diritto riserva espressamente a lui, non ci troviamo più dinanzi a un’esenzione, ma a un abuso dell’esenzione. E un abuso che dura da secoli finisce per essere percepito come un diritto.
La misma Iglesia, del resto, ha già indicato la direzione. En el 1968 Paolo VI regolò e restrinse l’uso delle insegne pontificali da parte dei prelati privi del carattere episcopale[4]. En el 1976 lo stesso Pontefice stabilì che non si sarebbero più erette nuove abbazie territoriali, se non per motivi del tutto speciali[5]. Nei decenni successivi i territori di diverse abbazie sono stati restituiti alle diocesi circostanti; lo stesso è avvenuto il 23 de Octubre del 2014 per Montecassino, quando il Santo Padre Francesco, con burbuja Contemplationi faventes, ha trasferito le sue cinquantatré parrocchie e circa ottantamila fedeli alla diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, ribattezzata oggi Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, riducendo l’abbazia territoriale alla sola chiesa abbaziale e al monastero con le immediate pertinenze. Restano oggi, en Italia, le abbazie territoriali di Montecassino, Subiaco, Cava de’ Tirreni, Montevergine, Monte Oliveto Maggiore e Grottaferrata; fuori d’Italia quelle di Einsiedeln, Saint-Maurice d’Agaune, Pannonhalma, Wettingen-Mehrerau e Tokwon.
Il caso di Montecassino è particolarmente eloquente,anche se il pudore e il senso di vergogna che il caso suscita in noi ci porterebbero a tacere. La lata. 370 parla di una «porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente»: ma quale popolo di Dio è affidato oggi a un abate il cui territorio coincide con le mura del proprio monastero? Le statistiche ufficiali più recenti attribuiscono a questa «Chiesa particolare» una sola parrocchia e diciannove fedeli battezzati. Si conserva la cornice giuridica di una Chiesa particolare dopo averne tolto il contenuto. E quando in quella cornice si è consumato uno scandalo immane (cf.. aquí) di cui su queste colonne scrivemmo in un redazionale del 2023 (cf.. aquí), è emerso con chiarezza il costo concreto di questa architettura: nessun vescovo vicino legittimato a intervenire, nessun metropolita con potere di vigilanza, una catena di controllo che, in virtù della dipendenza immediata dell’abbazia dalla Santa Sede, passa unicamente per Roma e che, come l’esperienza insegna senza timore di smentita, arriva sempre tardi.
La direzione intrapresa da Paolo VI va pertanto portata a compimento.Le abbazie territoriali superstiti andrebbero soppresse e i loro territori, dove ancora esistono, restituiti alle diocesi da cui furono sottratti. Gli abati andrebbero spogliati di quelle insegne che li rendono, agli occhi dei fedeli, dei vescovi che di fatto non sono. L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.
Ed è qui che si coglie l’insostenibile leggerezzadi questi privilegi: non pesano nulla sul piano sacramentale, perché all’abate — che rimane null’altro che un presbitero — non aggiungono un solo grado dell’Ordine sacro; pesano moltissimo sul piano della comunione ecclesiale, perché sottraggono uomini, luoghi e talvolta interi territori a quella figura che il Concilio ha indicato come principio visibile di unità della Chiesa particolare. Un diritto che conserva ciò che la sua stessa ecclesiologia non è più in grado di giustificare non è tradizione: è solo inerzia.
Velletri de Roma, 29 Septiembre 2026
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[1] Concilio Vaticano II, Constitución dogmática lumen gentium, NN. 21 y 23.
[2] Concilio Vaticano II, Constitución dogmática lumen gentium, n. 26.
[3] Concilio Vaticano II, Decreto cristo el señor, n. 35, 3-4.
[4] Pablo VI, Motu Proprio Pontificalia insignia, 21 Junio 1968.
[5] Pablo VI, Motu Proprio Catholica Ecclesia, 23 de Octubre del 1976.
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LA DECADENZA DEL MONACHESIMO. IL PRETE E QUEL BACIO NEGATO ALL’ABATE
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o il poco che ne resta, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico.
Un giorno mi ritrovai dinanzi a un anziano vescovo emeritoe a un abate benedettino in un contesto ecclesiale pubblico.
Prima piegai il ginocchio per baciare la mano al vescovo,perché grazie a quelle mani siamo stati consacrati presbiteri, poi strinsi la mano all’abate, al quale non avevo niente da baciare. Y, dandogli del tu — come sono solito fare con i confratelli presbiteri di qualsiasi età, compresi anziani e sconosciuti — lo salutai: «Piacere di conoscerti caro Confratello». L’abate divenne prima viola in volto, poi fece due fatiche inutili: prima ad arrabbiarsi per presunto attentato di lesa maestà, poi a calmarsi. Cosa per me sia un abate, lo chiariremo sul finire con un esempio esaustivo.
Col mondo monastico odiernonon nascondo di avere un pessimo rapporto, ma all’esatto contrario di quel che si potrebbe pensare, ciò deriva dalla profonda venerazione che nutro verso di esso, nei cui riguardi tutti dovremmo essere grati. Nella storia della Chiesa, dove pure esistono ordini religiosi di grande rilievo che hanno donato nel corso dei secoli patrimoni di spiritualità, cultura e arte, nessuno di questi può eguagliare il monachesimo benedettino, a seguire anche quello certosino e cistercense. Certamente furono i Domenicani a dare i natali religiosi alla figura titanica di San Tommaso d’Aquino, pero no solo, perché molti altri teologi hanno dato contributi straordinari, sino ai contemporaneiReginald Garrigou-Lagrange y Tomáš Tyn. Y sin embargo,, senza il monachesimo benedettino un Tommaso d’Aquino non sarebbe potuto esistere, lui e tutti i grandi a seguire. La conoscenza sulla quale si sono basati si regge interamente sul patrimonio storico, filosófico, culturale pervenuto ai giorni nostri grazie all’opera straordinaria dei Benedettini.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476,l’Europa sprofondò in secoli in cui le strutture amministrative, giuridiche e culturali costruite in oltre dodici secoli si sfaldarono sotto la pressione delle popolazioni germaniche discese dal Nord. Non fu un crollo improvviso quanto una lenta emorragia: strade non più mantenute, città spopolate, biblioteche disperse o abbandonate al degrado, un’istruzione che sopravviveva solo in sacche isolate. È in questo contesto di sfaldamento che si inserisce, Providencialmente, la vicenda di un giovane nobile umbro nato a Norcia attorno al 480, disgustato dalla dissolutezza della Roma dei suoi studi, che si ritirò prima in una grotta a Subiaco e poi, verso il 529, fondò sul colle di Montecassino — sopra i resti di un tempio pagano — il cenobio che avrebbe cambiato la storia dell’Occidente cristiano.
Benedetto da Norcianon fondò semplicemente un monastero: proprio a Montecassino scrisse la Regola che avrebbe strutturato la vita religiosa d’Occidente per un millennio e mezzo, condensata nel celebreorar y trabajar. Non fu un successo immediato, né un’invenzione dal nulla: la sua Regola la stese attingendo dallaRegula Magistri, un testo anonimo più antico e assai più rigido e dalle regole di Basilio, di Cassiano, di Pacomio, correggendone la durezza con un più umano equilibrio tra disciplina e rispetto della persona. Per due secoli buoni, nell’Europa altomedievale, la Regola benedettina convisse — e talvolta si fuse — con osservanze concorrenti: quella colombaniana, portata dai monaci irlandesi di San Colombano, assai più austera e penitenziale, diffusissima in Gallia attraverso fondazioni come Luxeuil e Bobbio; e proprio a Bobbio, dove le due tradizioni si intrecciarono in una «regola mista», si formò una delle biblioteche monastiche più ricche d’Europa.
Fu un monaco visigoto,Benedetto d’Aniane — nato attorno al 747, già funzionario alla corte di Carlo Magno prima della conversione — a por fine a questa convivenza di regole. Fundado en 779 il proprio monastero ad Aniane, in Linguadoca, Benedetto ne fece un laboratorio di ritorno alla Regola cassinese nella sua forma più pura. Divenuto consigliere di fiducia dell’imperatore Ludovico il Pio, che gli fece costruire il monastero di Inde presso Aquisgrana per averlo vicino, guidò due sinodi decisivi, nell’816 e nell’817: fu in quest’ultimo che gli abati dell’intero Impero carolingio, riuniti nelCapitulare monasticum, imposero la Regola di San Benedetto come norma unica per ogni monastero dei domini franchi, con solo minimi adattamenti climatici. Da quel momento «monaco» e «benedettino» divennero, en Occidente, quasi sinonimi.
Questa rete di monasteri, ormai uniformata, con i suoi scriptoria salvò dal naufragio ciò che restava della cultura classica e patristica. A Bobbio, a Montecassino, a San Gallo e a Fulda — fondata da Sturmio, discepolo di San Bonifacio, che si era recato proprio a Montecassino per apprendervi la Regola —, generazioni di amanuensi ricopiarono pazientemente, tra il VII e il X secolo, testi latini e greci che altrimenti sarebbero scomparsi per sempre. Gli Annales di Tacito ci sono giunti grazie a due soli codici monastici: i primi sei libri da una copia carolingia del IX secolo, vergata con ogni probabilità a Fulda e custodita poi nell’abbazia di Corvey; i libri successivi — compreso il celebre passo in cui i cristiani sono bollati come colpevoli di odiohumani generis— da un codice scritto a Montecassino nell’XI secolo. Furono dunque i monaci a trasmetterci una delle più feroci pagine anticristiane dell’antichità. Se possiamo leggere i carmina di Gaio Valerio Catullo, inclusi quelli più lussuriosi, lo dobbiamo a un unico codice custodito per secoli presso la cattedrale di Verona: segno che la Chiesa certi testi li ha salvati e trasmessi, non certo distrutti per i loro contenuti.
Fra quei testi ricopiativi erano anche le traduzioni latine che Boezio, nel VI secolo, aveva fatto delle opere logiche del Maestro di Stagira, rimaste per settecento anni l’unico Aristotele conosciuto in Occidente. Furono proprio quelle pagine, custodite nei monasteri, a fornire ad Anselmo d’Aosta, riconosciuto come padre della scolastica, gli strumenti logici del suo pensiero, prima che il resto del corpus aristotelico arrivasse in Europa nel XII secolo attraverso le traduzioni arabo-latine, aprendo la strada alla grande sintesi di Tommaso d’Aquino.
Eppure quella stessa uniformità imposta ad Aquisgrana, paradójicamente, non bastò a preservare il monachesimo dalla decadenza. Dilaniato dopo la morte di Ludovico il Pio nell’840, l’Impero carolingio si dissolse in una guerra civile tra i suoi tre figli, chiusa nell’843 dal Trattato di Verdun che lo divise in tre regni; en las siguientes décadas, tra ulteriori spartizioni e un’effimera riunificazione sotto Carlo il Grosso, quella struttura si sfaldò fino al caos feudale del secolo successivo. E la Chiesa intera, con eso, scivolò in quello che gli storici chiamanosaeculum obscurum, il «secolo oscuro». Un secolo, il X, in cui perfino il soglio di Pietro divenne preda delle fazioni nobiliari romane e le abbazie — spogliate della loro autonomia spirituale — vennero trattate come feudi, i loro abati nominati non per virtù ma per parentela o convenienza politica, in un sistema di investiture laiche che snaturava dall’interno la vita monastica.
In reazione a questo sfacelonacque nel 909 o 910 l’abbazia di Cluny, in Borgogna, voluta dal duca Guglielmo I d’Aquitania come casa monastica libera da ogni ingerenza laica e vescovile, sottoposta direttamente alla Sede Apostolica. Sotto abati come Oddone, Maiolo e Odilone, Cluny divenne per due secoli il centro di un vero «impero monastico» — centinaia di case affiliate in tutta Europa occidentale — e il motore della grande riforma ecclesiastica dell’XI secolo. Ma proprio quella grandezza ne fu alla lunga la rovina: la ricchezza e lo sfarzo liturgico cluniacensi, con le loro chiese sempre più vaste e ornate, suscitarono già nel secolo successivo le critiche feroci di chi era nato, en un sentido, dalla stessa costola riformatrice. Fu San Bernardo di Chiaravalle, en su Apologia ad Guillelmum Abbatem, a fulminare l’opulenza cluniacense con parole che bruciano ancora oggi: «fulget Ecclesia parietibus, et in pauperibus eget» (la Chiesa risplende nelle sue pareti e resta povera nei poveri).
Dinanzi all’opulenza cluniacenseRoberto di Molesme, insieme ad Alberico e a Stefano Harding, fondò il 21 marzo 1098 a Cîteaux una nuova comunità decisa a tornare alla lettera della Regola benedettina: povertà reale, lavoro manuale, edifici spogli di ogni ornamento; persino l’abito, bianco anziché nero, fu scelto per marcare la distanza dai monaci cluniacensi. Nacque così l’Ordine Cistercense, la cui prima generazione di fondazioni — le cosiddette «quattro abbazie primigenie» — segnò la geografia spirituale d’Europa: La Ferté, en el 1113, prima figlia di Cîteaux; Pontigny, l’anno successivo; Clairvaux e Morimond, entrambe nel 1115. E fu proprio Clairvaux, sotto la guida del suo abate Bernardo, a diventare il volto più celebre di tutto l’Ordine.
E qui la storia si chiude in un cerchio amaro: nemmeno Cluny, il grande riformatore dell’anno Mille, si salvò dal male che aveva combattuto. En el 1516, con il Concordato di Bologna tra Francesco I di Francia e Leone X, il diritto di scegliere l’abate di Cluny passò alla Corona: nacque così la prassi della commenda, per cui l’abbazia veniva affidata a personaggi estranei alla vita monastica, spesso cortigiani mai saliti su quel colle borgognone, che si limitavano a incassarne le rendite mentre la disciplina reale veniva lasciata a un priore. Alla fine del Quattrocento i monaci di Cluny erano ridotti a poco più di una sessantina; en el 1790, quando la Rivoluzione soppresse l’abbazia, ne restavano appena quaranta, guidati da un cardinale commendatario che non vi aveva mai risieduto. Chi aveva riformato il monachesimo occidentale finì, secoli dopo, esattamente come i monasteri da cui era nato per correggerli.
Dopo queste due grandi riformesviluppate dall’interno del monachesimo stesso — segno che l’organismo, pur ammalandosi periodicamente, ha sempre trovato in sé le energie per curarsi — il monachesimo tornò a decadere a più riprese nell’era moderna, questa volta non per corruzione interna ma per attacco esterno, a partire dalla Rivoluzione Francese. El 13 Febrero 1790 l’Assemblea costituente decretò la proibizione dei voti religiosi e la soppressione di tutti gli ordini contemplativi, giudicati — testualmente — «totalmente parassitari»: è da questo decreto, non da Napoleone, che nasce il linguaggio dell’inutilità sociale del monaco che l’imperatore avrebbe poi fatto proprio vent’anni dopo. Siguiendo, in vari paesi d’Europa — nella Spagna delledesamortizacionesottocentesche, nel Portogallo del decreto Aguiar del 1834, negli Stati tedeschi già scossi dal giuseppinismo asburgico — fu Napoleone Bonaparte a colpire duramente la vita religiosa contemplativa: con decreto dell’8 giugno 1805 impose la chiusura dei conventi con meno di ventiquattro membri e un numero chiuso di case religiose sul territorio; con il decreto del 25 abril 1810 soppresse definitivamente «gli stabilimenti, corporazioni, congregaciones, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione», vietando a chiunque persino di indossare l’abito religioso.
Ciò non si limitò alla sola epoca napoleonicama proseguì, decenni dopo, nel neonato Regno d’Italia. Il regio decreto 7 De julio 1866, n. 3036, soppresse ordini e congregazioni religiose «che importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico»; la Ley 15 Agosto 1867, n. 3848, completò l’opera liquidando i beni di oltre venticinquemila enti ecclesiastici privi di cura d’anime. Fu la cosiddetta «eversione dell’asse ecclesiastico»: patrimoni accumulati in secoli di storia incamerati dallo Stato, biblioteche e opere d’arte disperse tra musei e istituzioni pubbliche, monasteri trasformati in caserme, escuelas, hospitales, uffici, con conseguenti danni incalcolabili e spesso purtroppo irreparabili per il patrimonio artistico europeo che subì in quegli anni uno scempio senza precedenti. Solo poche abbazie di eccezionale valore artistico — tra cui, no es de extrañar, proprio Montecassino, insieme a Cava dei Tirreni, San Martino delle Scale e la Certosa di Pavia — furono dichiarate «monumenti nazionali» dall’articolo 33 dello stesso decreto, sfuggendo così alla dispersione totale, ma pagando il prezzo di una snaturante ambiguità giuridica tra bene dello Stato e casa religiosa che si trascina, En algunos casos, fino ai giorni nostri.
Il monachesimo incominciò a riprendere vitanel corso dell’Ottocento, proprio in quelle stesse nazioni che l’avevano da poco falcidiato. Emblematico fu il caso di Solesmes, antico priorato benedettino della Sarthe soppresso dalla Rivoluzione, que en la 1833 un giovane prete diocesano di Le Mans, Prosper Guéranger, riportò in vita con un pugno di compagni. Elevata ad abbazia da Gregorio XVI nel 1837 e posta a capo della nuova Congregazione benedettina di Francia, Solesmes divenne in pochi decenni il cuore della restaurazione liturgica e del canto gregoriano, ispirando rifondazioni in Europa e nuove fondazioni oltreoceano. Un percorso analogo, benché più tardo e più fragile, lo compì l’abbazia normanna di Bec-Hellouin — la stessa che nell’XI secolo aveva dato i natali monastici a Sant’Anselmo, noto anche come Anselmo d’Aosta o Anselmo di Bec e di Canterbury, secondo i luoghi della sua vita — soppressa nel 1792 e lasciata in rovina per oltre un secolo, finché nel 1948 alcuni monaci benedettini olivetani, guidati da Dom Paul Grammont, monaco del monastero di Mesnil-Saint-Loup, la fecero rivivere, restituendole l’antico titolo abbaziale. Nei tre decenni successivi la comunità arrivò a contare circa 60 monjes; ma a partire dagli inizi degli anni Novanta del Novecento iniziò un declino che l’annuario ufficiale della Congregazione Olivetana documenta ancora in corso nel 2020, quando i monaci di Bec erano scesi a 14, diversi dei quali già ultraottantenni. Oggi la comunità è ulteriormente assottigliata e ridotta a una decina di monaci, al punto che l’abbazia non è più retta neppure da un abate eletto, ma da un priore claustrale, sotto la diretta autorità dell’Abate Generale della Congregazione. E qui bisognerebbe chiedersi: tra fiori di campo sbocciati sulla forte personalità di qualche singolo rifondatore e tra le varie stelle cadenti sparse, quale monachesimo è rinato e si è sviluppato in quegli anni, accanto a esperienze così nobili come quella di Solesmes? Perché qualcosa, o tal vez muchas cosas, non hanno proprio funzionato, alla luce dello stato attuale.
In quegli stessi decennivi fu una rinascita ben diversa da quelle avvenute in precedenza nel corso della storia: una rifioritura monastica solo apparente, che nei fatti concreti, alla luce del poi, fu solamente numerica e per certi aspetti miserrima. Monasteri e abbazie si ripopolarono di giovani provenienti principalmente da famiglie di contadini e operai, in un’Italia — per prendere l’Italia come esempio — dove la povertà era molto diffusa in quegli anni. La natalità nelle famiglie era elevata e molte avevano difficoltà a sfamare i figli. Erano anni, esos, nei quali si assistette anche a grandi flussi migratori, soprattutto verso le Americhe. Il seminario, il convento e il monastero erano strade che non solo permettevano di strappare molti a condizioni di miseria, ma potevano anche costituire un aiuto futuro per gli stessi familiari, soprattutto per coloro che, entrati nel clero secolare, si ritrovavano a gestire una parrocchia con annesse rendite o beni ecclesiastici.
E qui si potrebbe insorgere con accuse di classismoverso chi osa ricordare, pure se con rigore storico, che sino a prima delle grandi purghe rivoluzionarie, napoleoniche e risorgimentali, in certe abbazie e monasteri erano selezionate e ammesse solo le vocazioni migliori, ma soprattutto i rampolli delle migliori famiglie. Los demás, plebei e popolani, salvo eccezioni che nella Chiesa sono sempre esistite, erano accolti come conversi — i cosiddetti monaci laici che giungevano alla professione solenne dei voti monastici ma non accedevano all’Ordine Sacerdotale — impiegati essenzialmente nei lavori manuali, mientras que los demás, i monaci sacerdoti, svolgevano anch’essi lavori, ma prettamente intellettuali.
Fu così che abbazie e monasteri si ripopolarono, ma con conseguenze che oggi possiamo analizzare con la freddezza di chi guarda un Novecento ormai abbondantemente concluso: l’ingresso massiccio, per necessità economica più che per discernimento vocazionale maturo, indebolì nel tempo la qualità media della selezione, proprio mentre il numero cresceva. Fu una rinascita che assomigliava a una convalescenza drogata: le corsie tornavano piene, ma il male di fondo — la fragilità del discernimento all’ingresso — non era stato affatto curato, solo mascherato dai grandi numeri. Questo generò in modo progressivo la peggiore decadenza che le abbazie, i monasteri e il monachesimo in generale abbiano mai conosciuto: una decadenza in due tempi. Prima la decadenza a monastero pieno, dove la quantità nascondeva la grande crisi qualitativa. Luego, per conseguenza fisiologica, la decadenza a monastero semivuoto, dopo che la spinta socioeconomica che tra Otto e Novecento aveva riempito i chiostri si esaurì col benessere diffuso col boom economico del secondo dopoguerra, a seguire con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, dinanzi alla quale i numeri crollarono in modo veloce e spesso anche drammatico.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settantale comunità monastiche incominciarono a spopolarsi e oggi, in giro per tutta Europa, diverse centinaia di storiche abbazie e monasteri sono stati convertiti in strutture alberghiere, resort e centri benessere di lusso. Quelle ubicate all’interno degli antichi centri urbani in scuole private, sedi centrali di grandi istituti bancari e società internazionali. A partire dalla metà degli anni Settanta, a questa situazione già di per sé disastrosa, si aggiunse un disastro peggiore, raffigurabile con la parabola evangelica della stoffa applicata allo strappo:
«Nessuno cuce una toppa di stoffa grezza su un vestito vecchio, debido a que el parche se despegue de la capa y deja un roto peor " (Mt 9,16).
E la toppa fu che, ad eccezione dei monaci certosini — un pugno di uomini, hacia 250 in sedici monasteri sparsi nel mondo, di cui poco più di 30 in Italia distribuiti in due certose, che del loro numero non si sono mai curati — le altre congregazioni, benedettine e cistercensi, spalancarono le porte a chiunque bussasse. Furono così accolti soggetti che nessuno, un tiempo, avrebbe fatto avvicinare non dico a un noviziato, ma nemmeno al parlatorio di un’abbazia. Y, pochi decenni dopo, da abati dello spessore umano, spirituale e culturale come DomProsper Guérangere DomIldefonso Schuster, o di monaci come DomThomas Mertone DomJean Leclercq, si è passati ad abati provenienti dal mondo della moda milanese, o a monaci che un serio discernimento vocazionale, condotto secondo i criteri codificati dall’Istruzione del 2005della Congregazione per l’Educazione Cattolica — che esclude dal seminario e dagli ordini sacri chi presenti «tendenze omosessuali profondamente radicate» — non avrebbe mai fatto arrivare alla professione dei voti monastici. Más aún, se la spocchia non è ammissibile per nessuno all’interno della Chiesa, meno che mai se la dovrebbero permettere le varie congregazioni dell’Ordine Benedettino e dell’Ordine Cistercense che pur di far numero si sono ridotti a raccattare gli elementi che noi sbattiamo fuori dai seminari per motivi gravissimi, principalmente morali.
Un paradigma plastico della caduta del monachesimooccidentale contemporaneo è proprio la sua culla storica: l’Abbazia di Montecassino. Distrutta più volte nella sua storia millenaria — dai Longobardi nel 581, dai Saraceni nell’883, infine rasa al suolo dai bombardamenti alleati il 15 Febrero 1944, nel pieno della battaglia che porta il suo nome — e sempre ricostruita, l’abbazia si è ritrovata, en tiempos recientes, con un abate le cui gesta avrebbero fatto impallidire de Sade e Apollinaire. Un caso umiliante e tristissimo nel quale si spazia tra l’uso di sostanze stupefacenti e le prestazioni a pagamento di giovani escort gay, dettagli scabrosi sui quali non ritorniamo tra queste righe, ne scrivemmo nel 2023 e oltre a quanto racchiuso in quel documentato redazionale non c’è altro da aggiungere (cf.. aquí). Agli inizi della guerra la popolazione monastica di Montecassino composta da monaci sacerdoti, monaci conversi di voti solenni, chierici e novizi, contava circa 100 gente. Hoy en día, i monaci residenti tra quella enorme cittadella non giungono neppure a 10. Dopo quindici secoli di storia, diverse distruzioni e varie stagioni di ciclica decadenza, è bastato un singolo abate scellerato per radere completamente al suolo la storia, la cultura e la spiritualità monastica di un’abbazia-simbolo che rinacque persino dai bombardamenti degli alleati americani che con un errore tattico imperdonabile la rasero completamente al suolo, ma non è potuta rinascere dalle gesta diDom Pietro Vittorelli.
Fue el año 2010quando durante un diverbio avuto con l’allora Abate Generale dei Cistercensi, Dom Mauro Esteva y Alsina, che mi mancò gravemente di rispetto come uomo italiano e come prete, intimai: «Signor Abate, tu puoi indossare la croce pettorale, l’anello alla mano, usare la mitra e il pastorale durante le sacre liturgie, ma non dimenticare mai il dato di fatto sacramentale, ecclesiale e giuridico: sei soltanto la parodia estetico-liturgica di un vescovo, porqué, nella realtà, sei null’altro che un prete come me». Fu uno schiaffo morale non indifferente, specie per un catalano, ma del tutto dovuto, perché con buona pace per il benemerito Ordine Cistercense è bene non dimenticare che noi membri del cosiddetto “povero” clero secolare — guardati spesso da certi soggetti con aria di sufficienza — siamo stati fondati da Gesù Cristo durante la celebrazione dell’Ultima Cena, nella quale il Verbo di Dio istituì l’Eucaristia e il Sacerdozio. E alla sua destra e alla sua sinistra non c’erano né Benedetto da Norcia, né Roberto di Molesme, né Bernardo di Chiaravalle, c’erano gli Apostoli, Giuda compreso.
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o lo poco que queda, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico. È ovvio che i religiosi non debbano rispondere, come ordine storico o come congregazione religiosa al vescovo: hanno le loro regole, costituzioni e carisma religioso riconosciuto e approvato dalla Chiesa. Ma nell’esercizio del ministero sacerdotale nel territorio diocesano, altroché se dovrebbero rispondere al vescovo, senza privilegi ed esenzioni concesse proprio per sottrarli alla sua giurisdizione, dopo avere mascherato un abate da parodia di vescovo e averlo ricoperto di privilegi ed esenzioni con la formula sibillina di «Abbazia immediatamente soggetta alla Santa Sede», che equivale in concreto a dire: avete licenza di fare quel che volete e come meglio volete.
E qui sarebbe bene domandarsi: si un obispo, in sua qualità di legittimo successore dei Beati Apostoli, governando una diocesi suffraganea è sottoposto nelle circostanze previste alla vigilanza dell’arcivescovo metropolita (cf.. CIC Poder. 436 §1, n. 1), nonché obbligato a consultarlo nel caso decidesse di sciogliere il proprio consiglio presbiterale (cf.. CIC Poder. 501 § 3), è pensabile che un abate residente in quella stessa provincia ecclesiastica, dipenda invece direttamente dalla Santa Sede? Forse sarebbe il caso che qualcuno si facesse una domanda e poi fornisse plausibile risposta, specie in un clima monastico di profondo decadimento spirituale e morale, sebbene il canone reciti:
«La prelatura territoriale, o l’abbazia territoriale, è una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cura della quale viene affidata, per circostanze speciali, ad un Prelato o ad un Abate che la governa a modo di Vescovo diocesano, come suo pastore proprio» (Cic lata. 370).
Certi privilegi si sono mutati col tempo in situazioni assurde,per altri versi ricordano la vicenda della Badessa cistercense di Conversano, abbazia nullius dioecesis, un caso storico penoso noto anche comemonstrum Apuliae— di cui già scrisse il nostro redattore canonista (cf.. aquí) — che per concesso privilegio svolse dal 1266 al 1810 funzioni di ordinario diocesano con tanto di clero secolare sottoposto alla sua giurisdizione.
La storia che abbiamo ripercorso,da Montecassino a Cîteaux, da Cluny caduta nella stessa commenda che aveva combattuto fino ai chiostri rimpolpati di vocazioni raccogliticce nel secolo scorso, dice una cosa sola con assoluta coerenza: il monachesimo occidentale non è mai morto per mano di un nemico esterno, non per Napoleone, non per le leggi eversive, non per le due guerre mondiali. È sempre risorto da quelle ferite, spesso più vivo di prima. Muore, si algo, ogni volta che smette di chiedersi chi accoglie e perché, quando il numero diventa l’unico criterio e la qualità della vocazione l’ultimo. Restituire agli abati la loro misura reale, dentro l’autorità del vescovo diocesano a cui tutti i religiosi sacerdoti già rispondono, non è un affronto alla grandezza di quell’eredità: si algo, l’unico modo rimasto per non tradirla del tutto.
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