EDIZIONI L'ISOLA DI PATMOS
  • Home
  • Log in
    • Sign up
    • Profile
    • Go out
  • Shop
    • Books for sale
    • How to publish with our editions
  • Item categories
    • Actuality
    • Theologica
    • Pastoral Care
    • Liturgical pastoral care
    • Homiletics
    • Catechesis
    • Theology and canon law
    • Briefs of the Fathers
  • Video
  • Who we are
  • Drafting
  • Contact us
  • Editions and Magazine
  • Click to open the search input field Click to open the search input field Search
  • Menu Menu

The unbearable lightness of those monastic privileges

29 September 2026/0 Comments/in Theology and canon law/by Father Theodore

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI QUEI PRIVILEGI MONASTICI

L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.

– Theology and canon law –

Author Teodoro Beccia

Author
Teodoro Beccia

.

PDF print format article

 

.

Con questo articolo intendo dar seguito e ulteriore commento a quello di Padre Ariel (cf.. who), che ha ripercorso quindici secoli di storia monastica e si è chiesto come sia pensabile che nella stessa provincia ecclesiastica in cui un vescovo suffraganeo è sottoposto alla vigilanza del proprio metropolita un abate dipenda invece direttamente dalla Santa Sede.

Alla domanda proverò a rispondere da canonista, limitandomi a un solo argomento: che cosa sono le abbazie territoriali e le abbazie esenti, da dove vengono e perché oggi, alla luce dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e del Codice di Diritto Canonico vigente, rappresentano un’anomalia che non trova più alcuna giustificazione.

Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco, perché sotto la stessa etichetta di “privilegio monastico” si confondono spesso tre realtà giuridiche distinte. La prima è l’abbazia territoriale, un tempo detta abbatia nullius dioecesis, cioè «di nessuna diocesi»: un territorio con i suoi fedeli, le sue parrocchie e il suo clero, sottratto al vescovo e affidato all’abate come a un pastore proprio. La seconda è l’esenzione, per la quale un istituto religioso viene sottratto al governo del vescovo del luogo e sottoposto al solo Romano Pontefice. La terza non ha un nome nel diritto, ma ha una formula nella prassi: «immediatamente soggetta alla Santa Sede», expression that, nata per indicare una dipendenza giuridica, è divenuta nei fatti una sorta di salvacondotto generale.

Nessuna di queste realtà è nata da un capriccio. L’esenzione nacque come difesa. Il primo privilegio papale di cui si ha notizia certa è quello concesso l’11 giugno 628 da Onorio I al monastero di Bobbio, fondato pochi anni prima da San Colombano. Il vescovo di Tortona, Probo, contestava l’elezione del nuovo abate Bertulfo e pretendeva di sottoporre il monastero alla propria giurisdizione, arrivando a procurarsi — stando al racconto di Giona, biografo di Colombano — l’appoggio di altri vescovi e di dignitari della corte longobarda a suon di corruzione. Il re Arioaldo si dichiarò incompetente, «non meum est sacerdotum causas discernere» (non è compito mio giudicare le controversie tra i sacerdoti), ma pagò a Bertulfo il viaggio fino a Roma, dove il Papa sottrasse Bobbio alla giurisdizione del vescovo di Tortona. Nei secoli successivi, quando i vescovi erano spesso signori feudali e le abbazie facevano gola per i loro beni, porre un monastero sotto la protezione diretta di Pietro significava sottrarlo alle rapine di chi avrebbe dovuto custodirlo. Cluny nacque nel 910 That's right, affidata dal suo fondatore agli Apostoli Pietro e Paolo; ottenne poi l’esenzione piena dal vescovo di Mâcon tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, con i privilegi di Gregorio V nel 998 e di Giovanni XIX nel 1024. Allo stesso modo le grandi abbazie territoriali, come la Terra di San Benedetto attorno a Montecassino, furono per secoli l’unica struttura in grado di amministrare, difendere ed evangelizzare vasti territori rurali. Il Codice pio-benedettino del 1917 le regolava ancora come «abbazie e prelature nullius» (cann. 319-328).

Il problema non è dunque l’origine di questi istituti, ma la loro sopravvivenza quando le ragioni che li avevano generati sono venute meno. E sono venute meno non per un’opinione, ma per un preciso sviluppo della dottrina.

The Second Vatican Council ha insegnato che «con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine» e che i singoli vescovi «sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari»[1]. Ha aggiunto che «ogni legittima celebrazione dell’eucaristia è diretta dal vescovo»[2]. Il Codice del 1983 ha tradotto questa dottrina in norma, definendo la diocesi come la porzione del popolo di Dio affidata alla cura pastorale del vescovo «con la cooperazione del presbiterio», so that, aderendo al suo pastore e da lui riunita «mediante il Vangelo e l’Eucaristia», costituisca una Chiesa particolare (can. 369). La Chiesa particolare, in altri termini, non è una circoscrizione amministrativa: è una realtà sacramentale che si costituisce attorno a colui che possiede la pienezza del sacerdozio.

Ora si guardi al can. 370, che definisce l’abbazia territoriale come una porzione del popolo di Dio la cui cura è affidata, «per circostanze speciali», a un abate che la governa «a modo di Vescovo diocesano». E al can. 381 §2, che equipara nel diritto al vescovo diocesano coloro che presiedono queste comunità, «a meno che non risulti diversamente per la natura della cosa». Well, per la natura della cosa, risulta diversamente. L’abate territoriale, che non è vescovo, non può ordinare i presbiteri della Chiesa che governa, perché ministro della sacra ordinazione è soltanto il vescovo consacrato (can. 1012); non può consacrare il crisma con cui nella sua stessa abbazia si amministra la confermazione, perché anche questo è riservato al vescovo (can. 880 §2). Per generare i propri ministri e per avere l’olio santo, questa «Chiesa particolare» deve dipendere da un altro vescovo, cioè proprio da quella figura dalla cui giurisdizione pretende di essere esente. Siamo dinanzi al paradosso di una Chiesa che non è in grado di generare da sé la propria vita sacramentale, retta da un pastore, l’abate, che nel diritto è equiparato al vescovo ma nel sacramento resta solo un presbitero, una «parodia estetico-liturgica di un vescovo», come ha scritto ironicamente il mio confratello nel suo articolo (cf.. who). Ironia, come to think, tutt’altro che fuori luogo e per niente eccessiva, perché l’equiparazione giuridica, in this case, non è altro che una finzione posta a copertura di un vuoto sacramentale di cui certi abati sono emblema. E il diritto della Chiesa, che deve seguire il sacramento e non precederlo, non può reggersi su una finzione.

Diverso è il caso dell’esenzione degli istituti religiosi, che il Codice conserva e che, entro i suoi limiti, è del tutto legittima. The can. 591 consente al Sommo Pontefice, «in ragione del suo primato sulla Chiesa universale», di esimere gli istituti di vita consacrata dal governo degli Ordinari del luogo; the dog. 593 stabilisce che gli istituti di diritto pontificio sono soggetti alla Sede Apostolica in modo immediato ed esclusivo «in quanto al regime interno e alla disciplina». Il punto sta tutto in quest’ultima precisazione. Il Concilio lo aveva già chiarito: l’esenzione «riguarda principalmente l’ordine interno degli istituti» e non impedisce la soggezione dei religiosi «alla giurisdizione dei vescovi, a norma del diritto»; rather, «tutti i religiosi, gli esenti e quelli non esenti», sono soggetti all’autorità del vescovo in materia di culto pubblico, cura delle anime, predicazione, catechesi e opere di apostolato[3]. Il Codice lo ribadisce senza ambiguità:

«I religiosi sono soggetti alla potestà dei Vescovi […] in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le altre opere di apostolato» (can. 678 § 1).

L’esenzione, so, protegge l’orario del coro, la formazione dei novizi, l’elezione dell’abate, l’amministrazione dei beni del monastero. Non protegge, né potrebbe proteggere, il ministero sacerdotale esercitato verso i fedeli, che resta sotto la potestà inalienabile del vescovo diocesano. Quando invece la formula «immediatamente soggetta alla Santa Sede» viene letta come se sottraesse l’abbazia a ogni vigilanza del vescovo del luogo, anche in ciò che il diritto riserva espressamente a lui, non ci troviamo più dinanzi a un’esenzione, ma a un abuso dell’esenzione. E un abuso che dura da secoli finisce per essere percepito come un diritto.

The Church itself, the rest, ha già indicato la direzione. In 1968 Paolo VI regolò e restrinse l’uso delle insegne pontificali da parte dei prelati privi del carattere episcopale[4]. In 1976 lo stesso Pontefice stabilì che non si sarebbero più erette nuove abbazie territoriali, se non per motivi del tutto speciali[5]. Nei decenni successivi i territori di diverse abbazie sono stati restituiti alle diocesi circostanti; lo stesso è avvenuto il 23 October 2014 per Montecassino, quando il Santo Padre Francesco, with bubble Contemplationi faventes, ha trasferito le sue cinquantatré parrocchie e circa ottantamila fedeli alla diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, ribattezzata oggi Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, riducendo l’abbazia territoriale alla sola chiesa abbaziale e al monastero con le immediate pertinenze. Restano oggi, in Italy, le abbazie territoriali di Montecassino, Subiaco, Cava de’ Tirreni, Montevergine, Monte Oliveto Maggiore e Grottaferrata; fuori d’Italia quelle di Einsiedeln, Saint-Maurice d’Agaune, Pannonhalma, Wettingen-Mehrerau e Tokwon.

Il caso di Montecassino è particolarmente eloquente, anche se il pudore e il senso di vergogna che il caso suscita in noi ci porterebbero a tacere. The can. 370 parla di una «porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente»: ma quale popolo di Dio è affidato oggi a un abate il cui territorio coincide con le mura del proprio monastero? Le statistiche ufficiali più recenti attribuiscono a questa «Chiesa particolare» una sola parrocchia e diciannove fedeli battezzati. Si conserva la cornice giuridica di una Chiesa particolare dopo averne tolto il contenuto. E quando in quella cornice si è consumato uno scandalo immane (cf.. who) di cui su queste colonne scrivemmo in un redazionale del 2023 (cf.. who), è emerso con chiarezza il costo concreto di questa architettura: nessun vescovo vicino legittimato a intervenire, nessun metropolita con potere di vigilanza, una catena di controllo che, in virtù della dipendenza immediata dell’abbazia dalla Santa Sede, passa unicamente per Roma e che, come l’esperienza insegna senza timore di smentita, arriva sempre tardi.

La direzione intrapresa da Paolo VI va pertanto portata a compimento. Le abbazie territoriali superstiti andrebbero soppresse e i loro territori, dove ancora esistono, restituiti alle diocesi da cui furono sottratti. Gli abati andrebbero spogliati di quelle insegne che li rendono, agli occhi dei fedeli, dei vescovi che di fatto non sono. L’esenzione di cui godono certe abbazie e abati andrebbe riportata alla sua misura esatta, quella del can. 593, cioè il governo interno e la disciplina, senza alcuna estensione di fatto al ministero pastorale, che deve rispondere al vescovo diocesano come quello di ogni altro sacerdote religioso che opera nel suo territorio. Nulla di tutto questo lederebbe il carisma monastico, che non ha mai avuto bisogno di mitre e di pastorali per custodire la Regola di San Benedetto. Lederebbe soltanto dei privilegi.

Ed è qui che si coglie l’insostenibile leggerezza di questi privilegi: non pesano nulla sul piano sacramentale, perché all’abate — che rimane null’altro che un presbitero — non aggiungono un solo grado dell’Ordine sacro; pesano moltissimo sul piano della comunione ecclesiale, perché sottraggono uomini, luoghi e talvolta interi territori a quella figura che il Concilio ha indicato come principio visibile di unità della Chiesa particolare. Un diritto che conserva ciò che la sua stessa ecclesiologia non è più in grado di giustificare non è tradizione: è solo inerzia.

Velletri of Rome, 29 September 2026

.

[1] Vatican Council II, Dogmatic constitution The light, NN. 21 e 23.

[2] Vatican Council II, Dogmatic constitution The light, n. 26.

[3] Vatican Council II, Decree Christ the Lord, n. 35, 3-4.

[4] Paul VI, Motu proprio Pontificalia insignia, 21 June 1968.

[5] Paul VI, Motu proprio Catholica Ecclesia, 23 October 1976.

.

Visit the pages of our book shop WHO and support our editions by purchasing and distributing our books.

.

______________________

Dear Readers,
this magazine requires management costs that we have always faced only with your free offers. Those who wish to support our apostolic work can send us their contribution through the convenient and safe way PayPal by clicking below:

Or if you prefer you can use our
Bank account in the name of:
Editions The island of Patmos

n Agency. 59 of Rome --vatico
Iban code:
IT74R0503403259000000301118
For international bank transfers:
Codice SWIFT:
BAPPIT21D21

If you make a bank transfer, send an email to the editorial staff, the bank does not provide your email and we will not be able to send you a thank you message:
isoladipatmos@gmail.com

We thank you for the support you wish to offer to our apostolic service.

The Fathers of the Island of Patmos

.

.

.

HTTPS://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/09/padre-Teodoro-foto-piccola.jpg?fit=150,150&ssl=1 150 150 Father Theodore HTTPS://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Father Theodore2026-09-29 19:39:142026-09-29 20:15:09The unbearable lightness of those monastic privileges

The decline of monasticism. The priest and that kiss denied to the Abbot

29 September 2026/in History and theology/by father ariel

LA DECADENZA DEL MONACHESIMO. IL PRETE E QUEL BACIO NEGATO ALL’ABATE

Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o il poco che ne resta, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico.

— Storia e teologia —

.

Author

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

.

PDF print format article

.

Un giorno mi ritrovai dinanzi a un anziano vescovo emerito e a un abate benedettino in un contesto ecclesiale pubblico.

Prima piegai il ginocchio per baciare la mano al vescovo, perché grazie a quelle mani siamo stati consacrati presbiteri, poi strinsi la mano all’abate, al quale non avevo niente da baciare. E, dandogli del tu — come sono solito fare con i confratelli presbiteri di qualsiasi età, compresi anziani e sconosciuti — lo salutai: «Piacere di conoscerti caro Confratello». L’abate divenne prima viola in volto, poi fece due fatiche inutili: prima ad arrabbiarsi per presunto attentato di lesa maestà, poi a calmarsi. Cosa per me sia un abate, lo chiariremo sul finire con un esempio esaustivo.

Col mondo monastico odierno non nascondo di avere un pessimo rapporto, ma all’esatto contrario di quel che si potrebbe pensare, ciò deriva dalla profonda venerazione che nutro verso di esso, nei cui riguardi tutti dovremmo essere grati. Nella storia della Chiesa, dove pure esistono ordini religiosi di grande rilievo che hanno donato nel corso dei secoli patrimoni di spiritualità, cultura e arte, nessuno di questi può eguagliare il monachesimo benedettino, a seguire anche quello certosino e cistercense. Certamente furono i Domenicani a dare i natali religiosi alla figura titanica di San Tommaso d’Aquino, but not only, perché molti altri teologi hanno dato contributi straordinari, sino ai contemporanei Reginald Garrigou-Lagrange e Tomáš Tyn. but yet, senza il monachesimo benedettino un Tommaso d’Aquino non sarebbe potuto esistere, lui e tutti i grandi a seguire. La conoscenza sulla quale si sono basati si regge interamente sul patrimonio storico, philosophical, culturale pervenuto ai giorni nostri grazie all’opera straordinaria dei Benedettini.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, l’Europa sprofondò in secoli in cui le strutture amministrative, giuridiche e culturali costruite in oltre dodici secoli si sfaldarono sotto la pressione delle popolazioni germaniche discese dal Nord. Non fu un crollo improvviso quanto una lenta emorragia: strade non più mantenute, città spopolate, biblioteche disperse o abbandonate al degrado, un’istruzione che sopravviveva solo in sacche isolate. È in questo contesto di sfaldamento che si inserisce, providentially, la vicenda di un giovane nobile umbro nato a Norcia attorno al 480, disgustato dalla dissolutezza della Roma dei suoi studi, che si ritirò prima in una grotta a Subiaco e poi, verso il 529, fondò sul colle di Montecassino — sopra i resti di un tempio pagano — il cenobio che avrebbe cambiato la storia dell’Occidente cristiano.

Benedetto da Norcia non fondò semplicemente un monastero: proprio a Montecassino scrisse la Regola che avrebbe strutturato la vita religiosa d’Occidente per un millennio e mezzo, condensata nel celebre ora et labora. Non fu un successo immediato, né un’invenzione dal nulla: la sua Regola la stese attingendo dalla Regula Magistri, un testo anonimo più antico e assai più rigido e dalle regole di Basilio, di Cassiano, di Pacomio, correggendone la durezza con un più umano equilibrio tra disciplina e rispetto della persona. Per due secoli buoni, nell’Europa altomedievale, la Regola benedettina convisse — e talvolta si fuse — con osservanze concorrenti: quella colombaniana, portata dai monaci irlandesi di San Colombano, assai più austera e penitenziale, diffusissima in Gallia attraverso fondazioni come Luxeuil e Bobbio; e proprio a Bobbio, dove le due tradizioni si intrecciarono in una «regola mista», si formò una delle biblioteche monastiche più ricche d’Europa.

Fu un monaco visigoto, Benedetto d’Aniane — nato attorno al 747, già funzionario alla corte di Carlo Magno prima della conversione — a por fine a questa convivenza di regole. Founded in 779 il proprio monastero ad Aniane, in Linguadoca, Benedetto ne fece un laboratorio di ritorno alla Regola cassinese nella sua forma più pura. Divenuto consigliere di fiducia dell’imperatore Ludovico il Pio, che gli fece costruire il monastero di Inde presso Aquisgrana per averlo vicino, guidò due sinodi decisivi, nell’816 e nell’817: fu in quest’ultimo che gli abati dell’intero Impero carolingio, riuniti nel Capitulare monasticum, imposero la Regola di San Benedetto come norma unica per ogni monastero dei domini franchi, con solo minimi adattamenti climatici. Da quel momento «monaco» e «benedettino» divennero, in the West, quasi sinonimi.

Questa rete di monasteri, ormai uniformata, con i suoi scriptoria salvò dal naufragio ciò che restava della cultura classica e patristica. A Bobbio, a Montecassino, a San Gallo e a Fulda — fondata da Sturmio, discepolo di San Bonifacio, che si era recato proprio a Montecassino per apprendervi la Regola —, generazioni di amanuensi ricopiarono pazientemente, tra il VII e il X secolo, testi latini e greci che altrimenti sarebbero scomparsi per sempre. Gli Annales di Tacito ci sono giunti grazie a due soli codici monastici: i primi sei libri da una copia carolingia del IX secolo, vergata con ogni probabilità a Fulda e custodita poi nell’abbazia di Corvey; i libri successivi — compreso il celebre passo in cui i cristiani sono bollati come colpevoli di odio humani generis — da un codice scritto a Montecassino nell’XI secolo. Furono dunque i monaci a trasmetterci una delle più feroci pagine anticristiane dell’antichità. Se possiamo leggere i carmina di Gaio Valerio Catullo, inclusi quelli più lussuriosi, lo dobbiamo a un unico codice custodito per secoli presso la cattedrale di Verona: segno che la Chiesa certi testi li ha salvati e trasmessi, non certo distrutti per i loro contenuti.

Fra quei testi ricopiati vi erano anche le traduzioni latine che Boezio, nel VI secolo, aveva fatto delle opere logiche del Maestro di Stagira, rimaste per settecento anni l’unico Aristotele conosciuto in Occidente. Furono proprio quelle pagine, custodite nei monasteri, a fornire ad Anselmo d’Aosta, riconosciuto come padre della scolastica, gli strumenti logici del suo pensiero, prima che il resto del corpus aristotelico arrivasse in Europa nel XII secolo attraverso le traduzioni arabo-latine, aprendo la strada alla grande sintesi di Tommaso d’Aquino.

Eppure quella stessa uniformità imposta ad Aquisgrana, paradoxically, non bastò a preservare il monachesimo dalla decadenza. Dilaniato dopo la morte di Ludovico il Pio nell’840, l’Impero carolingio si dissolse in una guerra civile tra i suoi tre figli, chiusa nell’843 dal Trattato di Verdun che lo divise in tre regni; in the following decades, tra ulteriori spartizioni e un’effimera riunificazione sotto Carlo il Grosso, quella struttura si sfaldò fino al caos feudale del secolo successivo. E la Chiesa intera, with it, scivolò in quello che gli storici chiamano saeculum obscurum, il «secolo oscuro». Un secolo, il X, in cui perfino il soglio di Pietro divenne preda delle fazioni nobiliari romane e le abbazie — spogliate della loro autonomia spirituale — vennero trattate come feudi, i loro abati nominati non per virtù ma per parentela o convenienza politica, in un sistema di investiture laiche che snaturava dall’interno la vita monastica.

In reazione a questo sfacelo nacque nel 909 O 910 l’abbazia di Cluny, in Borgogna, voluta dal duca Guglielmo I d’Aquitania come casa monastica libera da ogni ingerenza laica e vescovile, sottoposta direttamente alla Sede Apostolica. Sotto abati come Oddone, Maiolo e Odilone, Cluny divenne per due secoli il centro di un vero «impero monastico» — centinaia di case affiliate in tutta Europa occidentale — e il motore della grande riforma ecclesiastica dell’XI secolo. Ma proprio quella grandezza ne fu alla lunga la rovina: la ricchezza e lo sfarzo liturgico cluniacensi, con le loro chiese sempre più vaste e ornate, suscitarono già nel secolo successivo le critiche feroci di chi era nato, in a sense, dalla stessa costola riformatrice. Fu San Bernardo di Chiaravalle, in its Apologia ad Guillelmum Abbatem, a fulminare l’opulenza cluniacense con parole che bruciano ancora oggi: «fulget Ecclesia parietibus, et in pauperibus eget» (la Chiesa risplende nelle sue pareti e resta povera nei poveri).

Dinanzi all’opulenza cluniacense Roberto di Molesme, insieme ad Alberico e a Stefano Harding, fondò il 21 March 1098 a Cîteaux una nuova comunità decisa a tornare alla lettera della Regola benedettina: povertà reale, lavoro manuale, edifici spogli di ogni ornamento; persino l’abito, bianco anziché nero, fu scelto per marcare la distanza dai monaci cluniacensi. Nacque così l’Ordine Cistercense, la cui prima generazione di fondazioni — le cosiddette «quattro abbazie primigenie» — segnò la geografia spirituale d’Europa: La Ferté, In the 1113, prima figlia di Cîteaux; Pontigny, l’anno successivo; Clairvaux e Morimond, entrambe nel 1115. E fu proprio Clairvaux, sotto la guida del suo abate Bernardo, a diventare il volto più celebre di tutto l’Ordine.

E qui la storia si chiude in un cerchio amaro: nemmeno Cluny, il grande riformatore dell’anno Mille, si salvò dal male che aveva combattuto. In 1516, con il Concordato di Bologna tra Francesco I di Francia e Leone X, il diritto di scegliere l’abate di Cluny passò alla Corona: nacque così la prassi della commenda, per cui l’abbazia veniva affidata a personaggi estranei alla vita monastica, spesso cortigiani mai saliti su quel colle borgognone, che si limitavano a incassarne le rendite mentre la disciplina reale veniva lasciata a un priore. Alla fine del Quattrocento i monaci di Cluny erano ridotti a poco più di una sessantina; In the 1790, quando la Rivoluzione soppresse l’abbazia, ne restavano appena quaranta, guidati da un cardinale commendatario che non vi aveva mai risieduto. Chi aveva riformato il monachesimo occidentale finì, secoli dopo, esattamente come i monasteri da cui era nato per correggerli.

Dopo queste due grandi riforme sviluppate dall’interno del monachesimo stesso — segno che l’organismo, pur ammalandosi periodicamente, ha sempre trovato in sé le energie per curarsi — il monachesimo tornò a decadere a più riprese nell’era moderna, questa volta non per corruzione interna ma per attacco esterno, a partire dalla Rivoluzione Francese. The 13 February 1790 l’Assemblea costituente decretò la proibizione dei voti religiosi e la soppressione di tutti gli ordini contemplativi, giudicati — testualmente — «totalmente parassitari»: è da questo decreto, non da Napoleone, che nasce il linguaggio dell’inutilità sociale del monaco che l’imperatore avrebbe poi fatto proprio vent’anni dopo. Following, in vari paesi d’Europa — nella Spagna delle desamortizaciones ottocentesche, nel Portogallo del decreto Aguiar del 1834, negli Stati tedeschi già scossi dal giuseppinismo asburgico — fu Napoleone Bonaparte a colpire duramente la vita religiosa contemplativa: con decreto dell’8 giugno 1805 impose la chiusura dei conventi con meno di ventiquattro membri e un numero chiuso di case religiose sul territorio; con il decreto del 25 April 1810 soppresse definitivamente «gli stabilimenti, corporazioni, congregations, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione», vietando a chiunque persino di indossare l’abito religioso.

Ciò non si limitò alla sola epoca napoleonica ma proseguì, decenni dopo, nel neonato Regno d’Italia. Il regio decreto 7 July 1866, n. 3036, soppresse ordini e congregazioni religiose «che importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico»; the law 15 August 1867, n. 3848, completò l’opera liquidando i beni di oltre venticinquemila enti ecclesiastici privi di cura d’anime. Fu la cosiddetta «eversione dell’asse ecclesiastico»: patrimoni accumulati in secoli di storia incamerati dallo Stato, biblioteche e opere d’arte disperse tra musei e istituzioni pubbliche, monasteri trasformati in caserme, schools, hospitals, uffici, con conseguenti danni incalcolabili e spesso purtroppo irreparabili per il patrimonio artistico europeo che subì in quegli anni uno scempio senza precedenti. Solo poche abbazie di eccezionale valore artistico — tra cui, not by chance, proprio Montecassino, insieme a Cava dei Tirreni, San Martino delle Scale e la Certosa di Pavia — furono dichiarate «monumenti nazionali» dall’articolo 33 dello stesso decreto, sfuggendo così alla dispersione totale, ma pagando il prezzo di una snaturante ambiguità giuridica tra bene dello Stato e casa religiosa che si trascina, in certain cases, fino ai giorni nostri.

Il monachesimo incominciò a riprendere vita nel corso dell’Ottocento, proprio in quelle stesse nazioni che l’avevano da poco falcidiato. Emblematico fu il caso di Solesmes, antico priorato benedettino della Sarthe soppresso dalla Rivoluzione, than in 1833 un giovane prete diocesano di Le Mans, Prosper Guéranger, riportò in vita con un pugno di compagni. Elevata ad abbazia da Gregorio XVI nel 1837 e posta a capo della nuova Congregazione benedettina di Francia, Solesmes divenne in pochi decenni il cuore della restaurazione liturgica e del canto gregoriano, ispirando rifondazioni in Europa e nuove fondazioni oltreoceano. Un percorso analogo, benché più tardo e più fragile, lo compì l’abbazia normanna di Bec-Hellouin — la stessa che nell’XI secolo aveva dato i natali monastici a Sant’Anselmo, noto anche come Anselmo d’Aosta o Anselmo di Bec e di Canterbury, secondo i luoghi della sua vita — soppressa nel 1792 e lasciata in rovina per oltre un secolo, finché nel 1948 alcuni monaci benedettini olivetani, guidati da Dom Paul Grammont, monaco del monastero di Mesnil-Saint-Loup, la fecero rivivere, restituendole l’antico titolo abbaziale. Nei tre decenni successivi la comunità arrivò a contare circa 60 monks; ma a partire dagli inizi degli anni Novanta del Novecento iniziò un declino che l’annuario ufficiale della Congregazione Olivetana documenta ancora in corso nel 2020, quando i monaci di Bec erano scesi a 14, diversi dei quali già ultraottantenni. Oggi la comunità è ulteriormente assottigliata e ridotta a una decina di monaci, al punto che l’abbazia non è più retta neppure da un abate eletto, ma da un priore claustrale, sotto la diretta autorità dell’Abate Generale della Congregazione. E qui bisognerebbe chiedersi: tra fiori di campo sbocciati sulla forte personalità di qualche singolo rifondatore e tra le varie stelle cadenti sparse, quale monachesimo è rinato e si è sviluppato in quegli anni, accanto a esperienze così nobili come quella di Solesmes? Perché qualcosa, or perhaps many things, non hanno proprio funzionato, alla luce dello stato attuale.

In quegli stessi decenni vi fu una rinascita ben diversa da quelle avvenute in precedenza nel corso della storia: una rifioritura monastica solo apparente, che nei fatti concreti, alla luce del poi, fu solamente numerica e per certi aspetti miserrima. Monasteri e abbazie si ripopolarono di giovani provenienti principalmente da famiglie di contadini e operai, in un’Italia — per prendere l’Italia come esempio — dove la povertà era molto diffusa in quegli anni. La natalità nelle famiglie era elevata e molte avevano difficoltà a sfamare i figli. Erano anni, those, nei quali si assistette anche a grandi flussi migratori, soprattutto verso le Americhe. Il seminario, il convento e il monastero erano strade che non solo permettevano di strappare molti a condizioni di miseria, ma potevano anche costituire un aiuto futuro per gli stessi familiari, soprattutto per coloro che, entrati nel clero secolare, si ritrovavano a gestire una parrocchia con annesse rendite o beni ecclesiastici.

E qui si potrebbe insorgere con accuse di classismo verso chi osa ricordare, pure se con rigore storico, che sino a prima delle grandi purghe rivoluzionarie, napoleoniche e risorgimentali, in certe abbazie e monasteri erano selezionate e ammesse solo le vocazioni migliori, ma soprattutto i rampolli delle migliori famiglie. The others, plebei e popolani, salvo eccezioni che nella Chiesa sono sempre esistite, erano accolti come conversi — i cosiddetti monaci laici che giungevano alla professione solenne dei voti monastici ma non accedevano all’Ordine Sacerdotale — impiegati essenzialmente nei lavori manuali, while the others, i monaci sacerdoti, svolgevano anch’essi lavori, ma prettamente intellettuali.

Fu così che abbazie e monasteri si ripopolarono, ma con conseguenze che oggi possiamo analizzare con la freddezza di chi guarda un Novecento ormai abbondantemente concluso: l’ingresso massiccio, per necessità economica più che per discernimento vocazionale maturo, indebolì nel tempo la qualità media della selezione, proprio mentre il numero cresceva. Fu una rinascita che assomigliava a una convalescenza drogata: le corsie tornavano piene, ma il male di fondo — la fragilità del discernimento all’ingresso — non era stato affatto curato, solo mascherato dai grandi numeri. Questo generò in modo progressivo la peggiore decadenza che le abbazie, i monasteri e il monachesimo in generale abbiano mai conosciuto: una decadenza in due tempi. Prima la decadenza a monastero pieno, dove la quantità nascondeva la grande crisi qualitativa. Then, per conseguenza fisiologica, la decadenza a monastero semivuoto, dopo che la spinta socioeconomica che tra Otto e Novecento aveva riempito i chiostri si esaurì col benessere diffuso col boom economico del secondo dopoguerra, a seguire con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, dinanzi alla quale i numeri crollarono in modo veloce e spesso anche drammatico.

Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta le comunità monastiche incominciarono a spopolarsi e oggi, in giro per tutta Europa, diverse centinaia di storiche abbazie e monasteri sono stati convertiti in strutture alberghiere, resort e centri benessere di lusso. Quelle ubicate all’interno degli antichi centri urbani in scuole private, sedi centrali di grandi istituti bancari e società internazionali. A partire dalla metà degli anni Settanta, a questa situazione già di per sé disastrosa, si aggiunse un disastro peggiore, raffigurabile con la parabola evangelica della stoffa applicata allo strappo:

«Nessuno cuce una toppa di stoffa grezza su un vestito vecchio, because the patch pulls away from the cloak and the tear gets worse " (Mt 9,16).

E la toppa fu che, ad eccezione dei monaci certosini — un pugno di uomini, circa 250 in sedici monasteri sparsi nel mondo, di cui poco più di 30 in Italia distribuiti in due certose, che del loro numero non si sono mai curati — le altre congregazioni, benedettine e cistercensi, spalancarono le porte a chiunque bussasse. Furono così accolti soggetti che nessuno, once, avrebbe fatto avvicinare non dico a un noviziato, ma nemmeno al parlatorio di un’abbazia. E, pochi decenni dopo, da abati dello spessore umano, spirituale e culturale come Dom Prosper Guéranger e Dom Ildefonso Schuster, o di monaci come Dom Thomas Merton e Dom Jean Leclercq, si è passati ad abati provenienti dal mondo della moda milanese, o a monaci che un serio discernimento vocazionale, condotto secondo i criteri codificati dall’Istruzione del 2005 della Congregazione per l’Educazione Cattolica — che esclude dal seminario e dagli ordini sacri chi presenti «tendenze omosessuali profondamente radicate» — non avrebbe mai fatto arrivare alla professione dei voti monastici. Even more so, se la spocchia non è ammissibile per nessuno all’interno della Chiesa, meno che mai se la dovrebbero permettere le varie congregazioni dell’Ordine Benedettino e dell’Ordine Cistercense che pur di far numero si sono ridotti a raccattare gli elementi che noi sbattiamo fuori dai seminari per motivi gravissimi, principalmente morali.

Un paradigma plastico della caduta del monachesimo occidentale contemporaneo è proprio la sua culla storica: l’Abbazia di Montecassino. Distrutta più volte nella sua storia millenaria — dai Longobardi nel 581, dai Saraceni nell’883, infine rasa al suolo dai bombardamenti alleati il 15 February 1944, nel pieno della battaglia che porta il suo nome — e sempre ricostruita, l’abbazia si è ritrovata, in recent times, con un abate le cui gesta avrebbero fatto impallidire de Sade e Apollinaire. Un caso umiliante e tristissimo nel quale si spazia tra l’uso di sostanze stupefacenti e le prestazioni a pagamento di giovani escort gay, dettagli scabrosi sui quali non ritorniamo tra queste righe, ne scrivemmo nel 2023 e oltre a quanto racchiuso in quel documentato redazionale non c’è altro da aggiungere (cf.. who). Agli inizi della guerra la popolazione monastica di Montecassino composta da monaci sacerdoti, monaci conversi di voti solenni, chierici e novizi, contava circa 100 people. Today, i monaci residenti tra quella enorme cittadella non giungono neppure a 10. Dopo quindici secoli di storia, diverse distruzioni e varie stagioni di ciclica decadenza, è bastato un singolo abate scellerato per radere completamente al suolo la storia, la cultura e la spiritualità monastica di un’abbazia-simbolo che rinacque persino dai bombardamenti degli alleati americani che con un errore tattico imperdonabile la rasero completamente al suolo, ma non è potuta rinascere dalle gesta di Dom Pietro Vittorelli.

The year was 2010 quando durante un diverbio avuto con l’allora Abate Generale dei Cistercensi, Dom Mauro Esteva y Alsina, che mi mancò gravemente di rispetto come uomo italiano e come prete, intimai: «Signor Abate, tu puoi indossare la croce pettorale, l’anello alla mano, usare la mitra e il pastorale durante le sacre liturgie, ma non dimenticare mai il dato di fatto sacramentale, ecclesiale e giuridico: sei soltanto la parodia estetico-liturgica di un vescovo, why then, nella realtà, sei null’altro che un prete come me». Fu uno schiaffo morale non indifferente, specie per un catalano, ma del tutto dovuto, perché con buona pace per il benemerito Ordine Cistercense è bene non dimenticare che noi membri del cosiddetto “povero” clero secolare — guardati spesso da certi soggetti con aria di sufficienza — siamo stati fondati da Gesù Cristo durante la celebrazione dell’Ultima Cena, nella quale il Verbo di Dio istituì l’Eucaristia e il Sacerdozio. E alla sua destra e alla sua sinistra non c’erano né Benedetto da Norcia, né Roberto di Molesme, né Bernardo di Chiaravalle, c’erano gli Apostoli, Giuda compreso.

Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo or the little that remains, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico. È ovvio che i religiosi non debbano rispondere, come ordine storico o come congregazione religiosa al vescovo: hanno le loro regole, costituzioni e carisma religioso riconosciuto e approvato dalla Chiesa. Ma nell’esercizio del ministero sacerdotale nel territorio diocesano, altroché se dovrebbero rispondere al vescovo, senza privilegi ed esenzioni concesse proprio per sottrarli alla sua giurisdizione, dopo avere mascherato un abate da parodia di vescovo e averlo ricoperto di privilegi ed esenzioni con la formula sibillina di «Abbazia immediatamente soggetta alla Santa Sede», che equivale in concreto a dire: avete licenza di fare quel che volete e come meglio volete.

E qui sarebbe bene domandarsi: if a bishop, in sua qualità di legittimo successore dei Beati Apostoli, governando una diocesi suffraganea è sottoposto nelle circostanze previste alla vigilanza dell’arcivescovo metropolita (cf.. CIC Can. 436 § 1, n. 1), nonché obbligato a consultarlo nel caso decidesse di sciogliere il proprio consiglio presbiterale (cf.. CIC Can. 501 §3), è pensabile che un abate residente in quella stessa provincia ecclesiastica, dipenda invece direttamente dalla Santa Sede? Forse sarebbe il caso che qualcuno si facesse una domanda e poi fornisse plausibile risposta, specie in un clima monastico di profondo decadimento spirituale e morale, sebbene il canone reciti:

«La prelatura territoriale, o l’abbazia territoriale, è una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cura della quale viene affidata, per circostanze speciali, ad un Prelato o ad un Abate che la governa a modo di Vescovo diocesano, come suo pastore proprio» (CIC can. 370).

Certi privilegi si sono mutati col tempo in situazioni assurde, per altri versi ricordano la vicenda della Badessa cistercense di Conversano, abbazia nullius dioecesis, un caso storico penoso noto anche come monstrum Apuliae — di cui già scrisse il nostro redattore canonista (cf.. who) — che per concesso privilegio svolse dal 1266 al 1810 funzioni di ordinario diocesano con tanto di clero secolare sottoposto alla sua giurisdizione.

La storia che abbiamo ripercorso, da Montecassino a Cîteaux, da Cluny caduta nella stessa commenda che aveva combattuto fino ai chiostri rimpolpati di vocazioni raccogliticce nel secolo scorso, dice una cosa sola con assoluta coerenza: il monachesimo occidentale non è mai morto per mano di un nemico esterno, non per Napoleone, non per le leggi eversive, non per le due guerre mondiali. È sempre risorto da quelle ferite, spesso più vivo di prima. Muore, if anything, ogni volta che smette di chiedersi chi accoglie e perché, quando il numero diventa l’unico criterio e la qualità della vocazione l’ultimo. Restituire agli abati la loro misura reale, dentro l’autorità del vescovo diocesano a cui tutti i religiosi sacerdoti già rispondono, non è un affronto alla grandezza di quell’eredità: if anything, l’unico modo rimasto per non tradirla del tutto.

From the island of Patmos, 29 September 2026

.

.

Father Ariel's latest books

book store WHO

.

______________________

Dear Readers, this magazine requires management costs that we have always faced only with your free offers. Those who wish to support our apostolic work can send us their contribution through the convenient and safe way PayPal by clicking below:

 

Or if you prefer you can use our Bank account in the name of:

Editions The island of Patmos

n Agency. 59 From Rome – Vatican

Iban code: IT74R0503403259000000301118

For international bank transfers:

Codice SWIFT: BAPPIT21D21

If you make a bank transfer, send an email to the editorial staff,

the bank does not provide your email and we will not be able to send you a thank you message: isoladipatmos@gmail.com

We thank you for the support you wish to offer to our apostolic service.

The Fathers of the Island of Patmos

HTTPS://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2026/08/Padre-Ariel-piccola-ok.jpeg?fit=150,150&ssl=1 150 150 father ariel HTTPS://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png father ariel2026-09-29 19:36:142026-09-29 20:44:24The decline of monasticism. The priest and that kiss denied to the Abbot

NOTEBOOKS AND NOTEBOOKS

BUY NOW

€22,00

BUY NOW

THE WAY OF THE THREE KEYS

SECOND EDITION

€25,00

BUY NOW

FREEDOM DENIED

€25,00

BUY NOW

I BELIEVE TO UNDERSTAND

€28,00

BUY NOW

DIGRESSIONS OF A LIBERAL PRIEST

€18,00

BUY NOW

SATIRICAL CATTLEQUIRES

€22,00

BUY NOW

THE SADNESS OF LOVE

€18,00

BUY NOW

WAR AND IDEOLOGICAL PROPAGANDA

€28,00

SATAN AND BECAME TRINO

BUY NOW

€30,00

BITTER HERBS

BUY NOW

€18,00

ARIANISM

BUY NOW

€22,00

The aspirin of moderate Islam

BUY NOW

€22,00

THE CHURCH AND THE CORONAVIRUS

BUY NOW

€24,00

Nothing trouble you

BUY NOW

€18,00

PIUS XII AND THE SHOAH

BUY NOW

€25,00

Sect Neocatechumenal

BUY NOW

€18,50

THE SIGN OF CAIN

BUY NOW

€20,00

FROM PROZAN TO PROZAC

BUY NOW

€24,00

THE GOLPE OF THE POLITICALLY CORRECT

BUY NOW

MAGAZINE ARTICLE ARCHIVE 2014 – 2024

By clicking on the image of the Editors you can access the complete collection of all their articles

Blog di Padre Ivano Liguori Blog di Padre Gabriele Scardocci Blog di Padre Giovanni Cavalcoli Blog di Padre Ariel Blog di Padre Ariel

follow us on Twitter

Social of the Island of Patmos

Facebook Edizioni Isola di PatmosFacebook Padre Ariel Levi di Gualdo Facebook Padre Ivano LiguoriFacebook Padre Gabriele ScardocciFacebook Padre SimoneCanale YouTube Isola Di Patmos

Translator / Translate

ItalianoItaliano
PortuguêsPortuguês
EnglishEnglish
EspañolEspañol
DeutschDeutsch
FrançaisFrançais
Set as default language
by Transposh - translation plugin for wordpress

Search Engine

Search Search
Popular
  • Marco Perfetti, alias “I can not remain silent”: the...10 December 2025 - 16:07
  • «We in the Vatican, here in the Vatican…». Silerian donkeys ...11 May 2025 - 10:59
  • The Sacrament of Marriage by Father Gabriele Giordano...13 May 2023 - 12:26
  • It is being distributed “Sadness of Love”, ultima...30 August 2022 - 15:24
  • The anti-covid vaccines19. That moral and that Christian charity ...29 July 2021 - 22:08
  • ANNOUNCEMENTS! "The sect Neocatechumenal. Heresy became ....15 September 2019 - 20:09
  • from the large “Sabrina” played by Audrey ...15 October 2019 - 19:16
  • Once upon a time there were the Eucharist and the Priesthood ...28 March 2019 - 0:54
  • I Neocatecumenali, to conquer Asia thanks ...31 July 2019 - 22:31
  • The Motu Proprio of Benedict XVI on the Mass is abolished..7 May 2020 - 19:27
  • Eventually it was discovered. The ghost-writer of the Supreme Pontiff ...16 July 2021 - 15:28
  • "Fideism idiot in power" … God save us from the ...30 March 2020 - 14:53
Recent
  • Marco Perfetti, alias “I can not remain silent”: the...10 December 2025 - 16:07
  • «We in the Vatican, here in the Vatican…». Silerian donkeys ...11 May 2025 - 10:59
  • The Sacrament of Marriage by Father Gabriele Giordano...13 May 2023 - 12:26
  • It is being distributed “Sadness of Love”, ultima...30 August 2022 - 15:24
  • The unbearable lightness of those monastic privileges...29 September 2026 - 19:39
  • The decline of monasticism. The priest and that denied kiss...29 September 2026 - 19:36
  • France. Baptisms of faith or reactive baptisms? – France....28 September 2026 - 8:39
  • Prostitutes advance you into the kingdom of God - Prostitutes...26 September 2026 - 16:49
  • The symbolic language of the liturgy -The symbolic language...26 September 2026 - 14:34
  • Can a priest ordain another priest? From the bubbles of the fifteenth century...15 September 2026 - 12:14
  • Emma Bonino and the death of a sad woman. Pity does not....11 September 2026 - 23:47
  • A memory of Adriano Bernardini, Apostolic Nuncio10 September 2026 - 23:14
Comments
  • Padre ArielI don't know this episode but taking it as true I can....7 December 2025 - 10:27 by Padre Ariel
  • Alessandro L.The secularization of Christian doctrine is....20 November 2025 - 13:14 by Alessandro L.
  • mariacSome time ago I read that a Sicilian bishop threatened....16 November 2025 - 21:47 by mariac
  • GionataBeautiful and complete article, that, in my humble opinion...16 November 2025 - 11:26 by Jonathan
  • AntonelloWhat is emerging on the usual known sites and blogs regarding....7 November 2025 - 10:10 by Antonello
  • OKarolosThe reference to the Litany of Loreto pushes me to point out....6 November 2025 - 10:30 by OKarolos
  • lydia2005Our Hypatia is witty and caustic, Gatta Roma Very good!...17 October 2025 - 18:49 by lydia2005
  • lydia2005Wonderful homily for the funeral of the confrere. My ha ...16 September 2025 - 8:52 by lydia2005

Categories

Archives

Donate

Dear Readers.

This magazine requires management costs that we have always faced only with your free offers. Those who wish to support our apostolic work can send us their contribution through the convenient and safe way PayPal by clicking below:

Or if you prefer you can use our
Bank account in the name of:
The Island of Patmos Editions Association

n Agency. 59 From Rome - Vatican
Iban code:
IT74R0503403259000000301118
For international bank transfers:
Codice SWIFT:
BAPPIT21D21

If you make a bank transfer, send an email to the editorial staff, the bank does not provide your email and we will not be able to send you a thank you message: 
isoladipatmos@gmail.com

We thank you for the support you wish to offer to our apostolic service.

The Fathers of the Island of Patmos

 



September 2026
M T W T F S S
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  
« Aug    

sites Friends

The website of this magazine and the editions take name from the Aegean island in which the Blessed Apostle John wrote the Book of the Apocalypse, isola also known as «the place of the last revelation»

«God revealed the secrets of others ALTIUS»

(in higher than the others, John has left the Church, the arcane mysteries of God)

The bezel used as the cover of our home page is a 16th century fresco by Correggio. preserved in the Church of San Giovanni Evangelista in Parma

Creator of the website of this magazine:

MANUELA LUZZARDI

Scroll to top Scroll to top Scroll to top
Manage Consent

We use cookies to improve your experience. You can accept them all or manage your preferences.

Functional Always active
Technical storage or access is strictly necessary for the legitimate purpose of enabling the use of a specific service explicitly requested by the subscriber or user, or for the sole purpose of carrying out the transmission of a communication over an electronic communications network.
Preferences
Technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences which are not requested by the subscriber or user.
Statistics
Technical storage or access that is used solely for statistical purposes. Technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance by your Internet Service Provider, or further registrations by third parties, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used for identification.
Marketing
Technical storage or access is required to create profiles of users to send advertising, or to track you across a website or websites for similar marketing purposes.
  • Manage options
  • Manage services
  • Manage {vendor_count} vendors
  • Read more about these purposes
View preferences
  • {title}
  • {title}
  • {title}