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Le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio ― Prostitutes are entering the kingdom of God before you ― Las prostitutas van por delante de vosotros en el reino de Dios

26 Settembre 2026/0 Commenti/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

Italian, English, Español

 

LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO

«Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»

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AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita  

 

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso 

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Nel capitolo 21 del suo Vangelo Matteo mostra come il confronto tra Gesù e le  autorità giudaiche si faccia sempre più serrato e si inasprisca.

Il Venerabile Padre Oreste Benzi, l’angelo delle prostitute

In particolare, dopo una discussione con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sulla sua autorità (Mt 21,23-27), Gesù pronuncia tre parabole tutte incentrate sul rifiuto, da parte dei capi d’Israele, dell’offerta di salvezza. Ecco il brano di questa XXVI domenica del Tempo Ordinario:

«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: ‘Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Mt 21,28-32).

Questa parabola ha avuto una trasmissione testuale particolare. Alcuni importanti testimoni del testo, come il Codice Vaticano (B), invertono l’ordine dei figli, per cui diventa il secondo figlio a rispondere al padre di non voler andare, salvo poi recarsi nella vigna. Potrebbe essere dovuto a una ragione ideologica centrata su una certa visione della storia della salvezza: il primo figlio, che dice di andare ma poi non mette in atto il proposito, sarebbe stato identificato già da alcuni copisti cristiani con gli ebrei, mentre i pagani verrebbero rappresentati dal figlio che dice di non voler andare, ma poi andrà a lavorare. E siccome questa logica non era supportata dall’ordine in cui sono presentati i protagonisti, l’ordine sarebbe stato invertito. Sul piano della critica testuale è da preferire l’ordine attualmente presente nel testo critico, anche se rimane qualche dubbio.

Il racconto parabolico in San Matteo è il secondo ad essere ambientato in una vigna (il primo si trova in Mt 19,30–20,16), e fa parte del materiale proprio del primo evangelista, quindi non ha paralleli con Marco o Luca. Composto di tre soli versetti è incorniciato da due domande che provocano l’attenzione dell’interlocutore — v. 28: «Che ve ne pare?», che è una formula classica rabbinica; e il v. 31: «Chi dei due» — ed è seguita da una sua spiegazione che riprende la questione, lasciata in sospeso al v. 27, sull’autorità di Gesù e del battesimo di Giovanni.

Le interpretazioni del nostro brano si sono moltiplicate nel corso del tempo e variano a seconda dell’autore. Per alcuni Padri della Chiesa, il figlio che non andrà a lavorare nella vigna è indiscutibilmente Israele. Questa lettura ha veicolato quella teologia della «sostituzione», chiamata anche «supersessionismo», secondo la quale — come conseguenza del fatto che tutti gli ebrei avrebbero respinto Gesù — per il popolo dell’alleanza non vi sarebbe più alcun ruolo nella storia della salvezza, il quale verrebbe pertanto assunto dalla Chiesa. Tale teologia non è sostenibile poiché basterebbe rileggere, per convincersene, i capitoli 9–11 della lettera di Paolo ai Romani.

Ma quelli a cui Gesù si rivolge nel testo, quanti cioè indagano sulla sua autorità, non sono «tutto» Israele, ma solo alcuni dei leader di quel popolo, come è specificato poco prima della parabola (cfr. Mt 21,23), e come dirà l’evangelista poco dopo (cfr. Mt 21,45). È a questi che Gesù sta parlando e solo a questi dirà poco più avanti: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43). Questa interpretazione alternativa si può fondare su ragioni di tipo letterario, ma anche sul fatto che l’identificazione del figlio che si rifiuta di andare nella vigna con Israele non è universale: per altri Padri, come per esempio Sant’Ilario di Poitiers, questi sarebbero solo una parte del popolo ebraico: i farisei oppure quelli che si lasciarono influenzare da loro.

Più che il problema della identificazione, ovvero di chi Gesù sta parlando, a ben vedere la parabola sembra centrata soprattutto su un’altra questione: quella riguardante il rapporto classico nella tradizione biblica e giudaica tra il dire e il fare. Compiere la volontà del Padre, per Gesù, non è semplicemente una questione di parole, quanto piuttosto di fatti, come emerge nel Discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio nei cieli» (Mt 7,21). I leader religiosi a cui si rivolge la parabola, i quali credono di poter servire Dio rimanendo fedeli alla Torà, nei fatti non gli obbediscono.

Per questo Gesù li rimprovera di non aver ascoltato il messaggio di Giovanni Battista venuto sulla via dell’osservanza «della giustizia» (Mt 21,32), mentre paradossalmente l’hanno ascoltato e messo in pratica coloro che erano normalmente ritenuti incapaci di seguire i comandi di Dio, ovvero gli esattori delle tasse e le prostitute. Sono costoro i figli che coi fatti vanno a lavorare nella vigna ed entreranno per primi nel regno. Sono coloro che si pentono (cfr. Mt 21,29.32) e sapendo di aver bisogno della grazia divina si apriranno a essa e la riceveranno. Da questo punto di vista, cioè per correlazione tra le parole e i fatti, la parabola è molto vicina alla concretezza della Lettera di Giacomo, soprattutto quando insiste sulla contraddizione tra l’avere la fede ma non le opere (cfr. Gc 2,14-17).

A conclusione della parabola, questa espressione — «la via della giustizia» — con cui si chiude il racconto potrebbe riferirsi sia alla storia della salvezza nella quale è inserito anche il Battista in quanto precursore di Gesù, oppure al comportamento giusto, conforme alla volontà di Dio, che ha connotato la vita di Giovanni. Il concetto di giustizia, come Matteo ha già fatto comprendere nel Discorso della Montagna assume un significato specifico e, anzi, diventa quasi un concetto guida. Matteo, infatti, descriverà Gesù durante la passione — (cfr. Mt 27,19, le parole della moglie di Pilato: «Non avere a che fare con quel giusto») — allo stesso modo in cui viene definito il Battista. La giustizia è sin dall’inizio del Vangelo il programma che Gesù ha deciso di adempiere e che è stato espresso nelle sue prime parole, pronunciate proprio davanti a Giovanni (cfr. Mt 3,15: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»). Per Matteo, dunque, è importante soprattutto compiere e praticare la giustizia (cfr. Mt 6,1), come mostra di fare il figlio della parabola che mette in pratica la volontà del padre.

Da questa parabola il cristiano impara che l’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio potrebbe passare anche attraverso lo smentire la propria parola e la propria volontà. La fede, infatti, non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato. In quel ricredersi del figlio s’intravede il suo dialogo interiore insieme alla presa di coscienza della realtà; c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, di osare vedersi in verità, in vista di un agire responsabile. In questo senso, lungi dall’essere un segno di debolezza, il pentimento è segno di coraggio e di forza. Per quanto sia raro e impopolare, anche nella Chiesa, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al Vangelo e muta la propria posizione cercando di essere più fedele al Vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale.

Dall’Eremo, 26 settembre 2026

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PROSTITUTES ARE ENTERING THE KINGDOM OF GOD BEFORE YOU

«When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him»

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AutoreMonaco Eremita

Author
Monaco Eremita 

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In chapter 21 of his Gospel, Matthew shows how the confrontation between Jesus and the Jewish authorities grows ever more pointed and bitter. In particular, after a dispute with the chief priests and the elders of the people over his authority (Mt 21:23–27), Jesus speaks three parables, all centred on the refusal, on the part of the leaders of Israel, of the offer of salvation. Here is the passage for this Twenty-Sixth Sunday in Ordinary Time:

«At that time, Jesus said to the chief priests and elders of the people: “What is your opinion? A man had two sons. He came to the first and said, ‘Son, go out and work in the vineyard today.’ He said in reply, ‘I will not,’ but afterwards he changed his mind and went. The man came to the other son and gave the same order. He said in reply, ‘Yes, sir,’ but did not go. Which of the two did his father’s will?” They answered, “The first.” Jesus said to them, “Amen, I say to you, tax collectors and prostitutes are entering the kingdom of God before you. When John came to you in the way of righteousness, you did not believe him; but tax collectors and prostitutes did. Yet even when you saw that, you did not later change your minds and believe him» (Mt 21:28–32).

This parable has had a distinctive textual history. Some important witnesses to the text, such as Codex Vaticanus (B), reverse the order of the sons, so that it becomes the second son who answers the father that he will not go, only to go to the vineyard after all. This may be due to an ideological reason bound up with a particular reading of the history of salvation: the first son, who says he will go but then fails to act on his word, would already have been identified by some Christian copyists with the Jews, while the pagans would be represented by the son who says he will not go, but then goes to work. And since this logic was not, however, supported by the order in which the two figures are presented, the order would have been reversed. On the level of textual criticism, the order currently found in the critical text is to be preferred, even if some doubt remains.

The parabolic account in Saint Matthew is the second to be set in a vineyard (the first is found in Mt 19:30–20:16), and belongs to material proper to the first evangelist, and therefore has no parallels in Mark or Luke. Composed of only three verses, it is framed by two questions that draw the listener’s attention — v. 28: “What is your opinion?”, a classic rabbinic formula; and v. 31: “Which of the two” — and is followed by an explanation of his own that takes up the question, left open at v. 27, concerning the authority of Jesus and the baptism of John.

Interpretations of our passage have multiplied over time and vary according to the author. For some Fathers of the Church, the son who will not go to work in the vineyard is unquestionably Israel. This reading has carried within it that theology of “replacement”, also called “supersessionism”, according to which — as a consequence of the claim that all the Jews rejected Jesus — the people of the covenant would no longer have any role in the history of salvation, a role that the Church would then take up in their place. Such a theology is not sustainable, since it would suffice to reread, to be convinced of this, chapters 9–11 of Paul’s Letter to the Romans.

But those to whom Jesus is speaking in the text, those, that is, who are questioning his authority, are not “all” Israel, but only some of the leaders of that people, as is specified shortly before the parable (cf. Mt 21:23), and as the evangelist will say shortly afterward (cf. Mt 21:45). It is to these that Jesus is speaking, and only to these that he will say a little further on: “the kingdom of God will be taken away from you and given to a people who will produce its fruit” (Mt 21:43). This alternative interpretation can be grounded in reasons of a literary kind, but also in the fact that the identification of the son who refuses to go into the vineyard with Israel is not universal: for other Fathers, such as, for example, Saint Hilary of Poitiers, these would be only a part of the Jewish people: the Pharisees, or those who let themselves be influenced by them.

More than the problem of identification — that is, of whom Jesus is speaking to — on closer inspection the parable seems to be centred above all on another question: that concerning the classic relationship, in the biblical and Jewish tradition, between saying and doing. To do the will of the Father, for Jesus, is not simply a matter of words, but rather of deeds, as emerges in the Sermon on the Mount: “Not everyone who says to me, ‘Lord, Lord,’ will enter the kingdom of heaven, but only the one who does the will of my Father in heaven” (Mt 7:21). The religious leaders to whom the parable is addressed, who believe they can serve God while remaining faithful to the Torah, do not in fact obey him.

For this reason Jesus reproaches them for not having listened to the message of John the Baptist, who came in observance of “the way of righteousness” (Mt 21:32), while paradoxically it was heeded and put into practice by those who were normally considered incapable of following the commandments of God — namely, tax collectors and prostitutes. These are the sons who by their deeds go to work in the vineyard and will enter the Kingdom first. They are those who repent (cf. Mt 21:29,32) and, knowing that they need God’s grace, open themselves to it and receive it. From this point of view — that is, by correlation between words and deeds — the parable comes very close to the concreteness of the Letter of James, especially where it insists on the contradiction between having faith but not works (cf. Jas 2:14–17).

At the conclusion of the parable, this expression — “the way of righteousness” — with which the account closes could refer either to the history of salvation, into which the Baptist too is inserted as forerunner of Jesus, or to righteous conduct, in keeping with the will of God, which marked the life of John. The concept of righteousness, as Matthew has already made clear in the Sermon on the Mount, takes on a specific meaning and, indeed, becomes almost a guiding concept. Matthew, in fact, will describe Jesus during the passion — (cf. Mt 27:19, the words of Pilate’s wife: “Have nothing to do with that righteous man”) — in the same way that the Baptist is described. Righteousness is, from the very beginning of the Gospel, the programme that Jesus has resolved to carry out, and which was expressed in his very first words, spoken precisely in the presence of John (cf. Mt 3:15: “Allow it now, for thus it is fitting for us to fulfill all righteousness”). For Matthew, then, it is above all important to do and practise righteousness (cf. Mt 6:1), as the son of the parable shows in putting his father’s will into practice.

From this parable the Christian learns that obedience to the word and the will of God may pass even through the disavowal of one’s own word and one’s own will. Faith, in fact, does not ask us never to err and never to sin, but to acknowledge our error and confess our sin. In that change of heart on the son’s part one glimpses his interior dialogue, together with his coming to terms with reality; there is the audacity of looking oneself in the face, of daring to see oneself in truth, with a view to acting responsibly. In this sense, far from being a sign of weakness, repentance is a sign of courage and strength. However rare and unpopular it may be, even within the Church, the gesture of one who acknowledges having erred, who admits to having taken positions that have proven not fully in keeping with the Gospel, and who changes his position in seeking to be more faithful to the Gospel, is a sign of human and spiritual greatness.

From the Hermitage, 26 September 2026

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LAS PROSTITUTAS VAN POR DELANTE DE VOSOTROS EN EL REINO DE DIOS

«Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; en cambio, los publicanos y las prostitutas le creyeron. Y, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis»

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AutoreMonaco Eremita

Autor
Monaco Eremita 

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En el capítulo 21 de su Evangelio, Mateo muestra cómo el enfrentamiento entre Jesús y las autoridades judías se vuelve cada vez más tenso y se agudiza. En particular, después de una discusión con los sumos sacerdotes y los ancianos del pueblo sobre su autoridad (Mt 21,23-27), Jesús pronuncia tres parábolas, todas centradas en el rechazo, por parte de los jefes de Israel, de la oferta de salvación. He aquí el pasaje de este XXVI Domingo del Tiempo Ordinario:

«En aquel tiempo, Jesús dijo a los sumos sacerdotes y a los ancianos del pueblo: ¿Qué os parece? Un hombre tenía dos hijos. Se acercó al primero y le dijo: ‘Hijo, ve hoy a trabajar en la viña’. Él le contestó: ‘No quiero’. Pero después se arrepintió y fue. Se acercó al segundo y le dijo lo mismo. Él le contestó: ‘Voy, señor’. Pero no fue. ¿Quién de los dos cumplió la voluntad de su padre?’. Contestaron: ‘El primero’. Jesús les dijo: ‘En verdad os digo que los publicanos y las prostitutas van por delante de vosotros en el reino de Dios. Porque vino Juan a vosotros enseñándoos el camino de la justicia y no le creísteis; en cambio, los publicanos y las prostitutas le creyeron. Y, aun después de ver esto, vosotros no os arrepentisteis ni le creísteis» (Mt 21,28-32).

Esta parábola ha tenido una transmisión textual particular. Algunos testigos importantes del texto, como el Codex Vaticanus (B), invierten el orden de los hijos, de modo que pasa a ser el segundo hijo quien responde al padre que no irá, para luego, sin embargo, dirigirse a la viña. Esto podría deberse a una razón ideológica centrada en una determinada visión de la historia de la salvación: el primer hijo, que dice que irá pero luego no lleva a la práctica su propósito, habría sido identificado ya por algunos copistas cristianos con los judíos, mientras que los paganos estarían representados por el hijo que dice que no quiere ir, pero luego va a trabajar. Y puesto que esta lógica no estaba, sin embargo, respaldada por el orden en que se presentan los dos protagonistas, el orden habría sido invertido. En el plano de la crítica textual es preferible el orden actualmente presente en el texto crítico, aunque persiste alguna duda.

El relato parabólico en San Mateo es el segundo en estar ambientado en una viña (el primero se encuentra en Mt 19,30-20,16), y forma parte del material propio del primer evangelista, por lo que no tiene paralelos en Marcos ni en Lucas. Compuesto de tan solo tres versículos, está enmarcado por dos preguntas que reclaman la atención del interlocutor — v. 28: «¿Qué os parece?», que es una fórmula rabínica clásica; y el v. 31: «¿Quién de los dos?» — y va seguido de una explicación propia que retoma la cuestión, dejada en suspenso en el v. 27, sobre la autoridad de Jesús y el bautismo de Juan.

Las interpretaciones de nuestro pasaje se han multiplicado con el paso del tiempo y varían según el autor. Para algunos Padres de la Iglesia, el hijo que no irá a trabajar a la viña es, sin discusión, Israel. Esta lectura ha vehiculado aquella teología de la «sustitución», llamada también «supersesionismo», según la cual — como consecuencia del hecho de que todos los judíos habrían rechazado a Jesús — para el pueblo de la alianza ya no habría ningún papel en la historia de la salvación, papel que la Iglesia asumiría entonces en su lugar. Tal teología no es sostenible, pues bastaría releer, para convencerse de ello, los capítulos 9-11 de la carta de Pablo a los Romanos.

Pero aquellos a quienes Jesús se dirige en el texto, es decir, quienes indagan sobre su autoridad, no son «todo» Israel, sino solo algunos de los dirigentes de aquel pueblo, como se especifica poco antes de la parábola (cf. Mt 21,23), y como dirá el evangelista poco después (cf. Mt 21,45). Es a estos a quienes Jesús se dirige, y solo a estos les dirá un poco más adelante: «el reino de Dios os será quitado y será dado a un pueblo que produzca sus frutos» (Mt 21,43). Esta interpretación alternativa puede fundarse en razones de tipo literario, pero también en el hecho de que la identificación del hijo que se niega a ir a la viña con Israel no es universal: para otros Padres, como, por ejemplo, San Hilario de Poitiers, estos serían solo una parte del pueblo judío: los fariseos, o quienes se dejaron influir por ellos.

Más que el problema de la identificación, es decir, de a quién se dirige Jesús, bien mirado la parábola parece centrarse sobre todo en otra cuestión: la referente a la relación clásica, en la tradición bíblica y judía, entre el decir y el hacer. Cumplir la voluntad del Padre, para Jesús, no es simplemente una cuestión de palabras, sino más bien de hechos, como se desprende del Discurso de la Montaña: «No todo el que me dice «Señor, Señor» entrará en el reino de los cielos, sino el que hace la voluntad de mi Padre que está en los cielos» (Mt 7,21). Los dirigentes religiosos a quienes se dirige la parábola, que creen poder servir a Dios permaneciendo fieles a la Torá, en los hechos no le obedecen.

Por eso Jesús les reprocha no haber escuchado el mensaje de Juan Bautista, venido por el camino de la observancia «de la justicia» (Mt 21,32), mientras que, paradójicamente, lo escucharon y lo pusieron en práctica quienes normalmente eran considerados incapaces de seguir los mandamientos de Dios, es decir, los publicanos y las prostitutas. Son estos los hijos que con los hechos van a trabajar a la viña y entrarán primero en el Reino. Son quienes se arrepienten (cf. Mt 21,29.32) y, sabiendo que necesitan la gracia divina, se abren a ella y la reciben. Desde este punto de vista, es decir, por la correlación entre las palabras y los hechos, la parábola está muy cerca de la concreción de la Carta de Santiago, sobre todo cuando insiste en la contradicción entre tener fe pero no obras (cf. St 2,14-17).

A conclusión de la parábola, esta expresión — «el camino de la justicia» — con la que se cierra el relato podría referirse tanto a la historia de la salvación, en la que también se inserta el Bautista como precursor de Jesús, como a la conducta justa, conforme a la voluntad de Dios, que caracterizó la vida de Juan. El concepto de justicia, como Mateo ya ha dado a entender en el Discurso de la Montaña, adquiere un significado específico y, más aún, se convierte casi en un concepto guía. Mateo, en efecto, describirá a Jesús durante la pasión — (cf. Mt 27,19, las palabras de la mujer de Pilato: «No tengas nada que ver con ese justo») — del mismo modo en que es definido el Bautista. La justicia es, desde el inicio mismo del Evangelio, el programa que Jesús ha decidido cumplir, y que quedó expresado en sus primeras palabras, pronunciadas precisamente ante Juan (cf. Mt 3,15: «Déjalo ahora. Conviene que así cumplamos toda justicia»). Para Mateo, por tanto, es importante sobre todo cumplir y practicar la justicia (cf. Mt 6,1), como muestra el hijo de la parábola al poner en práctica la voluntad del padre.

De esta parábola el cristiano aprende que la obediencia a la palabra y a la voluntad de Dios puede pasar incluso por desdecirse de la propia palabra y de la propia voluntad. La fe, en efecto, no nos pide no equivocarnos y no pecar, sino reconocer el error y confesar el pecado. En ese cambiar de parecer del hijo se entrevé su diálogo interior, junto con la toma de conciencia de la realidad; hay en ello la audacia de mirarse a la cara a sí mismo, de atreverse a verse en verdad, con vistas a un obrar responsable. En este sentido, lejos de ser un signo de debilidad, el arrepentimiento es signo de valentía y de fuerza. Por poco frecuente e impopular que sea, incluso en la Iglesia, el gesto de quien reconoce haberse equivocado, de quien admite haber asumido posturas que se han revelado poco conformes con el Evangelio y cambia de postura buscando ser más fiel al Evangelio, es signo de grandeza humana y espiritual.

Desde la Ermita, 26 de septiembre de 2026

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