Enzo Bianchi und der Tod von Camillo Ruini: man betet vor einer verstorbenen Person, Sie begleichen keine Rechnungen
ENZO BIANCHI E LA MORTE DI CAMILLO RUINI: DAVANTI A UN DEFUNTO SI PREGA, NON SI REGOLANO I CONTI
«Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card. Martini né da Papa Francesco» (Enzo Bianchi).
- Kirchennachrichten -
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Autor
Simone Pizzi
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Quando la Chiesa accompagna uno dei suoi figli alla morte non convoca un tribunale storico, non apre un dibattito politico e non procede a una verifica ideologica della vita del defunto.

La Chiesa fa qualcosa di molto più semplice e, zur selben Zeit, di infinitamente più profondo: beten. Lo fa perché guarda alla morte alla luce della vittoria di Cristo risorto, secondo la proclamazione dell’Apostolo: «La morte è stata inghiottita per la vittoria. Dov’è, Tod, Dein Sieg? Dov’è, Tod, il tuo pungiglione?» (1 Kor 15,54-55). Per questo le premesse generali del Rito delle Esequie ricordano che il defunto resta un fratello nella fede e che l’intera comunità ecclesiale si raccoglie attorno a lui per accompagnarlo con la preghiera, offrendo il sacrificio eucaristico ed elevando suffragi. La Chiesa prega infatti per i defunti perché crede che la morte corporale non interrompa la loro appartenenza a Cristo e che, dafür, la preghiera della Chiesa possa ancora giovare loro.
È da questa fede che bisogna partire quando si guarda alla morte di un cristiano, non anzitutto dal ruolo che egli ha ricoperto nella Chiesa, dalle battaglie che ha combattuto o dai giudizi che la storia formulerà sulla sua persona e sulla sua opera. Tutto questo appartiene al legittimo giudizio storico e potrà essere discusso e persino criticato severamente. Davanti alla morte, Aber, la Chiesa guarda anzitutto al battezzato. Non è senza significato che, nell’accertamento ufficiale della morte del Romano Pontefice, colui che per anni portò quel nome pontificale era chiamato per tre volte con il proprio nome di battesimo: davanti alla morte, in einem Sinn, tutti ritornano all’origine. Per questo la prima parola della Chiesa non è il giudizio, ma la preghiera, perché il defunto è anzitutto un figlio della Chiesa affidato alla misericordia di Dio e accompagnato dall’intercessione dei fratelli.
È alla luce di questa fede che va considerato quanto è accaduto dopo la morte del Cardinale Camillo Ruini. Non interessa qui stabilire se egli abbia avuto ragione o torto nelle grandi battaglie ecclesiali degli ultimi decenni, né discutere il giudizio storico sulla sua visione della Chiesa. La questione è un’altra e riguarda la reazione suscitata dalla sua scomparsa, perché proprio nel momento in cui la Chiesa affida un suo figlio alla misericordia di Dio e lo accompagna con la preghiera, il cristiano è chiamato a misurare le proprie parole e i propri giudizi con il significato stesso della morte cristiana.
Non sono mancati, nelle ore successive alla sua morte tentativi di leggere questa figura quasi esclusivamente attraverso categorie politiche e ideologiche. The Daily, der 16 Juni 2026, ha pubblicato l’articolo di Francesco Antonio Grana: «È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano»; Il Manifesto ha titolato «Ruini, la religione come strumento politico». Letture certamente legittime sul piano storico e giornalistico, ma che mostrano quanto sia facile continuare a discutere di una persona in termini di schieramenti, influenza e potere anche nel momento della sua morte. Und so, su questa stessa scia, poche ore dopo la morte del Cardinale Camillo Ruini, Enzo Bianchi è intervenuto sul proprio profilo X scrivendo:
«Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card. Martini né da Papa Francesco».
La domanda che emerge da quelle parole riguarda molto meno il Cardinale Ruini di quanto riguardi Enzo Bianchi stesso: quale concezione della morte cristiana manifesta chi, davanti a un defunto, sente anzitutto il bisogno di riaprire una polemica ecclesiale? È una domanda che non nasce dalla polemica, ma dalla fede della Chiesa. Un ateo militante che davanti a un morto continua la propria polemica agisce secondo la logica che professa, sebbene spesso eviti di farlo perché mostra per la morte quel rispetto che certi cristiani non hanno. Stattdessen, da Enzo Bianchi, che per decenni ha parlato di spiritualità evangelica e di eccentrica vita monastica, divenendo una celebrità contesa dai vescovi italiani che gareggiavano nell’invitarlo a tenere conferenze nelle loro cattedrali proprio negli anni della lunga presidenza della CEI del Cardinale Camillo Ruini, ci si attenderebbe almeno la memoria elementare di ciò che la Chiesa fa davanti a un defunto.
In questo contesto il testamento spirituale di Camillo Ruini assume un significato che va ben oltre la vicenda personale del suo autore. Chi si attendesse l’autodifesa di un protagonista della vita ecclesiale italiana resterà sorpreso, perché quelle pagine non contengono rivendicazioni né tentativi di giustificare le proprie scelte storiche. Vi emergono invece la confessione delle proprie insufficienze, la richiesta di perdono e l’invocazione della misericordia divina. Egli riconosce di avere talvolta agito con durezza, ne domanda perdono, confessa la pochezza della propria fede e si presenta semplicemente come un uomo chiamato a comparire davanti a Dio.È qui che il contrasto diventa evidente. Da una parte vi è un uomo giunto al termine della propria vita che si affida alla misericordia divina; dall’altra chi, davanti a quella morte, sente l’urgenza di riaprire la contabilità delle polemiche ecclesiali. Chi dei due sta guardando la morte cristianamente: Camillo Ruini o Enzo Bianchi?
Umso mehr, non si tratta di stabilire chi avesse ragione nelle controversie che hanno attraversato la Chiesa italiana negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di decidere se questo Cardinale sia stato un grande protagonista ecclesiale o un protagonista discutibile. Non si tratta neppure di negare a Enzo Bianchi il diritto di dissentire radicalmente dalla sua visione, ma di comprendere che cosa accade quando un cristiano muore. Perché esiste una differenza sostanziale tra il giudizio storico e l’uso polemico della morte: il primo è legittimo; il secondo rivela invece una perdita del senso cristiano della morte. Quando la bara di un uomo diventa l’ultimo campo di battaglia di una guerra ecclesiastica durata decenni, quando il corpo di un defunto viene utilizzato come materiale polemico e la morte di un fratello nella fede diventa l’occasione per regolare conti rimasti aperti, non viene ferito soltanto il rispetto dovuto ai morti: viene messa in questione la stessa fede nel giudizio di Dio, nella misericordia, nella comunione dei santi e nella vita eterna. Aus diesem Grund, letzten Endes, il problema non è il Cardinale Camillo Ruini. Il problema siamo noi. Perché se davanti alla morte di un cristiano non sappiamo più pregare, se davanti a un testamento spirituale intriso di richiesta di perdono e di misericordia sappiamo soltanto riaprire vecchi processi, se continuiamo a ragionare come militanti di fazione proprio nel momento in cui la Chiesa invita a pregare per un fratello defunto, allora non abbiamo semplicemente perduto il senso della misura, ma smarrito qualcosa di essenziale della fede cristiana. Quando questo accade, la profezia lascia il posto alla polemica, che finisce per imporsi perfino davanti alla morte.
Va detto che il Cardinale Camillo Ruini, soprannominato “Cardinal Sottile”, proprio nel suo testamento non ha mancato di scrivere:
«Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore. Anche oggi mi rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Devo confessare però di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane».
Non è questa la sede per affrontare questioni che richiederebbero altri spazi. Resta però difficile non osservare che molte delle più gravi problematicità ecclesiali contemporanee affondano le loro radici nel lungo e complesso pontificato di Giovanni Paolo II, del quale Camillo Ruini fu una delle figure più influenti, giungendo incancrenite al pontificato di Benedetto XVI ― sotto il quale proseguì per altri due anni il suo mandato di Presidente della CEI e Vicario Generale della Diocesi di Roma ― e sotto certi aspetti fuori controllo durante il complesso pontificato di Francesco, tutto da capire prima ancora che da studiare dinanzi a una situazione pesantissima da lui ereditata dai due precedenti pontificati, alla quale cercò di far fronte in situazioni molto difficili da gestire. Colpisce pertanto leggere nel suo testamento la confessione della difficoltà a comprendere alcuni orientamenti ecclesiali proprio del pontificato di Francesco. Se il significato profondo di queste vicende non gli fu pienamente chiaro durante la vita terrena, è lecito pensare che oggi, trovandosi faccia a faccia con Dio, lo comprenda con una pienezza che resta preclusa a chi, come noi viventi, guarda la storia dall’interno delle sue inevitabili parzialità.
Florenz, 22 Juni 2026
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