«Sono gay». Il coming-out di Monsignor Krzysztof Charamsa, tra l’urlo dei farisei e l’accidia clericale suicida

«SONO GAY». IL COMING-OUT DI MONSIGNOR KRZYSZTOF CHARAMSA, TRA L’URLO DEI FARISEI E L’ACCIDIA CLERICALE SUICIDA

 

Monsignor Kryzstof Charamsa, teologo che stimo e di cui conservo ottimo ricordo, se n’è andato col suo “fidanzato”, gli altri sono invece rimasti ai propri posti e presto diventeranno vescovi e cardinali nella Chiesa di Cristo svuotata di fede e da essi ridotta sempre più ad una lobby mafiosa retta su criteri pornocratici di ricatto e di omertà.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Monsignor Kryzstof Olaf Charamsa, 43 anni, teologo di riconosciuto spessore, professore al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e alla Pontificia Università Gregoriana, officiale della Congregazione per la dottrina della fede e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.

Al contrario di molti altri o di gran parte delle praeficae di certi blog cattolici, penso di poter parlare di Monsignor Kryzstof Charamsa con una certa cognizione, perché l’ho conosciuto; fu infatti mio docente all’epoca in cui frequentavo i corsi di licenza specialistica in teologia dogmatica. In quegli stessi anni ebbi “l’onore” di avere come docente anche Padre Thomas Williams, che per esilarante ironia della sorte era docente di teologia morale [vedere QUI, QUI]. Dico “esilarante” perché oggi Williams — avuta la dispensa dal sacerdozio e la dimissione dallo stato clericale — è sposato con la figlia dell’ex ambasciatore americano presso la Santa Sede, dalla quale aveva già avuto in segreto due figli [cf. QUI]. E mentre questo pio Legionario di Cristo se la spassava su “diplomatici talami vaticani” [cf. QUI]; mentre i suoi figlioletti crescevano sani e belli, dalla sua cattedra presso l’integerrimo Pontificio Ateneo Regina Apostolorum ― di cui fu decano di teologia poco più che trentenne ― tuonava verso i peccati contro la morale sessuale. Williams era infatti un moralista duro e puro, pronto a lanciare fulmini e saette morali e bioetiche su un preservativo ed a minacciare i poveri giovani religiosi della Legione, obbligati in modo coattivo ad averlo come confessore, di arrostire tra le fiamme dell’Inferno; perché quella sarebbe stata la loro fine, casomai si fossero sfiorati il membro virile in preda a tempeste ormonali giovanili anche e solo in stato di semi-incoscienza durante il dormiveglia … Con alcuni sacerdoti e religiosi, ex sventurati penitenti obbligati di questo zelante ex Legionario di Cristo, ho dovuto lavorare alcuni anni in foro interno e in foro esterno, pregando e sperando che la grazia di Dio, pure per il tramite di un asino come me, sanasse le profonde ferite recate alle loro anime da questo essere scellerato, disumano e soprattutto strutturalmente ipocrita, degno ramo marcio del diabolico tronco marcito di Marcial Maciel Degollado [cf. QUI].

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il Legionario di Cristo Thomas Williams, già decano di teologia del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e docente in teologia morale ed esperto di bioetica

Spero che di simili vicende il Prof. Roberto de Mattei ― e con lui tutti coloro che in questi giorni hanno trattato con estrema durezza Charamsa su Corrispondenza Romana e altrove ― non abbia perduto ricordo, incluse le conferenze da lui tenute assieme all’integerrimo moralista e bioeticista Thomas Williams [vedere QUI]. Dal canto mio non ho invece problema alcuno ad affermare di avere sempre giudicato Williams un mediocre inetto messo da altrettanti inetti Legionari di Cristo a insegnare teologia senza che prima avesse compreso i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica; e di avere molto stimato invece Charamsa per il teologo di valore che era e che malgrado tutto rimane. Ebbene domando: cos’ha da dirci al presente de Mattei su Williams e su Charamsa, a parte la sua invocazione per il secondo del mitico e … attuale Liber Gomorrhianus edito agli inizi dell’XI secolo [vedere QUI]?

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Monsignor Kryzstof Charamsa, alle spalle il suo compagno Eduard Planas

E se il blog Avanti Popolo alla Riscossa fa tosto eco a trombetta nello straccio di vesti [vedere QUI, QUI, QUI] io preferisco procedere con la tenerezza dell’affetto verso un confratello che ha commesso un errore reso ulteriormente grave dalla sua formazione teologica, di fronte alla quale è impossibile invocare l’ignoranza e tanto meno l’ignoranza inevitabile. E la mia tenerezza nasce da quelle pagine del Vangelo nel quale il Verbo di Dio invita il giovane ricco ad abbandonare le sue ricchezze per seguirlo [Mc 10, 17-27]. Ora, chi pensa che Cristo si riferisse ai beni materiali si sbaglia, mostrando in tal senso d’aver capito poco questo brano evangelico, perché le vere ricchezze negative che limitano la sequela Christi e delle quali dobbiamo liberarci sono quelle riassunte nei Sette peccati capitali. Di questo racconto colpisce la frase: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò […]». Questa è la tenerezza: lasciarsi penetrare dallo sguardo di quel Dio che un giorno, tutti, saremo chiamati a guardare a faccia a faccia, anche per sottostare al suo giudizio, che sarà misericordioso anche se il suo verdetto fosse la nostra condanna alla dannazione eterna.

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il ritorno del figliol prodigo nella casa del padre

Questo il motivo per il quale è bene chiarire dal pulpito di quali praeficae farisee provengono gli stracci di vesti sul caso di Monsignor Charamsa. Analizzando infatti il suo gesto, il quesito doloroso e provocatorio che più avanti porrò sarà il seguente: con questo coming-out ha dato scandalo oppure ha evitato di continuare a vivere nello scandalo? Io credo che nessuno dei tanti laiconi corsi subito a sparare a raffica su ciò che di rigore mostrano puntualmente di non conoscere, sia riuscito a fare un’analisi corretta, perché oltre a non avere i necessari elementi per valutare un caso in sé e di per sé molto grave, sono privi di un altro presupposto fondamentale: l’anima sacerdotale. L’anima di un sacerdote può essere infatti compresa e, con la grazia di Dio penetrata, solo dall’anima di un altro sacerdote mosso come tale da una consapevolezza che non sfiora invece certi laiconi all’arrembaggio: Kryzstof Charamsa ha ricevuto per divino sacramento un carattere indelebile ed eterno e come tale sarà sacerdote per sempre secondo l’antico ordine di Melchisedech, a prescindere dalle sue scelte e dalla sua condotta di vita. Sono consapevole che questo mio confratello ha compiuto un gesto che profana e tradisce il Sacro Ordine Sacerdotale, ma proprio per questo non cesserò mai di pregare e di sperare nel suo ritorno, affinché il Padre possa uccidere il vitello grasso e fare grande festa. E che nessun altro fratello osi fare alcuna obiezione dinanzi alla misericordiosa accoglienza del Padre [cf. Parabola del figlio prodigo: Lc 15, 23].

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Monsignor Kryzstof Charamsa

Dire a posteriori «lo immaginavo» … potrebbe quasi avere il sapore della saccenza, ma non è così, perché del caro e stimato Kryzstof Charamsa io ricordo lo sguardo lucente ma al tempo stesso triste e non chiaro, tipico della persona che cerca di celare il disagio di quella sofferenza sulla quale ha tanto scritto e parlato nelle sue lezioni, al punto da essere indicato come teologo della sofferenza, alla quale più volte ha dedicato dotti seminari e lavori scientifici [vedere QUI]. Mi formai così l’idea che questo giovane teologo molto competente e amabile nascondeva nel mistero della sofferenza umana il proprio disagio e il segreto della sofferenza sua. Un disagio e una segreta sofferenza che istintivamente ricollegai alla sfera emotivo-affettiva, perché al contrario di questo mio confratello divenuto sacerdote ad appena 24 anni, io non ero entrato in un seminario in tenera età, ed ho avuto modo di sviluppare un certo istinto prima di divenire presbìtero in età adulta, salvo e immune da quella “falsa libertà” che pervade i seminari, dove all’apparenza si parla di tutto, ma dove lo spirito repressivo ed auto-repressivo è oggi di gran lunga peggiore sotto molti aspetti di quello che vigeva in gran parte dei seminari pre-conciliari, dai quali vuoi per repressione vuoi per oculata selezione, uscivano fuori degli uomini e non delle donnette. E se a volte, nei presbitèri diocesani, sorgeva qualche problema o scoppiava qualche scandalo, ciò era dovuto al fatto che ogni tanto qualche presbìtero fuggiva con l’amante, ma con l’amante donna. Sfido infatti chiunque a portare un solo singolo caso di un presbitero fuggito col “fidanzato” prima degli anni Settanta.

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Monsignor Kryzstof Charamsa

I moderni farisei che invocano il Liber Gomorrhianus dall’alto empireo della Vera&Pura traditio, omettono però di dare all’opinione pubblica corrette informazioni su Monsignor Charamsa, perché se lo facessero rischierebbero di darsi la zappa sui piedi. Andrebbe infatti precisato che prima del suo coming-out è stato sempre un teologo di ortodossa dottrina formatosi secondo i migliori criteri della scolastica classica, fine studioso dell’Aquinate e raffinato metafisico; non a caso una delle sue principali opere è edita dalle Edizioni Studio Domenicano [vedere QUI]. Gli studenti che ebbero modo di seguire i suoi corsi nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum ricordano sempre con quale precisione e serietà abbia messo in guardia nel corso degli anni i futuri teologi dalle vecchie eresie, che come dei virus si trasformano nel tempo mantenendo però integra la loro pericolosa sostanza. E ricordano altresì, i suoi ex studenti, quanto fosse preciso e deciso nella critica rivolta agli esponenti della Nouvelle Thèologie; ricordano come nelle sue lezioni ponesse l’accento sugli errori ed i pericoli insiti nel pensiero di Karl Rahner. In modo prezioso egli trasmetteva insegnamenti anti-modernisti e anti-rahneriani. Un vero modello di teologo appartenente al mondo della sana traditio catholica, non un affiliato all’area dei modernisti o dei cosiddetti “progressisti”, tutt’altro: un loro nemico giurato.

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Thomas Williams dopo la dimissione dallo stato clericale

Il direttore di Corrispondenza Romana, che pure frequenta da tanti anni il grande campus dei Legionari di Cristo nel quale si trovano il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma, non può fingere di non avere conosciuto questo teologo di sana e ortodossa dottrina, ed assieme a lui non può fingere di non avere conosciuto il moralista duro e puro Thomas Williams, anch’esso d’impostazione tradizionalista, che però se la faceva in segreto con le figlie degli ambasciatori dalle quali sfornava figli e col quale io ebbi una discussione pubblica nel 2008, quando di fronte alle sue affermazione esasperanti sulla masturbazione dissi che il suo rigore non corrispondeva affatto a quanto di ragionevole e umano era stato scritto con buon senso comune e scientifico nel Catechismo della Chiesa Cattolica [Cf. n. 2352, QUI]. Sino a destare infine il suo scandalo per questa mia testuale affermazione: «Se un adolescente che non sia San Luigi Gonzaga benedetto da Dio con particolari grazie non avesse mai fatto ricorso alla masturbazione, qualora ne fossi messo a conoscenza inviterei i genitori a portarlo quanto prima dal neurologo, perché probabilmente c’è in lui qualche cosa di veramente grave che non funziona. Se invece un giovane adulto, od un adulto, vivesse la propria sessualità attraverso la masturbazione, oltre a mettermi a sua disposizione come direttore spirituale lo inviterei a fare quattro chiacchiere con un bravo psicoterapeuta, perché ciò denoterebbe che in lui, a livello emotivo ed affettivo, ma soprattutto a livello di maturità umana, c’è qualche cosa che non funziona proprio» …

… poi, che i Legionari di Cristo, per costruire questo grande campus in zona Aurelia a Roma abbiano pagato 18 tangenti ad altrettanti funzionari pubblici corrotti, questa è tutt’altra faccenda morale, perché ciò che solo conta è di non masturbarsi e di non usare preservativi.

Padre Javier Garcia, L.C.

Considerata l’affermazione molto grave appena fatta, metto le mani avanti ed a scanso di inutili querele che si ritorcerebbero contro eventuali querelanti improvvidi, preciso che ad affermare l’avvenuto pagamento di 18 tangenti ad altrettanti funzionari pubblici corrotti fu uno dei maggiorenti di allora della Legione di Cristo, il piccolo e stolto Padre Javier Garçia, che nel 2009, dinanzi a 27 sacerdoti, durante un pranzo nella Casa Sacerdotale di Castel di Guido, rivolgendosi a me e all’altro italiano presente in quella struttura internazionale disse dinanzi ad un’intera platea di testimoni queste parole molto esaustive circa il livello diabolico a cui può giungere l’immoralità di certi moralisti: «Voi in Italia avete un sistema davvero strano. Da noi, in Messico, non è così, basta pagare una sola persona che quella provvede a sistemare tutto; mentre invece, in Italia, bisogna pagare i diversi funzionari uno per uno, perché ciascuno vuole la sua fetta di torta».

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... quegli ambiti nei quali taluni non applicano affatto il rigore della teologia morale dura e pura …

Dopo avere affermato questo, non in privato ma sulle pubbliche colonne di una rivista telematica che ha superato in appena un anno 1.500.000 di visite, sarei quasi tentato di sperare in una querela da parte di persone che da una parte corrompevano i funzionari pubblici col pagamento di tangenti, dall’altra facevano dormire gli adolescenti del loro seminario minore nei dormitori con le luci soffuse accese, le mani fuori dalle coperte ed i formatori che a turno li controllavano passeggiando per tutta la notte, onde evitare che si fossero toccati là dove moralmente risiede l’intero mistero del male, che nasce e che si sviluppa tutto quanto tra preservativi e masturbazioni, non certo attraverso la corruzione dei funzionari pubblici tramite il pagamento di 18 tangenti. Il tutto, và da sé, mentre i loro sacerdoti ingravidavano le figlie degli ambasciatori in privato e si stracciavano poi le vesti in pubblico per un rapporto sessuale pre-matrimoniale consumato da chi — pur sbagliando — non aveva comunque mai promesso solennemente di mantenersi celibe e casto. E detto questo evito di entrare nel merito dell’intenso legame avuto dai Legionari di Cristo con un altro loro beniamino: l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, le cui vicende giudiziarie sono ben note all’opinione pubblica. Semmai, sui legami di Fazio col campus dei Legionari di Cristo potremmo provare a chiedere qualche informazione al Prof. Roberto de Mattei che in quella struttura insegna sin dalla sua fondazione e dove tutt’oggi è coordinatore del corso di laurea in Scienze Storiche, sempre ammesso che non sia troppo impegnato a promuovere sull’Agenzia Stampa Corrispondenza Romana il mitico Liber Gomorrhianus, cosa quest’ultima che potrebbe richiedere un impegno estenuante, sino a indurlo a sorvolare comprensibilmente su altre cose, forse moralmente meno rilevanti?

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S.E. Mons. Mario Oliveri, Vescovo emerito di Albenga

D’altronde stiamo parlando di cattolici da regime sovietico, paragonabili in tutto e per  tutto agli ideologi dei vecchi partiti comunisti europei, che quando i carri armati invasero nell’agosto del 1968 la città di Praga, tacquero. Come con sovietica ideologia hanno taciuto di recente gli affiliati alle “logge” dei “tradizionalisti” duri e puri dinanzi ad un altro innegabile dato di fatto: la diocesi italiana più impestata di preti omosessuali e di scandali ad essi connessi, era quella retta dal beniamino del mondo tradizionalista italiano: S.E. Mons. Mario Oliveri, i cui pontificali nella Cattedrale di Albenga erano tutti quanti un tripudio di mitrie gemmate, paramenti barocchi, latinorum e … tanti preti e seminaristi sculettanti attorno a lui come delle fanciulle languide colte dai torpori delle prime mestruazioni.

Signori, come diceva Amleto: «C’è del marcio in Danimarca!». Sottinteso: in tutta. E chi pensa che la santità e la moralità albergano solo dove c’è il rigore apparente, il latino liturgico ed il bel canto gregoriano, non ha capito proprio niente; ma c’è di peggio: non vuol proprio capire niente, perché l’ideologia che lo acceca glielo impedisce. E l’ideologia, qualunque essa sia, è da sempre la nemica peggiore della fede.

Di recente sono stato rimproverato da uno dei miei critici per avere trattato in modo “teologicamente sconclusionato” il Prof. de Mattei in uno dei miei articoli incentrato sulla famiglia ed il Sinodo dei Vescovi attualmente in corso [vedere QUI]. Peccato che anche in questo caso, a stracciarsi le vesti sul mio spirito “teologicamente sconclusionato” sia stato un soggetto che ha trascorso la sua vita a molestare le studentesse in una università pontificia; ragazze e donne tutte sane, vegete e dotate di buona memoria. Però l’inopportuno sarei invece io che, nell’esercizio delle mie funzioni sacerdotali, non ne ho mai molestata una di donne, né dentro né fuori dalle mie funzioni. E quando semmai qualcuna ha tentato di molestare me, ho risposto con garbo che se avessi voluto accettare certe gradevoli “molestie” non dovevo fare altro che restare dov’ero, senza alcun bisogno di diventare prete …

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quello che Monsignor Charamsa poteva e doveva evitare …

… ma torniamo al caso Charamsa, un confratello al quale non cesserò mai ― oggi più che mai ― di volere bene. In modo pertinente e forse ineccepibile si potrebbe dire che l’agire di Monsignor Charamsa è stato un agire dettato da Satana in persona. In qual altro modo potremmo infatti definire un teologo colto, ortodosso, competente e raffinato che rivolge accuse alla Santa Chiesa e alla Sposa di Cristo sfoggiando nella sua verve critica un frasario da fare invidia ai peggiori ideologi del gender e dell’omosessualismo? I peggiori teologi eretici, Hans Küng degna creatura di Karl Rahner, od i teologi più marxisteggianti della liberazione, non hanno mai affermato nulla di simile; ed erano e sono, teologicamente parlando, degli eretici palesi e manifesti, oltre che pericolosi; mentre Monsignor Charamsa, teologicamente e dottrinalmente parlando, non lo era e non lo è, perché il suo è un grave problema perlopiù morale. E indubbiamente immorale — oltre che lesivo alla dignità di tutti noi membri del Sacro Ordine Sacerdotale — è stato vedere in giro per le televisioni del mondo questo nostro confratello vestito da prete che palpeggiava il suo “fidanzato”, che si stringeva a lui e che reclinava il proprio capo sul suo petto come se si fosse trattato del giovane Apostolo Giovanni con il Signore Gesù.

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«La moderna incapacità a leggere i segni» – la celebre immagine del fulmine che colpisce la cupola di San Pietro dopo l’annuncio della abdicazione dal sacro soglio del Sommo Pontefice Benedetto XVI

Per la mia profonda conoscenza di certe vicende ecclesiastiche ed i complessi rapporti che come confessore e direttore spirituale ho da anni con numerosi preti, spesso anche in gravi difficoltà, usando in questo caso anche la mia modesta formazione fatta a suo tempo per l’abilitazione al ministero di esorcista, ritengo di poter dire che Monsignor Charamsa non è stato vittima diretta di Satana ma vittima indiretta dei suoi grandi accoliti. Ed i suoi grandi accoliti sono coloro che dirigono come vescovi le principali diocesi del mondo; sono molti alti prelati della curia romana e non pochi membri del Collegio Cardinalizio. Monsignor Charamsa è solo la conseguenza di ciò che in un mio libro del 2011 [E Satana si fece Trino, a breve in ristampa con altra società editrice], indicai come il dramma della omosessualizzazione della Chiesa. E urlando nei deserti come un piccolo Giovanni Battista da quattro soldi, tale sono io, ho inutilmente spiegato e ripetuto che un esercito sempre più numeroso di gay si è insediato in tutti i posti chiave della Chiesa, tenendo in mano attraverso le peggiori armi di ricatto intere diocesi; tenendo in ostaggio i loro rispettivi vescovi, ridotti spesso a dei pupazzi con la loro bella mitria in testa e il loro pastorale lucente in mano, ma non in grado di governare molte Chiese particolari ormai perdute, perché totalmente frocizzate in seguito a quello che in modo ironico ma pertinente ebbi a definire in quel mio libro come un nubifrocio universale scoppiato sulla povera Chiesa di Cristo.

 

La potente lobby gay che imperversa dentro la Chiesa ha più volte costretto Benedetto XVI a nominare vescovi dei soggetti che mai egli avrebbe nominato; ad elevare alla dignità cardinalizia taluni soggetti più simili a delle soubrette attempate che a degli uomini; gente che non ispira proprio il ricordo dei Principi della Chiesa ai quali è richiesto come primo presupposto non solo una anatomica maschilità fisica, ma soprattutto una adeguata maschilità psicologica.

La potente lobby gay lava le peggiori “fedine penali” di preti in carriera o in corsa verso l’episcopato noti per le loro condotte immorali sin da quand’erano seminaristi; fa sparire segnalazioni fatte alle autorità ecclesiastiche dai pochi sacerdoti ai quali è rimasto un barlume di coraggio, minaccia in modo coercitivo chi mostra dissenso verso le loro consorterie. La lobby gay impedisce che uomini sani e motivati siano ordinati sacerdoti, perché tutt’oggi gran parte dei seminari italiani sono impestati da imbarazzanti effeminati con le vocette stridule e le movenze esangui, in particolare nel Meridione d’Italia, dove se un gay non è bello, quindi non può volare a Roma, Bologna o Milano dove troverebbe subito un ricco cinquantenne omosessuale che lo manterrebbe di tutto punto, come alternativa ecco che entra in seminario, diventa prete e cerca di fare carriera. Non è infatti un caso che i gay che entrano nei seminari sono sempre brutti e fisicamente non gradevoli, perché altrimenti avrebbero preso altre strade e intrapreso tutt’altre carriere. In tutti i miei anni di ministero sacerdotale ed in quelli della mia pregressa formazione al sacerdozio, l’unico gay atletico e di bell’aspetto che ho conosciuto, in mezzo a un esercito sempre più numeroso di preti omosessuali, è stato solo e unicamente Monsignor Charamsa. Forse ve ne saranno altri, ma pur avendo vissuto perlopiù a Roma in ambienti ecclesiastici e sacerdotali internazionali, di omosessuali attraenti ho conosciuto solo lui.

Cristo redentore rio

«La moderna incapacità a leggere i segni» – un fulmine colpisce la mano destra del Cristo Redentore a Rio de Janeiro e ne danneggia il pollice. Per oltre un millennio, prima della introduzione del “gran segno di croce”, la benedizione era data o imponendo le mani o tracciando un segno sulla fronte col pollice destro.

Io non sono affetto da sessuocentrismo né sono uno che misura singoli e situazioni attraverso gli schemi sessuocentrici di Sigmund Freud, ma come uomo che mai ha negato d’aver vissuto nella sua vita pregressa anche una dimensione sentimentale e sessuale e d’aver conosciuto il disordine del libertinaggio e la convivenza con donne, non posso eludere l’elemento fondamentale di quella sessualità umana che fu tra l’altro uno dei principali elementi che concorse alla decadenza della società romana. Quando infatti fu perduta la virilità, a mano a mano prese campo e si diffuse l’omosessualismo ai più alti livelli sociali e politici. Infine scesero dal Nord dell’Europa i barbari che erano maschi a tutto tondo e … e per dirla in modo reale e senza pudibondi eufemismi clericali: i barbari giunsero col membro virile eretto e la spada affilata in mano cogliendo di sorpresa i “maschi” romani sprofondati nel baratro dei peggiori frocismi e che truccati da donne erano intenti a darsi alle orge coi giovani nelle alcove …

Sacco di Roma JN Sylvestre 1890

il “Sacco di Roma” per opera dei visigoti nell’anno 410

… e così i barbari misero in ginocchio ciò che rimaneva del decadente Impero Romano, col loro membro eretto e la loro spada affilata.

In questo momento sta accadendo a livello ecclesiale la stessa cosa in forma peggiore e con una sostanziale differenza: i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi autorità. Ebbene immaginiamo i barbari oggi: quali reazioni avrebbero dinanzi a figure di vescovi ibridi e androgini, che a mezza voce parlano ma non parlano, non dicono si e non dicono no, ma soprattutto sempre più circondati da preti sculettanti che parlano con voci in falsetto? Provate a immaginare la reazione dei barbari …

Gianfranco Ravasi

il Cardinale Gianfranco Ravasi

… chi sarebbe in grado oggi, come nel 452, di fermare Attila detto “il flagello di Dio“, armato solo della propria grande autorevolezza, come lo era il Santo Pontefice Leone Magno? Forse il Cardinale Gianfranco Ravasi che intima al Re degli Unni: «Caro Fratello, non ti arrabbiare, anzi, vieni mio ospite presso il Cortile dei Gentili, che ne parliamo assieme». Forse Attila, dopo una sonora risata gli risponderebbe: «Dolcezza, pensi forse di essere sul set degli studi televisivi di Canale5? Guarda che io sono reale, ma se la cosa non ti è chiara allora sappi che io ammazzo sul serio!». 

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lo psicologo Roberto Marchesini

Già anni fa parlavo della omosessualizzazione della Chiesa con tutto ciò che ne consegue, tema approfondito in seguito con lo psicologo Roberto Marchesini al quale lamentai un vero e proprio golpe omosessualista in corso [cf. QUI]. Dio solo sa quanto io soffra nel vedere certe cadute nel ridicolo, perché basta partecipare a un incontro del clero in qualsiasi diocesi per rendersi conto di quanto basso sia, se non a volte inesistente, il livello di testosterone che corre tra i presbiteri ed i vescovi, sino a giungere a vere e proprie figure grottesche di preti; o ad assemblee del clero che sembrano dei veri e propri raduni promossi dal Gay Village.

Magari fossero scatenate delle nuove persecuzioni contro la Chiesa, perché il sangue dei martiri l’ha sempre purificata e rivitalizzata, cosa questa che hanno imparato nel tempo i nostri nemici, il Demonio in testa a tutti che, fatto tesoro della lezione, se ne guarda bene dal farci un buon servizio del genere, ben altro è infatti il suo servizio: servendosi delle peggiori gesta degli uomini di Chiesa ridotti spesso a figure in bilico tra caricaturale e grottesco, sta rovesciando su di noi il ridicolo, neppure il disprezzo, ma il ridicolo.

Oggi, la Chiesa attaccata dall’interno è stata anzitutto svirilizzata; si sono create potenti cordate di mezzi uomini piazzati nei posti di maggior rilievo, resi deboli dalla loro smidollatezza congenita e gestibili attraverso la loro ricattabilità. E questi mezzi uomini selezionano a loro volta uomini più “mezzi” ancora di loro che siano come tali deboli e ricattabili, quindi intruppabili. Altro che “sangue dei martiri”!

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il tripudio pagano della festa di Sant’Agata a Catania, notoriamente gestito dalle cosche mafiose

Ci si rivolga una domanda, o meglio se la rivolgano i vescovi italiani o ciò che resta dell’episcopato italiano: perché da Napoli in giù la Dottrina Sociale della Chiesa non trova applicazione; perché non è stata sviluppata la cultura degli oratori e delle grandi aggregazioni cattoliche? E per aggregazioni cattoliche non s’intendono quei quattro mezzi esaltati disgreganti dei Neocatecumenali o dei Carismatici, ma ben altro genere di aggregazioni aggreganti. Perché tutto tende invece a limitarsi ad una fede paganeggiante fatta di tradizioni popolari, processioni e celebrazioni di Santi e Sante che ricordano in tutto i baccanali greci, i quali a suo tempo si concludevano con la grande orgia tra fiumi di vino, mentre oggi si concludono coi fuochi artificiali, quale raffigurazione simulata degli orgasmi orgiastici? Perché nessuno si cura del fatto che l’immane scandalo della festa di Sant’Agata a Catania è totalmente in mano alla potente mafia catanese [vedere QUI]? Ebbene ve lo spiego io il perché di tutto questo: perché nel Meridione d’Italia — fatte salve le singole eccezioni dei buoni preti, che sono sempre di meno e sempre più vessati da un sistema ecclesiastico corrotto e corruttore — c’è il clero moralmente più scandaloso, scadente, impiegatizio e pigro del nostro Paese. Infatti, le associazioni mafiose: Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Cosa Nostra, non vogliono disturbi sul loro territorio. Pertanto non gradiscono la presenza e l’operato di antagonisti capaci di strappargli di mano la giovane manovalanza, educando i giovani ad una cultura non mafiosa, cosa questa che richiederebbe la tempra e la virilità di preti che siano anzitutto dei maschi decisi e capaci come tali di incutere rispetto e sacro timore. Ecco allora che le mafie hanno insinuato un sistema mafioso anche all’interno delle Chiese locali, dove molti vescovi si comportano di fatto come fossero dei capi clan, circondati spesso da preti caricaturali e ricattabili. Inevitabile quindi che certe Chiese locali siano anzitutto riempite di preti omosessuali, dentro gli armadi dei quali si trova in schifo di tutto e di più. Questo rende le Chiese particolari del Meridione d’Italia deboli e sottomesse alla criminalità organizzata, che esercita sui vescovi un grande potere di ricatto, perché qualora non stessero al loro posto come i mafiosi vogliono, questi tirerebbero fuori scandali morali e patrimoniali così gravi dinanzi ai quali si finirebbe col dover ammettere che la realtà oggettiva di certi vescovi, preti e diocesi supera davvero l’umana fantasia.

tempesta sedata

Gesù dorme nella barca di Pietro sul mare in tempesta [Mc. 4, 35-41]

Nel corso degli anni, a Roma, quante suppliche sono giunte, con tutte le più dettagliate e gravi spiegazioni del caso, circa l’urgenza di nominare come vescovi diocesani da Napoli in giù dei sacerdoti privi di qualsiasi legame di nascita, parentale e sociale con il luogo; che non si siano formati nei seminari e negli studi teologici locali? Per tutta risposta, non solo Roma si è mostrata sorda, molto peggio: alcuni dei più ricattabili preti-signorina sono stati promossi all’episcopato ed eletti vescovi di numerose di queste Chiese particolari, all’interno delle quali hanno seguitato ad incrementare e proteggere a più non posso il frocismo ecclesiastico.

La Chiesa sopravviverà com’è scritto nel deposito della nostra fede, ma questa sopravvivenza non può essere scissa dal chiaro monito: «E quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [cf. Lc. 18,8]. Il Figlio dell’Uomo potrebbe anche trovare il guscio di una Chiesa totalmente svuotata di fede, con piccoli nuclei reietti e perseguitati al suo interno, che hanno cercato di mantenere integra a smisurato prezzo personale la fede degli Apostoli.

caduta libera

siamo in caduta libera, irreversibile e senza paracadute …

Siamo in caduta libera irreversibile, in fase di sgretolamento avanzato e con una emorragia di fedeli come mai s’era vista prima in certi continenti. E siccome come cristiano e sacerdote sono chiamato al realismo e non certo all’idealismo di matrice tedesca — posto che Cristo è morto e risorto realisticamente, non idealisticamente — di una cosa propendo a essere certo, anche se in questo caso non è opportuno parlare di “certezze”: tra non molti anni, la Chiesa come per secoli l’abbiamo concepita a livello ecclesiastico non esisterà più [cf. mio precedente articolo, QUI]. La Chiesa sopravviverà e seguiterà a vivere sino alla fine dei tempi, ma diverrà “altro”, perché sono ormai cinquant’anni che la Chiesa di Cristo si sta trasformando in “altro”; e questa non è un’opinione ma un dato di fatto che io accetto, mentre altri no, a partire dai membri del Collegio Episcopale, perché infarciti del meglio del peggio di certi devastanti teologismi novecenteschi di matrice idealista tedesca, che li rende appunto malati di quell’idealismo che li porta a non capire quel realismo tutto quanto basato sulla carne del Risorto che è salito al cielo con impressi sul suo corpo glorioso i segni indelebili della passione.

Monsignor Kryzstof Charamsa è venuto allo scoperto, ma al contrario di ciò che molti pensano, io ritengo che abbia dato uno scandalo di minore portata rispetto a coloro che hanno ridotto la Chiesa ad una sorta di gineceo per capponi castrati, pronti a distruggere in gruppo il maschio se non lo possono avere, possedere, gestire e ridurre ad un loro giocattolo. E se non possono distruggere quell’essere non facilmente controllabile che è il maschio, allora lo emarginano totalmente, affinché nel clero possano trionfare checche e checchine dive e divine assetate di fascette rosse, di posti al sole e di prebende, soggetti pronti ad essere sottomessi ai potenti come delle geishe e prepotenti oltre ogni misura con i deboli e gli indifesi. Questi sono i veri accoliti di Satana, non Monsignor Charamsa.

Monsignor Krzysztof Charamsa ed il suo compagno alla partenza per la Spagna

Monsignor Kryzstof Charamsa è venuto allo scoperto perché è un uomo giovane e di bella presenza, con un fisico da atleta e da nuotatore, degli occhi celesti belli e luminosi. Un uomo al quale la vita, nel bene e purtroppo nel male, può concedere tutto ciò che non potrebbe invece concedere al fitto esercito di preti gay sgradevoli nell’aspetto e nel corpo, dotati di diabolica furbizia ma non d’intelligenza né di cultura e per questo abili dissimulatori che, come tutte le persone molto mediocri, o come tutti i gay incattiviti, possono fare carriera solo all’interno della Chiesa in questo nostro momento di decadente implosione. Carriere che l’Autorità Ecclesiastica continua in modo scellerato a concedere loro, nominandoli alle alte cariche accademiche, facendoli vescovi, inserendoli nella Curia Romana, nel servizio diplomatico della Santa Sede e via dicendo, perché come dissi anni fa allo psicologo Roberto Marchesini: «Hanno fatto un golpe!» [vedere QUI]. E aggiungo oggi: «E la vicenda dell’abdicazione al sacro soglio di Benedetto XVI ne è il tragico epilogo». O forse qualcuno pensa che i pesanti e terribili faldoni dell’inchiesta svolta su mandato del Predecessore del Regnante Pontefice ed affidata a quattro anziani cardinali, si sia dissolta nel nulla? No, quei faldoni oggi sono più pesanti, ed al loro interno sono contenuti fatti ed episodi dinanzi ai quali Satana sarebbe capace ad ammettere che neppure lui, pur con tutto il suo odio verso il Cristo, sarebbe riuscito a sfregiare la Chiesa come invece l’hanno sfregiata certi cardinali, vescovi e preti.

spazzatura in casa

spazzatura dentro casa nostra …

Il teologo Kryzstof Charamsa era uno dei nostri elementi migliori, ed è uscito dalla porta in modo eclatante per lasciare la casa al peggio che seguita ad albergarvi dentro; un ottimo elemento al quale nessun formatore e nessun confessore — al quale chissà quante volte avrà parlato delle proprie pulsioni sessuali verso il proprio stesso sesso — ha mai detto: «Sii pure te stesso, ma ti prego, non diventare prete». Frase questa che io ho ripetuto più volte, sino a poche settimane fa, a diversi candidati ai sacri ordini, salvo vederli poi ordinare nel corso del tempo dai loro rispettivi vescovi, incuranti dei danni immani che con quelle sacre ordinazioni avrebbero recato alla Chiesa.

stanislaw dziwisz

il Cardinale Stanisław Dziwisz

Questa è la nostra irreversibile situazione: Vescovi incapaci che non possono essere rimossi perché protetti dal potente cardinalone loro ex compagno presso la conventicola dell’Almo Collegio Capranica, o perché divenuti vescovi per volontà di qualche potente che non può certo avere sbagliato nella scelta, neppure dopo morto. Vescovi incapaci che a loro volta mettono dei perfetti incapaci a dirigere i loro seminari, all’interno dei quali si formano delle aggregazioni di gay, diversi dei quali spiccano poi il volo appena preti per gli uffici della Conferenza Episcopale Italiana, i Dicasteri della Santa Sede, la Pontificia Accademia Ecclesiastica … e come le vipere seguitano a riprodursi e proteggersi tra di loro ai più alti livelli, scavando la fossa attorno a chiunque gli si opponga e li chiami col loro nome.

Monsignor Kryzstof Charamsa ha sbagliato, ha tradito le sacre promesse sacerdotali ed ha messo in imbarazzo il gruppo sempre più esiguo dei suoi confratelli sani; ma ha avuto il coraggio di dirci in faccia a tutti quanti che lui era il prodotto di questa omosessualizzazione ecclesiastica che lo ha favorito in una veloce e folgorante carriera sin dalla sua giovane età, senza che nessuno, durante i suoi anni di formazione, si rendesse conto dell’ovvio prima che fosse consacrato sacerdote.

Quanti altri gay della potente cordata di omosessuali polacchi, evidenti all’occhio ma al tempo stesso nascosti, rimangono invece in servizio presso la Santa Sede, sotto la protezione del sempre potente Cardinale Stanisław Dziwisz, noto anche come “il grande lavatore di gay”, da lui forniti spesso di garanzie tali da fare invidia al candore di Santa Maria Goretti vergine e martire?

nunzio in santo domingo

S.E. Mons. Jozef Wesolowski, già nunzio apostolico a Santo Domingo, condannato per pedofilia e possesso di materiale pedo-pornografico e dimesso dallo stato clericale

Quanti membri della cordata dei gay polacchi sono stati promossi alla dignità episcopale? Perché se non erro, il primo nunzio apostolico accusato e riconosciuto colpevole di pedofilia nell’intera storia del servizio diplomatico della Santa Sede era putacaso proprio un polacco [vedere QUI, QUI]; il quale putacaso era nelle grazie del Cardinale Stanisław Dziwisz, sempre per parlare di questa nostra povera Chiesa dove tutti conoscono responsabili, mandanti ed esecutori ma dove nessuno taglia loro le teste, al limite si promuovono a diverso alto incarico, o incuranti dei danni che possono fare si lasciano sulle cattedre episcopali o presso i propri uffici fino al sopraggiunto limite di età. Oppure: tutti sanno che quel vescovo ausiliare è un soggetto problematico? E quale problema c’è: vediamo quale diocesi è vacante e nominiamolo subito a quella sede vescovile, così potrà essere rimosso da una parte per seguitare a fare danni molto peggiori altrove.

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Monsignor Krzysztof Charamsa

Monsignor Kryzstof Charamsa ci ha dimostrato di essere il frutto e il prodotto dei veri accoliti di Satana, coloro che stanno deturpando la Santa Sposa di Cristo, celandosi dietro a ragioni sempre e di rigore superiori di buona politica pastorale e di alta diplomazia ecclesiastica; ragioni di fronte alle quali ritengono legittimo sacrificare persino Cristo e tutti i Santi. E mentre tutti costoro finiranno all’Inferno accolti in trionfo da Satana in persona, Monsignor Kryzstof Charamsa finirà invece in Purgatorio a scontare la sua meritata pena, che non sarà però la dannazione eterna. Alla dannazione eterna si sono condannati coloro che hanno trasformato la Chiesa di Cristo in una succursale della Chiesa del Demonio, ivi inclusi i rettori di seminario, i direttori spirituali e tutti quei confessori incapaci ad esercitare con sapienza e coscienza i propri ministeri, che non hanno mai letta e percepita l’indole del giovane Kryzstof Charamsa dicendo lui: «Non diventare prete, perché se lo diventerai non potrai essere libero, non potrai mai essere te stesso, quindi ti voterai ad una inutile sofferenza». E non a caso, molti anni dopo, Monsignor Charamsa era conosciuto nell’ambito teologico specialistico come un giovane maestro della teologia della sofferenza.

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Monsignor Krzysztof Charamsa

A Monsignor Kryzstof Charamsa, pure nel grave errore commesso e nel danno lacerante recato alla Chiesa, va riconosciuto un “merito”: a un certo punto non è stato più a questo gioco, ha pubblicamente tradito il sacerdozio, ha abbracciato il suo “fidanzato” in conferenza stampa ed è partito in “luna di miele” per i Paesi Baschi, mentre tutti gli altri, ben più pericolosi di lui, rimangono invece ai loro posti a profanare in modo molto peggiore il Sacro Ordine Sacerdotale, a decidere che gli uomini sani non possano diventare preti e che i preti peggiori e moralmente più scadenti seguitino ad essere promossi alla dignità episcopale per la somma tutela delle ragioni politico-pastorali e diplomatico-ecclesiastiche che si sono create all’interno dell’ormai “sistema-mafioso-chiesa-cattolica”; un sistema al quale tutto è sacrificabile, incluso il Corpo Mistico di Cristo.

Monsignor Kryzstof Charamsa se n’è andato col suo “fidanzato”, gli altri — quelli molto peggiori di lui — sono invece rimasti ai propri posti e presto diventeranno vescovi e cardinali nella Chiesa di Cristo svuotata di fede e da essi ridotta sempre più ad una lobby mafiosa retta su criteri pornocratici strutturati su dinamiche diaboliche di ricatto e di omertà.

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I Santi “antipatici”, Pontefici inclusi …

— Lettere dei lettori dell’Isola di Patmos —

I SANTI ANTIPATICI, PONTEFICI INCLUSI …

 

[…] se il Santo Padre Benedetto, uomo di gran dottrina e teologo raffinato, aveva un carattere tendenzialmente mite e debole, al punto da essere sottoposto ad un vero e proprio stillicidio nel corso del suo ultimo anno di pontificato; il Santo Padre Francesco, che conosce la dottrina e che per sua stessa e ripetuta ammissione non è un teologo, lungi dall’avere un carattere mite e debole ha invece lo spirito del condottiero, del generale e, tra un sorriso mediatico e l’altro, la sua autorità la sa esercitare ed imporre, eccome! In questo delicato momento storico alla Chiesa di Cristo forse serviva questo: un Pontefice che all’occorrenza sapesse imporre la propria autorità e sapesse all’occorrenza anche far piangere i superbi e gli arroganti anziché andarsene via piangendo dinanzi alle prepotenze dei superbi e degli arroganti.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Caro Padre. Sto leggendo i suoi articoli da un po’ di tempo e devo dirle: su qualcosa mi trovo d’accordo su altro un po’ meno. Abbiamo assistito ad una dolorosissima rinuncia da parte di un grande papa che puzza più di clamorosa estromissione da parte di chi da sempre lo ha odiato. Lei lo definisce un debole per me era la punta di diamante del santo papa Giovanni Paolo II e ora mi impressiona la forza con cui porta la sua croce. Sinceramente mi rattrista paragonare la sua mitezza e determinazione all’arroganza del suo Successore che mi sembra sia sfatato un paladino di quella parte così detta progressista non che un esponente della Compagnia delle Indie come lei ha chiamato il suo Ordine [cf. QUI] intriso di potenti. Io so che lo Spirito Santo agisce ma non impone quindi in questa faccenda non è che Gli abbiamo chiuso la porta in faccia facendoci proprietari di ciò che non è nostro? Non sono un tradizionalista sono solo un cristiano cattolico un po’ addolorato e sconcertato. La ringrazio per l’attenzione e per la suo eventuale risposta.

Ermanno

Caro Ermanno.

La vocazione segue le dinamiche dell’innamoramento. Quando da adolescente mi innamoravo — cosa che accadeva di media ogni due settimane —, quella mia coetanea mi appariva come una dèa bellissima, ma che dico: perfetta! A quel punto, da uomo “adulto” ed “esperto” tal ero a 13 anni, preso a cantare e ballare «Ramaya Bokuko Ramaya abantu Ramaya Miranda Tumbala» [vedere QUI], andavo a chiedere consulenze a mio nonno, che aveva la capacità di prendermi persino sul serio — forse perché si chiamava Giordano Bruno? —, rimanendo impassibile dinanzi alle mie sparate, tipo: «Mi sono innamorato di Silva, la figlia della farmacista». E lui, serio: «Ma io avevo capito che Silvia era la figlia del fornaio». E io: «Si, avevi capito bene, perché anche la figlia del fornaio si chiama Silvia, ma quella era la ragazza di due cotte fa». E dopo la prima euforia la ragazzina cominciava ad apparirmi non più una dèa, ed anziché vedere in lei la perfezione cominciavo a vederne anche i difetti.

Quante volte mi capita di sorridere tra me e me, quando per i sacramentali o le assistenze liturgiche indosso la cotta bianca, oggi che sono felice sposo della Chiesa.

Dopo lo sbandamento neurotico dell’innamoramento vocazionale uno dei miei formatori — divenuto anch’esso sacerdote in età adulta —, mi rivolse un monito di cui feci subito tesoro e che oggi è per me oggetto di esortazione: «Non idealizzare mai le persone, perché idealizzando si possono creare degli idoli, finendo poi appresso delusi e non di rado arrabbiati col coltello stretto tra i denti».

Per evitare di cadere in simili sbandamenti e chiarire al tempo stesso certi dubbi del tutto legittimi, bisognerebbe avere anzitutto chiaro che cos’è la santità. I santi sono quelle figure per le quali tutti facciamo il tifo ma ai quali ben ci guardiamo dal somigliare, in particolare ai santi martiri. Quante sono le soubrette e gli attori di film demenziali che amano dichiararsi devoti di San Pio da Pietrelcina in giro per le televisioni o sulle colonne dei rotocalchi rosa, ai quali però non è mai passato per la mente di compiere il benché minimo sforzo per imitare nella loro vita il modello di fede e virtù cristiana di questo straordinario santo?

Ci sono grandi figure nella storia della Chiesa che mai nessuno ha canonizzato e che ispirano la mia profonda simpatia, ch’è un elemento umano soggettivo. Ci sono diversi santi, alcuni anche dottori della Chiesa, che mi fanno invece antipatia, taluni pure profonda; e l’antipatia, come la simpatia, è un elemento umano soggettivo e come tale all’occorrenza da controllare, perché da essa non si deve essere influenzati quando si è chiamati a formulare giudizi e soprattutto a compiere scelte riguardanti la vita della Chiesa o la vita di singole persone.

La riconosciuta santità si basa invece su un elemento oggettivo retto su un solenne pronunciamento del più alto magistero: la Chiesa ha canonizzato quell’uomo o quella donna — che a me possono stare antipatici — riconoscendo oggettivamente la eroicità delle loro virtù ed elevandoli quindi a modello di esempio per il Popolo di Dio. Questo elemento della oggettività è un dato per me inconfutabile che non ho mai negato, tutt’altro: lo riconosco, lo rispetto, lo seguo e lo trasmetto al Popolo di Dio. D’altronde la Chiesa non mi obbliga a chiedere di intercedere per me presso Dio a quei santi che soggettivamente ritengo “antipatici”. E se per un verso non nego di sentirmi molto più vicino alla spiritualità di San Domenico di Guzman e dei suoi Frati Domenicani, per altro verso non ho problema alcuno a dichiararmi indifferente alla figura di San Francesco d’Assisi e distante dai suoi Frati Francescani. Nutro particolare simpatia per San Filippo Neri e devozione per Sant’Ignazio di Loyola, pur ritenendomi libero di esprimere che gli attuali Gesuiti — da me epitetati Compagnia delle Indie —, poco hanno da spartire oggi con la Compagnia di Gesù ideata dal loro Fondatore, perché se tornassero a essere ciò che erano, anziché diffondere i veleni di Karl Rahner come fosse il novello Tommaso d’Aquino del XX secolo, avrebbero di nuovo i noviziati e gli studentati pieni, anzichè popolati da qualche sciamano africano o da giovani indiani che spesso si manifestano palesemente più buddisti che cristiani. E sorvoliamo sul genere di formazione attraverso la quale arrivava al sacerdozio un pio gesuita ieri e su quella con la quale invece vi giungono oggi certi mezzi buddisti e certi mezzi sciamani.

Il tutto è solo Cronaca di una morte annunciata, perché il 23 ottobre 1972 un insigne gesuita, il Cardinale Jean Danielou, rispondeva così a un intervistatore della Radio Vaticana sulla crisi della vita religiosa, in particolare della Compagnia di Gesù:

«La soluzione unica e urgente è fermare i falsi orientamenti presi in un certo numero di istituti. Occorre per questo fermare tutte le sperimentazioni e tutte le decisioni contrarie alle direttive del Concilio; mettere in guardia contro i libri, le riviste, i convegni in cui sono messe in circolo queste concezioni erronee; ripristinare nella loro integrità la pratica delle costituzioni con gli adattamenti chiesti dal Concilio. Là dove questo appare impossibile, mi sembra che non si può rifiutare ai religiosi che vogliono essere fedeli alle costituzioni del loro ordine e alle direttive del Vaticano II di costituire delle comunità distinte. I superiori religiosi sono tenuti a rispettare questo desiderio. Queste comunità devono essere autorizzate ad avere delle case di formazione. L’esperienza mostrerà se le vocazioni sono più numerose nelle case di stretta osservanza o nelle case di osservanza mitigata. Nel caso in cui i superiori si oppongano a queste richieste legittime, un ricorso al Sommo Pontefice è certamente autorizzato» [testo dell’intervista, QUI].

… E sulle ceneri della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola, nacque da Padre Pedro Arrupe la nuova Compagnia delle Indie diretta oggi da Padre Adolfo Nicolás.

Altro elemento da chiarire è il fatto che al santo non è richiesta la perfezione. Non solo, infatti, ci sono stati santi che hanno percorso i peccati capitali in lungo e in largo, perché assieme ai peccati hanno commesso anche errori d’ogni sorta, prima di quella conversione che li ha portati a diveniri degli autentici modelli di virtù. Un argomento a parte meriterebbero quei santi che erano matti come cavalli da corsa, per citarne uno tra i tanti: San Giovanni di Dio, anch’esso come Sant’Ignazio di Loyola ex soldato e fondatore del benemerito ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, che prende nome dal vezzo di quest’uomo di Dio che spesso, tra le risa delle persone, si metteva a sbraitare e gesticolare per le piazze ed i mercati urlando: «Fate del bene, fate bene, fratelli, a voi stessi!». Sottintendendo che facendo del bene al prossimo, ed in particolare agli ammalati, si faceva del bene anche a sé stessi, alla propria anima.

Gli ultimi Sommi Pontefici canonizzati e beatificati, erano lungi dall’essere perfetti: mi riferisco a San Giovanni XXIII, al Beato Paolo VI ed a San Giovanni Paolo II …
… certe ingenuità di Giovanni XXIII sono dati di fatto noti, come lo è il fatto che se l’introverso Paolo VI, anziché piagnucolare, avesse usato la sua apostolica autorità per richiamare e stroncare le gambe a certi teologi che seminavano pericolose eresie, oggi i loro figli ed i loro nipotini non avrebbero impestato la Chiesa intera di pensieri eterodossi. Né possiamo eludere il fatto che sotto l’ultimo decennio di pontificato di San Giovanni Paolo II, col Cardinale Giovanni Battista Re Prefetto della Congregazione per i Vescovi sono assurti all’episcopato alcuni dei peggiori vescovi mai avuti dalla Chiesa nel corso degli ultimi duecento anni di storia; e questa mia affermazione è un fatto supportato anche dalle sentenze penali di vari tribunali del mondo, da varie destituzioni più o meno silenziose, da tanti penosi promoveatur ut amoveatur, etc ...

Ciò vuol forse dire che sono stati canonizzati e beatificati degli uomini che non lo meritavano? O uomini privi della virtù fondamentale richiesta ad un santo, che è la prudenza?

Posto che senza macchia di peccato originale è nata solo la Beata Vergine Maria e che solo il Verbo di Dio fatto uomo non ha mai conosciuto il peccato, questi pontefici sono stati canonizzati e beatificati perché pur nella loro imperfezione umana, a fronte di un gravame apostolico dinanzi al quale, il primo a risultare a suo modo inadeguato fu proprio il prescelto personalmente da Cristo Dio, sono stati comunque modelli di eroica virtù. Analogamente a San Pietro anche questi suoi recenti Santi Successori hanno vissuto una vita esemplare in contesti sociali e politici talvolta difficilissimi, a volte impossibili da gestire, il Beato Paolo VI in particolare. E come sappiamo Pietro, dopo essere scappato impaurito [cf. Mt. 26, 47-56], dopo avere rinnegato il Signore per tre volte [cf. 26, 69-75], dopo essere stato a giusta ragione rimproverato da Paolo ad Antiochia [cf. Gal. 2,1-2.7-14], è morto versando il proprio sangue per Cristo e per la sua Chiesa; un sangue che lo rende eroico nella fede ma non certo perfetto in certe sue opinioni non corrette, in certe sue condotte di vita e in certe sue scelte.

Questa cristiana logica è quindi applicabile anche a Benedetto XVI, che nessuno di noi può ragionevolmente mutare né in un leone ruggente né in un guerriero, né in un idolo, pur con tutto l’affetto e la venerazione che io per primo nutro nei suoi riguardi.

Che Benedetto XVI abbia mostrato profonda debolezza e talora una mancanza totale di governo della Chiesa, costituisce un dato di fatto che nulla toglie alle sue virtù, alla sua santità di vita e alla sua stupenda teologia in base alla quale, unitamente alla sua apostolica autorità, avrebbe potuto condannare la diffusione dei pensieri ereticali di molti teologi — a partire da Karl Rahner — ed a proibire che i loro pensieri errati fossero usati come insegnamento addirittura obbligatorio sotto le sue papali finestre per tirare sù dei futuri preti che non hanno anzitutto un’idea chiara sul sacerdozio ministeriale, proprio perché infarciti delle gravi eresie rahneriane riguardo la concezione stessa del Sacro Ordine [rimando sull’argomento allo splendido articolo di Giovanni Cavalcoli, vedere  QUI].

Da raffinato teologo qual era avrebbe potuto evitare, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, di consacrare vescovo con le sue stesse mani un soggetto dalla cristologia a dir poco opinabile come Bruno Forte; avrebbe potuto evitare da Romano Pontefice di consacrare vescovo e poi creare cardinale un soggetto come Gianfranco Ravasi, che incarna la negazione vivente non solo della sana teologia di Benedetto XVI ma proprio dell’ortodossia della dottrina cattolica; avrebbe potuto impedire a molti scellerati vescovi italiani di mandare i loro seminaristi a fare i ritiri spirituali prima delle sacre ordinazioni presso il falso profeta e cattivo maestro Enzo Bianchi, perché tutto questo è autentica empietà … queste e altre ancora sono le devastanti opere avvenute sotto gli occhi di Benedetto XVI, perfettamente informato e al corrente di tutto. Delle oggettive “pecche” che nulla tolgono però alla sua santità di vita, alla sua alta teologia ed al suo splendido magistero pontificio. 

Detto questo aggiungo: se coloro che dalla rinuncia al sacro soglio seguitano a cimentarsi in teorie da libro giallo, cercassero invece di penetrare il mistero della Chiesa — cosa che però richiede il presupposto dell’umiltà e dell’ascolto — capirebbero che il Santo Padre Benedetto si è fatto volontariamente, spontaneamente e liberamente da parte perche non in grado di gestire una situazione di paralisi sviluppatasi come un tumore con metastasi diffuse nell’ultimo mezzo secolo di vita della Chiesa, a partire neppure da Giovanni XXIII, come blaterano gli accusatori del Concilio Vaticano II, perché i presupposti scatenanti già c’erano tutti quanti nell’ultimo scorcio di pontificato di Pio XII, che non a caso ritenne opportuno non nominare neppure un Segretario di Stato; ma detto questo soprassiedo perché non è possibile aprire un complesso tema nel tema. Mi limito solo a dire che le tante, le troppe Agatha Christie che entrano come carriarmati dentro la fabbrica di cristalli di Murano della storia della Chiesa contemporanea, dovrebbero valutare i danni e lo sconcerto che producono nel buon Popolo di Dio, pronto spesso a prenderli sul serio in quanto “seri” e “devoti” giornalisti o storici cattolici. Un “serio” e “devoto” giornalista cattolico non svende però la povera e deturpata sposa di Cristo per uno scoop, spacciando il sensazionalismo per inconfutabile verità; un “serio” e “devoto” storico non spaccia per verità le proprie ideologie soggettive, come tali tutte quante opinabili.

Se noi preti facessimo catechesi, se spiegassimo ai nostri fedeli i fondamenti della dottrina, della ecclesiologia, della sacramentaria, della storia della Chiesa e del diritto canonico — ma presupposto della trasmissione è però la conoscenza — eviteremmo di lasciarli in pasto alle quotidiane scempiaggini che scrivono molti vaticanisti caricati dai loro padroncini o come qualsivoglia dai serpentelli nascosti nell’anonimato della curia romana; giornalisti che molti nostri fedeli — non avendo adeguate risposte da parte di noi preti — prendono come Parola di Dio con tutto ciò che ne consegue.

E per rispondere strettamente nel merito a un quesito pertinente: ammettiamo che il Santo Padre Francesco, come dice il nostro caro lettore sia un «arrogante». Ammesso e non concesso che la grazia dello Spirito Santo è capace a tirare fuori la virtù persino dal vizio, domando: dopo che un uomo mite è stato divorato dai gestori di una discarica a cielo aperto che ha dato vita all’interno della Chiesa ad una sporcizia senza eguali che parte a monte dalla debolezza del Beato Paolo VI ereditata come patrimonio pressoché ingestibile da San Giovanni Paolo II, non era provvidenziale che ci fosse dato un “marpione gesuita” che sorride pubblicamente in piazza rimanendo simpatico a tutti ma che in privato a Santa Marta taglia le teste? E coloro che sono stati ghigliottinati non possono manco lamentarsi, perché se lo facessero finirebbero linciati dalla piazza popolata dai fans de … er papa piacone che s’è subito dichiarato «proveniente dall’altra parte del mondo», salvo avere l’astuta capacità di fare nei concreti fatti — e lo dico in forma positiva — cose dell’altro mondo.

Più che delle risposte ho dato degli spunti di riflessione, compresa l’azione di grazia dello Spirito Santo attraverso il Santo Padre Francesco, che come già affermai due anni fa al terzo mese del suo pontificato: «È enigmatico. Un pifferaio magico che sta portando tutti i topi allo scoperto» e che spero li conduca uno appresso all’altro a gettarsi nel fiume per il supremo bene della Chiesa. Sono sempre più convinto, infatti, che attraverso il Sinodo sulla famiglia li abbia tirati in trappola mettendoli nella condizione di venire tutti allo scoperto, cosa che alla resa dei conti comporterà che allo scoperto venga infine anche lui. E, come ho scritto in passato, il Santo Padre potrebbe correre il rischio di tornare ad indossare le scarpette rosse per ciò che esse significano realmente: il martirio di Pietro che coi piedi sanguinanti giunse sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù [vedere QUI]. A quel punto noi — che all’occorrenza lo abbiamo devotamente criticato — lo difenderemo e lo veglieremo sotto la croce col giovane Giovanni e la Beata Vergine Maria, mentre «tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» [cf. Mt. 26,56], perché questa temo sia la fine, tutto sommato molto gloriosa, riservata al Santo Padre Francesco, al termine di questa luna di miele mediatica che è stata veramente troppo lunga e che neppure il più sagace e astuto dei vecchi Gesuiti può tirare a lungo più di tanto.

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L’ENIGMA DI PAPA FRANCESCO – intervista del giugno 2013 ad Ariel S. Levi di Gualdo

Il Santo Padre Francesco arreca “una ferita al matrimonio cristiano”? Suvvia, cerchiamo di essere seri …

IL SANTO PADRE FRANCESCO ARRECA «UNA FERITA AL MATRIMONIO CRISTIANO»? SUVVIA, CERCHIAMO DI ESSERE SERI …

 

Durante le mie prediche nel deserto da anni vado dicendo che l’origine del problema è data dal fatto che il matrimonio sacramentale è concesso dai vescovi e dai loro preti con una leggerezza che grida vendetta al cospetto di Dio. Non sarebbe meglio prevenire, anziché cercare poi di curare in seguito ciò che non sempre è curabile?

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                          Autore
                Ariel S. Levi di Gualdo 

 

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Sposa ingresso chiesa

un prete che consente a una sposa in queste condizioni l’accesso in chiesa, merita i dovuti complimenti, naturalmente assieme al suo vescovo …

Raramente capita di leggere documenti giuridici improntati in maniera così profonda su criteri pastorali. Opera riuscita a meraviglia nella lettera apostolica in forma di motu proprio del Sommo Pontefice Francesco, Mitis iudex Dominus Jesus sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio [testo originale integrale, QUI]. Purtroppo nelle successive ore abbiamo assistito ad una diversa ridda di male informazioni ed all’Isola di Patmos sono giunte così molte lettere di lettori che hanno domandato spiegazioni sulle «nuove procedure» riguardo «l’annullamento del matrimonio» secondo le «nuove disposizioni del Santo Padre Francesco». Fatta eccezione per i presbiteri i lettori tendono a basare i propri quesiti su notizie giornalistiche di questo genere: «Francesco continua la rivoluzione: “Annullamento matrimonio rapido e gratis» [vedere QUI].

Ripetiamo ai lettori ciò che più volte abbiamo loro raccomandato: non bisogna mai basarsi sulle notizie riportate dai giornali o su estratti spesso male interpretati dalle agenzie di stampa; è sempre necessario andare alla fonte e leggere i documenti ufficiali, tutti reperibili sul sito della Santa Sede.

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sposa in chiesa 2 Guendalina Tavassi e Umberto D Aponte

Roma, Chiesa di San Lorenzo in Lucina – Non è l’immagine di una pornostar ma di una sposa ammessa in queste condizioni dentro una chiesa della Diocesi di Roma. Questo impone di  porgere i più sentiti complimenti al Monsignor Rettore di questa chiesa metropolitana ed a quelli del Vicariato di Roma …

Il titolo poc’anzi riportato è solo uno tra i tanti nei quali spiccano due parole fuorvianti e scorrette: «rivoluzione», lemma caro alla passionaria argentina Elisabetta Piqué [vedere QUI]; e quella ancora più scorretta di «annullamento». Come infatti spiegheremo nessun Pontefice, incluso il Santo Padre Francesco, può annullare un Sacramento. Fosse stato possibile i Pontefici Clemente VII e Paolo III, che scomunicarono Enrico VIII rispettivamente nel 1533 e nel 1538 per le sue vicende matrimoniali e la sua pretesa di piegare la disciplina dei Sacramenti alle proprie volontà, si sarebbero risparmiati volentieri lo scisma d’Occidente con tutte le persecuzioni che ne seguirono per la Chiesa Cattolica d’Inghilterra, per il clero ed i laici fedeli a Roma, come prova il martirio di Thomas More e quello del Vescovo e Cardinale John Fisher, entrambi decapitati e proclamati in seguito santi martiri.

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Chiariamo i termini facendo uso di parole corrette, perché nessuno, incluso il Romano Pontefice, può “annullare”, “cancellare”, “togliere” un Sacramento validamente celebrato o amministrato. Un Sacramento — in questo specifico caso il matrimonio – può essere nullo, che è cosa diversa dal concetto aberrante di “sacramento annullato”. Per esempio: io ho ricevuto validamente e lecitamente il Sacramento dell’Ordine i cui requisiti di validità richiesti sono minimi, come del resto lo sono per tutti i Sacramenti. Se però fosse appurato che non ho ricevuto il Sacro Ordine liberamente ma sotto minaccia e costrizione e che in verità non era mia intenzione diventare prete; se fosse appurato che sono giunto al Sacro Ordine per scopi malvagi e perversi, animato da sprezzo verso il deposito della fede, il Magistero della Chiesa e le verità di fede da essa custodite e annunciate … appurato il tutto verrebbe dichiarato che il Sacramento da me ricevuto è nullo. E, seppure consacrato sacerdote, il Sacramento da me formalmente ricevuto non sarebbe valido, perché l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria recitata dal vescovo su di me e la unzione dei palmi delle mie mani col sacro crisma, finirebbero col risultare solo segni fini a se stessi che non hanno potuto produrre alcuna efficacia sacramentale su una persona totalmente chiusa ai doni della grazia del Sacro Ordine.

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sposi Basilica di Santa Maria in Aracaeli 2

Roma, Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata la rettoria di questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma.

La Chiesa può dichiarare che un Sacramento è nullo, cosa sostanzialmente diversa dall’annullare un Sacramento. La Chiesa non ha alcuna facoltà di “annullare” un Sacramento perché non può disporre della sostanza dei Sacramenti in quanto beni non disponibili e quindi non variabili  e non alterabili nella loro essenza, essendo appunto mezzi e strumenti di grazia d’istituzione divina dei quali noi ministri siamo solo custodi e dispensatori secondo le diverse potestà dei tre gradi del Sacramento dell’Ordine; dei Sacramenti non disponiamo e di essi non siamo padroni. Tutto questo non è un gioco di parole e neppure una questione di lana caprina, tutt’altro: chi afferma: «il Tribunale ecclesiastico ha annullato il matrimonio di Tizio e Caia» dice un’enorme stoltezza. Il Tribunale ecclesiastico ha solo dichiarato che quel matrimonio è nullo dopo avere appurata la mancanza di uno o più requisiti necessari a renderlo valido.

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sposi Basilica di Santa Maria in Aracaeli 3

Roma, Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata la rettoria di questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma

Cercherò adesso di chiarire la questione: anni fa fui chiamato presso un tribunale ecclesiastico con un’altra persona a deporre per una sentenza di nullità matrimoniale. Il fatto sul quale resi testimonianza riguardava una vicenda accaduta anni prima che io divenissi prete; come infatti molti sanno sono divenuto sacerdote in età adulta. L’altra persona che depose con me era una mia ex fidanzata. Accadde infatti in passato che durante una cena, i due che poi divennero marito e moglie ebbero dinanzi a noi un colloquio che fu un vero patto scambiato alla nostra presenza come conditio sine qua non al matrimonio. Disse la futura moglie: «Io ti sposo ad una precisa condizione: sappi che non voglio figli e che userò sempre tutte le precauzioni per non averne. Io sono felice di vivere la mia vita con te, ma senza figli. Se quindi tu desideri avere figli è bene non sposarci». Replicai all’amica — che tra l’altro era pure una giurista — che a mio parere non era quello uno dei migliori presupposti per convolare a nozze. Due anni dopo ci perdemmo di vista e trascorsi altri 12 anni fui convocato presso il tribunale ecclesiastico, dinanzi al quale deposi — assieme a quella che in un’altra vita fu mia fidanzata — ciò che entrambi avevamo udito una sera di 14 anni prima.

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Non dimenticherò mai ciò che mi disse l’anziano confratello uditore [giudice ecclesiastico], prendendomi poi da parte a tu per tu. Se proprio devo raccontarla tutta mi fece anzitutto questa battuta: «Noto che prima di diventare prete avevi buoni gusti …», riferendosi in tal modo alla giovane bella Signora che aveva testimoniato assieme a me, accompagnata dal suo consorte che fuori dal palazzo del tribunale ecclesiastico mi abbracciò e mi disse: «Sono finalmente lieto di conoscerti di persona dopo averti conosciuto attraverso molti racconti di mia moglie» E mi chiese se potevo battezzare il loro secondo figlio in arrivo, cosa che feci in seguito con grande piacere …

… e dopo questa battuta mirata a rompere il ghiaccio, il confratello uditore [giudice ecclesiastico] passò con un sorriso a ben più serie battute: «Questa procedura andrà sicuramente a buon fine non perché c’è di mezzo un prete, ma perché c’è di mezzo un prete che ha fede, che crede davvero al giudizio di Dio e che per questo non proferirebbe mai il falso; cosa che ho percepito subito». E proseguì affermando: «Sai quanti avanzano richiesta di riconoscimento della nullità del matrimonio basando le loro istanze sul fatto che si erano promessi di non avere figli, che si sono sposati sotto costrizione o che non erano capaci di avere rapporti sessuali di coppia in quanto sessualmente incompatibili?». E concluse: «Le motivazioni più addotte sono quelle più difficili da dimostrare anche scientificamente, per questo facciamo spesso ricorso alle formule di giuramento solenne». Replicai io: «Stai dicendo che molti si sono compromessi la salute dell’anima proferendo spergiuri?». Sorrise e non rispose niente più, mentre io proseguivo dicendo: «… ma il sacerdote che li ha accolti, che ha parlato con loro e che ha accettato il consenso che si sono scambiati, che genere di prete è … come li ha conosciuti … che cosa ha ascoltato prima che si unissero in matrimonio … quale percezione ha questo prete dei Sacramenti di grazia? Perché a monte di queste situazioni, se proprio vogliamo essere onesti finiamo sempre con lo scoprire l’immancabile presenza di un cattivo prete, o di un prete superficiale al quale il proprio vescovo consente il pericoloso lusso di essere appunto un cattivo prete od un prete superficiale». E conclusi: «Ciò sul quale ho appena deposto sono di fatto le conseguenze della mancata applicazione della corretta disciplina dei Sacramenti da parte dei vescovi preposti alla vigilanza sui propri presbiteri».

Roma, Chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo. Questa sposa è stata ammessa dentro una chiesa della Diocesi di Roma rivestita di un pizzo trasparente. Sempre con rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani a cui è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Non esito a definire fuorviante fin dal titolo l’articolo firmato dallo storico Roberto de Mattei sull’agenzia Corrispondenza Romana: «Una ferita al matrimonio cristiano» [vedere QUI, QUI, QUI]. Temo infatti che l’insigne e da me sempre stimato storico – con il quale condivido e posso condividere molte perplessità – abbia forse frainteso il testo, perché l’incipit iniziale di questo motu proprio è il seguente:

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«Il Signore Gesù, Giudice clemente, Pastore delle nostre anime, ha affidato all’Apostolo Pietro e ai suoi Successori il potere delle chiavi per compiere nella Chiesa l’opera di giustizia e verità; questa suprema e universale potestà, di legare e di sciogliere qui in terra, afferma, corrobora e rivendica quella dei Pastori delle Chiese particolari, in forza della quale essi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il dovere di giudicare i propri sudditi» [Cf. QUI].

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Santa prisca aventino

Roma, Chiesa di Santa Prisca all’Aventino. Ingresso della sposa a spalle e schiena scoperta. Sempre con rinovati complimenti ai Frati Agostiniani ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma.

In quel testo non parla Jorge Mario Bergoglio, ma Pietro che si esprime nel più alto esercizio di quella potestà che egli ha ricevuto da Cristo Dio in persona che ha conferito a lui il potere di «legare e sciogliere» [cf. Mt. 16,13-20]. 

Sull’Isola di Patmos chiunque può leggere uno dei miei ultimi articoli nei quali ho dato al Santo Padre una filiale carezza con la mano rivestita di carta vetrata [cf. QUI] per una questione riguardante faccende di carattere pastorale; un testo accompagnato da altri due articolo che a loro modo hanno rincarato la dose [cf. QUI, QUI]. In quel mio articolo ho espresso la mia perplessità a concedere ai sacerdoti validi ma illeciti della fraternità sacerdotale di San Pio X di amministrare confessioni; e ribadisco che in questo, il Santo Padre, a mio parere, forse è stato pastoralmente inopportuno. Poi semmai un giorno emergeranno tutte le ragioni altamente opportune di questa sua scelta, ed in tal caso io sarò il primo a chiedere perdono per avere formulato un giudizio che a posteriori potrebbe risultare del tutto errato, ammettendo senza esitazione di avere sbagliato. In attesa di questo seguiterò a dissentire ogni volta che il Santo Padre, in veste di mediatico papa piacione o ricoprendo il ruolo tele-giornalistico di Sua Simpatia anziché di Sua Santità, esordirà come dottore privato in modo estemporaneo, a braccio o tramite messaggi privati su questioni e faccende non legate a tematiche strettamente connesse alla dottrina della fede e alla disciplina dei Sacramenti. O per meglio ancòra chiarire: io seguiterò a rivendicare la libertà dei figli di Dio ed il legittimo esercizio di critica rivolta sempre con dovuta devozione anche al Sommo Pontefice, limitatamente a ciò che concerne tutte quelle questioni nelle quali non ricorrano i tre diversi gradi della infallibilità pontificia indicati nella lettera apostolica Ad tuendam fidem redatta in forma di motu proprio da San Giovanni Paolo II [vedere QUI].

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Se però io leggo sull’intestazione di un documento pontificio «motu proprio», prima ancòra di leggere quanto segue nel testo ne ho già accettati i contenuti senza condizioni e discussioni, memore che Pietro ha ricevuto da Cristo il potere di «legare e sciogliere»; ed io ho prestato devota e filiale obbedienza al Vescovo che mi ha consacrato nel sacro ordine sacerdotale a sua volta in piena comunione col Vescovo di Roma; non ho certo prestato obbedienza alle mie opinioni né al mio modo di vedere e di sentire; non ho prestato obbedienza alla mia superbia e alla mia arroganza. È in questo modo che come sacerdote del clero secolare sono stato formato ad agire e rapportarmi verso l’Autorità Ecclesiastica, a partire anzitutto dalla auctoritas del Supremo Pastore della Chiesa universale, il Successore di Pietro e Vicario di Cristo in terra, al quale il Verbo di Dio ha dato potere di «legare e sciogliere».

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Spose carmelitani

li boni Frati Carmelitani, per meglio pubblicizzare la loro redditizia fabbrichetta di matrimoni presso San Giovanni al Velabro, nel sito ufficiale della storica chiesa hanno inserito questa foto, tanto per invogliare le spose a entrare seminude [vedere QUI]

Non si capisce quindi da dove proverrebbe la mortal «ferita al matrimonio cristiano», a ben considerare che il motu proprio del Santo Padre Francesco parte dalla premessa della indissolubilità del matrimonio. Recita infatti il testo:

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«Nel volgere dei secoli la Chiesa in materia matrimoniale, acquisendo coscienza più chiara delle parole di Cristo, ha inteso ed esposto più approfonditamente la dottrina dell’indissolubilità del sacro vincolo del coniugio, ha elaborato il sistema delle nullità del consenso matrimoniale e ha disciplinato più adeguatamente il processo giudiziale in materia, di modo che la disciplina ecclesiastica fosse sempre più coerente con la verità di fede professata».

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Sposa chiesa San Andrea e Gregorio al Celio

Roma, Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio. Una volta queste erano sottovesti da mettere sotto i vestiti, non abiti da indossare in chiesa. Con rinnovati complimenti ai membri della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Con questo motu proprio il Santo Padre cerca di porre rimedio a delle incontrollate e purtroppo incontrollabili derive legate alla disciplina dei Sacramenti. Egli non può essere presente in ogni diocesi del mondo a controllare ciò che di nefasto seguitano a fare molti preti sotto gli occhi indifferenti di numerosi vescovi, che con una leggerezza che spazia tra l’accidia e lo spirito dei mercanti del tempio concedono matrimoni a chiunque come se il Sacramento fosse un “diritto” dinanzi al quale non si possa dire no. Perché questo è il vero problema pastorale che cercheremo adesso di analizzare; un problema serio, anzi primario, che spero sia analizzato a tempo e luogo dai Padri Vescovi al Sinodo sulla famiglia tutt’oggi in corso di svolgimento. Se infatti non ammetteremo con cristiana onestà che molti dei problemi legati al matrimonio ricadono sotto la diretta responsabilità di vescovi e presbìteri, vale a dire che a monte sono generati proprio da noi e dalla nostra scarsa, a volte pressoché assente vigilanza, a poco vale parlare di matrimonio e di famiglia nei Sinodi dei Vescovi.

E poi, siamo onesti: quante volte ho udito miei confratelli dopo la celebrazione dei matrimoni fare battute di questo genere in sacrestia: «Scommetto che tra un paio d’anni questi divorziano». E quando io, in tono di rimprovero, ho replicato: «E tu, perché, seppure consapevole che per questo matrimonio non ci sono le basi cristiane, hai accettato il loro consenso?». Bell’è pronta la risposta del prete: «E che cosa devo fare?».

Domando allora ai Padri sinodali: di questi problemi reali, intendete parlare al Sinodo sulla famiglia, cercando e sanando anzitutto i problemi e le colpe nostre, prima di perdervi nella disamina dei problemi e soprattutto nella più comoda e agevole ricerca delle colpe degli altri, o per meglio dire di coloro che poi, divorziati e risposati, pretendono seconde nozze “pulite” e accesso ai Sacramenti come se le une e gli altri fossero un diritto anziché un’azione di grazia?»

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I problemi pastorali non si risolvono tentando l’impossibile impresa del raddrizzamento di un albero cresciuto storto; si cerca di agire all’origine impedendo che l’albero piantato sulla riva del fiume possa crescere storto. Se quindi viene diagnosticato un tumore, non si può lasciare che si sviluppi, tentando poi interventi inutili dinanzi alle metastasi diffuse, perché a quel punto si può intervenire solo con cure palliative per cercare di alleviare il dolore al malato, ma non certo per salvargli la vita. Oppure si può intervenire ponendo il malato che rifiuta la malattia e la morte di fronte alla realtà e alla sua gravosa responsabilità: la salvezza della propria anima.

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sposi a san silvestro e martino ai monti

Chiesa di San Silvestro e Martino ai Monti, altra fabbrichetta di matrimoni de li boni frati Carmelitani

Durante le mie prediche nel deserto da anni vado dicendo che l’origine del problema è data dal fatto che il matrimonio sacramentale è concesso dai vescovi e dai loro preti con una leggerezza che grida vendetta al cospetto di Dio. Pertanto sarebbe necessario prevenire, anziché ritrovarsi poi a curare ciò che non sempre è curabile, il tutto per la superficialità con la quale a monte i sacerdoti amministrano certi Sacramenti.

Nel corso dei miei anni di sacro ministero, a quante coppie più o meno giovani ho rivolto la preghiera: «Non sposatevi in chiesa, perché mancate dei minimi requisiti richiesti per ricevere il Sacramento. Non sposatevi in Chiesa, perché non siete interessati alla vita cristiana, perché non accettate i principali fondamenti della nostra professione di fede». Ma le risposte sono sempre state: «Si, ammetto di non essere credente, ma lo faccio per lei  … è vero, siamo favorevoli all’aborto, all’eutanasia, al divorzio, sosteniamo la cultura del gender … però dobbiamo sposarci in chiesa per fare contenti i genitori, perché loro ci tengono a certe tradizioni … ».

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Sposi chiesa di San Pietro in Montorio al GIanicolo

Roma, Chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo. Spalle e schiena scoperta e … rinnovati complimenti ai Frati Minori Francescani ai quali è affidata questa chiesa ed a quelli del Vicariato di Roma

Un trentenne al quale fu concesso di entrare in trionfo dentro una antica Chiesa cattedrale vestito in frac assieme a una sposa che pareva Lady Diana tra cascate di fiori, suoni d’organo e di violini, durante un colloquio privato avvenuto poche settimane prima alla presenza di undici persone nel corso di una cena in una casa privata, mi disse di non credere alla divinità di Cristo e tanto meno alla sua risurrezione fisica; che reputava cosa “infantile” credere che il pane e il vino potessero diventare realmente corpo e sangue di Cristo; che giudicava il Vangelo un bel libro di racconti leggendari e che fosse stato in suo potere avrebbe rinchiuso in galera il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana ― che all’epoca era il Cardinale Camillo Ruini ―, perché a suo dire cacciava il naso in faccende politiche che non riguardavano né lui né i vescovi italiani. Ovviamente informai di tutto questo il vescovo di quella diocesi, riferendogli anche che nel corso di questa cena la futura moglie era entrata nel tema dell’aborto per sostenere la piena legittimità della donna ad abortire, definendo l’aborto un «grande diritto acquisito» ed una «conquista sociale», ed a tal fine aveva portato la sua stessa esperienza, avendo ella stessa abortito a 19 anni, età nella quale ― disse ― «Non ero né pronta né tanto meno avevo voglia di avere un figlio in quel momento», ed affermò: «Tornassi indietro farei altrettanto». Informato del tutto, il vescovo di quella diocesi mi mandò, tramite un suo presbitero anziano, l’invito a essere «meno rigorista» perché «applicando le tue logiche avremmo forse dieci matrimoni l’anno in tutta la diocesi».

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sposi chiesa sant Alessio Aventino

Roma, Chiesa di Sant’Alessio all’Aventino. Ecco … questa sposa ha avuto il buon gusto di scoprirsi decolté spalle e schiena ma di coprirsi le mani con i guanti trasparenti. Con rinnovati complimenti ai Frati Domenicani ai quali è affidata questa basilica ed a quelli del Vicariato di Roma

Oggi questo Vescovo, alla luce del motu proprio Mitis iudex Dominus Jesus dovrà assumersi tutte le proprie responsabilità anche dinanzi a casi del genere, perché quando poi molti di questi matrimoni invalidi a monte naufragheranno, il buon pastore ed i suoi preti saranno posti dinanzi all’innegabile evidenza dei loro fallimenti, ed a loro spetterà metterci rimedio, a pena della salvezza o della dannazione eterna delle loro anime.

All’ateismo delle numerose coppie che si sposano in queste o in condizioni analoghe va aggiunto il ben peggiore ateismo di certi preti, soprattutto di quei preti preposti come parroci o rettori di chiese di prestigio storico e artistico che tirano molto per questi “matrimoni sceneggiata”. Nella Diocesi di Roma i peggiori mercatini sono gestiti da sacerdoti appartenenti alle varie famiglie religiose. Molti di questi sacerdoti si comportano di fatto come mercanti che previa riscossione anticipata della “parcella” non si fanno scrupolo ad essere i primi a far scempio del Sacramento: spose ammesse in chiesa mezze nude con spalle scoperte e seni mezzi di fuori, fotografi e cameraman che la fanno da padroni sul presbiterio, assemblee composte da amici e parenti totalmente disinteressati al sacro rito, non essendo per loro quello spazio un luogo sacro e ciò che all’interno si celebra un Sacramento, bensì un teatro suggestivo nel quale si recita una sceneggiata che serve solo per le foto ricordo o per il filmato … e davanti a tutto questo molti pii religiosi tacciono e incassano quanti più soldi possono per le loro provincie religiose, conservando spesso male le chiese storiche, dotate non di rado di sacrestie all’interno delle quali sono stipati paramenti sintetici, camici ingialliti e male odoranti, tovaglie per altare logore, suppellettili e vasi sacri ingiovabili e corrosi all’interno, perché la prassi tende a essere quella del “prendere” e al tempo stesso non investire un soldo in “manutenzione“.

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san Anselmo aventino

Roma, Badia Primaziale di Sant’Anselmo. In questo caso ogni commento su spalle, braccia e scollature è superfluo, perché dai benedettini di Sant’Anselmo tutto è permesso fuorché ciò che è cattolico. Con rinnovati complimenti all’Abate Primate della Confederazione Benedettina ed a quelli del Vicariato di Roma

Questi sono i problemi da risolvere a monte partendo dal principio che i Sacramenti sono azioni della grazia soprannaturale, non un diritto, non un mercato, non uno scempio profano e sacrilego. Pertanto dentro le Chiese per unirsi in matrimonio devono essere ammessi solo i credenti, consapevoli che durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico i due sposi si scambieranno il consenso dinanzi al sacerdote e all’assemblea del Popolo di Dio; e quel consenso è un sacramento eterno e indelebile, a meno che domani non sia riconosciuto che a causa di un grave vizio il Sacramento, anche se formalmente celebrato, mancava di uno o più requisiti tali da renderlo effettivamente valido.

Questi gravi problemi a monte, ai quali va aggiunta la mancata preparazione degli sposi, i corsi di preparazione al matrimonio ridotti a due o tre incontri fatti da certi parroci con persone che non entravano in chiesa dal giorno che avevano ricevuto la Cresima, non si risolvono solo proclamando lo snellimento della procedura giudiziale canonica, ma facendo veramente pastorale e soprattutto catechesi, riservando i Sacramenti di grazia ai credenti e non ai miscredenti che usano le nostre chiese storiche come teatri di posa per le loro sceneggiate. Certi problemi si risolvono dicendo: no, tu non puoi sposarti in Chiesa, perché non hai i requisiti richiesti per farlo, ed i requisiti richiesti sono l’integrale e incondizionata accettazione di quanto contenuto nella Professione di Fede Cattolica e la concreta dimostrazione di avere una volontà tesa perlomeno a provare a vivere una vita cristiana.

Nel corso del tempo mi è capitato di assistere nelle Chiese più blasonate di Roma ― tanto per prendere la Diocesi del Romano Pontefice ― a matrimoni durante i quali il prete all’altare parlava a si rispondeva da solo; con gli sposi che non sapevano replicare neppure “amen ”, che non conoscevano le risposte da dare durante il rito di offertorio, che non conoscevano neppure il Padre Nostro … Tutti questi problemi si risolvono con decisa e seria fermezza pastorale dicendo: no, tu in chiesa non ti sposi, perché per quanto battezzato, pur avendo ricevuto i Sacramenti della iniziazione cristiana, nei concreti fatti non sei cristiano, perché non cristiano è il tuo pensare e il tuo vivere; e come tale noi vescovi, noi preti, noi Chiesa ti rispettiamo pure, ma non venire però nella Casa di Dio a prendere in giro Cristo ed i suoi santi perché, tutto tirato a lucido, con accanto a te la tua donna totalmente scollacciata e più simile nell’abbigliamento ad una sgualdrina agghindata a festa che ad una sposa cristiana, dovete farvi un album fotografico od un filmato ricordo dentro una suggestiva chiesa del XVI secolo.

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sposa santa costanza 2

Roma, Basilica di Santa Costanza. Che genere di “rito sciamano” sta facendo il sacerdote in questa chiesa affidata ai Canonici Regolari Lateranesi con una sposa all’altare abbigliata in tal modo da sembrare essersi appena staccata dal palo della lap-dance di un night club? Va da sé: rinnovati complimenti a quelli del Vicariato di Roma ed in particolare ai responsabili dell’Ufficio Liturgico.

Per risolvere questi problemi difficili da gestire il Santo Padre ha scelto la giusta via di riconoscere ai Vescovi l’esercizio di una loro potestà, affinché dinanzi a certi danni prodotti provvedano poi loro a porci rimedio; e ad ogni rimedio che dovranno mettere in atto, sarà in qualche modo a loro chiaro il fallimento della loro pastorale, perché loro dovranno risolvere il problema senza più la possibilità di scaricarlo addosso ad altri.

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Il caro de Mattei riporta nel suo articolo una espressione del Cardinale Raymond Leonard Burke il quale ha affermato:

« […] esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms che eliminarono di fatto la obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato “il divorzio cattolico” [Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223]».

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sposa santa costanza

Roma, Basilica Santa Costanza … rinnovati complimenti a quelli del Vicariato di Roma

Il Cardinale Burke, come ex Presidente del Tribunale della Segnatura Apostolica dovrebbe essere informato del fatto che in quegli anni giunsero numerose istanze dagli Stati Uniti d’America alla Rota Romana da parte di persone che si erano viste negare la sentenza di nullità matrimoniale dai tribunali diocesani americani; basta fare una accurata e seria ricerca negli archivi. A parte questo, dinanzi a simile problema vero o parzialmente vero, rimane più che mai in piedi quanto in precedenza ho già affermato: mettere i Vescovi nella condizione di assumersi tutte le loro responsabilità senza più la possibilità di fare danni e scaricare i problemi e le soluzioni spesso anche difficili addosso ad altri.

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Vista infatti la oggettiva impossibilità di impedire a vescovi e preti di ridurre il matrimonio ad un redditizio mercatino de-sacralizzante e spesso veramente sacrilego, che allora si proceda a metterli nella condizione di assumersi tutta la responsabilità per i danni da loro stessi prodotti senza consentirgli di proseguire nella loro fallimentare pastorale matrimoniale.

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Chiesa di Santo Spirito in Sassia, collocata in Borgo Santo Spirito, dietro il Colonnato di Bernini, matrimonio del milionario Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci

Quando infatti i vescovi dovranno risolvere giudizialmente certi problemi, a quel punto verrà fuori la leggerezza dei loro preti: catechesi in preparazione al matrimonio ridotte spesso a due o tre incontri-farsa nel corso dei quali molti parroci si limitano solo a dire quanti soldi versare alla chiesa e presso quale fiorista e fotografo devono rivolgersi, affinché certi parroci lucrino ulteriore gabella in percentuale; la incapacità dovuta a ignoranza o peggio non di rado a vero e proprio dolo attraverso il quale, i preti, dimostrano di non saper distinguere neppure i credenti dai non credenti. E il problema principale, che è quello dei non credenti che rivendicano il “diritto” al Sacramento, spesso è risolto con svariate centinaia di euro lasciate in offerta al prete per la celebrazione del matrimonio. Quando però domani i Vescovi di questi preti dovranno risolvere spiacevoli problemi di inaudita leggerezza accogliendo le istanze di coppie che anche a pochi mesi dalle nozze domandano il riconoscimento della nullità del loro matrimonio, saranno costretti a raccogliere con le loro stesse mani ciò che di nefasto hanno permesso che fosse seminato nel campo del Signore.

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Questo motu proprio del Sommo Pontefice è un atto mirato a responsabilizzare i vescovi di una Chiesa contemporanea nella quale tutti vogliono diventare cardinali, ma nessuno pare però disposto ad assumersi neppure una minima responsabilità. Ebbene, che i Vescovi comincino ad assumersi le responsabilità tutte quante proprie del loro ufficio apostolico. Cosa questa di cui ringraziamo, con venerazione e devozione, il Sommo Pontefice Francesco, per averli messi, giustappunto, nella condizione di prendersi le loro responsabilità.

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«Pecunia non olet»*

DIO BENEDICA I PRINCIPI DELLA CHIESA E PADRI DELLA FEDE

 

 

matrimonio 2

Cari lettori: chi di voi, vedendo questa foto, ha prestato attenzione allo splendido decolté della sposa e chi, invece, ha prestato attenzione al pregevole bastone pastorale dell’Arcivescovo titolare celebrante? Il Reverendo Firmatario di questo articolo, ammette di essere rimasto ammirato dal seno della sposa e di non avere prestato invece alcuna attenzione al bastone pastorale. Ma d’altronde, potevano un vip multimilionario e sposa desnuda, non essere uniti in matrimonio perlomeno da un Cardinale, per arricchire anche di questo “accessorio” la loro principesca cornice? E stendiamo un pietoso velo sulla offerta a svariati zeri che sarà sicuramente scivolata nelle tasche del vecchio Cardinale Paul Poupard, ovviamente a beneficio della sua pia fondazione … s’intende! Perché tutto procede sempre ad opera di Dio e per le opere di Dio, ovviamente!

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* «i soldi non puzzano», disse Vespasiano in risposta a dei membri del senato romano quando gli lanciarono contro delle monetine dopo che lui ebbe imposta la tassa sull’orina.

 

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Tutte le immagini usate in questo articolo non violano la privacy di alcuna persona trattandosi di fotografie prese da internet, quindi pubbliche e come tali reperibili da chiunque.

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In che misura un Pontefice che non ascolta nessuno fuorché se stesso potrebbe cadere in errore?

IN CHE MISURA UN PONTEFICE CHE NON ASCOLTA NESSUNO FUORCHÈ SE STESSO POTREBBE CADERE IN ERRORE?

 

L’affermazione del Santo Padre: «ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario» dovrebbe rallegrare molto i vescovi, che lungi dall’essere interpellati, possono avere in tal modo un meritato saggio di quello che è il reale concetto di “collegialità” del Principe degli Apostoli e Capo del Collegio Apostolico, casomai qualcuno di loro intendesse manifestare contrarietà, perché ogni Collegio Apostolico finisce sempre con l’avere per ineffabile grazia dello Spirito Santo il Capo che si merita.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Il presbitero Ariel S. Levi di Gualdo in modo aggressivo, il domenicano Giovanni Cavalcoli in modo più mitigato, hanno scritto parole durissime contro i lefebvriani. Oggi Papa Francesco ha affermato: «[…] ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono […] Nel frattempo, mosso dall’esigenza di corrispondere al bene di questi fedeli, per mia propria disposizione stabilisco che quanti durante l’Anno Santo della Misericordia si accosteranno per celebrare il Sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati» [cf. documento QUI]. Non sarebbe il caso di chiedere scusa da parte vostra per tutto quello che avete scritto in passato contro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X?

Alessio Maffei

Caro Lettore

padre pio

San Pio da Pietrelcina dentro il confessionale a San Giovanni Rotondo

Anzitutto le rispondo che io chiederò scusa agli eretici lefebvriani ― che tali di fatto sono e restano ― quando me lo imporrà il mio Ordinario Diocesano e dopo che il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede o chi per lui facente le veci mi avrà indicato a uno a uno gli errori dottrinari, canonici e pastorali nei quali sono incorso in quei miei scritti passati tutti quanti reperibili nell’archivio dell’Isola di Patmos; scritti che al presente confermo nella loro sostanza sul piano dogmatico e canonico dal primo all’ultimo.

L’affermazione del Santo Padre: «ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario» dovrebbe rallegrare molto i vescovi, che lungi dall’essere interpellati possono avere in tal modo un meritato saggio di quello che è il reale concetto di “collegialità” del Principe degli Apostoli, nel caso qualcuno di loro intendesse manifestare legittima perplessità, perché ogni Collegio Apostolico finisce sempre con l’avere per ineffabile grazia dello Spirito Santo il Capo che si merita, visto che tra le righe — e neppure tanto tra le righe — il Santo Padre ha detto a tutti loro: “Io faccio quel che voglio e come voglio, a prescindere da ciò che potete pensare voi”. E questo al contrario del suo troppo mite Sommo Precedessore messo in croce per anni anche dalle peggiori critiche dei vescovi, per non parlare di quelle dei teologi o di quelle a tratti furenti di quella autentica piaga ecclesiale tali sono le teologhe femministe. È per ciò doveroso ricordare che Benedetto XVI procedette alla remissione della scomunica in cui incorsero i vescovi consacranti ed i vescovi consacrati senza mandato pontificio nel giugno del 1988, solo «dopo una vasta consultazione», come riferisce nel 2009 il Cardinale Darío Castrillón Hoyos all’epoca addetto ai lavori [vedere QUI].

A cavallo tra il XVII e il XVIII secolo regnò in Francia Luigi XIV [1643-1715], noto anche come Re Sole. Salì al trono alla tenera età di cinque anni sotto la reggenza della madre Anna d’Austria. All’età di 13 anni, nel 1651, fu dichiarato maggiorenne e quindi in grado di governare, anche se il governo proseguì a essere esercitato dal Cardinale Giulio Mazzarino [1602-1661], alla morte naturale del quale egli assunse i pieni poteri regi. Il suo governo fu improntato sul cosiddetto assolutismo, imitato presto dalla gran parte dei sovrani europei. A Luigi XIV è attribuita la dubbia frase l’etat c’est moi [lo stato sono io] variamente riportata e diffusa da vari autori anche come la lois c’est moi [la legge sono io].

Sinceramente credo che il Santo Padre Francesco è così umile che mai si comporterebbe come se “La Chiesa sono io” o come se “la Legge sono io”. Il Santo Padre Francesco è infatti talmente aperto a tutto, incluso ciò che non è cattolico, ed è talmente «liberale» o «rivoluzionario» ― per usare due impropri termini rasenti l’ingiuria alla Persona del Romano Pontefice usati da quella passionaria argentina di Elisabetta Piqué [1] e da una stampa internazionale che non ha proprio chiaro il ruolo del Successore di Pietro ― che mai si comporterebbe in modo arbitrario e impulsivo; mai si comporterebbe come se la Chiesa fosse sua o come se lui potesse andare tranquillamente al di là delle leggi ecclesiastiche, sino a modellarsi una Chiesa ad personam.

Non a caso, fino a pochi decenni fa il Romano Pontefice parlava usando il “Noi “, o cosiddetto plurale maiestatis, il quale non aveva proprio nulla di ridondante o di imperiale ma molto invece di teologico e di pastorale, lo dimostra il fatto che una volta tolto il “Noi ” è subentrato inevitabilmente l’ “Io“, sino alle forme più esasperate ed esasperanti di personalizzazione del pontificato. Non più quindi il “Noi ” che rende impersonale il sacro ministero petrino ricordando anzitutto a Pietro che egli è appunto Pietro e non più Simone, ma l’ “Io ” che invece personalizza il papato e che può correre il rischio di rendere Pietro ostaggio dei capricci di Simone.

Senza pena di equivoco chiarisco: essendo il Romano Pontefice rivestito di un potere che a lui perviene da Cristo Dio e non certo dal Popolo Sovrano o dal Parlamento Democratico dei Cardinali che lo ha eletto, egli ha legittima e piena facoltà di dire di “no” anche a proposte, direttive o riforme approvate all’unanimità da un concilio ecumenico, perché nulla potrebbe mai divenire dottrina o legge vincolante della Chiesa senza la sua approvazione. Quando infatti nei concili ecumenici o nei sinodi dei vescovi si vota, ciò avviene affinché Pietro abbia chiaro quello che è il pensiero del Collegio degli Apostoli, ma poi, chi in ultima istanza decide è lui; e le sue decisioni non sono prese a maggioranza dei voti parlamentari ma dalla grazia di stato del Successore del Principe degli Apostoli [2] che agisce e che dovrebbe sempre agire in quanto “Noi ” e non certo in quanto “Io “.

Per quanto riguarda la legge: il Romano Pontefice ha potestà piena e immediata su tutta la Chiesa. Egli è il supremo legislatore e come tale ha legittima facoltà di abolire, cambiare, riformulare diversamente o derogati i canoni del Codice di Diritto Canonico in qualsiasi momento lo voglia [3]. Cosa questa che avviene solitamente attraverso decreti, bolle pontificie, o comunque precisi atti del suo sommo magistero, non attraverso interviste, discorsi a braccio o messaggi privati, perché il Romano Pontefice, custode supremo del deposito della fede è anche supremo maestro, ed un maestro è tale nella misura in cui spiega e rende comprensibili le sue spiegazioni attraverso il pio insegnamento improntato sulla prudenza e la sapienza. E qui merita ricordare che la prudenza è la prima delle quattro virtù cardinali [4], la sapienza è il primo dei sette doni dello Spirito Santo [5].

Mi duole dover dire quello che altri sembra non abbiano il coraggio di dire: ciò che il Santo Padre ha disposto è purtroppo pastoralmente sbagliato. Si tratta peraltro di un errore palese, uno tra i tanti che giorno dietro giorno passano sotto il silenzio dei vescovi e che sono destinati ad aumentare la confusione che serpeggia nella Chiesa e tra le membra già troppo confuse del Popolo di Dio.

A cuore tutt’altro che leggero affermo che ciò è pastoralmente sbagliato per questo semplice motivo: i presbiteri consacrati sacerdoti nella Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ai sensi del Codice di Diritto Canonico sono validi ma illeciti [6], quindi non amministrano e non possono amministrare lecitamente i Sacramenti, come ha spiegato il Venerabile Pontefice Benedetto XVI chiarendo che la revoca della scomunica non cancella il dato di fatto che i cosiddetti Lefebvriani non possono appunto amministrare lecitamente i Sacramenti:

«Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa» [7].

Detta in altri termini: la loro ordinazione sacerdotale è valida, perché amministrata da un Vescovo che a sua volta è stato validamente ma illecitamente consacrato. Questa validità nulla toglie però all’illecito, perché è appunto illecito oltre che gravissimo consacrare sacerdoti dei presbiteri non in comunione con Roma. E come risaputo i cosiddetti lefebvriani negano la validità dell’ultimo concilio della Chiesa e la quasi totalità delle nuove discipline che ne sono conseguite sul piano dottrinale, non solo su quello “meramente” pastorale.

Non so che cosa abbia indotto il Santo Padre a conferire tale facoltà a dei sacerdoti illecitamente ordinati che come tali sono sospesi ipso facto dall’esercizio del sacro ministero all’atto stesso della loro sacra ordinazione. Infatti, i cosiddetti sacerdoti lefebvriani, tutt’oggi non in comunione con Roma e sprezzanti l’odierno Magistero della Chiesa, da essi accusata di essere scivolata ormai da mezzo secolo nell’apostasia [8], potrebbero amministrare lecitamente confessioni in un solo caso: ad una persona in grave pericolo di vita. Cosa questa che può fare ― e che anzi è tenuto a fare ― persino un sacerdote scomunicato e dimesso dallo stato clericale [9].

Dunque il Romano Pontefice, che pure può abolire le leggi, riformare le leggi o creare nuove leggi come e quando vuole, non è al tempo stesso al di sopra della dottrina della Chiesa, anche se tutti i vescovi, vuoi per pavidità, vuoi per interesse, su certe esternazioni confuse e ambigue tacciono in modo colpevole; e ciò sino a gravarsi per spirito omissivo dettato forse dal quieto vivere o da certe loro insopprimibili aspirazioni di carriera, di una tale responsabilità che potrebbe spalancare domani le porte dell’Inferno a diversi di loro. Non si può, infatti, tacere sull’ovvio. Non dovrebbero tacere quelli della Congregazione per la dottrina della fede e non dovrebbero tacere i canonisti che popolano il palazzo del Supremo tribunale della segnatura apostolica, perché siamo dinanzi a un errore che pare non tenere conto di una palese ovvietà: i Sacramenti non sono un bene disponibile, neppure per la Chiesa stessa che li ha ricevuti in custodia da Dio e che li dispensa come azioni della grazia soprannaturale; li dispensa, ma non li possiede. A nessuno è data facoltà, neppure al Romano Pontefice, di disporre in modo arbitrario di essi, concedendone la “lecita” amministrazione a chi di fatto ha eretto il proprio essere, esistere e operare proprio sulla negazione dell’unità e il rifiuto ostinato del Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni. Il Romano Pontefice è chiamato a «confermare i fratelli nella fede» [10], non a legittimarli nell’errore, non a confonderli, non a dividerli a colpi di ambiguità.

Più complesso ancora il discorso legato alla dogmatica sacramentaria, dinanzi al quale sembra tacere il tremolante esercito di monsignorini in forza presso la Congregazione per la dottrina della fede, gran parte dei quali anche docenti presso le varie università ed atenei pontifici: l’essenza dei Sacramenti e la loro sostanza metafisica si regge sull’unità [11]. Io celebro il Sacrificio Eucaristico e amministro i Sacramenti perché sono un presbitero in piena comunione col Vescovo dal quale promana e dipende il sacerdozio che ho ricevuto per mistero di grazia, previa solenne promessa di prestare a lui «devota e filiale obbedienza», perché è dalla Eucaristia del Vescovo investito del potere apostolico che procede la validità delle Eucaristie celebrate dai suoi sacerdoti. E il Vescovo non è tale semplicemente in quanto tale, ma perché a sua volta è in piena comunione col Vescovo di Roma, ed essere in comunione vuol dire anzitutto accettare, rispettare, applicare e diffondere tra le membra del Popolo di Dio la dottrina e il Magistero della Chiesa, non certo affermare e insegnare — come fanno invece i lefebvriani — che le dottrine di un intero concilio ecumenico sono fuorvianti ed il magistero che ne consegue è addirittura «apostatico».

Riguardo quest’ultimo discorso avrei molto altro da aggiungere soprattutto per quanto riguarda la natura e la sostanza dei Sacramenti. Lascio però alla Congregazione per la dottrina della fede presso la quale lavora appunto un esercito di monsignorini variamente dottori e professori, la risposta al seguente quesito: secondo la disciplina dei Sacramenti edificata sulla dogmatica sacramentaria, può essere conferita facoltà di amministrare lecitamente i Sacramenti a sacerdoti e Vescovi che negano la comunione con Pietro e col Collegio degli Apostoli e che da decenni accusano gli uni e gli altri di apostasia dalla fede cattolica, a partire dai Sommi Pontefici che si sono succeduti sulla Cattedra di Pietro dal 1958 a oggi? Perchè i bizantinismi pseudo canonici ed i farisaismi pseudo teologici dei lefebvriani ci sono noti da quattro decenni: da una parte, affermano di celebrare in comunione con la Chiesa (!?), dall’altra diffondono testi e documenti nei quali indicano come eretici i Romani Pontefici ed i Vescovi. 

È bene infatti ricordare a tutti coloro che difettano nel dono della memoria che il Superiore Generale della ereticale Fraternità Sacerdotale di San Pio X non si è limitato ad apostrofare come “eretico” il Santo Padre Francesco … molto di più! Del Romano Pontefice ha dato questa pubblica definizione: «Abbiamo davanti a noi un vero modernista!» [vedere QUI]. E detto questo ricordo, sempre ai carenti di memoria e forse anche di cultura teologica, che il modernismo, secondo la sapiente e sempre attuale definizione del Santo Pontefice Pio X, non è una semplice eresia, ma la madre e il ricettacolo di tutte le eresie. Da ciò dobbiamo forse dedurne che per meritare il rispetto, le attenzioni pastorali, la tenerezza e la misericordia del Santo Padre Francesco — va da sé, è un quesito paradossale — bisogna per caso accusarlo pubblicamente di essere “ricettacolo di tutte le peggiori eresie“, come ha fatto il Capo dei Lefebvriani?

Se a questi soggetti viene fatta tale concessione, pure in occasione dell’anno giubilare, senza che essi si siano ravveduti e senza che prima abbiano chiesto pubblicamente perdono al Romano Pontefice da loro insultato a male parole e additato come un vero e proprio eresiarca; se prima non rientreranno in piena comunione di unità con Roma, in che misura si può correre il rischio di trasformare il Sacramento in un bene disponibile del quale si può usare e forse abusare in modo arbitrario? Perché la Chiesa è «Sacramento di unità» [12] e se la disciplina dei sacramenti è stata riformata sotto il pontificato misericordioso del Santo Padre Francesco, che ha deciso di renderne lecita la amministrazione anche a coloro che sprezzanti la dottrina e il magistero negano la loro comunione con la Chiesa «apostatica» del «conciliabolo» Vaticano II e che non riconoscono gli atti del magistero successivi al 1958 [vedere QUI], allora esigo che i soloni della Congregazione per la dottrina della fede e quelli della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti ce lo facciano sapere in modo chiaro e prima possibile, così che noi presbiteri si possa prendere atto del fatto che l’etat c’est moi [lo stato sono io] e che la lois c’est moi [la legge sono io], quindi agire di conseguenza aumentando le nostre preghiere, le nostre penitenze e semmai mettendoci anche a gridare: si salvi chi può ! Perché se al Santo Padre non fosse chiara la natura del supremo ministero apostolico di cui egli è rivestito per mistero di grazia — ministero che peraltro non gli appartiene ma che gli è stato dato in comodato d’uso per servire la Chiesa e guidarla come supremo servitore — a noi il tutto è invece chiaro: non andrebbero fatte concessioni di alcun genere a persone che da quattro decenni accusano la Chiesa di apostasia dalla fede e che ricoprono di insulti Pietro e l’intero Collegio degli Apostoli, perché questa non è misericordia; e se queste sono le premesse dell’Anno Giubilare della Misericordia, come dicevo sopra … si salvi chi può !

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NOTE

[1] Cf. Elisabetta Piqué, Francesco, vita e rivoluzione [vedere QUI].

[2] Cf. Costituzione  dogmatica Lumen gentium, n. 8 [vedere QUI].

[3] Cf. Codice di Diritto Canonico, cann. 331-335 [vedere QUI].

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1806.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1830.

[6] Cf. Codice di Diritto Canonico, cann. 1382-1384 [vedere QUI].

[7] Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica ai 4 Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009 [vedere QUI]; Nota della Segreteria di Stato circa i quattro Vescovi della Fraternità di San Pio X, 4 febbraio 2009 [vedere QUI].

[8] Dichiarazione del Vescovo Marcel Lefebvre sulla apostasia di Roma, vedere QUI

[9] Codice di Diritto Canonico, sul Sacramento della Penitenza [cann. 965-986], vedere nello specifico can. 976.

[10] Cf. Lc. 22,32.

[11] Cf. Beato Paolo VI, Unitatis redintegratio [vedere QUI]

[12] Cf. Costituzione dogmatica Lumen gentium, nn. 1-8 [vedere QUI]; Codice di Diritto Canonico, can. 837 [vedere QUI]

Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: «Siate poveri, periferico-esistenziali e sciatti»

VESCOVI, MODE E CONSIGLI PER I NUOVI CARRIERISTI: «SIATE POVERI, PERIFERICO-ESISTENZIALI E SCIATTI»

 

assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

curato di campagna

l’opera di George Bernanos, Diario di un curato di campagna.

Sono numerosi i messaggi privati che più confratelli sacerdoti mi hanno inviato da varie parti d’Italia, tutti mossi dalla stessa sostanza di fondo; ma non solo loro, anche diversi confratelli del Nord America e del Latino America mi hanno posto lo stesso quesito: «Oggi, per essere eletti vescovi in Italia, è divenuto presupposto fondamentale essere stati parroci di qualche parrocchia più o meno periferica, ed essersi dedicati soprattutto ai poveri ed ai derelitti?».

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Prima di procedere oltre desidero fare una premessa ai nostri lettori, perché come sanno coloro che leggono i miei scritti con una certa assiduità, è mia abitudine chiamare persone e situazioni col loro nome, tanto sono aduso rifuggire il “dire e non dire”, il “non nominare” ma al tempo stesso “far capire”, semmai stillando anche veleno, secondo il vezzo incorreggibile di certi clericali, che quando premettono “si dice che…“, poco dopo schizzano cianuro allo stato puro.

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paolo farinella

I NUOVI INTOCCABILI – due presbiteri genovesi con indosso una specie di grembiule per le pulizie ed una sciarpetta variopinta, ripresi mentre si recano a celebrare col proprio vescovo le esequie funebri di Don Andrea Gallo, più compagno di brigata ideologica che confratello in Cristo.

Proseguiamo col giro largo per poi giungere al cuore di un problema la cui delicatezza reclama degli utili esempi, a partire da questo primo: tempo fa, un gruppo di presbiteri ― me incluso ― segnalò al presidente di una conferenza episcopale regionale un confratello sacerdote poco più che cinquantenne che a nostro parere aveva un profilo episcopale di tutto rispetto; e forse, proprio per questo, né il suo vescovo né i vescovi di quell’area che pure lo conoscevano s’erano mai sognati di prenderlo in esame. E quando un vescovo non segnala un proprio presbitero come elemento idoneo all’episcopato, ed i vescovi della regione non mostrano interesse ad accettarlo come uno della loro “banda”, è difficile che la segnalazione possa andare avanti. Inutile quindi segnalare il potenziale vescovo ai vari organismi della Santa Sede, senza essersi prima assicurati che non finisca impallinato dai cecchini alla prima richiesta di informazioni; perché ognuno dei cecchini è solitamente fornito di una lista di amici degli amici da promuovere e sistemare. Questo il motivo per il quale in Italia in particolare, si è fini specialisti nel tagliare le gambe ai buoni elementi. Trascorso del tempo e non avendo avuta risposta, fu mandato il sottoscritto in avanscoperta come “testa d’ariete” per richiedere spiegazioni. Il vice-presidente di quella locale conferenza episcopale mi dette questa risposta secca: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco». Replicai: «Non mi risulta che il Verbo di Dio, prima, Pietro da Egli rivestito di una straordinaria e pesante funzione vicaria, dopo, abbiano mai proceduto a scegliere gli apostoli tramite il principio della clonazione». Anziché comportarsi da “sportivo” il vescovo si comportò per il piccolo uomo che era e come tale rispose: «Ma insomma, tu non puoi buttare sempre tutto in teologia!». Replicai: «E in che cosa dovrei buttarla, in gastronomia?». Provocato a dovere il vescovo si rivelò per l’autentico capo-impallinatore che in realtà era, cominciando a vomitare di tutto e di più, sino a definire questo santo prete come «teologicamente e liturgicamente ingessato, rigido e pastoralmente non flessibile». Cosa dovuta al fatto che nelle due parrocchie dov’era stato parroco in precedenza aveva proibito ai neocatecumenali di celebrare di sabato sera, presso la sala-cinema della parrocchia, la “Agape”, anche nota come “messa kikiana”. Aveva proibito a laici e laiche di spadroneggiare sul presbiterio mutato durante le sacre celebrazioni nel loro palcoscenico, di fare cosiddette “risonanze” durante la liturgia della Parola, anche perché spesso erano veri e propri sproloqui infarciti di errori dottrinari. Aveva loro proibito di comporre la Preghiera dei fedeli, di fare catechismo ai bimbi della Prima comunione ed ai ragazzi della Cresima secondo la discutibile “dottrina” neocatecumenale, spiegando in modo pacato ma chiaro: «In questa parrocchia i fanciulli e gli adolescenti saranno preparati a ricevere i Sacramenti attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica ed i testi approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana». E dopo vent’anni di incontrastato dominio parrocchiale neocatecumenale, fece per un anno intero un ciclo di catechesi per spiegare la riforma liturgica contenuta nella Sacrosanctum Concilium [testo, QUI] la esortazione post-sinodale Redemptionis Sacramentum [testo QUI] il senso di ciò che viene fatto durante la celebrazione eucaristica ed il suo significato alla luce del Messale Romano; ma soprattutto spiegò che la Santa Messa è sacrificio, il sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo Signore, non una festa danzante dove altri ― siano essi persone o idee ― finiscono per essere i veri protagonisti.

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Michel-Marie Zanotti

I PRETI RIEMPI-CHIESE – Michel-Marie Zanotti, un sacerdote che nella Francia ultra laicista ha richiamato molti fedeli, specie giovani, partendo dall’elemento basilare: presentandosi sempre visibilmente come un prete [vedere QUI]

Visti i risultati ottenuti, sebbene pagati dal sacerdote a caro prezzo di delazioni e ostruzionismi, trascorsi cinque anni il vescovo decide di spostarlo in una parrocchia più grande dove questa volta il problema erano i carismatici “ripieni” di Spirito Santo, capitanati da un gruppo di laici che organizzavano “riti” di guarigione, “riti” di liberazione da presunte possessioni diaboliche e via dicendo. Impresa molto difficile, perché se un gruppetto di agguerriti laici si appropria di una parrocchia che da anni gestisce dopo avere creato il vuoto e allontanato chiunque osi non seguire i dettami dello Spirito Santo a servizio esclusivo dei caporioni di quel movimento, il prete può rischiare il linciaggio, se non quello fisico sicuramente quello morale, che è peggiore. Incurante del tutto, appena giunto prese anzitutto da parte la “boss” del gruppo delle “pretesse” ripiene di doni speciali dello Spirito Santo e le ingiunse: «Mi dia la sua copia della chiave del tabernacolo». Risponde lei: «Ce l’ho da anni e mi serve per organizzare le Comunioni agli ammalati». Replica il parroco: «Dagli ammalati ci vado io, anche perché, prima di ricevere la Comunione, diversi di loro, specie gli anziani abituati a un uso frequente della confessione, potrebbero desiderare di confessarsi, cosa che lei non può fare. O pensa forse di poterli assolvere per sua carismatica grazia speciale?». Presto detto: la “pia donna” scatenò contro il parroco qualche cosa che somigliava al Demone che rimproverò Gesù: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?» [cf Lc 4, 31-37]. Trascorsi due anni era un vero piacere celebrare la Santa Messa in quella parrocchia, dove più volte il confratello mi invitò a predicare in alcune particolari occasioni, affinché i suoi fedeli udissero anche la voce di un predicatore diverso dal parroco.

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Vescovo in cravatta

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Claude Dagens, Vescovo  di Angoulême (Francia)

Insomma, un presbitero sollecito per le confessioni e le direzioni spirituali, rispettato dai giovani come figura sacerdotale, non come un prete trendy che gioca a fare il compagnuccio di brigata, perché non solo i giovani necessitano, ma vogliono proprio il prete che sia tale per autorevolezza, autorità e disciplina di vita interiore, dedito alla preghiera e allo studio nel suo tempo libero, aperto e disponibile con tutti, ma al tempo stesso riservato e sempre testimone attraverso le sue parole e soprattutto le sue opere della somma dignità sacramentale di cui è rivestito per carattere indelebile ed eterno. I compagnucci di brigata i nostri giovani se li vanno a cercare altrove, non certo tra i preti.

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Dopo che per sommi capi ebbi risposto al vescovo che aveva affermato: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco», ecco che il buon pastore rivestito della pienezza del sacerdozio apostolico, postosi dinanzi a me con una camicetta-clergyman scollacciata ― io mi ero invece dovutamente presentato dal vescovo con la mia talare romana migliore ― non sapendo più dove attaccarsi mi disse: «Senti, io capisco che tu, lui e gli altri, siete della stessa “scuola” … insomma, per quanto giovani, siete preti “vecchio stile”, con la talare sempre addosso. Per carità, fate pure, nulla da dire, ma perlomeno rendetevi conto che i tempi sono cambiati, che vi piaccia o no». Allargò poi le braccia e si lustrò col pollice e l’indice sinistro l’anello al dito medio destro col fare del ragazzino che ti lascia intendere “tanto il vescovo sono io, sono io …” e con un sorriso beffardo concluse: «… fatevene una ragione!».

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vescovo in cravatta 2

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Jacques Noyer, Vescovo di Amiens (Francia)

È cosa avvilente per un prete ritrovarsi con indosso la sua talare migliore, per il rispetto dovuto anzitutto al vescovo, che pure ti si palesa come una autentica quintessenza della sciatteria. È cosa amara ritrovarsi dinanzi a un vescovo in calzoni, con la camicia scollacciata, ma con la immancabile croce pettorale penzolante sulla pancia, segno del suo potere e spesso del suo umorale arbitrio. A quel punto ― e non me ne pento ― risposi: «Vede, Eccellenza, a parer mio sarebbe prudente evitare sempre che le persone maleducate che hanno rifiutato ogni genere di educazione e quindi di trasformazione attraverso i doni di grazia, possano passare in modo repentino e disinvolto dalla zappa al pastorale». E con questo intendevo chiuderei il discorso. Invero lo chiuse anche il vescovo, ma lo fece con una frase che confermò la mia teoria su zappa e pastorale, oltre a confermare che nei seminari ― da me rinominati pretifici, grande fucina di deformazioni e di deformati ― da quattro decenni non si educa e non si vuole educare più nessuno. Sbotta tosto il vescovo: «Ma vedi d’andà affanc …!». E detto questo mi rifiutò la mano da baciare, perché se un vescovo mi manda a quel paese, a maggior ragione io gli bacio la mano, non per l’evidente poveraccio che è, ma per la grazia sacramentale di cui è rivestito.

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vescovo in cravatta 3

I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez (Francia), si prega di notare il baffo alla Freddie Mercury …

Poco dopo, i vescovi di quella regione sceglievano per una delle loro sedi vacanti un parroco che nelle tre parrocchie dov’era stato si era limitato a celebrare la Messa, lasciando ovunque i laici spadroneggiare, dalla organizzazione dei corsi di catechismo alla liturgia, quest’ultima appannaggio delle immancabili “pretesse”. E quando alcuni parrocchiani familiari di anziani ammalati, chiesero se poteva andare lui a portare la Comunione, almeno qualche volta, rispose che «c’erano dei laici incaricati sul cui ministero egli non poteva interferire». Quando assieme ad altri due sacerdoti io andai in quella parrocchia per confessare diverse decine di ragazzini che la domenica successiva avrebbero ricevuto il Sacramento della Cresima, assieme ai miei due confratelli rimasi esterrefatto: i ragazzi e le ragazze non sapevano che cosa dire, facevano scena muta guardando a destra e a sinistra, nessuno conosceva l’atto di contrizione ed a tutti dovetti dire di farsi il segno della croce mentre il sacerdote impartiva loro l’assoluzione …

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Freddie Mercury

… il cantante Freddie Mercury, forse parente più o meno alla lontana di S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez.

… e mentre nella chiesa parrocchiale avveniva questo, otto catechisti se ne stavano seduti dinanzi alla cappella del Santissimo Sacramento a chiacchierare, a ridere tra di loro e ad inviare sms con i telefoni cellulari, tutti con le spalle voltate al tabernacolo della sacra riserva eucaristica. Quando io giunsi presso quella chiesa parrocchiale vestito con la talare, col breviario sottobraccio e la stola viola ripiegata sopra ― perché nell’attesa dei penitenti ho pure la “sfrontatezza” vecchio stile di recitare persino la liturgia delle ore ―, il parroco, oggi vescovo, mi disse ridendo: «Ma dove vai? Vestito così mi spaventi i ragazzi, non sono abituati a vedere un prete agghindato a questo modo. Vai in sacrestia, togliti questa roba e mettiti un’alba bianca, se vuoi». Infatti, lui amministrava le confessioni con una camicia a quadri sbottonata seduto a gambe larghe su di una panca. E quando il fatidico giorno fu convocato presso la curia vescovile della sua diocesi e gli fu comunicata la sua nomina episcopale, il suo vescovo, vestito con un clergyman sdrucito, dopo la lettura del testo ufficiale mise sulla testa del neoeletto vescovo, vestito in abiti civili, lo zucchetto rosso. Una scena che, se non fosse patetica, sarebbe davvero ridicola …

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enrico mazza

I PICCOLI KÜNG NOSTRANI – il presbitero Enrico Mazza, ovviamente docente presso il pontificio ateneo catto-protestante Sant’Anselmo.

… proprio come nel 2011 fu patetico il cappellano di un ospedale di Pisa, presso il quale mi recai partendo da Roma di primo mattino, giunto presso il quale cercai il cappellano e gli chiesi se potevo amministrare l’unzione degli infermi al suocero di mio fratello. Mi guardò come fossi un marziano e mi ingiunse: «Questo è un ambiente laico e se pensi di salire nel reparto di oncologia vestito a questo modo, allora ti dico subito di no». Dinanzi a questa risposta non pensino, i nostri cari lettori, che ero andato a rubare dagli armadi di un clown del circo di Moira Orfei gli abiti coi quali rivestirmi alla partenza da Roma, assolutamente no! Avevo la talare indosso e sottobraccio la cotta, la stola e il libro del rito dell’unzione degli infermi. Mi tolsi la talare e salii nel reparto di oncologia col pantalone e la camicia bianca che avevo sotto, perché se io devo aprire le porte del Paradiso a un’anima, però un qualsiasi demente ― prete incluso ― mi impone prima di cantare “Bandiera rossa”, in quel caso faccio finta per due minuti di essere l’intoccabile prete eretico genovese Andrea Gallo e senza esitare attacco: «Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa …». Di tutto questo, quell’animo profondamente cattolico di mio fratello, rimase male, specie in quel particolare frangente, tanto che mi disse: «Non pensi di andare a fare quattro parole con l’Arcivescovo Metropolita di Pisa?». Eruppi con una risata e replicai: «Fratello mio, suvvia! A fare due parole con chi, con quel brav’uomo di Giovanni Paolo Benotto, al quale i preti danno pacche sulle spalle mentre dal suo canto lui potrebbe avere seri problemi nel riuscire a dare un ordine al portinaio del palazzo arcivescovile?». E ovviamente lasciai correre, perché se perdere tempo prezioso per far ragionare certi preti spesso non serve, a perderlo con certi vescovi è cosa ancora peggiore e soprattutto più deludente.

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Paolo Giulietti

I VESCOVI ATTIRA-GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia [vedere QUI]

Ho portato testé gli esempi di due diversi parroci che hanno mostrato nei concreti fatti di essere: uno, un uomo di Dio e un uomo di governo, un pastore in cura d’anime che all’occorrenza dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato fare, agendo pastoralmente di conseguenza in conformità alla dottrina, al magistero e alle leggi della Chiesa. L’altro, seppure pessimo parroco, fu fornito però dai suoi protettori di una “scheda” dov’erano state impresse alcune parole oggi davvero magiche: «… si è dedicato alle attività caritative, è stato assistente presso la Caritas, ha assistito i giovani del vicino campo Rom, ecc..». E leggendo questa “scheda” ci è chiaro il desolante presente e il futuro prossimo peggiore che ci attende. Ecco chiarito come mai il secondo dei due parroci portati a mo’ d’esempio, ed oggi vescovo, non poteva occuparsi della sacra liturgia lasciata in appalto ai laici; ecco perché non poteva andare a portare l’Eucaristia agli ammalati; ecco perché non poteva vigilare sui bimbi della Prima Comunione che non conoscevano neppure il Padre Nostro e sui ragazzi della Cresima che manco sapevano cosa fosse il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione. Non poteva fare nulla di tutte queste cose “secondarie” perché era impegnato in una cosa molto più primaria: visitare il locale campo Rom! Un argomento questo del quale ho già parlato in un mio precedente articolo, per spiegare tra le righe che se le vie del Signore sono notoriamente infinite, quelle degli ecclesiastici sono invece sempre più “finite” e “definite”, a volte anche in modo non poco stolto [vedere QUI], perché nulla è più pericoloso di un incapace che esercita un potere che anzitutto è un gravoso servizio; potere che in ogni caso non perviene a lui né dal Popolo Sovrano né dal gradimento del quotidiano La Repubblica, bensì da Cristo Dio.

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Paolo Giulietti 2

I VESCOVI ATTIRA- GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia.

Se qualcuno ha deciso di selezionare i nuovi vescovi dalle periferie esistenziali, o di promuovere all’episcopato preti che hanno giocato ai “compagnucci di brigata” nei campi scouts, anziché affascinare i giovani con lo stile e il carisma di un uomo di Dio come il presbitero francese Michel Marie Zanotti [vedere QUI], faccia pure, ma il fallimento sarà suggellato attraverso il dramma ecclesiale della caduta nel ridicolo. E purtroppo, nel giro di non molti anni, i risultati saranno pagati dalla Chiesa di Cristo e dal Popolo di Dio. Il tutto senza neppure sapere a chi rendere davvero grazie, perché il meccanismo della nomina dei nuovi vescovi è di per sé talmente complesso, specie in un Paese particolare come l’Italia, da risultare quasi come un gioco di scatole cinesi. Ciò che infatti noi conosciamo è il genere di lavoro svolto da varie istituzioni ecclesiastiche e dicasteri della Santa Sede per la selezione dei futuri vescovi. Lavoro nel quale sono coinvolti numerosi ecclesiastici che talvolta riescono a pilotare certe nomine molto più di quanto riescano a fare certi influenti vescovi e cardinali; e non di rado, i vari organi della Santa Sede che hanno cercato di svolgere un lavoro serio e meticoloso improntato anzitutto sulla prudenza, nel tentativo di selezionare candidati idonei, si vedono azzerare il tutto dinanzi all’amico di un amico da piazzare; e spesso, per questi colpi di mano, non si sa neppure quale “santo” ringraziare.

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Nicolo Anselmi

FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova [vedere QUI]

In ultima istanza giunge a lavoro concluso un fascicolo al Sommo Pontefice contenente una terna di tre nomi, dai quali solitamente egli sceglie il primo indicato tra i tre candidati. Diversi sono i testimoni oculari i quali hanno riferito che spesso Giovanni Paolo II firmava senza neppure leggere le schede sintetiche dei tre nomi indicati, mentre Benedetto XVI gli dava una scorsa e poi firmava. È vero che a nominare i vescovi suoi collaboratori è Pietro, ma il meccanismo è parecchio articolato e il più delle volte il Santo Padre si limita a ratificare le scelte altrui che sono frutto di indagini, ricerche e valutazioni quasi sempre molto complesse, sia nel bene sia nel male. Cosa in sé del tutto comprensibile: come potrebbe infatti, il Sommo Pontefice, occuparsi delle nomine e del periodico ricambio di circa 5.000 vescovi sparsi per l’Orbe Catholica? Tutto il suo tempo non basterebbe solo per questo.

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nicolo anselmi 1

FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova.

Da queste delicate situazioni nasce l’elemento di fondamentale importanza per qualsiasi Pontefice: avere vicino a sé dei preziosi e soprattutto fedeli collaboratori. E sia la preziosità sia la fedeltà si reggono su di un presupposto preciso: il disinteresse e la fede nel meritato premio eterno per avere servito in modo libero e senza secondo scopo alcuno la Chiesa di Cristo e Pietro suo Supremo Pastore; ed a rendere questi preziosi servizi alla Chiesa ed a Pietro suo Supremo Pastore, sono quelli che ti dicono sempre ciò che pensano, non quelli che sono invece abili a celare il proprio essere ed altrettanto abili a cercare di compiacere in ogni modo il padrone del carro. Molti sono i danni derivati alla Chiesa dal periodo dell’ultimo Giovanni Paolo II e dal pontificato di Benedetto XVI, tutti dovuti proprio a questo: la scelta di pessimi collaboratori che, a loro volta, hanno inquinato le diocesi per un verso e la curia romana per altro verso, piazzando spesso nella seconda anche soggetti più somiglianti a delle cocorite anziché a dei maschi con tutti i relativi annessi e connessi; e quando questi soggetti fanno poi lobby, sappiamo cosa accade [vedere mia vecchia intervista, QUI].

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San Pio X vignetta

il Santo Pontefice Pio X raffigurato in una vignetta satirica del giornale anticlericale L’Assiette au Beurre (Piatto di Burro) n. 242 del novembre 1905.

Da quarant’anni la Chiesa s’è messa a  giocare col mondo dei media che si regge su spietate logiche dell’immagine sempre più anti-cristiane. Una volta — in tempi recenti, non secoli fa — il Romano Pontefice ed i vescovi di molte grandi e medie diocesi avrebbero potuto passeggiare a piedi tra la folla mimetizzati in abiti civili, senza che nessuno li riconoscesse; ed infatti molti lo facevano. L’immagine del Romano Pontefice era solo un’effige sopra le monete dello Stato Pontificio, mentre quella del vescovo era raffigurata in un quadro inserito in una sala interna della chiesa cattedrale nella quale erano raccolti i dipinti di tutti i suoi predecessori. Diversi erano i vescovi che per controllare le parrocchie disseminate nelle loro diocesi giravano mimetizzati da secolari, senza essere riconosciuti neppure dai parroci, ma soprattutto dai tanti curati di campagna che costituivano il grosso della fetta del loro clero. Dei Pontefici di fine Ottocento inizi Novecento avevamo solo alcune foto ufficiali ed a partire dal pontificato di Benedetto XV alcuni brevissimi e rari filmati. Con Giovanni XXIII le televisioni cominciano a entrare in luoghi sino a poco prima impenetrabili e infine, col pontificato di Giovanni Paolo II, i media fanno il loro ingresso “trionfale” nella Chiesa, ed ogni mossa e sospiro del Romano Pontefice sarà reso pubblico: dalla “culla del neonato” dentro il conclave sino al suo cadavere disteso sul letto dentro la camera del suo appartamento privato. Ora, io non dico che questo sia male, dico che il tutto andrebbe saputo gestire, perché i media, volendo, possono anche mutarci in una struttura veramente grottesca attraverso i più pericolosi messaggi subliminali …

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seminarista sfranta

I PRODOTTI DEGLI ODIERNI PRETIFICI, OSSIA I SEMINARI –  all’interno dei quali non c’è più selezione e vigilanza, dove spesso non ci sono formatori idonei che siano stati prima educati e resi idonei a impartire una  educazione ecclesiastica adeguata alla dignità del futuro presbitero [vedere filmato QUI]

… esempio: al di là del riguardo delle televisioni italiane post democristiane, se analizziamo le riprese fatte da televisioni statunitensi facenti capo a società laiciste o protestanti, per non parlare di quelle arabe e israeliane, vediamo ripresi in primo piano durante le celebrazioni di Benedetto XVI un piccolo esercito di cerimonieri che ancheggiano tra sorrisi e moine e che non danno certo bella immagine della Sede Apostolica, ma trasmettono in pochi secondi l’idea subliminale che il tasso di testosterone maschile in certi ambienti ecclesiastici è alquanto basso. Nessuno pretende che siano scelti come vescovi dei fotomodelli, entrare però nel mondo dell’immagine con figure caricaturali se non peggio grottesche, fa male alla Chiesa, rendendo molto pericoloso e nocivo il gioco che certi ecclesiastici fanno con i media …

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Cesare Nosiglia

QUANDO LA CHIESA GIOCA COL PERICOLOSO MONDO DELL’IMMAGINE – S.E. Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino.

… sia chiaro: il Cardinale Alfredo Ottaviani non era un adone, non lo era il Cardinale Giuseppe Siri e non lo era Giovanni XXIII, la bruttezza del quale era però superata da quella di Leone XIII, per seguire col gracile e gobbo Benedetto XV. Ma la bruttezza di certe figure o la pappagorgia che rese simpatico Ottaviani, erano compensate da capacità e da talenti non comuni riconosciuti anche da molte persone avverse alla Chiesa. Ciò che quindi io lamento è la moltiplicazione di figure che neppure i vignettisti anticlericali dell’Ottocento avrebbero disegnato, quasi come se oggi la Chiesa volesse fare un lauto pranzo di nozze con noci e fichi secchi, presentanto pubbliche figure che, oltre ad essere sgradevoli, non hanno affatto quel carisma e quel talento che le renderebbe molto belle persino nella loro bruttezza. E chi ragionevolmente ritiene che io sbagli, per favore indichi e dimostri pubblicamente il mio errore di analisi e di valutazione — e se il caso lo richiede pure con tutti i richiami canonici del caso —, a partire dai soloni che sia presso la Santa Sede sia presso la Conferenza Episcopale Italiana si occupano delle comunicazioni sociali, vale a dire gli addetti del servizio di catering che organizzano nozze sontuose con noci e fichi secchi.

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il Cardinale Angelo Bagnasco e il suo Vescovo ausiliare, teodrammatica di una Chiesa contemporanea nella quale il servitore non può essere mai più bello del padrone …

Che si miri a scuotere è evidente, lo abbiamo capito sin da quando il Santo Padre, ignorando tutti i teologi di cui dispone, lanciò l’ennesimo messaggio invitando un parroco a predicare gli esercizi spirituali alla curia romana. Il messaggio passato è stata però la sola cosa singolare in sé, ossia l’ennesimo sberlone dato alla curia e ai curiali da un latinoamericano con l’aggravante dello spirito argentino, nonché gravato ― e diciamolo! ― da non pochi pregiudizi anti-romani. Perché a questo punto non so quanto il Santo Padre si sia veramente premurato di conoscere Roma e la sua storia, inclusa la storia di quella curia romana che egli vorrebbe riformare, ma che non può certo riformare senza prima averla conosciuta bene e a fondo, ma soprattutto senza essere libero dal gravame dei pregiudizi. Col tempo potremo però valutare a posteriori quanto egli sia partito libero, oppure solido ed irremovibile sui propri pregiudizi, agendo quindi di conseguenza.

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… anche Giovanni XXIII era brutto, a tratti quasi caricaturale, ma era un uomo che pur con tutta la sua amabilità riusciva a incutere sacro timore con un solo sguardo, ed il talento che aveva, la fede, la speranza e la carità che lo animava, uniti alla sua amabile simpatia, non solo lo hanno reso bello, molto di più: lo hanno reso santo e modello di eroiche virtù.

Singolare è il fatto e singolare lo sberlone legato a quegli esercizi spirituali, perché ciò che solo è passato, ancora una volta è stato il gesto, o se preferiamo lo smacco del Santo Padre giunto in pullman ad Ariccia dove si sono svolti gli esercizi, portandosi dietro vescovi e cardinali stile “gruppo vacanze Piemonte, si parte! ”, come diceva un vecchio spot pubblicitario. Ecco quindi che i giornalisti ci hanno deliziati narrando che il Santo Padre si è seduto in mezzo a tutti, alla pari di tutti, in modo semplice, dimesso … perché Francesco è “er papa de noartri ”. Sia chiaro: nulla ho da dire su certi stili caserecci del Santo Padre, molto avrei invece da chiedere riguardo a cose ben più serie, a partire dalla prima: di quegli esercizi spirituali, cos’è rimasto? Di che cosa si è parlato? Come se ne è parlato? Quale messaggio è stato lanciato da un oratore particolarmente illuminato da Dio, chiamato al gravoso ufficio di predicare dinanzi al Successore del Principe degli Apostoli e degli altri Apostoli? Se andiamo al pratico scopriamo che degli esercizi spirituali del Santo Padre Francesco ci rimane solo l’immagine di un parroco che li predica, di un Sommo Pontefice seduto sul pullman con tutti e in mezzo a tutti. Questo ci rimane, ed è davvero misera cosa, come lo sono molte altre costruzioni di case che giorno dietro giorno, anziché sulla roccia, vengono erette sulla sabbia [cf. Mt 7, 26-27]. Al contrario, invece, dei memorabili esercizi spirituali predicati nella Quaresima del 1971 dal Padre Divo Barsotti alla curia romana su invito di Paolo VI, oggi ci rimane in eredità un testo monumentale, a tratti profetico, opera di un autentico mistico, di un autentico teologo, di un vero Padre della Chiesa [vedere QUI]; senza che nessuno di noi sappia e senza che ad alcuno di noi interessi alcunché del come ed a bordo di che cosa sono arrivati i partecipanti, o dove il Beato Paolo VI fosse seduto durante il tragitto.

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Con questo non intendo dire che sia cosa sbagliata prendere dei parroci di consolidata esperienza e promuoverli all’episcopato, perché ciò di cui hanno vitale bisogno le numerose piccole, ma anche medie diocesi italiane, è la figura di un vescovo con esperienza pastorale, che sappia come tale trattare coi suoi presbiteri e che sappia accogliere e guidare la porzione di gregge del Popolo di Dio a lui affidato. Essere però parroco non è affatto una garanzia, perché al vescovo è richiesta una particolare completezza che ben pochi parroci hanno: anzitutto, deve saper governare i propri presbiteri con autorità e autorevolezza, confermandoli giorni dietro giorno nella fede [cf. Lc 22, 31-34] quindi guidare in modo deciso e credibile il Popolo di Dio.

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pugno sul tavolo

al vescovo è richiesto un pugno di ferro ricoperto da un guanto di delicato velluto.

I vescovi devono essere avversi rispetto agli atteggiamenti degli smidollati che per accontentare tutti e non scontentare nessuno, creano situazioni di paralisi auto-distruttiva perché di fatto non governano la loro Chiesa particolare, lasciando che a governarla siano le prepotenze, i litigi e gli arbitrî dei preti divisi tra loro, dove a prevalere è solo l’arroganza dei più forti che nel tempo si sono piazzati nei posti giusti dopo aver collezionato le peggiori armi di ricatto. Preti che in certe diocesi, pur rappresentando un esiguo numero di tre o quattro elementi, hanno messo sotto scacco e ridotto al silenzio tre vescovi uno appresso all’altro, dopo aver fatto loro capire che avevano in mano strumenti di ricatto sia sul versante morale sia sul versante economico per far saltare in aria una diocesi intera, con tutte le implicazioni di carattere penale nel caso in cui certe notizie fossero giunte alle competenti autorità giudiziarie civili. E non pochi vescovi italiani, in situazioni di questo tipo, sono rimasti col loro bel pastorale in mano usato unicamente come gingillo liturgico a fare di fatto niente.

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cattedra episcopale

la cattedra del vescovo sommo maestro [Il modello riprodotto in foto appartiene alla cattedrale di Massa Marittima, QUI]

Il vescovo deve essere un maestro di dottrina. E qui si noti che non ho detto un teologo sopraffino ma un maestro di dottrina, capace d’insegnare e imporre all’occorrenza il rispetto del Magistero della Chiesa qual supremo custode nella sua Chiesa particolare del depositum fidei. E considerate le omelie registrate che sono state pronunciate sia per il loro insediamento in cattedra sia durante i primi atti di ministero episcopale da parte di diversi di questi vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, la dottrina di diversi di essi non è poi così entusiasmante; e quando non si conosce bene ed a fondo il depositum fidei, tutelarlo non è facile, anche se naturalmente nessuno pone limiti alla grazia dello Spirito Santo, che però è bene non sfidare.

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Il vescovo deve essere anche un conoscitore di diritto, con un senso naturale spiccato del diritto. E qui si noti: non ho detto che debba essere un sopraffino dottore in diritto canonico ma una persona dotata del senso del diritto, perché se non lo è, scivolerà facilmente nel libero arbitrio, fabbrica di tutte le peggiori ingiustizie. Ed anche in questo caso, molte delle nuove leve, lasciano pure in tal senso a desiderare, pur essendo stati parroci per tanti anni.

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carlo maria martini 3

il Cardinale Carlo Maria Martini, al quale abbiamo dedicato alcuni articoli di critica al suo pensiero teologico [vedere QUI, QUI], ma da noi sempre indicato con venerazione come una tra le più belle figure dell’episcopato del Novecento, semplice ma ieratico liturgo. 

Il vescovo è sommo liturgo e dall’Eucaristia che celebra dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella sua Chiesa particolare. E anche in questo caso è bene sorvolare sul modo sciatto e approssimativo col quale taluni vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, vere o presunte, sono stati ripresi per anni e anni da numerosi cineoperatori mentre celebravano liturgie sulle quali è bene stendere un velo pietoso.

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Qui mi fermo senza procedere oltre, ma ce n’è a sufficienza per poter affermare che sia le mode, sia il conformismo, portano per vie diverse ma parallele tutte e due allo stesso disastro. Infatti, prima della moda conformista dei vescovi-parroci, abbiamo vissuto sia la moda dei vescovi-curiali sia la moda dei vescovi-professori. Questi secondi, perlopiù legati al pontificato di Benedetto XVI, che rendendosi conto di quanto all’interno della Chiesa il fermento degli errori dottrinari o delle eresie avesse fatto lievitare giganteschi panettoni, per porvi rimedio, anziché chiudere le fabbriche di panettoni, anziché togliere a certe pontificie università e pontifici atenei il titolo “pontificio”, comincia a far nominare vescovi dei professori di teologia più o meno illustri, spesso proprio provenienti da queste fabbriche di eresie, all’interno delle quali erano loro stessi i primi e più perniciosi diffusori. Purtroppo questi professori, alcuni dei quali teologi veri altri invece dei puri palloni gonfiati, nel corso del tempo hanno seminato in giro per le diocesi italiane tanti e tali danni che in molti casi occorreranno decenni prima che si possano riparare, specie quando questi gravi danni sono correlati alle ordinazioni sacerdotali di non pochi soggetti sbagliati che come tali non avrebbero mai dovuto diventare preti.

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prete che benedice i contadini

due contadini si inginocchiano sul terreno fangoso mentre passa il curato di campagna che porta la Santissima Eucaristia a un ammalato. Di fronte a questi testimoni e testimonianze, come possono, vescovi e presbiteri, presentarsi oggi in “braghe e maniche di camicia“? Per cosa, forse per attirare i giovani? Illusi! Sono i preti come quello ritratto in questa foto i soli che oggi potrebbero tornare a riempire le nostre chiese, se la superbia clericale non chiudesse gli occhi pure dinanzi all’evidenza dei fatti.

I problemi non si risolvono passando da una moda all’altra, lo ha già fatto la politica. O la Chiesa vuol ripetere gli errori dei politici? Qualcuno ricorda i tempi in cui dinanzi alla politica caduta ai minimi storici di credibilità, i politici tentarono di allettare gli elettori candidando attori, cantanti e calciatori nelle liste elettorali? A dire il vero fu candidata ed eletta pure una celebre pornostar. Vogliamo ripetere gli stessi errori nella Chiesa, pornostar incluse?

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Il problema non è che per divenire vescovi è necessario essere stati parroci, o professori di teologia, o addetti a mansioni di curia. Non è infatti il ruolo che rende santo l’uomo, ma l’uomo che santifica il ruolo che è stato chiamato a ricoprire. Un buon vescovo può quindi uscire fuori da un parroco di periferia come da un luminare della teologia; da un addetto al servizio diplomatico o da un presbitero che ha servito la Chiesa in un ufficio di curia, proprio perché è l’uomo che fa il buon vescovo e non certo lo specifico incarico che egli ha ricoperto.

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Ildefonso Schüster

I VESCOVI CHE AVEVAMO FINO A POCHE DECINE DI ANNI FA –  il Beato Ildefonso Schüster, Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954. Figura di grande spessore teologico, mistico e grande pastore di anime. Quando faceva la visita pastorale, spesso giungeva alle cinque del mattino davanti alle chiese parrocchiali, si inginocchiava sul sagrato e pregava in attesa che il parroco aprisse la porta per la celebrazione della prima Messa.

In un mio libro pubblicato agli inizi del 2013, parlando dell’episcopato e della nostra naturale vocazione alla santità, scritta nell’acqua del nostro battesimo, affermai che spetta alla Chiesa stabilire in che modo i consacrati nei tre gradi del Sacramento dell’Ordine debbano svolgere e prestare i propri grati e preziosi servizi; presupposto questo che sta a fondamento della natura del Sacramento dell’Ordine. È inammissibile che dei sacerdoti si propongano come candidati all’episcopato o che dei vescovi si propongano per delle grandi sedi metropolitane, per uffici della curia romana o per il titolo onorifico cardinalizio. Chiunque, in modo diretto o indiretto lo facesse, dovrebbe essere di rigore escluso da ogni possibilità di promozione. Nessuno è infatti promosso e consacrato vescovo per proprio prestigio personale ma per essere un servo fedele e devoto a servizio della Chiesa particolare a lui affidata, sempre tenendo a mente che Dio si è incarnato in Gesù non per essere servito ma per servire [Cf. Mt 20,28]. Dovremmo pertanto lavorare per giungere un giorno a un importante risultato: un clero cattolico formato da sacerdoti secolari e regolari perfettamente consapevoli che essere vescovo di una grande e importante diocesi o essere parroco di una piccola parrocchia di campagna è ugualmente dignitoso e importante per la Chiesa, in seno alla quale il vescovo della grande diocesi e il parroco della piccola chiesa di campagna offrono ambedue un servizio indispensabile, accomunati dalla loro medesima natura di servi.

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Nella Chiesa esiste la preziosa figura ispiratrice e l’alto esempio del Santo Vescovo Carlo Borromeo, ma esiste altrettanta preziosa figura ispiratrice di non minore e alto esempio: Giovanni Maria Vianney, eletto non a caso patrono dei parroci e dei sacerdoti. Sicuramente nessuna mente savia avrebbe mai inviato Carlo Borromeo come parroco ad Ars e Giovanni Maria Vianney come vescovo a Milano; ma è appunto la Chiesa, la unica e la sola a stabilire chi deve diventare vescovo di Milano e chi curato di Ars, per sviluppare al meglio la sua naturale vocazione alla santità e per preservare e salvare la fede nel Popolo di Dio.

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Vescovo Mario Enrico Delpini

DALLA IERATICA FIGURA DI  SCHÜSTER ALL’ATTUALITÀ – S.E. Mons. Mario Enrico Delpini, Presidente della Equipe per la Formazione Permanente del clero dell’Arcidiocesi di Milano [vedere QUI]

Quando al buon senso subentrano le mode o le strategie di mercato giocate su veri e propri slogan pubblicitari, il rischio che si corre è quello di mettere Giovanni Maria Vianney a fare il Vescovo di Milano e Carlo Borromeo a fare il curato ad Ars, con un triste risultato conseguente: né l’uno né l’altro diverranno santi. Il primo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il Vescovo di Milano; il secondo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il curato ad Ars, ed entrambi semineranno danni a non finire.

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Nello stato in cui ci troviamo, è inutile cercare piccole, futili e clericali strategie, oggi mirate alla sfornata dei professori e dei curiali, domani a quella dei parroci che hanno preso in qualche modo su di sé – realmente o per abile burla – l’odore dei poveri e di quelle periferie esistenziali che sembrano andare oggi di moda. Ciascuna di queste scelte sono solo palliativi che porteranno al totale fallimento. Ciò che infatti pare non entrare dentro le teste sempre più piccole di certi ecclesiastici, è il fatto che per giungere ad essere veramente perfetti nell’unità [Cf Gv 17, 23] bisogna procedere all’occorrenza anche con divisioni drammatiche, memori che Cristo Signore è venuto anche per portare la spada e la guerra, non solo la pace [Cf Mt 10,34]; memori che prima o poi, al momento opportuno, il grano dovrà essere separato dalla gramigna, quando si avrà la certezza che per strappare la gramigna non vada dispersa neppure una spiga di grano, cosa che però non vuol dire: aumentiamo la gramigna affinché soffochi definitivamente il buon grano [Cf. Mt 13, 24-30].

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rafael merry del val

il Cardinale Rafael Merry del Val, Segretario di Stato del Santo Pontefice Pio X, un uomo che oggi non diventerebbe mai vescovo o che forse non farebbero neppure diventare prete.

Le mode sono sempre nocive, di qualunque genere esse siano, inclusa la ricerca odierna di parroci con trascorsi veri o presunti tra le Caritas, le baraccopoli ed i campi Rom, perché ciò vuol dire che oggi, un uomo di Dio della straordinaria completezza umana, morale, teologica, giuridica e pastorale come Rafael Merry del Val, non solo non sarebbe mai divenuto cardinale, ma neppure vescovo e forse nemmeno prete, perché solo il suono del suo cognome farebbe storcere molti nasi che fingono di voler sentire l’odore delle pecore da prendere su se stessi, senza avere affatto capito quello che il Santo Padre Francesco voleva dire e trasmettere ai pastori in cura d’anime affermando: «Siate pastori con addosso l’odore delle pecore». Né mai avrebbe fatta alcuna strada un uomo come Giovanni Battista Montini, reo di provenire da una famiglia della vecchia borghesia lombarda. Soprassiedo poi sulle infelici sorti che nella Chiesa modaiola di oggi sarebbero toccate a un soggetto come Eugenio Pacelli e passo direttamente ad Angelo Roncalli, ma a quello vero, non al santino da iconografia popolare. Oggi come oggi, il futuro San Giovanni XXIII, giunto all’apice della carriera diplomatica come nunzio apostolico a Parigi, sarebbe mai diventato Patriarca di Venezia ― per di più ultra settantenne ―, dopo avere trascorso tutta la sua vita nel servizio diplomatico della Santa Sede? Certo che no, perché se fossero state applicate le logiche modaiole odierne sarebbe stato cercato sicuramente un parroco di qualche provincia veneta che tra il 1945 ed il 1950 aveva arricchito il proprio curriculum, sino a renderlo in tal modo episcopabile, dopo essersi dedicato ai profughi ed agli orfani di guerra o per avere servito i pasti ai senzatetto.

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Vescovo Claudio Cipolla

S.E. Mons. Claudio Cipolla, ex parroco, neoeletto Vescovo di Padova, dove da 85 anni non veniva scelto un cadidato che non fosse già vescovo con esperienza pastorale. Dinanzi a questo volto simpatico viene simpaticamente da dire: a certi parroci, finché non gliene regalano una rossa, una dignitosa talare nera non se la mettono neppure per andare a ritirare la nomina episcopale.

Se presso certe sedi vescovili sono inviati da decenni, o persino da secoli dei vescovi che hanno già maturato esperienze pastorali in altre diocesi dove hanno data buona prova di governo, ci sarà pure un motivo? Se alcune sedi arcivescovili italiane sono da secoli anche sedi cardinalizie, è perché vi sono antiche tradizioni legate alla storia ed ai passati regni e principati della penisola italica; da questo si è consolidata una consuetudine che non è detto debba essere mantenuta. Regole e consuetudini possono essere infatti cambiate e, per farlo, Pietro non deve chiedere il permesso a nessuno. Al limite, se vuole, o se è dotato della necessaria umiltà per farlo, può chiedere consiglio a chi certi meccanismi storici ed ecclesiali può conoscerli anche meglio di lui, ma egli resta munito della piena potestas per agire come reputa più opportuno. Che quindi l’attuale Patriarca di Venezia non sia stato creato cardinale, forse al diretto interessato non interessa nulla, ma ai veneziani abituati ad avere da secoli un patriarca insignito anche del titolo onorifico cardinalizio interessa molto e, questa mancata berretta rossa, l’hanno vissuta come una umiliazione. All’altro capo del nostro Paese, i palermitani, si stanno già domandando se dopo la nomina a cardinale dell’Arcivescovo di Agrigento, anche per la loro sede non sarà conferito il titolo cardinalizio al successore dell’ormai dimissionario Cardinale Paolo Romeo.

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Erio Castellucci arcivescovo di Modena

S.E. Mons. Erio Castellucci, neoeletto Arcivescovo Metropolita di Modena

Capisco che il Santo Padre s’è subito dichiarato proveniente «dall’altra parte del mondo» ma ciò non vuol dire cimentarsi nel fare cose dell’altro mondo, perché è pacifico che alla Chiesa italiana, ai suoi vescovi e al suo clero, ma soprattutto alla sua storia bimillenaria, è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre mostra di avere per i profughi veri o presunti [vedere QUI] che sbarcano per una media di 700/800 al giorno in un Paese — il nostro — non in grado di contenere e assistere una tale fiumana di gente, perché stiamo parlando di circa 400.000/ 500.000 persone all’anno che giungono su un territorio non certo esteso come l’Australia. Alla Chiesa italiana e alla sua storia è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre ha per gli abitanti dei campi Rom, i cui addetti all’industria dell’accattonaggio bestemmiano Cristo e tutti i santi lungo Via della Conciliazione dietro a chi osa non dargli soldi. Non è bello né buono, neppure per un Romano Pontefice, seppure avvolto da un’aura “liberista” alla quale crede sul serio o per finta solo quel caso geriatrico di Eugenio Scalfari, lasciare intendere: “Io sono io e faccio quello che voglio”. Per noi è indubbio che tu sei Pietro ― per i tuoi amici pentecostali non so’, ma per noi tu sei Pietro ―, prima stabilisci però regole precise, hai piena potestà per farlo. Prima abolisci usi e consuetudini, poi ti nomini cardinale chi vuoi e quando vuoi, evitando che una fetta di tuoi fedeli, che per secoli hanno avuto a capo della loro diocesi un vescovo sempre creato di prassi cardinale, debbano chiedersi: «Ma che cosa abbiamo fatto di male alla Chiesa e al Santo Padre?». La Chiesa ha bisogno della propria saldezza e della propria stabilità, alla quale concorrono in parte anche tradizioni e consuetudini del tutto accidentali e contingenti che come tali sono mutevoli e possono essere abolite in qualsiasi momento dal Supremo Pastore. Credo però che la persona meno indicata per fare il pericoloso gioco alla destabilizzazione senza prima avere stabilito regole, sia il Successore del Principe degli Apostoli, anche perché prima o poi, il Popolo di Dio, che mai è stato scemo nell’intero corso della storia della salvezza, potrebbe cominciare a chiedersi: a qual pro’ tutto questo, ma soprattutto, a qual prezzo?

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Giuseppe Siri

il Cardinale Giuseppe Siri, Arcivescovo Metropolita di Genova, ricordato anche come uomo di straordinaria classe e di ieratica dignità. Sua madre lavorava come portinaia  e suo padre era un operaio tuttofare. Divenne però sacerdote in un’epoca nella quale i seminari erano dotati di tutti gli strumenti educativi necessari per portare al massimo sviluppo umano, morale, spirituale e teologico dei giovani di talento.

La grandezza della Chiesa è sempre stata quella di essere madre e maestra, ed una buona maestra, che è pure madre, anzitutto educa. Questo il motivo per il quale questa straordinaria madre che costituisce un corpo di cui capo è Cristo [cf. Col 1, 18], non ha mai fatto distinzione di ceto, razza e nazione. Conosciamo tutti i difetti della nostra Chiesa, santa e peccatrice secondo l’antica definizione ambrosiana. Difetti storici che il sottoscritto conosce quanto basta per averli più volte stimmatizzati in ossequio al saggio monito del Sommo Pontefice Leone XIII che l’8 settembre 1899 affermò:

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«Lo storico della Chiesa metterà con maggior vigore in risalto la sua origine divina quanto più sarà stato leale nel non dissimulare minimamente le prove che le colpe dei suoi figli e qualche volta dei suoi stessi ministri hanno fatto subire a questa sposa di Cristo».

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Eppure questa madre e maestra, ed al tempo stesso santa e peccatrice, persino nelle sue epoche più controverse e contrastate ha visto salire ai propri cosiddetti vertici numerosi uomini provenienti da famiglie molto semplici e modeste; perché persino nelle sue epoche più controverse e contrastate riusciva a individuare il talento, anzi: lo ricercava proprio. Chi oggi afferma, con spirito tanto romanofobo quanto anti-storico, che sino a non molto tempo fa, per divenire vescovi e cardinali bisognava chiamarsi Borghese, Orsini, Colonna, Odescalchi, Chigi, Medici, Sforza … sbaglia e mente. Le cronologie dei vescovi che si sono succeduti in molte delle nostre numerose diocesi italiane, annoverano molti nomi di uomini provenienti da famiglie poverissime, entrati nei seminari con i corredi a loro donati da un povero parroco di campagna che aveva raccolto offerte tra fedeli altrettanto poveri.

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pietro gasparri

il Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato succeduto al Cardinale Merry del Val, proveniva da una famiglia di contadini marchigiani, da molti è considerato come uno tra i più grandi canonisti del Novecento.

Non si dimentichi che a succedere al Cardinale Rafael Merry del Val, che era un concentrato di sangue delle più antiche famiglie nobili d’Europa, fu il Cardinale Pietro Gasparri, che fu segretario di Stato sotto Benedetto XV e Pio XI, nonché firmatario dei Patti Lateranensi che posero fine alla lunga questione romana cominciata con la presa di Roma il 20 settembre 1870 e durata 59 lunghi anni. Pietro Gasparri, nato nelle Marche in un paesino di provincia, proveniva da una famiglia di contadini dediti alla pastorizia, fu un canonista di rara raffinatezza e determinante fu il suo contributo per la stesura del Codice di Diritto Canonico del 1917. Da modesta famiglia proveniva il Santo Pontefice Pio X, che pure volle accanto a sé nel ruolo di Segretario di Stato il Cardinale Rafael Merry del Val. Da famiglia povera nacque il Cardinale Alfredo Ottaviani, in quel di Trastevere, dove suo padre lavorava come operaio presso un fornaio. Ci fermiamo a questi pochi esempi perché lunga davvero sarebbe la lista di uomini i cui nomi sono oggi inseriti nella storia della Chiesa e che non portavano affatto i cognomi delle più potenti famiglie principesche europee.

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Che dire poi del fatto che a inizi anni Sessanta, mentre negli Stati Uniti d’America c’era la segregazione razziale tra bianchi e neri, a Roma, un neoeletto cardinale nero vestito di rosso porpora con ermellino e cappa magna, riceveva il baciamano a ginocchio flesso da parte dei membri della nobiltà pontificia? Conosce il Santo Padre Francesco queste edificanti perle di storia legate ad una curia romana che bacia la mano ad un nero mentre negli Stati Uniti i neri non potevano neppure salire sui mezzi pubblici? È informato, il Santo Padre Francesco, che il suo Sommo Predecessore Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, nel 1741 non esitò a sfidare, pur con tutti i rischi del caso, le maggiori potenze europee, condannando senza appello la schiavitù e dichiarando illecita, pena l’immediata scomunica, la vendita e la riduzione degli indios in schiavitù? Condanna peraltro già erogata in precedenza dai suoi Sommi Predecessori Eugenio IV [1435], Paolo III [1537], Urbano VIII [1639], nessuno dei quali proveniva dalle periferie esistenziali né mai avevano svolto alcun apostolato nelle villas de las miserias.

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Alfredo Ottaviani

il Cardinale Alfredo Ottaviani in una immagine della vecchiaia. Fu prefetto dell’allora Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, uomo di grande acume e protagonista teologico del Concilio Vaticano II. Nacque in Trastevera da una famiglia molto povera e come il Card. Merry del Val si dedicò molto alle attività caritative a favore dei bimbi romani di quel quartiere, i quali lo soprannominarono affettuosamente per il suo enorme doppio-mento “er cardinale pappagorgia“.

Temo purtroppo che da alcuni decenni si siano frantumati equilibri delicati e antichi, ed oggi sembriamo giunti all’apoteosi. Mai infatti, nel passato, un Rafael Merry del Val ha impedito a un sacerdote di riconosciuto talento di sedere con lui negli scranni del Collegio Cardinalizio, poiché reo di provenire da modeste origini. Quel che però oggi si dovrebbe invece temere è che numerosi Pietro Gasparri e Alfredo Ottaviani totalmente privi del grande talento e della grande pietà che caratterizzò questi uomini di Dio, ma ricolmi in compenso di ambizioni alle quali mai potrebbero aspirare nel mondo civile, possano impedire a un Merry del Val di diventare vescovo e cardinale, poiché «non corrispondente a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali»  — da villas de las miserias — «del Santo Padre Francesco», con tutto l’immane danno che ne deriverebbe alla Chiesa privata di tale fede, di tale talento e di tale intelligenza rara. 

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Io non so se qualcuno rifletterà su tutto questo, in una Chiesa non più capace ad educare e per logica conseguenza a cogliere il talento ed a mutare in autentici principi i Gasparri e gli Ottaviani, facendo di loro dei principi per nulla meno principi di un principe di nascita come Merry del Val. Temo che in questi tristi tempi, dove tanti uomini di Chiesa paiono drogati dall’immediato e dal vivere giorno dietro giorno senza pensare al futuro ed a costruire per il futuro, in pochi faranno di simili riflessioni. Quando infatti da una parte si fanno i golpe e dall’altra si cede alle mode, per prima cosa si perde la libertà dei figli di Dio e si cerca con le peggiori coercizioni ed i peggiori arbitrî di obbligare anche gli altri alla perdita di questo prezioso dono di grazia. E una Chiesa non più libera che barcolla tra esperimenti fallimentari e mode altrettanto fallimentari è destinata al collasso, a partire dal suo cuore: il Sacro Collegio degli Apostoli, nel quale reclutare un mediocre dietro l’altro affinché trionfi il golpe della mediocrità al potere. Mai come oggi è infatti risuonato il falso e fuorviante monito rivolto da Giuda:

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[…] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Gv 12, 3-8]

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E assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia, che da sempre acceca, impedendo di percepire correttamente il presente e di costruire santamente il futuro a lode e gloria di Dio.

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Giacomo Biffi e l’idea della “essenza del male”

GIACOMO BIFFI E L’IDEA DELLA ESSENZA DEL MALE 

In occasione della scomparsa di Giacomo Biffi i Padri dell’Isola di Patmos hanno dedicato alcuni commenti alla sua figura ed alle sue opere [QUI, QUI], ai quali fanno seguito oggi alcune pacate perplessità, perché quello che innanzitutto non convince, è la concezione del defunto Cardinale della realtà presupposta alla idea del male.


Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

biffi copertina

l’opera di Giacomo Biffi [Ed. Cantagalli]

Nel libro del Cardinale Giacomo Biffi Memorie e digressioni di un Italiano Cardinale” [1] ho letto alcuni suoi pensieri sull’essenza del male, che non mi hanno del tutto soddisfatto. Egli infatti parte dalla metafisica di Soloviev, il quale vedeva la realtà come “unitotalità”, che Biffi definisce la “forma della verità dell’essere”, per cui il male sarebbe ciò che “si separa” da questo tutto: “il male è perciò essenzialmente divisione e separazione, perchè è decadenza dalla “unitotalità”. Il rischio, in questa visuale, è quello di concepire il male come una decadenza o allontanamento dalla totalità, sicchè il rimedio si risolve in un ritorno di tutto alla totalità, che recupera se stessa, ed avremo la famosa “apocatastasi” di Origene condannata dalla Chiesa. Se invece, come vedremo, il male è una privazione ontologica causata dal volere della creatura, allora siamo disponibili ad accettare la visione cristiana, per la quale il rimedio al male non è un semplice ritorno, ma una ricreazione offerta da Dio al peccatore, la quale offerta, però, fatta a tutti, presso alcuni incontra una resistenza assoluta ed irrevocabile.

apocalisse drago

il mistero del male, raffigurazione del drago dell’Apocalisse

Per questo il rimedio divino al male non raggiunge tutte le creature, ma solo quelle che lo accettano. Nella visione cristiana infatti non tutte le creature ritornano all’Uno-Tutto, cioè a Dio, non perché Dio non può farle tornare, ma perché non vogliono. Nella visuale cristiana Dio permette infatti che nella questione del male entri in gioco il libero arbitrio della creatura, capace di scegliere il male, ossia di privarsi del bene divino in modo definitivo ed irreparabile.

La visione origenista, invece, simile a quella di Plotino, di tutto che esce dall’Uno e torna all’Uno, di tutto che esce dal Tutto e ritorna al Tutto, è grandiosa ed affascinante, ma si scosta dal dato della fede, che prevede la pena eterna per i dannati. Nell’interpretare la Parola di Dio, non bisogna partire da un’idea, per quanto bella e sublime, e voler far entrare per forza la Parola di Dio dentro in quell’idea; ma, al contrario, è la nostra idea che deve, per quanto possibile, rispecchiare la Parola di Dio. Questa è la vera teologia; l’altro è gnosticismo. Del resto, come abbiamo anche in altre religioni, non mancano motivi di convenienza per ammettere nell’altra vita un premio o un castigo eterni [2].

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raffigurazione dell’Inferno [opera di Claudia Rogge]

In verità, il concepire il male come proprietà di un ente che si isola o si separa dal tutto o dall’insieme al quale appartiene, non mi fa difficoltà. Non c’è dubbio che è male separarsi dalla Chiesa; è male che l’organo di un vivente sia separato dall’organismo; è male estrapolare una frase dal contesto che ne assicura il reale significato, e così via. Ma in realtà il male è qualcosa di ben più profondo, che attiene, come vedremo, alle radici dell’essere.

Mitigare o attenuare l’idea e la presenza del male e concepire un universo nel quale il male sparisce del tutto può sembrare una soluzione confortante ed anche più degna dell’infinita bontà di Dio; ma in realtà tale bontà emerge proprio quando guardiamo il male in faccia senza celare in nulla la sua profonda essenza. Dio si mostra più potente se abbiamo un’idea giusta della radice ultima del male.

Quello che innanzitutto non mi convince è la concezione della realtà presupposta alla idea del male del Cardinale Biffi. Osservo innanzitutto che solo Dio è al contempo uno e tutto. L’unitotalità non è la “forma della verità dell’essere” ut tale, ma dell’essere divino. Solo Dio è assolutamente uno nella sua infinita semplicità e nella sua inconfondibile identità. Ed ogni perfezione Egli comprende virtualmente nella sua infinita essenza, come la causa contiene in se stessa virtualmente tutti i suoi possibili effetti. In tal senso si può dire che Dio sia “tutto” [Sir 43,27]. Inoltre c’è il rischio del panteismo: se la realtà è unitotalità e l’unitotalità è Dio, allora la realtà è Dio. Inoltre, non può esserci nulla fuori dell’unitotalità; se no, non sarebbe totalità. Ma allora, se il male è “separazione” ed è fuori da questa totalità, il male è nulla. Oppure bisognerà ammettere che per poter essere nella realtà, ossia nella totalità, il male, benché separazione, dovrà essere comunque all’interno di questa totalità. Ma se questa totalità è Dio, allora il male è in Dio. Insomma, da questa visione di Soloviev, fatta propria da Biffi, nascono molti inconvenienti.

San Filippo scaccia il dragone dal tempio di Hierapolis

San Filippo scaccia il dragone dal tempio di Hierapolis [Filippino Lippi da Prato, XVI sec.]

Il male, certo, è un non-essere. Eppure esiste. E dunque deve bene in qualche modo trovarsi nella realtà, ossia nella totalità dell’essere, non certo nella totalità intesa in senso divino, giacchè in Dio non c’è il male, ma semmai nella totalità pluralistica, in senso trascendentale, ossia nella totalità delle cose, dove effettivamente esiste il male. Ma se non si fa questa distinzione, si finisce col cadere nel panteismo. E allora il problema diventa drammatico ed insolubile: o si nega l’esistenza del male, dato che Dio è buono; o se si vuol ammettere l’esistenza del male, si è costretti a porlo in Dio. Inoltre, se l’unitotalità è, come dev’essere, Dio, il male non può essere una “decadenza” da Dio, una diminuzione o caduta o abbassamento della divinità. Il male non viene da Dio, ma dalla creatura. Esso è una decadenza dalla o della creatura dal suo stato di normalità, così come Adamo è decaduto dal suo stato di innocenza.

Certamente la creatura razionale peccando si separa da Dio: ma il male che commette non è una “decadenza” dalla divinità, giacchè la creatura, sia pur peccatrice, non è un abbassamento o decadenza della divinità, ma un ente prodotto da Dio dal nulla, in sé buono e che si rende cattivo non “decadendo da Dio”, ma con la propria cattiva volontà. Essa certo si allontana da Dio e Gli si oppone, ma non nel senso di perdere un’originaria divinità dalla quale decadrebbe. Dio, nel creare una creatura sia pur peccabile, non decade affatto né lei decade da Lui, ma resta sempre Lui nella sua infinita perfezione e bontà.

dio idolo

Dio Padre non è un idolo …

La totalità come realtà, invece, complessivamente, è l’insieme di Dio e delle creature. Essa certo è la totalità di tutto ciò che esiste. Ma non è la totalità univoca di un uno, di un solo ente, come sarebbe la totalità di un intero, così come potremmo dire: tutta la mela o tutto l’individuo.

Non è neppure la totalità divina, assolutamente indivisibile. È invece la totalità di un insieme di enti: Dio e il creato. È sbagliato altresì chiamare “intero” l’insieme delle cose, come fa Bontadini, perché ciò ancora una volta dà l’idea di un unico ente, del quale gli enti sarebbero solo parti. La realtà complessiva non è un’unica sostanza, come credeva Spinoza, un intero divino, del quale gli enti siano parti o modi, ma è un insieme di sostanze, ognuna delle quali è distinta dalle altre ed è un intero divisibile, collegata con le altre a formare un unico insieme unificato sotto il governo della suprema Entità divina indivisibile.

La realtà nel complesso è la totalità di un insieme di tutti, è un tutto di tutti, ciascuno dei quali è un tutto diverso degli altri. Diversa è la totalità divina dalla totalità della creatura. Riguardo alla creatura o alle creature, si parla di totalità in un senso molteplice, diversificato, analogico. Un conto dunque è il tutto metafisico o trascendentale e un conto è il tutto ontologico o sostanziale. Quest’ultimo può essere un tutto creato o il tutto divino. Il tutto metafisico risulta dall’insieme degli enti: Dio e il creato, che a sua volta è un insieme di tutti, ossia di sostanze.

uno tutto

la totalità …

La totalità degli enti comprende Dio e il creato. Dio dunque è pensato dialetticamente come se fosse una parte di questo tutto, benché egli ontologicamente sia tutto e al di sopra di tutto, una totalità ben più perfetta della totalità di tutti gli enti creati messi assieme. Ogni ente creato sostanziale è una parte del creato, benché anch’esso limitatamente sia un tutto. Il suo essere è un essere per partecipazione, dipendente dall’Essere per essenza che è Dio.

Sulla base di queste considerazioni, che interpretano la visione metafisico-teologica di Biffi, è possibile ora prendere in esame come egli vede l’essenza del male. Egli non considera l’aspetto ontologico, il male come privatio boni debiti, la ὑστέρησις di Aristotele [hystéresis, “ritardo”], ma lo limita ad un disordine o una disorganizzazione tra enti in sé completi e buoni. È un po’ come può capitare in una collezione di opere d’arte, nella quale una viene sottratta da un ladro. Si tratta sempre di un’opera d’arte, che però non è più al suo posto.

separazione

Separazione, opera di Edvard Munch

Così il male, secondo Biffi, è l’atto della parte che si stacca dal tutto ed entra in conflitto col tutto. È una parte che spezza l’unità. Ora, non mi pare che questo discorso, in sé certamente valido, colga veramente alla radice l’essenza del male. Infatti, l’aspetto radicale del male non attiene tanto all’ordine o alla composizione delle parti nel tutto, quanto piuttosto alla mancanza di integrità o di perfezione dell’ente stesso. Il male ha a che fare con la corruzione del soggetto, al limite, per la Bibbia, con la morte del soggetto stesso.

Il male non è solo una questione di disarmonia o di separazione o di divisione o di contrasto nei confronti di una totalità o in un insieme, quanto piuttosto riguarda il piano dell’essere, anzi del non-essere. Il male è una carenza di essere prima di essere una separazione della parte dal tutto. Il male intacca la sostanza dell’ente prima di attenere alla sua posizione rispetto agli altri enti. Il male riguarda l’esistenza. È una carenza di essere in un soggetto che in sé resta buono. Non è un semplice non-essere, ma è il non-essere di qualcosa che dovrebbe esserci e non c’è. La carenza può essere nello spirito: nell’intelletto e nella volontà. Abbiamo allora il male di colpa, il peccato. O può essere patita dal soggetto. E abbiamo allora il male di pena. Se questa pena è giusta, allora abbiamo un bene; se è ingiusta, ciò suppone una colpa nel giudice, per cui questa pena, ossia questo male va tolto. In ogni caso il male è una privazione di essere.

male e morte

il male è connesso alla morte …

Per questo nella Bibbia il male è connesso con la morte. Il male è l’odio per la vita e la soppressione della vita. Cristo chiama il demonio, dal cui peccato ha origine il male, “omicida sin dal principio”. Il male di colpa è un’ingiustizia, ma non sfugge al controllo della giustizia divina. Il castigo è un male, ma è un male giusto, perché è bene che il malvagio sia punito. L’eternità della pena infernale si risolve dunque ad essere un bene eterno.

San Tommaso sostiene che i giusti in paradiso si rallegreranno nel vedere il castigo dei dannati. È giusto che i parenti di una vittima del terrorismo si rallegrino nel vedere condannato l’assassino all’ergastolo. Non dobbiamo farci giustizia da soli, ma solo perchè, come ripetutamente insegna la Bibbia, a Dio spetta la vendetta [cf per es. Rm 12,19]. Quanto al dannato, non ha di che lamentarsi, giacchè il male da cui è afflitto se lo è procurato con le proprie mani. Nessun malvagio, quindi, se non si pente, speri di potere farla franca approfittando della bontà di Dio.

Pur distinguendo nettamente bene e male, sì da condannare ogni doppiezza, il cristianesimo ammette un male che è bene: il giusto castigo. È male che il malvagio non sia punito. Anche la croce è un male che è bene; un male salvifico. Evitare la croce è male. Sopportare la croce è bene. Ecco quindi che nella visione cristiana il male alla fine dei tempi viene sconfitto nel senso che cessa la sua attività contro il bene. E tuttavia restano le pene eterne a manifestare la divina giustizia. Dunque, la “ricapitolazione di tutte le cose in Cristo”, della quale parla San Paolo [Ef 1,10] non va intesa nel senso origenista di una ricomposizione dell’unitotalità infranta, sì che il male sia totalmente abolito. Questo non corrisponde al dato rivelato, che prevede il premio dei buoni e il castigo dei cattivi. Scompare dunque il male di colpa, ma non il male di pena.

ricapitolazione

ricapitolazione di tutte le cose in Cristo …

L’unitotalità, che in realtà è attributo divino e non il carattere del reale, non viene affatto infranta dal male e quindi non ha bisogno di ricomporsi. Essa non decade da se stessa, ma resta sempre intatta ed inviolabile. In Dio il male è totalmente assente. Invece il piano divino della salvezza non prevede l’eliminazione della colpa in tutti gli uomini, ma solo nei predestinati. Anche la volontà dei reprobi, quindi, ostinatamente ed irreversibilmente ribelle a Dio, concorre all’ordine dell’universo mostrando come Dio può trarre il bene anche dal male.

La ricapitolazione voluta dal Padre e compiuta da Cristo significa dunque che il Padre ha sottomesso a Cristo tutte le cose [cf v.22], sì che “ogni ginocchio si pieghi davanti a Cristo nei cieli, sulla terra e sotto terra” [Fil 2,10]. Cristo è però il Salvatore del mondo non nel senso che tutti si salvano, ma nel senso che Egli ha offerto a tutti la possibilità della salvezza, alla quale però alcuni per loro colpa si sottraggono, meritando la giusta pena.

Per sua espressa dichiarazione, Cristo ha quindi la funzione di Giudice escatologico, che “separa le pecore dai capri”. Questa ricapitolazione, quindi, non va intesa nel senso origenista come convergenza finale di tutte le cose verso Cristo, sì che il male scompaia completamente. Ma tale convergenza rappresenta invece la Signoria di Cristo sul paradiso e sull’inferno. L’idea di un Cristo ricapitolatore che ricompone l’unità in modo tale che nulla resti al di fuori in opposizione a questa unità (i dannati), può avere un suo fascino, ma non è cristiana; è un’idea gnostica, contraria al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa. Dato che questa “unitotalità” suppone uno sfondo panteistico, si comprende che ad essa ripugni ammettere il male in Dio. Ma in una concezione metafisica pluralistica e non monistica, non fa difficoltà ammettere accanto e sotto a Dio, libero dal male, il libero arbitrio della creatura peccatrice.

dannazione eterna

… la dannazione eterna è una scelta dell’uomo

Nella visione cristiana l’evento del male comporta in certi casi (la dannazione) una separazione definitiva del peccatore dal Tutto, ossia da Dio, benché questa separazione, permessa da Dio, non comporti in Dio alcun difetto o colpa, ma la responsabilità dell’atto ricada completamente sul peccatore. Questo vuol dire che la visione cristiana della totalità lascia uno spazio al male non in Dio ovviamente, ma nel creato a testimoniare il dominio di Dio sul male, quel Dio, che avendo creato anche chi si danna, continua ad amarlo con la sua provvidenza.

Il fatto che alcuni non si salvino — come è attestato dalla Rivelazione — non è il segno di una qualche imperfezione nell’opera della salvezza. Infatti Cristo ci mette in mano i mezzi per salvarci; ma non possiamo in effetti salvarci se non collaboriamo con la grazia salvifica. Il che vuol dire che il male fatto dal dannato non viene riparato, ma resta solo a testimoniare la giustizia punitiva divina la quale, anche in questa situazione estrema, non è separata, come osserva San Tommaso, dalla misericordia.

Cristo pantocratore cattedrale di cefalù

il Cristo Pantocratore [Cattedrale di Cefalù]

Ogni uomo rende gloria a Cristo, anche coloro che sono “sotto terra”, ossia all’inferno. La privazione del bene dovuto resta dunque in eterno nella volontà dei dannati, segnata dalla sanzione della divina giustizia. L’opera della salvezza non si limita a riordinare ciò che era disordinato, a riunificare ciò che era diviso, a riconciliare ciò che era in contrasto, ma comporta una vera e propria opera creatrice: ridare l’essere a ciò che ne era privo: tale è il perdono dei peccati, il riscatto dei poveri, la consolazione degli afflitti, la misericordia per i miseri, la liberazione dei prigionieri, la risurrezione dei morti. Tuttavia anche laddove il peccato non è perdonato, si manifesta il bene della divina giustizia.

In conclusione, è impossibile comprendere l’essenza profonda del male e quindi della potenza di Dio nel toglierlo, senza una metafisica della creazione. La vittoria sul male è una nuova creazione. Il vedere il male solo legato a una disarmonia, non ci dà sufficientemente l’idea del male così come ci è chiarita dalla Rivelazione. E non ci dà un’idea sufficiente della potenza salvifica divina. Tanto meno il male può essere concepito come un decadere dalla o della divinità o un fatto interno alla divinità o un momento dialettico del divenire divino. E quindi la salvezza non è neppure una ricostituzione della divinità. Nella visione cristiana il fatto che Dio si incarni non vuol dire che Dio si sporchi nella vicenda del male: Egli, purissimo ed innocentissimo, lo conosce meglio di noi e lo abborre più di noi. Per questo ci ha dato suo Figlio che ci libera dal male, ma che è anche Giudice dei vivi e dei morti. Nella visione cristiana la nozione del male suppone quella del non-essere e quindi da una parte la privatio e dall’altra quella del nulla, dal quale Dio trae l’essere. Se in alcuni uomini resta in eterno la privatio, ciò non smentisce l’infinita misericordia, potenza e bontà di Dio, ma rappresenta un segno del potere di Dio sugli inferi e sulla morte.

Varazze, 23 luglio 2015

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NOTE

[1] Cantagalli, Siena 2007, p.524.

[2] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

Infallibilità e fallibilità del Sommo Pontefice

INFALLIBITÀ E FALLIBILITÀ DEL SOMMO PONTEFICE

 

Il Romano Pontefice, per quanto dotato del carisma dell’infallibilità come maestro della fede, resta pur sempre un essere umano fallibile e peccatore, laddove non gioca questo carisma. Se nel campo della dottrina della fede è infallibile, nel campo della sua azione pastorale e di governo, nonché nella condotta privata può peccare in vari modi, come per esempio nella prudenza, nella giustizia e nella carità.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

Pope Francis

il Santo Padre con un copricapo indigeno durante la visita in Brasile

La questione dell’infallibilità o meno del Romano Pontefice coincide in qualche modo con quella dell’infallibilità o meno del Magistero della Chiesa. Che si intende infatti con questa espressione? Il potere che il collegio episcopale ha, sotto la guida del Papa, di insegnare, interpretare e diffondere il Vangelo. Certo esiste un potere magisteriale proprio e personale del Papa: ciò che egli insegna da sè di sua iniziativa, a prescindere dal consenso o meno del corpo episcopale. Per esempio, le catechesi sulla “teologia del corpo” svolte da San Giovanni Paolo II dal 1979 al 1983. Abbiamo qui allora il magistero pontificio. Ma siamo daccapo: il collegio dei vescovi ha il dovere di far proprio questo magistero, in quanto applicazione del comando di Cristo a Pietro: “confirma fratres tuos” [cf. Lc 22,31-34]. E, d’altra parte, è inconcepibile un magistero dei vescovi che non sia presieduto ed approvato dal Papa.

Pope Francis

il Santo Padre con un copricapo indigeno durante la visita in Brasile

Parlando di infallibilità o non infallibilità del Papa, è come se si parlasse quindi di infallibilità o non infallibilità della Chiesa stessa, in quanto guidata dal corpo episcopale unito al Papa, la cosiddetta “Chiesa docente”, benchè poi alla fin fine, come dice il Concilio Vaticano II, tutta la Chiesa e quindi ogni fedele, sia infallibile nel credere e nel proclamare la Parola di Dio, si intende sempre sotto la guida dei vescovi e del Papa. La lettrice delle Letture della Messa, quando le proclama, è infallibile. Il bambino del catechismo, se risponde bene alle domande della maestra, è infallibile.

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il Santo Padre indossa il cappello di uno sposo in Piazza San Pietro

Comunque, nella Chiesa il Papa è il solo membro a godere di un carisma personale di infallibilità. Tutti gli altri vescovi e cardinali, per quanto dotti e santi, non posseggono nessun carisma personale di infallibilità e possono cadere nell’eresia, come è dimostro dalla storia. Oppure si può dire che sono infallibili, singolarmente o in gruppo, si trattasse di un’assemblea conciliare, solo in quanto uniti a Pietro e sottomessi a Pietro. Il conciliarismo, più volte apparso nella storia, è un’eresia, non corrisponde alla volontà di Cristo. Così pure il semplice “primato d’onore” senza potere magisteriale e giurisdizionale sostenuto dalle Chiese scismatiche orientali, è un’eresia contraria a ciò che Cristo ha voluto e comandato a Pietro e ai suoi successori.

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il Santo Padre con il cappellino dell’infiorata della Città di Spello

Il Papa è infallibilmente assistito dallo Spirito Santo quando svolge il suo compito di annunciare e interpretare il Vangelo e di confermare i fratelli nella fede. Naturalmente il Papa, in quanto uomo peccatore, figlio di Adamo, sarebbe fallibile anche nelle cose della fede e della morale cristiane, se non godesse di questa assistenza ed è effettivamente fallibile, quando, per vari motivi, non gode di questa assistenza. E fallibile vuol dire che può sbagliare, che può lasciarsi sfuggire un errore. O che può dar per certo quello che non lo è, o viceversa può dar per opinabile quello che è certo. La maggior certezza che il Papa ci è Maestro nella fede e quando insegna infallibilmente la Parola di Dio, l’abbiamo quando egli stesso dichiara di parlare a nome di Cristo e intende definire un dogma della fede, come è insegnato nel Concilio Vaticano I.

VATICAN-POPE-AUDIENCE

il Santo Padre indossa il cappello degli alpini

Perché ci sia l’infallibilità non sono necessarie queste dichiarazioni esplicite e solenni, piuttosto rare, ma è sufficiente che il Papa ci proponga insegnamenti che comunque si rifanno al dogma o alla Tradizione o li sviluppano e chiariscono o insegnano qualche dottrina necessariamente connessa al dogma o che tocchi in qualunque modo la verità di fede insegnataci da Nostro Signore Gesù Cristo. Così pure le dottrine dei Concili ecumenici, che spiegano o approfondiscono o interpretano le verità della Scrittura e della Tradizione, anche se non sono definite, sono comunque definitive, ossia assolutamente e perennemente vere ed infallibili; e ripetono la loro autorità da quella dello stesso Sommo Pontefice che le ha approvate. Anzi, come risulta dalla Lettera Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, esistono tre gradi di infallibilità delle dottrine del Magistero della Chiesa. Il primo, che richiede nel fedele la fede divina o teologale, è quella propria delle verità di fede definite, comunemente dette “dogmi”. Respingere questa dottrina è eresia.

Pope: General audience

il Santo Padre con l’elmetto dei vigili del fuoco

Al secondo grado stanno le dottrine non definite e tuttavia definitive, ossia assolutamente e perennemente vere, oggetto da parte del fedele di fede nell’autorità della Chiesa, la cosiddetta “fede ecclesiastica”. Possono toccare il dato rivelato, oppure verità storiche o speculative necessariamente connesse col dato rivelato, come per esempio l’esistenza dell’anima umana, di Dio, della verità o della libertà o la legittimità di un Papa o di un Concilio; cose che, se non fossero vere, farebbero crollare o renderebbero impossibile la verità di fede. Respingere questa dottrina è errore prossimo all’eresia.

papa copricapo 8

il Santo Padre con un copricato sportivo

Le dottrine del terzo grado riguardano ancora temi della fede o connessi alla fede, quindi si tratta sempre di dottrine vere e certe, ma alle quali il fedele non deve dare un assenso di fede, bensì solo prestare “l’ossequio della sua intelligenza”. Non si tratta qui della Chiesa, che propone, senza definirla dogmaticamente, una dottrina di fede, ma di una dottrina della Chiesa, che ha connessione con la dottrina della fede. Dottrina di questo tipo è per esempio il principio della libertà religiosa o il principio dell’ecumenismo o del dialogo interreligioso proclamati dal Concilio Vaticano II. Respingere questa dottrina è errore contro la dottrina della Chiesa. Nel primo grado abbiamo la dottrina definita, nel secondo la dottrina definitiva, nel terzo la dottrina vincolante.

Perché questi tre gradi? Essi non si riferiscono alla questione della verità, come se, per esempio, fossero vere solo le dottrine di primo grado. Essi invece rispondono ad una ragione pastorale e al modo di aderire al vero proprio della mente umana. Rispondono, in altre parole, ad uno scopo didattico e alla natura stessa della mente umana di accogliere la verità.

papa copricapo 9

il Santo Padre col casco degli operai delle acciaierie di Terni

La Chiesa ha ricevuto da Cristo il deposito della Rivelazione nella sua interezza sin dall’inizio. Ma essa non ha appreso sin dall’inizio con pari chiarezza e certezza tutte le verità della fede. Alcune, quelle sulle quali Cristo aveva maggiormente insistito o che maggiormente apparivano in continuità con l’Antico Testamento, o che apparivano più consone alla ragione, sono emerse subito sin nei primi Simboli della fede. Altre, che si potevano dedurre dalle prime o che erano latenti o implicite sotto le prime, magari di minore importanza o forse anche più difficili da capire, “da portarne il peso”, all’inizio rimasero velate o non così sicure come le prime. Da qui questo processo di differenziazione di più gradi di certezza.

papa copricapo 10

il Santo Padre con il cappello dei bersaglieri

Il progresso della Chiesa nella conoscenza del dato rivelato non comporta il fatto che Dio nel corso della storia aggiunga nuove verità, ma nel fatto che la Chiesa conosce sempre meglio e con maggior chiarezza tutte quelle verità, che Cristo ha insegnato agli apostoli prima di tornare al cielo. Ora Cristo dal cielo, adesso e fino alla fine del mondo, non aggiunge nulla a quello che ha consegnato allora agli apostoli, ma per mezzo del suo Spirito assiste la Chiesa sotto la guida di Pietro nel comprendere e spiegare sempre meglio il patrimonio della verità rivelata.

La Chiesa non ha solo da chiarire a se stessa la qualità e il numero delle verità rivelate, ma una volta che essa, sotto la guida del Papa, ha chiarito, è suo dovere insegnarle al mondo. E anche a questo punto si impone la necessità di una gradualità: gradualità nel proporre in modo successivo i contenuti dottrinali, cominciando dai più facili o dai più importanti o dai più urgenti. E gradualità nell’enfasi o nel vigore o nell’accentuazione o nella severità coi quali proporre le medesime dottrine, a seconda dei bisogni o delle necessità dei fedeli.

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due cappelli regalati al Santo Padre dalla guardia costiera a Lampedusa

L’infallibilità del Papa è storicamente dimostrata: non è mai accaduto che un Papa abbia smentito un suo predecessore in materia di fede. La tesi di Küng pertanto è falsa. Può accadere invece che un Papa cada accidentalmente nell’eresia o perché non in pieno possesso delle sue facoltà mentali o perché minacciato. Gli insegnamenti del Papa o le sue prese di posizione in campo dottrinale devono esser presi in considerazione sempre con benevolenza, fiducia e rispetto, ma anche con saggio discernimento, onde valutare le modalità, il livello di autorevolezza e il genere di interventi o pronunciamenti o delle disposizioni pratiche o degli atti di governo.

papa copricapo 12

il Santo Padre indossa il cappello della delegazione Special Olympics

Dopo essersi accertati, presso fonti sicure, oggettive ed autorevoli del vero contenuto di quanto egli dice o ha detto, la prima cosa da fare è catalogare il tipo e il livello di pronunciamento. I Papi del post-concilio, soprattutto a partire da San Giovanni Paolo II, hanno accresciuto e ulteriormente diversificato i generi dei loro interventi pubblici. Non infrequente è il fatto che essi intendano manifestare semplici opinioni personali, per esempio pubblicazioni, discorsi o interviste, magari seguendo certe tendenze teologiche od esegetiche. È evidente che qui non sono infallibili. Sono, questi, interventi che si aggiungono all’esercizio tradizionale del loro magistero dottrinale e morale, che si esprime nei documenti a vario livello, dalle encicliche ai discorsi, alle udienze generali o alle omelie nelle visite apostoliche; essi conservano l’espressione del loro potere giurisdizionale, pastorale, disciplinare, di governo, diplomatico, legislativo.

Nel loro insegnamento morale, occorre fare attenzione a quanto è riconducibile a verità di fede distinguendolo dalle direttive, che possono essere oggetto di discussione. Al riguardo, degno di ogni rispetto, anzi di obbedienza di fede, è l’insegnamento morale pontificio che fa rifermento alla legge morale naturale, come per esempio le norme dell’etica sessuale o sociale, la pastorale per le persone omosessuali, la proibizione dei contraccettivi, della fecondazione artificiale, o la difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi.

papa copricapo 14

il Santo Padre con un cappello delle guide alpine

Parimenti con rispetto devono essere prese in considerazione la disciplina dei sacramenti e le norme liturgiche, anche qui però distinguendo ciò che si rifà ai valori essenziali di fede da ciò che può avere un semplice valore pastorale rivedibile o mutevole. Anche nell’indicarci le vie della salvezza in quei fratelli e sorelle che esemplarmente le hanno percorse — i santi — il magistero pontificio non può che essere infallibile.

Diverso è il caso di sentenze giudiziarie in cause di scomunica o di scisma o comunque di delitti in campo canonistico, mentre il Papa non può sbagliare nel giudicare eretica una dottrina. Quanto a pronunciamenti relativi a fenomeni carismatici, come per esempio le apparizioni mariane, qui il giudizio non è infallibile, comunque si deve supporre che sia improntato a prudenza.

Papa Francesco e la regina elisabetta

la Regina Elisabetta con il suo cappello delle grandi occasioni accanto al Santo Padre durante l’udienza

Il Magistero pontificio e in generale quello della Chiesa possono e devono essere valutati sì alla luce della Tradizione e della Scrittura, non però con l’atteggiamento occhiuto, diffidente presuntuoso, potremmo dire farisaico, di colui che si tiene pronto col fucile puntato a scoprire il Papa in fallo, magari per accusarlo di modernismo, ma con la fiducia che da lui abbiamo la giusta interpretazione della Tradizione e della Scrittura. È cosa saggia e giusta interpretare in bene certe sue espressioni che a tutta prima possono sorprendere. Così similmente, prima di negare l’infallibilità delle dottrine del Concilio Vaticano II, come alcuni fanno, si rifletta bene sul fatto che esse, se non contengono nuovi dogmi definiti, tuttavia presentano nuovi sviluppi della Tradizione e nuove spiegazioni della Scrittura, che non possono non impegnare, magari al terzo grado di autorità, l’ossequio sincero del vero fedele cattolico.

Ma è parimenti dovere di lealtà ed onestà verso il Sommo Pontefice non tirarlo dalla nostra parte, come fanno i modernisti, solo perchè il Papa si mostra aperto ai valori della modernità, dimenticando però il durissimo attacco che egli rivolge nell’enciclica Laudato si’ contro quello che è stato il peggior veleno della modernità: l’antropocentrismo.

papa sulla cattedra

il Sommo Pontefice Francesco, 266° Successore del Principe degli Apostoli, sulla Cattedra del Vescovo di Roma

Il Romano Pontefice, per quanto dotato del carisma dell’infallibilità come maestro della fede, resta pur sempre un essere umano fallibile e peccatore, laddove non gioca questo carisma. Se nel campo della dottrina della fede è infallibile, nel campo della sua azione pastorale e di governo, nonchè nella condotta privata può peccare in vari modi, come per esempio nella prudenza, nella giustizia e nella carità. Per questo egli ha bisogno del nostro aiuto, anzitutto della preghiera, ma anche, per chi può, di costruttive proposte in campo dottrinale, morale e pastorale, sempre lasciando a lui l’ultima parola. È molto importante pertanto sapere con chiarezza dove il Papa può essere criticato e dove dev’essere obbedito. Questa chiarezza è indispensabile per una continua fruttuosa avanzata sul cammino della salvezza.

Varazze, 13 luglio 2015

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 E io ti dico:

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

[Mt 16, 18-19]

Se Giacomo Biffi perde il treno, Luigi Negri gli corre dietro

SE GIACOMO BIFFI PERDE IL TRENO, LUIGI NEGRI GLI CORRE DIETRO

 

Stando alla predicazione diretta di Gesù Cristo «ogni albero si riconosce dal suo frutto», non dalle sue parole, non dalla sua produzione saggistica, non dagli scritti critici a posteriori. O per dirla più chiara ancora: non si criticano, da arcivescovo omai emerito, quei danni che come arcivescovo in cattedra si dovevano evitare, riparare e, alla buona occorrenza, eliminare e punire.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

rincorrere il treno

fermate il treno …

Io nutro molta riconoscenza a S.E. Mons. Luigi Negri, il quale mi ha segnato col carattere indelebile del sacro ordine sacerdotale e verso di lui mai verrà meno la mia profonda devozione, anche se oggi non è più il mio ordinario diocesano, essendo stato promosso nel 2013 alla sede arcivescovile di Ferrara. Tuttavia, con filiale franchezza, vorrei dire alcune cose. Perché prima di affermare com’egli ha scritto sulla Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI], che il Cardinale Giacomo Biffi è un esempio di obbedienza al magistero della Chiesa, bisognerebbe intendersi su che cosa realmente è l’obbedienza in una dimensione escatologica, perché il suo senso e fondamento si trova in vari testi sacri, a partire dal prologo alla Lettera ai Filippesi, nella quale viene portato come modello di obbedienza ― fino alla morte di Croce ― il Verbo di Dio fatto uomo [1].

Se infatti consideriamo l’obbedienza per ciò che essa realmente è sul piano metafisico, non obbedienzacredo che il Cardinale Giacomo Biffi sia un modello di purezza nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, considerando che per oltre quarant’anni ha sostenuto l’eresia della “resurrezione immediata“, forse per una erronea interpretazione di un passo paolino contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi [2]. Questa teoria ereticale è stata condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede negli anni Ottanta, tanto che lo stesso Cardinale Giacomo Biffi fu da essa richiamato su questo specifico tema, anche se solo pochi anni fa pubblicò sull’Osservatore Romano una ritrattazione, perché per elaborare il senso di umiltà alcuni possono impiegare anche dei decenni; nel frattempo, però, il danno era già stato fatto.

luigi negri durante una lezione

S.E. Mons. Luigi Negri durante una lezione

Anche riguardo al “cristocentrismo” di cui parla l’Arcivescovo di Ferrara, che pure è stato per tre decenni docente di filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ― pur palesandosi di fatto più esperto di sociologia politica che di metafisica e di teologia dogmatica ― occorrerebbe fare molta attenzione, perché in realtà il Cristianesimo non è cristocentrico, ma patrocentrico. Cristo non viene da se stesso ma dal Padre e ci conduce al Padre: «Chi ha visto me ha visto il Padre» [3]. Certo, il Padre ha voluto glorificare il Figlio, ma perché il Figlio glorifichi il Padre [4]. Dio non aveva alcuna necessità di incarnarsi e l’Incarnazione è un puro e libero gesto di amore e di misericordia del Padre verso di noi.

biffi montanelli

il Cardinale Giacomo Biffi e Indro Montanelli

Chi non sapeva concepire Dio, se non incarnato, era Martin Lutero. Un’eresia che portata alle estreme conseguenze finisce con l’essere riassunta nel celebre aforisma di Hegel: «Dio non è Dio senza il mondo»; e questo, di fatto, è puro panteismo.

Il Cardinale Giacomo Biffi si dichiara quindi in modo implicito per l’antico principio pagano Uno-Tutto. È la scuola di Parmenide, di Bontadini e di Severino, la tanto celebrata “Scuola di Milano” ― Milàn è un gran Milàn! ―, una scuola di “geni” dalla quale è uscito anche Giuseppe Barzaghi. Scuola giustamente attaccata e severamente criticata da Cornelio Fabro, di cui personalmente sposo in pieno la critica.

Biffi Andreotti

il Cardinale Giacomo Biffi e Giulio Andreotti a un meeting di Comunione e Liberazione

Il Cardinale Giacomo Biffi era un ammiratore di Soloviev, che a sua volta era discepolo di Schelling, il quale è punto di riferimento anche del Cardinale Walter Kasper. E da questo si capisce come e perché il Cardinale Giacomo Biffi ammirasse Giuseppe Barzaghi: perché tutto quanto era giocato in famiglia.

Non mi sono mai imbattuto in pensieri di Giacomo Biffi, né alcuno me li ha mai segnalati; quello che so di lui è per esperienze o per letture dirette delle sue opere.

Giacomo Biffi ombrello

il Cardinale Giacomo Biffi in una delle sue ultime apparizioni pubbliche

Per esempio: è mai entrato in modo concreto nella tematica del post-concilio affrontandone come Vescovo tutte le problematiche sul piano del governo pastorale, non solo attraverso la sua produzione saggistica? Nella concretezza del suo governo pastorale, ha difeso sul serio gli insegnamenti della Chiesa? Ha mai criticato in modo aperto e scientifico i modernisti impedendo loro di prendere campo negli ambiti ecclesiastici e soprattutto formativi della sua arcidiocesi? A parte la sua ottima critica tardiva [5] fatta nel 2010 a Giuseppe Dossetti [1919-1996] quattro anni dopo la sua morte, ha mai posto qualche concreto argine alla perniciosa “Scuola di Bologna” di Dossetti & Alberigo, durante i suoi due decenni di episcopato, iniziati nel 1984 e non certo nel 2010? Perché a me risulta che essere Arcivescovo metropolita di Bologna e come tale anche Gran cancelliere della Pontificia facoltà teologica dell’Emilia Romagna, non comporta, nell’uno e nell’altro caso, l’essere insigniti di due meri titoli onorifici, ma di un vero e proprio munus gubernandi che dovrebbe evitare a chi lo esercita di lasciarsi andare a critiche solo dinanzi alla stalla vuota, quando ormai i buoi sono fuggiti da anni e corrono allo stato brado per le praterie, divorando tutto ciò che trovano lungo il loro cammino. Perché stando alla predicazione diretta di Gesù Cristo, «ogni albero si riconosce dal suo frutto» [6], non dalle sue parole, non dalla sua produzione saggistica, non dagli scritti critici vergati a posteriori. O per dirla più chiara ancora: non si criticano, da arcivescovo omai emerito quei danni che come arcivescovo in cattedra si dovevano evitare, riparare e, alla buona occorrenza, punire ed eliminare, perché simili e incontrovertibili dati di fatto stimolano in tutto e per tutto l’esercizio del mio senso critico basato sulla ragione e sulla libertà dei figli di Dio.

Il Cardinale Giacomo Biffi è stato un uomo di cultura, ha dei buoni spunti critici e propone alti valori, ma senza mai entrare troppo nel merito e senza approfondire e precisare più di tanto; cosa questa tipica dei socio-politologi, non dei teologi, specie di coloro che attraverso certe tematiche legate alla cristologia ed alla ecclesiologia si muovono di rigore sulla dogmatica.

biffi giussani dossetti

il Cardinale Giacomi Biffi con alla sua sinistra Luigi Giussani ed alla sua destra Giuseppe Dossetti

Da cosa dipende tutto questo: da carenza di visione o da opportunismo? Perché di fatto il Cardinale Giacomo Biffi non era poi così coraggioso come lo si vuol far passare e come forse egli stesso riteneva di essere, tutt’altro: dinanzi a gravi situazioni pastorali e derive ecclesiali e dottrinarie, spesso ha voltato la faccia altrove, elargendo semmai due gustose, argute ma di fatto inutili battute sagaci, che stranamente piacevano anzitutto proprio ai suoi oppositori raggruppati nei circoli di una certa sinistra radical-chic.

Il fatto che il Cardinale Giacomo Biffi sia stato lodato dalle colonne di Avvenire dal massone dichiarato Fabio Roversi Monaco, ex Rettore Magnifico dell’Alma Mater Studiorum di Bologna [cf. QUI], non mi fa per nulla buona impressione, perché per il soggetto cattolico che sono, personalmente desidero essere attaccato da certe persone, non lodato; a meno ché la lode non sia la conseguenza o perlomeno il preludio della loro conversione a Cristo ed alle verità di fede annunciate dalla sua Santa Chiesa.

biffi quinto vangelo

il Cardinale Giacomo Biffi durante la presentazione di una sua nuova pubblicazione

Per questo motivo mi chiedo e chiedo: tutte le lectiones magistrales che per anni il Cardinale Giacomo Biffi ha tenuto all’Università di Bologna, erano segno di un testimone di Cristo, oppure effetto di un pastrocchio giocato sulla promozione dell’immagine sia sua, sia di Fabio Roversi Monaco?

La teologia, più che con le frasi ad effetto, le battute e le arguzie, si fa citando autori, fonti e fatti precisi, argomentando e portando motivazioni ragionevoli basate rigorosamente sul dogma. E su questo punto ― come in molti altri ― il teologo metafisico Antonio Livi ha sacrosanta ragione.

ariel negri

il Vescovo Luigi Negri e di spalle dinanzi a lui Ariel S. Levi di Gualdo che gli rende omaggio

Mi domando quindi se l’Arcivescovo Luigi Negri è al corrente dei difetti pastorali del Cardinale Giacomo Biffi, alcuni dei quali sono stati indicati nel mio precedente articolo [cf. QUI] sulla base di fatti e non certo di mere opinioni; difetti pastorali che chicchessia potrebbe smentire entrando però nel merito.

Mi permetto poi di sorridere sulle goliardiche espressioni attraverso le quali l’Arcivescovo Luigi Negri chiude il proprio commento laudativo parlando di «tempi mediocri» e di «mediocrità ecclesiastica». È vero che questi sono tempi mediocri e che la mediocrità appesta e soffoca il mondo ecclesiastico, sono anni che su questo tema io scrivo e pubblico analisi lanciando grida di disperazione nei deserti dell’accidia clericale, pagandone però in concreto tutte le relative conseguenze, comprese alcune rampogne passate del Vescovo Luigi Negri, che oggi parla di certi drammi intra-ecclesiali dei quali io parlavo e scrivevo tra il 2010 e il 2012 e per i quali mi procacciai per tutta risposta i suoi rimproveri, compresa la minaccia a proibirmi la scrittura, cosa che nessun vescovo italiano ha mai proibito a dei pubblici eretici come Andrea Gallo, Paolo Farinella, ecc … che dell’egocentrismo e della disobbedienza alla dottrina e al Magistero della Chiesa hanno fatto la loro pubblica bandiera ideologica.

L’augurio che voglio esprimere all’Arcivescovo Luigi Negri è quindi che lo Spirito Santo, al tramonto del suo mandato episcopale che sta volgendo al termine, lo riempia dei suoi doni di fortezza e di sapienza.

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NOTE

[1] Cf. Fil 2, 5-11.
[2] Cf. I Cor. 15,51-52.
[3] Cf. Gv 14,9.
[4] Cf. Gv 17, 1-10.
[5] Giacomo Biffi, “Memorie“, seconda edizione, pp. 485-493.
[6] Cf. Lc 6,44.

Giacomo Biffi ha perduto il treno?

GIACOMO BIFFI HA PERDUTO IL TRENO?

 

Con il Cardinale Giacomo Biffi torna alla Casa del Padre uno dei tanti Vescovi degli ultimi cinquant’anni di storia ecclesiale che sembrano avere perduto il treno, pur avendo trascorso la vita a parlare con grande dovizia e competenza delle stazioni ferroviarie, sempre e di rigore pontificando dalla prima classe della sala di attesa della stazione centrale, mentre in tutte le altre stazioni della rete ferroviaria non erano neppure attivi i sistemi per abbassare le sbarre ai passaggi a livello quando transitavano i treni merce.

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

salma  biffi

il feretro del Cardinale Giacomo Biffi trasportato all’interno del palazzo arcivescovile di Bologna

Non intendo fare il cosiddetto bastian contrario, perché fosse per me vorrei non farlo e meno che mai esserlo. Non intendo però condividere questa italica mania di beatificare il morto a tutti i costi.

Il Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo Metropolita di Bologna dal 1984 al 2003, è uno dei diversi vescovi italiani che ho rispettato e per più aspetti apprezzato, ma che non ho stimato. Nulla di male, perché come sacerdote devo devoto rispetto a qualsiasi Vescovo in quanto tale, perché il rispetto è loro dovuto — mentre nel caso specifico del Vescovo avente giurisdizione su di me, da parte mia gli è dovuta anche filiale obbedienza — ma la stima no, quella non è dovuta a nessun Vescovo; e se il Vescovo la vuole se la deve meritare e guadagnare. Questo scrissi in modo molto garbato al Cardinale Giacomo Biffi nel 2011, quando gli inviai una copia del mio libro E Satana si fece Trino, nel quale avevo a lui dedicato un garbato paragrafo critico, quello che di seguito vi ripropongo alla fine, ed attraverso il quale lasciavo capire al diretto interessato perché lo venerassi come vescovo ma non lo stimassi.

Carlo Caffarra camera ardente Biffi

L’Arcivescovo metropolita di Bologna, Cardinale Carlo Caffarra, in preghiera dinanzi alla salma del suo precedessore

Dinanzi alla situazione ecclesiale attuale in cui la barca di Pietro è sbattuta dalle onde in tempesta, le responsabilità di uomini come il Cardinale Giacomo Biffi sono enormi; e di queste responsabilità dovranno rispondere a faccia a faccia con Dio, a prescindere dal fatto che con lo stile tutto quanto italico di cui dicevo poc’anzi, certi personaggi finiscano poi beatificati nel corso del breve tragitto che li conduce dalla camera ardente fino al sepolcro, persino dai giornali ultra laicisti  specializzati da sempre a ridurre la Chiesa Cattolica in vera e propria poltiglia.

Carlo Caffarra camera ardente Biffi 2

il Cardinale Carlo Caffarra benedice la salma del Cardinale Giacomo Biffi

La mia modesta e sofferta esperienza di presbitero e di pastore in cura d’anime mi ha insegnato a misurare certi uomini di Chiesa non sulla base di ciò che dicono, ma di ciò che fanno, o spesso di ciò che non fanno, perché il peccato di omissione, assieme al peccato capitale di accidia, sono i due peccati più praticati di questi tempi dagli ecclesiastici. Il tutto al di là del fatto che io sia disposto, come esorta il Vangelo, a fare quel che di giusto e saggio dicono ma non a fare quel che di sbagliato fanno: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [cf Mt 23, 3-4]. Purtroppo, i problemi davvero seri subentrano quando invece ci ritroviamo nella gravosa condizione di non poter fare quel che fanno ma neppure ciò che di sbagliato dicono.

Il Vescovo, depositario della pienezza del Sacerdozio apostolico e legittimo erede degli apostoli, è un Padre che governa la Chiesa particolare a lui affidata. E un Vescovo non si misura né si giudica storicamente dalle battute sagaci che ci ha donato o dai libri che ha scritto, ma da ciò che ha fatto, dal modo in cui ha governato la sua Chiesa e curato la porzione del Popolo di Dio a lui affidata. Se quindi da una parte giudico il Cardinale Giacomo Biffi una penna brillante, un oratore acuto, un uomo di raffinata intelligenza ed un uomo di fede, dall’altra ho molte riserve sul suo lungo governo pastorale, che si misura su tutt’altri elementi, ne cito solo alcuni tra i tanti:

1. Mentre una gran fetta di clero bolognese scivolava nella più profonda secolarizzazione ed i teologi modernisti avevano portato brillantemente a compimento un vero e proprio golpe nella diocesi felsinea, dove era e che cosa faceva, il Cardinale Giacomo Biffi, che di quella Chiesa particolare non era un semplice acuto e ironico osservatore “esterno”, bensì la suprema guida?

2. Mentre per scarsa vigilanza e deficitaria formazione offerta, nel corso degli anni uscivano dal Seminario Arcivescovile di Bologna anche preti non idonei al sacerdozio, formati spesso in modo pessimo grazie ai “buoni” uffici di diversi cattivi maestri, con tutti i problemi anche gravi che da ciò ne conseguono di prassi nel clero, dove era e che cosa faceva il Cardinale Giacomo Biffi, visto che li ha consacrati sacerdoti lui? Sbaglio, o la parola “vescovo” deriva dal greco επίσκοπος, che alla lettera significa “controllore”, “vigiliante”?

3. Quando diversi presbiteri anziani e parroci di lungo corso lo supplicarono più volte di non ordinare sacerdoti certi soggetti, il Cardinale Giacomo Biffi, con l’ironia — o forse col cinismo? — che lo ha sempre contraddistinto, lasciando basiti questi anziani rispose che «nella Chiesa c’era anche bisogno di manovalanza» (!?). Rispondendo a questo modo, fu mai sfiorato dal drammatico dilemma riguardo a che cosa sarebbe accaduto alla Chiesa, quando molti di questi “manovali”, bravi come pochi a strappare i buoni tralci nella vigna del Signore, sarebbero divenuti formatori, docenti di teologia, o addirittura vescovi?

4. Mentre l’ambito teologico e formativo di Bologna era un potente e inespugnabile feudo dei dossettiani, mentre veniva riconosciuta e lasciata la licenza per l’insegnamento a soggetti che si dilettavano a firmare manifesti contro la Conferenza Episcopale Italiana e di fatto contro il magistero pontificio [vedere QUI]; mentre un numero elevato di docenti preposti alla formazione dei futuri presbiteri criticavano apertamente il magistero di Giovanni Paolo II negli studi teologici bolognesi, dove era e che cosa faceva in concreto il sagace e ironico Cardinale Giacomo Biffi?

5. In una pubblicazione delle Edizioni Cantagalli il Cardinale Giacomo Biffi ha tessuto le lodi di Giuseppe Barzaghi, sui cui clamorosi errori dottrinari non intendo soffermarmi, preferisco lasciare la spiacevole incombenza a Giovanni Cavalcoli, se ne avrà tempo e voglia, visto che fu lui — in seguito anche il nostro caro e stimato Antonio Livi — a confutare questo suo confratello domenicano, pagando un carissimo prezzo, consapevole di quanto gliela avrebbero fatta ingiustamente pagare per attentato di … “lesa maestà”  [vedere QUI, QUI].

6. Quante volte è accaduto che il Cardinale Giacomo Biffi, affatto esente da quella umoralità che poco si addice a un uomo di governo, in sua qualità di Presidente della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna favorì la nomina di soggetti non idonei all’episcopato e quante, quando poi certi candidati da lui stesso proposti difettarono, anziché ammettere di avere sbagliato a valutarli, li protesse dinanzi alla Santa Sede, anziché invocare per loro tutti i dovuti e severi richiami?

7. Perché il Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo Metropolita di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, membro del Collegio Cardinalizio, membro di tre importanti dicasteri romani, con la possibilità di contatto e di accesso diretto ai Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI dei quali ha sempre goduto la profonda stima, si è invece limitato a ironizzare a destra e a manca, attraverso discorsi e libri, anziché esercitare tutte le prerogative proprie del suo alto ufficio epurando per esempio dagli studi teologici certi cattivi maestri preposti ad allattare i futuri preti col latte avvelenato delle peggiori eresie moderniste ed i pensieri ambigui ed equivoci di Hegel e di certi teologi della Nouvelle Théologie?

omaggio del sindaco di Bologna a Giacomo Biffi

l’omaggio del Sindaco di Bologna alla salma del Cardinale Giacomo Biffi

La Chiesa universale e le Chiese particolari non si salvano con due sagaci battute ironiche, né con battute molto pertinenti e intelligenti né con decine di pubblicazioni; perché quando si è avuto da Dio il dono profetico di leggere in anticipo l’evolvere di certi problemi nel corso dei tempi, si è tenuti più che mai ad agire, pagando di rigore sempre cari prezzi, come ci insegna la storia della Salvezza, come ci insegna la fine riservata ai Profeti d’Israele, come nel loro piccolo hanno pagato senza esitare i padri dell’Isola di Patmos, senza mai mercanteggiare sulla verità e sul mistero della Salvezza.

camera ardente Biffi

l’omaggio dei fedeli alla camera ardente del Cardinale Giacomo Biffi

È vero, come hanno scritto in questi giorni i beatificatori, che il Cardinale Giacomo Biffi aveva parlato in anticipo sul pericolo della nuova “invasione islamica”, come di recente ho ricordato anch’io a suo indubbio merito [vedere QUI], ma mentre lui parlava di questo problema che da lì a breve avrebbe creato situazioni di emergenza non più arginabili, molti suoi presbiteri erano attivi più che mai ad accogliere in gloria i musulmani, a sistemarli al meglio dentro casa nostra; molti suoi parroci erano operosi nel favorire i matrimoni misti tra donne italiane cattoliche e uomini musulmani, come lo erano nel portare avanti quel falso e male inteso ecumenismo — che non alberga peraltro in alcun documento del Concilio Vaticano II — da egli sempre e giustamente criticato. Purtroppo, mentre il Cardinale Giacomo Biffi faceva battute sagaci, nel corso degli anni Ottanta molti suoi presbiteri organizzavano incontri inter-confessionali da far accapponare la pelle agli ecumenismi più spinti delle regioni del Nord dell’Europa, nel totale silenzio e nella completa non-azione e non-reazione del loro vescovo.

salma Biffi Ernesto De Vecchi

il Vescovo ausiliare emerito di Bologna, S.E. Mons. Ernesto Vecchi, benedice la salma del Cardinale GIacomo Biffi

Credo che il Cardinale Giacomo Biffi, per dono e grazia particolare dello Spirito Santo, abbia saputo leggere e descrivere la realtà del presente e quella del futuro che ci attendeva, limitandosi però a giocare di ironico fioretto dinanzi alla casa avvolta dalle fiamme. O per dirla in altri termini: al Cardinale Giacomo Biffi non era stata data solo la luce della consapevolezza, perché assieme ad essa gli era stato dato un compito preciso e con esso pure tutti i più adeguati strumenti di azione, ma con quel cinismo tipico dei clericali ammantati dietro ad altrettante ragioni clericali “sempre superiori”, ha fatto un lavoro a metà. Ritornando infine alla Casa del Padre con una percezione ed una consapevolezza oggettiva molto drammatica di quella realtà della quale egli ha parlato e scritto, ma che di fatto non ha affrontato e dinanzi alla quale non ha agito facendo uso di tutti i poteri apostolici di cui era stato rivestito dai doni di grazia dello Spirito Santo.

Giacomo Biffi Giovanni Paolo II

un’immagina del Cardinale Giacomo Biffi con Giovanni Paolo II

Non solo il Cardinale Giacomo Biffi era stato munito di tutti gli strumenti pastorali di governo, ma anche dei migliori sostegni, inclusa la stima di due Sommi Pontefici e quella di molti cattolici che lo avrebbero protetto e seguito anche dinanzi a sue decisioni molto impopolari. È tornato pertanto alla Casa del Padre uno dei tanti Vescovi degli ultimi cinquant’anni di storia ecclesiale che hanno perduto il treno, pur avendo trascorso la vita a parlare con grande dovizia e competenza delle stazioni ferroviarie, sempre e di rigore pontificando dalla prima classe della sala di attesa della stazione centrale, mentre in tutte le altre stazioni della rete ferroviaria non erano neppure attivi i sistemi per abbassare le sbarre ai passaggi a livello quando transitavano i treni merce.

E che il Signore possa avere misericordia di lui, perché chi come noi sacerdoti ha tanto avuto in doni di grazia, per il tanto avuto dovrà rispondere molto seriamente a Dio, che userà verso di noi una severità del tutto proporzionata, avendoci affidato la sua Chiesa, il suo Popolo ed il suo messaggio di Salvezza.

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Dall’opera E Satana si fece Trino

cliccare sotto per aprile il file di testo:

IL FIORETTO GRAZIOSO DI GIACOMO BIFFI

 

 

 

 

In memoria di Giacomo Biffi, vescovo

Uccidere in nome di Dio, riflessioni sull’Islam

UCCIDERE IN NOME DI DIO, RIFLESSIONI SULL’ISLAM

Circa la questione del modo di punire l’empietà è interessante il confronto fra la Bibbia e il Corano. In entrambi è presente l’uso della forza o l’uccisione legittima del nemico, dell’aggressore e dell’empio. Sia la Bibbia che il Corano ammettono un Dio unico che si rivela ai profeti. Ma qui finisce il contatto fra Bibbia e Corano, perché secondo l’Islam la rivelazione che Dio ha fatto della sua volontà salvifica sull’uomo non culmina in Gesù, ma va oltre, corregge Gesù per culminare in Maometto, il quale pretende di correggere Gesù perché non solo si sarebbe fatto Dio, ma ricade nel politeismo pagano, affermando che in Dio ci sono tre persone, quindi affermando tre dèi, empietà gravissima degna per Maometto della pena capitale.

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Riproponiamo oggi, 2 agosto 2016, questo articolo dello scorso anno

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Rai 1

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I musulmani sono convinti di conquistare l’Occidente, anche quelli che fra loro non sono jihadisti o estremisti, ne sono convinti. Gliel’ho sentito dire molte volte: «Conquisteremo l’Europa con la fede e con la fecondità»

Sua Beatitudine Bechara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei Maroniti [cf. QUI]

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islam 1

miliziani della jiad islamica

Si sente spesso dire che non si può uccidere in nome di Dio, perchè, si dice, Dio è il Dio della vita e non vuole la morte di nessuno. Non ha senso, anzi è un delitto aggredire il prossimo in nome della religione [1]. Così motivato, questo discorso può avere una sua validità, ed è importante per stimolare l’amore del prossimo e l’onore di Dio, soprattutto nel nostro tempo, nel quale, con i terribili armamenti che abbiamo, se nasce un conflitto serio, sappiamo come comincia, ma non sapremo come andrà a finire. Questo discorso stimola inoltre i fedeli delle diverse religioni al rispetto reciproco e ad astenersi da azioni violente sotto pretesto di difendere la propria religione. Tuttavia resta una perplessità su tre punti: primo, che c’è modo e modo di uccidere: un conto è uccidere un innocente, per esempio un aborto, un conto è uccidere per legittima difesa o per salvare la patria. È vero che Dio non vuole la morte di nessuno.

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esecuzione di un cattolico caldeo in Iraq

Chiediamoci allora come va inteso esattamente questo principio. Riguardo ad esso ricordiamo che l’uccisione legittima non è altro che un modo di mettere in pratica un principio di giustizia, ovvero la legge morale o giuridica. Ma chi è l’istitutore primo e sommo di ogni legge e di ogni diritto, se non Dio? Uccidere in nome della legge, della giustizia, del bene comune, della libertà, che cosa è allora in fin dei conti, se non uccidere legittimamente in nome di Dio? Non dobbiamo essere troppo sbrigativi nell’asserire che non si può uccidere in nome di Dio, senza fare le dovute precisazioni; altrimenti si finisce con l’avallare proprio quell’ingiustizia e quella violenza che si vorrebbero impedire, in quanto è proprio la giusta uccisione o il giusto uso della forza, che puniscono e impediscono in certi casi estremi l’ingiustizia, la violenza od i veri e propri sterminî di massa.

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islam 5

un gruppo di caschi blu delle Nazioni Unite

La pace non si costruisce e difende solo pacificamente, ma anche coercitivamente. Parcere subiectis et debellare superbos, come disse il grande poeta Virgilio. Già gli antichi Romani avevano il saggio motto: Si vis pacem, para bellum. Occorre vincere o tenere a bada i nemici della pace. Alla guerra non si rimedia solo invitando i belligeranti alla pace, ma anche indicando concretamente a cosa l’aggressore deve rinunciare perchè non gli sia mossa una giusta guerra. Questa è l’opera evangelica dei fautori di pace. Opus iustitiae pax.

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rapina

rapina a mano armata

Sarebbe bello poter persuadere un malvivente che ci si presenta minaccioso con la pistola puntata a desistere, magari in nome di Dio, dalla sua cattiva azione. Ma l’esperienza insegna che purtroppo difficilmente il malvivente ha timor di Dio, per cui tale nobile esortazione, a meno che non siamo dotati da Dio di un rarissimo dono di persuasività e il malvivente sia toccato dalla grazia, non produce alcun effetto. Ma non si può ordinariamente contare su questi interventi soprannaturali e Dio stesso ci comanda di ricorrere alla prudenza umana. Da qui la necessità di passare alle maniere forti. Il rinunciare alla legittima difesa o a combattere, quando sarebbe doveroso e possibile farlo ― pensiamo per esempio al militare in guerra ― è una grave indisciplina o viltà verso se stessi e verso il bene comune, che può essere passibile di sanzione penale, come nel caso del soldato disertore. Non è detto che salvare la pelle sia sempre e comunque una legittima difesa.

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san massimiliano

dipinto di San Massimiliano Maria Kolbe nel campo di concentramento

Diverso è il sacrificio della propria vita, in campo civile, vedi per esempio Salvo d’Acquisto; o religioso, vedi per esempio San Massimiliano Maria Kolbe. Questo può essere un nobilissimo gesto di eroico amore. E qui abbiamo come modello supremo Cristo stesso e i martiri, che si lasciano uccidere ― per esempio un Sant’Ignazio di Antiochia ― per testimoniare la propria fede o per salvare una moltitudine. Forse che anche in questi casi non si agisce ― o meglio ― non si patisce in nome di Dio? Dio dunque vuole la morte del martire? Il Padre ha voluto come tale ed espressamente la morte del Figlio? Sarebbe empio affermarlo. Il Padre ha voluto il sacrificio del Figlio, che però ha comportato la morte.

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sacrificio di Cristo

il sacrificio dell’Agnello di Dio

Se io pago una somma per acquistare un bene, non la pago per il gusto di spendere dei soldi, ma per acquistare quel bene. Non mi si accuserà di aver sperperato del denaro, ma, se ho fatto un buon affare, sarò degno di lode. Quale “affare” più vantaggioso per noi il Padre, per la gloria sua e quella del Figlio, poteva escogitare che dare suo Figlio per la nostra salvezza? Per questo San Paolo dice che siamo stati «comprati a caro prezzo» [I Cor 6,20]. Coloro che stoltamente, come Edward Schillebeeckx, si concentrano sul fatto materiale della morte di Cristo, per negare il valore del sacrificio redentivo di Cristo voluto dal Padre e per badare solo all’assassinio commesso dagli uccisori di Cristo, non sanno quello che dicono.

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raffigurazione della giustizia civile

Secondo punto. L’agire in nome di qualcuno, se è sincero, è un agire per il quale l’agente compie un’azione, la cui qualifica morale coinvolge e responsabilizza colui in nome del quale l’agente agisce. Da costui, nel nome del quale agisce, l’agente, in fin dei conti, riceve l’avallo o il mandato di fare ciò che fa in suo nome. L’azione dell’agente, quindi, non è che l’esecuzione della volontà o del comando di colui in nome del quale l’agente agisce. Ciò che l’agente fa, lo fa per autorità del mandante, garantito da tale autorità e per onorare lo stesso mandante, che riceve gloria dall’azione dell’agente, supponendo ovviamente che si tratti di una buona azione.

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Che il sacerdote agisce in nome di Cristo, quando ciò avviene validamente e legittimamente, significa che quello che fa, lo fa o a causa o col potere di Cristo o per autorità di Cristo o per mandato o in rappresentanza di Cristo. In ultima analisi, ciò che fa il sacerdote come ministro di Cristo, viene da Cristo. Cristo è la giustificazione ultima di ciò che fa il sacerdote.

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Al di là di una lettura puramente materiale del Quinto Comandamento, oggi di moda, ma solo quando fa comodo, bisogna tener presente che uccidere di per sè non è ancora peccato o delitto. Bisogna vedere perchè o in nome di che cosa o di qual valore o di quale idea si uccide. Il giudice che in nome della legge irroga la pena di morte al malvivente, non è un assassino, ma agisce secondo giustizia, è vindice della legge e difensore del bene comune minacciato del malvivente. Il gioielliere che, minacciato di morte da un malvivente, per difendersi lo previene e lo uccide, non è un omicida, ma ha difeso il valore inviolabile della propria vita di innocente. L’ingiusto aggressore perde il diritto di vivere col suo stesso atto di aggressione, mentre l’aggredito ingiustamente ha il diritto e il dovere di difendersi, fino ad uccidere, se necessario, l’aggressore.

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legittima difesa

legittima difesa

La giusta uccisione è dunque giusta, in quanto giustificata da un valore o da una legge che diano sufficiente motivo giuridico o morale all’atto dell’uccidere. In nome della difesa della vita innocente può esser lecito sopprimere una vita. Un livello inferiore di vita può e deve essere sacrificato al superiore, quando questo è messo in pericolo dal primo. Un culto idolatrico della vita renderebbe impossibile la stessa alimentazione. Ma domandiamoci: che cos’è o chi, in ultima analisi, giustifica o fonda la difesa cruenta della vita, se non il creatore e legislatore della vita, ossia Dio? Ecco dunque come appare evidente, nei casi suddetti, l’uccisione di un malfattore in nome di Dio.

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È ovvio che Dio è il Dio della vita e non vuole la morte dei viventi, neppure quella di una formica, perchè ogni vivente da Lui è creato, amato, custodito e conservato. Ma proprio perchè Dio è tale, protegge difende la vita dall’ingiusto aggressore, tanto da permetterne legittimamente o addirittura comandarne l’uccisione.

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strage degli innocenti duccio di boninsegna

strage degli innocenti, opera di Duccio di Buoninsegna

Poniamoci un’altra domanda: può esser giusto uccidere l’empio, ossia colui che disonora il nome di Dio? Dio punisce l’empio con la morte? Indubbiamente Dio è immortale e non ha bisogno nè di difendersi nè di essere difeso. Tuttavia, anche chi uccide per legittima difesa, anche il giudice che condanna a morte, anche chi combatte in una guerra giusta o per la giustizia o per la libertà, in fin dei conti combatte per Dio o in nome di Dio, che è istitutore e vindice di tutti questi valori. Come dice la Scrittura: «Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi» [Sal 82,4].

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Circa la questione del modo di punire l’empietà, è interessante il confronto fra la Bibbia e il Corano. In entrambi è presente la coercizione o l’uso della forza o l’uccisione legittima o del nemico o dell’assassino o dell’aggressore, e anche dell’empio. In entrambi questi testi sacri, tali atti, nelle debite condizioni e circostanze, sono innegabilmente voluti da Dio o compiuti in suo nome.

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bibbia

la Sacra bibbia

Sia la Bibbia che il Corano ammettono un Dio uno, unico, spirituale, personale, creatore del cielo e della terra, quindi degli angeli e dell’uomo, eterno, infinito, altissimo, sapiente, provvidente, onnipotente, misterioso, salvatore, giusto e misericordioso, che premia col paradiso i buoni, i credenti e gli obbedienti, e castiga con l’inferno i malvagi, gli infedeli e i disobbedienti.
Questo Dio si rivela ai profeti, come si è rivelato ad Adamo, ad Abramo, a Mosè e a Gesù. Ma qui finisce il contatto fra Bibbia e Corano, perchè, come sappiamo, secondo l’Islam, la rivelazione che Dio ha fatto della sua volontà salvifica sull’uomo non culmina in Gesù (Issa), ma va oltre, corregge Gesù e culmina in Maometto, il quale, senza negare qualità e virtù in Gesù da Maometto stesso considerato santo, fino a rimproverare gli Ebrei di averlo ucciso, tuttavia pretende di correggere Gesù perchè non solo si sarebbe fatto Dio ― e qui Maometto coincide con l’ebraismo ―, ma ricade nel politeismo pagano, affermando che in Dio ci sono tre persone, quindi, agli occhi di Maometto, affermando tre dèi, empietà gravissima, degna della pena capitale.

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corano 2

il Corano, in edizione italiana

La salvezza, quindi, secondo il Corano, non avviene per mezzo del sacrificio di Cristo, ma col sottomettersi a Dio di tutto cuore e con fede assoluta (Islàm), nella preghiera, nelle pratiche rituali e nell’ascolto della guida spirituale (Imàm), nell’obbedire alla legge coranica (Sharìa), nello studio del Corano, nella pratica della virtù e nel riparare ai torti fatti. Per questo il sacrificio cultuale dell’agnello non è un atto sacerdotale, ma di semplice ossequio a Dio, che può essere compiuto da qualunque fedele, come membro della comunità religiosa (Umma).
Diverso è il metodo della diffusione o promulgazione degli ordini divini riguardanti la salvezza nella Bibbia e nel Corano. Nell’uno e nell’altro caso si intima ad ogni uomo di accogliere gli ordini e di obbedire, pena la dannazione eterna. «Chi crede sarà salvo; chi non crede sarà condannato» [cf. Mc 16, 15-16]. Queste parole di Cristo, mutatis mutandis, possono trovare un riscontro nelle parole di Maometto. C’è però anche questa differenza profonda: che mentre Cristo si riferisce alla dannazione ultraterrena, il Corano parla anche di una coercizione terrena immediata.

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Diverso è anche il contenuto del messaggio salvifico nell’uno e nell’altro caso. La differenza massima si nota tra Corano e Vangelo: mentre il Corano si limita a trasmettere ordini perentori con promessa del premio e minaccia del castigo, ciò non è assente nel Vangelo; questo tuttavia ha come annuncio principale, del tutto assente nel Corano, la venuta di Cristo Figlio di Dio incarnato, che ci ha redenti col sacrificio della Croce, donandoci la remissione dei peccati, l’annuncio insomma che Dio vuol farci grazia, renderci suoi figli e donarci la sua stessa vita divina per mezzo di Cristo.

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ordini autoritari

ordine e autoritarismo

Il rapporto del fedele con Dio nel Corano si riassume quindi in quello del “devoto” (muslìm, da cui “musulmano”). È del tutto assente la prospettiva del fedele come “figlio di Dio”, che invece, come si sa, è fondamentale nel Vangelo. Anzi, per il Corano, che non ammette Gesù come Figlio di Dio, l’idea di una figliolanza divina suppone un’inammissibile confidenza con Dio, del quale il Corano, senza escludere la clemenza, accentua però la trascendenza e la temibilità.

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Si noti inoltre che nel Corano la coscienza soggettiva ha una scarsissima parte. Ciò che l’uomo pensa o vuole pertanto non interessa assolutamente niente; per cui il Corano lascia poco spazio alla riflessione personale o al vaglio di segni di credibilità che possano condurre ad una fede convinta e ragionata. Il fedele è più mosso dal timore del castigo che dall’amore di un Dio che è Amore, come nel Vangelo. Egli deve obbedire e basta, tanto più che Dio, quali che siano le decisioni umane, fa quello che vuole senza tener conto delle scelte umane. Da qui il caratteristico fatalismo islamico, che mette in crisi il libero arbitrio umano tendendo però a far derivare da Dio tanto il bene quanto il male.

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conversione forzata

uomini, mezzi e strumenti di conversione forzata all’Islam

Appare l’elemento coercitivo della religione islamica anche sotto questa angolatura: il fedele crede ed obbedisce non tanto per amore o libera riflessione personale in coscienza, quanto piuttosto per timore delle pene eterne e temporali minacciate. Occorre quindi fare una distinzione tra le modalità delle ingiunzioni divine annunciate nell’Antico Testamento e quelle annunciate da Cristo. Inoltre, nella storia della Chiesa, occorre al riguardo, distinguere tre periodi: primo, l’èra iniziale della Chiesa perseguitata dall’Impero Romano; secondo, l’èra costantiniana, inaugurata da Costantino nel 315, della religione cristiana divenuta religio licita e addirittura religione ufficiale dell’Impero. E abbiamo infine il terzo periodo, attualmente in corso, i cui prodromi iniziano, dopo la crisi protestante e il crollo del Sacro Romano Impero, col principio cuius regio, eius religio, ossia la libertà religiosa sancita nella pace di Westfalia del 1648. Tale impostazione del rapporto Stato-Chiesa giunge a maturità in campo civile con la Rivoluzione Francese, la quale pone fine alla teocrazia medioevale (ancien régime), fonda lo Stato laico democratico e conferma il diritto alla libertà religiosa, senza per questo ammettere quella sventura dello Stato ateo, che sarebbe stata la tragedia del XX secolo, della quale ancora non ci siamo del tutto liberati: vedi per esempio il regime comunista cinese.

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cavour

Camillo Benso conte di Cavour ed il principio “Libera Chiesa in libero Stato”

Questo nuovo tipo di rapporto tra Stato e Chiesa ― libero Stato in libera Chiesa ― come diceva il Cavour, liberato dalle venature liberali dalle quali era infetto, è stato in campo ecclesiale ufficialmente riconosciuto, dopo esser stato messo in pratica sin dai secoli passati, dal Concilio Vaticano II. Invece, lo stile coranico dell’annuncio dei comandi divini assomiglia a quello mosaico di più del regime ecclesiale medioevale del “braccio secolare“, allorchè il Papa governava una cristianità europea occidentale interamente cattolica, così da potersi servire in certa misura del potere civile e della forza pubblica per far rispettare le norme dell’etica cristiana e i contenuti della dottrina cattolica, omologati alla legge dello Stato.

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braccio secolare

il braccio secolare

C’è da osservare che il riconoscimento costantiniano del cattolicesimo come religione di Stato, se da una parte aiutò e protesse la Chiesa ad affermarsi sul piano civile e ad espandersi geograficamente in conformità alla sua missione e alle sue finalità spirituali, dall’altra non consentì alla Chiesa di mettere in pratica dovutamente il comando del Signore di diffondere e sostenere il Vangelo con la semplice testimonianza della carità, della solidarietà e della promozione umana, senza l’uso di apparati coercitivi forniti dallo Stato, quello che più tardi sarebbe stato chiamato “braccio secolare“. In ciò la Chiesa non assumeva in pieno il nuovo stile di apostolato voluto da Cristo, ma restava ancora influenzata dalla tradizione mosaica, la quale voleva che l’annuncio degli ordini divini fosse fatto sì dal profeta e dal sacerdote, ma appoggiato dal potere coercitivo e giudiziario del re. Mosè stesso, come si sa, non fu solo profeta e liturgo, ma anche capo politico e militare del popolo di Israele; e Maometto, per il suo stile profetico, non prese a modello Cristo, ma Mosè.

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stato pontificio

Gli Stati della penisola italica e lo Stato Pontificio

In tal modo il papato nel corso dei secoli acquisì, come è noto, un vero e proprio potere temporale con tanto di territorio, che costituì i cosiddetti “Stati della Chiesa“, forniti di forze militari come qualunque altro Stato europeo. Nell’ambito della disciplina ecclesiastica la pena di morte per gli eretici fu abolita tacitamente solo con l’abolizione del codice penale dello Stato pontificio a seguito della caduta del potere temporale nel 1871.

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La nascita dello Stato italiano, ispirata da princìpi di laicità e quindi aperta al diritto della libertà religiosa e la fine del potere temporale segnò l’inizio di una nuova èra del rapporto tra Chiesa e Stato in rapporto all’evangelizzazione e alla questione dell’uso ecclesiastico del potere coercitivo. La Chiesa, pur mantenendo un proprio ordinamento giudiziario e potere coercitivo nei confronti dei fedeli, si poneva verso la società civile non più cattolica ma religiosamente divisa o pluralistica, non più come religione di Stato ovvero in fin dei conti come uno dei poteri dello Stato, per quanto sotto la presidenza del Papa, ma come una comunità di diritto pubblico concorrente al bene comune della società e dello Stato all’interno dello Stato ed obbediente alle leggi civili, pur con una sua autonomia come Chiesa, mentre nel contempo era protetta dalla legge civile.

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conquiste di maometto

le prime conquiste dell’Islam

Quanto al progetto coranico di diffusione dell’Islam, esso prende spunto per un verso dall’impresa del popolo ebraico ideata da Mosè ― sempre, s’intende, in nome di Dio ― e per l’altro verso dal programma evangelico di conquista del mondo a Cristo. Infatti, mentre da una parte l’esercizio della fede islamica è associato al possesso di un territorio, e in ciò il progetto coranico assomiglia a quello mosaico della conquista della Palestina come terra promessa, con l’espulsione forzata dei popoli ivi precedentemente abitanti, dall’altra, a differenza di Israele, i musulmani, prendendo spunto dalla prospettiva cristiana di conquista del mondo, sono convinti che Dio li manda alla conquista del mondo non solo nel senso della diffusione mondiale dell’Islam, ma anche nella convinzione che Dio abbia assegnato a loro il possesso fisico di tutta la terra, cosa che non può avvenire senza l’uso delle armi. Da qui il concetto della “guerra santa” (jihàd), come sostegno militare della predicazione del Corano da parte dei predicatori islamici.

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lapidazione di una donna 1

Siria, lapidazione di una donna …

L’autorità religiosa islamica non pretende di disporre soltanto di quel potere coercitivo che è  consentito in linea di principio per censurare i fedeli devianti, come si dà anche nel diritto canonico cristiano, ma usa minacce e coercizione anche nei confronti degli infedeli o di coloro ai quali viene indirizzato il messaggio coranico. Le parole di Cristo «chi non crede, sarà condannato», dopo averne mutato il riferimento al Vangelo, vengono pertanto adattate alla predicazione coranica e sono intese nel senso che chi non accetta la fede islamica, viene castigato fino alla pena di morte o costretto con la forza ad accettarla.

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lapidazione di una donna

… al termine della quale i criminali dell’Isis hanno diffuso il video

L’uso della forza in nome di Dio nell’Islam fino a giungere all’omicidio nel jihàd, va oltre ogni ragionevole limite di rispetto non solo della coscienza altrui, ma della sua stessa incolumità fisica. Si tratta di uno zelo missionario i cui contenuti dottrinali possono essere parzialmente accettabili, come per esempio gli attributi divini o certi doveri della morale o del culto divino; ma ciò che è assolutamente inaccettabile e, al limite, disumano e barbarico, è questo metodo di pressione violenta e aggressiva, che soprassiede a ogni metodo di pacata e argomentata persuasione, con l’adduzione di prove e segni di credibilità, che caratterizza in modo così evidente l’apostolato cristiano.

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tommaso averroe

il trionfo di San Tommaso d’Aquino nella disputa filosofica con il filosofo musulmano Averroé

Non è che la cultura religiosa, filosofica, teologica e mistica islamica, intendiamoci, non sia ricca di grandi valori e grandi pensatori, maestri, moralisti, poeti e mistici, solo che questa immensa letteratura formatasi nei secoli, niente affatto priva di un suo fascino, di una sua suasività e credibilità, è poi invece di fatto imposta con la forza dall’autorità religioso-politica islamica nel suo inesorabile moto di espansione e di conquista dei popoli non ancora sottomessi al Corano. E questo perchè il motore della espansione islamica non è solo l’interesse religioso, ma inscindibilmente congiunto a questo, è una sete di potere e di dominio politico e addirittura economico.

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In conclusione, possiamo dire che il fare appello a Dio per giustificare l’uso della forza o la soppressione di una vita umana può essere un’azione lecita o lodevole se essa è giusta in se stessa, giacchè Dio è il fondamento della giustizia e il supremo Legislatore, per cui tutto ciò che è giusto può trovare in Lui la sua ultima giustificazione. Tale appello però dev’essere sincero e ben fondato e non dev’essere un pretesto per coonestare un atto di violenza o un’ingiustizia. Occorre pertanto ammirare tanti atti di Santi che nei secoli passati sono ricorsi all’uso della forza o lo hanno approvato in nome di Dio e per amore di Dio. Non possiamo pensare che essi siano stati tutti dei fanatici o dei crudeli o degli ipocriti. Essi erano in buona fede, anche se i tempi non erano ancora maturi, ed anche se indubbiamente essi hanno compiuto atti che noi oggi non faremmo. Ma questo non toglie che restino nostri modelli, una volta che avremo adattato la loro testimonianza alle esigenze della Chiesa di oggi. Molti dubbi invece ci lasciano certe abitudini islamiche inveterate ed ostinate, ― per non parlare dei terroristi, che nulla hanno di religioso, ma sono puri delinquenti ―, che ci fanno sospettare che quel Dio nel nome del quale affermano di agire in realtà sia solo il pretesto della loro superbia, della loro arroganza e della loro intolleranza.

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Varazze, il 2 luglio 2015

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NOTE

[1] Da qui viene la disapprovazione senza appello delle guerre di religione, anche quelle condotte dai cattolici contro i protestanti o contro i musulmani.

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madonna delle milizie

Nella Città di Scicli, nella Sicilia sud-orientale, è conservata la statua della Madonna delle Milizie che caccia via i saraceni che avevano invaso il territorio. Ogni anno la statua della Madonna Guerriera viene portata in processione per le vie cittadine, almeno fino a quando non sarà messa fuorilegge per “discriminazione religiosa” …