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Dalle partite di calcio al Santo Vangelo: il comandamento più difficile è quello di amare i propri nemici

17 Novembre 2018/in Attualità/da Padre Gabriele

— catechesi & pastorale —

DALLE PARTITE DI CALCIO AL SANTO VANGELO: IL COMANDAMENTO PIÙ DIFFICILE È QUELLO DI AMARE I PROPRI NEMICI

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I nemici che dobbiamo amare, possono essere i terroristi dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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tefferugli degli hooligans

Nel Vangelo di San Matteo troviamo il celebre monito che ci esorta ad amare i nostri nemici:

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«… avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 43-48].

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Prima di diventare frate ho sempre avuto diversi hobby di natura artistica e sportiva. Da sempre ho amato il calcio e l’ho anche praticato fino a quando non sono entrato nell’Ordine dei Predicatori. Ricordo un episodio legato al mondo del calcio, che mi ha molto stupito. Avvenne durante una partita di un campionato di Serie B.

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Le tifoserie di Ternana e Perugia, data la vicinanza geografica, ordinariamente non si amano. Quando le loro squadre si incontrano, i rispettivi supporters generano sempre incidenti e tafferugli e c’è bisogno delle forze dell’ordine per evitare il peggio. Durante una di queste partite, ci furono degli scontri. Un tifoso perugino si trovò riverso a terra, pronto per essere linciato dagli avversari. Ma in quel momento giunse una ragazza ternana che lo abbracciò e gli mise al collo una sciarpa della propria squadra. In questo modo, salvò l’avversario dal prendere tante botte. Non si seppero mai i nomi dei protagonisti di questa storia. Eppure, questo episodio, mi portò a riflettere sul tema dell’amore dei nemici.

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Anche il brano che ho scelto di meditare oggi su L’Isola di Patmos torna su questo tema: Amate i vostri nemici! Per me, esso rappresenta il nucleo centrale del messaggio di Gesù sull’amore. La richiesta che il Signore esprime nei confronti dei suoi ascoltatori sembra veramente impossibile. Infatti, il greco evangelico esprime questo amore con ἀγάπαω [agapao], che assurge a verbo tipico dell’amore del Cristianesimo. Un amore, cioè, che porta a donare tutto sé stesso al servizio del prossimo.

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In questo passaggio del Vangelo di San Matteo, la agapé [ἀγάπη] è portata alle sue massime conseguenze. Occorre però stare attenti alla distinzione che il Nuovo Testamento pone nei confronti del termine nemico. C’è infatti il temibile Nemico di cui parla San Paolo: il Diavolo. Vari sono i riferimenti che San Paolo fa al Diavolo, uno di questi in una delle lettere indirizzata al discepolo Timoteo, proprio laddove illustra quelli che devono essere i requisiti del vescovo [cf. I Tm 3,6].

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È impossibile pregare e donarsi per il Diavolo. Gesù non chiede di donarci per lui. Il Diavolo sin dal momento della sua creazione ha fatto una professione eterna di disobbedienza a Dio ed a tutto il creato. Stupende sono le parole del Faust di Marlowe, in cui Mefistofele, un diavolo, afferma:

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«Sono lo spirito che nega continuamente: ho ragione; perché quello che sussiste è degno di essere distrutto: e sarebbe stato pur meglio che nessuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio  elemento speciale».

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Il Diavolo odia profondamente e continua a odiare in primo luogo tutto il creato. E in primo luogo noi, religiosi. Ci odia perché vede nella nostra professione d’obbedienza a Dio una opposizione diretta a lui. Il Diavolo, che è il grande divisore, continua e continuerà a istigare le sue suggestioni degeneri: il relativismo, i totalitarismi, il modernismo, il falso progressismo … tanto per citarne alcuni. Ma, accanto al Diavolo, vi sono altri nemici: gli uomini. A questi uomini-nemici si riferisce il Signore quando ci chiede di amarli. Così, se si decide di amare, occorre amare tutta l’umanità.

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L’amore che Cristo chiede a noi, sua Chiesa, è un amore universale. Non è quindi un caso se la Chiesa di Cristo si chiama Chiesa Cattolica, ossia: universale. Ricordiamo per inciso che il termine “cattolica” deriva dal greco κατα ολων [kata olon], una categoria neoplatonica del filosofo Plotino che con essa indica «secondo il tutto». Questa definizione non era di tipo spaziale-geografico ma di tipo qualitativo. Infatti, per i primi grandi Padri della Chiesa, essere o divenire cattolici voleva dire che «nulla è umano».

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Nella dimensione cristiano cattolica è quindi necessario amare i propri nemici ed essere al di sopra di una delle mode del tempo attuale: la moda della vendetta. O anche un’altra delle mode che purtroppo ha infettato alcuni cattolici che si riferiscono di altri cattolici come nemici usando verso di questi espressioni come «li aspettiamo al varco, preghiamo Dio che muoiano presto» e “delicatezze” simili … 

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Siamo nella Chiesa Cattolica o nel Colosseo come gladiatori? È forse questo l’atteggiamento che Gesù ci ha chiesto e continua a chiederci di avere? Pertanto, i nemici che dobbiamo amare, possono essere i guerriglieri dell’Isis, i massoni, i mafiosi o i falsi progressisti. Tanto per citarne qualcuno. Un nemico che è una persona ma che sprigiona una violenza, ideologica e fisica, contro il nostro essere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo.

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Com’è possibile amarli? Solo con uno sguardo sub specie aeternitatis è possibile cogliere con pienezza l’insegnamento di Cristo. Gesù ci dice amate i vostri nemici e sarete figli di Dio, e sarete perfetti.

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Nella nostra offerta incessante di preghiera per loro, proveremo a convertirli, a renderci figli di Dio per loro. Figli di Dio per quelli che ci odiano. Essere perfetti come il Padre nostro nei cieli, implica mostrare Dio sul proprio volto al nemico, come stanno facendo i martiri di oggi. Allo stesso tempo significa accogliere ciò che Dio sta permettendo nell’azione del nostro nemico. Basti pensare agli effetti cruenti della Passione. I centurioni provocano violenza e morte su Gesù. Gesù lo permette e allo stesso tempo si dona a loro. L’effetto è la stessa redenzione di quei romani pagani.

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Se davvero allora vogliamo essere, con la grazia di Dio, suoi consacrati, ed un giorno futuri sacerdoti, non possiamo esimerci dal comandamento dell’amore per i nemici. Davvero allora saremo sale della terra [cf. Mt 5, 13-16] ogni atto di inimicizia si schiuderà in un’unica preghiera universale verso il Dio morto sulla croce per amore.

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È nella nostra essenza di frati domenicani, essere infine croce da cui sgorga amore. Altrimenti, la prostrazione a croce che abbiamo fatto il giorno della nostra professione, rischia di essere solamente un’azione teatrale. Uno splendido atto scenico. Saremo stati perfetti attori, che detta in greco equivale a perfetti ipocriti [dal greco ὑποκριτής, hypokritēs, deriva la parola attore].

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A ognuno di noi sta di scegliere se aver professato da hypokritēs o da veri figli di Dio e, per quanto mi riguarda, da figli di San Domenico, consacrati per Cristo nei diversi stati di vita.

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 Gesù dolce, Gesù amore! [cf. Santa Caterina da Siena]

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Roma, 17 novembre 2018

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Cambia il Padre Nostro per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

17 Novembre 2018/16 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cf. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cf. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cf. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà ed il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster ed alla frase “incriminata” ci è stato donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [ San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cf. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cf. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentazionem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [ I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono tornare alle origini. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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…merita sempre avere un buon dizionario

La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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…merita sempre avere un buon dizionario

Agli amanti dei ritorni alle origini va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico ed il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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