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Conservazione e progresso

15 Settembre 2018/40 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

— attualità ecclesiale —

CONSERVAZIONE E PROGRESSO

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Per risolvere l’attuale conflitto intra-ecclesiale fra modernisti e lefebvriani bisogna accordare fra di loro questi due fattori essenziali del dinamismo ecclesiale: conservazione e progresso.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Rileggendo alcuni testi delle meditazioni mattutine del Santo Padre nella cappella della Domus Sanctae Marthae, il 31 ottobre 2017 — come riferì l’articolista de L’Osservatore Romano del 1 novembre seguente —, il Papa si domanda, tra l’altro: I cristiani «credono davvero nella forza dello Spirito Santo» che è in loro? E hanno il coraggio di «gettare il seme», di mettersi in gioco, o si rifugiano in una «pastorale di conservazione», che non lascia che «il Regno di Dio cresca»? E risponde: «Tante volte noi vediamo che si preferisce una pastorale di conservazione» piuttosto che «lasciare che il Regno cresca».

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Ci permettiamo alcune osservazioni. Occorre distinguere conservazione da conservatorismo. Conservare diligentemente e, gelosamente e il sacro deposito della divina Rivelazione, senza accomodamenti, senza aggiungere e senza togliere [cf Gal 3,15; Ap 22,19] ed essergli fedele a costo della vita è dovere assoluto di ogni cattolico,  in primis dei vescovi e del Papa.

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Il conservatorismo, invece, al quale allude probabilmente il Papa, è una stolta ed inutile conservazione. È il conservare ciò che non serve più, è il restare attaccati o per miopia o per pigrizia o per paura o per interesse a idee, costumi, usanze, abitudini, tradizioni superati o abbandonati dalla Chiesa, è lo scambiare per modernismo il giusto progresso, il restare bloccati ad una data fase storica del cammino della Chiesa verso il Regno, è il chiudere l’occhio ai campi che già biondeggiano per la mietitura» [Gv 4,35]; è chiudere l’orecchio alla voce dello Spirito, che «rinnova la faccia della terra», che «rinnova la nostra mente» [Rm 12,2] e di giorno in giorno rinnova il nostro uomo interiore [cf II Cor 4,16]. Lo Spirito Santo spinge sì la Chiesa al progresso, ma nel senso indicato da quelle parole del Signore, che Egli ha la funzione di farci ricordare [Gv 14,26]e quindi di stimolarci a far fruttare.

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Ammesso — lo vogliamo credere — che il Papa parli di conservatorismo e non di legittima conservazione, non sembra corrispondere a verità, come pare Papa Francesco voglia insinuare, che esista una vasta diffusione del conservatorismo, che pur esiste nei lefebvriani; ma  ciò che oggi maggiormente affligge e turba la Chiesa sono una ben più vasta diffusione del modernismo o di un falso progresso e o di un falsa interpretazione del rinnovamento promosso dal Concilio. E di questi mali il Papa non parla mai, tutto preso da un’esagerata e faziosa polemica contro il tradizionalismo, dove rischia di fare di tutte le erbe un fascio, prendendosela anche con quel sano tradizionalismo che, insieme con una sana conservazione, sono fattori essenziali della struttura e del progresso della Chiesa.

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Se Francesco vuol essere un riformatore della Santa Sede cominci dunque con l’allontanare o il fermare quei falsi collaboratori che sono infetti di modernismo e di rahnerismo, ed assuma collaboratori veramente leali e fedeli al Magistero pontificio e nemici non solo del lefebvrismo, ma anche del modernismo, sia pur aperti ai lati buoni degli uni e degli altri.

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Esiste comunque un certo ostinato, miope e presuntuoso conservatorismo che, sotto il pretesto della fedeltà alla Sacra Tradizione, accusa i Papi del post-concilio di disattenderla, e vorrebbe tornare al clima dottrinale e pastorale pre-conciliari, come se il Concilio Vaticano II non fosse avvenuto, dimenticando che, quando un Concilio compie un progresso dottrinale, come quasi sempre avviene, la Chiesa, maggiormente illuminata dal Vangelo e vinti certi errori, data l’infallibilità della sua dottrina, non torna più indietro, mentre può capitare che un nuovo Concilio corregga una prassi pastorale difettosa avviata da un Concilio precedente, o ripristini o recuperi certe pratiche pastorali abbandonate da quel Concilio, perché su questo piano, per il mutare delle contingenze storiche o per la fallibilità degli stessi uomini di Chiesa, essa può mutare o sbagliare e quindi può correggersi, dopo aver sperimentato le conseguenze dannose provocate dall’errore commesso.

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Così il Concilio, andando incontro ad un’esigenza del tempo nel quale fu celebrato, insiste molto sul rinnovamento della pastorale e dà in merito molte direttive, che toccano tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Ma dopo cinquant’anni di applicazione di queste direttive, molti osservatori e pastori imparziali ed amanti della Chiesa ci hanno condotto ormai da anni a renderci chiaramente conto del fatto che la pastorale conciliare, per certi aspetti, ha bisogno di una correzione di rotta, che forse solo un nuovo Concilio o un grande Papa riformatore potranno attuare.

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Ciò non significa assolutamente che si debba tornare in toto alla pastorale del pre-concilio, ma significa mantenere le conquiste pastorali del post-concilio — per esempio un sano ecumenismo o il dialogo interreligioso —, purificandole da certi eccessi buonistici e troppo ottimistici nei confronti del mondo moderno, tanto che oggi, per la mancata vigilanza dei vescovi, assistiamo ad un impressionante ritorno di modernismo, molto peggiore e più insidioso di quello dei tempi di San Pio X, anche perché, mentre questo aveva attecchito soltanto nel basso clero e fra i teologi ed esegeti, quello infetta lo stesso corpo episcopale soprattutto nella sottile ad astuta forma del rahnerismo.  

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Tutti i buoni cattolici, fedeli e pastori, si sono ormai accorti di questa enorme truffa, tranne, chissà perché, gli stessi modernisti, i quali o cadono dalle nuvole o fanno finta di non sapere o restano sordi a richiami ed avvertimenti o ignorano sprezzantemente le accuse loro rivolte o le respingono sdegnati o, povere vittime calunniate, da ipocriti sopraffini, perseguitano i pochi coraggiosi che scoprono le loro trame.

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Il grande problema pastorale oggi, non è più quello che si imponeva cinquant’anni fa, come comandava il Concilio, di abbandonare una pastorale troppo conservatrice, anacronistica, statica, ripetitiva, troppo difensiva, sospettosa, timorosa, diffidente ed aggressiva nei confronti del mondo moderno, del resto mal conosciuto e a volte anche frainteso, per un rinnovato accostamento alla modernità benevolo, aperto, leale, sanamente critico, certo prudente come il serpente, ma anche semplice come la colomba, sapendo che il mondo riserva insidie, ma anche che il mondo creato da Dio offre molti valori da riconoscere, da salvare e da condurre a Cristo.

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Sulla via del rinnovamento, del divenire, del cambiamento, dello svecchiamento, dello sviluppo  e del progresso si è molto insistito e si è andati molto avanti in questi cinquant’anni, e certamente il vero progresso non ha mai termine; ma non sempre si è avanzati nella maniera giusta, e più che avanzare, in tanti casi, si è deviato o ci si è allontanati dal retto cammino e dalla fedeltà ai veri insegnamenti del Concilio; non sempre ci si à mossi con la dovuta intraprendenza, moderazione, cautela e saggezza, in obbedienza alla guida dei Pontefici o alla dottrina del Catechismo della Chiesa Cattolica, anzi cadendo molto spesso nella rete del  modernismo, che è un approccio ingannevole alla modernità, nella quale occorre distinguere il grano dal loglio, e invece  i modernisti hanno confuso l’uno con l’altro.

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Quello che allora oggi bisogna soprattutto fare per promuovere una sana, efficace ed equilibrata pastorale, adatta alle necessità dell’ora presente, diverse e per certi aspetti opposte alla situazione storica, che dovette affrontare e risolvere il Concilio, non è più tanto redarguire il conservatorismo, benché poi esso esista tuttora, ma è che il Papa si decida, alla buon ora, con franchezza e coraggio, incurante dell’eventuale starnazzare dei modernisti, a denunciare il modernismo dilagante, ben più pericoloso e dannoso del lefebvrismo o del conservatorismo, considerando gli immensi danni che il modernismo ha fatto in questi 50 anni. e sta facendo, sotto pretesto del rinnovamento conciliare, nella Chiesa e nella società. E qui faccio notare che fin dal 1966 il Maritain denunciò il grave pericolo del modernismo. E non è che il Maritain fosse precisamente un conservatore. Non si deve insistere in modo unilaterale sullo sviluppo lasciando in sordina la conservazione del deposito della fede. È l’inverso che bisogna fare, dopo cinquant’anni di retorica progressista, che ha finito per degenerare nel modernismo e in polemiche faziose contro la conservazione.

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Il vero futuro della Chiesa e dell’umanità

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Occorre piantarla una volta per tutte con un relativismo e storicismo di origine hegeliana, denunciati più volte da Papa Benedetto XVI sulla scia della condanna dell’evoluzionismo modernista fatta da San Pio X. Il divenire suppone l’essere. Il relativo ha senso solo in rapporto all’Assoluto e la storia ha un fine solo in rapporto all’Eterno. Occorre invece ritrovare i princìpi e i valori assoluti della ragione e della fede, oggi largamente dimenticati, trascurati, fraintesi, incompresi, disprezzati e derisi, tra coloro stessi che dovrebbero custodirli ed insegnarceli, vescovi compresi. Valori che invece sono sempre stati insegnati e sempre saranno insegnati per la salvezza dell’umanità, dalla sana filosofia, in quanto razionali, e dalla Chiesa, in quanto valori di fede. Occorre sapere con certezza quali sono questi valori di ragione e di fede, occorre sapere perchè sono questi e non altri, occorre distinguerli dalle opinioni soggettive e caduche. Occorre distinguere il dogmatismo e il fondamentalismo dalla certezza di fede e dalla certezza razionale.

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Occorre saper distinguere i valori immutabili, immortali ed incorruttibili da quelli che mutano e si corrompono. Occorre distinguere le verità immutabili e sovra-temporali da quelle mutabili e temporali, ciò che è vero oggi, è vero da sempre e sarà sempre vero — le verità filosofiche, morali teologiche — da ciò che è vero oggi e potrà non esserlo domani certe condizioni o realtà storiche o istituzioni giuridiche o politiche o ecclesiali.

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È con la ragione e con la fede che sappiamo cosa è di ragione e cosa è di fede. A questo punto abbiamo sotto i piedi non le sabbie mobili, ma la roccia sulla quale costruire la casa, il saldo terreno su cui poggiare  e camminare. Sappiamo quali sono i valori che non verranno mai meno. Sappiamo qual è il senso dell’esistenza e della vita. Sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove possiamo, vogliamo e dobbiamo andare. Sappiamo che Dio esiste. Sappiamo di chi fidarci. Sappiamo il perché del bene e del male. Sappiamo che non c’è via di mezzo tra il sì e il no. Conosciamo la nostra vocazione e il nostro dovere. Vediamo il nostro destino eterno e possiamo perseguirlo con speranza, costanza e coraggio, sapendo di non essere delusi. Sappiamo che potremo farcela. Sappiamo quali sono i valori e i beni, per i quali val la pena di sacrificare la nostra vita, sappiamo quali sono i valori sui quali non possiamo cedere, anche a costo della vita. Sappiamo cosa è il martirio. Sappiamo che possiamo vendere tutto, negoziare su tutto, trafficare tutto, all’infuori della nostra anima. Così compreremo Tutto. Sappiamo che è impossibile la salvezza senza questi valori, per cui sono questi i valori che garantiscono la salvezza. Se noi abbandoniamo la consegna che ci è stata data da Cristo, ritenendola superata o invecchiata o non più valida o non più attuale, per un futuro inventato da noi nell’idea che venga dallo Spirito Santo, non siamo degli innovatori, non  facciamo nessun vero progresso, ma siamo dei traditori, dei disertori e dei fedifraghi; non siamo più sotto la guida dello Spirito Santo, ma del demonio.

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Invece occorre che teniamo sempre davanti agli occhi del’intelletto e del cuore i valori  e i beni assoluti, perenni ed immutabili, la Parola di Dio che non passa — Verbum Domini manet in Aeternum — che illumina il nostro cammino, ci indica i nostri doveri, ci fa gustare la legge divina, infiamma il cuore, ci spinge alla santità — caritas Christi urget nos —, corregge i nostri errori, perdona i nostri peccati, conduce al vero progresso, fondato sulla verità divina conosciuta sempre meglio eodem sensu eademque sententia.

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Quanto all’appello alla ”Tradizione” per sapere cosa è di fede e cosa non lo è, di per sé non basta, ed è addirittura illecito ed empio, se si pretende di appellarsi direttamente e soggettivamente alla Tradizione, per contestare o contraddire o ”correggere” l’insegnamento dottrinale di un Papa o di un Concilio, dato che sono proprio loro i  custodi ed interpreti supremi e definitivi della Tradizione.  

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L’errore poi si aggrava, se tra i contenuti della Tradizione non si sa discernere quali sono quelli veramente permanenti, inviolabili ed insuperabili, e quali invece sono i contenuti vecchi e superati. La Tradizione non è questione di durata temporale, ma di valore intrinseco di verità, al di sopra del tempo, del contenuto della Tradizione. Occorre saper distinguere nella Tradizione ciò che è legato al tempo e alle contingenze storiche passeggere, da ciò che attiene essenzialmente l’Eterno e l’Assoluto, ossia alla volontà istituzionale di Cristo (“diritto divino”) — per esempio i sacramenti — che non può mai essere, né sarà mai mutato o abbandonato dalla Chiesa.

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Così non è sufficiente in ogni caso dire: «da 2000 anni» — ammesso che lo si sappia con certezza — «si è sempre pensato o fatto così», perché invece non è detto che si debba continuare a fare sempre così. Esiste un passato che è ormai passato morto e sepolto. Non avrebbe senso estrarre una salma dalla tomba come fosse il ripristino dei valori del passato. Ciò che è giustamente passato, è bene che resti passato, altrimenti sarebbe come voler far tornare quelle «cose passate» [II Cor 5,19], delle quali parla San Paolo. Meglio comunque una verità antica che un errore nuovo.

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Esistono del resto rispetto alla Tradizione novità assolute, mai prima esistite. Se però la Chiesa istituisce cose nuove ignote alla Tradizione precedente, come per esempio i ministeri femminili o il novus ordo Missae, questa non è una rottura con la Tradizione, ma vuol dire semplicemente che quelle cose erano contenute implicitamente nella Tradizione.

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Queste sono le linee della vera “svolta profetica”, della vera riforma che ci attendiamo da Papa Francesco. Certo egli non deve ascoltare i laudatores temporis acti, e fa bene ad arguirli, ma soprattutto non ascolti gli adulatori e i falsi amici, ma chi gli vuole veramente bene, chi lo esorta a congiungere dottrina e pastorale, conservazione e sviluppo, continuità e progresso, fedeltà e inventiva, anche se il vero amico può avere il tono del richiamo o rimprovero. Le ”rivoluzioni” populiste, scriteriate e a basso prezzo le lasci ai dittatorelli ambiziosi, panciuti e demagoghi  dell’Africa e dell’America Latina, senza abbassare la sua sacra dignità di Vicario di Cristo.

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Se il Papa vuole essere padre dei poveri, come appare chiaro dalle sue intenzioni, imiti il suo Signore Gesù Cristo e gli innumerevoli Santi padri dei poveri e lasci stare i Don Lorenzo Milani, i Fidel Castro o gli Helder Câmara. Di oppressi non ci sono solo gli immigrati. Invitiamo il Santo Padre ad esercitare la sua misericordia anche con gli oppressi dai modernisti, non abbia troppa confidenza con gli oppressori modernisti.

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È vero che i lefevriani parlano anche loro di ”modernisti”, ma essi stravolgono il senso del concetto, quando accusano di  ”modernismo” il Papato post-conciliare e le dottrine del Concilio, confondono il progresso col modernismo o Maritain con Rahner o confondono la Messa novus ordo con la Cena luterana. Prosegue più sotto il  giornalista: «La realtà, infatti, è che “il grano” — parole del Papa — “ha la potenza dentro, il lievito ha la potenza dentro”, e anche “la potenza del Regno di Dio viene da dentro; la forza viene da dentro, il crescere viene da dentro”».

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Non c’è dubbio circa la verità di quanto qui dice il Papa. Solo che l’immagine evangelica del chicco di grano non è l’unica immagine che Cristo propone della sua Parola. Non c’è dubbio che essa nel corso della storia, vien sempre meglio conosciuta dalla Chiesa in eodem sensu eademque sententia, come dice San Vincenzo di Lerino, con lo sviluppo della dogmatica ecclesiale.

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Per chiarire la questione della funzione conservatrice della pastorale ed evitare il conservatorismo, occorre rifarsi alle affermazioni o ai paragoni di Cristo, nei quali emerge la perennità, la stabilità, l’immutabilità, l’incorruttibilità, l’eternità della Parola di Dio, come quando, per esempio, essa viene paragonata a un .«tesoro» [cf.   ], a una «perla preziosa» [cf.  ], a una «dracma» [cf.  ] o a una «roccia» [cf.  ]. È una parola che «non passa» [cf.  ]. È una parola di «vita eterna» [cf.   ]. Le cose preziose vanno conservate con cura e gelosamente. È un principio di buon senso, che tutti capiscono. E quanto più allora va conservato intatto ed integro, ad ogni costo, senza cambiamenti, senza correzioni, senza aggiungere e senza togliere, anche se con continue spiegazioni, quel messaggio divino di salvezza, che ci assicura e ci promette la vita eterna.

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Certo, il messaggio evangelico non è come un cibo deperibile, che si corrompe, se non è ben custodito e conservato. Esso infatti non teme l’usura del tempo o gli agenti corrosivi. Non è fatto di materia corruttibile, ma è puro spirito immortale. È un tesoro che, se ben custodito «il ladro non può rubare e la tignola non può sfondare». Chi può corrompersi è il suo possessore, che è infedele, negligente e trascurato nel conservarlo e custodirlo e quindi può anche perderlo. Ecco l’apostasia. Può male concepirlo e può travisarlo. Ecco le eresie. Può male amministrarlo. Ecco il rispetto umano, l’accidia e le trascuratezze dei pastori.

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Prosegue l’articolista: «Allo stesso modo, ha spiegato Francesco, “se noi vogliamo conservare per noi il grano, sarà un grano solo. Se noi non mescoliamo con la vita, con la farina della vita, il lievito, rimarrà solo il lievito”». Qui il Papa tocca un aspetto del conservatorismo. Egli ovviamente non nega che bisogni conservare il grano: altrimenti, come si fa a donarlo? Possiamo donare ciò che abbiamo conservato con cura.  Ma, se sono valori da donare, e questo è proprio il caso della Parola di Dio, bisognerà pur donarli. Sono le stesse parole di Gesù: «Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» [Lc 12,24].

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Come accordare conservazione e progresso

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Può progredire il vivente che ha una propria stabile identità. Infatti il vero progresso è il miglioramento delle condizioni e dell’attività del soggetto. Il che suppone ovviamente la conservazione del soggetto. È vero che la vita è movimento, è divenire, è mutamento. Ma perché sia vera vita dev’essere sviluppo o esplicazione nella giusta direzione del soggetto preesistente. Il progresso il movimento dev’essere sano, ossia ordinato e ben guidato e non patologico, disordinato o sconclusionato. Anche un pazzo furioso è pieno di movimento, ma nessuno gli invidia la sua condizione.

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Il soggetto che divide o muta negando la propria identità ossia cessando di conservare se stesso, avvia un movimento che non comporta progresso, ma dissoluzione o disintegrazione. È il processo che conduce alla morte. È vero che il morto non esercita più le attività vitali. Tuttavia la rigidità della morte non esclude affatto nel cadavere un divenire che è la sua dissoluzione. Dunque il puro e semplice divenire, il semplice cambiare o mutare non è un bene in se stesso. Ogni divenire ha una direzione.

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Non c’è da fidarsi di un divenire confuso e contraddittorio. Per verificare se si tratta di progresso e non di corruzione, bisogna vedere dove tende. Se tende al meglio è progresso; se tende al peggio è regresso. Occorre insomma sia il divenire, lo sviluppo o l’accrescimento o il miglioramento di un soggetto che si suppone mantiene in essere nella sua propria identità. Altrimenti, il divenire non è vita, ma morte, non è progresso, ma regresso, non evoluzione ma involuzione, non avanzamento ma retrocessione, non decadimento.

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La preoccupazione di conservare la propria identità supposta sana, è una preoccupazione più che legittima e doverosa, che nulla ha a che fare col conservatorismo e non so quale «chiusura all’altro». Essa manca in soggetti masochisti e d Essa corrisponde a quello che nel regno animale è l’istinto di conservazione, senza del quale quell’animale sarebbe presto distrutto dagli agenti contrari.

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Occorre che il Papa, quale sommo custode, fautore, garante e moderatore dell’unità, della concordia e della pace nella Chiesa, si assuma le proprie responsabilità. Deve porsi nella posizione di giudice imparziale che gli spetta, facendo capo ai princìpi universali della Chiesa, così che entrambe le parti  conflitto — lefevriani e modernisti — possano riconoscersi come cattoliche.

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Occorre, in secondo luogo, che riconosca la parte di verità e di giustizia — accennata in questo articolo —, presente e portata avanti da entrambe le parti. Le due parti, accostate l’una all’altra, combaciano perfettamente, come le due metà di una sfera spezzata, perché Dio le ha create appunto perché, unite, facciano una cosa sola, che è la stessa realtà della Chiesa.

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Il Papa deve fare ogni sforzo perché le due parti si avvicino e s’incontrino, superando vecchi rancori, odî. e diffidenze. Deve abbandonare la sua attuale propensione per i modernisti, altrimenti non può pretendere di suscitare la fiducia dei lefebvriani e i modernisti resteranno confermati nei loro errori e assumeranno un atteggiamento arrogante, il che non porterà a nessun risultato. Il Papa deve fare in modo che i lefebvriani si sentano compresi e apprezzati nelle loro buone ragioni, cosa che il Papa finora non ha fatto, cadendo anzi nel disprezzo e nell’insulto. Essi, però, da parte loro, devono sforzarsi di accogliere fiduciosamente tutte le dottrine del Concilio, come li ha esortati più volte Papa Benedetto XVI e, per conseguenza, il magistero pontificio seguente fino a Papa Francesco.

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Per quanto riguarda i modernisti, il Papa deve seguire lo stesso metodo applicato per i lefebvriani: riconoscere i lati buoni e correggere i difetti. Lato buono dei modernisti, che è sfuggito ai lefebvriani, che lo hanno frainteso, è l’attenzione al pensiero moderno e la volontà di ammodernamento e di progresso della Chiesa. Ma se per la Chiesa è relativamente facile rimediare agli errori dei lefebvriani, tutto sommato pochi di numero e abbastanza compatti un fatto di dottrine e di costumi, impresa gigantesca e al di sopra delle forze della Chiesa appare l’opera di correzione degli errori dei modernisti, sia perché essi sono sparsi per tutta la Chiesa, tra i pastori e tra i fedeli, e sia perché gli errori sono svariatissimi e toccano tutti i dogmi della fede. Volendo fare un paragone tratto dalla nettezza urbana, il far pulizia in campo lefebvriano sta al far  pulizia in campo modernisti, così come il far pulizia in una città svizzera sta al curare la nettezza urbana di Napoli.

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Tuttavia un punto di accordo tra il Papa, i lefebvriani e i modernisti si potrebbe trovare attorno al problema Rahner. Infatti, mentre i modernisti considerano Rahner il loro più grande teologo, i lefebvriani hanno acutamente individuato in Rahner il pericolo maggiore per la Chiesa di oggi. A questo punto il Papa — sarebbe ormai ora — dovrebbe decidersi con coraggio, succeda quel che succeda,  a condannare gli errori di Rahner, dando una giusta soddisfazione ai lefebvriani e a tutti gli amanti della verità e della Chiesa. Tuttavia le cose non sono così semplici, perché in realtà Rahner dette un contributo alle dottrine del Concilio. È a questo punto che i lefebvriani passano dalla parte del torto e quindi bisogna che il Papa li corregga, perché essi considerano come modernista il contributo rahneriano al Concilio. Da qui il loro rifiuto di tali dottrine considerate come moderniste, il che è falso, perché i lefebvriani interpretano quelle dottrine nel senso del modernismo rahneriano; e invece lì Rahner dette un contributo positivo, altrimenti esso non sarebbe stato approvato dal Concilio. Se il Papa riuscirà a mostrare ai lefebvriani e ai modernisti i punti sui quali s’incontrano tra di loro e se gli uni egli altri accetteranno le correzioni pontificie, la pace sarà fatta.

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Lo Spirito Santo e la Madonna sostengano il Papa nella sua missione di guida della Chiesa nella verità, nell’unità, nella santità, in un sano pluralismo e nella concordia, in una rinnovata evangelizzazione, che allarghi i confini della Chiesa visibile, vinca le forze ad essa ostili, converta le religioni a Cristo, riconduca i fratelli separati alla Santa Madre Chiesa, mostrando al mondo il volto di Dio giusto vindice degli umiliati, misericordioso consolatore degli afflitti, liberatore degli oppressi, vincitore del peccato e della morte.

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Varazze, 14 settembre  2018

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(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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