il problema non è Eugenio Scalfari ma l’uomo Jorge Mario Bergoglio carente di prudenza ed equilibrio mentale, che però potrà essere ugualmente un prezioso strumento della grazia di Dio

Le imprudenze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e il nostro servizio vigili del fuoco

IL PROBLEMA NON È EUGENIO SCALFARI MA L’UOMO JORGE MARIO BERGOGLIO CARENTE DI PRUDENZA ED EQUILIBRIO MENTALE, CHE PERÒ POTRÀ ESSERE UGUALMENTE UN PREZIOSO STRUMENTO DELLA GRAZIA DI DIO

 

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Tra le varie manifestazioni di grave imprudenza del Sommo Pontefice Francesco I v’è anche l’ostinazione senile a perseverare testardamente ad interloquire con un soggetto pericoloso come Eugenio Scalfari, costringendo poi gli organi ufficiali della Santa Sede a fare la pubblica figura degli utili idioti quando non potendo essi affermare che la Chiesa oggi è in mano ad un imprudente, si arrampicano sugli specchi per spiegare che l’interlocutore non ha ben compreso, o che quell’incontro era solo un colloquio privato e non un’intervista. Ebbene domando, Signori degli organi ufficiali della Santa Sede: ritenete — beninteso è solo un esempio accademico! —, che dinanzi ad un monarca più pazzo di Re Giorgio III di Hannover, la cosa migliore da farsi sia forse quella di prendere in giro il popolo spiegando ad esso che sono gli altri ad avere equivocato, mentre questi si presentava saltellando vestito della sola camicia da notte bianca nella sala del trono a ricevere i più alti dignitari della Camera dei Lords in visita ufficiale?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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amicizie pericolose …

Liutprando vescovo di Cremona, agli inizi del X secolo, nel suo De rebus gestis Ottonis Magnis Imperatori, riporta una frase attribuita a questo famoso monarca che sul giovane Pontefice Giovanni XII [Roma 937 – Roma 964], eletto al sacro soglio nell’anno 955 all’età di appena diciotto anni, ebbe a dire:

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«Puer inquid, est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum, che tradotto significa: «Il Papa è ancora un ragazzo e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili» [testo originale leggibile QUI]

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Da allora ad oggi sono trascorsi più di mille anni, ma ogni tanto la storia riserva delle strane sorprese, ed in modi diversi nella forma, simili però nella sostanza delle diverse persone, purtroppo si ripete. E, come ci insegna la sapienza greca, se l’epico inizio è stato segnato dalla nobile tragedia, la fine — o come nel nostro caso ecclesiale ed ecclesiastico la decadenza irreversibile — è segnata invece da quella satira che tutto quanto annega nel ridicolo. Detto questo preciso: chiunque intenda dissentire da questo comprovato dato di fatto storico-sociale, non se le prenda con me, ma con la storia greca, i greci e la loro letteratura. Io mi sono limitato soltanto a riportare un dato di fatto che nessuno studioso che sia veramente competente e serio può in alcun modo negare e smentire: la decadenza giunge sempre al proprio apice sprofondando nella satira. Basti solo pensare ai periodici scandali del clero, ed in specie quelli a sfondo sessuale, con gli immancabili teatrini dei preti gay pizzicati in situazioni così incredibili nella loro grottesca assurdità, che non destano neppure più indignazione, ma solo risate, proprio come se il tutto fosse una vera e propria commedia comica sulla quale ridere, ma non certo prendere sul serio.

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Così, nella satira in cui ormai siamo sprofondati, siamo stati scossi proprio all’inizio del Triduo Pasquale  dalle parole pubblicate dal fondatore del quotidiano La Repubblica, che ha attribuito al Sommo Pontefice Francesco I delle espressioni che toccano il cuore stesso del mistero della salvezza:

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«Santità» ― domanda Eugenio Scalfari ― «nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive? Dove vengono punite?». A questa domanda il Sommo Pontefice avrebbe risposto: «Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici» [vedere testo, QUI, QUI].

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Pure il più superficiale conoscitore del Catechismo della Chiesa Cattolica capisce che in questa risposta sono racchiuse gravi eresie non formali ma sostanziali. Poco dopo la diffusione del testo — con tutto ciò che questa notizia ha comportato e scatenato nella giornata del Giovedì Santo — giunge la smentita della Santa Sede:

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«Il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre» [ testo ufficiale QUI].

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Caravaggio: flagellazione di Cristo alla colonna nel pretorio di Pilato

Pacifico il fatto che la toppa è peggio dello strappo, dato che l’ennesima sberla è giunta comunque sulla faccia dei Christi fideles all’inizio del Triduo Pasquale, mentre il Sommo Pontefice è impegnato in quello che ― e lo dico senza irriverenza ― potremmo definire come il teatrino ideologico bergogliano meglio noto come la sciacquata dei piedi in carcere, fatta indistintamente a uomini e donne, cristiani e non cristiani. Su questo teatrino non intendo ripetermi, ne ho già scritto in passato ed in toni tutt’altro che ironici [vedere articolo QUI]. Basti infatti ricordare che in questo giorno santo, noi presbiteri, festeggiamo la istituzione del Sacerdozio e della Santissima Eucaristia; anche se questo giorno è stato ormai mutato dal Pontefice regnante nel tripudio bergogliano della pedicure al carcerato.

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Reputo purtroppo inutile ricordare al Sommo Pontefice ― che come scrissi di recente non è neppure una psicologia provinciale, poiché appartenente a quella sotto-categoria del provincialismo che è il quartieralismo [vedere articolo QUI] ― che questo gesto contenuto nel Vangelo del Beato Apostolo Giovanni acclamato proprio nella Missa in Coena Domini [cf. Gv 13, 1-15], dal Cristo Signore è compiuto sugli Apostoli scelti come Sacerdoti della Nuova Alleanza e come ministri dispensatori e custodi della Santissima Eucaristia.

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Caravaggio: Cristo coronato di spine

E mentre pel gaudio dei membri del Partito Radicale, nella logica dei quali non sussiste il concetto “povere vittime dei reati”, bensì “poveri carcerati che i reati li hanno commessi” — il tutto secondo la stessa diabolica logica del “povere donne che hanno abortito”, mai invece “poveri bambini uccisi dalle loro madri con l’aborto” —, il Sommo Pontefice ha di nuovo ignorato che nella sua stessa Diocesi di Roma vi sono Vescovi e Presbìteri anziani, infermi e gravemente ammalati, che hanno trascorso le loro esistenze a servire la Chiesa di Cristo e ad essere fedeli dispensatori dei Sacramenti di grazia. Alcuni sono ricoverati in ospedale, altri vivono in strutture clinico-geriatriche perché non più autosufficienti e per questo bisognosi di essere assistiti anche per recarsi semplicemente ai servizi igienici, ammesso vi si possano recare e che non debbano invece espletare i propri bisogni corporali a letto, con l’assistenza che ciò richiede e con tutto il senso di disagio e di umiliazione che questo comporta per qualsiasi essere umano. In ogni caso, ciò che solo importa è che il Sommo Pontefice — che da subito s’è dichiarato proveniente dall’altra parte del mondo e che dopo questo annuncio non ha tardato a cominciare a far cose dell’altro mondo —, vada a sciacquare i piedi a dei giovanottoni in perfetta salute fisica che in carcere non si trovano per ingiustizia, ma perché hanno commesso crimini di vario genere; perché hanno usato violenza verso altri esseri umani, hanno derubato persone dedite all’onesto lavoro, comprese persone che stentano a far giungere le proprie famiglie alla fine del mese, hanno spacciato droga, hanno sfruttato la prostituzione, hanno commesso stupri e via dicendo, ed il tutto, beninteso, con buona pace dei membri del Partito Radicale che inneggiano al ”povero carcerato” ed altrettanta buona pace del Pontefice regnante che va a sciacquare i piedi a questi angeli di Dio.

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A tutti noi il Sommo Pontefice dovrebbe insegnare che Cristo Signore ci esorta dicendo: «ero carcerato e mi avete visitato» [cf. Mt 25, 36]. Cristo Signore non afferma affatto: «ero carcerato e mi avete lavato i piedi», perché i piedi, Cristo Dio, li ha lavati solo agli Apostoli da Lui scelti e da Lui consacrati Sacerdoti della Nuova Alleanza, tutto il resto è da considerare solo una sorta di moderno Vangelo apocrifo che potremmo ragionevolmente titolare “Il Vangelo secondo Jorge Mario Bergoglio”.

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Caravaggio: particolare dei piedi nell’opera Madonna dei pellegrini

È per ciò legittimo chiedersi come mai, il Giovedì Santo, il Pontefice giunto dall’altra parte del mondo che pare anelare a far cose dell’altro mondo, per dare esempio di umiltà e di quello spirito di servizio al quale ci esorta Cristo Signore lavando Egli per primo i piedi ai suoi discepoli ― e si noti, ai suoi discepoli, non ai carcerati né alle puttane di Gerusalemme ―, non si rechi invece presso qualche centro di geriatria a porgere il pappagallo per le orine o la padella per defecare a qualche santo Vescovo e Sacerdote infermo che ha trascorso tutta la propria vita a servire Cristo e la sua Chiesa, non certo a rubare, a stuprare, a lucrare sulla prostituzione ed a spacciare droga come gli angeli di Dio resi oggetto della liturgia bergogliana dello sciacquo annuale dei piedi. Detto questo aggiungo: l’uomo Jorge Mario Bergoglio, giunto dall’altra parte del mondo e di fatto cimentato da cinque anni a far cose dell’altro mondo, alla propria coscienza di uomo e di Successore del Principe degli Apostoli dovrebbe rivolge questa domanda: mentre lui trovava tempo e forse anche diletto a ricevere Eugenio Scalfari, dispensando ad esso un tempo prezioso che da Dio è stato concesso alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I per ben altri scopi e alte missioni, quante volte è stato informato che Vescovi e Sacerdoti, inclusi diversi di sua diretta e stretta conoscenza, erano ricoverati in ospedale, erano stati sottoposti a grandi ed invasivi interventi chirurgici, o che si trovavano in degenza presso i vari centri di riabilitazione e via dicendo a seguire? E quante volte, la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I, sebbene informato, si è ben guardato dal prendere il telefono ― del quale da sempre fa ampio uso e abuso ― per rivolgere a costoro un augurio ed un segno di apostolica vicinanza, proprio come fece chiamando persino due figli di Lucifero del calibro di Marco Pannella ed Emma Bonino, invitandoli diversamente a «tenere duro», sebbene non si sappia su che cosa il padre e la madre dell’aborto, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, dell’omosessualismo, del matrimonio tra coppie delle stesso sesso e dei bambini dati ad esse in adozione o dalle stesse acquistati da uteri in affitto, avrebbero dovuto e dovrebbero seguitare a «tenere duro»? [cf. QUI, QUI].

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Caravaggio: il bacio di Giuda

Il tutto a riprova che per la prima volta nella storia ci troviamo a fare i conti con un legittimo Successore di Pietro che rischia di entusiasmare tutti i peggiori nemici di sempre della Chiesa e del Cattolicesimo, salvo creare sconcerto e smarrimento nei Christi fideles, mentre Eugenio Scalfari ― e non solo lui ―, inneggia al Papa rivoluzionario, in coro con quell’altra brutta persona di Antonio Spadaro, che fa da controcanto inneggiando al «leader rivoluzionario» [cf. QUI], entrambi ignari che il concetto di «rivoluzione» e «rivoluzionario» non è applicabile alla Chiesa ed al papato, presi come sono dalla loro drammatica e distruttiva deriva utopista e secolarista [cf. Giovanni Cavalcoli, O.P, QUI]. Farlo comporterebbe infatti confinare la Chiesa per un verso, il papato per altro verso, entro schemi e riduttive logiche socio-politiche tutte quante mondane, legate ad un presente fondato sul tutto e subito e non teso verso alcuna prospettiva escatologica. E fu proprio questo duemila anni fa l’errore di certi giudei, che nel Cristo intendevano vedere quel “rivoluzionario” che li avrebbe liberati dal dominio romano, mentre ben più alta era la sua missione: liberarli dal peccato, sino a divenire l’Agnello di Dio che lava il peccato dal mondo [cf. Gv 1, 29-34]. Tra questi, uno che nel Cristo vedeva un leader di tal fatta, un rivoluzionario, un capo popolo liberatore, ma rimanendo molto deluso nel capire quanto Egli non fosse né intendesse esser tale, era un personaggio noto come Giuda Iscariota, una sorta di socio-politologo alla Antonio Spadaro di venti secoli fa, il quale perlomeno, dopo avere tradito il Divino Maestro, non si mise a lanciare tweet sconclusionati e interviste che sovvertono i principi basilari della ecclesiologia. Infatti, Giuda Iscariota, con un gesto per così dire “coerente” e drammatico s’impiccò, cosa che avvenne perché egli era un giudeo a suo modo “coerente” con la propria totale chiusura alle azioni di grazia del Cristo, non era un gesuita trasformista sulla cresta dell’onda del momento, convinto che questo momento non passerà mai, perché la cosiddetta «rivoluzione» si baserebbe a dire di costoro su dei «mutamenti epocali irreversibili». Ricordiamo infatti al povero Spadaro — ma di passaggio anche al Preposito generale della Compagnia di Gesù Padre Arturo Sosa, dichiaratosi più volte amenamente affetto da orticaria dinanzi alle rigidezze della dottrina [cf. QUI] — che irreversibili, nella Chiesa di Cristo, sono solo quei dogmi della fede che oggi taluni Giuda vorrebbero reversibili per meglio imporre i propri dogmi umani, talvolta anche apertamente diabolici. Tutto questo in nome della loro celebrata e sfacciatamente dichiarata irreversibilità, costruita su un momento presente che non deve passare, perché è il tutto e subito che a loro interessa, non le cose ultime ed eterne. E queste, a ben pensarci, sono le forme e le espressioni dell’ateismo peggiore: l’ateismo ecclesiastico.

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Della personalità del Sommo Pontefice Francesco I, ad inquietarmi è quella sua grave mancanza di prudenza che solo i ciechi ed acritici sostenitori della giustezza e della opportunità di ogni suo pur minimo sospiro, non vogliono proprio e in alcun modo vedere; così come, per altri motivi più gravi assai, non vogliono vederla i cortigiani ruffiani anelanti all’agognato scatto di carriera, per giungere al quale oggi si sono ammantati di poveri, di povertà, di profughi e di periferie esistenziali. E, tra le varie manifestazioni di grave imprudenza del Sommo Pontefice Francesco I v’è anche l’ostinazione senile a perseverare testardamente ad interloquire con un soggetto pericoloso come Eugenio Scalfari, costringendo poi gli organi ufficiali della Santa Sede a fare la pubblica figura degli utili idioti quando non potendo essi affermare che la Chiesa oggi è in mano ad un imprudente, si arrampicano sugli specchi per spiegare che l’interlocutore non ha ben compreso, o che quell’incontro era solo un colloquio privato e non un’intervista. Ebbene domando ai Signori degli organi ufficiali della Santa Sede: ritenete — beninteso è solo un esempio accademico! —, che dinanzi ad un monarca più pazzo di Re Giorgio III di Hannover [cf. QUI], la cosa migliore da farsi sia forse quella di prendere in giro il popolo e di trattarlo come un insieme di perfetti cretini ai quali spiegare che sono solo gli altri ad avere equivocato, mentre Sua Maestà si presentava saltellando vestito della sola camicia da notte bianca nella sala del trono a ricevere i più alti dignitari della Camera dei Lords giunti in visita ufficiale? Voi lo capite, Signori degli organi ufficiali della Santa Sede, che siffatta corsa di Giorgio III nella sala del trono in camicia da notte, è cosa meno folle e soprattutto meno imprudente rispetto alla testarda ostinazione da parte del Pontefice regnante a voler in tutti i modi interloquire con un soggetto come Eugenio Scalfari?

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Caravaggio: il rinnegamento di Pietro

Partiamo allora da San Tommaso d’Aquino, tramite il quale possiamo apprendere quanto la prudenza abbia una sua precisa collocazione che procede attraverso una definizione altrettanto precisa: «Prudentia est auriga virtutum» [Summa Th. I-II, q.58 a.5]. La prudenza è il carro che traina tutte le altre virtù cardinali [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1806], è la genitrix virtutum, la guida e la madre di tutte quante le virtù morali, in assenza della quale nessuna di queste virtù possono giungere a quel loro atto formale e sostanziale che è il retto comportamento virtuoso. Non è affatto sufficiente il desiderio di voler essere giusti e temperanti, perché occorre cogliere e poi seguire quella linea di condotta mediante la quale  si realizzano e si concretano la giustizia o la temperanza. Senza questa azione, che è propria della prudenza intesa come auriga virtutum e genitrix virtutum, le altre virtù rimarrebbero solamente lettera morta, perché non potrebbero esprimersi, non avrebbero proprio come esprimersi, quindi non giungerebbero mai a consolidarsi nella persona rendendola veramente e autenticamente virtuosa, meno che mai giusta.

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Alla scuola dell’Aquinate apprendiamo così che la prudenza non è soltanto la prima tra le virtù cardinali, perché essa, le altre virtù, le guida tutte, in quanto «ratio connectionis virtutum moralium». Dunque la virtù della prudenza possiede questa autonomia dell’ordine morale naturale. In entrambi gli ordini vi è una virtù connettente, cioè una virtù che connette tutte le altre, dà la forma — per così dire — alle altre virtù. E l’Aquinate dice ancora che nelle vicende che riguardano l’operare, in operationibus, o l’agire, in agilibibus, la forma si prende o si desume dal fine. Perciò quella virtù che più da vicino dispone al fine ultimo dell’esistenza umana, è la virtù che dà la forma alle altre virtù e le connette tra loro [su prudenza e connessione, cf. Tomas Tyn, O.P. Lezioni sulla Prudenza, Bologna, 1988].

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Caravaggio: Ecce Homo

L’uomo privo di ragionevolezza si comporta pertanto in modo eccessivo, indugiando alla umoralità ed alla irrazionalità. E, indugiando in questi eccessi, l’uomo privo di ragionevolezza non riesce a moderarsi e ad adeguarsi alla misura ed al reale, sino a cadere per inevitabile e logica conseguenza nello squilibrio e nel surreale, perché l’uomo irragionevole è sempre e di per sé un uomo privo di misura, scisso dalla realtà e quindi povero o privo di equilibrio. Sinceramente, analizzando la personalità ed i fatti, temo che l’uomo Jorge Mario Bergoglio sia carente di equilibrio e che — come ebbi a scrivere oltre un anno fa — «i veri “dubia” sono quelli circa la sua lucidità mentale, però nessuno lo dice» [cf. QUI]. E nessuno lo dice, tra l’esercito di pavidi clericali che imperversa oggi nella Chiesa, pur se i fatti dimostrano che egli crea divisioni spesso anche gravi e drammatiche, non offre al Popolo di Dio certezze ma dubbi, alla chiarezza richiesta dal linguaggio dottrinale preferisce anteporre espressioni ambigue interpretabili a doppio senso, generando in tal modo sbandamento nei Vescovi, nei Presbiteri e nel corpo dei Christi fideles. Accarezza i lupi rapaci, solidarizza e mostra grandi aperture verso le pecore disperse nelle praterie delle eresie luterane, salvo prender poi a bastonate le pecore fedeli rimaste dentro il cattolico ovile. È capace a dire in modo deciso e chiaro “si” o “no”, solo quando si tratta di quegli elementi che vanno ormai letti nell’ambito delle sue nevrosi ossessive: profughi, migranti, poveri ideologici ed ecologia, mentre su tutto l’altro resto, incluse delle norme basate su verità di fede, impera il “forse” e alla fine il peggiore e più devastante “fate voi”. Ha mostrato verso il mondo islamico un ossequio a dir poco improvvido, ha ripetutamente definito l’Islam come religione di pace e di amore, ignorando totalmente, in modo pericolosamente acritico, ch’esso nasce e prende vita da un complesso assembramento di messaggi mescolati assieme da un falso profeta, ed ignora altresì che proprio in virtù dei non pochi figli violenti e assassini che prendono le mosse da questa religione di pace e di amore, tutti i dintorni della Città del Vaticano sono blindati per evitare attacchi terroristici. Ignora altresì che la storica Via della Conciliazione, ininterrottamente aperta dal 1929 sino ai giorni recenti, è stata chiusa al traffico con colonnine di cemento e ringhiere di ferro poste al suo inizio per evitare che qualche fondamentalista islamico, in nome della pace e dell’amore, s’intende, si lanciasse con un mezzo imbottito di cariche esplosive in direzione della Piazza San Pietro in mezzo alla gente, o meglio tra gli infedeli. Ora, siccome i fatti non passibili di facile smentita sono questi, mi domando: come possiamo parlare di costui come di un uomo prudente ed equilibrato? Non parliamo poi dell’uomo di governo che mostra ormai da anni di essere capace a scegliere una appresso all’altra delle figure molto dannose alla Chiesa, imponendo soggetti che però fanno parte del suo cosiddetto «cerchio magico», o che sono riusciti a godere delle sue simpatie prive di prudenza e soprattutto di quel senso del governo illuminato dalla grazia dello Spirito Santo in virtù del quale, ormai da anni, l’uomo Jorge Mario Bergoglio avrebbe dovuto cessare di essere tale per essere solo ed unicamente il Sommo Pontefice Francesco I, fedele servum servorum Dei.

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Vogliamo usare in tal senso un paradigma anch’esso non passibile di facile smentita, per chiarire in qual misura questo Pietro non abbia mai abbandonato il proprio essere stato in precedenza Simone? Presto detto: il Pontefice regnante, ignorando o forse fingendo d’ignorare che egli è, tra le varie cose, anche Sovrano Capo di uno Stato che col proprio chilometro quadrato di territorio garantisce la preziosa indipendenza del Romano Pontefice da qualsiasi potere politico secolare, nel 2014 ci dona una delle sue splendide perle rinnovando — ovviamente sotto i riflettori e con tanto di foto pubblicate e diffuse [cf. QUI] — il passaporto della Repubblica Argentina (!?) [cf. vedere QUI]. Benediciamo quindi Dio se alle ultime elezioni, il cittadino Jorge Mario Bergoglio, all’anagrafe Sommo Pontefice e Vescovo di Roma di professione, non si sia recato nel proprio Paese di origine a votare per le elezioni presidenziali. E, detto questo, credo sia detto più o meno tutto, a partire dal mio inciso iniziale di apertura: dall’epica tragedia, quando si scivola nella decadenza, si finisce sempre nella farsa della satira grottesca. E, sinceramente, noi ecclesiastici abbiamo ormai superato le pagine più esilaranti degli antichi satiri romani. Ma, come tutti i buffoni, siamo tali e ce ne vantiamo. E, più tentiamo di prenderci sul serio, più il pubblico ride di noi, perché da sempre, a partire dall’antico teatro, nulla è più comico e grottesco del buffone che si prende parecchio sul serio. Il problema però è che se il pubblico esterno ride divertito, i figli del buffone invece piangono; e piangono di dolore, nel vedere il proprio amato e venerato padre cimentarsi in siffatte e imprudenti buffonate, attraverso le quali sarà infine affidato al severo giudizio della storia, oltre a quello forse ancòr più severo di Dio. Ecco perché l’uomo Jorge Mario Bergoglio suscita imbarazzo nei fedeli ma è esaltato dal mondo non cattolico e da tutti i peggiori nemici di sempre della Chiesa: perché ci sta facendo sprofondare nella satira. Non è vero che egli ha spogliata la Chiesa dei suoi cosiddetti «orpelli principeschi rinascimentali», l’ha spogliata giorno dietro giorno di divina dignità.

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Caravaggio: deposizione di Cristo dalla Croce

Io che sono privo di ogni velleità di carriera ecclesiastica e che al contrario del fitto esercito degli ecclesiastici vigliacchi che tacciono “prudenti” in attesa di tempi migliori ― al sorgere dei quali verranno alla luce per tentare poi il gran salto sul carro del nuovo condottiero, nella speranza di poter lucrare da lui ogni miglior beneficio e prebenda ―, mai cesserò di dolermi di costoro che, con raro cinismo, dando ormai per finito questo pontificato e attendendo pazienti la morte del Sommo Pontefice, non si rendono conto, sia quanti aspirano al futuro episcopato sia quanti aspirano al futuro cardinalato, che giorno dietro giorno, i danni recati alla Chiesa, sono sempre più gravi. E, se tutto andrà bene, più andremo avanti in questo stato degenerativo, più occorrerà tempo per riparare solo parzialmente questi danni, con un rapporto di proporzione più o meno di questo genere: a fronte di cinque anni di pontificato rovinoso che sono però il risultato di cinquant’anni a monte di devastante rovina sul piano dottrinale, liturgico ed ecclesiale, occorreranno cinquecento anni per porre rimedio a questi danni di cui l’uomo Jorge Mario Bergoglio non è affatto la causa, ma solo la conseguenza ultima. Purtroppo, gli irriducibili aspiranti alle luci della ribalta, di tutto questo non tengono conto, perché sono seriamente e stoltamente convinti che basterà il prossimo conclave per chiudere quello che loro definiscono con raro cinismo come un semplice “incidente di percorso”, quindi voltare immediatamente pagina come se nulla fosse, ed in grande stile. Questi sono i veri e diabolici distruttori della Chiesa, non certo quel povero uomo imprudente di Jorge Mario Bergoglio, che di tutti i decenni di pregressi danni compiuti, è soltanto la prima vittima, o come ebbi a scrivere in un recente passato usando un’immagine allegorica: egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi. 

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Caravaggio: Maria Maddalena addolorata

Dalle Quattro Virtù Cardinali è necessario passare alle tre virtù teologali, delle quali spesso ho avuto modo di parlare nel corso di questi ultimi cinque anni, ricordando che sebbene la più importante di esse è la carità, come ci insegna il Beato Apostolo Paolo [cf. I Cor, 13], al centro di esse, tra la fede e la carità, c’è la speranza, compito della quale, a mio parere, è di unire e amalgamare le altre due grandi virtù. È quindi nell’ottica della speranza che bisogna leggere questo pontificato, attraverso il quale sembra che la Chiesa di Cristo viva paralizzata in un sempiterno Venerdì Santo. Questo Pontefice e questo pontificato hanno una loro grande utilità nella economia della salvezza, non sappiamo ancora quale, Però sono certo che un giorno, forse neppure lontano, capiremo che persino attraverso la umoralità e la palese imprudenza di questo Sommo Pontefice che si palesa privo di equilibrio, Dio ha colmata la sua Chiesa di grazie, l’ha purificata e messa nella condizione di rinnovarsi per davvero.

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Nulla di questo possono però capire coloro che vivono alla giornata, paralizzati nel presente, privi di quella grande prospettiva escatologica futura che è la speranza, quella teologale virtù che lega assieme la fede e la carità; e che infine ci salva, persino dopo essere sprofondati nella satira, tra scimmie che giocano a fare le regine e buffoni di corte che si credono degli autentici dottori della Chiesa, o meglio … della “nuova Chiesa” nata da “rivoluzioni irreversibili”.

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dall’Isola di Patmos, 30 marzo 2018 – Venerdì Santo

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Colloquio con Rocco Buttiglione: «Tomismo e dottrina sui divorziati risposati in Amoris Laetitia», ed una nota finale di Ariel S. Levi di Gualdo

— disputationes theologicae —

COLLOQUIO CON ROCCO BUTTIGLIONE: «TOMISMO E DOTTRINA SUI DIVORZIATI RISPOSATI IN AMORIS LAETITIA», ED UNA NOTA FINALE DI ARIEL S. LEVI di GUALDO

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«Esistono dei casi ― pochi o molti non so ― nei quali il divorziato risposato può avere delle buone ragioni da raccontare al confessore per chiedere di potere essere ammesso alla comunione, nel corso di un cammino di Penitenza e di riavvicinamento alla fede».

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Autore:
Ivo Kerže *

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L’On. Prof. Rocco Buttiglione

Rocco Buttiglione, insigne politico e accademico, non necessita certamente di presentazioni estese per i Lettori de L’Isola di Patmos. Negli ultimi tempi ha esposto il suo nome con una serie di pubblicazioni a difesa della dottrina dell’esortazione post-sinodale Amoris lætitia sulla possibilità di ammettere alla Comunione alcuni divorziati risposati viventi more uxorio. Tra queste pubblicazioni, l’ultima e più completa, è la monografia titolata Risposte (amichevoli) ai critici di Amoris lætitia, che è comparsa lo scorso ottobre in libreria [vedere QUI]. In essa l’impianto argomentativo di Buttiglione fa leva sulle condizioni soggettive di peccato mortale, che si basano sulla piena avvertenza ed il deliberato consenso. Qualche settimana fa ho dedicato a questo libro, è soprattutto alla sua tesi portante circa l’aderenza di Amoris laetitia al tomismo, un articolo su L’Isola di Patmos [vedere QUI]. Dopo alcuni giorni lo mandai all’On. Prof. Rocco Buttiglione che molto gentilmente non ha solamente risposto, ma si è reso disponibile a rilasciare per le colonne telematiche di questa rivista di teologia ecclesiale un’intervista dove abbiamo cercato di appurare la problematica in profondità. Concluda il lettore quale delle due parti, in questa intervista-dialogo, abbia esposto gli argomenti più convincenti riguardo a questa seria questione per la vita della Chiesa. Resta in ogni caso il fatto che, aver potuto dialogare con una persona così profondamente colta e priva di pregiudizi, è un grande piacere, ed al tempo stesso anche un onore, per qualsiasi studioso di scienze filosofiche.

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Ivo Kerže ― Nel Suo libro [par. 2.3] ella afferma, partendo dall’articolo I-II, quæstio. 94, a. 6 della Summa theologiæ di San Tommaso d’Aquino, che la legge naturale è nota a tutti noi per natura quanto ai principi primi, che sono effettivamente molto generici, tra i quali spicca quello fondamentale di fare il bene e fuggire il male. Fin qui siamo tutti d’accordo. Nello stesso brano, però, l’Aquinate parla della possibilità di un oscuramento della legge naturale in noi riguardo alla cognizione dei principi secondi ― sono quelli più concreti, come quelli del decalogo ― e alla cognizione della corretta applicazione dei principi al caso singolo. Lei conclude che, quando avviene un tale oscuramento circa il divieto di adulterio ― che è un principio secondo ―, allora non c’è piena avvertenza e quindi non c’è peccato mortale. In questa prima parte dell’intervista mi fermerei sul primo punto, che riguarda l’oscuramento dei principi secondi, lasciando il tema dell’applicazione per la seconda parte. La mia prima obiezione è che San Tommaso parla nel brano citato che questo oscuramento può essere provocato da «malas persuasiones», «pravas consuetudines» ed «habitus corruptos». Tutte e tre le denominazioni denotano un carattere vizioso ― malas, pravas, corruptos, sembra che quindi presuppongano un’ignoranza colpevole. Oltre a ciò il brano cita ― alla fine della responsio il primo capitolo della Lettera ai Romani dove l’Apostolo tratta appunto di una società corrotta ma in maniera colpevole [cf. 1 Rom 20], perché sapeva cosa era bene fare, ma non lo faceva.

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Rocco Buttiglione ― Il testo della Summa theologiæ, I-II a me sembra chiarissimo. I principi secondari della legge naturale ― e la proibizione dell’adulterio è uno di questi ― possono essere sradicati dal cuore dell’uomo in due modi: per un errore conoscitivo simile a quello che può avvenire anche nella conoscenza speculativa e per un vizio. L’errore conoscitivo è sempre cattivo ma non sempre ne deriva una colpa morale. La mala persuasio può essere un semplice errore senza colpa o può anche essere l’effetto di una cattiva azione di cui il soggetto è vittima piuttosto che protagonista. Pensi ad un bambino cresciuto in una cultura antropofaga cui i genitori e gli altri personaggi autorevoli della tribù abbiano insegnato che uccidere i nemici e mangiarli è un atto meritorio. Il soggetto attivo della mala persuasio è l’educatore cui l’educando si affida. Si può almeno accusare l’educando di essersi affidato all’educatore sbagliato? No, se l’educatore sono i genitori cui il soggetto è inclinato dalla natura stessa ad affidarsi. Diverso è il caso del vizio ma anche in questo caso la colpa è almeno fortemente diminuita se il vizio è appreso da una legittima autorità. 

L’errore è tanto più facile quanto più ci si avvicina al caso singolo. È qui che emerge la differenza fra il saggio e l’indotto. Il soggettivismo non vuole vedere il lato oggettivo dell’etica. Per esso qualunque giudizio della coscienza va accettato perché è la coscienza a creare la norma. L’oggettivismo non vuole vedere il lato soggettivo dell’etica. Per esso la coscienza si limita a trascrivere il giudizio della ragion pratica. L’etica realista vede che il soggetto morale deve obbedire alla coscienza e la coscienza dal canto suo può sbagliare nell’interpretare la norma. In tal caso la coscienza deve essere rispettata ― il soggetto non può essere considerato colpevole per essersi attenuto al giudizio della coscienza ― ma il suo giudizio non deve essere assolutizzato. Esso, piuttosto, deve essere corretto attraverso l’accompagnamento ed il discernimento.

Non dimentichi che un principio cardine dell’etica tomista è conscientia erronea obligat. La coscienza può essere erronea senza colpa. Esiste l’errore in buona fede ed esso scusa o almeno diminuisce la colpa. 

Credo che questi siano principi assolutamente tradizionali dell’etica cattolica (e tomista).

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Ivo Kerže ― Nella Sua interpretazione dei testi tommasiani riguardo alla conoscenza dei principi secondari non trovo espresso ciò che San Tommaso dice in Summa theologiæ I-II, quæstio 100, a. 1, ossia che i principi secondari che sono altresì precetti morali del decalogo («Honora patrem tuum et matrem tua, et, Non occides, Non furtum facies») vengono conosciuti subito (statim, e statim, cum modica consideratione) dalla «ragione naturale di ogni uomo», anche di quello cresciuto in un cultura antropofaga. Sono d’accordo con Lei che le «malas persuasiones» della sopra citata quæstio 94, a. 6 sembrano in contraddizione con ciò che ho citato della quæstio 100, a. 1, proprio perché l’Aquinate le compara agli errori speculativi circa le conclusioni necessarie ― anche se in generale pure gli errori speculativi possono essere colpevoli, se derivano per esempio da noncuranza ―. Penso però che questa sembianza di contraddizione si possa risolvere soltanto distinguendo i principi secondari in quelli morali del decalogo, tra i quali figura il divieto di adulterio. Principi secondari che sono comprensibili «statim» da chiunque, ed in altri precetti ― chiamati dai tomisti anche terziari, anche se San Tommaso non usa questo termine ― che seguono, ma in maniera più complicata dai primi principi, nei quali invece si possono intromettere le «malas persuasiones» e dove si può quindi verificare l’ignoranza incolpevole. Vede qualche altra soluzione di questa sembianza di contraddizione?

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Rocco Buttiglione ― Nella quæstio 100 della I-II, San Tommaso ci dice che ci sono i primi principi che sono immanenti alla ragion pratica, i principi secondi che da essi derivano attraverso il ragionamento immediato e le conseguenze pratiche. Per individuare la giusta conseguenza del principio nel caso concreto occorre essere dotto e l’indotto facilmente può sbagliare senza colpa. 

La quaestio 94 a. 6 aggiunge che, mentre in generale i secondi principi sono noti perché immediatamente derivabili dai primi, tuttavia in alcuni casi essi possono essere sradicati dal cuore dell’uomo. Per capire in che modo questo possa avvenire occorre fare un excursus sulla teoria tomista della attenzione. Perché l’intelletto possa compiere la sua operazione propria è necessaria una certa concentrazione dell’attenzione. Questa però può venir meno o per colpevole decisione del soggetto o anche per circostanze indipendenti dalla sua volontà. Non credo che Pascal abbia mai conosciuto la dottrina tomista dell’attenzione, essa però praticamente coincide con la teoria pascaliana del divertissement

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Ivo Kerže ― Riguardo alla teoria tomistica dell’attenzione San Tommaso riporta in Summa theologiæ, I-II, quaestio 77, a. 2 il caso di un geometra che non fa attenzione ad alcune conclusioni che subito ― anche qui utilizza la parola «statim» ― gli dovrebbero balzare agli occhi. Va bene. Però dall’altra parte San Tommaso in Summa theologiæ I-II, quaestio 6, a. 8, dove tratta dell’ignoranza volontaria, dice che un’ignoranza è volontaria e quindi colpevole quando riguarda ciò che uno può e deve sapere: «dicitur ignorantia voluntaria eius quod quis potest scire et debet». Nel caso della legge naturale si tratta appunto di cose alle quali abbiamo il dovere di rivolgere l’attenzione e, quanto riguarda i principi secondi del decalogo, che possiamo comprendere subito in maniera facilissima. Quindi il caso del geometra qui non entra in gioco, perché non è nostro dovere conoscere la geometria.

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Rocco Buttiglione ― Bisogna sapere però che il Santo Dottore distingue una ignoranza incolpevole ― non so cose che non sono tenuto a sapere ― da una ignoranza colpevole ma non malvagia ― non so cose che sono tenuto a sapere perché sono stato negligente ― e da una ignoranza colpevole malvagia ― non so cose che sono tenuto a sapere perché non voglio essere ostacolato nella mia volontà malvagia―. Il primo tipo di ignoranza esclude la colpa, il secondo la diminuisce, il terzo la aggrava (Summa theologiæ, I-II, quæstio 76, a. 3 e 4). 

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Ivo Kerže ― ma d’altra parte San Tommaso in Summa theologiæ, I-II, quaestio 6, a. 8, dove parla del rapporto tra ignoranza e volontarietà ― anche negli articoli da Lei citati la colpevolezza del ignoranza dipende dall’involontarietà che ne consegue ―, parla in modo diverso del tipo di ignoranza dove non so cose che posso sapere e sono tenuto a saperle ― nel brano della quæstio 76: «scire tenetur et potest», in quello della quæstio 6: «potest scire et debet». Nel brano della q. 76 l’Aquinate dice ciò che ha citato Lei, ossia che una tale ignoranza diminuisce il peccato senza toglierlo del tutto. Nel brano della quæstio 6, invece, dice che una tale ignoranza non può causare l’involuntarium simpliciter. Ma solo l’involuntarium simpliciter ridurrebbe di per sé il peccato grave da mortale a veniale (si veda il De maloin quæstio 7, a. 11, arg. 3, che è secondo me un brano molto importante per il nostro tema). Quindi penso che il testo della quæstio 76 vada inteso nel senso che l’ignoranza di ciò che posso e devo sapere diminuisce la colpa ma non riducendo il peccato grave da mortale a veniale.

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Rocco Buttiglione ― Credo che bisogni ricordare prima di tutto che il peccato è sempre una azione contraria al giudizio della ragione recepito dalla coscienza. Coscientia erronea obligat. Il giudizio può essere errato per l’ignoranza di cose che il soggetto non era tenuto a sapere e non poteva sapere facendo uso della ordinaria diligenza. Può accadere che questa ignoranza riguardi i principi secondi della legge naturale, più spesso riguarda il materiale empirico che costituisce la premessa minore del sillogismo applicativo dei principi secondari al caso concreto. Questa ignoranza scusa interamente. 

Esiste poi una ignoranza che scusa ma non del tutto. Essa riguarda cose che il soggetto è tenuto a sapere ed è in grado di sapere facendo uso della ordinaria diligenza ma non sa. Possiamo dire che questa ignoranza fa derubricare il peccato da mortale a veniale? Non credo che questo si possa dire. Non credo però neppure che si possa dire il contrario: che il concetto di ordinaria diligenza ammetta una quantità infinita di gradazioni e non credo si possa determinare in astratto in questo caso la esatta linea di confine fra peccato veniale e peccato mortale. Quanto è grave la mancanza di diligenza? Quali sono state le sue cause? Etc… Pensi ad uno studente che non ha studiato affatto per l’esame e lo paragoni ad uno che ha studiato bene tutto tranne una nota a piè di pagina. In ambedue i casi vi è un deficit del livello di diligenza dovuta, ma il livello del deficit non è lo stesso.

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Ivo Kerže ― Lasciando adesso il tema della conoscibilità dei principi secondi, passiamo all’altro tema, sul quale fa soprattutto leva nel Suo libro: quello che riguarda la conoscibilità della corretta applicazione dei principi. Mi pare che nella Sua esegesi la distinzione tra precetti positivi e precetti negativi non sia evidenziata abbastanza. Infatti in I-II, quæstio 94, a. 4 l’Angelico cita come esempio di difficoltà, nell’applicazione dei precetti, il precetto positivo della restituzione delle cose depositate. I precetti negativi del decalogo (gli intrinsece mala), come il divieto di adulterio, invece obbligano semper et ad semper, in ogni circostanza applicativa, come viene spiegato nel Commento di San Tommaso alla Lettera ai Romani, c. 13, l. 2. Quindi in questi casi l’errore riguardo all’applicazione non può avere luogo.

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Rocco Buttiglione ― Esistono due ragioni possibili di errore. Una riguarda il contenuto oggettivo del precetto secondario della legge naturale. A secondo delle circostanze il contenuto oggettivo del precetto può variare. Il precetto riguarda ciò che per lo più avviene (quod plerumque accidit) ma patisce eccezioni in circostanze straordinarie. Non è questo il caso degli intrinsece mala. Essi, come Lei osserva giustamente, valgono semper et pro semper. Essi sfuggono a questa prima causa di errore. La seconda causa di errore è contenuta nella natura del sillogismo pratico. La premessa maggiore è inequivoca e certa a priori, la premessa minore è invece empirica e passibile di errore. A questo secondo tipo di errore non si sottrae nemmeno il sillogismo la cui premessa maggiore è una proposizione valida semper et pro semper.

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Ivo Kerže ― Riguardo alla premessa minore empirica nei giudizi pratici non riesco bene a capire in che modo può verificarsi qui un errore nei casi dei divorziati risposati. La premessa maggiore è in questi casi il divieto di adulterio ― «non devo avere relazioni more uxorio con un donna che non è mia moglie» ―, la premessa minore empirica è «questa donna qui, non è mia moglie» Detto ciò domando: secondo Lei esistono persone che confondono la donna con la quale compiono adulterio con la loro moglie? Mi pare di no, o forse in casi di malattia mentale o simili.

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Rocco Buttiglione ― Evidentemente esistono casi di incertezza su quale sia la vera moglie, altrimenti non avrebbero ragione di esistere i tribunali ecclesiastici diocesani, la Sacra Rota e via discorrendo. Un caso evidente a cui si può applicare il riferimento di Amoris lætitia al possibile accesso ai sacramenti per i divorziati risposati è proprio quello della convinzione in coscienza della nullità del primo matrimonio. In questi casi di per sé bisognerebbe adire il tribunale ecclesiastico ma … non tutte le diocesi hanno un tribunale ecclesiastico funzionante, è possibile che testimoni decisivi siano irreperibili o testimonino il falso e che sia quindi impossibile fornire la prova canonica, il giudizio può tardare indefinitamente, è possibile che il giudice si sbagli … I ministri del matrimonio sono i coniugi. Se in essi vi è la volontà di contrarre un vero matrimonio la loro unione realizza il sacramento. Se due divorziati i cui precedenti matrimoni sono nulli si uniscono con una autentica intenzione matrimoniale il loro sarà un autentico matrimonio, anche se illecitamente contratto, proprio come le ordinazioni sacerdotali compiute da un vescovo senza il consenso del Papa sono illecite ma valide. È possibile imporre come pena canonica per il matrimonio illecitamente contratto la separazione? Peggio, si può imporre ad un uomo di abbandonare la donna che egli in coscienza sa ― o crede di sapere ― essere sua moglie per convivere con un’altra che egli invece sa ― o crede di sapere ― non esserlo? La risposta della Summa nel testo del Supplementum, quæstio 45, a. 4 è chiarissima: piuttosto subire la pena canonica o cercare rifugio fra gli infedeli ma non tradire la donna che in coscienza so essere mia moglie.

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Ivo Kerže ― A quanto ne so, però, un matrimonio ― a differenza delle ordinazioni dei ministri in sacris ― se non avviene di fronte ad un rappresentante dell’autorità ecclesiastica, solitamente il parroco, non è soltanto illecito, ma anche invalido. Proprio per questo i matrimoni celebrati nelle comunità della Fraternità sacerdotale di San Pio X non erano validi, fino a quando il Romano Pontefice non ha conferita ai loro sacerdoti questa facoltà nel 2017.

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Rocco Buttiglione ― I ministri del matrimonio sono gli sposi. La presenza del parroco e dei testimoni ha la funzione ― importantissima ― di certificare che di vero matrimonio si tratta ma non attiene alla essenza del sacramento. La Chiesa può, in foro externo, rifiutarsi di riconoscere un matrimonio non canonicamente celebrato ma questa è una disposizione di disciplina ecclesiastica che può per giusta ragione essere derogata. Pensi al caso di scuola di un uomo e di una donna isolati in un paese in cui non ci sono sacerdoti; ed il caso non è tanto di scuola: pensi alla storia drammatica delle chiese clandestine e perseguitate In Giappone, in Corea o in Albania. Il Concilio di Trento ha molto insistito  sulla forma canonica del matrimonio e lo ha fatto per una giusta ragione. Basta leggere William Shakespeare per vedere quanti problemi nascessero dalla “elasticità” delle forme del matrimonio prima del concilio tridentino. Ovviamente il rifiuto senza giusta causa di celebrare il matrimonio nella forma canonica prescritta può costituire colpa grave di disubbidienza alla autorità legittima ed anche dar vita ad una presunzione di invalidità che però, ovviamente, non può essere assoluta,  vale cioè fino a prova contraria. In altre parole il matrimonio celebrato senza il parroco ma con una autentica intentio et affectio coniugalis è vero matrimonio davanti a Dio. L’ordinamento canonico, però, per i suoi fini propri, può rifiutarsi di riconoscerlo. Esso non sa se sia vero matrimonio e pertanto si rifiuta di considerarlo come tale. Più esattamente: il matrimonio sussiste se il contenuto dell’atto di volontà dei coniugi coincide con il contenuto del matrimonio cristiano. Se questo contenuto non è stato accertato nelle forme prescritte dal diritto canonico l’ordinamento canonico non ha una certezza a questo proposito e presume che non vi sia un autentico matrimonio. Di qui i problemi ― fortunatamente superati ― per il riconoscimento dei matrimoni celebrati dai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X.

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Ivo Kerže ― Comunque mi pare che qui abbiamo esulato dal tema della Comunione ai divorziati risposati. Il divorzio presuppone in origine un matrimonio valido. Il caso della nullità di questo matrimonio che Lei ha messo qui in rilievo mi pare un tema diverso.

 

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Rocco Buttiglione ― Non proprio. Il divorzio non presuppone un matrimonio valido ma semplicemente la scelta delle parti di adire il giudice civile invece di quello ecclesiastico. Possono fare questa scelta perché convinti che il giudice ecclesiastico non scioglierebbe il vincolo ma anche perché non credenti o anche semplicemente perché vogliono regolare i loro rapporti economici e per il momento non intendono entrare in una nuova relazione. Accade che più tardi, dopo essersi risposati, alcuni vogliano tornare ai sacramenti. Si presentano allora situazioni ingarbugliate che i tribunali ecclesiastici non sempre sono in grado di risolvere.  Facciamo solo un caso, quello probabilmente più frequente. Due giovani battezzati solo superficialmente evangelizzati contraggono matrimonio. Ogni matrimonio fra battezzati è un sacramento. Perché sia un sacramento, però, basta che le parole della formula matrimoniale siano pronunciate? Oppure occorre che esse siano intese nel senso della  Chiesa Cattolica ― per esempio includendo la volontà di avere dei figli, l’obbligo della fedeltà, l’impegno alla testimonianza reciproca dell’amore di Dio in tutte le circostanze della vita etc … ―. Che succede se la formula è stata pronunciata senza intendere ciò che essa davvero voleva significare? La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede si è occupata del problema ed il suo prefetto, Cardinale Joseph Ratzinger, era incline a ritenere che in quei casi non vi fosse un vero matrimonio ma ritenne che l’argomento dovesse essere ulteriormente approfondito.

 Che fare se in questo, ed in altri casi simili, non fosse possibile produrre la prova canonica della nullità ma il confessore si convincesse non solo che il penitente è convinto in buona fede che il vero matrimonio sia il secondo ma anche che egli con ogni probabilità ha ragione? Ammetterlo alla comunione, dopo avere preso tutte le precauzioni opportune per evitare lo scandalo, sarebbe davvero così sbagliato?

Bisogna ricordare il fatto che la sentenza del tribunale ecclesiastico è meramente dichiarativa. Essa non annulla un matrimonio valido ma dichiara che il matrimonio non è mai stato valido. È possibile che i giudici vengano ingannati e dichiarino nullo un matrimonio che invece è valido? Nonostante tutti gli sforzi e tutta la diligenza è possibile. È possibile che i giudici siano tratti in inganno e dichiarino valido un matrimonio che invece è nullo? È possibile, anzi è ancora più possibile perché il tribunale agisce sulla base di una presunzione di validità del vincolo. In altre parole il tribunale dichiarerà che il vincolo sussiste in tutti i casi dubbi nei quali non c’è la prova della invalidità e nemmeno quella della validità. Ancora più possibile è che gli interessati non abbiano la possibilità di adire il tribunale ecclesiastico.

Esistono dei casi ― pochi o molti non so ― nei quali il divorziato risposato può avere delle buone ragioni da raccontare al confessore per chiedere di potere essere ammesso alla comunione, nel corso di un cammino di Penitenza e di riavvicinamento alla fede.

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17 marzo 2018

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* Nato a Trieste nel 1976. Essendo di nazionalità slovena intraprese gli studi alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Lubiana dove ha conseguito la laurea nel 2000, il magistero nel 2001 ed il dottorato nel 2007 in filosofia concentrandosi sopratutto sulla filosofia tomista. Per lunghi anni è stato collaboratore di Tretji dan che è una delle principali riviste dedicate al pensiero cattolico in Slovenia. Nel 2008 fu pubblicata presso la collana Claritas la sua prima opera monografica dal titolo Začetek slovenske filozofije (L’inizio della filosofia slovena). Attualmente insegna filosofia al liceo diocesano di Maribor. In Italia collabora dal 2014 con la rivista Sensus Communis diretta da Antonio Livi.

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UNA NOTA FINALE

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Giovanni Cavalcoli, O.P. e Ariel S. Levi di Gualdo

Padre Giovanni Cavalcoli, O.P. e io, ormai noti come i Padri de L’Isola di Patmos, ringraziamo il filosofo anziano ed il filosofo giovane per questo loro colloquio: l’On. Prof. Rocco Buttiglione e il Dott. Ivo Kerže, perché il loro è un colloquio che ci rallegra e che ci onora profondamente.

Questo dialogo rappresenta infatti il proficuo scambio che per secoli ha caratterizzato le migliori e più feconde disputationes theologicæ, prima che si giungesse ai tempi attuali nei quali si è scivolati nella peggiore umoralità farisaica in nome della difesa di una verità che per molti è tale solo perché soggettiva, il tutto manifestato attraverso quel iocentrismo che si è sostituito ― come da anni vado lamentando ―, al cristocentrismo. Il tutto procede a spron battuto soprattutto per mezzo di vecchie eresie di ritorno, oggi purtroppo più attuali di ieri e delle quali parla il recente testo della Placuit Deo, commentato pochi giorni dopo la sua uscita da Padre Giovanni Cavalcoli e da me [vedere QUI].

Proprio come spiegavo questa mattina a Roma alle Suore dello Spirito Santo nella meditazione al Santo Vangelo del giorno [cf. Gv 7, 40-53]: Se scribi e farisei non credono, nessuno allora deve credere. Così, la loro non-fede, diviene certezza di verità che Cristo Gesù non è da Dio, mentre invece egli è proprio θεὸν εκ θεοῦ, φῶς ἐκ φωτός, Θεὸν ἀληθινὸν ἐκ Θεοῦ [Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero].

È davvero terribile pensare di poter affermare, come i farisei narrati in questo brano del Santo Vangelo [cf. Gv 7, 40-53] che se io non credo, allora Cristo Signore è falso e che pertanto neppure tu, devi credere. Il tutto sulla base del fatto che la mia fede viene elevata a certezza per la fede tua. Se per ciò io credo, tu credi, ma se io non credo, tu non devi credere, perché è da me che promana quella certezza che regge la verità.

Ricordo sempre un articolo scritto da Padre Giovanni Cavalcoli alcuni anni fa, nel quale egli dedica parole severe alla superbia peggiore: la superbia intellettuale, che non a caso egli definisce come «apologia della superbia» [vedere QUI,  QUI].

Questo agire è la orrenda bestemmia contro lo Spirito Santo, quella per la quale Cristo Dio ammonisce:

«Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» [cf. Mt 12, 31-32]

La mancanza di remissione è dovuta al fatto che questo genere di bestemmia non solo chiude, perché la conseguenza di siffatta chiusura è la distruzione di ogni azione di grazia. Per questo, la Chiesa che da Cristo Dio ha ricevuto il mandato di assolvere dai peccati i peccatori [cf. Gv 20, 19-31], non ha facoltà di concedere remissione per il grave peccato contro lo Spirito Santo dell’impenitente totalmente refrattario a qualsiasi forma di pentimento ed ostinato nel peccato [cf. Sant’Agostino, discorso n. 71 sulla bestemmia contro lo Spirito Santo, testo in italiano QUI].

I peccati contro lo Spirito Santo, noti come «bestemmia contro lo Spirito», sono sei, ed è bene forse ricordare ch’essi sono: l’impugnazione della verità conosciuta e l’invidia dei doni di grazia, ai quali si aggiunge il tentativo di distruggere i doni di grazia altrui; la disperazione della salvezza e la presunzione di salvarsi senza merito; l’ostinazione nel peccato e l’impenitenza finale.

Oggi, la «bestemmia contro lo Spirito», a parere mio ― e beninteso sia, è un parere tanto modesto quanto personale ―, non si manifesta più in modo per così dire “classico”, ma in forme parecchio più raffinate e gravi, per esempio attraverso quel processo d’inversione diabolica mediante il quale il bene diviene male ed il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, la verità rivelata eterodossia e l’eterodossia l’unica autentica verità rivelata. Tutto questo conduce inevitabilmente a vivere ostinatamente nella bestemmia, nel peccato sino alla morte; quello stato terribile di peccato che San Tommaso d’Aquino indica come «ostinazione nel peccato» [Summa Theologiæ, II-II, 14, 2].

I nostri due filosofi, dialogando hanno mostrato il desiderio profondo che li spinge a cercare la verità, mai però a imporre la propria verità, perché la verità ― e con essa la grazia ed il perdono di Dio ―, rimane racchiusa nel mistero imperscrutabile del cuore di Colui al quale acclamiamo: Πιστεύομεν εἰς ἕνα Θεόν, Πατέρα Παντοκράτορα, ποιητὴν οὐρανοῦ καὶ γῆς, ὁρατῶν τε πάντων καὶ ἀοράτων [Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili]. 

Chi serve veramente la verità, cercando di farsi strumento di verità, non si distaccherà mai un istante della propria vita dal cero pasquale, che è Cristo luce del mondo dinanzi al quale nessuno di noi canta: “Oh, mio Dio, come sono io veritiero!”. Tutt’altro. Dinanzi a Cristo luce del mondo noi inneggiamo al nostro peccato sulla ispirazione intuitiva di San Tommaso d’Aquino: «O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem» [O felice colpa, che ci fece meritare un così grande Redentore]. Perché «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [Rm 5, 20]. 

Tutto questo è molto chiaro ai nostri due filosofi, non lo è invece, purtroppo, ai nuovi affetti dall’eresia pelagiana di ritorno, per la cui conversione non cesseremo mai di pregare, affinché possano uscire dalla dimensione iocentrica per penetrare quella dimensione cristocentrica che ci conduce all’eterno mistero della salvezza.

Roma, 17 marzo 2018

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Salvezza e perdizione. La Placuit Deo è la Pascendi Dominici Gregis del Sommo Pontefice Francesco I

SALVEZZA E PERDIZIONE. LA PLACUIT DEO È LA PASCENDI DOMINICI GREGIS DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I

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Non sembri incongruo o azzardato paragonare la Placuit Deo alla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. Uno potrebbe osservare che esse si differenziano profondamente, perché la seconda è severa, mentre la prima è indulgente. Eppure, al di là del mutato clima storico, tra i due documenti c’è una continuità: Pio X dovette affrontare il problema modernistico. Il Pontefice regnante ha dovuto riprendere in mano la questione, perché il modernismo dei tempi del suo predecessore Pio X è, come disse il Maritain nel 1966, un «modesto raffreddore da fieno rispetto alla febbre neo-modernista» dei nostri giorni.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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il Sommo Pontefice Francesco I sulla cattedra episcopale di San Giovanni in Laterano

La Lettera Placuit Deo della Congregazione per la Dottrina della Fede [vedere testo QUI], tratta di un tema di estrema importanza, considerando che in questi ultimi decenni ― più precisamente dalla fine del Concilio Vaticano II ―, sono venute alla luce nuove teorie, ma anche molte eresie, non ancora vinte, per cui, questo intervento della Chiesa, è veramente provvidenziale, illuminante, confortante e consolante per tutti i cattolici desiderosi di veder trionfare la sana dottrina e liberate le anime dall’insidia dell’errore, che è di ostacolo sulla via della salvezza.

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Questo testo va letto in linea di continuità con un altro importante documento risalente a diciotto anni fa, la Dichiarazione Dominus Jesus [vedere testo QUI], voluta dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II e firmata all’epoca dall’allora prefetto di quella stessa Congregazione, Cardinale Joseph Ratzinger. Cominciamo allora col dire che la salvezza, in generale, è la condizione di felicità di chi ha scampato un pericolo, soprattutto se pericolo di morte; ed è l’atto col quale il salvatore sottrae al pericolo colui al quale dà salvezza. Possiamo salvarci da soli, se la difficoltà non è eccessiva; ma nelle difficoltà più gravi abbiamo bisogno di qualcuno più capace di noi, che ci salvi, facendo noi eventualmente, dietro suoi ordini, se ne abbiamo le forze, ciò che possiamo e dobbiamo fare per collaborare all’azione del salvatore o soccorritore. La dinamica della salvezza che ci viene dagli uomini è figura e immagine di quella che ci viene da Dio.

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Nelle religioni l’uomo ha coscienza di trovarsi in una condizione di pericolo, di miseria, di schiavitù, di sofferenza, di peccaminosità, di inimicizia con Dio, che gli fa desiderare che Dio, suo benevolo Signore, abbia pietà di lui e lo soccorra. Si sente però in debito con Dio per le colpe commesse. Ha così con Dio un conto aperto.  Considera le pene della vita come castigo di tali colpe ed offre a Dio sacrifici in espiazione e riparazione, sperando di placarLo, di ottenere perdono e misericordia e di essere sollevato e salvato dalle proprie miserie, financo dalla morte.

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Le religioni hanno consapevolezza che, per ottenere il conseguimento delle massime aspirazioni – unione con Dio, santità, libertà dal peccato e dalla morte vita e felicità eterna – l’uomo deve bensì obbedire a Dio, ma soprattutto deve implorare da Dio questa salvezza. Tutti, salvo che non siano dei perfetti superbi, sentono in vari modi il bisogno della salvezza, ma non tutti sanno in che consiste e come si ottiene. Molti, come nota questa Lettera, per salvezza intendono soltanto salvezza dai mali fisici o dalla miseria materiale o tutt’al più essere liberati da un tirannide politica o sociale. Non si rendono conto, o non vogliono saperne che per raggiungere la vera felicità, hanno bisogno, ed hanno se lo vogliono la possibilità di essere liberati per opera di Dio dal peccato, dalla schiavitù del demonio e della morte.

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Questo testo, più breve della Dominus Jesus che l’ha preceduto,  colpisce per il modo in cui allude a molte eresie di oggi, od a quella che potremmo definire come le stagione del ritorno delle grandi eresie. Non sono fatti i nomi, ma chiunque voglia intendere, coglierà sin dalle prime righe a chi viene fatto riferimento. Tentiamo allora, considerando le idee esposte, di comprendere a quali correnti, tendenze, scuole o autori il documento può far riferimento, soprattutto a quegli autori che sono già stati censurati dalla Chiesa o dai migliori teologi in tempi antichi o recenti.

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TEMI GIÀ TRATTATI DAL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I

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La Placuit Deo si riferisce, senza citarlo per esteso, al discorso tenuto dal Sommo Pontefice a Firenze ai rappresentanti del V° Convegno nazionale della Chiesa italiana, il 10 novembre 2015. Un discorso che conviene ricordare in questo contesto e nel quale sono presentate due tendenze come tentazioni all’interno della Chiesa. Una, è la tentazione pelagiana, che

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«ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo. La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività».

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Rimedio proposto dal Sommo Pontefice a questa mentalità rigida e chiusa è il «radicarsi in Cristo» e lasciarsi condurre dalla «leggerezza del soffio dello Spirito», quello Spirito che «rinnova la faccia della terra». Questo Spirito ci impedisce di essere troppo sicuri delle nostre idee e troppo coscienti della nostra forza. Rende la nostra fedeltà creativa e ci dona le ali che ci sollevano al di sopra le misure e i calcoli umani, per farci spaziare e volare negli orizzonti illimitati della santità. E in questi passi, chiunque presta profonda attenzione coglierà il respiro di alcuni degli elementi fondamentali della Enciclica Fides et ratio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. Così come non è difficile riconoscere nelle parole del Sommo Pontefice il problema del lefebvrismo, con il suo unilaterale richiamo alla Sacra Tradizione, legato a una forma mentis indubbiamente e giustamente preoccupata dell’immutabilità e della certezza del dogma, ma chiusa al progresso dottrinale compiuto dal Concilio Vaticano II e per conseguenza al Magistero dei Pontefici seguenti fino all’attuale, che essa accusa di eresia modernistica. Che il post-concilio trabocchi purtroppo Modernismo, è un fatto non facilmente passibile di smentita, ma questo problema oggettivo, come noi Padri de L’Isola di Patmos abbiamo messo sempre in luce, non deve indurre a un errore davvero venefico, che poi è il seguente: affermare che le molte derive eterodosse di stampo perlopiù modernistico, del post-concilio, sia una conseguenza “ovvia” e del tutto “naturale” del Concilio Vaticano II. Infatti, affermare questo, oltre che falso, è invero empio.

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Nella mente del lefebvriano il processo della deduzione dogmatica si è bloccato al Magistero del Venerabile Pontefice Pio XII, per cui ha cessato di avanzare in nome di una fedeltà alla Tradizione e della conservazione del deposito della fede, delle quali la prima, agli occhi del lefebvriano, sarebbe stata alterata, mentre la seconda sarebbe stata dismessa. Ciò equivale a dire che nel passaggio dall’insegnamento dogmatico di Pio XII a quello del Concilio, questo non sarebbe stato in continuità, ma avrebbe rotto con quello, in altre parole lo avrebbe smentito o falsificato.

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Il lefebvrismo distingue certamente la natura dalla grazia, ma punta eccessivamente sulle opere, sui meriti e sulla forza della ragione e della volontà, correndo il rischio del formalismo, del legalismo, del ritualismo, dell’autocompiacimento farisaico e del rigorismo morale, quasi volendo disciplinare con dovizia l’opera stessa della grazia e lasciando poco spazio all’iniziativa dello Spirito. Il suo conservatorismo conserva ciò che è superato e respinge come falsità la novità evangelica dello Spirito, scambiando il rinnovamento per infedeltà; sa che la grazia completa la natura, ma non sa che la natura è anticipata dalla grazia. Ora un’idea di questo genere suppone e ammette la possibilità che il Magistero pontificio e conciliare cada nell’eresia, il che è con ciò stesso eretico, perché significherebbe negar fede alla promessa di Cristo fatta a Pietro che le “porte dell’inferno”, ossia il potere delle tenebre non potrà distruggere la Chiesa. Ma negar fede alle promesse di Cristo è eretico. Dunque, il credere che il Concilio sia caduto nell’eresia è a sua volta eresia.

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PELAGIANI E GNOSTICI

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La Placuit Deo denuncia coloro che credono di poter raggiungere una condizione divina con le proprie forze, come se l’uomo disponesse da sé in modo innato di un potere divino o perché credono che la grazia divina sia premio dei loro sforzi ― i pelagiani ― o perchè credono di possedere da sé un sapere assoluto e sovrumano, tale ― gli gnostici ―, da conoscere dà sé la via di una salvezza sublime, che consenta loro di conseguire  un potere e una libertà divini. Per costoro il loro corpo e la natura umana sono manipolabili o plasmabili a loro piacimento, in un continuo divenire storico, senza che abbiano alcun obbligo di sottostare ad una legge morale immutabile stabilita da un Dio trascendente e personale, giacché Dio, per loro, è solo il  fondo assoluto del loro io. Ciò che conta, per loro, è la loro libera volontà; essa sola è buona e divina; il corpo e la materia sono apparenze effimere; le loro leggi sono viste come ostacoli alla libertà, per cui il soggetto si sente libero di operare sul corpo e sull’uomo secondo il principio epicureo del piacere o quello nietzschiano del dominio.

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La Placuit Deo nota che questa divisione degli eretici in pelagiani e gnostici, propria di queste antiche eresie, risponde a deviazioni ricorrenti del Cristianesimo, per cui ha anche oggi un riscontro nelle eresie moderne, senza ovviamente coincidere pienamente con esse. Pensiamo per esempio a fenomeni come il luteranesimo, il modernismo, il rahnerismo, il lefebvrismo e la Teologia della Liberazione. I primi quattro possono esser ricondotti allo gnosticismo; l’ultimo al pelagianesimo. Ciò risulta chiaro, se facciamo riferimento alle parole usate dalla Placuit Deo per descrivere il pelagianesimo e lo gnosticismo contemporanei.

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Dice essa infatti:

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«Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere, la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze. In questa visione, la figura di Cristo corrisponde più ad un modello che ispira azioni generose, con le sue parole e i suoi gesti, che non a Colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito [cf. 2 Cor 5,19; Ef 2,18]. L’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze».

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Questo è il principio della gnoseologia cartesiana del cogito, che nei secoli seguenti porterà a Kant e all’idealismo tedesco, dal quale sorge, per reazione, il materialismo marxista e quello evoluzionista del XIX secolo. Qui riconosciamo l’impostazione della teologia della liberazione, influenzata da Marx, o l’evoluzionismo antropologico materialista di Teilhard de Chardin influenzato da Darwin, nei quali l’uomo, collettivamente o personalmente, sale sulla scala dell’evoluzione fino a Cristo, il quale però non appare come Redentore, ma solo come liberatore, modello di somma perfezione umana personale e sociale.

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Continua la Placuit Deo:

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«D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato. Con questa prospettiva diviene difficile cogliere il senso dell’Incarnazione del Verbo, per cui Egli si è fatto membro della famiglia umana, assumendo la nostra carne e la nostra storia, per noi uomini e per la nostra salvezza».

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Osserviamo che la prospettiva di una salvezza «meramente interiore» è quella luterana, la quale, congiunta col cogito cartesiano, produrrà nel XIX secolo l’idealismo soggettivistico e panteista tedesco. Si tratta infatti del soggetto che, ritenendosi già illuminato da Dio, respinge la mediazione dei sensi ― Cartesio ― o della Chiesa ― Lutero ―. La Lettera vien poi meglio compresa alla luce di quanto il Sommo Pontefice ha detto a Firenze sullo gnosticismo, vale a dire che esso

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«porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [Evangelii gaudium, 94]. La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’Incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo».

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La Placuit Deo spiega così le parole del Sommo Pontefice:

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«Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo» [n.3].

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Lo gnosticismo, per il Sommo Pontefice Francesco I, per quanto affermi un’interiorità anche profonda, è un pensare chiuso su se stesso e quindi sterile. È il pensare dell’idealista. «Dice e non fa» [Mt 23,3], come Cristo ci avverte dei farisei. Ma l’idealista ― qui lo gnostico ― non produce buoni frutti, non tanto perché non agisca o non si dia da fare o si adagi nella pigrizia in una specie di quietismo,tutt’altro, egli, senza che abbracci l’idealismo etico di Fichte, è attivissimo, ma solo per i suoi interessi.

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Se un Giovanni Gentile dice che tutto è pensiero, non nega l’azione, anzi le dà tale importanza, che il soggetto pone se stesso nell’essere [autoctisi]. Rahner arriva a dire che il soggetto determina con la sua volontà la sua propria essenza o la sua propria natura. Ma proprio questo agire staccato dall’attenzione limpida ed onesta alla realtà divina, alla realtà della natura umana e della legge morale oggettiva, è alla fine è un non-agire, o un agire insensato, e comunque un disobbedire alla legge divina. Così l’idealista, alla fine, non afferra la realtà, la «cosa in sé» ― lo dice egli stesso con Kant ―; non afferra, direbbe il Beato Antonio Rosmini «né l’essere reale, né l’essere morale» e neppure il vero «essere ideale», ma solo le sue false idee ed immaginazioni, ma, come nota il Sommo Pontefice, resta staccato dal reale, col rischio di cadere nel nichilismo o nel solipsismo.

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La pretesa esorbitante dello gnostico, quella che il reale si identifichi con la sua idea infallibile del reale e che l’essere, anche quello divino, coincida col suo pensiero, è punita col distacco dalla realtà, un distacco a volte davvero tragico [1]. Dice infatti il Sommo Pontefice:

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«l’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento» [2].

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La realtà, per l’idealista ― vedi per esempio qui Husserl ―, non ha senso in sé, da sé e di per sé, un senso preciso ed intellegibile, dato dal Creatore, un senso indipendente dall’uomo e che l’uomo deve scoprire, rispettare e, se si tratta della legge morale, mettere in pratica; ma l’uomo pretende, con le sue categorie a priori, di esser lui a dar senso ad una realtà priva di senso. E qui si vede il disprezzo gnostico per il corpo e per il reale in generale. Il corpo, per lo gnostico, non è buono in sé, ma sta a lui, con la sua libera volontà, in forza della sua divina interiorità, determinare a suo piacimento il bene e il male riguardo alla vita fisica e sessuale, sostituendosi a Dio nel legiferare sulla condotta da tenere e sostituendo, con la sua violenza e la sua libidine, le sagge inclinazioni e leggi poste dal Creatore nella natura umana.

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UNA PROVVIDENZIALE NOVITÀ NELLA STORIA DEL MAGISTERO PONTIFICIO

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La cosa notevole in queste parole, un fatto nuovo che non esitiamo a considerare di portata storica nella storia del Magistero pontificio, è che per la prima volta un Sommo Pontefice condanna senza mezzi termini lo gnosticismo chiamandolo col suo nome; con quel nome che da tempo era stato chiamato dagli studiosi, i quali ne avevano segnalato il ritorno pericoloso, ma senza incontrare rispondenza nel Magistero pontificio. Categorie usate dai Papi precedenti a partire dal XIX secolo, che maggiormente possono essere avvicinate allo gnosticismo, erano solo quelle di razionalismo, idealismo e panteismo. I Pontefici dei tempi dello gnosticismo storico certo si accorsero del pericolo e i primi teologi lo combatterono, pur senza lasciarci espliciti documenti di condanna, limitandosi a qualificarlo nel suo complesso come effetto della superbia intellettuale, il che poi costituisce la sostanza o lo spirito dello gnosticismo, il quale appare certamente come cedimento alla tentazione diabolica genesiaca di voler «essere come Dio». Così, il Santo Pontefice Pio X, nella sua Pascendi Dominici Gregis qualificherà come effetto della superbia il Modernismo, che può considerarsi senza dubbio come il rinato gnosticismo dei nostri tempi, se mai lo gnosticismo ha cessato di agire più o meno apertamente nella storia del pensiero e delle eresie. Che cosa è infatti l’eresia, se non l’effetto della superbia e, in tal senso, dello gnosticismo? E chi è l’eretico, se non colui che, credendo di possedere il sapere supremo, è convinto di conoscere Cristo meglio del Papa o contro il Papa? O di conoscere Dio meglio di Gesù Cristo, come Severino ed Heidegger? O come Maometto?

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Esistono molte forme di gnosticismo, dove lo gnostico si erige a giudice del testo sacro della propria religione. Così esiste uno gnosticismo ebraico [3] e l’ebreo Spinoza o la Kabbalà pretesero di conoscere Dio meglio della Bibbia; Averroè pretese di conoscere Dio meglio del Corano; Budda pretese di conoscere il Nirvana meglio dei testi sacri del brahmanesimo; Giordano Bruno [4] volle andare dal Romano Pontefice per convincerlo che la sua dottrina magico-ermetica era migliore del cristianesimo per la salvezza dell’uomo, ma, come sappiamo, gli andò male; la massoneria pretende di possedere il sapere supremo meglio di tutte le religioni [5], la teosofa Helena Blavatsky, ispiratrice delle dottrine esoteriche del nazismo [6], dette ad intendere a milioni persone di poter insegnare lei, con la teosofia [7], la via della salvezza eterna meglio di quanto aveva potuto  fare Gesù Cristo.

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I CARATTERI DELLO GNOSTICISMO

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Lo gnosticismo, infatti, è la pretesa di conoscere Dio più e meglio di quanto all’uomo sia concesso di conoscere e, in campo cristiano, è la pretesa di conoscere Cristo più e meglio di quanto ci è insegnato dal Magistero della Chiesa. A esso si contrappone, quasi opposto estremismo, l’agnosticismo, il quale, sotto pretesto della debolezza dell’umana ragione e coprendosi della veste di una falsa umiltà, si  rifiuta di accogliere quanto la ragione da sé può conoscere su Dio e quanto su Dio ci è rivelato da Cristo mediante il Magistero della Chiesa. Lo gnostico non ha bisogno di pervenire a sapere che Dio esiste e chi è Dio e come opera partendo dall’esperienza delle cose o perché istruito da un magistero umano o ecclesiastico, perché egli ritiene di sapere già da sé tutto ciò, a priori, partendo dalla sua semplice autocoscienza, giacché egli crede che Dio non esiste indipendentemente da questa autocoscienza, ma è precisamente posto da essa a-prioricamente. Per questo, lo gnostico, ritenendosi da sé e per conto proprio in possesso del sapere supremo o della Scienza assoluta — appunto la Gnosi —, eventualmente per mezzo del concetto — Hegel — [8], si considera autorizzato e capace di giudicare o censurare qualunque dottrina su Dio, compresa quella della Chiesa, e quindi di respingerla come falsa, se non corrisponde alla sua idea di Dio.

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La questione dello gnosticismo antico ha avuto un forte incremento nel secolo scorso, allorché furono scoperti documenti gnostici. Si è allora molto discusso su cosa si dovesse intendere per ”gnosticismo”, un termine che deriva dal greco gnosis=scienza o conoscenza. Furono chiamati ― o chiamavano se stessi ― “gnostici” [gnostikòi] un gruppo di teologi del II-III secolo, i quali, imbevuti di dottrine pagane, soprattutto platoniche e di mitologia religiosa, erano particolarmente interessati al problema della salvezza, che interpretavano come esperienza interiore di un Dio ineffabile, mentre l’azione e il mondo esterno materiale appariva a loro come principio  del male e quindi estraneo all’esperienza salvifica come esperienza mistica di Dio e conoscenza suprema ― gnosis ―, segreta ed esoterica, per pochi eletti, della verità. Secondo loro l’etica e quindi la salvezza si esauriva nell’orizzonte di questa esperienza interiore soggettiva come autocoscienza gnostica, di uno spirito estraneo ed ostile alla materia. Sicché per loro non esisteva un’etica vincolante, comandata da Dio, nei confronti del corpo, della società e del mondo, vane  apparenze rimesse alla loro  libera scelta, tanto più che in fin dei conti la libertà per loro era solo quella intima dello spirito pervaso da Dio, liberi dalle pastoie del corpo. Certo non disdegnavano le dissolutezze della carne, convinti che al riguardo del corpo non vi fossero comandi divini, anche se accadeva che passassero all’eccesso contrario del rigorismo, poiché vedevano il corpo come il  principio del male. Questa specie di gnosticismo ricomparve nel sud della Francia con l’eresia dei Catari nel XIII secolo [9].

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I primi teologi cristiani si accorsero dell’importanza della conoscenza di Dio nella vita cristiana, cosa così legata al valore della verità, ma lo fecero senza esagerare la potenza e la portata della conoscenza, collegata sapientemente con i doveri della vita cristiana ed inquadrata nel superiore ambito della carità, in comunione con la Chiesa. La vera gnosi poteva e doveva essere accettata e stimata, ma doveva essere respinta quella falsa. Fu così che mentre Clemente Alessandrino poteva definire il cristiano come uno ”gnostico”, Sant’Ireneo di Lione si dedicava alla confutazione della falsa gnosi. Tuttavia, di là da questa categorizzazione storica, che denomina come gnosticismo un fenomeno circoscritto nel tempo, la Lettera suggerisce anche un senso più ampio come perenne atteggiamento dello spirito, che si riassume in sostanza nella superbia intellettuale, sicché può esistere tanto uno gnosticismo spiritualistico quanto uno materialistico, tanto uno dualistico manicheo, quanto uno monistico panteista, tanto uno lassista, quanto uno rigorista.

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Merito di una rimessa in luce della questione dello gnosticismo in rapporto alla modernità, va nel secolo scorso al tedesco Hans Jonas [10]. Altri, come Giovanni Filoramo, hanno evidenziato la tendenza panteistica della gnosi [11]. Emanuele Samek Lodovici ha mostrato l’azione dissolvente dello gnosticismo nel pensiero contemporaneo. Gli Atti del convegno Phénoménlogie, gnose, métaphyique, tenutosi alla Sorbona nel 1997, curati da Natalie Depraz e Jean-François Marquet [12], mostrano lo gnosticismo di Schelling e di Husserl.

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LO GNOSTICISMO CONTEMPORANEO

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Per comprendere la sostanza di queste parole del Sommo Pontefice, occorre focalizzare e congiungere le sue seguenti espressioni:

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«Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo» [n.3] e «una fede rinchiusa nel soggettivismo, … dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [Evangelii Gaudium, n. 94].

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Qui la Placuit Deo si riferisce al ritorno di modernismo idealista-panteista originato da Hegel, che trova una notevole espressione nella teologia di Karl Rahner, per il quale l’essere è l’essere pensato, per cui tutto il reale, compreso Dio, è un pensato immanente nell’autocoscienza di origine cartesiana. Tutto è nell’io, tutto è dall’io e niente fuori dell’io. Alla concezione idealistica della conoscenza e della coscienza, che comporta il primato del pensiero e dell’idea, ossia del soggetto, sull’essere e sul reale, ossia sull’oggetto, il Pontefice nella Evangelii gaudium contrappone la concezione realistica biblico-tomista del «primato della realtà sull’idea» [n. 231], che comporta la adaequatio intellectus et rei e quindi la soggezione del pensiero umano all’essere divino. Ciò assicura una corretta antropologia e una sana morale, fondata sulla legge naturale universale ed immutabile.

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La Placuit Deo viene quindi a condannare la gnoseologia storicistica del Cardinale Walter Kasper[13], per il quale il soggetto, nella sua storicità, determina l’oggetto, che per conseguenza muta col mutare del soggetto. In tal modo il mutamento tocca, come già in Hegel, l’essenza della verità, del dogma, della legge naturale e della natura divina; e queste tesi, lo ricordiamo, sono già state condannate dalla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. E colpisce qui altresì la concezione soggettivistica ed idealista della coscienza del Padre Arturo Sosa, che abbiamo già confutato su L’Isola di Patmos [cf. QUI]. In conformità a tale concezione la coscienza, ovvero l’idea, non ha l’obbligo di adeguarsi al reale, in modo assoluto e in ogni caso; e quindi per esempio ad una legge morale precisa, oggettiva, universale, immutabile, ma si regola su se stessa.

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Tornando al testo della Placuit Deo, si afferma che

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 «sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale» [n.4] e «contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana» [n.13]. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa» [n.12]: comprendere «questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista». [ibidem].  La salvezza «non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa» [ibidem]. Inoltre, contrariamente alla visione neo-gnostica di «una salvezza meramente interiore»,  la Chiesa «è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» [ibidem] attraverso «le opere di misericordia corporali e spirituali» [n.14].

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 C’È ANCHE L’AGNOSTICISMO

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Esiste però anche una forma di gnosticismo agnostico. Non sembri, questa, una contraddizione, quindi spieghiamo in tal senso che si tratta della pretesa di possedere un’esperienza immediata di Dio in modo atematico, preconcettuale, autocoscienziale ed apriorico prima ed indipendentemente dall’esperienza delle cose e dalla conoscenza concettuale di Dio, sia quella filosofica che quella dogmatica, trasmessa dalla Chiesa, la quale esperienza non esprime intellettualmente il contenuto della stessa esperienza originaria di Dio, ma ne è un derivato nell’ambito dell’immaginazione o simbologia emotiva e creativa. Pertanto non si ha qui una conoscenza di Dio concettuale vera, oggettiva, universale, certa ed immutabile, che produca una fides, una sola verità salvifica uguale per tutti e per sempre, ma una molteplicità di ”fedi”, ossia di opinioni soggettive su Dio, relative e mutevoli, tutte ugualmente vere, anche se in contraddizione fra loro, perché la verità non è ciò che è in sé, indipendentemente da me, non è universale, è ma ciò che appare a me e che decido io. Inutile dire che questa è una ereticale vanificazione del fondamento di fede «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» [cf. Ef 4, 4-6]. E questo poco prima descritto è lo gnosticismo rahneriano, gnostico e ad un tempo agnostico.  Gnosticismo, per la pretesa dell’esperienza apriorica “trascendentale” di Dio, per la quale Dio appare addirittura come «orizzonte ultimo della auto-trascendenza umana». Altro che pelagianesimo: qui siamo proprio nel panteismo!

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Agnostico, perché la verità su Dio non si coglie nel concetto, anche se metafisico, analogico o trascendentale, e quindi nel dogma, ma solo in quell’esperienza di per sé ineffabile e quindi inesprimibile. Dio, quindi, per Rahner, è “Mistero assoluto”, non relativo a ciò che per noi di Dio è ignoto e trascende la finitezza della nostra comprensione, giacché è chiaro che Dio, in quanto ci è rivelato da Cristo per il tramite della Chiesa, non ci è ignoto, non ci è misterioso, ma Lo conosciamo nei concetti e nelle formule dogmatiche.

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Per Rahner, invece, noi non possiamo distinguere in Dio ciò che ci è noto ― per Rivelazione ― da ciò che ci è ignoto e ci trascende per l’infinità dell’Essenza divina. Ma Dio è assolutamente ignoto al concetto, proprio come l’Agnoston degli gnostici antichi; quell’agnosticismo, che il Santo Pontefice Pio X, nella Pascendi Dominici Gregis condanna riferendolo al «Inconoscibile».

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Il pelagianesimo è invece quella concezione del rapporto tra le opere umane e la grazia, per la quale la grazia è semplicemente l’aiuto che Dio dà all’uomo per il compimento del bene, ed è il perfezionamento finale, certo, soprannaturale, concesso da Dio, agli sforzi ed alle opere della ragione e della volontà umane. Insomma la grazia, per il pelagianesimo, è il compimento finale della autotrascendenza umana, la quale che perviene al culmine delle sue possibilità. Questa idea si trova anche in Rahner, il quale, pertanto, sotto questo aspetto, si può considerare pelagiano. Nel pelagianesimo, quindi, come è noto, l’iniziativa e l’inizio della salvezza non viene da Dio, ma dall’uomo e per merito umano. La grazia completa e premia  l’opera dell’uomo. Abbiamo dunque la grazia conseguente, ma non la grazia preveniente. C’è la grazia cooperante con l’opera dell’uomo, ma non la grazia operante, che muove l’uomo alla salvezza e lo salva.

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Il Sommo Pontefice, nella Evangelii gaudium, così descrive il neo-pelagianesimo, indicandolo come

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«autoreferenziale di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri, perché osservano determinate norme o perché irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. E’ una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare, che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri e invece di facilitare l’accesso alla grazia, si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi» ― ossia neognosticismo e neopelagianesimo ― «sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico» [n.94].

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Non è difficile rintracciare in questa descrizione i lefebvriani. Tuttavia, non esiste solo un pelagianesimo lefebvriano, ma ce n’è anche uno modernista, come per esempio quello di Rahner. Infatti, come abbiamo visto, caratteristica generale del pelagianismo è l’eccessivo affidamento sulle proprie forze, che porta ad intendere  la grazia non come aggiunta perfettiva alla natura e superamento gratuito dei limiti della natura, ma come termine ultimo, dovuto alla natura, dello sviluppo inarrestabile dell’orientamento necessario, esistenziale ed essenziale a Dio, proprio di ogni uomo. Il lefebvriano si irrigidisce nel conservare; il rahneriano si irrigidisce nel cambiare. L’uno e l’altro sono certi delle proprie idee più di quanto Cristo fosse certo delle sue.

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Rahner, in particolare, concepisce il rapporto natura-grazia come  trascendimento o sviluppo storico necessario di ogni agire umano, fino a giungere alla vita di grazia, senza soluzione di continuità. Siccome per Rahner la natura umana è illimitata, le è facile passare il limite e vivere in grazia. Confonde la disponibilità della natura alla grazia ― potentia oboedientialis ― con il potere attivo dell’uomo di realizzare se stesso, e con la passività o plasmabilità della natura corporea nei confronti della sua volontà [14].

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Al polo opposto del pelagianesimo [sola natura], sta lo gnosticismo, nel quale la natura è assorbita dalla grazia [sola gratia]. Qui la Lettera sottende evidentemente l’eresia opposta a quella razionalista di Pelagio, ossia quella fideista di Lutero, il quale ammette bensì la grazia preveniente ed operante, ma non quella conseguente e cooperante. Pelagio esagera il merito, Lutero lo nega. Lutero, infatti, come è noto, esclude giustamente che la grazia possa essere meritata dal figlio di Adamo, ma trascura l’esistenza del merito soprannaturale, che dipende dalle opere fatte in grazia, le quali collaborano con la grazia e meritano quindi la salvezza e il premio celeste, per cui la salvezza è condizionata dal compimento delle buone opere fatte i grazia. E qui, Pelagio, ha ragione.

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LE VARIE FUNZIONI DELLA GRAZIA

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Ottima idea quella della Placuit Deo, sempre in tema di grazia, di ricordare la distinzione fra grazia sanante e grazia elevante ― ossia fra quella grazia che rimette i peccati e salva la nostra umanità, riconducendola all’innocenza ― e quella grazia ancora più gratuita, per la quale l’uomo è elevato alla condizione di figlio di Dio, ad immagine del Figlio, mosso dallo Spirito Santo.  Infatti è oggi spesso l’idea cristiana e neotestamentaria della figliolanza è  banalizzata e degradata, a causa di una fraternité di sapore illuministico, sicché ogni uomo per il semplice fatto di essere uomo, appare come ”fratello” e ”figlio di Dio”. Questo vuol dire confondere quella che è la chiamata evangelica universale alla salvezza e a vivere la vita di figli di Dio nella Chiesa cattolica, con la supposizione falsa e infondata ― ecco il cristianesimo anonimo di Rahner [15] ― che tutti gli uomini, magari inconsapevolmente, siano di fatto figli di Dio, in grazia, immancabilmente ed irresistibilmente tendenti alla salvezza. Il che contrasta evidentemente con l’insegnamento di Cristo[16] e col dogma cattolico che «non tutti si salvano» [17], ossia col dogma dell’inferno, che non è una pena correttiva, ma afflittiva, perché il dannato si trova per sempre ed irrimediabilmente nella condizione di aver scelto definitivamente di opporsi a Dio, il che non gli consente ― e neppure lui lo vuole ― di pentirsi e di ravvedersi, finalità, che sono perseguite dalle pene correttive.

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Questa proprietà della pena infernale è la ragione della condanna nel 1998 da parte della Congregazione per la dottrina della fede della tesi del prof. Luigi Lombardi Vallauri, docente all’Università Cattolica di Milano, il quale sosteneva che il dogma dell’inferno è una credenza « incostituzionale [in quanto] nessun atto per quanto grave può meritare una pena eterna [e perché] è contraria ai princìpi più avanzati del diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione e riabilitazione del condannato». Invece, nella falsa credenza, sostenuta da Rahner e da altri, che, comunque vadano le cose, tutti si salvano, si eleva indebitamente, in sostanza, una semplice facoltà appartenente a tutti – quella di scegliere o per Dio o contro Dio – a effettiva scelta per Dio da parte di tutti. Si abbassa la dignità incomparabile di un dono divino gratuito, soprannaturale e libero, il cui conferimento è condizionato dalla libera risposta di ciascuno, alle dimensioni della struttura essenziale e necessaria della natura umana, comune a tutti, santi e delinquenti. Il messaggio della salvezza non è più: “Potete salvarvi per grazia, se obbedite alla legge divina”, ma ”siete tutti salvi per sola grazia e per sola fede, indipendentemente dalle opere della fede”. Il che poi non è altro che l’eresia di Lutero.

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CRISTO, UNICO SALVATORE DEL MONDO

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La Placuit Deo ripropone l’insegnamento cristiano fondamentale circa la natura, le vie e i mezzi della salvezza, secondo il quale insegnamento noi otteniamo la salvezza obbedendo ed unendoci a Cristo, unico Salvatore del mondo[18] ed incorporandoci quindi nella Chiesa, Corpo di Cristo. La Lettera ricorda infatti al n°2 che

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«la confessione di fede cristiana, che proclama Gesù unico Salvatore di tutto l’uomo e dell’umanità intera [cf. At 4,12; Rom 3,23-24; 1 Tm 2,4-5; Tit 2,11-15].

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Questo testo si ricongiunge col dogma del Concilio di Firenze del 1442 [19], secondo il quale, per salvarsi, occorre appartenere alla Chiesa. Il Concilio Vaticano II, riprendendo l’insegnamento del Beato Pontefice Pio IX, ha chiarito che questa appartenenza non è necessariamente quella alla Chiesa visibile, benché essa rientri nel piano ordinario della salvezza, ma che la salvezza ― e quindi l’appartenenza alla Chiesa ― è possibile anche per coloro che senza colpa e in buona fede non conoscono il Vangelo, e addirittura per «coloro che, senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati ad una conoscenza esplicita (expressam) di Dio» [20]. Per questo, queste persone si salvano sempre nella Chiesa, ma appartenendo alla Chiesa invisibile o appartenendo alla Chiesa invisibilmente o in modo inconscio [21]. Qui naturalmente è esclusa l’interpretazione rahneriana, secondo la quale anche gli atei potrebbero salvarsi, giacché una conoscenza implicita di Dio, per quanto implicita, è pur sempre conoscenza di Dio e non è ateismo.

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In tal senso la Placuit Deo può affermare:

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«Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9). Comprendere questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista. La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa […] Dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti. Insomma, la mediazione salvifica della Chiesa, «sacramento universale di salvezza», ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità» [n. 12].

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La Placuit Deo ribadisce implicitamente la condanna della cristologia sincretista del Padre Jacques Dupuis, pronunciata nel 2001 dalla Congregazione per la dottrina della fede, secondo il quale tutte le religioni sono vie di salvezza, sicché ognuno può scegliere quella che preferisce [22], ed implicitamente condanna la tesi del Cardinale Carlo Maria Martini, secondo il quale per salvarsi non occorre necessariamente la mediazione della Chiesa, ma basta seguire l’ispirazione dello Spirito Santo, o la tesi di Edward Schillebeeckx, per il quale la religione perfetta e completa è la somma e l’insieme di tutte le religioni [23].

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SALVEZZA DEL CORPO E DELL’ANIMA

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Molto opportuna è stata anche l’idea di ricordare che la salvezza eterna dell’uomo concerne e l’anima e il corpo. Dice infatti la Placuit Deo:

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«La salvezza che la fede ci annuncia non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale. È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con Lui» [n.7].

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È la salvezza di tutto l’uomo, nel quale gli interessi dell’anima ― la vita spirituale ― devono prevalere, per la loro importanza decisiva, su quelli del corpo ― vita fisica ―, essi pure, tuttavia, essenziali alla salvezza. Ma se gli interessi del corpo ostacolano quelli dell’anima, il cristiano dev’esser pronto a rinunciare ai primi, sapendo che alla resurrezione futura gli sarà restituito ciò a cui per amore di Cristo, ossia per salvare l’anima, ha rinunciato in questa vita. Invece Rahner, male interpretando la concezione biblica dell’unità psicofisica della persona, respinge la distinzione reale tra anima e corpo[24], dogma del Concilio Lateranense IV del 1215 [25], addebitandola al «dualismo greco» ed intende l’individuo umano come un tutt’uno indivisibile, per cui respinge il dogma dell’anima forma sostanziale del corpo, definito dal Concilio di Viennes nel 1312 [26], ed afferma che l’anima è inseparabile dal corpo, così come due diversi modi di essere e di manifestarsi di un unico soggetto non vanno intesi come fossero due parti dello stesso soggetto.

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La riduzione rahneriana dell’anima al corpo o viceversa l’assorbimento del corpo nell’anima produce in modo evidente e inevitabile due etiche opposte, ma che si richiamano a vicenda perché entrambe caratterizzate dalla fusione dei due termini: la prima, il pelagianismo materialista, secolarista e terreno; la seconda, lo gnosticismo spiritualista, idealista, panteista dell’interiorità assoluta. Accade allora che Rahner non concepisce la morte come il separarsi dell’anima dal corpo e la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo, per cui l’anima, separata dal corpo, che è nel sepolcro, continua a vivere da sola dopo la morte del corpo, ma per lui il momento della morte è il momento supremo della libertà, tutto l’uomo muore e nel contempo tutto risorge immerso in Dio. Ciò comporta che Rahner rifiuta il dogma dell’immortalità dell’anima definito dal Concilio Lateranense V nel 1513 [27] e quindi non ammette un intervallo di durata eviterna fra il giudizio particolare e quello universale, eresia condannata dalla “Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia” della Congregazione per la dottrina della fede del 1979. Nello stesso tempo, in questa visuale la salma che riposa nel sepolcro non è destinata a risorgere, contro quanto insegna il Concilio Lateranense IV del 1215 [28], ma si dissolve nella materia circostante. Ne viene la conseguenza che i racconti evangelici circa la tomba vuota di Cristo risorto  non possono essere addotti come prova della sua risurrezione, perché la resurrezione di Cristo, per Rahner, non è il fatto che la salma di Gesù abbia ripreso vita, ma il fatto che Cristo con la morte è «stato accolto da Dio». Inoltre  Rahner, con questa sua teoria della resurrezione immediata, nega il dogma del purgatorio, definito dal Concilio di Trento [29]. Infine, la teoria della resurrezione immediata costituisce un attentato al dogma della Assunzione della Beata Vergine Maria al cielo, perché per esplicita  dichiarazione di Rahner, non solo la Mater Dei, ma ogni uomo con la morte è assunto in cielo.

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Molto opportune, pertanto, sono le parole conclusive della Lettera:

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«Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24). La salvezza dell’uomo sarà compiuta solo quando, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte (cf. 1 Cor 15,26), parteciperemo compiutamente alla gloria di Gesù risorto, che porterà a pienezza la nostra relazione con Dio, con i fratelli e con tutto il creato. La salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini» [n. 15].

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LA SCELTA INEVITABILE: O PER DIO O CONTRO DIO. UNA LACUNA DELLA PLACUIT DEO

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E noi pure, a questo punto, chiediamo, a modo di conclusione, che ci sia concessa un’osservazione. La questione gravissima e sempre attuale della salvezza non può essere dissociata da quella altrettanto seria ed urgente della perdizione. Ebbene, ci pare di notare nella Placuit Deo, una grave lacuna: quella di non aver trattato, se non per fugaci accenni e allusioni implicite, di questo tema altrettanto importante ed urgente, circa il quale sono diffuse le eresie, le reticenze e le false interpretazioni. Non si può infatti parlare della salute senza parlare della malattia. Non si può parlare della vita senza parlare della morte. Non si può parlare del bene senza parlare del male. Certo, è evidente che chi accetta il pelagianesimo o lo gnosticismo non può salvarsi. Tuttavia non sarebbe stato male ricordare che è eretico credere che Dio non castighi. E questo proprio perché non si capirebbero il senso e le ragioni della salvezza, se si rifiutasse quella verità. Si pensa che chi sostiene che Dio castighi non apprezza la sua misericordia. E invece è proprio vero il contrario. E’ impossibile capire che cosa è la salvezza, senza partire dalla considerazione del castigo del peccato, a cominciare dal peccato originale, per arrivare ai nostri peccati personali e passando attraverso l’espiazione dolorosa del peccato, che avviene grazie alla partecipazione alla Croce di Cristo.

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Riguardo al peccato originale, la Placuit Deo evidentemente esclude in modo implicito la tesi secondo la quale il racconto genesiaco, come sostiene per esempio il Cardinale Gianfranco Ravasi, sarebbe un semplice mito «eziologico» per spiegare l’esistenza e peccato e del male. A quel punto si può comprendere che il dono che il Padre ci ha fatto del suo Figlio è opera di misericordia, perché, come dice il profeta Isaia: «il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui» [Is 53,5]. Opera divina è l’opera che Dio compie per trasformare il castigo in salvezza. Ecco perchè nell’inno dell’ufficio di Lodi della Quaresima si canta: «Dall’ira del giudizio, liberaci o Padre buono».

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Dio ci libera, mediante la Croce riparatrice di Cristo, dalle miserie nelle quali siamo precipitati e ci ridona col Battesimo la grazia perduta. La colpa del peccato originale, trasmessa per generazione a ciascun uomo dalla coppia dei nostri progenitori [30], viene cancellata dal Battesimo, anche se resta la concupiscenza, ossia l’inclinazione a peccare, che occorre contrastare e frenare per tutta la vita con le opere ascetiche e la pratica del sacramento della penitenza.

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Precisa allora la Placuit Deo al n. 13:

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«Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo [cf. Rom 6,4]».

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Col diventare figli di Dio, ci è aperta la porta dell’eterna salvezza e l’ingresso, come membri della Chiesa, nel regno dei cieli. Certo, non si tratta di affermare che Dio può essere punitore e misericordioso nello stesso momento con la stessa persona, il che sarebbe contradditorio, perché severità e misericordia sono effettivamente due virtù che si escludono a vicenda. La severità infligge una pena; la misericordia la toglie. Se c’è l’una, non ci può essere l’altra. Tuttavia a volte si richiamano e condizionano a vicenda: la misericordia che Dio usò verso Israele che attraversava il mar Rosso, fu resa possibile dalla severità che usò contro gli Egiziani.

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CONCLUSIONE

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Non sembri incongruo o azzardato paragonare la Deo Placuit alla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. Uno potrebbe osservare che esse si differenziano profondamente, perchè la seconda è severa, mentre la prima è indulgente. Eppure, di là del mutato clima storico, tra i due documenti c’è una continuità: Pio X dovette affrontare il problema modernistico. Il Pontefice regnante ha dovuto riprendere in mano la questione, perché il modernismo dei tempi del suo predecessore Pio X è, come disse il Maritain nel 1966 [31], un «modesto raffreddore da fieno rispetto alla febbre neo-modernista» dei nostri giorni. Dai tempi di Maritain la febbre non accenna ad diminuire, anzi, è giunta a temperature che rischiano di superare i 40 gradi di calore. E poi ricordiamo che il Santo Pontefice Pio X definì il modernismo dei suoi tempi come la «somma di tutte le eresie». Da qui possiamo farci un’idea del modernismo di oggi. Ma il Sommo Pontefice Francesco I non sembra purtroppo turbarsi più di tanto. Non è che non si renda conto di cosa sta succedendo, chissà, forse vuole evitare il panico?

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Abbiamo avuto in mezzo il Concilio Vaticano II che ha accolto quanto di valido c’era nelle istanze moderniste, ma ha evitato gli errori modernisti, entrati però poi nella Chiesa, in modo prepotente e decisivo, durante la stagione del post-concilio. Il Concilio Vaticano II, accogliendo quelle istanze, ha quindi aggiunto quanto mancava alla Pascendi Dominici Gregis. Ma non ne ha mai dimenticati gli avvertimenti, ancor oggi più che mai validi; anche se ovviamente il modernismo di oggi è diverso da quello di allora. Al Pontefice regnante si profilano dunque i seguenti compiti:

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  1. Mantenere le conquiste del Concilio, portarle avanti e difenderle; e correggere una certa tendenza troppo ottimista o buonista, come per esempio quanto riportato al n. 40 della Gaudium et spes, dal quale si evince che la Chiesa non ha che da dialogare col mondo, in un rapporto di reciprocità alla pari mondo-Chiesa. E di questa tendenza, è urgente correggere tutte quante le false interpretazioni del post-concilio.

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  1. Purificare i modernisti dallo gnosticismo, accogliere il loro dinamismo rinnovatore e progressista, proibir loro di strumentalizzare il Concilio.

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  1. Purificare i lefebvriani dal pelagianesimo, approvare ed appoggiare la loro fedeltà alla tradizione, persuaderli ad accettare il Concilio.

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  1. Fare opera di mediazione fra lefebvriani e modernisti al fine di una reciproca riconciliazione, congiungendo tradizione e conservazione con progresso e rinnovamento.

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Si tratta di un compito enorme, volendo abnorme. Ma, d’altronde, dentro la Cappella Sistina è stato l’uomo Jorge Mario Bergoglio a rispondere alla chiamata all’elezione al sacro soglio dicendo «accepto» e divenendo poco dopo Francesco I. E per quella risposta affermativa «accepto», deve assumersi tutte le responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini. E, certe gravose responsabilità, non ci si assumo né evitando di dare risposte chiare e sicure, né dicendo che potrebbe essere sì, ma volendo anche no, o come dire … non so, fate voi!

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Noi siamo dinanzi a Dio il profumo di Cristo tra quelli che si salvano e quelli che si perdono [I Cor 2,15]

Scientia inflat, caritas vero aedificat [I Cor 8,1]

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Dall’Isola di Patmos, 13  marzo 2018

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 NOTE

[1] Vedi il caso Nietzsche.

[2] Evangelii gaudium, n.222. Cf il mio studio La dipendenza dell’idea dalla realtà nella Evangelii gaudium di papa Francesco, in PATH, Libreria Editrice Vaticana, 2014/2, pp.237-316.

[3] Cf. Julio Meinvielle, Influsso dello gnosticismo ebraico un ambiente cristiano, a cura di E. Innocenti, Edizioni della Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1898.

[4] Cf.  Frances A.Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Editori Laterza, Bari 1992.

[5] Léon de Poncins, Freemasonry and the Vatican, Britons Publishing Company, London 1968.

[6] Ne parla a lungo E.Kurlander nel suo libro I mostri di Hitler, Mondadori Editore, Milano 2018.

[7] Introduzione alla Teosofia, Fratelli Bocca Editori,Torino 1911.

[8] J.Maritain giustamente parla di una ”gnosi hegeliana”, in La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, c.IX.

[9] Anne Brenon, I Catari. Storia e destino dei veri credenti, Convivio-Nardini Editore, Firenze 1990; Liber de duobus principiis, un traité néo-manichéen de XIIIe siècle, a cura di A.Dondaine,OP, Istituto Storico Domenicano di S.Sabina, Roma 1939.

[10] Lo gnosticismo, SEI, Torino, 2002.

[11] Il risveglio della gnosi ovvero diventare Dio, Laterza, Bari 1990.

[12] Les Editions du Cerf, Paris 2000.

[13] Cf il mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.318-329.

[14] Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, c.V – La grazia.

[15] Cf .il mio saggio La radice teoretica della dottrna rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di S.Lanzetta, Atti del Convegno dia Firenze del 23-al 23 novembre 2007, organizzato dai Francescani dell’Immacolata, Edizioni Cantagalli, Firenze 2009, pp.51-71.

[16] La Lettera cita il c.25, 31-46 di Matteo.

[17] Concilio di Quierzy dell’853 (Denz.623). Cf. il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

[18] Cf. la Dichiarazione Christus Dominus della CDF  del 6 agosto 2000.

[19] Denz.1351

[20] Lumen Gentium, 16.

[21] Cf. la spiegazione di questo fatto data dal Maritain in L’Eglise du Christ. La personne de l’Eglise et son personnel, Descleée de Brouwer, Bruges 1870, c.X, III.

[22] Notificazione “In seguito” del Il 24 gennaio 2001. Cf. la sua Introduzione alla cristolgia, PIEMME 1993.

[23] Umanità. Storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.219-220.

[24] Sulla dottrina rahneriana del rapporto anima-corpo, vedi il mio citato libro Karl Rahner, il Concilio tradito, c.III.

[25] Denz.800.

[26] Denz.902.

[27] Denz.1440-1441.

[28] Denz.801.

[29] Denz.1820.

[30] Concilio di Trento, Denz.1512-1513.

[31] Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, Bruges 1966, p.16.

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Confidenze agli elettori di un italiano prete: vi spiego perché io non vado a votare

— fuori dalle ordinarie righe de L’Isola di Patmos —

CONFIDENZE AGLI ELETTORI DI UN ITALIANO PRETE: VI SPIEGO PERCHÉ IO NON VADO A VOTARE

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Vi sono due principali motivi per i quali esprimo da sedici anni la mia volontà attraverso il non-voto, che sono rispettivamente: il problema dell’ignoranza abissale diffusa tra il Popolo italiano e proditoriamente incrementata da chi ha grandi interessi ad incrementarla; la situazione del gran serbatoio di voti del Meridione d’Italia, che seguita ad essere in mano al potere trasversale di gestione delle varie potenti mafie, che da sempre gestiscono il mercato di quei voti senza i quali, nessuno schieramento politico, potrebbe mai vincere le elezioni politiche nazionali.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: Siracusa, il centro di Ortigia, cuore storico archeologico dell’antica città greca, con i sacchi di spazzatura gettati da molti degli elettori aventi diritto al voto agli angoli delle strade

Come sanno le molte migliaia dei nostri Lettori giornalieri, la rivista L’Isola di Patmos si occupa di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale, non di attualità politica. A poche ore di distanza dall’apertura dei seggi elettorali, dove il corpo elettorale della Repubblica Italiana avente diritto al voto confluirà per le elezioni politiche nazionali, desidero offrire in via del tutto eccezionale ai Lettori, ma sopratutto egli Elettori, un mio pubblico commento sul perché, da ormai sedici anni, non mi reco alle urne a votare per le elezioni politiche nazionali e amministrative.

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È necessario anzitutto sfatare un equivoco duro a morire: il voto è sia un diritto sia un dovere, ma non un obbligo. Pertanto, chi in un sistema democratico decide di esprimere la propria libera volontà astenendosi dal voto, non è un cattivo cittadino, ma un degno membro di quel Popolo che compone il corpo dei consociati della Repubblica Italiana. E non è vero che coloro che non votano «danno il voto alla maggioranza», o «favoriscono la vittoria della maggioranza», perché dire questo è come affermare che chi non passa per un casello autostradale di Roma, quindi non ritira il biglietto col quale poi pagare all’uscita di Napoli o di Salerno, è come se lo avesse ritirato ed avesse pagato lo stesso. E capite bene che una simile affermazione, è del tutto illogica.

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Il voto, di per sé, è una libera espressione di volontà che può essere espressa in vari modi. Un qualsiasi atto di volontà, come c’insegna l’antica sapienza dei maestri del pensiero greco, può essere infatti espressa, in modo altrettanto efficace, sia con l’azione sia con la mancanza d’azione. Il tutto con buona pace del pensiero illuminista, che come ricordiamo non s’impone attraverso baci e abbracci, ma con la barbarie delle ghigliottine. È infatti per il pensiero illuminista che la mancanza d’azione, all’occorrenza anche violenta e sanguinaria, equivale a una mancata assunzione di responsabilità. E l’Illuminismo, tanto per ricordare, giunge al culmine attraverso quella ben poco gloriosa Rivoluzione Francese che in nome di un’idea alquanto discutibile di libertà, commise gravi violazioni e ingiustizie pagate col sangue di molti innocenti dopo processi sommari, con condanne a morte inflitte non su base di prove ineccepibili, bensì inflitte spesso solo per odio, gelosia e invidia sociale.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: questa immagine non è tratta dal repertorio fotografico della casba di Algeri degli anni Cinquanta del Novecento, siamo a Siracusa, nel cuore storico di Ortigia, a pochi metri dal sito archeologico del Tempio di Apollo, uno dei templi dorici più grandi della Magna Grecia. La spazzatura che vedete in foto, è stata lasciata dagli elettori aventi diritto al voto, proprio quelli che poi urlano «No, ai politici corrotti, ripuliamo il Paese!»

Qualcosa di simile possiamo ravvisarla oggi a livello socio psicologico nel miserando movimento messo in piedi dal comico italiano Beppe Grillo, il giustizialismo del quale richiama alla storica memoria di chi la storia la conosce e l’ha studiata, certi stili di Robespierre, che al contrario di questo comico genovese era però una mente brillante ed intelligente. Il seguito pecorone di questo comico sbraitante è costituito dal suo onirico e cosiddetto “Popolo della rete”, che ricorda le turbe inferocite sotto i palchi delle ghigliottine; delle turbe composte perlopiù da quegli ignoranti illetterati sullo stile del grillino Luigi di Maio, che applaudirono ebbri di sangue e violenza quando il boia tagliò la testa ad Antoine-Laurent de Lavoisier, una delle menti più brillanti non solo della Francia, ma dell’Europa intera, tanto che pochi anni dopo si disse che forse non sarebbero bastati altri duecento anni, per veder rinascere un’altra mente geniale del genere. E personaggi come Beppe Grillo e Luigi di Maio, con appresso il loro furente “Popolo della rete”, semmai oggi ve ne fossero, sarebbero capaci di ghigliottinarne dieci, di uomini come il de Lavoisier.

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Per inciso, io credo da sempre che Beppe Grillo, pur non finendo a sua volta sulla ghigliottina come vi finì Robespierre, finirà come lui vittima della propria stessa violenza, ed a tempo e luogo dovrà lasciare l’Italia, come a suo tempo dovette lasciarla Bettino Craxi, sebbene con una differenza di non poco conto: Bettino Craxi era uno statista, mentre Beppe Grillo è un demente umorale capace solo di gonfiare la piazza delusa e frustrata con umori quasi sempre aggressivi e soprattutto emotivo-irrazionali.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre a Ortigia, cuore del centro storico dell’antica città greca di Siracusa, a poche decine di metri di distanza dal sito archeologico del Tempio di Apollo

Dall’altra parte c’è un ottantenne, certo Silvio Berlusconi, con una vita alle spalle che con blando eufemismo potremo definire “intensa” e “movimentata”. A differenza di Grillo, questo sgrillettante ottantenne non è affatto un demente umorale, ma una persona con grandi capacità pratiche sul piano della organizzazione e su quello della gestione, ma anche sul piano politico.

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Se poc’anzi ho espresso che mai darei il voto ad un piccolo Robespierre redivivo come Grillo, proseguo spiegando che i motivi per i quali mai voterei ― e per i quali mai ho votato ― Berlusconi, sono sommariamente i seguenti: perché costui incarna ed esprime il meglio del peggio della società edonista, narcisista e soprattutto lassista. Non oserei mai definire Berlusconi persona immorale, perché ciò sarebbe davvero riduttivo. Berlusconi è un soggetto a-morale che esprime come tale la vivente negazione di tutti quelli che sono i miei personali sentimenti e valori cristiani di vita. Berlusconi, pur alla sua tenera età di ottant’anni passati, è un povero affetto da priapismo fallocentrico supportato dagli artifici del Viagra.

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Fanno da corolla a questi due poli principalmente in lizza, tutta una serie di micro partiti nati più o meno dalla sera alla mattina in occasione delle elezioni, ma necessari a dare agli elettori l’illusione del voto offerto a qualche piccola aggregazione. Purtroppo però gli elettori, avvolti spesso e per gran parte da santa ignoranza, ignorano che votare a questi micro partitini, equivale in tutto e per tutto a dare a ‘na mignotta un assegno firmato in bianco, senza importo e senza data. A quel punto, in modo del tutto legittimo, la pia mignotta deciderà lei a qual pappone o magnaccia portare l’assegno, quale importo di danaro metterci e presso qual banca incassarlo.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’Ortigia di Siracusa, con le immondizie lasciate dinanzi ad un palazzo storico del XVII secolo, di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine, XVI secolo

Pertanto, chi deciderà di votare per protesta a Matteo Salvini, o od altre mignotte diverse ma comunque analoghe, offrirà il proprio assegno in bianco a colui al quale costoro decideranno di portarlo: a Berlusconi, a Grillo, od al Partito Democratico. Se infatti il partito più votato non raggiungerà da solo la maggioranza, avrà bisogno dei voti di questi altri partitini, che venderanno a caro prezzo il proprio pacchetto di voti in cambio di precisi condizionamenti e condizioni.

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Inutile dire ― sebbene sia opportuno dirlo e soprattutto ricordarlo ― che un simile sistema elettorale vanifica la volontà dell’elettore e trasforma per l’appunto il voto dato in un vero e proprio assegno firmato in bianco, senza importo e senza data, messo in totale fiducia nelle mani de ‘na mignotta alla totale mercé del proprio pappone o magnaccia, di cui peraltro non sarà possibile conoscere neppure l’identità fino a quando non sarà stato formato il nuovo Governo del Paese.

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Vi sono poi due principali motivi per i quali esprimo ormai da sedici anni la mia volontà attraverso il non-voto, che sono rispettivamente: il problema dell’ignoranza abissale diffusa tra il Popolo italiano e proditoriamente incrementata da chi ha grandi interessi ad incrementarla; la situazione del gran serbatoio di voti del Meridione d’Italia, che seguita ad essere in mano al potere trasversale di gestione delle varie potenti mafie, che da sempre gestiscono il mercato di quei voti senza i quali, nessuno schieramento politico, potrebbe mai vincere le elezioni politiche nazionali.

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Partiamo allora dal primo di questo punti, che è l’ignoranza, spiegando anzitutto che gran parte degli aventi legittimo diritto al voto, non sanno neppure com’è strutturata a livello costituzionale e politico la Repubblica Italiana. E più questi ignoranti sono ignoranti, più essi si infervorano nel dar vita ad assurde discussioni politiche più o meno equiparabili a quelle di un povero tizio che, totalmente digiuno di tutti i rudimenti basilari della anatomia umana, presume però di poter dissertare sulle scienze mediche. A questo si aggiunga poi di peggio, perché questo genere di ignoranti, non si limitano soltanto a dissertare sulle scienze mediche, ma si prendono pure la libertà di dar dell’incompetente ad uno specialista in anatomia che da trent’anni insegna questa fondamentale materia alla facoltà di medicina chirurgia. Infatti, assieme alla mitica «immaginazione» rivendicata nel Sessantotto, oggi, con essa al potere, c’è andata purtroppo da tempo anche l’ignoranza, supportata dalla peggiore arroganza aggressiva che è tutta quanta tipica del non sapere, dell’ignorante che ignora e che, proprio per questo, sproloquia a ruota libera, il tutto con una pericolosa aggravante per l’intera comunità nazionale: gli ignoranti votano e purtroppo sono tanti, ahimè sono la maggioranza! Se infatti così non fosse stato, come avrebbero potuto, svariati milioni di italiani, mettersi in mano ad un comico che nel 2007 dette avvio alle proprie lungimiranti idee politiche chiamando gli italiani a partecipare in massa al suo primo Vaffanculo Day  ?

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’Ortigia di Siracusa, a pochi metri dalla basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al IV secolo: rifiuti di materiali edili di uno dei tanti cantierini abusivi che sorgono in pieno centro storico nelle completa noncuranza degli amministratori locali

Capita così di udire il venefico elettore ignorante affermare spropositi di questo genere: «Se fosse abolita una delle due camere e mandati a casa i membri che adesso la compongono, sarebbero risanate per buona parte le finanze dello Stato». Mi domando: chi glielo spiega a questi venefici ignoranti, di quelli che pensano davvero di far politica coi Vaffanculo Day, che affermare una cosa del genere sarebbe come dire che il Patriarca Mosè, tolti con un secchio tre o quattro litri d’acqua dal Mar Rosso, creò una tale secca da dividere le acque e far passare in mezzo ad esse tutto il Popolo degli israeliti? Detto questo sorvolo senza indugiare su quella che sarebbe di per sé una lunga e qui non possibile dissertazione in diritto costituzionale, per spiegare in brevi parole che il cosiddetto bi-cameralismo, nel nostro Paese, non è stato adottato per creare “deficit pubblico”, ma per dare le massime garanzie di democrazia. E la democrazia, ammesso ch’essa abbia dei costi, non avrà comunque mai un costo troppo elevato, sempre con buona pace dei Vaffanculo Day e di coloro che strillando Vaffanculo sulle piazze gremite al seguito di un comico schizofrenico, pensano davvero di poter salvare il proprio Paese.

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Cosa dire poi degli scandali periodici inscenati da eserciti di analfabeti psicologici quando alla grande accademia del Vaffanculo, si mettono a lanciare tuoni e fulmini sui cosiddetti stipendi d’oro dei parlamentari? Mi domando: durante la scuola dell’obbligo che per legge costoro devono comunque avere fatto — pur non avendo molti appreso niente, come l’abissale ignorante Luigi di Maio —, in qualche semplice lezioncina di educazione civica, di quelle che se ben fatte sono capite anche dai ragazzi di dodici e tredici anni, qualcuno gli ha mai spiegato come mai i parlamentari ricevono, ed è giusto che ricevano, un congruo ed anche elevato stipendio?

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A parte il fatto che un parlamentare rappresenta la dignità di un intero Paese, ed è bene quindi che per questa sola ragione non se ne vada girando con le pezze al culo, ciò che andrebbe spiegato con una semplice lezioncina di storia agli accademici che sentenziano alla grande accademia del Vaffanculo, è ciò che accadeva nell’Italia dell’epoca monarchica quando, a certe cariche, potevano accedere solo esponenti di famiglie di aristocratici possidenti, di famiglie d’industriali e di famiglie dell’alta borghesia, perché certe cariche e funzioni politiche non erano in alcun modo remunerate. Pertanto, inizialmente, i senatori ed i parlamentari non ricevevano neppure un rimborso per le spese che dovevano affrontare per recarsi a Roma presso il Regio Senato o la Regia Camera dei Deputati. Vediamo allora chi erano in quegli anni i senatori: lo erano i membri delle famiglie Agnelli, Pirelli, Brera … nessuna persona, seppur dotata di talento politico, avrebbe mai potuto giungere a certe cariche, perché non avrebbe avuto i mezzi per sostenere la propria attività politica di senatore o di parlamentare, specie quando certi impegni gravosi implicano anzitutto la necessità di lasciare il proprio lavoro o posto d’impiego per dedicarsi a tempo pieno all’attività politica, che sarebbe di per sé un alto e nobile servizio alla Madrepatria. Ma ecco pronta la replica degli accademici della grande accademia del Vaffanculo, perché leggere quanto costoro commentano in giro per i blog, quali esponenti del cosiddetto Popolo giacobino della rete, è per certi versi esilarante: «I deputati devono lavorare e mantenersi!». Fatemi capire, illustri membri del gran Popolo della rete: esiste forse qualcuno che affermerebbe, peraltro anche in modo serio e convinto, che se uno vuol fare il primario del reparto di cardiochirurgia, deve andare a lavorare per poter dirigere quel reparto ospedaliero? O forse che un insegnante, se vuole insegnare, deve andare a lavorare per poter insegnare? O forse che un operaio, se vuole permettersi il lusso di lavorare ad una catena di montaggio industriale, deve andare a lavorare per potersi mantenere il posto di lavoro? O forse che un contadino, per potersi permettere il lusso di mungere le vacche nella sua stalla, deve andare a lavorare se vuole poi procedere alla mungitura?

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una via della Graziella, antico e caratteristico quartiere dei pescatori

Temo quindi che purtroppo si confondano degli abusi, legati sia alla corruzione della classe politica sia alle sue malversazioni, con quelle che sono e che di per sé nascono come garanzie di democrazia e di massima rappresentatività democratica di tutti i cittadini senza alcuna distinzione di ceto e classe sociale. Ma soprattutto, ciò che le piazze sbraitanti dei Vaffanculo del povero Grillo non vogliono capire ― perché ciò comporterebbe molte assunzioni di responsabilità da parte di milioni di singole persone ―, è che i politici corrotti nascono sempre e di prassi da un popolo corrotto, perché è il popolo che li ha votati e che seguita a votarli, non sono loro che si sono imposti con un colpo di Stato: sono stati eletti a maggioranza dagli aventi diritto al voto! E quello italiano, a mio parere, è un Popolo profondamente e intimamente corrotto, che come tale esprime corrotti e corruzione anche attraverso il meccanismo delle libere elezioni democratiche, in modo particolare alle elezioni locali amministrative, dove eserciti di elettori corteggiano i politici più immorali e corrotti per vedersi da essi riconosciuto e garantito il loro “sacrosanto diritto” a vivere nelle varie forme di “illegalità istituzionalizzata”.

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Il secondo dei punti per i quali esprimo la mia libera volontà attraverso il non-voto è legato al dramma che vede un’intera fetta del nostro Paese governata dalle mafie, le cui varie denominazioni sono: Camorra, N’drangheta, Cosa Nostra e Sacra Corona Unita.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una caratteristica piazzetta storica

Da molti decenni le varie mafie si servono delle migliori regole democratiche per imporre il proprio dominio, o per dirla chiara e breve: in intere zone del nostro Paese, chi muove i voti sono le varie mafie. Per sconfiggere il potere del governo mafioso su intere regioni, bisognerebbe incidere in modo deciso e radicale proprio sul meccanismo del voto, posto che né in Campania, né in Calabria né in Sicilia è possibile vincere le elezioni senza il supporto della Camorra, della N’drangheta e di Cosa Nostra. Sicché, in modo diretto o per l’uso di uomini di paglia, queste aggregazioni mafiose incidono sulle amministrazioni locali e poi sulla vita politica nazionale attraverso i propri uomini.

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Per capire questa mia grave affermazione è necessario fare ricorso ad esempi concreti, o se preferiamo a prove visibile ed immagini d’impatto. Per poter fare questo debbo premettere che io risiedo in parte a Roma, dove svolgo vari uffici legati al mio ministero di sacerdote e di teologo, compreso uno in particolare che mi impegna come postulatore presso il dicastero per le cause dei Santi, ed in parte risiedo a Siracusa, dove mi ritiro quando devo studiare con tutta calma certi documenti, o quando io stesso devo preparare attente documentazioni o lavorare a miei scritti di vario genere. Questa spiegazione e precisazione è del tutto dovuta perché serve per capire sia l’esempio portato e poi elevato a paradigma, sia le foto che accompagnano questo articolo come altrettanto paradigma reso visibile attraverso delle immagini.

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Ecco dunque servito l’esempio: nel cuore storico dell’antica città greca di Siracusa, che è Ortigia ― dove io ho una delle due diverse residenze tra le quali mi divido ―, è stato dato avvio alla raccolta differenziata dei rifiuti. Sono stati quindi giustamente tolti tutti i cassonetti da questo centro di grande interesse storico, artistico ed archeologico, perché tutti i residenti o domiciliati sono stati muniti di cassonetti domestici per la raccolta differenziata dei rifiuti. Con solerte zelo, io ed il mio collaboratore che condivide con me il lavoro e quindi gli spazi abitativi sia a Roma sia a Siracusa, differenziamo i rifiuti, poi, nei giorni stabiliti, poniamo i bidoncini domestici fuori dalla porta. Mentre noi ed altre persone facciamo questo, un numero più elevato di abitanti, non essendovi più i cassonetti per strada, getta la spazzatura agli angoli delle vie, coi desolanti risultati visibili in pieno centro: cumuli di sacchetti dei rifiuti all’angolo di palazzi storici monumentali.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una caratteristica piazzetta storica

Qualsiasi anima ingenua potrebbe chiedersi: come mai, i Vigili Urbani o le Forze dell’Ordine, non si precipitano presso le case di questi incivili bombardandoli di sanzioni amministrative? Tanto più, sanzionare diverse di queste persone sarebbe anche facile, se consideriamo che svariati di costoro, tra un bivacco e l’altro agli arresti domiciliari, vivono in case occupate abusivamente, hanno gli allacci abusivi alla luce, hanno figlioletti dotati di tutti gli strumenti tecnologici più all’avanguardia e più costosi, ma non svolgono alcun lavoro e non sono in grado di documentare alcun reddito percepito. Allora perché, non intervengono?

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Spiego subito alle anime pie i motivi del non-intervento: perché coloro che gettano la spazzatura per la strada agli angoli dei palazzi monumentali, sono una media di sei o sette abitanti su dieci. E questi sei o sette su dieci, politicamente parlando, si chiamano elettori. E quando ci sono le elezioni, questi sei o sette incivili, al primo squillo di tromba partono come pecore per dare in massa il voto al mafioso di turno, od al prestanome politico dietro il quale si cela il mafioso od una cosca mafiosa intera. Ora, siccome le elezioni si vincono con la maggioranza costituita oggi purtroppo da incivili, voi capite bene che nessuno andrà mai a toccare ― e dico mai e in alcun modo ―, questi preziosi elettori, perché sono indispensabili, in quanto maggioranza qualificata, a tenere in piedi un intero sistema corrotto e corruttore.

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Dinanzi a questo esempio concreto, è forse del tutto sbagliato, da parte mia, consapevole di appartenere a quella minoranza costituita da tre o quattro persone civili contro dieci incivili, affermare: prendetevi il voto di questa bella e preziosa gente, ma non certo il voto mio? O per meglio chiarire: a che serve votare, quando c’è già una maggioranza che ha vinto in partenza, che in questo caso è la maggioranza degli incivili, degli abusivisti, di quanti bivaccano tra un piccolo reato e l’altro agli arresti domiciliari, dei beneficiari di pensioni fasulle d’invalidità, o delle pensioni di accompagnamento elargite a soggetti affatto invalidi, per seguire coi beneficiari di finanziamenti regionali a fondo perduto dati per delle assurde quanto mai improbabili attività d’arte ed artigianato, ma che in verità sono solo regalìe — spesso fatte piovere a botte di alcune decine di migliaia di euro —, utilità delle quali è solo quella di tenersi buone intere famigliole di elettori foraggiate dai politici locali coi soldi di tutti i pubblici contribuenti?

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i bidoncini della raccolta differenziata della residenza siracusana del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, il certificato elettorale lo ha smaltito nel bidoncino blu, quello per la differenziata di carta e cartone, esercitando in tal modo un proprio libero e insindacabile diritto: il diritto al non-voto.

Eccome, se andrei a votare! Lo farei se il mio voto fosse in qualche modo utile per contribuire a spostare anche di un millesimo l’ago della bilancia. Contrariamente, dinanzi ad un Popolo corrotto e corruttore che esprime corruzione e che detiene la maggioranza, io non vado a firmare un assegno in bianco a ‘na mignotta, senza cifra e senza data, ben sapendo che costei lo consegnerà ad un pappone o magnaccia il quale, come meglio preferirà, sceglierà presso quale banca porlo all’incasso.

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Agendo a questo modo, non penso di essere un cattivo cittadino, tutt’altro! Anzi, seguiterò sempre a considerare l’Italia la mia fiera e amata Patria, facendo frattanto la raccolta differenziata assieme ad una minoranza di persone civili, mentre la maggioranza darà nel segreto dell’urna l’obolo del voto al mafioso di turno, affinché spazzatura produca spazzatura ed incrementi spazzatura, sino al totale collasso di questa miserevole democrazia ormai svuotata di libertà, perché è questo che da tempo hanno inaugurato: la democrazia senza libertà.

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Dio benedica l’Italia, i suoi abitanti ed i suoi governanti in occasione delle elezioni politiche nazionali.

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dall’Isola di Patmos, 3 marzo 2018

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