L’Inferno esiste e oggi trabocca più che mai di dannati: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta»
L’INFERNO ESISTE E OGGI TRABOCCA PIÙ CHE MAI DI DANNATI: «SFORZATEVI DI ENTRARE PER LA PORTA STRETTA»
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[…] il Verbo di Dio ci chiama a sforzarci di entrare per la porta stretta, perché «molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». E come capite, questo Vangelo, che poi è il solo e il vero Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, è molto diverso da quello annacquato da certi preti con La Repubblica e L’Espresso sottobraccio, che anziché leggere le opere di teologia dei grandi Padri della Chiesa leggono Micromega, che anziché tenere sulle proprie scrivanie Le imitazioni di Cristo, ci tengono in bella vista i libri di quell’ateo impenitente, nonché sottile denigratore e dissacratore del cattolicesimo, tal è sempre stato Umberto Eco.
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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dipinto di San Bernardo di Chiaravalle
Oggi, sabato 20 agosto, la Chiesa celebra la memoria dell’Abate cistercense Bernardo di Chiaravalle, nato nel 1090 e morto nell’ormai remoto anno 1153. Nella Santa Messa pre-festiva della domenica, la liturgia di questa XXI domenica del Tempo Ordinario, offre al Popolo di Dio questa pagina del Vangelo:
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In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi» [Lc 13, 22-30]
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Nel 1145 salì sulla Cattedra di Pietro un discepolo di San Bernardo di Chiaravalle [1090-1153], anch’esso di nome Bernardo, abate del monastero romano dei Santi Anastasio e Vincenzo nei pressi delle Tre Fontane, al secolo membro della nobile famiglia d’origine pisana dei de’ Paganelli di Montemagno. La scelta dei cardinali fu osteggiata da Bernardo di Chiaravalle che ritenne opportuno metterli in guardia indicando loro che questo suo discepolo era persona molto «innocente e semplice» e per questo non adatto al governo della Chiesa, nella grave situazione dottrinale e politica che si trovava a vivere in quegli anni. Probabilmente, a modo suo «innocente e semplice» lo era anche il futuro santo e dottore della Chiesa, se non aveva capito che proprio per quel motivo i Cardinali avevano scelto quel candidato, necessitando in quel preciso frangente storico di una persona che fosse debole, quindi facilmente manipolabile dai delinquenti che già all’epoca avviluppavano come avvoltoi il sacro soglio pontificio. La Chiesa era infatti afflitta da gravi problemi che i concilî precedenti il pontificato di Eugenio III [1145-1153] non erano riusciti a sedare. Merita infatti ricordare che il I Concilio lateranense del 1123 sancì nei propri canoni precise normative contro la simonia, il rispetto del celibato da parte dei chierici e le corrette investiture ecclesiastiche; ma il tutto era rimasto pressoché lettera morta. Nel 1139 fu celebrato il II Concilio lateranense che nei suoi canoni condannò nuovamente la simonia, l’usura e le false confessioni. Sessantadue anni dopo il pontificato di Eugenio III, preceduto dai concili lateranensi testé citati, fu celebrato nel 1215 il IV concilio lateranense, che dopo il preambolo introduttivo condanna l’eresia dell’Abate cistercense Gioacchino da Fiore. Ma sono soprattutto i susseguenti canoni disciplinari riguardanti vescovi e presbiteri che lasciano a dir poco basiti, sia per la loro gravità sia per la loro attualità, proprio come se da allora a oggi fossero passati “inutilmente” VIII secoli. Con tanto di descrizioni minuziose il Concilio indica a uno a uno tutti i principali vezzi e malvezzi dai quali gli ecclesiastici dovevano mondarsi [cf. cann. XIV-XIX]. Per dare solo un breve saggio dei canoni disciplinari del IV Concilio Lateranense, riguardo i pessimi costumi del clero, basti citarne uno a caso tra i diversi:
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« Deploriamo che non soltanto alcuni chierici minori, ma persino certi prelati, passino metà della notte in festini superflui e in chiacchiere illecite, per non dir di peggio. Costoro dormono poi il resto della notte, si svegliano solo a giorno tardo col canto degli uccelli, restando assonnati per il resto del mattino. Vi sono altri che celebrano la Santa Messa appena quattro volte l’anno. Ma v’è di peggio ancora: non vogliono neppure assistervi. E se capita che qualche volta siano presenti quando la Santa Messa è celebrata, disertano il silenzio del coro e vanno fuori a parlare con i laici, immergendosi in discorsi inopportuni e non prestando alcuna attenzione alla celebrazione dei sacri misteri. In modo assoluto proibiamo queste e altre cose simili sotto pena della sospensione, comandando severamente in virtù di santa obbedienza, che costoro recitino l’ufficio divino diurno e notturno, come Dio concederà loro, con uno zelo che sia pari alla loro devozione » [IV Conc. Lat. can. XVII, trad. it. a cura dell’Autore].
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Questo per chiarire lo stato in cui versava la Chiesa prima e poi dopo l’elezione di Eugenio III, ma soprattutto per chiarire come mai, appena egli fu salito al sacro soglio, Bernardo di Chiaravalle s’affrettò a inviargli in omaggio un trattato buono per ogni Papa appositamente adattato a lui. E adesso udite cosa scrive la penna libera di Bernardo ispirata dalla grazia di Dio. Tanto per cominciare, Bernardo, invita Eugenio III a non illudersi su chi ha intorno … e lo fa con queste esatte parole:
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« Puoi mostrarmene uno solo che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare all’interno della Chiesa ».
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Sono parole scritte circa 900 anni fa, ma sfido chiunque ad affermare che non siano attuali, oggi forse ancor più di ieri, specie poi se aggiungiamo quest’altra pennellata tratta dallo scritto di San Bernardo che seguita a mettere in guardia Eugenio III con questa ulteriore raccomandazione:
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« I tuoi fratelli vescovi imparino da te a non tenersi attorno ragazzi zazzeruti o giovanotti provocanti. Fra le teste ricoperte dalle mitrie episcopali sta molto male quel viavai di acconciature sofisticate » [Cf. Bernardo di Chiaravalle, Trattato buono per ogni Papa, trad. it. a cura dell’Autore].
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Questo monito, edulcorato ma chiaro, è dedicato da San Bernardo di Chiaravalle a certi attuali ecclesiastici, in particolare a quei vescovi diocesani che tuonano dietro le quinte nei miei riguardi affermando che … « quel prete dalla penna screanzata è ossessionato dagli ecclesiastici omosessuali e dalla loro cosiddetta lobby gay » [cf. QUI]; e dopo avermi rivolto alle spalle queste stizzose critiche, seguitano imperterriti a ordinare sacerdoti dei soggetti con palesi tendenze omosessuali strutturalmente radicate [cf. QUI].
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Come Popolo di Dio noi siamo proiettati, sin dalla Pentecoste dello Spirito Santo, in un cammino incessante. Questo cammino muove dal presente e si proietta nel nostro futuro. Non possiamo rimanere attaccati al passato che non deve passare, né vivere immobili immersi nei ricordi passati, come fanno coloro che solitamente ed impropriamente vengono definiti come “tradizionalisti” cattolici. Certo, dovremmo conoscere bene il nostro passato, perché l’opera del passato ha determinato il nostro presente; e se non corriamo presto ai ripari, il presente nato da un passato che non sempre è stato felice, rischia di condizionare negativamente il nostro futuro. Come infatti affermava George Santayana, saggio pensatore del Novecento: « Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla ».
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Cercherò di spiegarmi con un esempio: quando 40 anni fa ero adolescente, davanti ai miei occhi di tredicenne avevo tutt’altro esempio e modello di vescovi e di sacerdoti. All’epoca, una desolante mediocrità come quella odierna, ancora non era neppure pensabile nel Collegio Sacerdotale, men che mai nel Collegio Episcopale. I nostri sacerdoti, ed i vescovi in particolare, erano molto attenti nell’indicare ai fedeli cosa era bene e cosa era male, a cercare di separare il grano dalla gramigna, o perlomeno a indicare cosa era grano e cosa era gramigna, ricordando che un giorno, la gramigna, sarebbe stata legata in fasci e bruciata nel fuoco. Semmai spiegando con cura che grano e gramigna devono a volte crescere assieme e che la gramigna non può essere estirpata sùbito, casomai per sradicare questa malerba si corresse il rischio di strappare assieme ad essa anche una sola spiga di buon grano; ma nel giorno dell’ultima raccolta, il padrone del campo avrebbe provveduto in ogni caso a separare il buon grano dalla gramigna destinata ad essere estirpata e bruciata [cf. Mt 13, 24-30; 13, 36-43]:
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« Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: “Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” » [Cf. Mt 13,30].
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Oggi, molti preti, ci passano accanto vestiti in abiti civili con La Repubblica e L’Espresso sottobraccio; e nelle loro preoccupanti carenze teologiche si sentono, pur malgrado, dei grandi intellettuali, perché attenti lettori della rivista della sinistra radicale Micromega. Sulle loro scrivanie ostentano i libri di Umberto Eco e quando parlano capita di sentirli magnificare ― anche nelle loro omelie ― i peggiori filosofi e sociologi anti-cristiani dell’Ottocento e del Novecento, il tutto con pernicioso vezzo e soprattutto con millantato sfoggio di una cultura che purtroppo, di fatto, costoro non hanno …
… e così, proprio noi preti istituiti pastori e guide del Popolo di Dio, abbiamo cominciato ad essere spesso i primi a fuorviare il Popolo di Dio, insegnando per esempio che siccome Dio è amore, alla resa dei conti perdona tutti e non condanna nessuno. E dalle nostre omelie, usate sovente per fare maldestri discorsi di sociologia anziché per annunciare il Vangelo, sono sparite parole come mistero del male, Satana, castigo, inferno, giudizio di Dio, salvezza e condanna eterna …
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Per poco possa valere io chiedo perdono al Popolo di Dio per quei miei confratelli che non annunciano il Vangelo e che hanno da tempo derogato al loro compito fondamentale: la salus animarum, la salute delle anime e la loro salvezza eterna. Come infatti molti di voi ricorderanno, nel corso degli anni la Chiesa ha fatto ripetuti mea culpa chiedendo perdono a tutti: agli ebrei, ai musulmani, agli ortodossi, ai protestanti, agli africani animisti, ai discendenti delle popolazioni indigene del Latino America … insomma a tutti, proprio a tutti, meno che ai Christi fideles ed ai suoi fedeli servitori, vale a dire a non pochi vescovi e sacerdoti che in tempi tutt’altro che remoti hanno vissuto situazioni di vero e proprio martirio bianco all’interno della Chiesa. Infatti, si può essere perseguitati per la Chiesa, ma anche nella Chiesa, ed i perseguitati nella Chiesa subiscono spesso angherie molto peggiori di un martirio in odio alla fede che quasi sempre si esaurisce nello spazio di pochi secondi attraverso un colpo deciso di machete od uno sparo d’arma da fuoco. Il martirio bianco dura invece per tutta l’esistenza. E solo Dio sa quanto crudeli e irrefrenabili siano nella inflizione di questo genere di martirî i preti o spesso peggio ancora i loro vescovi.
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Diversi di questi sottoposti a lungo martirio bianco sono stati poi elevati agli onori degli altari, come nel caso paradigmatico di San Benedetto Menni, che fu diffamato, disonorato e infine trascinato nei tribunali penali attraverso gravissime accuse false create a tavolino da frati, suore ed ecclesiastici vari. Merita per inciso ricordare che Benedetto Menni fu reso oggetto di un’accusa molto infamante: avere usata violenza ad una povera demente ricoverata in una delle strutture psichiatriche da lui create, ciò dette vita al “caso Semillan”, di cui si occupò il Tribunale penale di Madrid. Il caso si trascinò nelle aule giudiziali dal 1895 al 1902. Dopo sette anni il caso si concluse con la piena assoluzione di Benedetto Menni e la condanna dei suoi calunniatori. Molto peggiore fu la campagna di calunnie in foro ecclesiastico presso il Sant’Uffizio, che giunse solo tre anni dopo a decretare la totale infondatezza delle accuse. Accusato e aspramente combattuto all’interno dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, da un gruppo di irriducibili avversari pronti a tutto, anziché difendersi preferì dimettersi il 20 giugno 1912 dalla carica di Preposito Generale dell’Ordine, ad un anno e poco più dalla sua elezione. Le incessanti e pesanti pressioni psicologiche subìte nel corso degli anni gli causarono nel 1913 un attacco di paresi che lo porterà alla morte il 23 aprile 1914, all’età di 73 anni. Nel 1964 la postulazione generale dell’Ordine apre il processo di beatificazione. Nel 1982 è dichiarata la eroicità delle sue virtù, il 23 giugno 1985 il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II lo proclama beato ed il 21 novembre 1999 santo.
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Eppure, a ben pensarci, è stato più facile proclamarlo santo, anziché dire durante la cerimonia di beatificazione: «Beato Benedetto Menni, noi ti proclamiamo beato, ed al tempo stesso ti chiediamo perdono per il male che religiosi, religiose, sacerdoti e vescovi loro compiacenti complici e protettori ti hanno recato nel corso della tua intera esistenza». Giammai! Certe figure è più facile beatificarle e canonizzarle, lasciando prudentemente le terribili angherie da loro subite ben secretate nei fascicoli delle loro cause di beatificazione e di canonizzazione, creando semmai appresso delle amorevoli storielle di santini sdolcinati che siano adatte al Popolo di Dio, ovviamente per non suscitare in esso turbamenti con eccessivi bagni di realismo, ma soprattutto di verità, perché è vero, sì, che «la verità vi renderà liberi» [cf. Gv 8], ma qualche maestro alchimista del clericalese potrebbe anche ritenere che “troppa libertà”, al buon Popolo di Dio, finirebbe col dare alla testa. E chi inibisce la libertà, nega sempre la divina verità, per imporre la dittatura del diabolico verosimile.
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Possiamo dimenticare ciò che accadde in quel di Sicilia a Padre Luigi Orione, dove nel 1908 il terremoto di Reggio Calabria e Messina provocò circa 90.000 morti? Padre Luigi Orione accorse in aiuto dei sopravvissuti e di numerosi orfani, ed assieme a Padre Annibale Maria Di Francia ― col quale sarà poi elevato agli onori degli altari nel 2004 — costituirono i due pilastri della futura ricostruzione. Dopo quella immane tragedia cominciarono a giungere sia dall’Italia sia dall’estero, in particolare dai cattolici del Nord America, del Canada e dell’Australia, grosse somme di danaro che accesero non poche fantasie, mire e grandi appetiti nel clero locale. Andavano quindi evitati da sùbito due problemi: le ruberie da parte del clero e la sistemazione da parte dello stesso di nipoti, familiari e di amici degli amici in seno ad un’operazione caritativa con somme di danaro a molti zeri. Il Santo Pontefice Pio X nomina Padre Luigi Orione Vicario generale dell’Arcidiocesi di Messina, dove per tre anni svolse il suo apostolato tra enormi difficoltà ed altrettante enormi sofferenze. Basti dire che il clero diocesano, vedendosi impossibilitato a mettere le mani sulla gran torta di danaro, con sprezzo lo soprannominò: «Commissario del Vaticano». Nulla però furono gli sprezzi e le calunnie, rispetto al tentativo di avvelenamento che Padre Luigi Orione subì attraverso un barbiere assoldato dai suoi nemici. Nel 1910, mentre svolgeva in modo molto accorto il proprio ministero, attento anzitutto ad ostacolare maneggi disonesti di danaro nel corso della ricostruzione, durante il taglio della barba fu infettato dal barbiere col virus della sifilide. Pochi giorni dopo, sul suo tavolo di studio e di lavoro, qualche mano anonima depositò un libro-omaggio, si trattava di un manuale di medicina intitolato: «Come si cura la sifilide». Semmai fosse stata necessaria conferma di quanto in quel frangente fosse impossibile fidarsi del clero locale dinanzi a siffatti interessi economici, Padre Luigi Orione chiamò a Messina come stretti collaboratori diversi suoi confratelli, tutti provenienti da fuori e per questo presto soprannominati dal clero locale come « colonizzatori stranieri » [si rimanda a un vecchio articolo del 2004 su La Civilità Cattolica, QUI].
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È molto più facile prendere un sacerdote teologo perseguitato tutta la vita per essere stato un indefesso servitore della Chiesa e un difensore della santa dottrina cattolica, escluso e reso oggetto di ostracismi all’interno del mondo ecclesiale e del mondo accademico ecclesiastico impestati da mezzo secolo di eretici modernisti, ed elevarlo infine ultra ottantenne alla dignità cardinalizia, perché ciò costa molto meno, rispetto all’ammettere: « Ti chiediamo perdono, perché tu avevi ragione, noi abbiamo sbagliato ». E vi dirò: chi ha accettato alcune di queste porpore mirate a lavare certe coscienze ecclesiastiche, spesso a suo modo ha sbagliato. Al loro posto io avrei agito in altro modo, per esempio rispondendo: la dignità cardinalizia, datela ad un cinquantenne o ad un sessantenne, non a me che ho superato gli ottant’anni. A me basta molto meno: che mi domandiate scusa per tutto quello che mi avete fatto nel corso della mia esistenza. E ciò non ve lo chiedo per me – al quale le vostre scuse non interessano niente – ve lo chiedo solo per voi stessi, per la salute eterna delle vostre anime, che non possono lavarsi né essere lavate mettendo un rosso porpora addosso ad un poveretto in cammino verso i novant’anni, perché di rosso porpora si vestono anche le puttane, ma perlomeno sono a loro modo molto più coerenti e oneste rispetto a certi ecclesiastici.
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Questo per ribadire che la Chiesa sembra capace a chiedere perdono solo agli ebrei, ai musulmani, agli ortodossi, ai protestanti, agli africani animisti, ai discendenti delle popolazioni indigene del Latino America e via dicendo, ma non ai suoi figli, meno che mai ai suoi devoti servitori e indefessi protettori …
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Le parole scritte da San Bernardo di Chiaravalle e qui citate all’inizio, oggi si calano più che mai nella divina parola del Vangelo di questa liturgia della XXI domenica del Tempo Ordinario, nella quale il Verbo di Dio non ci dice: “Io sono amore senza giudizio e castigo”. Il Verbo di Dio, quando in modo assoluto ed esclusivo ci dice: « Io sono via, verità e vita » [cf. Gv 14], con quelle parole ci dice che egli non tollera la negazione della sua via e il progetto salvifico di vita che egli ci ha donato attraverso il mistero della redenzione per mezzo della sua incarnazione, morte e risurrezione; non tollera la menzogna, non tollera una vita che non sia conforme a Lui ed al suo annuncio. Cristo ha detto in modo chiaro e assoluto: Io sono. Non ha detto: “esistono varie vie e verità per giungere alla mia vita”. E ciò con buona pace di certi teologi del falso ecumenismo che intrisi di drammatica ignoranza non vogliono sentire neppure pronunciare la parola “assoluto”, che in teologia ha un significato ben preciso, da non confondere con gli assolutismi politici, come invece fanno molti dei nostri teologi moderni o modernisti. Nel suo Io sono, Cristo ci presenta quindi la purezza della assolutezza della fede, non la vaghezza della fede, non il relativismo religioso. Egli dice Io sono, non afferma: “Io potrei essere, ma non è detto che sia sempre Io, perché potrebbe essere anche Budda, Maometto, Lutero …”
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Il Verbo di Dio non dice: “Siccome Io sono misericordia infinita, potete fare ciò che volete e come volete, perché tanto, alla resa dei conti, perdonerò tutti”. Il Verbo di Dio non dice che “l’inferno non esiste”, tutt’altro: ce ne rammenta l’esistenza più e più volte nel corso della sua intera predicazione, mettendoci anche sull’avviso che in quel luogo di eterna dannazione « sarà pianto e stridore di denti » [cf. Mt 7,13-14; 8,11; 7,21; 25,31-46. Mc 10,43; Lc 17,27-30; etc ..].
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Il Verbo di Dio non dice che “il Demonio è una allegoria”, né dice – come ho sentito dire a più preti mai richiamati dai loro vescovi, od a più professori mai licenziati dalla Santa Sede dalle università pontificie – che Satana « è una traduzione mitico-simbolica delle antiche paure ancestrali dell’uomo », come sosteneva Karl Rahner e come oggi sostengono i suoi velenosi nipotini ormai al potere. Affermare questo è empietà ed eresia, è veleno dato in pasto ai nostri fedeli, perché in tal caso le prime leggende menzognere sarebbero proprio quelle scritte nel Vangelo, dove il primo intervento miracoloso di Gesù Cristo è la liberazione di un indemoniato [Cf. Mc 1, 23-26]. I Vangeli narrano di come Gesù Cristo caccia i demoni [Cf. Mc 1,21-28; 5,1-20; 9, 14-29, etc..] e di come dia mandato ai propri apostoli di cacciare i demoni in suo nome [Cf. Mc 9, 38; 16,17-18; etc.. ], non li esorta certo a insegnare al suo Popolo che il Diavolo è una leggenda allegorica, perché in tal caso seguirebbe subito appresso un’altra leggendaria allegoria: il mistero del peccato originale, sino alla completa de-costruzione del deposito della nostra fede …
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Questo per dire come oggi più che mai sarebbe urgente istruire le membra vive del Popolo che Dio ci ha affidato, spiegando che il Verbo di Dio ci chiama a sforzarci di entrare per la porta stretta, perché « molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno » [Cf. Lc 13, 22-30]. E come capite, questo Vangelo, che poi è il solo e il vero Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, è molto diverso da quello annacquato da certi preti con La Repubblica e L’Espresso sottobraccio, che anziché leggere le opere di teologia dei grandi Padri della Chiesa leggono Micromega, che anziché tenere sulle proprie scrivanie De Imitatione Christi [Le imitazioni di Cristo], ci tengono in bella vista i libri di quell’ateo impenitente, nonché sottile denigratore e dissacratore del cattolicesimo, tal è sempre stato Umberto Eco.
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E se per tutti voi Christi fideles la porta sarà stretta, per noi sacerdoti, che molto di più abbiamo avuto e ricevuto da Cristo in doni di grazia e quindi in responsabilità, la porta sarà più stretta ancora, perché alle nostre mani Cristo ha affidato il Santissimo Mistero del suo Corpo e del suo Sangue; perché alle nostre persone ha affidato il suo Popolo da custodire e da pascere, non da disperdere, meno che mai da fuorviare con pensieri e con pensatori alla moda che costituiscono da sempre la negazione di Cristo buon pastore che è la porta dell’ovile [Cf. Gv 10, 1-21]. E il significato della “porta delle pecore” andrebbe ricordato — o forse peggio spiegato di sana pianta — a certi nostri preti usciti dopo anni di “formazione” dai nostri santissimi seminari, quando sulle porte delle loro chiese parrocchiali attaccano locandine, manifestini e annunci varî, spesso e volentieri neppure di carattere religioso. La porta della Chiesa ha un significato teologico, metafisico, la porta della Chiesa è il simbolo di Cristo Buon Pastore: «Io sono la porta delle pecore» [Cf. Gv 10, 1-21]. Come vi permettete dunque, razza di scellerati, di mettere sopra a Cristo Buon Pastore Porta delle pecore, locandine appiccicate con le puntine che pubblicizzano gare di ballo e cene sociali ?
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Cristo Dio ci invita a passare per una porta stretta, dalla quale molti non riusciranno a passare, perché la misericordia infinita di Dio va di pari passo con la sua infinita giustizia, ed una divina misericordia senza giustizia non è neppure concepibile; e se qualcuno la concepisce, allora non annuncia il Vangelo, ma annuncia altro, vale a dire che non è cattolico, ma appartiene a un’altra religione, ad una falsa religione.
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Dall’Isola di Patmos, 20 agosto 2016
San Bernardo di Chiaravalle, dottore della Chiesa
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PREGHIERA DI SAN BERNARDO ALLA VERGINE
[ dal minuto 3,55 a seguire ]
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