I collaboratori del Papa ed i traditori del Papa, i limiti di sopportabilità

lettere dei lettori 2

– Rispondono i Padri dell’Isola di Patmos –

I COLLABORATORI DEL PAPA ED I TRADITORI DEL PAPA 

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È meglio esser fedeli al Papa senza titoli speciali, che occupare una poltrona in Vaticano per fare poi in tutto e per tutto la parte di Giuda.

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Caro Padre Giovanni,

a proposito della crisi della fede [vedere articolo QUI], non discuto l’autorità dell’attuale Sommo Pontefice, ma mi consenta rispettosamente di dire che – quanto ad autorevolezza e credibilità – francamente mi pare stonato, come leggo a pag. 4 del suo testo, mettere sullo stesso piano quel gigante che è stato Benedetto XVI nella sua missione, e Papa Francesco, la cui ambiguità e la cui supponenza, come giustamente dice Spaemann, si sono spinte al limite [vedere articolo QUI]. È anche per questo che credo sia meglio non annoverarsi fra «i più stretti e fedeli collaboratori» del regnante Pontefice … pensando a figure non raccomandabili che lo sono realmente, come Sua Em.za il Card. Walter Kasper.

La saluto con deferenza e affetto.

Pierluigi (Firenze)

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Caro Pierluigi.

Il Cardinale Crescenzo Sepe mostra dall'altare del Duomo di Nap

il carrierismo, nell’Isola di Patmos, oltre a essere stigmatizzato come piaga della Chiesa, è stato anche reso oggetto di ironie e goliardie, come ad esempio il Padre Ariel eletto Vescovo titolare di Laodicea Combusta [cf. QUI, QUI, QUI] ed in seguito auto-promosso Arcivescovo Metropolita di Napoli [cf. QUI], con tanto di sua immagine foto-montata sull’abito corale cardinalizio del Cardinale Crescenzio Sepe.

Parlando in quel mio articolo di «collaboratori del Papa» [cf. QUI], intendevo i veri collaboratori, come per esempio i Padri di questa rivista telematica L’Isola di Patmos, che sono sinceramente, totalmente e autenticamente fedeli al Magistero pontificio.

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Il puro fatto giuridico-materiale-esteriore di rivestire un ruolo ufficiale di collaboratore, ottenuto con la frode, l’adulazione e la scalata al potere, come per esempio ha fatto il Cardinale Walter Kasper, non significa nulla. È pura facciata, pura ipocrisia, è menzogna. È cosa spregevole … Gesù lo avrebbe trattato da sepolcro imbiancato, perché le cose si giudicano dalla sostanza e non dall’apparenza.

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Dobbiamo stare attenti a non lasciarci ingannare da soli titoli e rivestimenti giuridici, perché possono nascondere il falso. Non basta, infatti, che in una bottiglia ci sia l’etichetta “Barolo”, perché contenga del vero Barolo.

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Se un collaboratore ufficiale del Papa tradisce o falsifica il Magistero del Papa – e dico del Papa come Papa – sia esso Jorge Mario Bergoglio o sia un altro Papa (in tutto i Romani Pontefici sono 265), chiamato a essere custode della divina Rivelazione contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, non è un collaboratore, ma un traditore.

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Chi invece obbedisce al Magistero del Papa, come facciamo noi, anche se non ha incarichi speciali alla Santa Sede o altrove, è il vero, affidabile, competente, autorevole e leale collaboratore.

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È meglio esser fedeli al Papa senza titoli speciali, che occupare una poltrona in Vaticano per fare poi in tutto e per tutto la parte di Giuda.

dall’Isola di Patmos, 20 giugno 2016

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I LIMITI DI SOPPORTABILITÀ

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[…] il Santo Padre ha una testa alquanto dura e difficilmente ascolta qualcuno, ma se qualcuno ascolta, alla prova dei fatti ascolta le persone più sbagliate, come quelle che gli hanno consigliato, viepiù nella ricorrenza del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, di andare in visita apostolica a Stoccolma per prendere parte ai festeggiamenti dei cinquecento anni della pseudo-riforma luterana, che è per noi e che per noi rimane una eresia dinanzi alla quale non abbiamo proprio niente da festeggiare.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Padre Ariel.

Rifacendomi al suo ultimo articolo [cf. QUI] mi domandavo se difronte alle “limitatezze linguistiche e lessicali”, e conseguentemente ad alcune espressioni infelici che fanno pensare a presunte “elasticità dottrinali” dell’uomo che è Cefa, occorre chiedersi dove sia Paolo che, pur riconoscendone l’autorità, ardisca richiamarlo con fermezza? Almeno privatamente, se non pubblicamente. Narra infatti l’Apostolo: «… quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto» [Gal 2,11]. E’ molto pesante la Croce di Pietro e forse Francesco se ne rende pienamente conto. Che sia questa la ragione per cui chiede sempre di pregare in suo soccorso? Anche a protezione di P. Federico Lombardi, tenuto sulle spine! Preghiamo per loro e per noi come Davide nei salmi 15 e 16. Intanto il filosofo Spaemann – amico di Papa Benedetto XVI – fa rilevare ragionevolmente: «Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità» [cf. QUI].

Ettore (Milano)

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Caro Ettore.

Kasper libro su lutero

La verità è che Giovanni Paolo II, su suggerimento del Cardinale Joseph Ratzinger, nel 1999 chiamò a Roma l’allora Vescovo di Rottenburg-Stoccarda, Walter Kasper, affidandogli il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, affinché fosse tenuto sotto controllo, evitando che seguitasse a fomentare il peggio del catto-luteranesimo nelle facoltà teologiche e nell’episcopato tedesco. Purtroppo, quando nel 2013 il guinzaglio è stato tolto e con esso anche la museruola, i risultati sono stati quello che oggi brillano sotto gli occhi di tutti.

Io che non sono facilmente accusabile di usare le parole a caso, almeno fino a non facile prova contraria, comincio seriamente a temere per il Santo Padre i fischi in piazza [cf. QUI], proprio perché «Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità»; e temo che questo limite, che mai andrebbe valicato, sia stato invece valicato ormai da tempo.

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Il Santo Padre ha definito la Chiesa ospedale da campo, una definizione dinanzi alla quale ho reputato di ricordare in vari miei scritti e video-conferenze che nel pronto soccorso di questo ospedale ci stiamo noi presbìteri che viviamo a diretto contatto col cosiddetto polso della situazione. E sia io sia molti miei confratelli cominciamo a essere preoccupati per ragioni basate su dati oggettivi: i fedeli si lamentano sempre più e in toni sempre più aspri di questo pontificato; si lamentano di questo Sommo Pontefice che piace tanto, troppo, a tutte quelle persone che sono da sempre avverse al mondo cattolico ed al sentire cristiano. 

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Questa è la situazione. E coloro che vivendo a stretto contatto col Sommo Pontefice non lo informano di ciò, semmai per loro quieto vivere o per la speranza di poter passare dal color violaceo al color rosso porpora, nuocciono gravemente alla Chiesa e al Successore di Pietro, il quale «non va adulato ma aiutato», all’occorrenza persino redarguito, con tutto il rispetto dovuto alla sua sacra e inviolabile persona.

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Ciò che lamentano con sempre più frequenza proprio i fedeli che inizialmente erano entusiasti di questo pontificato, è «la confusione», la mancanza di «chiari si e di chiari no» al posto dei quali si tende a rispondere che «forse potrebbe essere si, ma forse anche no, assecondo il caso o la situazione …».

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A distanza di un anno dalla nomina dei nuovi vescovi stanno emergendo in varie diocesi italiane, in tutta la loro devastante portata, i disastri operati sul piano pastorale e dottrinale da figure molto mediocri che emulano con nauseabonda piaggeria il Santo Padre nel porgersi, nel parlare, nel vestire, persino nel salutare col pollicione alzato … [vedere miei precedenti articoli QUI, QUI, QUI]. Conosco diversi di questi sacerdoti elevati alla dignità episcopale, so bene quanto siano stati cresciuti a pane e Rahner usando come metro di speculazione teologica Hegel. E ricordo molto bene di quanto costoro si beassero nel citare nelle loro omelie o nelle loro catechesi, rivolte ai cattolici adulti di marca dossettiana, i libri di Umberto Eco e gli articoli di Paolo Flores d’Arcais editi sulla rivista della sinistra radicale Micromega; ma soprattutto ricordo con quanta ferocia hanno trattato il magistero di Benedetto XVI e in quali termini solevano definire «retrivo» o «anacronistico» il magistero di Giovanni Paolo II. E oggi, a uno a uno, ce li siamo ritrovati vescovi. E dopo avere trascorso gli anni a magnificare in giro per gli studi teologici italiani il libro di Hans Küng che pone in discussione l’infallibilità pontificia, oggi sono capaci di aggredire chiunque osi esercitare quel senso critico riconosciuto dalla libertà dei figli di Dio e dallo stesso Codice di Diritto Canonico, giacché al Regnante Pontefice – e va’ da sé, solo per loro perverso tornaconto personale –, essi pretendono di applicare criteri di infallibilità laddove mai sono stati riconosciuti come tali dalla Chiesa, oltre che dalla stessa struttura del dogma proclamato dal Beato Pio IX [si veda il motu proprio Ad tuendam fidem, QUI].

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Io che vivo nel pronto soccorso della Chiesa ospedale da campo, vedo questo tutti i giorni, non posso riferire cose diverse da quelle che vedo e che sento, vale a dire che i fedeli sono sempre più scontenti, oltre che disorientati.

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Per quanto riguarda il Beato Apostolo Paolo, possiamo dire che ad Antiochia affrontò Pietro a viso aperto senza problema alcuno per il semplice fatto che egli non aspirava a diventare cardinale. Detto questo va tenuta poi in considerazione un’altra cosa: se qualche Paolo oggi c’è – e questi potrebbe essere alla prova dei fatti il Cardinale Gerhard Ludwig Müller – purtroppo Pietro non lo ascolta, essendo troppo impegnato a prendere per oro colato le pericolose inesattezze teologiche del lacunoso rettore dell’Università Cattolica argentina, l’Arcivescovo Víctor Manuel Fernández, che non è certo quella grande e nobile aquila reale tale era il Cardinale George Marie Cottier, OP [25 aprile 1922 – 31 marzo 2016] teologo della Casa Pontificia.

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Il Santo Padre è circondato dal peggio della delinquenzialità dei modernisti, dei filo-luterani e degli eretici della peggior fatta. A questo si aggiunga che caratterialmente egli ha la testa alquanto dura e difficilmente ascolta qualcuno, ma se qualcuno ascolta, pare ascoltare le persone più sbagliate, come quelle che gli hanno consigliato – e viepiù nella ricorrenza del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima – di andare in visita apostolica a Stoccolma per prendere parte ai festeggiamenti dei cinquecento anni della pseudo-riforma luterana, che è per noi e che per noi rimane una eresia dinanzi alla quale non abbiamo proprio niente da festeggiare. Come per noi rimane altamente empio ed ereticale l’osceno libro celebrativo su Lutero pubblicato poche settimane fa dal Cardinale Walter Kasper, che in tutto e per tutto si palesa per l’eterodosso che è [cf. Giovanni Cavalcoli, OP QUI e mio articolo QUI].

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La verità è che Giovanni Paolo II, su suggerimento del Cardinale Joseph Ratzinger, nel 1999 chiamò a Roma l’allora Vescovo di Rottenburg-Stoccarda Walter Kasper, affidandogli il Pontificio segretariato per l’unità dei cristiani, affinché fosse tenuto sotto controllo, evitando così che seguitasse a fomentare il peggio del catto-luteranesimo nelle facoltà teologiche e nell’episcopato tedesco, o che favorisse persino profanazioni della Santissima Eucaristia tramite le cosiddette intercomunioni eucaristiche celebrate nelle chiese cattoliche coi figli dell’eresiarca Lutero. Purtroppo, quando nel 2013 il guinzaglio è stato tolto e con esso anche la museruola, i risultati sono stati quelli che oggi brillano sotto gli occhi di tutti, spingendoci in tal senso sino ai limiti della ecclesiale ed ecclesiastica sopportabilità, grazie non ultimo anche ai più stretti collaboratori del Romano Pontefice, che ormai non si fanno scrupolo alcuno a enunciare pubblicamente eresie, perseguitando ed emarginando in modo feroce e coercitivo tutti coloro che si mantengono fedeli alla sana dottrina cattolica ed al magistero della Chiesa; portando all’episcopato i loro amici catto-luterani e modernisti eretici i quali a loro volta consacreranno nel Sacro ordine sacerdotale altrettanti catto-luterani e modernisti eretici, respingendo tutte le migliori e sane vocazioni animate da autentici sentimenti cattolici.

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È la grande apostasia narrata nella sua Apocalisse dal Beato Apostolo Giovanni, attraverso la quale la Chiesa di Cristo dovrà passare per essere purificata. Questo il motivo per il quale ci siamo “ritirati” sull’Isola di Patmos, giovanneo luogo dell’ultima rivelazione; luogo nel quale l’Apostolo Giovanni scrisse durante il suo esilio l’Apocalisse. 

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dall’Isola di Patmos, 20 giugno 2016

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I nuovi falsi profeti e le menzogne di Enzo Bianchi

I NUOVI FALSI PROFETI  E LE MENZOGNE DI ENZO BIANCHI

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Una simile arrogante sfrontatezza nel Bianchi si può spiegare solo perché, in questa tragica ed ingovernabile situazione, che sta vivendo oggi la Chiesa, è spalleggiato da potenti forze anti-cristiche, sicché, come ai tempi oscuri del X secolo, Marozia e le potenti famiglie romane spadroneggiavano sul Papa, così oggi spadroneggiano i ben più astuti modernisti, presenti ormai nella Santa Sede e tra gli stessi “collaboratori” del Papa, che non si capisce per quali motivi se li tiene o li assume, o perché forse spera di tenerli a bada o perché non è capace di cavarseli d’attorno […]

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole».

[II Lettera del Beato Apostolo Paolo a Timoteo, 4, 3-4]

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Enzo bianchi con Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II dona una corona del rosario a Enzo Bianchi, forse per invitarlo a pregare la Beata Vergine Maria per la conversione dei luterani?

Il famoso monaco Enzo Bianchi ha tenuto di recente a Torino una conferenza dal titolo “Etica cristiana e malattia” in occasione del XX congresso nazionale FADOI [Federazione Associazioni Dirigenti Ospedalieri Italiani]. In essa Bianchi intenderebbe presentare l’etica cristiana concernente il tema del dolore, del male e della morte, invece di fatto espone una visione meramente filantropica, per non dire atea, che meglio rispecchia l’etica razionalistica dell’Illuminismo o della Massoneria e nulla ha a che vedere con l’etica cristiana.

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Da qui l’incredibile impudenza con la quale Bianchi falsifica l’etica cristiana. Invece, la vera etica cristiana, della sofferenza redentrice, è da lui sbeffeggiata come cosa ripugnante e superata. Parla non da monaco cristiano, ma come parlerebbero Nietzsche o Marx. Pertanto, quel Lutero del quale Bianchi si vanta di essere interlocutore, ne sarebbe scandalizzato e col suo tipico frasario sanguigno e colorito gli avrebbe dato del buffone e del bestemmiatore. Bianchi infatti sembra bensì accogliere l’istanza umanistica e solidaristica del cristianesimo, con il dovere di curare la salute e di lottare contro le malattie e la sofferenza, ma poi tutto ciò si rivela uno specchietto per le allodole, perché Bianchi fallisce completamente nel presentare l’aspetto proprio e quindi anche umano dell’etica cristiana, come vedremo dalle sue affermazioni, che qui riporto con la mia relativa confutazione racchiusa sotto il titolo “risposta”.

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Enzo Bianchi con Benedetto XVI

Enzo Bianchi, che per inciso non è né un chierico né un religioso professo, ma solo un laico sottoposto all’autorità di se stesso, rende omaggio a Benedetto XVI mascherato da abate

Per verificare la falsità delle sue tesi è sufficiente confrontarle con l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma evidentemente soggetti come Bianchi se ne infischiano del Catechismo, perché, sull’esempio di Lutero, conoscono loro il cristianesimo meglio del Romano Pontefice e della Chiesa Cattolica.

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Una simile arrogante sfrontatezza nel Bianchi si può spiegare solo perché, in questa tragica ed ingovernabile situazione, che sta vivendo oggi la Chiesa, è spalleggiato da potenti forze anti-cristiche, sicché, come ai tempi oscuri del X secolo, Marozia e le potenti famiglie romane spadroneggiavano sul Papa, così oggi spadroneggiano i ben più astuti modernisti, presenti ormai nella Santa Sede e tra gli stessi “collaboratori” del Papa, che non si capisce per quali motivi se li tiene vicini o li assume; forse perché spera di tenerli a bada o perché non è capace di cavarseli d’attorno, probabilmente per troppa indulgenza o accondiscendenza e insufficiente energia, o per timore di vendette o perché minacciato o circonvenuto? Mentre il più deciso, coraggioso e perspicace Benedetto XVI è stato invece costretto ad abdicare il sacro soglio, ma il nostro trepidante pensiero va anche a quanto avvenne per il povero Giovanni Paolo I …

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Enzo bianchi con Francesco

Enzo Bianchi, che non ha mai professato voti religiosi e che non ha mai ricevuto i sacri ordini, si presenta nuovamente in maschera da abate, questa volta dal Santo Padre Francesco.

… è sempre stato uso degli eretici, quando i complotti non riescono e le ambizioni restano insoddisfatte, ricorrere al delitto, pur di realizzare, difendere o nascondere i loro piani perversi. Non avendo argomenti teologici e giuridici per sostenere le loro tesi, facilmente, se hanno potere, ricorrono all’intimidazione o alla violenza. La domanda che ci poniamo è come mai non compaia alcuna alta autorità per fermare questo impostore, seduttore dei fedeli e fantoccio dei miscredenti. Nessuno che difenda il Vicario di Cristo o gli dia qualche buon consiglio? Soltanto alcuni pochi coraggiosi, come per esempio l’illustre teologo Antonio Livi, stanno svolgendo un’opera di chiarificazione per impedire che si disonori il nome cattolico e di aiuto per coloro che sono ingannati – o vogliono ingannarsi – dalle sconcezze di Bianchi … [cf. QUI, QUI, QUI, etc..]

… ma vediamo adesso le tesi di Bianchi. Mettiamo in rientranza le sue dichiarazioni in corsivo e sotto le mie risposte.

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enzo bianchi duomo di padova

Enzo Bianchi tiene una lectio dall’ambone della chiesa cattedrale di Padova

L’etica cristiana

L’etica è una via per diventare uomo o donna. L’etica cristiana ha subìto e subisce evoluzioni. Su questo punto nessuna illusione: essa non è data una volta per sempre, non è cristallizzata in formule dogmatiche.

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Risposta

Il diventare uomo o donna è oggetto della genetica e non della morale. L’etica non riguarda la genesi dell’uomo, ma la questione dell’agire umano e della scelta tra il bene e il male. Essa certo educa l’uomo a raggiungere la maturità psicologica e morale e la perfezione spirituale, ma suppone l’uomo già costituito, responsabile delle proprie azioni, e si propone di indirizzarlo al conseguimento del suo fine ultimo, che è Dio, mediante l’osservanza dei divini comandamenti. Semmai il fine dell’etica cristiana è quello di diventare figlio di Dio. Nasciamo uomini figli di Adamo peccatore, ma Cristo ci fa diventare, col battesimo, figli di Dio.

Le norme dell’etica, di ragione (legge naturale, diritto naturale, etica naturale) o di fede (dogmi morali, diritto divino, etica cristiana) sono universali ed immutabili, come immutabile è la natura umana, la medesima in tutti gli individui dall’inizio alla fine della storia, al di là dell’evoluzione storica e delle differenti culture. Se così non fosse, si aprirebbe lo spazio ad ogni forma di discriminazione tra uomo e uomo e ad ogni forma di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Esistono di fatto diversi livelli e forme di condotta morale, diversi codici giuridici ed usanze, legati ai diversi individui, popoli e società, con pregi e difetti. Ma le norme fondamentali, dettate dalla semplice ragione naturale, sono le stesse per ogni uomo, colto o ignorante, non in quanto è questo o quell’uomo, ma in quanto è uomo. Tutti gli uomini ― e lo sanno ― devono rispondere a Dio del loro operato.

Presentandosi l’occasione propizia, e questa può essere l’ approssimarsi della morte, non bisogna aver timore di parlare di Dio agli atei, perché lo sanno anche loro che Dio esiste, benché fingano di non saperlo o magari non ne vogliono sapere. Quante persone, dovutamente e caritatevolmente assistite, si convertono in punto di morte da una vita spesa nel peccato!

Le norme morali impongono quindi doveri assoluti e richiedono fedeltà e costanza, a costo di sacrificio, negli impegni presi davanti a Dio e agli uomini. Indubbiamente, le norme morali possono e devono essere sempre meglio conosciute ed applicate con i progressi della scienza e dei costumi.

Mutevoli e relative invece, e soggette ad eccezioni, sono le norme positive stabilite dal diritto e dal potere civile ed ecclesiastico, nell’ applicazione della legge morale nelle varie situazioni e circostanze.

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Enzo bianchi predica ai sacerdoti di siena

Enzo Bianchi invitato dall’Arcivescovo Metropolita di Siena a tenere una meditazione al clero, presso i locali del Seminario arcivescovile Pio XII, che dopo cinque secoli di attività è stato chiuso un anno fa, per mancanza di vocazione al sacerdozio [cf. QUI]. Oggi, parte dei locali dell’ex seminario, sono stati affittati ad un lussuoso albergo [cf. QUI] ed i pochi seminaristi sopravvissuti inviati presso il Seminario Arcivescovile di Firenze.

Il problema del male

L’etica cristiana non dà alcuna spiegazione al problema del male, della malattia e della morte. Essa ha proposto un immaginario come una storia che pretendeva di spiegare l’origine del male: il mito che il male, la malattia e la morte derivino da una colpa dei primi esseri umani. Non accettiamo più che il nostro soffrire “derivi” dalla colpa di qualcuno che ci ha preceduto e che, di conseguenza, ci sia stato dato in eredità.

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Risposta

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Il racconto genesiaco dell’origine del male dal peccato dell’angelo [1] e della coppia dei nostri progenitori, con le sue conseguenze, non è affatto né un “immaginario” né un “mito”, ma è verità storica oggetto di fede (cf. Cat. nn. 385-409) [2]. Questo racconto ci fa comprendere che l’umanità, a seguito del peccato originale, è caduta in uno stato di miseria e di tendenza al peccato, condizione dalla quale l’uomo non riesce a risollevarsi con le proprie forze.

La Scrittura narra come il Padre ha avuto pietà di noi e ci ha dato per la nostra salvezza e la remissione dei peccati suo Figlio Gesù Cristo, il quale, come dice il Concilio di Trento, «con la sua santissima passione sul legno della croce ci ha meritato la giustificazione ed ha soddisfatto per noi al Padre» (cf. Denz.1529) [3]. Se non si comprende che cosa è stato il peccato originale e quali sono le sue conseguenze, non si capisce neanche il senso dell’opera salvifica di Cristo, il quale ci chiede di unirci alla sua croce per la salvezza del mondo.

Uno dei massimi meriti e pregi del cristianesimo è quello di spiegarci che cosa è il male, da dove trae origine e come si può vincere. Il cristianesimo insegna sostanzialmente che Dio bontà infinita non vuole il male, ma lo permette per mostrare la sua onnipotenza, la sua misericordia e la sua bontà.

Onnipotenza vuol dire che Dio, col suo potere creatore benefico, misericordioso e provvidente, certamente punisce il malfattore, ma in vista di ricavare dallo stesso castigo o sventura, e quindi in generale dal male, un bene maggiore, come per esempio il perdono, bene maggiore di quello che ci sarebbe stato se il male non ci fosse stato: Egli infatti, nella sua misericordia, perdonando in Cristo il peccato, conduce l’uomo, per mezzo della grazia, allo stato di figlio di Dio, mosso dallo Spirito Santo, stato che è superiore allo stato di innocenza dei progenitori prima del peccato.

Tutto ciò mostra in Dio una bontà che colma oltre misura le semplici esigenze di felicità naturale, una bontà superiore a quella che Egli avrebbe mostrato, se non avesse elevato l’uomo in Cristo alla condizione soprannaturale di figlio di Dio. Il Padre, però, nel contempo, come risulta dal dogma della Redenzione, ha voluto essere compensato per l’offesa recataGli da Adamo e dai suoi discendenti, e pertanto ha voluto che l’uomo riparasse per giustizia la propria colpa unendosi al sacrificio della croce, col quale Cristo ha meritato la nostra giustificazione. In tal modo l’uomo può conquistarsi per giustizia, con le buone opere, per i meriti di Cristo, quella stessa salvezza che gli viene donata da Cristo gratuitamente, per misericordia.

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Enzo Bianchi con arcivescovo di Palermo

Enzo Bianchi invitato dall’Arcivescovo Metropolita di Palermo, soldato della Scuola di Bologna e capofila del dossettismo in Sicilia, a tenere una lectio su “Il primato della misericordia secondo Enzo Bianchi” [cf. QUI]

La fede cristiana

La fede cristiana non risolve il problema dell’origine del male, del soffrire, non lo spiega! La fede, non sopprime l’assurdo, non dà neppure senso alla malattia.

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Risposta

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Uno dei pregi principali della Rivelazione cristiana (Scrittura e Tradizione) è quello di illuminare con la luce della fede l’umanità circa il mistero del male [4]. La Parola di Dio ci dice qual è la natura profonda ed ultima del male, l’origine e il rimedio totale e definitivo del male; ma non ci dà una ragione o spiegazione o dimostrazione necessaria o logica (come credeva Hegel) per sapere perché Dio ha permesso il male. Questo è un mistero impenetrabile, noto solo a Dio, mistero che tuttavia, ai fini della nostra salvezza, non è necessario conoscere.

Se però non sapessimo che cosa è il male, quale ne è l’origine e quali le cause, non potremmo conoscere i mezzi per liberarcene e la salvezza sarebbe impossibile. Il cristianesimo c’insegna che il vero male, più che il patire, è fare il male, è il peccato, perché la pena è conseguenza del peccato. Fare il bene è promuovere la vita; per conseguenza fare il male è sopprimere la vita. La vita è il frutto della giustizia. La morte è la conseguenza del peccato. Pur di non fare il male, è dunque meglio patire il male, come diceva San Domenico Savio: «la morte, ma non peccati». La sofferenza è un male. Ma se per fare il bene ed evitare il peccato, occorre soffrire, ben venga la sofferenza.

Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto far sì che il male non esistesse. Dio non è stato affatto necessitato a permettere l’esistenza del male, ma lo ha fatto liberamente. Possiamo solo formulare motivi di convenienza o congetture sul perché dell’esistenza del male, ma non produrre argomenti dimostrativi. Dobbiamo quindi credere con ferma fede che è bene così, anche se non possiamo scrutarne il perché.

Dobbiamo dire, alla luce della fede, che è bene che il male ci sia, certo non per compierlo o approvarlo o accettarlo, ma per combatterlo e distruggerlo. Combattere il male è bene. Dunque la presenza del male dà occasione per fare il bene. Solo il male della giusta pena, per esempio l’inferno [5], è un bene in senso assoluto, perché è espressione della giustizia divina.

Già la ragione naturale, grazie alla filosofia, si accorge che il male esiste, non è necessario ma contingente, sa che cosa è, conosce la sua dannosità, vi trova un senso e un significato intellegibili, per quanto ripugnante alla volontà. Sa che è peggio il male di colpa che quello di pena; comanda la lotta contro il male e il peccato, sa che esso è causa di sofferenza e che è causato da un agente libero, finito e peccabile, quindi non da Dio, che è bontà infinita e che può vincere il male. Ma l’uomo fragile e peccatore, senza il soccorso della grazia, non riesce a liberarsi dal male e dalla sofferenza.

Ecco che allora la Rivelazione fa’ luce ulteriore, definitiva, incoraggiante e consolante sul mistero del male, grazie all’insegnamento e all’esempio di Cristo, mediato dal Magistero della Chiesa. L’apporto principale del cristianesimo sta nell’insegnare all’uomo che il male (il peccato come offesa a Dio e il suo castigo) è ancora più grave di quanto la sola ragione possa sospettare, ma tuttavia Cristo, con il suo sacrificio “soddisfattorio vicario” [6], che continua nella Santa Messa, ci libera totalmente e definitivamente dal male e ci insegna come trasformare il male in bene.

La fede rifiuta l’assurdo, perché la fede è ossequio ragionevole a verità sovrarazionali, ma relazionabili alla ragione e che armonizzano con la ragione. Il contenuto della fede non è assurdo, non è irragionevole, non è impossibile, non è contradditorio, ma è verità sublime, infinita, immutabile e misteriosa.

Dio non muta, non si contraddice, non ci inganna e non si smentisce, ma si fa intendere, è leale ed affidabile, sempre identico a se stesso e fedele. La fede trasforma la malattia in momento di penitenza, di riparazione, di redenzione. Re-d-emo: compro di nuovo. «Siamo stati comprati a caro prezzo!» (I Cor 6,20).

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

Enzo Bianchi tiene una lectio sulla liturgia a Bose, istituzione non religiosa e soprattutto non cattolica, in quanto aggregazione multi-confessionale della quale egli si è auto-proclamato priore. Partecipa come ospite d’onore il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino, che si rivolge pubblicamente al Signor Laico Enzo Bianchi chiamandolo «Reverendo Priore» [cf. QUI].

La sofferenza.

Il cristianesimo ha sempre combattuto la sofferenza, considerandola una strada redentiva e meritoria. Se l’etica cristiana chiede che la morte non sia rimossa, né negata, non è per un’assunzione del dolore o in vista della “redenzione”. La malattia era per la nostra salvezza, era redentiva, dunque occorreva offrirla a Dio. La malattia, la sofferenza non serve per la nostra redenzione. Anzi, possiamo dire che il dolore non ha senso. La sofferenza non è gradita a Dio, altrimenti egli sarebbe sadico.

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Risposta

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La sofferenza è certamente un male che, come tale, dev’esser tolto o quanto meno alleviato. I sedativi dunque svolgono una funzione positiva. Essi però devono togliere la causa del dolore, ma non devono distruggere le forze sane. Se la sofferenza non può essere tolta, dev’essere sopportata. Anche se la sofferenza è insopportabile, non dev’essere mitigata o tolta causando la morte del malato. Tuttavia, la sofferenza può essere un bene, quindi espiativa e redentrice.

Dio non gradisce o né vuole la sofferenza come tale, ma gradisce o vuole la sofferenza redentrice. La sofferenza redentrice è la sofferenza di Cristo, che si offre vittima di espiazione o di riparazione al Padre per la remissione dei nostri peccati. Quindi la sofferenza redentrice è un gran bene, che soddisfa o compensa il Padre per il peccato, purifica ed espia le colpe, e prepara all’annullamento della sofferenza nella vita futura.

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Enzo Bianchi e Paolo Romeo

Enzo Bianchi invitato dal Cardinale Paolo Romeo a tenere una lectio nella cattedrale di Palermo durante l’Anno della Fede. Per inciso: il Cardinale Romeo, amabilissima persona, merita ogni giustificazione sulla base del principio «non sanno quel che fanno», essendo per lui, la teologia, una via di mezzo tra un calesse siciliano e una pianta di fichi d’India, cosa che l’Autore redazionale di queste didascalie afferma per averlo sentito più volte predicare e parlare in pubblico.

La coscienza

La coscienza non è mai una voce che ci ricorda una legge già fatta. Occorre riconoscere la coscienza come istanza fondamentale delle scelte, nella vita e di fronte alla morte. La coscienza dice a ciascuno di noi, uomo o donna, credente o non credente in Dio: “Diventa conforme a ciò che tu sei”.

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Risposta

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Non è questo il concetto di coscienza che ci è insegnato dal Concilio Vaticano II [7], il quale invece dice: «nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria».

In queste poche righe il Concilio ricorda tre volte la legge divina come quella legge che troviamo nella nostra coscienza, dalla quale legge siamo vincolati, alla quale dobbiamo obbedire, e in relazione alla quale dobbiamo e dovremo rispondere a Dio del nostro operato.

Di tutto ciò in Bianchi non una parola, anzi, tutto il contrario, perché emerge chiaramente che il punto di riferimento e la regola della coscienza per lui non è Dio, ma l’uomo stesso («diventa conforme a ciò che sei»). Egli parla da perfetto ateo.

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Bianchi a Spoleto

Enzo Bianchi ospite dell’Arcidiocesi di Norcia-Spoleto per delle manifestazioni culturali, durante un colloquio con S.E. Mons. Renato Boccardo.

La sedazione del dolore

La cura globale della persona contribuisce a “une morte apaisée”, a un “morire meglio che si può”. Occorre praticare la sedazione profonda e continua, fino alla morte; occorre, infatti, evitare ogni sofferenza. Le cure palliative sono un dovere assoluto, perché il morire fa parte della vita e va addolcito per rendere la morte più mansueta e accettabile.

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Risposta

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La cura deve far vivere il più possibile, non deve mai far morire. Deve accompagnare il paziente fino alla morte, lenire il dolore il più possibile. Ma non possediamo farmaci che riescano a togliere totalmente ogni forma di dolore, senza compromettere o sopprimere la vita del paziente. D’altra parte, un prodotto che tolga il dolore uccidendo il malato, non è un farmaco, né un sedativo, ma un veleno, anche se usato col pretesto della sedazione del dolore. Il dolore certo è un male, ma è male peggiore sopprimere la vita. Non si può sopprimere un male (il dolore) provocando un male maggiore (l’uccisione del malato).

D’altra parte, occorre evitare l’accanimento terapeutico, consistente nel mantenere in vita il paziente con mezzi tecnici, in modo tale che le funzioni vitali non emergano più dalle risorse proprie del soggetto, ma sono indotte meccanicamente dal di fuori, così come si causa il moto di una macchina. Il paziente dunque è praticamente morto.

I suoi movimenti dipendono esclusivamente dall’azione o alimentazione meccanica proveniente dal di fuori, sicché, sospendendo questa azione, cessano i movimenti del soggetto, non però nel senso che la sua vita si spenga, ma in quanto il soggetto dimostra di essere già morto e che in precedenza aveva solo una vita apparente, come quella di un robot, che sembra essere un vivente e invece è una macchina.

La sospensione dell’alimentazione o stimolazione, però è giustificata solo quando si è accertato che l’organismo del paziente ha perduto tutte le energie proprie, il che soltanto sarebbe il segno che non è più in vita, e quindi autorizzerebbe la sospensione della cura, che a questo punto non avrebbe più senso. Da queste considerazioni si comprende l’errore dei medici di Eluana Englaro, i quali hanno sospeso l’alimentazione ad un organismo ancora capace di alimentarsi e quindi praticamente l’hanno uccisa.

Il retroterra ideologico di un intervento del genere non è stata la volontà di non far soffrire la povera Eluana, perché ella non soffriva, ma è stata una concezione materialistica della vita, per la quale un soggetto umano impedito o incapace di intendere e di volere non è “persona” e quindi non merita di esser lasciato  vivere.

Si capisce allora a quali terribili conseguenze si potrebbe giungere, se questo orrendo principio fosse applicato, oltre agli embrioni ed ai feti, come già si fa su larga scala, anche ad altre vaste categorie di persone, come per esempio i neonati, i bambini, le persone in coma, gli anziani e i dementi o a coloro che, in base a criteri sbagliati, sarebbero giudicati dementii o non sono considerati esseri umani. Alla faccia della misericordia.

Indubbiamente esistono situazioni, nelle quali il malato non riesce più a sopportare il dolore, per cui preferirebbe morire, piuttosto che andare avanti con tanta sofferenza. E d’altra parte, capita che un familiare che lo assiste impotente, straziato alla vista di tanto dolore della persona amata, e mosso in certo modo da compassione, preferirebbe vederlo morto piuttosto che vederlo tanto soffrire.

Eppure, la persona ragionevole, anche non credente, sa che non è lecito procurarsi o procurare la morte per far cessare o evitare il dolore, per quanto grande, Occorre tuttavia comprendere, scusare e aver compassione di quegli sventurati, i quali, sopraffatti dal dolore e dall’ angoscia, vittime magari di stati depressivi, senza vedere un futuro che non  sia il peggioramento della situazione, perdono la testa e si uccidono, soprattutto se privi di una formazione cristiana, che avrebbe potuto aiutarli a rassegnarsi, a sopportare la sventura e a sperare nell’aiuto divino.

La tentazione al suicidio per l’intensità della sofferenza può avvenire anche nei santi, come capitò a Santa Teresa di Gesù Bambino, la quale, negli ultimi tempi della sua malattia, chiese che le fosse allontanato dal comodino un certo farmaco, per non essere indotta in tentazione. Ma Dio, fiduciosamente invocato, non manca di dare la forza della sopportazione, come è dimostrato da un’infinità di esempi di pie persone che si sono affidate a Lui.

Il medico ― anche se la legge civile glielo dovesse consentire ― non deve accontentare in coscienza il paziente che chiede l’eutanasia, la cosiddetta “sedazione profonda”, espressione ipocrita per nascondere il delitto, così come non può accontentarlo se gli chiede un veleno e deve fare come l’infermiere o il vigile del fuoco, che interviene a trattenere il tale che sta per gettarsi giù dal tetto di una casa.

Al sofferente, il medico, in mancanza di altre persone, deve saper dire, se ne è capace, una buona parola di conforto o di speranza, non necessariamente basata sulla fede cristiana, ma semplicemente di carattere umanitario, se il malato non è un delirante o un ateo bestemmiatore ed in preda al furore contro Dio o contro il destino, nel qual caso non c’è che da pregare, senza per questo accontentarlo nelle sue insane voglie, benché in qualche modo comprensibili.

La buona morte non è l’eutanasia, ma il morire nella pace della coscienza, nonostante la sofferenza, serenamente sopportata in pieno abbandono nelle mani di Dio, unendoci al sacrificio di Cristo, perdonando chi ci ha offeso, nella fiducia che Dio terrà conto delle nostre buone opere, perdonerà i nostri peccati e vorrà accoglierci in paradiso.

Si comprende, tra l’altro, quanto queste idee di Bianchi sulla “sedazione profonda” e soprattutto i suoi presupposti ideologici disumani ed anticristiani possano favorire la pratica del suicidio, senza aspettare di andare in ospedale a farsi fare l’eutanasia, come del resto già sta avvenendo, per esempio in persone impressionabili o non in grado di curarsi, che hanno appreso di essere malate di cancro.

Indubbiamente, occorre che l’assistente del malato o il medico sappia saggiamente trovare ed adattare le parole alla situazione psicologica del malato, per non provocare reazioni controproducenti. Se il malato è credente, non alla Bianchi, ma secondo il Vangelo, accoglierà volentieri il richiamo all’amabilità della Croce.

Ma se non dovesse essere credente, occorrerà fare attenzione a non scandalizzarlo, perché l’amore cristiano per la sofferenza potrebbe essere scambiato per masochismo. Sbaglia invece Bianchi a considerare “dolorismo” la concezione redentiva cristiana della sofferenza. Semmai dolorismo da respingere è quello di Bruno Forte e di Karl Rahner, che ammettono la sofferenza nella natura divina.

A questo proposito, ci rendiamo conto di quanto preziosa ed utile sia, laddove è possibile o concessa, la vicinanza al capezzale del malato, soprattutto se credente, di pie persone o del sacerdote ben preparato. La seduzione che sta esercitando su molti oggi la prospettiva dell’eutanasia è inversamente proporzionale al calo della pastorale sacerdotale, la quale dovrebbe essere uno dei compiti principali del ministero sacerdotale, soprattutto del parroco, e, più in radice, questa situazione risente del calo della visione cristiana della vita, sotto l’influsso di una concezione mondana e secolaristica, dimentica del fine ultraterreno della vita presente, nonché della necessità e del dovere di orientare ad essa tutta la vita terrena.

Questa conferenza di Enzo Bianchi, personaggio di grande successo da anni nel mondo cattolico, ci dà la misura dello squallore, dello sfacelo e della impressionante decadenza del pensiero cattolico su di una tematica così importante come quella del dolore, del male e della morte, con l’esser sceso ad un livello di tale bassezza, dove di cristiano non resta nulla, se non un vago filantropismo, che non si distingue per nulla dalla visuale massonica o illuministica. Siamo davanti a un cristianesimo corrotto e moribondo, per il quale verrebbe proprio voglia di praticare l’eutanasia, per liberare le anime da questo cibo marcio e velenoso ed aprirle al rispetto della dignità umana.

Se un domani dovessi trovarmi all’ospedale in fin di vita, mi guarderei bene dal chiamare presso il mio capezzale un prete sul modello del “monaco” Enzo Bianchi e potendolo fare, mi rivolgerei a un vero sacerdote, che rimettesse i miei peccati, mi confortasse con i Sacramenti e la Parola di Dio, così da aprirmi la via alla vita eterna.

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Varazze, 19 giugno 2016

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NOTE

[1] Cf C.Journet, J.Maritain, Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, natre et surnture, Beauchesne, Paris 1961.

[2] Vedi anche l’enciclica di Pio XII Humani Generis del 1950.

[3] G.Cavalcoli, Il mistero della Redenzione, ESD Bologna 2004; C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Morcelliana, Brescia 1938; E.Hugon, Le mystère de l’Incarnation, Téqui, Paris 1940.

[4] Cf C.Journet, Il male, Borla,Torino 1963; J.Maritain, Dieu et la permission du mal, Desclée de Brouwer, Paris 1963.

[5] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

[6] Satisfecit pro nobis, come dice il Concilio di Trento, Denz.1529.

[7]Gaudium et spes, n.16.

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Nota a scanso di equivoci

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Alcuni anni fa, un consulente legale, diffidò il Dott. Paolo Deotto, direttore della rivista telematica Riscossa Cristiana dal fare uso delle immagini del Dott. Enzo Bianchi. All’epoca, prima che questa rivista prendesse svolte lefebvriane, sulle sue colonne pubblicavano articoli anche i due attuali Padri dell’Isola di Patmos. A quella diffida, Ariel S. Levi di Gualdo reagì con un articolo nel quale spiegava che da allora a seguire, per parlare di Enzo Bianchi, avrebbe usato le immagini della bellissima attrice italiana Monica Bellucci [cf. QUI]. Visto questo precedente, la redazione dell’Isola di Patmos precisa che le foto inserite in questo articolo sono immagini pubbliche reperibili da chiunque su riviste on-line e sui motori di ricerca e che non costituiscono violazione alcuna della legge sulla privacy. Ricordiamo pure che le accuse rivolte dai Padri dell’Isola di Patmos ad Enzo Bianchi, quali ad esempio “cattivo maestro“, “falso profeta“, “eretico” etc.. rientrano tutte nel lessico teologico. Pertanto, un qualsiasi magistrato della Repubblica Italiana si troverebbe non in serie difficoltà, bensì proprio impossibilitato a stabilire con un giudizio e una sentenza cosa è eterodosso e cosa invece è eretico. Se infatti certi consulenti bosiani non conoscono il diritto, come in passato hanno già dimostrato, nell‘Isola di Patmos il diritto è invece conosciuto, rispettato e praticato. Pertanto, il falso profeta e cattivo maestro Enzo Bianchi, si prenda teologicamente dell’eretico ed eviti di far recapitare anche a noi missive da parte di giuristi maldestri.

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La filosofa Ipazia, gatta romana e socialista, entra nella questione “Enzo Bianchi ed i falsi profeti”, con un rimprovero a Nunzio Galantino

LA FILOSOFA IPAZIA, GATTA ROMANA E SOCIALISTA, ENTRA NELLA QUESTIONE «ENZO BIANCHI ED I FALSI PROFETI » CON UN RIMPROVERO A NUNZIO GALANTINO

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[…] la mia attenzione è caduta su una foto e sul relativo testo di S.E. Mons. Nunzio Galantino, il Segretario generale della C.E.I, che essendo avvezzo a frequentare anche istituzioni e relative persone sbagliate, si rivolgeva al sedicente Priore di Bose chiamandolo in pubblico: «Reverendo Priore».

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lega

             Autore                 Ipazia gatta romana

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Cari Lettori.

ipazia 1

Ipazia gatta romana, durante il suo lavoro redazionale all’Isola di Patmos

Assieme alle compagne gatte della Lega Socialista mi rammarico per la nuova espressione scorretta del Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino. Come infatti i Lettori sanno, io collaboro alla redazione dell‘Isola di Patmos con un ruolo di rilievo. Per esempio: salgo sulle scrivanie dove sono sistemati i computer di lavoro del Padre Ariel e di Jorge; quando il lavoro va’ per le lunghe ricordo che a una certa ora bisogna mangiare e via dicendo … insomma, svolgo la mia mansione redazionale. 

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

il «Reverendo Priore» secondo S.E. Mons. Nunzio Galantino [in foto a sinistra].

Mentre i due di cui sopra montavano l’ultimo articolo di Giovanni Cavalcoli OP, che dinanzi alle ultime eresie del Bianchi pareva un toro da corrida dentro l’arena [cf. QUI], la mia attenzione è caduta su foto e relativo testo di S.E. Mons. Nunzio Galantino, che essendo avvezzo a frequentare anche istituzioni e relative persone sbagliate, s’è rivolto al Priore di Bose chiamandolo: «Reverendo Priore» [vedere testo QUI].

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Dovete sapere, Cari Lettori, che a causa di queste persone sono caduta in crisi di fede; e sebbene abbia ricevuta una formazione tomista e metafisica molto solida, al momento frequento l’Internazionale delle Gatte Socialiste. Padre Ariel non m’ha rimproverata, anzi sostiene che le crisi sono spesso salutari proprio per riportarci ad una fede più profonda e solida, per questo mi lascia fare. E lui di crisi se ne intende, visto che uscì a suo tempo da una crisi di fede per poi entrare anni dopo nel Sacro ordine sacerdotale.

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cirillo e metodio

i Santi Padri della Chiesa Cirillo e Metodio

Ciò detto voi capite, però, che questa del «Reverendo Priore» non l’ho digerita. Per questo – non perché condizionata da affetto ma per spirito di aequitas – esigo che il Segretario generale della C.E.I, qualora dovesse rivolgersi ai due Padri dell’Isola di Patmos, usi verso di essi il titolo riservato ai Patriarchi Maggiori: «Beatitudine». Se infatti in un pubblico contesto ufficiale S.E. Mons. Nunzio Galantino chiama «Reverendo Priore» un tale che mai ha professato i voti religiosi, che mai ha ricevuto i Sacri ordini e che è sottoposto solo all’obbedienza di se stesso, viepiù in un esotico monastero multi-religioso e multi-confessionale … capite che per senso delle ecclesiali ed ecclesiastiche proporzioni, a Padre Giovanni Cavalcoli ed a Padre Ariel S. Levi di Gualdo, egli deve rivolgersi col titolo di «Beatitudine», perché a confronto del sedicente priore bosiano, costoro vanno considerati due Padri della Chiesa, ma di un livello equiparabile a quello dei Santi Cirillo e Metodio.

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Vi invito ad ascoltare la canzone «Sebben che siamo gatte», eseguito da me e da tutte le mie compagne della Lega Socialista Felina.

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