Rocco Buttiglione: un pensatore al crocevia tra Amoris Laetitia e tomismo

— Gli Autori ospiti de L’Isola di Patmos

 

 ROCCO BUTTIGLIONE: UN PENSATORE AL CROCEVIA TRA AMORIS LAETITIA E TOMISMO

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Rocco Buttiglione, ricordando l’aspetto oggettivo e soggettivo del peccato, afferma che l’adulterio dei divorziati risposati a volte non è peccato mortale. San Tommaso, però, non la pensa così.

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Autore:
Ivo Kerže *

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il libro del Prof. Rocco Buttiglione

Mi pare che l’apologia di Rocco Buttiglione alle tesi più problematiche di Amoris laetitia dovrebbe suscitare una certa simpatia in tutti noi, ai quali le sue Risposte amichevoli sono rivolte. Infatti, un contributo significativo del suo libro consiste nella volontà di presentare l’argomentazione dei difensori di Amoris laetitia in maniera chiara e completa, il che senz’altro faciliterà la discussione. Di grande valore in questo senso è soprattutto l’aggancio dei ragionamenti di Buttiglione ai testi del Dottore Angelico, che rendono la sua posizione ancor più verificabile. Questo aggancio è allo stesso tempo il punto centrale della sua difesa di Amoris Laetitia [cf. pag. 91] ma anche, come vedremo subito, uno dei suoi punti più deboli.

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Riassumendo brevemente la trattazione vediamo che Buttiglione risponde ai critici di Amoris Laetitia — soprattutto al Prof. Josef Seifert [cf. QUI, QUI] — ribadendo che l’esortazione apostolica non vuole mettere in discussione la dottrina di Veritatis splendor [cf. testo QUI] sugli atti intrinsecamente malvagi. Infatti, secondo Buttiglione, la detta dottrina tratta solo della malvagità oggettiva degli intrinsece mala e non di quella soggettiva, che invece concerne la tesi di Amoris Laetitia ― adesso ufficialmente confermata negli Acta apostolicae sedis ― circa l’ammissione dei divorziati e risposati alla Comunione. Infatti, solo la colpa soggettiva può fare di un peccato grave ― come l’adulterio ― un peccato mortale, precludendo l’accesso alla Comunione. Per il peccato mortale ci sono così, ricorda Buttiglione, tre condizioni: dalla parte oggettiva, l’azione oggettivamente gravemente peccaminosa e, dalla parte soggettiva, il deliberato consenso e la piena avvertenza [pag. 43].

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il Prof. Rocco Buttiglione

A differenza d’altri apologeti di Amoris Laetitia, Buttiglione si concentra sulla condizione soggettiva riguardante la piena avvertenza, agganciando il discorso [cf. pag. 79] alla Somma teologica, dove San Tommaso d’Aquino tratta della presenza indelebile della legge naturale nei cuori degli uomini. Qui l’Aquinate espone una distinzione che diventerà l’asse portante del ragionamento di Buttiglione:

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«Per quanto riguarda i princìpi generali la legge naturale non può, in astratto, essere in alcun modo cancellata dal cuore dell’uomo. Può essere invece cancellata nei casi concreti, nella misura in cui la ragione incontra un ostacolo nell’applicare il principio generale a un’azione particolare, a causa della concupiscenza o di qualche altra passione» [I-II, q. 94, a. 6, c].

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Nello stesso senso possono essere cancellate in noi le conseguenze — anche quelle prossime — dei princìpi generali. In altre parole: la nostra ragion pratica dispone della legge naturale che è scritta in maniera indelebile in noi quanto ai principi generali, le conseguenze — prossime e lontane — di questi princìpi e le applicazioni corrette possono invece esserci ottenebrate per effetto delle passioni, come anche per effetto di «consuetudini perverse o abitudini corrotte» [ibid.], nelle quali Buttiglione vede in nuce la possibilità di una interpretazione tomistica delle strutture di «peccato sociale» [cf. pag. 88]. Quindi, conclude, è possibile che a causa di una passione  ― viene invocato più volte il timore come nel caso di una divorziata risposata con figli da crescere, che non vuol vivere in maniera casta col nuovo marito civile, per paura di venir abbandonata ― o di un clima sociale ― come il nostro ― che non vede nell’adulterio un peccato, coloro che oggettivamente vivono in relazioni adulterine non vivono in stato di peccato mortale in quanto, per le dette cause, o non applicano il divieto di adulterio al proprio caso individuale, o non vedono che questo divieto è una conseguenza prossima dei princìpi generali della legge naturale. In entrambi i casi mancherebbe loro la piena avvertenza e quindi potrebbero essere ammessi ai Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, come dice Amoris Laetitia nella nota 351.

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il Prof. Rocco Buttiglione

Il problema del ragionamento di Buttiglione consiste nel semplice fatto che San Tommaso non intendeva affatto che la sua dottrina circa l’ottenebramento della legge naturale nelle sue conseguenze e nelle sue applicazioni potesse fungere da scusante circa la colpa soggettiva in caso di peccato grave abituale, com’è quello dei divorziati riposati. Lo dice in maniera abbastanza chiara alla fine della quaestio 77 alla quale si rifà il brano citato da Buttiglione, dove San Tommaso così risponde alla domanda se un peccato di passione possa essere mortale:

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«si è già spiegato che il peccato mortale consiste nel volgere le spalle all’ultimo fine, che è Dio: e questo gesto spetta alla deliberazione della ragione, che ha il compito di ordinare al fine. Perciò può capitare che il volgersi dell’anima verso quanto è contrario al fine ultimo non sia peccato mortale solo nel caso in cui la ragione non possa intervenire a deliberare: e ciò avviene nei moti improvvisi. Ma quando per la passione uno passa all’atto peccaminoso, o al consenso deliberato, il fatto non è improvviso. Quindi la ragione può intervenire a deliberare: infatti può reprimere od ostacolare la passione, come si è visto. Per cui, se non interviene, è peccato mortale: e infatti vediamo che per passione si commettono molti omicidi e adulteri» [I-II, q. 77, a. 8, c].

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Vediamo in questo testo che San Tommaso, a differenza di Buttiglione, non esige l’attuale [o addirittura abituale, pag. 80] cognizione della legge naturale nelle conseguenze prossime e dell’applicazione di essa al proprio caso, ma soltanto la possibilità di questa cognizione, il che viene escluso — nell’individuo sano — soltanto nei moti d’animo improvvisi, ma questo è chiaro che non può verificarsi nella situazione dei divorziati risposati in quanto si tratta di uno stato di vita abituale, per niente improvviso.

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il Prof. Rocco Buttiglione

In maniera simile tratta San Tommaso della questione se l’ignoranza possa provocare l’involontarietà, dove il tipo di ignoranza della legge messo in rilievo da Buttiglione viene definito da Doctor Angelicus come ignoranza volontaria e quindi colpevole, in quanto «riguarda cose che uno può ed è tenuto a fare» [I-II, q. 6, a. 8, c] il che senz’altro si deve dire della legge naturale essendo essa, come ammette lo stesso Buttiglione, «presente in potenza» [pag. 79] nella nostra ragion pratica. È vero che questa presenza abituale è garantita in maniera assoluta, come abbiamo visto, soltanto per i princìpi pratici generali, ma, ciò nonostante, questa presenza ci rende capaci di venire a conoscenza anche dei princìpi più specifici: anzi, il venirne a conoscenza è un ovvio imperativo generale della ragion pratica. Infatti, la presenza in potenza della legge naturale nella ragion pratica non ha il carattere di una potenza passiva, statica, con la quale possiamo occuparci soltanto se ne abbiamo voglia. La ragion pratica è infatti anche una potenza attiva [cf. I, q. 79, a. 7, c], una capacità dinamica, che — come ogni potenza attiva — fa nascere in noi l’impulso, l’appetito naturale di essere pienamente realizzata [cf. I, q. 19, a. 1, c] e quindi, nel caso della ragion pratica, di pervenire ad una corretta cognizione ed applicazione della legge naturale. Quindi è chiaro che è presente in noi l’imperativo di conoscere ed applicare correttamente la legge naturale in toto.

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Abbiamo visto però che San Tommaso, oltre all’imperativo di conoscere qualcosa, elenca come condizione dell’ignoranza volontaria pure la possibilità di conoscere qualcosa. L’argomento di Buttiglione, infatti, non mette in discussione il dovere di conoscere la legge naturale in situazioni particolari di divorziati e risposati, ma la possibilità di conoscerla nelle conseguenze prossime e nelle applicazioni corrette. Riguardo alle conseguenze prossime dei princìpi generali della ragion pratica, San Tommaso tratta, parlando dei precetti del decalogo — che sono appunto tali conseguenze prossime —, e dice che «ci sono alcune cose che la ragione naturale di qualsiasi uomo giudica subito e direttamente come da farsi o da non farsi: tali, per esempio, sono i precetti: Onora il padre e la madre; Non ucciderai; Non ruberai» [I-II, q. 100, a. 1]. Quindi, le conseguenze prossime dei primi princìpi, pur non essendoci necessariamente abitualmente note come i princìpi primi, ci sono note per un ragionamento immediato ― conoscibili «cum modica consideratione», dice più sopra il Doctor Angelicus ― del nostro intelletto, che è, come abbiamo letto, alla portata di chiunque.

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il Prof. Rocco Buttiglione

Per quanto riguarda la questione dell’applicazione dei princìpi, invece, basta avere presente che San Tommaso ammette la possibilità di errore per quanto riguarda i precetti positivi — nel brano I-II, q. 94, a. 4, al quale si rifà il brano citato da Buttiglione, l’Angelico tratta del precetto di restituzione delle cose depositate —, ma non quanto ai precetti negativi del decalogo, come il divieto di adulterio, che obbligano «semper et ad semper», in ogni circostanza [cf. Commento alla Lettera ai Romani, c. 13, l. 2]. Quindi non è compatibile con la dottrina tomista quel che dice Buttiglione quando afferma contro Seifert, «che è possibile errare senza colpa nell’applicare i primi principi a una situazione particolare» [81]. San Tommaso, come abbiamo visto non la pensa così riguardo al divieto di adulterio.

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Effettivamente, questo è il punto dove l’impianto apologetico di Buttiglione si trova in serie difficoltà. Lo si vede anche da certe distinzioni dalle sembianze paradossali nel testo. Basti un esempio. Quando Buttiglione, trattando dell’errore di coscienza, dice: «L’errore di coscienza, tuttavia, non è mai invincibile; (può essere invincibile provvisoriamente ma non per sempre)» [80]. Se l’errore di coscienza non è mai invincibile  ― in quanto la ragion pratica capisce per natura i primi princìpi e può sempre capire le conseguenze prossime della legge naturale ―, come può esserlo provvisoriamente?

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Se ora ci volgiamo brevemente, per ragione di completezza, anche all’altra condizione soggettiva, quella del deliberato consenso, invocata qua e là da Buttiglione [pag. 37, 52, 60],  ci troviamo di fronte ad una situazione fino ad un certo punto analoga. San Tommaso la tratta in I-II, q. 6, a. 6, dove risponde alla domanda se il timore renda un azione involontaria. I difensori di Amoris Laetitia, infatti, quando parlano di mancanza di deliberato consenso, ricorrono di solito a situazioni nelle quali, secondo loro, è il timore ad eliminare la volontarietà dell’azione, come nel caso della divorziata risposata con figli che non vuol vivere in maniera casta per paura di venir abbandonata. San Tommaso risponde che il timore non rende l’azione involontaria simpliciter. Si tratta dello stesso termine usato da San Tommaso nel brano riportato sopra [I-II, q. 6, a. 8] dove dice, per le ragioni addotte, che l’ignoranza volontaria non rende l’azione involontaria simpliciter. L’«involuntarium simpliciter» è un termine usato da San Tommaso per definire le condizioni soggettive di peccato mortale: il peccato grave è mortale, se è volontario simpliciter, in caso contrario non è mortale [cf. De malo, q. 7, a. 11, arg. 3]. Spiegando la risposta sullo schema presentato sopra potremmo dire: la divorziata riposata che commette adulterio per paura di essere lasciata commette peccato mortale in quanto in lei sta operando la potenza attiva della ragion pratica, esigendo e rendendole immediatamente possibile la conoscenza del divieto di adulterio ed  ― essendo un precetto negativo ― dell’applicazione di esso al suo caso individuale.

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il Prof. Rocco Buttiglione

Ricapitolando: l’apologia di Amoris Laetitia attuata da Buttiglione nel suo ultimo libro sembra essere fondata su un’interpretazione forzata del pensiero dell’Aquinate circa il nesso tra ignoranza e colpa soggettiva, nella quale mi pare che l’autore, da una parte, riduca la presenza indelebile dei prinicipi generali della legge naturale ad un mero dato teoretico, statico, passivo, mentre si tratta, in verità, dell’abito naturale di una potenza attiva che esige da tutti noi ― anche dai divorziati risposati ― la conoscenza dettagliata della legge naturale e la sua applicazione corretta. Dall’altra parte, invece, Buttiglione non capisce che questa conoscenza ed applicazione ― almeno per quanto riguarda i precetti negativi del decalogo ― è sempre possibile in maniera semplicissima per chiunque e che quindi, l’ottenebramento di tutto ciò, può verificarsi soltanto in maniera volontaria e quindi colpevole.

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Slovenska Bistrica, 22 gennaio 2018

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L’Isola di Patmos coglie l’occasione per ricordare storie passate ma sempre vive :

A INDIMENTICABILE ONORE DEL CATTOLICO ROCCO BUTTIGLIONE

quando agli inizi del duemila la odierna e potente gaystapo stava prendendo velocemente e prepotentemente piede, l’Onorevole Rocco Buttiglione fu sottoposto ad una vera e proprio inquisizione pubblica a Bruxelles, nel corso della quale gli fu prima chiesto se era cattolico e se, come tale, considerava peccato l’omosessualità. L’allora europarlamentare Buttiglione, preferì giocarsi la nomina a commissario europeo, pur di non scendere a patti con la sua coscienza cristiana [per aprire il video cliccare sopra l’immagine].
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Nato a Trieste nel 1976. Essendo di nazionalità slovena intraprese gli studi alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Lubiana dove ha conseguito la laurea nel 2000, il magistero nel 2001 ed il dottorato nel 2007 in filosofia concentrandosi sopratutto sulla filosofia tomista. Per lunghi anni è stato collaboratore di Tretji dan che è una delle principali riviste dedicate al pensiero cattolico in Slovenia. Nel 2008 fu pubblicata presso la collana Claritas la sua prima opera monografica dal titolo Začetek slovenske filozofije (L’inizio della filosofia slovena). Attualmente insegna filosofia al liceo diocesano di Maribor. In Italia collabora dal 2014 con la rivista Sensus Communis diretta da Antonio Livi.

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6 thoughts on “Rocco Buttiglione: un pensatore al crocevia tra Amoris Laetitia e tomismo

  1. Grazie, gentile prof. Kerže!…

    E’ tutto chiaro, lo capisce anche un bambino:

    “…potremmo dire: la divorziata riposata che commette adulterio per paura di essere lasciata commette peccato mortale in quanto in lei sta operando la potenza attiva della ragion pratica, esigendo e rendendole immediatamente possibile la conoscenza del divieto di adulterio ed ― essendo un precetto negativo ― dell’applicazione di esso al suo caso individuale”.

    Elementare, Doctor Angelicus… la d.r. nell’esempio citato, in quanto maggiorenne e vaccinata, deve decidere tra il compromesso ora, o la dubbia salvezza della sua anima, nel Giorno del Giudizio. Porgerle questa dura ma ineluttabile realtà, ora, è Misericordia, crearle alibi erronei è falso misericordismo.

    E vien anche da dire, di che si sta parlando?… Anni di defatiganti discussioni sul filo del rasoio filosofico, per negare quella che appare una realtà manifesta?… La colpa di tutto questo tempo perso (mentre ci sarebbe tanto lavoro vero da fare), in realtà, è dell’ambiguo estensore di Amoris laetitia, e dei suoi fiancheggiatori, come il bizantino prof. Buttiglione…

  2. Premesso che il Santo Padre, per il potere delle chiavi, può stabilire chi accede e chi no all’Eucarestia (Gesù ha forse negato il “Suo Corpo” a Giuda?), credo che il problema di AL sia quello di assimilare taluni precetti negativi ai precetti positivi e di applicare poi ad entrambi le norme valide per i precetti positivi;

    un esempio:
    – in AL 301 si legge che “Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere «valori insiti nella norma morale”,
    – tuttavia la FC (33) specifica che tali considerazioni si applicano a norme che indicano una strada da seguire, quali “la legge divina del trasmettere la vita e quella di favorire l’autentico amore coniugale”, e non certamente alla norna che vieta, senza se e senza ma, l’adulterio.

    Io credo che una simile “operazione” sia favorita anche dal n°62 di AL, dove si legge che “L’indissolubilità del matrimonio (Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio”: fosse stato scritto che il Suo “giogo infatti è dolce”, certe derive moderniste troverebbero terreno meno fertile.

  3. A dire il vero anche i cardinali dei Dubia hann affermato che i divorziati risposati possano non essere soggettivamente imputabili e quindi in Grazia di Dio nonostante il loro peccato abituale.

    Da qui http://www.scuolaecclesiamater.org/2016/11/la-mancata-risposta-ai-dubia-sullamoris.html

    “Così, per la Dichiarazione, la questione dell’ammissione ai sacramenti riguarda il giudizio della situazione di vita oggettiva della persona e non il giudizio che questa persona si trova in stato di peccato mortale. Infatti soggettivamente POTREBBE NON ESSERE PIENAMENTE IMPUTABILE** , o NON ESSERLO PER NULLA.“

    E

    “La questione 3 dei “dubia” vorrebbe così chiarire se, anche dopo “Amoris laetitia”, è ancora possibile dire che le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale, anche se, per qualche ragione, NON È CERTO CHE ESSI SIANO SOGGETTIVAMENTE IMPUTABILI per la loro abituale trasgressione”.

    Avranno sbagliato tutto anche loro, allora.

  4. Confutazione dell’articolo con le parole dei quattro cardinali

    “la questione dell’ammissione ai sacramenti riguarda il giudizio della situazione di vita oggettiva della persona e non il giudizio che questa persona si trova in stato di peccato mortale. Infatti soggettivamente POTREBBE NON ESSERE PIENAMENTE IMPUTABILE** , o NON ESSERLO PER NULLA.”

    E

    “La questione 3 dei “dubia” vorrebbe così chiarire se, anche dopo “Amoris laetitia”, è ancora possibile dire che le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale, anche se, per qualche ragione, NON È CERTO CHE ESSI SIANO SOGGETTIVAMENTE IMPUTABILI per la loro abituale trasgressione”.

    È evidente che non vi sia coincidenza tra questo e quanto sostenuto dall’articolista.

  5. Qualcuno può chiarirmi alcuni dubbi?
    Quando Gesù dice che “chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”, ritengo voglia affermare che l’adulterio è un peccato soggettivo: perché allora si insiste tanto nel voler assimilare l’adulterio all’oggettività del rapporto sessuale?
    Non è forse l’adulterio il venir meno ad un patto assunto di fronte a Dio?
    Ma se allora la fedeltà incondizionata del patto di Dio con l’uomo è chiamata, nellAT, Misericordia, come può appellarsi alla Misericordia chi non mantiene un patto con un proprio simile? (Mt 18.23-35)

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