La liturgia come catechesi vivente. Perché non è uno stagno da raffermare – The liturgy as living catechesis. Why it is not a stagnant pool to be preserved – La liturgia como catequesis viviente. Por qué no es un estanque que deba congelarse

 

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LA LITURGIA COME CATECHESI VIVENTE. PERCHÉ NON È UNO STAGNO DA RAFFERMARE

Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di gruppi e ambienti che fanno della liturgia — e in particolare della celebrazione eucaristica — non il luogo dell’unità ecclesiale, ma un terreno di contrapposizione ideologica. Non si tratta semplicemente di sensibilità diverse o di legittime preferenze rituali, quanto piuttosto di un uso strumentale della liturgia come elemento estetico, identitario o come vessillo ideologico. In molti casi, tale fenomeno è promosso da gruppi rigorosamente laicali che, più che esprimere una fede ecclesiale matura, proiettano nella liturgia fragilità personali, disagi interiori e bisogni di auto-rassicurazione identitaria.

È necessario dirlo con chiarezza: utilizzare il Sacrificio Eucaristico come strumento di divisione è un fatto ecclesialmente gravissimo, perché colpisce il cuore stesso della vita della Chiesa. La liturgia non è mai stata concepita come luogo di autodefinizione soggettiva, ma come spazio nel quale la Chiesa riceve sé stessa dal mistero che celebra. Quando la liturgia viene piegata a fini estranei alla sua natura, essa viene svuotata e ridotta a ciò che non è mai stata.

La liturgia è atto pubblico della Chiesa, non iniziativa privata né linguaggio di gruppo. Il Concilio Vaticano II ha espresso con limpidezza questa verità affermando che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Essa non è un accessorio della vita ecclesiale, ma il luogo in cui la Chiesa si manifesta come Corpo di Cristo.

Usare la liturgia per dividere significa contraddirne la natura più profonda. La liturgia non nasce per esprimere identità particolari, ma per generare comunione. Già Sant’Agostino ricordava ai fedeli che ciò che si celebra sull’altare è ciò che essi stessi sono chiamati a diventare: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Sermo 272). Quando la liturgia viene trasformata in strumento di contrapposizione, non è la Chiesa a parlare, ma l’ego ecclesiale di singoli o di gruppi.

La liturgia come catechesi vivente. Uno degli aspetti più trascurati da chi riduce la liturgia a questione estetica è la sua dimensione catechetica intrinseca. La liturgia non è solo celebrazione, ma anche forma primaria di trasmissione della fede. Prima ancora dei catechismi e delle formulazioni dottrinali, la Chiesa ha educato alla fede celebrando.

I Padri della Chiesa ne erano pienamente consapevoli. San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue Catechesi mistagogiche, non spiegava i Sacramenti prima della loro celebrazione, ma a partire dall’esperienza liturgica, perché è il mistero celebrato a generare la comprensione della fede. La liturgia, infatti, non insegna soltanto attraverso le parole, ma attraverso l’insieme dei segni: gesti, silenzi, posture, ritmi, linguaggi simbolici (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica I, 1).

Ridurre la liturgia a estetica significa svuotarla della sua funzione formativa e trasformarla in un oggetto da contemplare invece che in un mistero da vivere. In questo modo cessa di essere catechesi vivente e diventa un’esperienza autoreferenziale, incapace di generare una fede adulta e ecclesiale.

Sostanza e accidenti è una distinzione teologicamente imprescindibile e da chiarire molto bene, perché alla radice di molte derive liturgiche vi è la confusione — talvolta deliberata — tra questi due elementi. La teologia sacramentaria, fin dal Medioevo, ha sempre distinto con chiarezza questi due livelli.

La sostanza riguarda ciò che rende il Sacramento ciò che è: il Sacrificio di Cristo, la presenza reale, la forma sacramentale voluta dal Signore e custodita dalla Chiesa. Questa dimensione è immutabile, perché non dipende da contingenze storiche, ma dall’azione salvifica di Cristo.

Gli accidenti, invece, comprendono gli elementi esteriori della celebrazione: la lingua, le forme rituali, le discipline, le strutture celebrative. Essi non solo sono mutevoli, ma devono mutare, perché la liturgia è inserita nella storia ed è chiamata a parlare a uomini e donne concreti. Il Concilio di Trento stesso, spesso evocato in modo improprio, riconosceva alla Chiesa l’autorità di disporre dei riti «salva e integra la sostanza dei sacramenti» (Concilio di Trento, sess. XXI).

Elevare una lingua, come il latino, o un rito storico, come il Messale di San Pio V, al rango di articoli di fede è un errore teologico grave. Non perché tali elementi siano privi di valore, ma perché appartengono all’ordine degli accidenti e non a quello della sostanza. Confondere questi piani significa assolutizzare ciò che è storicamente determinato e relativizzare ciò che è essenziale.

La storia della liturgia testimonia che la Chiesa non ha mai concepito il culto come una realtà immobile. Nei primi secoli convivevano riti diversi; la disciplina sacramentale ha conosciuto trasformazioni profonde; le forme celebrative sono mutate in risposta a nuove esigenze pastorali e culturali. Tutto questo è avvenuto senza che la fede della Chiesa venisse meno, proprio perché la distinzione tra sostanza e accidenti è sempre stata salvaguardata.

Pensare la liturgia come una realtà da “congelare” significa adottare una visione museale della Chiesa, estranea alla sua natura. Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

La liturgia non è un’arma ideologica, non è un rifugio estetico, non è un terreno di rivendicazione identitaria. È il luogo nel quale la Chiesa riceve la propria forma dal mistero che celebra. Quando la liturgia divide, non è la liturgia a essere in crisi, ma le persone che la utilizzano per colmare vuoti interiori o per costruire identità alternative alla comunione ecclesiale.

Firenze, 12 gennaio 2026

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THE LITURGY AS LIVING CATECHESIS. WHY IT IS NOT A STAGNANT POOL TO BE PRESERVED

As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In recent years, there has been a noticeable proliferation of groups and environments that make of the liturgy — and in particular of the Eucharistic celebration — not the place of ecclesial unity, but a field of ideological confrontation. This is not simply a matter of different sensibilities or legitimate ritual preferences, but rather of an instrumental use of the liturgy as an aesthetic, identity-forming element or as an ideological banner. In many cases, this phenomenon is promoted by strictly lay groups which, rather than expressing a mature ecclesial faith, project onto the liturgy personal fragilities, inner discomforts, and needs for identity-based self-reassurance.

This must be stated clearly: to use the Eucharistic Sacrifice as a means of division is an ecclesially most serious matter, because it strikes at the very heart of the life of the Church. The liturgy has never been conceived as a space for subjective self-definition, but as the place in which the Church receives herself from the mystery she celebrates. When the liturgy is bent to purposes foreign to its nature, it is emptied and reduced to something it has never been.

The liturgy is a public act of the Church, not a private initiative nor the language of a group. The Second Vatican Council expressed this truth with clarity, affirming that the liturgy is “the summit toward which the activity of the Church is directed and, at the same time, the font from which all her power flows” (Sacrosanctum Concilium, no. 10). It is not an accessory of ecclesial life, but the place in which the Church manifests herself as the Body of Christ.

To use the liturgy as an instrument of division means to contradict its deepest nature. The liturgy is not born to express particular identities, but to generate communion. Saint Augustine already reminded the faithful that what is celebrated on the altar is what they themselves are called to become: “Be what you see, and receive what you are” (Sermo 272). When the liturgy is transformed into a tool of opposition, it is not the Church that speaks, but the ecclesial ego of individuals or groups.

The liturgy as living catechesis. One of the most neglected aspects by those who reduce the liturgy to an aesthetic issue is its intrinsic catechetical dimension. The liturgy is not only celebration, but also the primary form of the transmission of faith. Even before catechisms and doctrinal formulations, the Church educated the faithful by celebrating.

The Fathers of the Church were fully aware of this. Saint Cyril of Jerusalem, in his Mystagogical Catecheses, did not explain the Sacraments before their celebration, but starting from the liturgical experience itself, because it is the celebrated mystery that generates understanding of the faith. Indeed, the liturgy teaches not only through words, but through the whole ensemble of signs: gestures, silences, postures, rhythms, and symbolic languages (Saint Cyril of Jerusalem, Mystagogical Catechesis I, 1).

To reduce the liturgy to aesthetics means to empty it of its formative function and to transform it into an object to be contemplated rather than a mystery to be lived. In this way, it ceases to be living catechesis and becomes a self-referential experience, incapable of generating a mature and ecclesial faith.

Substance and accidents: a necessary distinction. The distinction between substance and accidents is theologically indispensable and must be clearly explained, because at the root of many liturgical distortions lies the confusion — sometimes deliberate — between these two elements. Sacramental theology, since the Middle Ages, has always clearly distinguished between these two levels.

Substance concerns what makes a sacrament what it is: the Sacrifice of Christ, the Real Presence, the sacramental form willed by the Lord and safeguarded by the Church. This dimension is immutable, because it does not depend on historical contingencies, but on the saving action of Christ.

Accidents, on the other hand, include the external elements of the celebration: language, ritual forms, disciplines, and celebrative structures. These elements are not only mutable, but must change, because the liturgy is inserted into history and is called to speak to concrete men and women. The Council of Trent itself, often invoked improperly, acknowledged the Church’s authority to regulate the rites, “the substance of the sacraments being preserved intact” (Council of Trent, Session XXI).

To elevate a language, such as Latin, or a historical rite, such as the Missal of Saint Pius V, to the rank of articles of faith is a serious theological error. Not because such elements lack value, but because they belong to the order of accidents and not to that of substance. To confuse these levels means to absolutize what is historically determined and to relativize what is essential.

The history of the liturgy shows that the Church has never conceived worship as an immobile reality. In the early centuries, different rites coexisted; sacramental discipline underwent profound transformations; celebrative forms changed in response to new pastoral and cultural needs. All this took place without the faith of the Church being diminished, precisely because the distinction between substance and accidents was always preserved.

To think of the liturgy as something to be “frozen” is to adopt a museum-like vision of the Church, foreign to her nature. As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

The liturgy is not an ideological weapon, not an aesthetic refuge, not a terrain for identity-based claims. It is the place in which the Church receives her form from the mystery she celebrates. When the liturgy divides, it is not the liturgy that is in crisis, but the people who use it to fill inner voids or to construct identities alternative to ecclesial communion.

Florence, 12 January 2026

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LA LITURGIA COMO CATEQUESIS VIVIENTE. PORQUÉ NO ES UN ESTANQUE QUE DEBA CONGELARSE

Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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En los últimos años se ha asistido a la proliferación de grupos y ambientes que hacen de la liturgia — y en particular de la celebración eucarística — no el lugar de la unidad eclesial, sino un campo de confrontación ideológica. No se trata simplemente de sensibilidades diversas o de legítimas preferencias rituales, sino más bien de un uso instrumental de la liturgia como elemento estético, identitario o como estandarte ideológico. En muchos casos, este fenómeno es promovido por grupos estrictamente laicales que, más que expresar una fe eclesial madura, proyectan sobre la liturgia fragilidades personales, malestares interiores y necesidades de autoafirmación identitaria.

Es necesario decirlo con claridad: utilizar el Sacrificio Eucarístico como instrumento de división es un hecho de extrema gravedad eclesial, porque golpea el corazón mismo de la vida de la Iglesia. La liturgia nunca ha sido concebida como un lugar de autodefinición subjetiva, sino como el espacio en el que la Iglesia recibe de sí misma del misterio que celebra. Cuando la liturgia es sometida a fines ajenos a su naturaleza, queda vaciada y reducida a algo que nunca ha sido.

La liturgia es un acto público de la Iglesia, no una iniciativa privada ni el lenguaje de un grupo. El Concilio Vaticano II expresó esta verdad con claridad al afirmar que la liturgia es “la cumbre a la que tiende la acción de la Iglesia y, al mismo tiempo, la fuente de donde mana toda su fuerza” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). No es un accesorio de la vida eclesial, sino el lugar en el que la Iglesia se manifiesta como Cuerpo de Cristo.

Utilizar la liturgia para dividir significa contradecir su naturaleza más profunda. La liturgia no nace para expresar identidades particulares, sino para generar comunión. Ya san Agustín recordaba a los fieles que aquello que se celebra en el altar es aquello mismo que ellos están llamados a llegar a ser: “Sed lo que veis y recibid lo que sois” (Sermo 272). Cuando la liturgia se transforma en instrumento de confrontación, no es la Iglesia la que habla, sino el ego eclesial de individuos o grupos.

La liturgia como catequesis viviente. Uno de los aspectos más descuidados por quienes reducen la liturgia a una cuestión estética es su dimensión catequética intrínseca. La liturgia no es solo celebración, sino también la forma primaria de transmisión de la fe. Incluso antes de los catecismos y de las formulaciones doctrinales, la Iglesia educó en la fe celebrando.

Los Padres de la Iglesia eran plenamente conscientes de ello. San Cirilo de Jerusalén, en sus Catequesis mistagógicas, no explicaba los Sacramentos antes de su celebración, sino a partir de la experiencia litúrgica, porque es el misterio celebrado el que genera la comprensión de la fe. La liturgia, en efecto, no enseña únicamente a través de las palabras, sino mediante el conjunto de los signos: gestos, silencios, posturas, ritmos y lenguajes simbólicos (San Cirilo de Jerusalén, Catequesis mistagógica I, 1).

Reducir la liturgia a la estética significa vaciarla de su función formativa y transformarla en un objeto para ser contemplado en lugar de un misterio para ser vivido. De este modo deja de ser catequesis viviente y se convierte en una experiencia autorreferencial, incapaz de generar una fe adulta y verdaderamente eclesial.

Sustancia y accidentes: una distinción imprescindible. La distinción entre sustancia y accidentes es teológicamente imprescindible y debe ser aclarada con precisión, porque en la raíz de muchas derivas litúrgicas se encuentra la confusión — a veces deliberada — entre estos dos elementos. La teología sacramentaria, desde la Edad Media, ha distinguido siempre con claridad estos dos niveles.

La sustancia se refiere a aquello que hace que un sacramento sea lo que es: el Sacrificio de Cristo, la presencia real, la forma sacramental querida por el Señor y custodiada por la Iglesia. Esta dimensión es inmutable, porque no depende de contingencias históricas, sino de la acción salvífica de Cristo.

Los accidentes, en cambio, comprenden los elementos externos de la celebración: la lengua, las formas rituales, las disciplinas, las estructuras celebrativas. Estos elementos no solo son mutables, sino que deben cambiar, porque la liturgia está inserta en la historia y está llamada a hablar a hombres y mujeres concretos. El propio Concilio de Trento, a menudo invocado de manera impropia, reconocía a la Iglesia la autoridad para disponer de los ritos, “salva e íntegra la sustancia de los sacramentos” (Concilio de Trento, sesión XXI).

Elevar una lengua, como el latín, o un rito histórico, como el Misal de san Pío V, al rango de artículos de fe constituye un grave error teológico. No porque tales elementos carezcan de valor, sino porque pertenecen al orden de los accidentes y no al de la sustancia. Confundir estos planos significa absolutizar lo que está históricamente determinado y relativizar lo que es esencial.

La historia de la liturgia demuestra que la Iglesia nunca ha concebido el culto como una realidad inmóvil. En los primeros siglos coexistían ritos diversos; la disciplina sacramental conoció transformaciones profundas; las formas celebrativas cambiaron en respuesta a nuevas exigencias pastorales y culturales. Todo ello ocurrió sin que la fe de la Iglesia se viera menoscabada, precisamente porque la distinción entre sustancia y accidentes fue siempre salvaguardada.

Pensar la liturgia como una realidad que deba ser “congelada” significa adoptar una visión museística de la Iglesia, ajena a su naturaleza. Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

La liturgia no es un arma ideológica, no es un refugio estético, no es un terreno de reivindicación identitaria. Es el lugar en el que la Iglesia recibe su forma del misterio que celebra. Cuando la liturgia divide, no es la liturgia la que está en crisis, sino las personas que la utilizan para colmar vacíos interiores o para construir identidades alternativas a la comunión eclesial.

Florencia, 12 de enero de 2026

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