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Santità, è dal 2011 che testimonio e lamento che «Nella Chiesa è scoppiato un nubifrocio universale». Se oggi avete deciso di usare miei stili e frasari, perlomeno pagatemi i diritti d’autore

28 Maggio 2024/in Attualità/da Padre Ariel

SANTITÀ, È DAL 2011 CHE TESTIMONIO E LAMENTO CHE «NELLA CHIESA È SCOPPIATO UN NUBIFROCIO UNIVERSALE». SE OGGI AVETE DECISO DI USARE MIEI STILI E FRASARI, PERLOMENO PAGATEMI I DIRITTI D’AUTORE

A tutti gli episcopetti che ieri, non potendo negare l’evidente problema da me sollevato sulla venefica lobby gay all’interno della Chiesa, si attaccarono alla forma sino a darmi del blasfemo, oggi ho una domanda molto seria da rivolgere, questa: il Romano Pontefice che parla di «frociaggine» è un blasfemo oppure, molto più semplicemente, si è finalmente scoperto a distanza di un decennio che il suo ghost-writer sono io?

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

PDF  articolo formato stampa

 

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In un mio libro del 2011, intitolato E Satana si fece trino, tutt’oggi distribuito dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos, al paragrafo V del Capitolo Secondo tratto questo delicato tema:

«Preti gay e carrieristi puniti ed estromessi? macché: fanno lobby e sono scaldati come serpi in seno dando vita alla pornocrazia clericale».

Nella narrativa di questo capitolo feci uso di un’espressione per la quale alcuni vescovi con gli uteri particolarmente sensibili ― e per questo facili a essere assaliti da prurito ― lamentarono all’allora mio Vescovo, il defunto Luigi Negri di benedetta memoria, che andavo corretto e rimproverato per avere fatto ricorso alla blasfemia. Accadde infatti che questo mio buon Presule di allora, appena giunto alla plenaria della Conferenza Episcopale Italiana del 2012, durante la prima pausa disponibile fu assalito dalle geremiadi di diversi suoi fratelli Vescovi, quelli che per inciso, tanto per intendersi, del «nubifrocio» erano i diretti responsabili, nonché colpevoli dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. La frase giudicata blasfema era la seguente:

«In questa nuova dimensione ecclesiale altamente de-virilizzata, pare che nella Chiesa sia veramente scoppiato un nubifrocio universale»

A distanza di tredici anni il Sommo Pontefice Francesco, durante l’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana di questo mese di maggio 2024, parlando a porte chiuse con i Vescovi, perfettamente consapevole che la cosa sarebbe stata riportata ai giornalisti nel giro di poche ore ― sicuramente da qualche presule che si era sentito punto nel vivo ― ha lamentato che «Nei seminari c’è troppa frociaggine». Invitando i Vescovi a non ammettere nei nostri disastrati seminari ― che da anni e anni io lamento essere delle vere e proprie succursali dei gay village ― persone con tendenze omosessuali. Facendo presente e precisando in un altro discorso a porte chiuse fatto agli stessi Vescovi nel maggio del 2018:

«Se c’è un dubbio di omosessualità meglio non far entrare in seminario» (cfr. QUI).

A tutti gli episcopetti che ieri, non potendo negare l’evidente problema da me sollevato sulla venefica lobby gay all’interno della Chiesa, si attaccarono alla forma sino a darmi del blasfemo, oggi ho una domanda molto seria da rivolgere, questa: il Romano Pontefice che parla di «frociaggine», è un blasfemo oppure, molto più semplicemente, si è finalmente scoperto a distanza di un decennio che il suo ghost-writer sono io?

Riporto di seguito lo stralcio di quel V paragrafo tratto dal Capitolo Secondo della mia opera E Satana si fece trino, un libro scritto tra il 2008 e il 2010, pubblicato su suggerimento dell’allora mio Vescovo solamente alla fine del 2011.

Dall’Isola di Patmos 29 maggio 2024

 

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PRETI GAY E CARRIERISTI PUNITI ED ESTROMESSI? MACCHÉ: FANNO LOBBY E SONO SCALDATI COME SERPI IN SENO DANDO VITA ALLA PORNOCRAZIA CLERICALE

(E Satana si fece trino, Ariel S. Levi di Gualdo, Roma, 2011, Cap. II par. V)

Un corpo sporco che emana forte odore di sudore deve essere denudato e lavato accuratamente con acqua e sapone, al termine del lavaggio può essere cosparso di profumo; ma se sopra a un corpo sporco che emana forte odore di sudore si cosparge profumo, l’effetto sarà che il profumo frammisto al sudore finirà col farlo puzzare di più.

Coinvolto in argomenti legati a fatti dolorosi che affliggono e umiliano la Chiesa, sul finire il prelato mi ammonì:

«Il problema non è dire la verità ma come si dice».

Risposi:

«Gesù Cristo non morì per le verità che le autorità politiche e religiose volevano sentirsi dire, ma per quelle verità che non erano disposti a tollerare che fossero solo sospirate».

Quando non si può demolire la sostanza si tenta l’ultima disperata difesa cavillando sulla futile forma, per difendere al meglio il diritto alla cecità spirituale. Quando infatti non fu possibile rimproverare Gesù per avere guarito un cieco restituendo a lui la vista, si rimproverò con dure critiche per avere compiuto un miracolo di sabato, in un giorno nel quale non è consentito lavorare (cfr. Gv 5, 2-16).

O siamo forse, noi moderni cristiani, tanto diversi dai farisei dell’antica Giudea? Quando si parla di farisei tendiamo a farlo al passato, come se costoro fossero solo una delle molte sette ebraiche presenti nella Giudea dell’epoca; mentre invece il fariseo è un essere senza tempo e connotazione religiosa, è uno stile di vita che può radicarsi ovunque, in ogni tempo e cultura religiosa.

La brama di carriera, lungi dall’esser vezzo moderno, stando alle parole di San Paolo esisteva anche in epoca apostolica; già allora c’era chi aspirava all’episcopato, tanto che l’Apostolo esorta:

«È degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all’episcopato, desidera un compito eccellente, ma bisogna che l’episcopo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale e capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al danaro» (I Tm 3, 1-3).

Oggi la differenza sta nell’approccio di tipo erotico-psicologico. I carrieristi del passato erano virilmente mossi da motivazioni che nei concili dei primi secoli generavano accese battaglie dottrinali, nelle successive lotte politiche e religiose; degli animali sociali che credevano in qualche cosa che andava oltre loro stessi e la loro brama di carriera.

Per gli uomini del passato far carriera nel mondo ecclesiastico era un mezzo per vincere una battaglia, per imporre la loro dottrina, la loro politica sociale o economica.

Quello di oggi è un carrierismo che viene a galla in un mondo di ominicchi e quaquaraquà ripiegati sull’edonismo di una psicologia sociale giunta all’apice del narcisismo collettivo. Alla virilità dei maschi che ieri lottavano per le investiture e che erano disposti a giocarsi la vita e la salute dell’anima per riuscire a imporre ciò in cui credevano, si è andata sostituendo la mollezza androgina di una visione estetica dell’essere sociale e dell’apparire, anche attraverso un luogo privilegiato come la Chiesa, un set di riprese internazionali che può portare vescovi e presbiteri alle luci della ribalta dei mezzi di comunicazione di massa, o a stretto contatto col mondo della politica, della cultura e della economia pubblica e privata.

In questa nuova dimensione ecclesiale altamente devirilizzata, pare che nella Chiesa sia veramente scoppiato un nubifrocio universale, capitanato da un agguerrito esercito di monsignorini in carriera, amici degli amici degli amici … che ancora non sono stati sbattuti fuori dalla curia romana e che al suo interno proliferano per i buoni uffici di amici degli amici degli amici, allontanando o tenendo spesso lontano tutto ciò che di puro potrebbe entrarvi. Ma dovendo compiacere e piacere per raggiungere il fine di compiacere e piacere a se stessi, per intrinseca natura i carrieristi estetici non sono inclini a prendere decisioni, ciò implicherebbe il possesso psico-fisico e l’uso di quegli attributi maschili necessari ad assumersi responsabilità, che in ogni società comportano l’alto rischio di piacere a due uomini e rimanere sgraditi a duemila, di quando in quando per essere celebrati vent’anni dopo la dipartita come spiriti lungimiranti da venti milioni di uomini contro il parere negativo di due soli sciocchi ostinati.

I media hanno finito per snaturare la figura episcopale e nell’immaginario collettivo il vescovo è stato mutato in una specie di Regina Elisabetta, icona rappresentativa per francobolli, sterline e parate di Buckingham Palace. Parlano del vescovo come di un soggetto religioso preposto a “rappresentare la sua Chiesa”, a partire dal primo dei vescovi, il Sommo Pontefice, che “rappresenta la Chiesa Cattolica”. Cosa vera ma anche ambigua, se la mano calca su quei concetti di “rappresentanza” che hanno cancellato dalla memoria collettiva che il fatto che il vescovo è chiamato a governare la sua Chiesa, prima che esserne “rappresentante” religioso mero amministratore delegato, o peggio curatore fallimentare [1].

Oggi si è smarrita la figura pastorale e spirituale del padre apostolico che regge la famiglia, garantendo la protezione e la educazione dei figli e facendo sentire all’occorrenza anche il morso dell’autorità e della disciplina.

I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più piccolo, e chi è il capo, come chi serve (cfr. Lc 22, 26-27).

Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità della Chiesa e, entro certi limiti, in vista della utilità della Chiesa o dei fedeli, possa essere ristretto.

«In virtù di questa potestà i vescovi hanno il sacro diritto e davanti a Dio il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e regolare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato […][2] In forza di ciò, i Vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità» […][3].

Perdere tutto questo, vuol dire smarrire il senso spirituale e pastorale dell’episcopato nella Chiesa.

Nelle sue più importanti azioni liturgiche il vescovo è chiamato a procedere con la verga, il bastone pastorale, che è segno del suo governo spirituale e della sua virilità cristiana e psicologica.

A maggior ragione oggi viene da arrossire d’imbarazzo, quando certi cerimonieri estetici ricoprono i poveri vescovi con cascate di trine e merletti, che rammentano più le ammalianti biancherie intime femminili anziché i paramenti dei maschi Padri della Chiesa.

Il moderno carrierismo estetico e mediatico si regge su un elemento singolare: non è virile ma efebico, femmineo; nella migliore delle ipotesi asessuato, nella peggiore sfocia nel vero e proprio disordine sessuale per ovvie conseguenze del carattere.

Nel rapporto privo di equilibrio con la carriera ecclesiastica, esistono soggetti in numero tremendamente alto influenzati dal tipico istinto del narcisista omosessuale. E per la macchina della Chiesa non c’è peggiore ingolfamento delle subdole personalità dei gay repressi, finiti in considerevole numero come volpi nel pollaio in ruoli delicati dove si finisce «non per servire ma per servirsi»[4], non per piacere a Dio, ma per piacere agli altri e compiacere se stessi, anziché esercitare il potere di decidere secondo carità e giustizia ciò che quella cattedra episcopale o quell’ufficio di curia richiedono per il bene della Chiesa e dei suoi fedeli.

Nascondere la verità non giova a nessuno, specie a chi deve annunciarla al mondo.

Se davvero vogliamo affrontare sul serio questo problema molto drammatico, dobbiamo partire da un triste dato di fatto: oggi, all’interno del clero secolare e religioso maschile, il numero degli omosessuali è spaventosamente alto e si divide tra gay praticanti e gay repressi; i secondi più attivi dei primi nell’esercizio della loro logorante omosessualità psicologica. Gli omosessuali per carattere psichico repressi nel corpo, sono di gran lunga peggiori di coloro che praticano l’omosessualità fisica, causando da sempre all’interno della Chiesa dei danni talora enormi talora irreparabili, puntando sempre a piazzarsi nei posti più alti e nei ruoli-chiave di governo, per meglio rafforzare una lobby molto potente e solidale al suo interno, retta su criteri pornocratici.

Quello della pornocrazia[5] è un dramma che ferisce la Chiesa colpendola con affondi mortali. Termine recente di origine francese, pornocrazia indica una forma di governo caratterizzata dal nefasto influsso di cicisbei e prostitute sugli uomini preposti all’esercizio del potere. Alla lettera significa “governo delle prostitute”, o governo fondato in buona parte sui meccanismi tipici della prostituzione.

A caratterizzare la pornocrazia, non è tanto il baratto di favori sessuali con posizioni di privilegio, come nelle consuete relazioni tra potente e prostituta, perché questi rapporti di potere non sempre hanno avuto connotazioni di tipo sessuale, specie all’interno di certe sacche decadenti, che hanno costituito nei tempi passati e presenti orribili zavorre per la Chiesa, dove spesso il meccanismo, lungi dall’essere quello del tutto naturale della sessualità eterosessuale, si fonda sulla asessualità, o su puri meccanismi omosessuali, spesso più psicologici che fisici.

Nella pornocrazia clericale, l’omosessualità praticata a livello fisico è solo la punta estrema di un’omosessualità mentale radicalizzata e andata non di rado al potere.

Con l’esercizio del proprio influsso sull’uomo di potere la prostituta, o il gay-prostituto, non tanto riescono a esercitare in modo indiretto il loro personale potere, perché simili meccanismi di ruolo sono stati più volte esercitati in modo quasi istituzionale dalle legittime consorti dei sovrani, o dai loro vari amichetti-gay.

Quel che risulta particolarmente logorante nella Chiesa, più che nel potere civile laicista, è la capacità del prostituto di creare un proprio potere personale a volte quasi assoluto, che si sostituisce spesso all’autorità del potente e che non di rado sopravvive al potente stesso.

Si pensi per esempio al giovane ed efebico segretario dalle cui labbra il potente pendeva e che dopo avere influito sull’esercizio del potere del prelato – che era preposto a servire, non a pilotare colpendolo con le frecce di Cupido –, quando questi sta per ritirarsi dalla carica per sopraggiunti limiti di età, viene promosso vescovo prendendo il posto – in rango e dignità sacramentale – del suo padrone platonicamente innamorato[6].

L’uso del termine prostituto anziché prostituta, in una società al maschile come quella ecclesiastica non è casuale, considerando che nella Chiesa la pornocrazia tende ad avere come personaggi motore soggetti eminentemente maschili.

Quest’ultimo è il drammatico caso della potente lobby dei gay, che all’interno della Chiesa riesce da alcuni decenni a incidere e influire sull’apparato propulsore dell’intera Orbe cattolica: la promozione dei presbiteri all’episcopato.

Precedendo di molti secoli la classificazione degli uomini posta da Leonardo Sciascia sulla bocca al personaggio del suo romanzo, San Bernardo di Chiaravalle[7] che non è personaggio di fantasia ma uno straordinario santo e dottore della Chiesa, nel 1145 scrisse al suo discepolo Bernardo dei Paganelli, divenuto Sommo Pontefice col nome di Eugenio III, salutandone l’elezione al Soglio di Pietro con un Trattato buono per ogni Papa, attentamente adattato per lui. In questo scritto Bernardo non manca di far presente che attorno al Santo Padre non stanno affatto bene certi paggi melliflui e giovani zazzeruti a seguito di vescovi e cardinali.

Saggia esortazione rivolta a un neo eletto Pontefice nove secoli fa da un futuro santo e dottore della Chiesa.

Oggi qualcuno può dire che non eravamo stati avvisati con largo anticipo, riguardo ai danni che possono produrre certi paggi melliflui e giovani zazzeruti ai quali si riferisce San Bernardo di Chiaravalle?[8] O, se al linguaggio medioevale di questo Dottore della Chiesa, preferiamo quello letterario di Sciascia del XX secolo: «Piglianculo e quaquaraquà»?[9]

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NOTE

[1] Sul potere di governo del vescovo e il suo ministero: Christus Dominus, n. 8 e n. 11, Esortazione Apostolica Pastores Gregis, n. 42, n. 54, n. 55 e seguenti.

[2] Costituzione Dogmatica Sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 27.

[3] Esortazione Apostolica Pastores Gregis, n. 43.

[4] Meditazione del Cardinale Joseph Ratzinger alla IX Stazione della Via Crucis, Colosseo di Roma, 25 marzo 2005. Benedetto XVI: Via Crucis 2005, Editrice Libreria Editrice Vaticana.

[5] Termine italiano coniato sul film di Catherine Breillat il cui titolo originale è Anatomie de l’enfer. Prod. Francia, 2004.

[6] N.d.A. all’edizione del 2019 — Fatto di cronaca così riportato dagli organi di stampa: «Nell’estate del 2017 la Gendarmeria Vaticana arresta Mons. Luigi Capozzi, di anni cinquanta, segretario del Cardinale Francesco Coccopalmerio e addetto di seconda classe presso il Pontificio consiglio per i testi legislativi, presieduto da questo porporato. Il fatto: nel suo appartamento collocato in Vaticano nel palazzo del Sant’Uffizio, Monsignore organizzava festini gay a base di droga, tanto da render poi necessario il suo ricovero nella clinica romana Pio XI per terapie di disintossicazione», cfr. Franca Giansoldati, Il Messaggero, 29 giugno 2017; Francesco Antonio Grana, Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2017; Redazionale, Libero, 7 luglio 2017; Domenico Gramazio, La Città di Salerno, 2 luglio 2017; Emanuele Barbieri, Corrispondenza Romana, 22 novembre 2017; Riccardo Cascioli, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 dicembre 2017, etc..]. Rifacendosi a notizie a loro pervenute dall’interno della Santa Sede, i giornali precisano che Monsignore «era già stato proposto dal Cardinale per essere elevato alla dignità episcopale», Francesco Antonio Grana, Il fatto Quotidiano, 28 Giugno 2017. A oltre un anno dal fatto, i giornalisti Maike Hickson e John Henry Westen di LifeSiteNews lanciano una notizia poi riportata dal vaticanista Marco Tosatti, Stylum Curiae 11 ottobre 2018 e da Giuseppe Aloisi, Il Giornale, 11 ottobre 2018 e da vari organi di Stampa: «Il Cardinale Francesco Coccopalmerio […] era presente al party omosessuale a base di droga in cui ha fatto irruzione la polizia vaticana nell’estate del 2017 e in cui fu arrestato il suo segretario, Mons. Luigi Capozzi». A questa notizia risponde la sera stessa con un tweet il Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’epoca dell’accaduto Sostituto della Segreteria di Stato: «La notizia è priva di fondamento. Fui io ad informare dell’arresto del sacerdote il Card. Coccopalmerio a fine giornata, non avendolo trovato, per un disguido, il mattino. Il prete non fu arrestato durante un fantomatico party, ma nel cortile della casa». Chiariamo il tutto: per oltre un anno il Cardinale Angelo Becciu ha permesso ai giornali di infangare un prete scrivendo senza mai essere smentiti che «l’arresto è avvenuto all’interno dell’appartamento durante un party gay a base droga», poi, trascorsi sedici mesi – quando in ballo è stato tirato un cardinale – l’ex sostituto alla Segreteria di Stato, con solerte tempismo e improvviso amore per la verità, informa con un tweet che l’arresto non avvenne «durante un fantomatico party» ma «nel cortile di casa» (!?) … «Il 29 agosto 2018 crolla il tetto della chiesa romana di San Giuseppe ai Falegnami», La Repubblica, 30 agosto 2018, il cui titolo è detenuto dal Cardinale Francesco Coccopalmerio. Dopo avere illustrata questa fedele cronologia non passibile di smentita, forse sarebbe bene tenere sotto stretto controllo, al fine di evitare altri crolli improvvisi, la necropoli etrusca maremmana di Roselle, di cui il Cardinale Angelo Becciu è Arcivescovo titolare, quindi il tetto della chiesa romana di San Lino, di cui egli detiene il titolo cardinalizio. 

[7] Monaco e poi Abate dell’Ordine Cistercense (Fontaine les Dijon 1090 – Ville sous la Ferté 1153). Fondò l’Abbazia di Clairvaux e altri monasteri, tra cui l’Abbazia di Chiaravalle in Italia. Canonizzato nel 1174, fu dichiarato Dottore della Chiesa nel 1830. Nel 1953 il Sommo Pontefice Pio XII volle dedicargli l’Enciclica: Doctor Mellifluus.

[8] N.d.A. all’edizione del 2019 – Quando nel 2009 scrivevo queste righe mi era sfuggita la seguente riflessione: forse, San Bernardo di Chiaravalle, indicando «paggi melliflui e giovani zazzeruti», vale a dire i gay presenti in certe corti ecclesiastiche dell’epoca, potrebbe essersi rifatto al Liber Gomorrhianus scritto alcuni decenni prima da San Pier Damiani (Ravenna 1007 – Faenza 1072), opera in cui supplica il Romano Pontefice di dimettere dal ministero sacerdotale ed episcopale i rei dei turpi peccati di omosessualità, efebofilia e pedofilia. Già all’epoca esisteva però una potente lobby gay, ed il Sommo Pontefice rispose che questi auspicati provvedimenti severi sarebbero stati presi solo in caso di recidiva.

[9] Leonardo Sciascia: Il Giorno della Civetta. Torino, 1960, Editrice Einaudi.

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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