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La guerra in corso e lo strazio del Calvario. Gesù crocifisso nel dramma contemporaneo con Maria e Giovanni Apostolo

15 Aprile 2022/in Attualità/da Padre Gabriele

LA GUERRA IN CORSO E LO STRAZIO DEL CALVARIO. GESÙ CROCIFISSO NEL DRAMMA CONTEMPORANEO CON MARIA E GIOVANNI APOSTOLO

Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio.

Attualità

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La Pietà, opera di Van Gogh

Il 24 febbraio è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Questo tutti lo sappiamo dai telegiornali che hanno iniziato a bombardarci di immagini, suoni, testimonianze del nuovo conflitto esploso mentre il Covid19 si stava indebolendo e quindi mutando da stato di emergenza pandemica in uno stato di vita quasi ordinaria.

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Tramite la casa generalizia dell’Ordine dei Frati Predicatori abbiamo contatti coi nostri confratelli domenicani residenti a Kiev, per degli aiuti umanitari e spirituali. Ogni tanto, se le circostanze lo permettono, ci scambiamo messaggi su WhatsApp e altri social media. Non troppo spesso, inoltre …

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… chi mi conosce, si sarà accorto che in questo periodo non ho mai parlato in pubblico, né su questa nostra rivista, né sui social, né sul mio blog. Ho parlato pochissimo anche in privato di quanto sta accadendo a livello internazionale. E ciò non solo per le belle e lunghe fatiche apostoliche che mi hanno impegnato a lungo nel periodo di fine febbraio – inizi di aprile; non soltanto perché ho finalmente concluso la difesa della tesi di dottorato in sacra teologia, che mi ha portato ad avere una grande pace e serenità interiore, come una conferma definitiva della missione di frate presbitero e teologo a cui credo il Signore mi indirizza. Tutti questi sono stati certamente motivi coessenziali a quanto adesso cercherò di spiegare.

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Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio, riconosciuto in sede legale in più luoghi, secondo diverse sfumature giuridiche e giurisprudenziali, si pensi appunto alla nota frase ― che rappresenta un fatto e un diritto giuridico ― «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Dunque ho deciso di rimanere in silenzio, perché sarebbe un tentativo goffo di porre una analisi socio-politica del conflitto russo ucraino. Credo che tale atto sia basato sulla virtù di prudenza; la prudenza è dunque quella virtù ― un po’ intellettuale e un po’ pratica allo stesso tempo ― che è auriga virtutum, guida di tutte le altre, perché è colei che predispone alla retta ragione delle azioni da farsi, secondo la lezione di San Tommaso D’Aquino. La prudenza è per ciò la capacità che l’uomo ha, con l’aiuto della grazia, di scegliere razionalmente quale azione attuare e omettere in una determinata circostanza. In questa delicatissima circostanza credo per me sia prudente non esprimere giudizi: infatti non essendo esperto in diritto internazionale o storia dell’Europa orientale non ho competenze né basi per poter dare un giudizio fondato. A questo si aggiunga che al momento, persino i più qualificati esperti, non hanno i necessari elementi per poter esprimere giudizi, perché uno solo al presente è il dato di fatto, che è tale per questa come per tutte le guerre: degli innocenti, soprattutto civili, stanno morendo. Di per sé, non prendere una posizione, si dice che sia già prenderne una. In questo caso, la presa di posizione che mi riguarda, e per il quale sto molto pregando e meditando, va nei confronti di tutte quelle persone, ucraine, russe o residenti in quei territori, che stanno soffrendo a causa della guerra. Perché la guerra è sempre un dramma che sortisce effetti atroci e terribili. Alle persone che soffrono la morte e la sofferenza a causa della guerra vanno queste riflessioni e ad esse sono dedicate. Tutti coloro che soffrono sono infatti intimamente uniti al Cristo sofferente, anche a Maria, nostra Santissima Madre Celeste che soffre nel vedere e vivere tutto questo. Sono uniti nella morte, sofferenza, dolore, solitudine e distacco dai propri cari. Ma vediamo perché. Gesù sulla croce a un tratto disse una frase importante, che tutti abbiamo scolpita nel cuore: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” [Lc 23, 34]. Si tratta di una delle ultime frasi di Gesù. Riflettiamo sulla prima delle parole che ha pronunciato sulla croce in quella frase terribilmente forte e vera. Secondo il teologo statunitense Stanley Hauerwas, in quel momento si focalizza innanzitutto l’intenso rapporto di amore tra Padre e Figlio. Questo è il fondamento del perdono effuso sull’uomo. Da questa relazione unica e irripetibile scaturisce il perdono su ciascuno di noi. Dunque Dio che in sé stesso, nella Trinità Immanente decide di offrire il dono del Figlio e il perdono e il perdono a beneficio dell’umanità. Viene così incontro all’uomo e in gergo tecnico si dice che diviene Trinità Economica: fa entrare l’uomo nella Economia della Salvezza.

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E qui vorrei soffermarmi con un inciso per chiarire: l’uso della teologia trinitaria che traggo dalle nozioni del teologo gesuita Karl Rahner, non scandalizzi alcuni tra i più acuti lettori della nostra Isola di Patmos. Il mio fondamento teologico si radica in modo chiaro e imprescindibile nel pensiero di San Tommaso D’Aquino, a seguire anche nello studio delle opere teologiche Hans Urs von Balthasar, che ritengo fruttuose per la mia formazione e per quella di ogni teologo contemporaneo. Ciò detto chiarisco che nell’ambito della dogmatica trinitaria il concetto di distinzione rahneriano: Trinità immanente / economica, appare oggettivamente più solido rispetto a quello del von Balthasar. Per quanto riguarda tutto il resto, o l’impostazione teologica stessa in sé e di per sé, non ho dubbi su chi scegliere e da chi continuare ad attingere. Insomma, non sono diventato un “rahneriano anonimo”, al contrario: nel solco della tradizione teologica domenicana in cui sono cresciuto, penso di essere in grado di vagliare il male per saper discernere e cogliere anche quel poco di vero che c’è in un’opera teologica totalmente disastrosa e pericolosa come quella del teologo Karl Rahner, che rimane però una indubbia e grande mente speculativa nel Novecento. Chiudo questo inciso ricordando che il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, con l’apparente durezza senza zucchero che a volte lo caratterizza, in un suo articolo scritto in occasione della sua morte non esitò a riconoscere tutte le grandi capacità speculative di Hans Küng. Questo nostro confratello mise in luce quanto fu dotato dalla natura di capacità geniali, quindi di qualità superiori a quelle del giovane teologo suo coetaneo Joseph Ratzinger. Con la differenza che Küng scivolò nell’eresia mettendosi a de-costruire l’impianto dogmatico del deposito della fede, mentre Ratzinger divenne un custode della dottrina della fede al quale tanto dobbiamo, a partire dal grande magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Dopo questo doveroso chiarimento possiamo quindi focalizzarci e meditare su Gesù. A partire dalla scelta libera, non dovuta. Nell’amore dello Spirito Santo, in unione al Padre, Cristo decide di amarci fino alla fine [cfr. Gv 13, 1 ss]. Gesù negli anni della predicazione pubblica fa dunque un cammino di accoglimento della croce, perché sa che questo strumento di morte può essere capovolto e diventare strumento di perdono e di grazia. Le conseguenze sono davvero fortissime: il Cristo straziato sulla croce è la seconda persona trinitaria, che si offre per integrare in sé e nell’uomo le situazioni di morte, sofferenza, dolore, solitudine da chi amiamo. Gesù è allora vicino a ciascuno di noi in queste situazioni.

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Così anche nella notte esistenziale più lunga, tutti coloro che soffrono per la guerra, possono nella preghiera sentirsi abbracciati da Gesù nella passione. Un abbraccio orante che rompe la solitudine, sapendo che nella preghiera ritroviamo la pace interiore anche i lontani. Gesù rompe la solitudine anche nella sua presenza reale eucaristica, dove si fa intimo e prossimo a tutti in corpo, sangue, anima e divinità. Proprio Lui che era senza peccato, si donò per i noi peccatori per eliminare il giogo del peccato. Non considerò un tesoro divino la sua uguaglianza con Dio, ci dice San Paolo in uno dei suoi bellissimi inni, ma decise di spogliarsi – pur rimanendo Dio – affinché noi tutti partecipassimo della natura divina [cfr. Fil 2, 6-11]. Ecco l’effetto finale di tanto dolore.

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La gloria di Cristo, vincitore della sofferenza e della morte, sarà allora la nostra gloria. Non avremo sofferto e pianto invano. Ma fino a quel momento, non cessiamo di essere uniti al Corpo Mistico e alla Santa Madre di Gesù. È Gesù stesso a richiederlo in una delle sue ultime parole: «Donna ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre» [Gv 19,25-27]. Gesù si rivolge innanzitutto a Maria. Anche lei è sofferente, disperata. Una sofferenza enorme, quella di vedere un figlio condannato e ucciso in questo modo così terribile e ingiusto. Maria è vicina a tutte le madri che stanno perdendo figli in guerra per lo stesso motivo. Ogni volta che noi preghiamo un rosario, una decina o recitiamo anche una sola Ave Maria, possiamo rivolgerci alla Santa Madre Vergine perché interceda presso Dio per queste madri così sofferenti. Maria, col suo «sì» nell’Annunciazione, ma anche nell’accogliere le terribili pene del Figlio, è anche nostra madre. Non oso immaginare quanta virtù di fortezza ha dovuto impiegare l’Ancella di Nazareth, quanto coraggio nel camminare fino al Golgota, senza esplodere in urla di rabbia e disperazione. Una reazione che forse sarebbe stata del tutto umana e legittima. Invece Maria, nel suo strazio, si affida a Dio, vivendo il dramma del Figlio e accompagnandolo. Quel Figlio non solo suo lo dona adesso definitivamente all’Eterno Padre e allo Spirito Santo. Noi in San Giovanni apostolo, siamo tutti suoi figli. Solo in questo modo lei è cooperatrice nella redenzione, donandoci Gesù, e accompagnandolo nella Passione. Anche in questi tempi così bui rimaniamo uniti a lei. Perché tutti noi, in Giovanni apostolo, siamo chiamati figli di Maria e quindi uniti come figli anche nell’altra Madre Vergine: la Chiesa. E nella Chiesa intesa come Ecclesia congregata possiamo tutti cooperare al bene comune, alla solidarietà internazionale e aiutare coi soccorsi umanitari e la vicinanza spirituale le popolazioni che soffrono. Anzitutto però, se siamo Ecclesia congregante, dobbiamo tutti imparare ad essere un piccolo San Giovanni Apostolo. Dunque imparare a rileggere tutti gli eventi del tempo che viviamo con uno sguardo dall’alto. Con uno sguardo d’Aquila. E oltre a farlo noi, testimoniare al tempo stesso che esiste un altro orizzonte di senso, un’altra prospettiva che è in noi e che al tempo stesso ci supera. È lo sguardo contemplativo di tutte le cose. In questo Maria ci è di esempio nelle virtù e nel grande amore materno. Giovanni, figura di tutta la Chiesa, è esempio della Chiesa che accoglie e raduna in sé tutti i popoli, indicando loro i sentieri di eternità e di senso che integrano il tempo presente. In questo Venerdì Santo facciamone memoria, se parteciperemo veramente e intimamente all’azione liturgica della Passione del Signore.

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Gesù dolce, Gesù amore (Santa Caterina da Siena)

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Roma, 15 marzo 2022

Passio Domini

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