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Pensieri sul concetto di libertà filiale in tempo di pandemia, riguardo certi vescovi che si sono dimenticati di essere padri dei vaccinati e dei non vaccinati

13 Gennaio 2022/in Pastorale Sanitaria/da Padre Ivano
—Pastorale sanitaria —

PENSIERI SUL CONCETTO DI LIBERTÀ FILIALE IN TEMPO DI PANDEMIA, RIGUARDO CERTI VESCOVI CHE SI SONO DIMENTICATI DI ESSERE PADRI DEI VACCINATI E DEI NON VACCINATI

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Quell’anima bella di Monsignor Cirulli perde di vista il fatto che all’occorrenza è nel suo pieno diritto imporre il divieto ai fedeli cattolici di usare il preservativo o la pillola anticoncezionale o più ancora l’uso della pillola del giorno dopo o peggio ancora della pillola abortiva. Così come può vietare ai suoi preti di andare a donne o a uomini o di chiedere loro l’osservanza scrupolosa della normativa liturgica e canonica, ma non può obbligare il clero e i fedeli alla vaccinazione semplicemente perché questo esula dalle sue funzioni. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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Franco Califano (Tripoli 1938 – Roma 2013) «Maledetta noia», per aprire il video cliccare sull’immagine

Nella domenica appena trascorsa, festa del Battesimo del Signore, al momento dell’omelia riflettevo con i miei parrocchiani sul fatto che nel battesimo il cristiano, oltre alle virtù teologali di fede, speranza e carità riceve anzitutto il dono preziosissimo della libertà filiale. Per noi cristiani l’essere liberi è una prerogativa dell’essere figli. Il Beato apostolo Paolo lo sottolinea decisamente bene nella sua lettera ai Galati [cfr. Gal 4, 4-ss].

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Già l’agiografo biblico, nel Libro della Genesi, descrivendo la creazione dell’uomo, dice che ognuno è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio [cfr. Gn 1, 26], intendendo per somiglianza quelle qualità mentali, morali e sociali proprie di Dio, che il Creatore ha impresso nella creatura umana differenziandola da tutte le altre create. Da questa somiglianza divina si sancisce, in modo netto e definitivo, la differenza e la superiorità dell’uomo rispetto a tutte le altre creature, ivi comprese quelle animali.

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Facciamo attenzione e chiariamo subito un concetto fondamentale: il dono della libertà filiale non è un merito personale che l’uomo può vantare ma è una grazia acquisita che otteniamo dal Padre (come dirà la Lettera ai Galati con l’espressione greca dià theōu!) in vista dell’incarnazione del Verbo, di Cristo Figlio unigenito, il quale ha reso possibile l’essere figli nel Figlio in modo pieno e duraturo riscattando l’uomo da quella condizione di peccato e di morte su cui si sosteneva l’antica schiavitù, come ebbe a rimarcare Gesù davanti ai Giudei: «se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» [Gv 8, 36].

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Se capiamo che la libertà cristiana è prerogativa del Figlio e di coloro che hanno saputo accoglierlo [cfr. Gv 1,12], tanto da diventarne gli eredi legittimi [cfr. Rm 8,17], possiamo anche comprendere la piena possibilità di ciascun battezzato di relazionarsi pienamente con Dio Padre e con lo Spirito Santo così come Cristo ha fatto. Infatti, solo se siamo autenticamente figli nel Figlio possiamo esercitare anche quella libertà piena che implica un riconoscimento di relazione col Padre come l’amante e con lo Spirito Santo come l’amore.

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Al momento del nostro battesimo, perciò, ci viene donato dalla grazia di Dio il dono della libertà filiale così come fu donata a Cristo che fu libero davanti al Padre e si mantenne tale nella sua vita terrena proprio perché figlio beneamato dentro quell’unzione di Spirito Santo che è garanzia di ogni perfetta comunione e comunicazione con Dio [cfr. Rm 8, 14-ss] nella libertà.

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Da questi presupposti teologici, non è difficile comprendere come la libertà cristiana suppone, per essere tale, di una costante comunicazione relazionale. Così come Dio è pienamente liberò in sé stesso proprio perché nel suo intimo mistero le augustissime persone della Santissima Trinità non possono che relazionarsi tra di loro in pienezza ― cosa che si riferisce anche al Verbo dopo la sua incarnazione ― così l’uomo è veramente libero solo quando è capace di entrare in comunione con Dio e di relazionarsi con le creature.

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Purtroppo, alla prova provata dei fatti, parlare di libertà cristiana oggi come riscoperta del proprio battesimo e quindi come impegno evangelico ad essere testimoni nel mondo della libertà del Figlio non è affatto facile. L’attuale crisi sanitaria pandemica ha snaturato il concetto di libertà non solo nel suo riferimento teologico ma anche in quel riferimento filosofico e sociale che sta alla base di ogni civiltà. Si è passati in meno di due anni da una crisi sanitaria a una sociale che ha lasciato pesanti ripercussioni sulla sfera politica ed economica del Paese tanto da mettere in crisi quelle certezze un tempo considerate scontate. Questa crisi globale non ha risparmiato neanche la fede che sta conoscendo una incrinatura molto profonda tanto da portare alla deriva la libertà dei fedeli battezzati a favore di un miraggio di libertà che è fatto di “benevoli concessioni” che giorno dopo giorno ipotecano la libertà filiale sull’altare dell’emergenza, oggi di quella sanitaria e domani di chissà quale altra.

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Stoicamente abbiamo saputo portare il sacrificio della lontananza dai Sacramenti, della sospensione delle Sante Messe, dalla rimodulazione delle tradizioni religiose e il tutto nella speranza di poter nuovamente ripartire, cosa che oggi appare sempre più difficile. Sia ad extra che ad intra del mondo cristiano, così come di quello civile, assistiamo a una continua diminuzione del concetto di libertà che viene decurtata in misura tanto proporzionale e graduale rispetto all’aumentare della distanza comunionale tra l’uomo e l’uomo e tra l’uomo e Dio. Assistiamo inermi, da due anni a questa parte, all’impossibilità di creare delle relazioni stabili, dei dialoghi franchi, dei confronti maturi tra le parti. Tutto cade sotto la luce del sospetto, dell’illegalità, della clandestinità: non si intravede più una comunicazione dialogica socratica che partorisca una verità libera e liberante e che riconosca nell’uomo l’opera più bella fatta dal Creatore. La lontananza tra gli individui è palpabile e nelle nostre chiese sperimentiamo la desolazione dei banchi vuoti in cui i battezzati, un tempo figli amati, cercano un padre che non si fa trovare. E paternamente una parte dei nostri vescovi rimane chiuso nelle proprie curie-fortezze a produrre grida manzoniane di allerta e di vigilanza al virus, invidiando forse le istituzioni civili che con un decreto possono interdire agli untori alcune fette di vita sociale alimentando l’illusione dei paradisi Covid free tenuti in piedi da un etereo GreenPass e da una comunicazione terroristica che è figlia di una libertà che ha smarrito il riferimento alla paternità e di una comunione che è incapace di incontrare il prossimo.

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Noi uomini di Chiesa, così come gli uomini dello Stato, stiamo trovando grandi difficoltà a comunicare con le persone che non sono più viste come figli, fratelli e cittadini da proteggere e tutelare, ma come delle categorie da etichettare, buoni nella parte del capro espiatorio a cui è giusto e doveroso dare addosso. Ecco che allora ci sono anche nelle parrocchie e nei conventi i fedeli pro-vax e no-vax; i conservatori e i progressisti; i tradizionalisti e i riformisti. E, insieme a tutta questa dialettica della contrapposizione, si tira avanti sul controllo e sull’eliminazione della parte avversaria confondendo la verità, con l’accettazione della narrazione unica del proprio schieramento; la libertà, con l’uniformarsi a questa verità di parte e il bene comune con quanto affermato dalla maggioranza.

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Tutto questo lungo ragionamento mi serve come necessaria premessa a una questione pastorale che mi crea una sensazione di interiore tristezza unita a una pietosa commiserazione. Da sacerdote e da battezzato assisto quotidianamente e in modo sistematico e metodico, allo smantellamento della libertà cristiana di tanti fedeli che si ritrovano bistrattati dai loro pastori che hanno ormai più propensione alla sanificazione delle anime che alla loro santificazione. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello che riguarda S.E. Mons. Giacomo Cirulli, vescovo delle Diocesi di Teano-Calvi e di Alife-Caiazzo che ha vietato la distribuzione della comunione a quei sacerdoti non vaccinati (vedi qui, qui), ma anche a quei diaconi e laici etichettati come no-vax che prestano servizio nella sua Chiesa diocesana. Il presule, che a quanto pare è laureato in medicina, da buon ufficiale sanitario dispone la sospensione draconiana del servizio liturgico pastorale del suo clero considerato renitente al siero creando così un precedente pastorale e canonico unico che non ha fino a ora precedenti nella storia della Chiesa.

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E sì, perché quell’anima bella di Monsignor Cirulli perde di vista il fatto che all’occorrenza è nel suo pieno diritto imporre il divieto ai fedeli cattolici di usare il preservativo o la pillola anticoncezionale o più ancora l’uso della pillola del giorno dopo o peggio ancora della pillola abortiva. Così come può vietare ai suoi preti di andare a donne o a uomini o di chiedere loro l’osservanza scrupolosa della normativa liturgica e canonica, ma non può obbligare il clero e i fedeli alla vaccinazione semplicemente perché questo esula dalle sue funzioni anche se si tratta di un laureato in medicina, perché lui da vescovo è stato consacrato essenzialmente per essere un padre che parla al cuore dei figli che Cristo gli ha affidato, i quali vanno esortati e recuperati, anche nello sciagurato caso in cui questi si allontanassero dalla casa paterna facendo un cattivo uso della loro libertà.

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Devotamente desideriamo dare un consiglio a Monsignor Cirulli, che è un consiglio di buon senso e consiste nell’appellarsi alla coscienza e alla libertà dei propri figli ― sacerdoti e laici ― e vedere la vaccinazione non come un obbligo dogmatico ma come uno dei tanti strumenti percorribili che la medicina suggerisce in questo tempo di emergenza sanitaria insieme alle altre cure del caso messe a disposizione dell’arte medica. O per meglio intendersi: in questo momento, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, la scienza e la medicina suggeriscono e raccomandano la vaccinazione per evitare non il contagio ― sappiamo e ci è stato spiegato dagli specialisti che i vaccinati possono contagiarsi ―, ma per evitare gli effetti devastanti del Covid-19 con tutto ciò che può comportare alla salute del singolo, o al personale medico già provato da ormai quasi due anni di emergenza che deve assistere i ricoverati, per seguire con l’intero sistema sanitario nazionale che nel corso della prima ondata rischiò il collasso.

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Sospendere così, in modo coercitivo la potestas ministeriale dei propri sacerdoti, fino a prova contraria non colpiti da alcuna pena canonica, impone di fatto un lockdown alla coscienza del presbìtero che ha il dovere di accorrere premurosamente verso ogni fedele che richiede legittimamente la sua assistenza spirituale. Ravvedo anche un utilizzo furbo e malizioso da parte del vescovo delle parole pronunciate dal Romano Pontefice a vaccinarsi. Infatti, la frase del Papa: «vaccinarsi è un atto d’amore» è ovviamente sensata, ma si tratta di una paterna parenesi e non di un pronunciamento ex cathedra, una doverosa esortazione, non un pronunciamento dogmatico che vincola in fatto di fede e di morale. Perché, a questo punto, anche il vaccinarsi per altre patologie può giustamente ritenersi un atto d’amore, così come il mantenimento del proprio fisico in salute o l’osservanza di una vita salubre e moralmente irreprensibile. Domando, c’è bisogno del Papa o di un vescovo per capire questo o esortare a questo? Noi Padri de L’Isola di Patmos, che siamo stati tutti e tre autori di un libro dedicato al delicato tema La Chiesa e il coronavirus, abbiamo dichiarato pubblicamente in più occasioni di essere vaccinati, quando il vaccino è stato disponibile e quando giunse il nostro turno, perché abbiamo liberamente e coscientemente deciso di prestare fiducia alla scienza e alle indicazioni date da esperti e specialisti. Attenzione però alle parole e al significato delle parole: lo abbiamo fatto esercitando la nostra libertà e decidendo di dare fiducia, quindi abbiamo agito per atto di fiducia, che è una azione da non confondere mai con un atto di fede, che è tutt’altra cosa. Oggi viene seriamente da chiedersi: la scienza alla quale per primi noi abbiamo dato fiducia, ma soprattutto la politica che sembra usare a volte la scienza come un corpo contundente, vuole un nostro atto di fiducia oppure un nostro atto di fede? Perché la fede si regge sui dogmi, ma la scienza no, anzi semmai è specializzata a riderci sopra, sino a giungere a certe correnti della psichiatria che collocano la religiosità nell’ambito delle nevrosi.

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Non mi sembra di ricordare che siano state fatte nel passato esortazioni episcopali per far sì che il clero secolare o religioso mangiasse o bevesse con più moderazione ― a fronte dei tanti casi di alcolismo cronico e di obesità grave ancor oggi presenti tra i consacrati ― men che meno il consiglio di praticare una vita più sportiva, cosa questa che avrebbe senza dubbio evitato di indossare, già dagli anni della formazione seminariale, la taglia 52 del pantalone che aumenta con l’aumentare degli incarichi ricevuti. E non mi voglio soffermare sul pietoso e delicato caso dei sacerdoti che sono caduti nelle diverse dipendenze, cosa che non si può dire per clericale pudore ma che di volta in volta viene alla ribalta sulle colonne di cronaca [vedi qui, qui], ma se qualcuno vuole approfondire questi dolorosi temi legati alla decadenza morale del clero, basta legga il libro E Satana di fece trino di Ariel S. Levi di Gualdo.

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Eccellenza reverendissima cosa facciamo? Vietiamo anche ai ciccioni, agli ubriaconi e ai dipendenti di varia fatta la cura delle anime perché incapaci di atti di amore? Vogliamo proporre alla Congregazione per il Clero un catarismo pastorale in cui solo i duri e puri possono esercitare il ministero sacerdotale mentre gli altri vengono rimandati a casa? Mentre Vostra Eccellenza ci pensa, desidero ribadire il pericolo concreto di utilizzare l’alibi dell’amore svincolato da tutto e da tutti come rafforzativo dei propri ideologici slogan. Abbiamo già visto schiere glitterate e arcobalenate di uomini che ci vogliono convincere al suono di Love is Love, tema questo al quale io e Ariel S. Levi di Gualdo abbiamo dedicato il nostro libro: Dal Prozan al Prozac. A questo punto, se basta un atto d’amore a sistemare le cose, come possiamo ancora dargli torto? Se basta un atto d’amore a giustificare ogni cosa, consideriamo anche l’eutanasia come atto di amore nei confronti dei morenti o l’aborto come atto d’amore verso una donna che desidera realizzarsi.

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La verità, Eccellenza Reverendissima, non consiste nel fatto che i suoi sacerdoti sono restii a offrire il braccio alla patria per farsi vaccinare ― considerando che la quasi totalità di noi presbiteri italiani è vaccinata ―, ma che probabilmente sussiste un’evidente difficoltà a relazionarsi con loro. Questo preclude ogni libertà, favorendo sbrigative limitazioni e irrigidimento tra le parti.

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Se Dio facesse così con noi ogni volta che pecchiamo o che deliberatamente disobbediamo alla sua volontà, cosa ne sarebbe di noi? Cosa ne sarebbe di Dio? E invece no, Dio continua a intessere con noi una relazione, una comunione proprio e soprattutto quando la nostra libertà di figli è più traballante e viene meno. Dio manda continuamente la sua Parola incarnata a donarci quella misericordia fatta carne che è la sola che può ricostituire in salute la nostra libertà filiale compromessa. Siamo liberi solo se in comunione, come padre vescovo aspetti con premura e tremore i suoi figli sacerdoti e laici sulla soglia di casa, non per circoscriverli con provvedimenti restrittivi ma per avvolgerli con quell’abbraccio al collo [cfr. Lc 15, 20] che scioglie ogni resistenza e fa capire che il padre è sempre tale soprattutto quando sbaglia, ed è il padre dei vaccinati e dei non vaccinati, che come padre cerca, a volte con difficoltà, l’unità, non si presta certo a creare drammatiche fratture e divisioni. Quindi è il padre delle vergini consacrate e al tempo stesso ― forse persino di più ancora ― delle donne che hanno abortito, bisognose della sua accoglienza e del suo perdono molto più di quanto non ne abbiamo bisogno le vergini consacrate.

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Ma questi nostri sono discorsi cattolici, forse desueti e forse persino fastidiosi, mentre tutto il resto è noia, come cantava Franco Califano: ma noia, noia, noia …

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Laconi, 13 gennaio 2021

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