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Parroci sull’orlo di una crisi di nervi: ci si può dimettere dal servizio a quel Popolo di Dio affetto da dura cervice già dai tempi dell’Antico Testamento?

1 Aprile 2020/7 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

PARROCI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI: CI SI PUÒ DIMETTERE DAL SERVIZIO A QUEL POPOLO DI DIO AFFETTO DA DURA CERVICE GIÀ DAI TEMPI DELL’ANTICO TESTAMENTO? 

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa.

 

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dipinto di Giovanni Segantini intitolato “A Messa prima” del 1885 

Voglio commentare con voi la lettera di un confratello sacerdote ― apparsa domenica 29 sul blog del noto vaticanista Marco Tosatti [Vedere testo integrale, QUI] ― che mi è parsa utile per affrontare alcuni temi in materia di fede, dato che questo confratello comunica di aver preso la dolorosa decisione di rassegnare le dimissioni dall’ufficio di parroco. Un gesto del genere non è molto comune nell’ambito del clero: nessun sacerdote lascia di buon grado la parrocchia che gli è stata affidata dal vescovo diocesano se non per gravi e comprovati motivi. Per tale ragione, analizzando punto dopo punto la lettera, mi soffermerò su alcuni elementi che ritengo interessanti, cercando di chiarire e rispondere a quelle suggestioni che possono nascere nel cuore di un lettore credente, evitando la tentazione di cadere in facili giudizi ma nello stesso tempo senza nascondere una sana critica ai fatti così come sono stati presentati.

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«Ho rassegnato le mie dimissioni da parroco al mio Vescovo: non mi sento più in sintonia con un servizio che non ritengo rispettoso di quello che, come parroco, dovrei garantire: il cammino spirituale della comunità».

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Per quanto la cosa possa apparire strana a coloro che non conoscono le leggi della Chiesa, un parroco può lasciare il suo ufficio pastorale e riconsegnare la parrocchia nelle mani del vescovo diocesano a norma del canone 1740 del Codice di Diritto Canonico. Questo canone prevede che: «Quando il ministero pastorale di un parroco per qualche causa, anche senza sua colpa grave, risulti dannoso o almeno inefficace, quel parroco può essere rimosso dalla parrocchia da parte del Vescovo diocesano». Tra le possibili cause ― così come apprendiamo dalla lettera ― si possono annoverare anche quelle legate a una crisi di coscienza, che implicano anche il foro interno non sacramentale. Questo determina un problema non solo in ambito giuridico ma anche morale. Di fronte a una crisi di coscienza del sacerdote ci può essere il ragionevole dubbio di veder pregiudicato il corretto lavoro pastorale tanto da turbare la serenità dei fedeli.

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La rinuncia dall’incarico pastorale di parroco, però, non significa abdicare al mandato ricevuto da Cristo con la sacra ordinazione, si resta sempre sacerdoti a servizio della Chiesa, ricoprendo però altri uffici. L’accoglimento della rinuncia spetta al vescovo diocesano e, sebbene costituisca una scelta non facile per un pastore, è comunque sempre ordinata da buon senso e alla salvaguardia della salute spirituale dei fedeli e del sacerdote che viene rimosso.

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«Sono convinto che oggi, il richiamo a certi valori che ci vengono insegnati dal Vangelo, nella grande maggioranza dei casi sia ampiamente disatteso: spesso disatteso dai pastori stessi, che non trovano più la voglia, né tanto meno lo stimolo per cercare un metodo diverso di annuncio; disatteso dalla stragrande maggioranza della popolazione che, pur dichiarandosi cristiana, sembra essersi adattata ad una vita spesso priva di un qualsiasi impegno nella comunità e nella Chiesa; e disatteso anche dalla stessa Chiesa (preti, vescovi, operatori pastorali), perché nessuno sembra cercare qualche soluzione per ridare un volto nuovo a questo nostro stanco cristianesimo che ormai sembra l’ombra di quello voluto da Gesù Cristo: la gente crede in quello che vuole, non è più il Vangelo il centro della vita delle persone».

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Affermare l’incoerenza della Chiesa militante è scoprire l’acqua calda. Incoerenti e superficiali lo siamo un po’ tutti, lo furono anzitutto gli Apostoli e Pietro ― il primo Papa ― che non fu solo un rinnegatore ma anche un timoroso voltagabbana, stando alla suggestiva narrazione di tradizione apocrifa del Quo Vadis.  Perciò la constatazione dell’incoerenza della comunità cristiana non è cosa nuova, anzi è riconducibile all’episodio parabolico del Vangelo che parla di grano buono e di zizzania [cf. Mt 13,24-30; 36-43]. In questa parabola vediamo bene, così come ha insegnato Sant’Agostino, che la Chiesa è una corporazione mista di credenti ― un corpus permixtum ― che accoglie in sé giusti e peccatori, coerenti e incoerenti. Le cui intenzioni si possono manifestare attraverso gesti di santità o di l’iniquità e tutto questo sempre sotto le apparenze di una fede professata alla luce del sole. Questo aspetto di santità e peccato ci riconduce al cosiddetto mysterium iniquitatis, quel mistero di iniquità che conosciamo attraverso la disobbedienza originale e che si manifesta attraverso tante miserie che non facciamo fatica a elencare nella comunità dei credenti. Ciò può costituire per un sacerdote motivo di scoraggiamento e di sofferenza ma non può essere motivo sufficiente per gettare la spugna e ritirarsi. Non riesco a individuare realtà prettamente umana che non conosca la fragilità e l’incoerenza, e penso ai tanti fratelli che sperimentano questa incoerente fragilità non solo nella vita privata e familiare ma anche nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano. La Chiesa è sì peccatrice ma quello che più conta è santa per la presenza di Colui che la rende tale. La santità della Chiesa consiste nell’adesione alla fedeltà di Cristo suo sposo e nella volontà di raggiungere tutti per portare a tutti la salvezza.

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Quando il sacerdote ha raggiunto il limite della sopportazione e ha esaurito la propria pazienza, vedendo che il suo lavoro porta pochi frutti [cf. Lc 5,5], egli è chiamato ad andare avanti, conscio che la Chiesa ― quindi anche la parrocchia ― è nelle mani di Cristo, rimane il suo Corpo e forma con Lui un solo soggetto, partecipe di quella mediazione di grazia che agisce nonostante la debolezza, il male e il peccato. È bene ricordare sempre questa mediazione della grazia di Cristo sulla Chiesa altrimenti si rischia di soccombere davanti al male e di cadere vittima di una sorta di pelagianesimo che sposta il baricentro da Dio alle strutture, da Dio alle pianificazioni pastorali, da Dio alla persona del sacerdote. E sul rischio del pelagianesimo pratico si possono fare altri chiarimenti proprio a partire da quella parte di lettera in cui si dice che non esiste più nei pastori il desiderio di annunciare il Vangelo attraverso una corretta metodologia e strategia pastorale.

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È vero, c’è una certa pigrizia spirituale nel clero, ma che non è diversa da quella che troviamo anche nei fedeli laici. In questa mediocrità non ci sono vincitori, tutti siamo ahimè a pari merito, ma soprattutto siamo tutti sconfitti. Tale pigrizia è suscitata dal fatto che abbiamo scientemente abbassato l’asticella del kerigma presentandolo non come un’azione salvifica di Dio attraverso suo Figlio ma come una fratellanza universale in cui la Chiesa è identificata in una grande comune hippy tutta peace and love e dove i sacramenti sono i riti di passaggio che accompagnano i neofiti fino alla maturità liberale che può fare tranquillamente a meno della salvezza e del suo salvatore. Di tale effetto siamo responsabili noi sacerdoti che per la paura di vedere le chiese vuote ― che tali sono rimaste ― e per essere più digeribili al mondo ci siamo riciclati e abbiamo permesso ai nostri fedeli di passare sopra tutto, anche sopra le cose più sacre. Ma dopo che le perle sono state calpestate dai porci e i cani hanno divorato le cose sante [cf. Mt 7,6] che cosa si può fare di più? Nulla, solo contemplare le macerie.

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo. Perché solo ed esclusivamente ribadendo il kerigma originario, quello apostolico, sine glossa è possibile ripartire, facendo di questo annuncio l’unico mezzo autentico di salvezza, attraverso cui si predica, si educa, si insegna, si agisce e si eleva la preghiera gradita a Dio.

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Altra cosa importante da sapere è che il lavoro apostolico procede a tappe, così come una corsa a staffetta: io raccolgo quello che altri hanno precedentemente seminato [cf. Gv 4,37-38] oppure io semino quello che altri dopo di me saranno chiamati a raccogliere. Come sacerdote non posso pretendere di condurre tutto da solo, sia la seminagione che il raccolto. Saggezza vuole che io riconosca il mio posto, facendo in parrocchia quello che è giusto fare nel tempo che mi è stato concesso dal Signore. Se faccio la mia parte in scienza e coscienza non avrò a rimproverarmi nulla. La vigna non è mia ma è del Signore, ed è Lui che i fedeli devono percepire, o pensiamo forse che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non si siano venuti a trovare ― dall’origine del mondo ad oggi ― con teste dure e ribelli, forse anche peggiori di coloro che affollano oggi le nostre comunità? Stando alla prova dei fatti, non mi risulta che la Chiesa sia ancora scomparsa o che i preti si siano lasciati andare alla disperazione tanto da disertare in massa questo popolo dalla dura cervice.

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A volte un narcisismo sottile che si esprime attraverso il personalismo ecclesiastico conduce alla corruzione della figura del sacerdote facendolo diventare il padrone della vigna anziché l’umile lavorante. Di conseguenza le frustrazioni rivelano come l’uomo – sacerdote compreso – non è onnipotente e che quello che presumeva di poter fare conosce il realismo della sconfitta.

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«La religiosità è cambiata, è sotto gli occhi di tutti, ma noi continuiamo con gli stessi schemi del passato e non ci accorgiamo di non riuscire più ad incidere sulle coscienze: rimane poco spazio per Dio, se non un Dio vago lassù nell’alto, da tenere buono con una messa e … tutto finisce lì!».

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La religiosità non è cambiata ma è proprio scomparsa perché è mutata la percezione del sacro che vi era sottesa. E questo grazie a quella tendenza narcisistica, presente anche tra gli uomini di Chiesa, che hanno smesso di adorare Dio per finire a adorare la propria persona e vivere come un outsider senza doveri, come eterni adolescenti. Sicché, il ripercorrere cliché obsoleti è un modo illusorio per darsi da fare, che non porta a nulla, perché si continua a restare nell’idolatria alla propria persona, alle proprie idee, ai propri schemi, alle proprie testardaggini.

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Non dico nulla di nuovo quando affermo che molte liturgie sono diventate l’esaltazione idolatrica del sacerdote celebrate o della comunità parrocchiale. Quando al posto di Dio si mette l’uomo, i fedeli non sono più in grado di credere, adorare e pregare e in tutti diventa logico l’inseguimento del benessere personale immediato e un irenismo diffuso che non tocca le coscienze ma abbraccia il sentimento. Così finiamo per avere tanti bambini emotivi nella fede che affermano di seguire don Tizio o padre Caio perché sentono qualcosa o perché provano un certo benessere.   

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«La nostra società è caratterizzata da una forma gigantesca di individualismo rinchiuso su sé stesso, anche in campo pastorale: non si sente la necessità di vivere gli impegni “in comunità”: qualcuno fa e si sforza, ma lo fa da solo! E la Chiesa, la comunità cristiana, dov’è? Chiesa vuol dire assemblea, famiglia: ma dov’è? La vita di una comunità che incarna il Vangelo è tutta e solo nella messa? L’impegno cristiano si esaurisce in quei 45/50 minuti alla settimana… e poi ognuno a casa sua?».

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Oggi molti ignorano che cosa sia la Chiesa e cosa comporti essere Chiesa e vivere nella Chiesa. L’idea stessa di Ecclesiologia è messa in discussione e i diversi modelli entrano in crisi rivelando quelle ben note contraddizioni che i parroci conoscono e che danno luogo a quelle pietose rappresentazioni di Chiesa partitocratica e parlamentare. La Chiesa va bene finché si è piccoli, da adulti ci si può allontanare e fare tutte le scelte del caso, anche quelle che contraddicono un cammino di fede durato anni, senza che nessuno possa dire nulla. La Chiesa è una sposa da cui divorziare se non soddisfa e asseconda i desideri, è una madre da accusare quando non mi consente di mettere in atto la mia verità. Insomma, la Chiesa è la sintesi di ogni male, tanto che anche coloro si allontanano da essa, se vivono una fede la vivono a prescindere da una comunità ecclesiale, proclamando il mantra moderno: “Dio sì, Chiesa no”. Così, nel migliore delle ipotesi, l’ecclesiologia più in voga oggi è quella che vede la Chiesa come uno stato parallelo dove è possibile acquistare dei beni non meglio definiti e dove è possibile procurarsi attestati e documenti utili.

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«La pastorale della nostra Chiesa occidentale è quella che definisco una pastorale “a canguro”: grandi salti da un sacramento all’altro, senza nulla in mezzo che dia slancio e continuità ad un impegno serio».

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Partiamo subito da una verità: non esiste una buona pastorale senza una buona dogmatica,  o in questo nostro specifico discorso quella dogmatica sacramentaria che sta a fondamento della disciplina dei Sacramenti. Non si può infatti agire correttamente senza credere correttamente. Con la scusa della pastorale noi sacerdoti abbiamo giustificato l’ingiustificabile, abbiamo accettato l’inaccettabile, abbiamo sacrificato quanto di più sacro avevamo. Per motivi pastorali abbiamo celebrato nozze prive di validità, concesso il padrinato ad atei dichiarati, dato i sacramenti a persone che non avevano le disposizioni minime per riceverli, inventato nuovi gesti liturgici senza averne la men che minima autorità. Per i motivi pastorali abbiamo lasciato fare molte cose di cui a suo tempo ci pentiremo. Ma nessuno mai, vescovi in primis, è potuto entrare nel merito di queste scelte scriteriate chiedendone conto e ragione ai parroci. Ci siamo illusi che il portare il fedele a fare lo avrebbe condotto anche a credere ma così non è stato. Volevamo l’homo credens e ci siamo ritrovati con l’homo faber. Invece di fedeli abbiamo avuto una comunità di manutentori per la chiesa, di colf per la pulizia della casa parrocchiale, di animatori di villaggio vacanze per l’oratorio, di baby-sitter per il catechismo e l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo. Nel momento in cui lamentiamo che lo stile ecclesiale assomiglia a quello di una Organizzazione Non Governativa…ricordiamoci dei motivi pastorali.

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La pastorale vera è un’altra cosa. Passa attraverso la rivelazione e l’educazione alla fede; si nutre del Catechismo e della vita in comune; si esercita attraverso l’ascolto attento dei pastori e il confronto con essi affinché si impari e imparando si creda. Nella fede non esistono salti, non si possono bruciare le tappe o accelerare i tempi, la conoscenza di Dio richiede tempo, anzi tutta una vita.

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«Si dà il battesimo ai piccoli, con qualche incontro coi genitori prima, ma dopo, per anni, non c’è assolutamente nulla; si riprendono per la preparazione alla Prima Comunione, spesso senza il minimo coinvolgimento della famiglia. Termina la Comunione e si assiste molto spesso all’abbandono pressoché totale di ogni pratica religiosa da parte del bambino (quello della famiglia molte volte è avvenuto già parecchi anni prima, con le scuse più impensabili!)».

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Quando una coppia chiede il Battesimo per il proprio figlio è bene rendersi conto che il soggetto del sacramento non è tanto il battezzando ma la famiglia e cioè mamma, papà, fratelli etc. Poiché il sacramento del Battesimo suppone un desiderio forte e un cammino di fede, bisogna accertare per bene l’uno e l’altro, senza scandalizzarsi se si dovessero trovare imperfezioni o manchevolezze. Sarebbe ottima cosa quindi procedere a un accompagnamento cristiano della famiglia in vista del Battesimo, spiegando bene la serietà del gesto che si intende realizzare, delocalizzando le catechesi dalla parrocchia alla casa del bambino e edificare in quel luogo una chiesa domestica come primo nucleo della fede e al fine di suscitare il desiderio di incontrare il Signore.

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Quando i genitori hanno una fede vissuta e testimoniata, tale strategia di accompagnamento serve come richiamo a consolidare e rafforzare la vita cristiana. Quando invece così non fosse, bisogna prendere del tempo e ricordare la prassi antica del battesimo la cui preparazione prevedeva un cammino di almeno tre anni, nel quale era prevista una scrutatio fidei, ossia una verificava della fede che denotasse un reale cambiamento di vita e una conversione seria a Cristo. È infatti la fede il discriminate per ricevere i sacramenti, se questa manca il sacerdote può differire tranquillamente la ricezione dei sacramenti in attesa di una risposta più matura, consapevole e generosa.

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Un discorso come il precedente può essere fatto anche per la preparazione alla Prima Comunione. Coinvolgere la famiglia nella preparazione della festa vuol dire anche riprendere con la famiglia la catechesi sul Corpo di Cristo e sul Giorno del Signore e andare a sanare e recuperare quelle crepe che si manifestano durante il tempo. Sono convinto che i bambini vengano usati dal Signore come strumento di grazia per il riavvicinamento dei loro genitori, perché a differenza dei grandi, i piccoli hanno ancora la capacità di fare le cose sul serio e di lasciarsi guidare dalla grazia.

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«Si riparte ancora per la preparazione alla Cresima e, una volta ricevuta, si assiste ad un effettivo e praticamente definitivo distacco da tutto. Se va bene se ne riparlerà poi in occasione del matrimonio, normalmente a distanza di oltre 10/15 anni. E sui matrimoni che celebriamo, stendo un velo pietoso: difficilmente sono segno della “fede” dei due sposi che ne sono i ministri, ma semplicemente l’occasione per una bella e fotografatissima festa. L’ultimo grande salto, quello definitivo lo si compie in occasione della morte!».

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Anche per la Cresima valgono le stesse indicazioni citate per il battesimo e la Prima Comunione, se non c’è fede nel giovane è meglio attendere. La decisione di differire i sacramenti dell’iniziazione cristiana va valutata molto bene insieme al vescovo che dovrebbe dialogare con il suo sacerdote, appoggiandolo e difendendolo in questa scelta di responsabilità. I sacramenti non sono un diritto e nessuno può pretendere di riceverli per forza o contro la volontà della Chiesa che vede nel munus santificandi uno tra i mandati più delicati e preziosi.

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Per quanto riguarda il matrimonio, avendo da tempo acclarato una crisi all’interno della famiglia, è necessario darsi una regolata e iniziare un discernimento serio che stringa le maglie di quel sacramento di consacrazione coniugale che deve essere preparato con la stessa serietà con cui ci si prepara alla sacra ordinazione. Non serve a nulla spingere acriticamente i giovani a contrarre frettolosamente matrimonio religioso per via della tradizione, della consuetudine o per paura della convivenza. Anche con loro si rende necessaria una scrutatio fidei, in cui il matrimonio rappresenta non la conclusione di un percorso ma il completamento di una tappa nella conoscenza di Cristo.

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È bene che i giovani arrivino al matrimonio sacramento solo dopo aver conosciuto l’amore di Cristo, che è l’unico amore che può spiegare e dare senso all’amore dei coniugi. Altrimenti nella conoscenza solo di sé stessi vivranno il matrimonio in modo chiuso, egoistico e alieno a qualsiasi alterità. Consumato tra due individualità che non saranno mai del tutto unite perché incapaci di donarsi totalmente. Questa è una delle grazie del sacramento matrimoniale: la disponibilità a lasciarsi unire da Gesù e imparare a morire vicendevolmente così come Cristo è morto per la Chiesa sua sposa.

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«Questi nostri tempi si stanno dimostrando troppo staccati da quella che è una minima rispondenza al Vangelo, che sarebbe necessaria».

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La nostra società occidentale è una società liquida, un grande brodo primordiale dove si trova tutto e il suo contrario. Se ci lasciamo distrare da questa contemporaneità liquida e non vigiliamo sulla nostra fede rischiamo di scambiare per Vangelo ciò che non lo è; e la Buona Novella per ideologia. Oggi la buona Parola di Cristo deve fare i conti con il mantra del “secondo me”, deve scontrarsi contro quel personalismo etico che non ammette concorrenti e che uniforma tutto sotto il medesimo aspetto, eliminando le differenze e livellando le gerarchie.

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«Proprio per questo ho capito che continuare a fare il parroco sarebbe stata una scelta sbagliata: non me la sento più di dare il battesimo ai piccoli, non me la sento più di garantire che i bambini siano pronti a fare la Prima Comunione, semplicemente perché credo che, quasi sempre, non lo siano affatto. Un sondaggio effettuato (credo in America) ha dato esiti drammatici: oltre il 70% dei cattolici non sa neppure cosa voglia dire la “presenza reale di Cristo” nell’Eucaristia. Non me la sento più di preparare alla Cresima, quando so benissimo che per i ragazzi il più delle volte, è l’ultimo atto di quella che sembra essere una farsa, orchestrata per loro dagli adulti fin dal battesimo».

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Questa è forse la parte della lettera più delicata, che evidenzia tutta la fragilità del sentire di questo caro confratello ma che rivela al contempo l’errore di attribuire a sé stesso l’uso errato della libertà dell’altro. Mi spiego meglio. Io posso essere esemplare nel mio ministero sacerdotale e malgrado questo vedere che i miei parrocchiani fare il contrario di quanto dico o di quanto faccio. Questo atteggiamento errato nell’uso del libero arbitrio non invalida le mie intenzioni come parroco, da cui scaturirà il mio agire pastorale.

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Un parroco non è definito in base al successo che riscuote tra i suoi parrocchiani o all’interno della sua comunità, perché a volte non è così.  Se questo fosse vero il Santo Curato d’Ars avrebbe dovuto reputarsi un fallimento dopo pochi mesi dal suo ingresso in quell’ameno paesello della regione del Rodano che venne definito dallo stesso Giovanni Maria Vianney come un avamposto dell’inferno. È necessario perciò cambiare il punto di vista, e ammettere che non sono io a decretare il successo della fede dei miei parrocchiani. L’insoddisfazione, la stanchezza e la sconfitta nella pratica del ministero sono elementi che riguardano più un disagio umano che non una falsificazione colpevole del proprio operato ministeriale.   

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«Con questo non intendo giudicare nessuno, perché ognuno ha la sua coscienza e deve risponderne davanti a Dio. Ma siccome anch’io ho la mia, non mi sento più di essere complice di questo “gioco” che mi sembra sia diventata la vita del cristiano e della comunità».

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Il dovere di rispondere davanti a Dio con la propria coscienza è sacrosanto e se è vero che l’intimo della coscienza lo può conoscere e giudicare solamente Dio, e anche vero che tale certezza non dispensa dal dovere di tentare delle soluzioni alternative, chiedere aiuto ai vescovi, ai confratelli, al popolo santo di Dio e cercare attraverso il ricorso alla grazia quei rimedi che Dio suggerisce.  Tutto questo prima che il malessere si trasformi in dramma, il dramma in depressione, la depressione evolva in burnout con i segni distintivi di sfinimento emotivo, cinismo e calo del rendimento personale. Tutte cose che fanno andare il povero parroco sull’orlo di una crisi di nervi e forse ben oltre.

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«Il Vangelo, dobbiamo ammetterlo, non è più al centro della nostra vita. Le nostre chiese sono sempre più desolatamente vuote e lo saranno sempre di più: tra pochi anni ci saranno solo i turisti che vengono a vedere quanto sono belle! Dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda molto seria: il vangelo ci interessa ancora? dice qualcosa ai nostri cuori? Perché, se non dice più niente, allora possiamo chiudere tutte le nostre chiese; se invece dice qualcosa, allora bisogna che ci rimbocchiamo le maniche!».

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Sono domande lecite che condivido, tuttavia mi chiedo: tali domande non dovrebbero essere poste primariamente a noi sacerdoti in modo tale da suscitare una salutare crisi e un ravvedimento. Il Vangelo per me è Cristo o è il pretesto per avere il sostentamento clero? Celebro la Messa sempre perché il mondo ha bisogno di Cristo o perché devo dare un servizio a degli avventori che mi hanno pagato? Mi piace stare in chiesa ad aspettare e ad accogliere i fedeli o preferisco farmi desiderare restando a casa a fare i fatti miei? Dopo la chiusura della chiesa, il mio cuore resta aperto anche di notte, oppure mi trincero dietro orari di lavoro in cui non devo essere disturbato? Credo che sia anzitutto il sacerdote a dover fare professione pubblica di fede davanti a un mondo deprivato di Dio, senza temere l’incomprensione, lo sberleffo e la persecuzione. Solo in seguito i parrocchiani mi seguiranno, dopo aver guardato la mia fede e il modo che ho di viverla. Non posso chiedere agli altri quello che io non compio e non posso pretendere la santità dall’altro se prima non faccio nulla per la mia.

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Come parroco che devo essere io convinto di Cristo, gli altri esercitando la loro libertà nella figliolanza battesimale mi seguiranno a tempo debito, secondo il proprio percorso, secondo quanto il Signore avrà disposto. È questo l’atteggiamento che convinse gli abitanti di Ars a vedere nel loro parroco un uomo di Dio e un santo pastore, cosa che permise loro una conversione lenta ma costante.

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«Non si tratta di inventare una “evangelizzazione diversa”, cambiando qualche contenuto; dando qualche piccolo ritocco qua e là: una riverniciatina che possa far apparire qualcosa di nuovo, mentre sotto sotto tutto resta uguale, incrostato di… niente! Si tratta invece di renderci conto che la pratica cristiana, così come si è ridotta in questi ultimi anni, è arrivata al capolinea e bisogna iniziare tutto da zero. Proprio il Vangelo ci suggerisce di non mettere pezze nuove sul vestito vecchio: non serve a niente, anzi strappa tutto, illudendoci che il tessuto possa ancora servire così com’è, rattoppato!».

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Approfitto di questo sfogo per dire che nella Chiesa abbiamo perso l’abitudine di pregare lo Spirito Santo affinché sia lui l’animatore silenzioso delle nostre comunità. Troppo spesso tralasciamo quest’elemento carismatico che ha costituito l’anima della prima Chiesa apostolica e ha permesso l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli con la sola disponibilità di dodici uomini. Lo Spirito Santo è ancora oggi la novità di Dio che permette di iniziare da zero, è quel vino nuovo che rianima chi è senza vita e rinvigorisce chi è svilito. Ovviamente bisogna chiederlo costantemente, e proprio il parroco dovrebbe essere l’uomo dello Spirito Santo, dovrebbe invocarlo spesso e farlo invocare spesso dai suoi fedeli. Senza la forza dello Spirito nulla è nell’uomo, nulla è privo di quel contagio di colpa che rende vana ogni cosa.

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«Ma perché questo nuovo cammino possa avere successo, bisogna che tutti ne siamo convinti e pronti a ricominciare».

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Davanti a questa affermazione vorrei invitare a una certa prudenza, infatti, non serve una convinzione granitica se resta solo una convinzione umana. Serve una convinzione che derivi dallo Spirito Santo. La Sacra Scrittura ci insegna come questo sia possibile in base a quello che Gesù ci riferisce del Paraclito: «quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato» [cf. Gv 16,8-11]. Il cammino cristiano potrà essere un cammino convincente solo quando mi sarò convinto della bruttezza del peccato che allontana da Cristo; solo quando prenderò coscienza della giustificazione ottenuta attraverso il mistero pasquale di Gesù; solo quando potrò mostrare la vittoria del bene sul male attraverso quella croce che ancora temo tanto.

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«È davvero così?»

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Non spetta a noi preparare una risposta finale, ma spetta a noi preparare il terreno affinché il Signore operi.

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Laconi, 31 marzo 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo.

 

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