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L’Inferno esiste e non è mai stato abolito, perché neppure modernisti e buonisti possono abolire il libero arbitrio donato da Dio all’uomo

2 Aprile 2018/2 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

Le imprudenze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e il nostro servizio vigili del fuoco

L’INFERNO ESISTE E NON È  MAI STATO ABOLITO, PERCHÉ NEPPURE MODERNISTI E BUONISTI POSSONO ABOLIRE IL LIBERO ARBITRIO DONATO DA DIO ALL’UOMO

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Per il buonista, la visione apocalittica di una Chiesa combattiva, assediata dal mondo è una favola fondamentalista e medioevale da scartare. Ma l’ipocrisia di queste loro belle parole si rivela nella reazione feroce con la quale lo stesso  buonista, che in realtà è un prepotente, assale chi gli smaschera l’ipocrisia del suo discorso e denuncia l’incoerenza della sua condotta. Per il buonista l’Inferno non esiste perché lui si crede salvo e promette salvezza a chi la pensa come lui, ma sarebbe capace a creare un Inferno su questa terra per rinchiudervi chi lo avverte che Dio lo punirà per la sua finta misericordia e la sua reale crudeltà.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Sandro Botticelli, La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Eugenio Scalfari, secondo il quale il Santo Padre Francesco gli avrebbe detto che il castigo infernale non esiste e che i malvagi sono annullati da Dio, è stato smentito dalla Sala Stampa della Santa Sede che ha precisato trattarsi di una ricostruzione del colloquio con l’Augusto Pontefice. Se infatti questi avesse davvero pronunciate quelle parole sarebbe caduto in una doppia eresia: la negazione dell’esistenza dei dannati e della immortalità dell’anima. E siffatte tesi ereticali sono di Edward Schillebeeckx, come accennerò più avanti.

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Sul livello di prudenza dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e la conseguente opportunità di seguitare a dialogare con questo genere di interlocutore, ha già scritto il Padre Ariel S. Levi di Gualdo rifacendosi sia al fondamentale concetto dottrinale di prudenza sia, sempre in tal senso, alla teologia di San Tommaso d’Aquino [cf. articolo QUI]. Pertanto, oltre a non ripetere certe analisi già fatte dal mio confratello Sacerdote, mi limiterò dal canto mio ad un discorso improntato su altra angolatura, visto che ormai da anni, per svolgere al meglio il nostro servizio apostolico attraverso la nostra Isola di Patmos, cerchiamo sovente di offrire ai Lettori analisi diverse su uno stesso argomento.

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Non è pensabile che un Romano Pontefice cada in eresia formale, in modo volontario e cosciente, perché a lui ed a lui solo Cristo ha conferito il mandato di supremo annunciatore, definitore, chiarificatore, custode e difensore della verità del Vangelo, garantendogli l’assistenza dello Spirito Santo, che lo rende infallibile nel suo magistero. Ho pensato allora che questo increscioso episodio, nel quale ancora una volta le forze delle tenebre tentano perfidamente di usare il Successore di Pietro, potesse offrirci l’occasione di ripensare il dogma dell’Inferno per comprenderne meglio il valore salvifico, in quanto deterrente, che stimola per contrasto a compiere le opere della salvezza, come dice saggiamente ad Abramo il ricco epulone nell’Inferno: «li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento» [Lc 16,28].

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Punto centrale per capire che cosa è l’Inferno e il perché della sua esistenza è – come vedremo – il legame che esiste fra Inferno e peccato. L’Inferno non è altro che la maturazione finale e definitiva del peccato come atto del volere umano perverso, irrevocabilmente ribelle a Dio. È un no detto per sempre a Dio, a quel Dio di misericordia che vuol tutti salvi, ma che nel contempo non si impone a nessuno, non forza nessuno, quindi lascia che ciascuno faccia la sua scelta, senza peraltro poterne giustamente impedirne le eventuali conseguenze spiacevoli in caso di rifiuto.  Caratteristica infatti del no a Dio è precisamente il privarsi della felicità. E dunque è assurdo credere che uno possa peccare ed ottenere comunque la felicità. Può aver certo la perversa soddisfazione di aver fatto la propria volontà, ma tale soddisfazione se la tenga lui e non la auguriamo a nessuno.

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La dottrina dell’Inferno ci mostra in tutta la sua entità e le sue terribili conseguenze l’esistenza e la natura della cattiveria umana e quanto è grave il danno che fa l’uomo a  se stesso con la cattiva volontà ribelle a Dio; per cui tale dottrina, per contrasto, stimola l’uomo peccatore, sotto l’impulso della grazia, nel suo stesso interesse eterno, a convertirsi, ossia a cambiare in buona la cattiva volontà col pentimento, la riparazione  e chiedendo perdono a Dio.

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Il fondamento naturale della credenza nell’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Il problema della esistenza di dannati nell’Inferno torna oggi a presentarsi col libro appena uscito del Monaco Benedettino francese Guy Pagès, intitolato «Giuda è all’Inferno? – Risposte a Hans Urs von Balthasar» [cf. QUI]. In esso l’Autore sostiene che Giuda è all’Inferno, si confronta con le idee di von Balthasar sull’Inferno [1] e formula il voto che il Papa voglia definire la dottrina dell’Inferno come dogma di fede.

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La parola Inferno corrisponde al latino infernum, connessa con l’idea di qualcosa che sta sotto, che è basso, inferiore, eventualmente sotterraneo. È chiaro il significato simbolico di questa immagine, ci vuol pertanto solo la grettezza di mente di un Rudolf Bultmann per credere che si tratti di rozza cosmologia o addirittura metafisica antica e non capire che questa metafora universalmente presente nelle concezioni religiose e morali dell’umanità, rappresenta l’abiezione, l’abbassamento e la massima degradazione morale, in contrasto con l’immagine di ciò che è grande, maestoso, sublime, in alto, in cielo, per rappresentare al contrario l’elevatezza della virtù morale e della santità, il «regno dei cieli, dove abita il Padre che è nei cieli […], il Dio Altissimo» del quale parla l’Antico Testamento.

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Questa metafisica dei piani ontologici del reale è supposta in uno dei celebri inni cristologici paolini [cf. Fil 2,10], dove l’Apostolo dice che il Padre ha dato al Figlio «il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome  di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra». Il che significa che la provvidenza divina non raggiunge solo il cielo e la terra, ma anche l’Inferno. E del resto, il Cristo dell’Apocalisse, dice: «Ho potere sopra la morte sopra gli inferi» [Ap 1,18]).

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Non è il caso di ricordare qui la dottrina cattolica sull’Inferno. Tocchiamo invece alcune questioni di attualità sull’argomento. Attorno alla questione dell’Inferno si affollano ancor oggi varie domande, che spingono a negarne l’esistenza. Ci si domanda che senso ed utilità può avere un fatto simile nel quadro della divina provvidenza e della storia della salvezza. A che serve una dottrina del genere ai fini della nostra salvezza? Favorisce od ostacola la nostra confidenza in Dio? Evoca l’immagine di un Dio attraente o quella di un Dio spaventoso? Ma poi, perchè mai una pena così severa – una pena eterna?

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La fede biblica nell’Inferno suppone tre certezze fondamentali ed indiscutibili della coscienza morale naturale:

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la prima, è l’esigenza di conoscere ciò che fa bene e perché, e ciò che fa male e perché; conoscere insomma le azioni che procurano benessere e quelle che recano danno.

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La seconda è la convinzione basilare della retta coscienza morale naturale, che il volere umano, nella vita presente, inclinato per natura a cercare il bene ed a respingere il male, di fatto alterna l’azione buona all’azione malvagia. Ossia, in forza del libero arbitrio, l’uomo ora fa il bene, ora fa il male. La volontà, ora è buona, ora è cattiva, a seconda di come vuole. Se fa il bene, ha vantaggio, merita lode e premio; se fa il male, si procura danno, merita biasimo e castigo.

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L’azione buona è la giustizia, quella cattiva è il peccato. Ognuno di noi, quale che sia la sua concezione del bene e del male, in ogni caso, promuove ciò che giudica esser bene e si oppone a ciò che giudica esser male. E’ inevitabile. Ciò che varia sono i criteri per giudicare ciò che è bene e ciò che è male. Possono esistere però criteri giusti e criteri sbagliati. Da qui la necessità di conoscere ciò che è veramente bene fare e ciò che è veramente male, onde evitarlo.

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L’azione buona fa bene all’agente, l’azione cattiva gli fa male. Il concetto dell’Inferno nasce su questo presupposto. Il senso innato di giustizia che tutti noi abbiamo ci dice che è giusto che il buono sia premiato ed è giusto che il malvagio sia punito. L’Inferno, come si sa, è l’eterno castigo dei malvagi.

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La terza convinzione di religione naturale, prima che biblica, è la nozione naturale della giustizia divina, come dice la Lettera agli Ebrei: «chi si accosta a Dio deve credere che Egli esiste e che Egli ricompensa coloro che lo cercano» [Eb 11,6].

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La giustizia divina comporta che Dio premi i buoni e castighi i malvagi. Comporta la convinzione che Dio tiene conto delle opere e dei meriti di ciascuno di noi e retribuisca con perfetta giustizia. È saggezza, è nostro dovere agire tenendo conto delle conseguenze buone o cattive, del premio o del castigo. È saggezza agire per guadagnare il premio ed evitare il castigo.  E’ saggezza pratica sapere quindi qual è il premio e qual è il castigo.

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Occorre agire, certo, innanzitutto in vista del raggiungimento del nostro fine ultimo e sommo Bene, che è Dio, attività che va di pari passo con l’acquisto delle virtù e con l’amore per il dovere, che sono i mezzi per raggiungere Dio. Egli infatti è il Bene infinito, per il quale siamo fatti e che è immensamente superiore al nostro bene personale finito e quindi all’esercizio della virtù e al compimento del dovere. L’Inferno è perdere o respingere questo Bene, anche se avessimo raggiunto alti livelli di virtù personale.

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Il perfezionamento di sé fine a se stesso, alla maniera stoica, può apparire virtù, ma in realtà è superbia ed egoismo, che alla fine fa fallire la nostra vita. Questo è il sottile rischio dell’etica kantiana, pur così nobile e disinteressata per l’assoluto rispetto della legge morale, che fa vergognare i nostri modernisti senza nerbo e senza carattere.

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La giustizia umana va rispettata e dobbiamo aver fiducia in essa, ma essa, a causa delle conseguenze del peccato originale, è lacunosa e difettosa. Capita che i criminali restino impuniti e vengano castigati gli innocenti. Occorre allora in questi casi far ricorso alla giustizia divina. Il giusto prova così soddisfazione nel vedere il castigo dell’empio, non tanto perchè l’empio soffre – e sarebbe crudeltà –, ma in quanto nell’empio si realizza la giustizia divina. Secondo San Tommaso d’Aquino, la visione che i beati hanno delle pene dei dannati entra nell’oggetto stesso del beatitudine celeste [2]. Non bisogna peraltro confondere la nobile e serena soddisfazione del giusto che contempla la realizzazione della divina giustizia ed è ricompensato delle sofferenze che gli empi gli hanno fatto patire ingiustamente, con la soddisfazione maligna e colma di livore di colui che gode della sventura dell’avversario perché lo odia.

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È giusta una pena eterna? Rispondiamo che l’uomo, avendo un’anima immortale, è fatto per vivere in eterno o per sempre. Per questo egli, nelle sue scelte di vita, sceglie un bene che egli considera eterno o assoluto. Tuttavia nel giudicare di questo bene, la sua volontà può errare e giudicare come assoluto ciò che non lo è. Solo Dio è il vero assoluto. Ora la scelta di una creatura al posto di Dio è il principio che conduce l’uomo all’Inferno. Ma l’uomo, peccando, ha la possibilità di scegliere per sempre, senza pentimento, come fosse assoluto un bene (se stesso o una creatura), che non è veramente assoluto, cioè non è Dio, che è il suo vero bene sommo e fine ultimo. Questa scelta peccaminosa definitiva, che avviene al termine della vita presente, comporta necessariamente una pena eterna, perché è la perdita definitiva ed irreparabile di un bene eterno.

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Ciò che la volontà sceglie è un atto o un bene che le dà soddisfazione, altrimenti non lo sceglierebbe. Ora l’uomo ha una naturale, innata e necessaria tendenza o inclinazione a un bene assoluto ed eterno, posta in lui da Dio stesso. Ma Dio lascia al libero arbitrio dell’uomo determinare il contenuto preciso e concreto di questo bene assoluto, affinchè esso possa essere effettivamente oggetto di scelta.

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Ora, Dio lascia all’uomo la facoltà di scegliere definitivamente e per sempre o il vero assoluto, che è Dio, oppure un falso assoluto, che può essere o se stesso o una creatura. Se l’uomo sceglie un falso assoluto, perde la propria vera felicità, che può essere solo in Dio. Gli resta la perversa soddisfazione di aver fatto la propria volontà, pur disobbedendo a Dio. Questo atto malvagio gli procura la pena dell’Inferno. Ma siccome egli stesso ha trovato la sua soddisfazione nel fare questo atto, egli, nella sua irremovibile ostinazione, non si pente affatto di trovarsi tra le fiamme dell’Inferno, perché lì ha ottenuto ciò che essenzialmente lo interessava: fare la sua volontà. Lì nell’Inferno, egli ha ottenuto ciò che ha voluto e che vuole. Egli pertanto ragiona così: meglio essere nell’Inferno, lontano da Dio, che essere in Paradiso in compagnia di Dio. Così si spiega come sia possibile che uno scelga di andare all’Inferno, dove sa che lo attende una pena eterna. Non è certo la pena, che egli vuole, ma è fare la sua volontà. Se ciò comporta una pena eterna, è disposto ad accettarla, pur di fare la sua volontà.

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Con l’evento della morte, la volontà resta fissa per sempre nel suo rapporto con Dio che ha al momento della morte: se è in comunione con Dio, è salva; se invece si trova in rotta con Lui, ossia è priva della grazia per colpa mortale, è perduta. Questa fissazione della volontà dipende dal fatto che con la morte, essa entra in contatto diretto e immediato con l’assoluto che ha scelto ― per Dio o contro Dio ― in modo tale che non può più scegliere diversamente, ossia vien meno l’oscillazione del libero arbitrio, che era giustificata dal fatto che durante la vita l’assoluto può, appunto in forza della scelta del libero arbitrio, assumere determinazioni diverse.

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In questa vita noi abbiamo uno spazio di movimento per le nostre scelte. Qui i limiti di detto spazio trascendono le singole scelte, mentre l’assoluto — Dio o non-Dio — appare come un bene tra gli altri. Al momento della morte, la volontà non si può più muovere, perché l’assoluto che abbiamo scelto occupa tutto lo spazio. Oppure è come nello scalare un monte. Durante la scalata, si possono seguire diversi sentieri. Ma quando giungiamo alla cima, ci fermiamo lì. Il momento della morte è qualcosa di simile: l’uomo giunge al termine di questo movimento o di questo cammino.

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Insegnamenti della Chiesa sull’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Ho esposto gli insegnamenti biblici, ma soprattutto di Cristo sull’Inferno, nel mio libro già citato L’Inferno esiste. La verità negata. Secondo la Scrittura, a seguito del peccato originale l’umanità è stata castigata con varie pene nella vita presente e, dopo la morte, con la pena degli inferi, che sono un luogo ultraterreno, oscuro e triste, lontano da Dio e pur custodito da Lui, simile all’Ade pagano, che raccoglie giusti e ingiusti.

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Un aspetto dell’opera salvifica di Cristo, secondo il Simbolo degli Apostoli, è stato quello di discendere negli inferi dopo la sua morte a liberare le anime dei giusti che attendevano il realizzarsi della giustizia divina [cf. Denz. 369, 485, 587], per condurle in Paradiso. Invece, la pena dei malvagi che non hanno accolto Cristo, fu commutata da Dio nella più grave pena dell’Inferno, perché, come spiega la Lettera agli Ebrei, se già meritava una pena eterna la disobbedienza alla Legge di Mosè, ben più grave pena merita la disobbedienza alla Legge di Cristo [cf. Eb 10,26-29]. Dal che si vede la falsità dell’opinione di coloro che sostengono che il Dio dell’Antico Testamento è più severo del Dio del Nuovo o addirittura che il Dio cristiano sarebbe solo misericordia e non castiga nessuno. Invece la maggior severità del Dio cristiano si evince proprio dal fatto che è più misericordioso. È giusto infatti che sia punito più severamente chi rifiuta un maggior dono e disobbedisce a una legge più facile da adempiere, qual è la Legge evangelica alleggerita dalla grazia: «Il mio giogo è soave, il mio peso è leggero» [Mt 11,30], anche se le opere sono più ardue ed occorrono sacrifici maggiori. Ma l’amore rende leggero il sacrificio.

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L’esistenza di dannati è implicitamente ma chiaramente affermata nell’articolo del Simbolo di Fede nel quale recitiamo: «Et iterum venturus est cum gloria iudicare vivos et mortuos». Dalle parole del Signore è chiaro che alla sua Venuta [cf. Mt 3,12; 25,32; Ap 20, 11-15] non tutta l’umanità entrerà nel regno di Dio, come credono von Balthasar, Rahner e Teilhard de Chardin, ma solo gli eletti o predestinati, ossia coloro che avranno obbedito ai santi comandamenti di Dio.

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Il Magistero della Chiesa, in perfetta linea con l’insegnamento biblico, afferma che non tutti si salvano [cf. Denz. 623, 624, 1523] ma che dall’intera umanità caduta a seguito del peccato originale, Dio sceglie un certo «numero» di «eletti» [Canone Romano della Santa Messa] o di «predestinati» [cf. Denz. 621, 1540].

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La verità qui da tenere presente è che la salvezza è opera divina. Dio dà a tutti i mezzi sufficienti per salvarsi, ma non tutti ne fanno uso per colpa loro. Per questo vengono giustamente puniti con l’Inferno. Che uno faccia uso dei mezzi della salvezza, è un atto soprannaturale causato dalla grazia. Questo atto è atto del libero arbitrio in grazia, quindi meritorio del Paradiso. Per conseguenza, come dice il Concilio di Trento [cf. Denz. 1548], gli stessi nostri meriti soprannaturali, con i quali ― con buona pace di Lutero ― ci guadagniamo il Paradiso, sono doni della sua grazia.

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Il fatto è che a Dio, più che il fatto che tutti scelgano Lui, interessa che tutti facciamo la nostra scelta, dovesse essere anche contro Lui. Egli vuole che Lo scegliamo liberamente, non che ci indirizziamo verso di Lui deterministicamente, per legge fisica, come gli animali, le piante e i sassi. Pertanto, pur di rispettare la nostra scelta, Egli addirittura accetta di mettere in gioco Se stesso, accettando anche di essere rifiutato. Ma quello che Egli comunque vuole è che ognuno faccia la sua scelta. Se uno Lo rifiuta, non lo costringe ad accoglierLo, però costui deve attendersi le inevitabili logiche conseguenze, che neppure Dio può evitare, perché comporterebbero contraddizione, dato che c’è contraddizione tra la vita e la morte. Non può infatti continuare a vivere chi sceglie la morte. Ma le suddette conseguenze sono appunto l’Inferno. Ora l’Inferno, come dice l’Apocalisse, è la «seconda morte» [Ap 20,14]. E morte e vita non possono coesistere simultaneamente nello stesso soggetto, perchè si escludono reciprocamente. Naturalmente, la vita che vien meno nel dannato, non è la sua vita naturale, ma la vita della grazia, la quale del resto era già assente al momento della morte. I dannati non vengono annullati, come crede erroneamente Schillebeeckx [3]. Le loro anime, essendo per essenza immortali, continuano a vivere in eterno, ed anch’esse riprenderanno il loro corpo al momento della resurrezione finale. L’articolo del Simbolo di fede che recita: «credo resurrectionem mortuorum» si riferisce evidentemente non solo alle anime beate, ma anche a quelle dannate [cf. Gv 5,29].

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Un fatto del genere è degno di molta attenzione, in quanto manifesta chiaramente la bontà di Dio. Infatti, col peccato, l’umanità ha conosciuto la morte, la quale consiste nel fatto che l’anima resta da sola senza il suo corpo. Sennonché, a questo proposito, bisogna dire che anche per i dannati sono intervenute la misericordia e la giustizia divine: la prima, la quale ha avuto pietà dell’anima separata, per cui le ridà il suo corpo, e la giustizia, per la quale Dio, per giustizia rende omaggio all’opera redentrice di Cristo, la quale ha meritato la resurrezione del corpo anche ai dannati.

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L’idea della distruzione dei dannati potrebbe esser suggerita dall’immagine della Geenna, usata da Cristo per alludere all’Inferno. Infatti, come è noto, si trattava di un luogo vicino a Gerusalemme, dove venivano bruciati i rifiuti. Oggi diremmo un inceneritore, come abbiamo nelle nostre città. Era un luogo maledetto, che ricordava gli orrendi sacrifici umani idolatrici fatti praticare a suo tempo dai re Acaz e Manasse. Certamente Cristo, con l’immagine della Geenna, non intende affatto alludere a una distruzione dei dannati, ma alla pena del fuoco.

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Secondo la Scrittura l’Inferno è di fatto una parte essenziale del creato, ma non lo è necessariamente, come, del resto, Dio, avrebbe anche potuto non creare nulla. Dio, se avesse voluto, avrebbe potuto creare un universo felice senza Inferno. Egli avrebbe potuto creare angeli e uomini perfettamente buoni e santi, come sostengono i buonisti e i massoni. Il male sarebbe stato assente dal mondo o, se ci fosse stato, avrebbe potuto essere completamente annullato.

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Sorge allora la domanda: perché Dio ha permesso l’esistenza del male e quindi di dannati? Non era meglio se creava un mondo subito e per sempre felice, piuttosto che far giungere alla felicità solo alcuni e dopo una serie di disavventure e rischiose peripezie, sofferenze, tragedie, traviamenti e cadute, lungo i millenni e millenni di una storia segnata da insuccessi, catastrofi, ingiustizie, guerre ed orrori di ogni genere?

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Potremmo farci una contro-domanda: crediamo forse di essere più saggi di Dio per darGli consigli, per correggere o migliorare le sue opere? Se dunque Dio, Che è saggezza, bontà, provvidenza, giustizia, onnipotenza e misericordia infinita, ha permesso e permette tutto ciò, ci dev’essere un ottimo e saggio motivo che a noi sfugge, per cui è saggio accettare serenamente e fiduciosamente ciò che Egli dispone e permette, certamente o per correggerci o per farci espiare e comunque sempre per il nostro bene, anche se la cosa non ci è sempre chiara, mettendo in pratica ciò che Egli ci comanda di fare per liberarci dal male, tenendo comunque presente che della malizia degli uomini e dei demòni ne sono responsabili i soli autori, e mostrandoci dove vanno a finire coloro che Gli disubbidiscono.

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Dunque, come narra la Scrittura, le cose non sono andate così come qualcuno avrebbe preferito che fossero andate. Di fatto l’umanità, creata buona da Dio, ha deliberatamente peccato ed è stata castigata. Ma Dio ha avuto pietà ed ha mandato suo Figlio come Salvatore. Se tutti avessero obbedito a Cristo, tutta l’umanità sarebbe stata salva. Ora accade invece che alcuni obbediscono al Vangelo, mentre altri non obbediscono. Questi sono i dannati dell’Inferno.

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Questo allora significa che Dio ha pianificato la storia del mondo, in modo tale che una parte del male del mondo resta in eterno ― e questo è l’Inferno ―, mentre una parte è tolta nell’umanità che si salva ― e questo è il Paradiso ―. Potremmo chiederci perché Dio non ha eliminato il male da tutto l’universo e lo lascia sussistere all’Inferno. Rispondiamo dicendo anzitutto che la malizia dei dannati ― uomini e demòni ― se può costituire tentazione per i viventi, non nuoce ai beati del Paradiso ed alle anime del Purgatorio. In secondo luogo, la malizia dei dannati non aggrava le loro colpe, perché non possono più meritare, ma il male che fanno è semplice effetto dei peccati commessi in vita. In terzo luogo, Dio, permettendo che continuino ad esistere soggetti malvagi nell’Inferno, mostra che egli li ha vinti chiudendoli nel carcere infernale, dove essi si odiano e si fanno guerra a vicenda. In quarto luogo, si realizza la volontà di Dio di lasciar libera la creatura spirituale di opporsi anche a Lui. In quinto luogo, Dio, nella sua provvidenza e magnanimità, vuol governare anche la città infernale, nonostante l’ingratitudine e l’odio che i suoi abitanti mostrano contro di Lui. E qui Dio, come dice San Tommaso d’Aquino, esercita una certa misericordia, perché non li punisce tanto quanto meriterebbero.

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Riguardo alle pene dell’Inferno, quella della quale Cristo ci rende certi è la pena del fuoco. Possiamo certamente pensare ai tormenti inflitti dai demòni e dagli altri dannati. Tuttavia occorre anche non esagerare, come forse avviene in alcune rivelazioni private. Dio è severo, ma non crudele. Certamente, l’Inferno, in se stesso è spaventoso. Ma il pensiero del significato dell’Inferno non deve terrorizzare; esso invece è salutare, così come non causa spavento un precipizio, in sé spaventoso, nel quale, appunto perché spaventoso, non vogliamo cadere e non vogliamo far nulla che possa trascinarci in esso. Anzi è utile sapere che, se non ci teniamo alla larga, possiamo cadervi. Mentre sarebbe follia credere che se in esso ci gettiamo non succederà nulla, come chi crede di poter peccare impunemente.

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La Chiesa, nel Concilio Lateranense IV del 1215 ha definito l’esistenza dell’Inferno per gli angeli ribelli [cf. Denz. 800], basandosi su alcuni passi biblici [cf. Gd 6 e Ap 20,10] e sulle stesse parole del Signore, dove dice che l’Inferno ― il «fuoco eterno» ― è «preparato per il Diavolo e per i suoi Angeli» [Mt 25,41]. Occorre pertanto distinguere bene, gli Inferi dall’Inferno. Gli Inferi, come abbiamo visto, sono il luogo di pena ultraterrena delle anime prima dell’opera redentrice di Cristo. L’Inferno, invece, come dimora dei Demòni, esiste sin dal momento della loro caduta, all’inizio della creazione, prima ancora della creazione dell’uomo, per cui il serpente che tenta i nostri progenitori, è evidentemente Satana [cf. Ap 20,2], salito dall’Inferno e pertanto, col permesso divino, entrato addirittura nell’Eden.

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Il crudelismo  è l’altra faccia del buonismo

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Sul tema dell’Inferno occorre tener presenti due concezioni sbagliate ed opposte dell’agire morale, le quali conducono a una falsificazione della giustizia divina e quindi alla falsificazione o alla negazione della dottrina dell’Inferno. La prima, oggi apertamente diffusa e propagandata come “carità” e perfezione cristiana; la seconda, celata sotto la prima: il buonismo e il crudelismo. Esse conducono a due concezioni opposte dell’Inferno parimenti erronee. La prima suppone la fede in un Dio babbeo, bonaccione e citrullo, che non si accorge dell’esistenza dei malvagi, per cui tale concezione ne nega l’esistenza, in nome di un falso concetto della bontà divina, sostenendo che tutti, in fondo, sono buoni, per cui tutti si salvano. La seconda, invece, in nome di un falso concetto della libertà, della potenza  e della sovranità divine, concepisce un Dio balzano, dispotico e malvagio, che condanna a capriccio gli innocenti, e quindi una doppia predestinazione: alcuni al Paradiso, altri all’Inferno, quali che siano le loro opere. È una concezione orribile di origine manichea, un vero inganno del Diavolo; questa concezione, presente in Lutero e Calvino, riprende la concezione già condannata di Godescalco, Monaco del IX sec. [cf. Denz. 621]. Secondo questa teoria, i singoli uomini non posseggono una vera facoltà di scelta del loro destino, ossia o per Dio o contro Dio, per cui non conoscono il motivo della loro eterna destinazione, che non è condizionata dalle loro opere, come invece chiaramente insegna la Scrittura [cf. Dt 11,26; Mt 19,17], ma dipende esclusivamente da un beneplacito divino, che si riserva di premiare chi opera il male e di punire chi opera il bene. Ovviamente occorre qui evitare il pelagianesimo, che ritiene che l’inizio della salvezza venga da noi, mentre la grazia sarebbe un soccorso e un premio aggiuntivo successivo per completare l’opera. È chiaro che non è così: è la grazia che ci previene e muove il nostro cuore alla conversione; e tuttavia, una volta che abbiamo ricevuto la grazia, non ci salviamo, se non compiamo le opere buone, evidentemente compiute in grazia.

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Occorre inoltre precisare che ciò che l’uomo considera bene o male ― questo apparirà anche in Lutero ― nel crudelismo non coincide affatto col giudizio divino, perché Dio non giudica l’uomo sulla base di una legge naturale, stabilita da Lui e conoscibile dall’uomo, dell’osservanza della quale l’uomo deve rispondere a Dio, ma giudica in contrasto con questa conoscenza. Sotto pretesto della ”fede”, i comandi divini non sono ragionevoli, ma irrazionali. Quindi un Dio contrario alla ragione. In tal modo, un Dio disumano, se è vero che la ragione costituisce la dignità dell’uomo.

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Per il buonismo, che non riconosce le conseguenze del peccato originale, l’uomo è buono ed agisce sempre bene; per la seconda, che esagera queste conseguenze, è radicalmente malvagio ed agisce sempre male. Da notare peraltro che, per quanto ciò possa sembrare strano o impossibile, data l’opposizione radicale tra le due concezioni, in realtà esse si richiamano a vicenda e sono l’una l’immagine speculare dell’altra. Sono le due facce di un medesimo meccanismo perverso, nonostante l’apparenza mite contraria.

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Nel buonismo o mollezza ― mollities ― [4], infatti, che è una falsa e millantata misericordia, si esagera nel lasciar correre, nel concedere o nel permettere, per cui non si fa giustizia; nella crudeltà o durezza ― saevitia ―, invece, che è una falsa giustizia, si esagera nella severità e si fa accezione di persone, con la scusa dei ”casi speciali”. Ma il falso mite, ossia il molle o flaccido facilmente trapassa nel duro e viceversa, perché non si fonda sulla verità, ma sulla sua bizzarra e volubile volontà; non ha quindi una misura salda o un criterio oggettivo né nell’uno né nell’altro caso, per cui agisce a capriccio come l’umore, l’interesse, lo sfizio o la passione gli detta. Così, quando il molle vuole essere severo e combattere il male, diventa duro; quando vuol essere misericordioso, diventa molle. Aggredisce il debole e cede al forte. Cede ed è flessibile, quando dovrebbe star saldo ed irremovibile; è duro quando dovrebbe essere cedevole. E questo perché non sta fermo sul principio oggettivo della giustizia e della misericordia, che è il medesimo: il diritto e il torto dell’altro. Se permette il torto,  cade nella mollezza e si ha il buonismo; se conculca il diritto,  cade nella crudeltà. Così beneficia chi non ne ha bisogno e punisce chi non lo merita. In tal modo, i buonisti negano l’esistenza dell’Inferno; ma poi, quando a loro salta il ticchio o la cosiddetta mosca al naso, semmai perché qualcuno dà loro ombra o perché sono rimproverati dal giusto o vogliono in tutti i modi prevalere su qualcuno o hanno invidia di lui, ecco che in barba alla misericordia diventano feroci come belve.

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Nella visione buonista, inoltre, vien meno l’aspetto agonistico ed ascetico della vita cristiana. Se tutti sono buoni, non bisogna combattere o giudicare nessuno, ma bisogna accogliere tutti, incontrare tutti e dar ragione a tutti. Non c’è più da combattere contro il mondo, ma solo da dialogare con esso. E così, la Chiesa stessa, diviene un mero strumento di collaborazione col mondo.

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Per il buonista, la visione apocalittica di una Chiesa combattiva, assediata dal mondo è una favola fondamentalista e medioevale da scartare. Ma l’ipocrisia di queste loro belle parole si rivela nella reazione feroce con la quale lo stesso  buonista, che in realtà è un prepotente, assale chi gli smaschera l’ipocrisia del suo discorso e denuncia l’incoerenza della sua condotta. Per il buonista l’Inferno non esiste perché lui si crede salvo e promette salvezza a chi la pensa come lui, ma sarebbe capace a creare un Inferno su questa terra per rinchiudervi chi lo avverte che Dio lo punirà per la sua finta misericordia e la sua reale crudeltà.

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Il buonismo è in fondo una concezione ipocrita che, dando ad intendere di voler cantare la misericordia divina e di proclamare il dovere della misericordia verso il prossimo, ha il recondito scopo, squallido e meschino, di celare sotto questa falsa bontà o una concezione minimalista, teilhardiana, del peccato, o una concezione relativistica, rahneriana o kasperiana, col desiderio di poter peccare liberamente senza essere punito, giacché, come dice il Padre Raniero Cantalamessa, «Dio non castiga». O per dirla in altre parole: il buonista pensa sempre di poter farla franca.

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È chiaro che con questi discorsi stolti tutte le pene della vita diventano inspiegabili e insensate o ”naturali”, a meno che non attribuirle un Dio ”cattivo” o ad una natura “cattiva”. Da qui la conseguenza che si perde di vista il valore espiativo della sofferenza e per conseguenza non si capisce più il valore di sacrificio della Messa. In pratica si perde di vista la Croce di Cristo come mezzo di salvezza. Che cosa resta? Rimane una visione buonistica della storia sacra, quella che, nell’antichità, come noto, è stata quella di Origene, il quale non capì il senso di una pena eterna e scambiò la condizione dello spirito creato umano e angelico nel mondo ultra-terreno dell’eternità col divenire di questo mondo, dove la volontà creata oscilla tra il sì e il no. E questo perché, non avendo compreso che nell’al di là la scelta del libero arbitrio rispetto a Dio è fissata per sempre, nella beatitudine come nella dannazione, egli non capì o non volle accettare ― probabilmente sedotto da un monismo gnostico ― altro che una pena temporanea, che si conclude con la remissione della colpa, quale egli immaginò per i Demòni e le anime dannate, non rendendosi conto che, se una pena temporanea è concepibile per il cammino terreno dell’uomo in via di conversione, è del tutto impossibile, secondo la Scrittura, per i Demòni e per le anime dannate. Origene, benché grande studioso della Scrittura, forse sotto l’influsso dello gnosticismo pagano, si fece un’idea della storia sacra che non corrisponde a quella biblica. Egli infatti credette che il piano salvifico divino comportasse l’annullamento di ogni male, per cui, pur accettando l’esistenza di dannati, uomini ed angeli, credette che la «ricapitolazione di tutte le cose» [Ef 1,10], della quale parla San Paolo, comportasse la ricostituzione perfetta di tutte le cose in armonia con Dio, senza conflitti con Lui, conseguenza del peccato e, per conseguenza, dopo un certo processo di riconciliazione, la ricomposizione in pacifica ed armoniosa unità di tutte le cose in Dio, il che escludeva evidentemente la realtà dell’Inferno.

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Occorre però tener presente il caso del Purgatorio, che comporta una pena ultraterrena temporanea. Questa pena non dipende però dalla scelta definitiva dell’anima in rapporto a Dio, come nel caso dell’Inferno, nel quale l’anima ha scelto definitivamente contro Dio e ciò comporta necessariamente una pena eterna. Al contrario, nel caso del Purgatorio l’anima ha scelto definitivamente per Dio e ciononostante è afflitta da una pena, sia pur temporanea. Come mai? Perché la Chiesa ci insegna che l’anima, benchè perdonata da Dio e quindi in grazia, deve purificarsi dalle reliquie dei peccati veniali commessi in vita e non sufficientemente espiati.  

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Una concezione errata di Dio

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Queste concezioni hanno uno sfondo panteistico per il quale non è che Dio, distinto dal mondo dove c’è il male, sia di per sé assolutamente innocente del male del mondo; non è che ami il bene ed odi il male; o faccia solo il bene ed eviti il peccato, no. Invece, siccome Dio s’identifica col mondo, allora in Dio c’è il bene e il male, l’atto buono e l’atto cattivo, l’amore e l’odio. Dio è causa tanto del bene che del male, tanto della giustizia che del peccato dell’uomo. Come diceva Lutero: «Dio è stato causa tanto del peccato di Davide, quanto della conversione di Paolo».

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Certamente, il Dio di Lutero, è ancora il Dio biblico trascendente il mondo che Egli ha creato; tuttavia è un Dio legato al mondo, perché agisce in modo mondano, dispotico. Egli, a ghiribizzo, vuole tanto la salvezza che la perdizione, perché, come è noto, Lutero nega il libero arbitrio e il merito, per cui l’uomo non raggiunge liberamente un destino o fine ultimo da lui scelto e meritato con le opere ― Paradiso o Inferno ―, ma è mosso irrazionalmente e necessariamente, «predestinato» da Dio verso quel destino, di salvezza o di perdizione che Egli, nel suo imperscrutabile ingiusto volere, ha fissato per ognuno dall’eternità, indipendentemente dalle opere dell’uomo le quali del resto, secondo Lutero, dopo il peccato originale sono tutte cattive. Ma Dio, in forza della sua misericordia le considera buone per chi ha fede. In tal modo il credente è iustus et peccator. Ma allora vuol dire che alla radice di ciò, Dio stesso è iustus et peccator.

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Lutero, comunque, ammette ancora l’esistenza di dannati. Secondo lui i Papi vanno all’Inferno. Ma i suoi seguaci del XIX sec. cominceranno ad accentuare l’immanentismo luterano, fino a trasformarlo in panteismo, col risultato che, attesa l’identificazione dell’umanità con Dio, è chiaro che non avrà più senso parlare di dannati in un mondo fuori di Dio, ossia l’Inferno; ma tutta l’umanità è buona e salva proprio in quanto identificata con Dio, bontà infinita. Ma d’altra parte, sempre per il fatto che il mondo è identificato con Dio e nel mondo ci sono i malvagi, ecco che l’Inferno ricompare questa volta non fuori di Dio, ma nella stessa Essenza divina.

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La concezione dell’Inferno in Von Balthasar sembra essere su questa linea [5]. Paradiso e Inferno si trovano in Dio elidendosi a vicenda: l’Inferno è svuotato dal Paradiso,  ma per converso il Paradiso convive in Dio con l’Inferno. È l’opposizione dialettica di bene e male in Dio, che era già comparsa con Jakob Böhme nel XVII sec. [6]. È l’assolutizzazione enfatica in Dio del paradosso luterano del simul iustus et peccator.

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Tutti in Dio sono salvi e tutti sono peccatori. È ciò che riappare in Rahner nella sua teoria dei cristiani anonimi, per cui tutti, consciamente o inconsciamente, sono in grazia e tutti si salvano. In Paradiso San Giuseppe e la Madonna, i Santi Pietro e Paolo, i Santi Francesco e Domenico sono in buona e dolce compagnia accanto a Nerone, Caligola, Nietzsche, Hitler, Lenin e Stalin, sinceramente pentiti, in quanto … cristiani anonimi!

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Quanto a Giuda, non c’è dubbio che le parole di Cristo su di lui fanno pensare che egli si sia perduto; a meno che Gesù con quelle parole non intendesse darci un severo avvertimento a non seguire il suo esempio, mentre non possiamo escludere che, indipendentemente dall’insano gesto di uccidersi, egli abbia compiuto un supremo gesto ― basta un attimo ― di pentimento e richiesta di perdono in articulo mortis.

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Non è necessaria una definizione dogmatica sull’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Riguardo la proposta di chiedere al Pontefice di dogmatizzare l’esistenza dei dannati, non mi pare necessario né opportuno. La Chiesa dogmatizza quando la Parola di Cristo è contestata dagli eretici o non è chiara e certa, ma si tratta di dar certezza per contrastare negazioni di insegnamenti dei magisteri precedenti od approvare e confermare pie tradizioni o interpretazioni, deduzioni o esplicitazioni di contenuti di fede, oppure confermare o respingere opinioni teologiche discusse, o di chiarire se una data tesi o proposizione è o non è di fede.

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Ricordiamo per esempio le definizioni dogmatiche del peccato originale, o i Sette Sacramenti o l’Immacolata Concezione di Maria o la sua Assunzione al cielo o la dualità delle nature e delle volontà in Cristo, nell’unità della Persona divina o il mistero della transustanziazione eucaristica o l’infallibilità pontificia. Ma se ci sono parole del Signore, ripetute in vari toni, modi ed occasioni, e che brillano per chiarezza, esse sono proprio quelle che riferiscono ai dannati dell’Inferno. Da esse vediamo quanto Cristo tenesse a quelle parole, a quelle previsioni ed a quegli avvertimenti. Per questo non occorre che il Papa dogmatizzi. Se mai basta confutare i ciechi, disonesti e  stolti che, dopo 2000 anni di pacifica e salutare accettazione di quelle divine parole, adesso, con inaudita sfrontatezza, osano espungerle dal Vangelo, col metodo proprio degli eretici che, invece di assumere fedelmente tutto ciò che Cristo ha detto, prendono dai suoi detti solo ciò che a loro piace.

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Ora, dobbiamo tener presente che Il dogma è una proposizione formulata infallibilmente dalla Chiesa come interpretazione o esplicitazione di parole del Signore che non si trovano tali e quali nel Vangelo. Per questo il dogma non è propriamente dottrina di Cristo, ma è dottrina della Chiesa, benchè rifletta fedelmente il pensiero del Signore. Ma la sua autorità, benchè impegni la fede divina, è ben al di sotto di quella delle parole esplicite di Cristo, benchè il Vangelo non sempre riporti gli ipsississima verba. Per questo, a piena ragione, il Cardinale Walter Kasper intitolò un suo libro Il dogma sotto la Parola di Dio, benchè anche il dogma, come la Parola di Dio sia immutabile verità di fede, ben altra cosa dalla falsa concezione evoluzionista e storicista, che ne hanno invece i modernisti di ieri e di oggi.

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Varazze, 2 aprile 2018 – Lunedì dell’Angelo

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NOTE

[1] Cf il mio libro L’Inferno esiste. La verità negata,Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010, Cap.VII.

[2] Summa Theologiae, Suppl., q.94, a.3.

[3] Cf Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.180, 181, 183.

[4] Sono quelli che Paolo chiama malakòi, che si potrebbe tradurre anche con “effeminati”, se ciò non fosse offensivo per la donna. E’ un vizio oggi molto diffuso, anche tra i vescovi, che assumono l’aria di essere miti, dolci, caritatevoli  e comprensivi, ma in realtà sono delle banderuole, dei vili, degli opportunisti e dei don Abbondio, che nascondono il pugnale nella tasca. Il malakòs è anche volgarmente detto “calabraghe”.

[5] Vedi la mia analisi in L’Inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010, pp.54-70.

[6] Cf Flavio Cuniberto, Boehme, Morcelliana, Brescia 2000; Franz Hartmann, Il mondo magico di Jakob Boehme, Edizioni Mediterranee, Roma 2005.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2018-04-02 18:06:012021-04-20 19:23:30L’Inferno esiste e non è mai stato abolito, perché neppure modernisti e buonisti possono abolire il libero arbitrio donato da Dio all’uomo

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