Il Sommo Pontefice che non è un provinciale ma un quartierale, quando «conferma i fratelli nella fede» è sempre ignorato dai giornali laicisti e dai teologastri eretici

IL SOMMO PONTEFICE CHE NON È UN PROVINCIALE MA UN QUARTIERALE, QUANDO «CONFERMA I FRATELLI NELLA FEDE» È SEMPRE IGNORATO DAI GIORNALI LAICISTI E DAI TEOLOGASTRI ERETICI.

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Il Sommo Pontefice Francesco I non è un provinciale, è un quartierale. Quest’ultimo termine non esiste nel corretto lessico, me lo sono inventato io, a maggior ragione fornisco le debite spiegazioni: il quartieralismo è peggiore del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano. I problemi sono quindi enormi ed i danni incalcolabili, quando si esige di sottomettere la dimensione della universalità cattolica al quartieralismo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Amico,

ma per caso, il Santo Padre, legge forse i nostri articoli e poi fa certe sue omelie? Sai com’è, talvolta le coincidenze sono un po’ troppe …

Ah, se quest’uomo non fosse circondato da serpenti, che cosa potrebbe fare! A volte, egli mi pare come quel poveretto che giunge per ultimo al ristorante, animato da tutte le migliori e più oneste intenzioni, ma non prende neppure un piccolo antipasto, perché appena entra dentro è assalito dai gestori che gli presentano da pagare il conto di ciò che hanno divorato tutti gli altri entrati a pranzo ed a cena prima di lui. E noi sappiamo bene quanto questo, umanamente, non sia giusto.

Ariel S. Levi di Gualdo, messaggio privato a un amico, 21.11.2017

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il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, immortalato in quella sua dimensione quartierale dalla quale non si è mai smosso e che oggi esige applicare all’intera Chiesa, nelle quale il particolare non dovrebbe mai essere applicato all’universale

Il Sommo Pontefice Francesco I è una personalità complessa, un uomo che non manca di essere contorto e ambiguo. Ma come più volte abbiamo scritto il tutto va analizzato nell’àmbito di una precisa psicologia. Per farlo bisogna però partire da un dato fondamentale: ciascuno di noi, compresi i Sommi Pontefici, possiede grandezze e limiti. Tutti siamo gravati di meriti e de-meriti, vizi privati e pubbliche virtù. Ciò vale per tutti, inclusi i santi che sono modelli di eroiche virtù, ma che non erano perfetti. Il tutto vale anche per il Romano Pontefice, Successore di quel Beato Apostolo Pietro che ‒ come più volte ho spiegato e ripetuto in varie miei scritti ‒, in quanto a limiti e inadeguatezze, non si fece mancare niente. Eppure, proprio come il suo primo Sommo Predecessore, la pietra sulla quale il Cristo roccia eterna, edificò la sua Chiesa, il Pontefice regnante potrebbe morire come un santo ed essere domani anch’esso un modello di eroiche virtù, pur con tutte le sue imperfezioni umane.

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In uno dei miei articoli passati ho definito il Pontefice regnante un «argentinocentrico» [cf. articolo del 2015, QUI], senza mancare a lui di rispetto, meno che mai insolentirlo. Con questa espressione volli dare una precisa definizione psicologica, alla quale oggi potrei aggiungerne un’altra: il Pontefice regnante, non è un provinciale, ma è un quartierale. Quest’ultimo termine non esiste nel corretto lessico, me lo sono inventato io, a maggior ragione fornisco le debite spiegazioni: il quartieralismo è peggio del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano.

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Come molti di voi hanno letto, per scongiurare la probabile e infelice nomina di S.E. Mons. Nunzio Galantino alla sede arcivescovile di Napoli, di recente mi sono auto-nominato Arcivescovo Metropolita dell’antica Partenope [cf. QUI], dove come ho spiegato nella mia auto-candidatura, farebbero meglio a mandare me, anziché un soggetto dottrinalmente e pastoralmente problematico come il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, o persino altri di peggior fatta.

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In una grande e complessa metropoli come Napoli, che tutt’oggi, a livello sia storico sia sociologico, rimane una delle grandi capitali d’Europa ‒ ricordiamo infatti che Napoli è stata la capitale di un regno ‒, il quartieralismo fa parte della struttura psico-sociale, proprio come a Buenos Aires, o come in altre grandi capitali o megalopoli, si pensi ad esempio a Città del Messico, la cui area metropolitana conta oltre venticinque milioni di abitanti.

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Se un napoletano incontra fuori dalla sua città un altro napoletano, nel fare la conoscenza del suo concittadino che gli si presenta dicendogli di essere napoletano, per prima cosa gli domanderà: «di Napoli, dove, sei?». Infatti, la grande e complessa Napoli, che è una città unitaria, al proprio interno è composta da tante città dentro la città. A Napoli vi sono dei quartieri che sono delle autentiche città a sé, i quali si differenziano da altri quartieri persino nella particolarità del dialetto, degli usi, dei costumi e delle tradizioni.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio è profondamente attaccato e radicato ad una precisa e particolare realtà quartierale di Buenos Aires, cosa questa che lo rende più chiuso di un provinciale. Inutile dire quali problemi e danni può produrre il quartieralismo in quella che dovrebbe essere una dimensione di universalità cattolica. Infatti, sottomettere l’universale al particolare, nella migliore delle ipotesi finisce col creare un grande squilibrio.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio non ha esitato a mostrare verso Roma ‒ che è il cuore della universalità della Chiesa e che porta racchiuso storicamente in sé il meglio del meglio acquisito nei secoli da tutte le antiche civiltà ‒, le peggiori prevenzioni diffuse nel Latino America, ma si presti attenzione: non diffuse dai latinoamericani, ma dai barbari tedeschi che hanno usato questo Continente come luogo di sperimentazione e incubazione dei peggiori storicismi, sociologismi e teologismi, potendo beneficiare questi barbari, per siffatte malefatte, di risorse economiche che alla Chiesa cattolica tedesca derivano dalla propria ricchezza opulenta. Detto questo non si capisce come mai, proprio quel pontefice che da sùbito ha inneggiato alla Chiesa povera per i poveri, non abbia mai sollevato neppure un timido sospiro sulla opulenta ricchezza dei suoi – e diciamolo! – “elettori teutonici”, i quali non esitano persino a negare i Sacramenti ai fedeli che non sono in regola con il pagamento della tassa di culto alla Chiesa cattolica tedesca, salvo però giocare poi alle sacrileghe concelebrazioni “ecumeniche” ed alle inter-comunioni eucaristiche con i luterani.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio, ama bacchettare l’episcopato italiano parlando più o meno in privato coi suoi vari interlocutori, dei «vescovi prìncipi con i quali non si ragiona», od a quei «vescovi principi dinanzi ai quali ho le mani legate». E, nell’affermare questo, mostra di essere inconsapevole che i suoi tanto recriminati «vescovi prìncipi», se proprio vuole trovarli in tutto il loro più tracotante e soprattutto spocchioso “splendore”, deve cercarli tra i suoi grandi elettori della Germania, dove dietro a falsi pretesti di progressismo, apertura, ecumenismo e svecchiamenti dottrinali vari, non solo troverà sempre i vescovi-princìpi, ma troverà dei vescovi-colonizzatori che in modo barbaresco conquistano e poi impongono le proprie regole del gioco, a partire dal devastato Brasile del Cardinale Clàudio Hummes, il quale sta tentando, facendo uso anch’esso del proprio spirito ideologico-quartierale – vale a dire la mancanza di clero nella regione delle Amazzoni del Brasile –, di imporre alla Chiesa universale i preti sposati, ovviamente … ad experimentum. E noi che non siamo propriamente dei poveri fessi – come forse invece lo è questo Cardinale che pretende di considerare e di trattare noi da poveri fessi –, sappiamo molto bene in che cosa poi si trasformano le cose ad experimentum, perché ne abbiamo ormai mezzo secolo di devastata esperienza alle spalle, delle cose ad experimentum divenute poi molto più intoccabili dei grandi dogmi della fede cattolica.

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Tutto questo rende l’uomo Jorge Mario Bergoglio squilibrato e incapace a formulare giudizi lucidi, che non è in grado di formulare non per chiusa malafede, ma per carenze di storica conoscenza. E tutto questo fa di lui ‒ che dovrebbe essere il supremo maestro della imparzialità ‒, un soggetto parziale e umorale.

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Per raggirare, o come suol dirsi fregare un soggetto di questo genere, il gioco è molto semplice: fingere di credere che la sua dimensione quartierale sia giusto e sommo bene per la Chiesa. Di conseguenza, egli eleggerà questi soggetti molto pericolosi a proprie figure di fiducia. Una volta entrati nelle sue grazie costoro, che ripetutamente ho definito come degli «autentici delinquenti», lo rinchiuderanno dentro una gabbia, senza che lui neppure se ne accorga, visto che un’altra delle caratteristiche dell’uomo Jorge Mario Bergoglio è la sua oggettiva limitatezza, resa particolarmente grave dal suo quartieralismo che lo porta a trattare la Chiesa universale come se fosse un particolare quartiere di Buenos Aires.

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Il quartieralismo induce l’uomo Jorge Mario Bergoglio ad una pericolosa mancanza di analisi storica e socio-religiosa, con relative problematiche ecclesiali e pastorali di non poco conto, specie quand’egli tratta alcuni temi che gli stanno a cuore, ma che potrebbero purtroppo rientrare – come anche in questo caso più volte ho affermato – nella sfera delle vere e proprie ossessioni compulsive. Vale a dire: poveri, emigranti e profughi.

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Il Pontefice regnante ha infatti data ampia prova nelle sue esternazioni o discorsi cosiddetti a braccio, di non comprendere che non è possibile parlare di migranti con categorie legate a realtà, storie e ricordi di un contesto tutto quanto argentino. Peraltro ‒ cosa ancora più grave ‒, di ricordi legati ad un contesto anche parecchio vecchio, perché ancorato a flussi migratori degli anni Venti e Trenta del Novecento.

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Facendo poi una pericolosa confusione tra migranti e profughi, il Pontefice regnante sembra non tenere conto che nel suo Paese d’origine, gli immigrati, erano per la quasi totalità tutti provenienti da una cultura cristiana-cattolica. E, tra le poche cose messe alla partenza dentro le loro povere valigie, c’erano le immaginette o le statuine dei venerati santi patroni del Veneto Antonio da Padova e Giustina, quelle dei venerati patroni del Piemonte Giovanni Bosco e Maria Ausiliatrice, delle venerate martiri di Sicilia Agata e Lucia, della patrona di Palermo Rosalia, del venerato patrono di Calabria Francesco da Paola …

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… come può, il Pontefice regnante, confondere tutto questo con delle orde islamiche che da anni e anni, nascoste dietro ai flussi migratori di persone che a gran maggioranza non fuggono affatto da guerre, persecuzioni e carestie, giungono nell’Europa sempre più scristianizzata al programmato scopo di conquistarla e colonizzarla? Perché forse è bene che qualcuno, al Pontefice regnante, spieghi con dovizia storica, sociologica e, non ultimo, anche pastorale, che mentre in Argentina ed in vari altri Paesi del Latino America, gli immigrati, una volta divenuti lavoratori retribuiti davano offerte alle locali diocesi per la costruzione di chiese dedicate ai loro venerati santi e sante, in Europa, i colonizzatori musulmani nascosti dietro all’apparente pretesto dei profughi e dei migranti, con i soldi dell’Arabia Saudita e del Qatar stanno costruendo le moschee accanto alle nostre chiese parrocchiali sempre più vuote, mentre quegli scellerati di quel giornalaccio di Avvenire inneggiano allo jus soli, jus soli !

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Per non toccare poi l’altro dolente e complesso discorso, quello legato ai poveri ed alla povertà. Perché sia la realtà della povertà, sia il concetto stesso di povertà, nei nostri contesti sociali europei non è equiparabile a quello presente in certi Paesi del Latino America. O che forse il Pontefice regnante ha mai visto in Italia o in altri Paesi d’Europa, come accade ad esempio in Brasile e non solo, dei bambini abbandonati al di sotto dei dieci anni che vivono a branchi dentro le fognature metropolitane, dandosi ai furti e persino agli omicidi?

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La categoria di povertà e di poveri, nei nostri Paesi è del tutto diversa. O che forse qualcuno è in grado di indicare, ad esempio in un Paese come la nostra Italia, dei poveri che muoiono di fame, dei bambini abbandonati che camminano scalzi per strada, degli anziani che muoiono ammalati riparati dietro ad un cavalcavia senza alcun genere di assistenza sanitaria? Perché è bene che qualcuno documenti al Pontefice regnante che fuori dalle case dei nostri “poveri” italiani, ci sono le antenne paraboliche, ed al loro interno troviamo quasi sempre gli strumenti tecnologici più inutili e costosi. E quando poi si presentano alla Caritas a chiedere che gli si paghi la bolletta della luce, dopo avere speso tutti i loro soldi per giocare ai gratta&vinci ed al super-enalotto, dalle tasche tirano fuori i telefonini di ultima generazione più costosi. E vogliamo forse parlare dei “poveri” che alla Caritas giungono direttamente con le loro automobili per mettere i generi di prima necessità dentro il bagagliaio? E che dire poi dei giovani accattoni professionisti, dotati nel loro pieno vigore di perfetta salute fisica, che anziché cercarsi un lavoro preferiscono importunare tutti i parroci della città per chiedere soldi?

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Io appartengo ad una cultura cattolica di ceppo europeo, non sono un calvinista od un mormone degli Stati Uniti d’America che considera la povertà una punizione di Dio, ma il mio povero cervello funziona a sufficienza per capire e prendere atto di un fatto sul quale non si dovrebbe tacere: molti poveri veri o presunti, non sono tali per colpa della «società ingrata», dei «governi infami», dello «Stato assente», sino ad arrivare persino alla «sfortuna» ed alla «cattiva sorte» … molti sono “poveri” perché totalmente incapaci di amministrare il danaro, altri perché non hanno voglia di lavorare, pur riparandosi dietro al «dramma della disoccupazione». Quanti di questi “poveri” sono ad esempio ex commercianti andati a gambe all’aria perché, appena incassavano soldi, invece di tener conto che le prime cose di rigore da pagare sono i dipendenti, i rifornitori e le tasse, lasciavano i dipendenti senza stipendio, non pagavano i rifornitori e non versavano le tasse, ma andavano però a comprarsi un modello di auto extra lusso alla concessionaria della Mercedes, mentre moglie e figli andavano a fare shopping di abiti ultra griffati nelle più costose boutiques? E sapete, poi, cosa vengono a raccontare questi ex commercianti inesorabilmente falliti e finiti in mezzo ad una strada? Vengono a raccontare questo: che «in Italia non si può vivere e lavorare», perché «le tasse» ‒ che per inciso loro non hanno mai pagato ma sempre evaso ‒ «ti mangiano tutto», a causa di uno Stato che «è un rapinatore». E non è raro poi scoprire, dietro a questo genere di poveri piagnucolosi che si dichiarano vittime dell’intero universo cosmico, dei soggetti che nella loro vita hanno bruciate splendide opportunità sia di lavoro sia di sistemazione sociale che molti altri non hanno mai avuto, sebbene questi secondi conducano vite profondamente dignitose pur nelle loro grandi ristrettezze economiche, senza fare il giro dei parroci a elemosinare il pagamento di una bolletta della luce, salvo poi andare a spendere quanto hanno raccolto in biglietti della lotteria.

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Anche in questo caso merita fare riferimento all’ingegno ed al vero e proprio genio partenopeo, anche perché, da quando mi sono eletto Arcivescovo di Napoli, amo portare ad esempio questa città nella quale, non poche persone, per riuscire a far fronte alle proprie necessità sono capaci ad inventarsi persino lavori che non esistono. Alcuni esempi: fare i parcheggiatori di parcheggi inesistenti, fare le guide turistiche a pagamento senza i permessi, vendere sulle bancarelle senza licenza e senza il pagamento delle tasse sul suolo pubblico, semmai tenendo nel sottobanco anche qualche stecca di sigarette di contrabbando. E non solo tutte queste sono cose illecite, ma sono anche precise figure di reato. E terminata la giornata, queste persone portano il cosiddetto pane a casa. Si tratta, come ripeto, di commerci non propriamente leciti e di lavori non regolari. Ma di fronte a queste persone io mi tolgo di testa il mio saturno invernale di castorino ‒ quello che piace tanto al Pontefice regnante ‒, provando invece al tempo stesso un senso di disgusto e forse pure di sprezzo nei confronti di tutti coloro che preferiscono andare piagnucolosi a elemosinare da una chiesa all’altra, dichiarandosi vittime di una «società ingrata», dei «governi infami», dello «Stato assente», sino ad arrivare alla «sfortuna» ed alla «cattiva sorte». A questo genere di persone io non darò mai un centesimo, mentre al parcheggiatore e all’ambulante abusivo che si cerca degli espedienti non propriamente legali per guadagnarsi la giornata, sono capace anche a comprare una stecca di sigarette di contrabbando per poi regalarla in omaggio ad un artigiano che lavora in nero senza licenza; tutte persone molto più dignitose degli accattoni professionisti che in giro per le nostre chiese trovano sempre gli immancabili parroci beoti abbonati a quel giornalaccio di Avvenire pronti a pagargli i biglietti della lotteria, presentati come bolletta della luce che non riescono a pagare.

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Nell’omelia di martedì 21 novembre 2017 il Santo Padre ha trattato degli argomenti molto delicati legati alle «colonizzazioni ideologiche» [cf. testo, QUI]. E lo ha fatto in un modo così profondo e alto a livello dottrinale e pastorale, da indurre a chiedersi: siamo dinanzi ad una psicologia borderline?

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Come uomo di fede, come sacerdote e teologo, credo di essere abbastanza in grado di distinguere un soggetto che agisce condizionato da patologia borderline, da una persona che invece agisce su impulso dello Spirito Santo. Infatti, i problemi nascono quanto certe orde di neocatecumenali, carismatici e invasati del Rinnovamento nello Spirito Santo, confondono il loro spirito borderline con le cosiddette mozioni divine, facendo passare le loro psicopatologie o le loro nevrosi ossessive più o meno gravi, come rivelazioni o imperativi della Terza Persona della Santissima Trinità.

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L’omelia in questione rientra nella azioni e nei doni di grazia dello Spirito Santo che ha parlato attraverso il Successore del Beato Apostolo Pietro, che con una precisione straordinaria ci ha illustrato tra le righe:

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  1. la condanna del modernismo;
  2. la condanna del sincretismo religioso;
  3. la condanna del trasformismo;
  4. la condanna delle false novità;
  5. la condanna dell’uniformismo conformista.

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Lodando al tempo stesso:

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  1. la difesa della Tradizione;
  2. la fedeltà alla legge;
  3. il richiamo all’assolutezza della legge morale;
  4. il dovere di conservare il deposito della fede.

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Tutto questo potrebbe spiazzare la lobby modernista che forse correrà ai ripari facendo semmai annunciare a La Repubblica ciò che il Sommo Pontefice non ha detto, o facendo passare per alto e infallibile magistero qualche sua inopportuna battuta a braccio fatta in privato a poche persone all’uscita dalla mensa della Domus Sanctae Marthae.

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In questa splendida omelia rimangono comunque due precisi punti che il Sommo Pontefice dovrebbe chiarire, se egli non avesse come teologi di riferimento il Cardinale Walter Kasper e l’Arcivescovo Manuel Fernández.

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Primo Punto: non si deve parlare della “mia fede” e della “tua fede”, perché la vera fede è una sola ed uguale per tutti: è mia ed è tua. Se io sono nella verità e tu sbagli, non devo dirti: «tu hai un’altra fede e la rispetto» ‒ come nello stile venefico del falso ecumenismo di Walter Kasper ed affini ‒, ma è mio dovere e imperativo di coscienza correggerti dall’errore, perché è proprio per questo motivo che Noi siamo Romano Pontefice e che tutti noi siamo Cardinali, Vescovi e Sacerdoti. Altrimenti la fede cattolica non è più Verità assoluta e Parola di Dio, indirizzata a tutti e doverosa per tutti, per la salvezza di tutti, ma è solo una fallibile, soggettiva e relativa opinione umana. Altrimenti si corre il rischio di cadere nel relativismo e nell’indifferentismo.

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Secondo punto: il fatto che la verità di fede è una sola e che tale deve essere uguale per tutti, non è monotono e piatto uniformismo, ma è necessità logica, in quanto la fede è una verità oggettiva ed universale, ed è richiesta dalla stessa fede [«una sola fede», Ef 4,5]. Ciò peraltro non impedisce affatto le differenze, ma le fonda e le legittima, altrimenti non ci sarebbe il pluralismo, ma il caos, proprio come sta succedendo oggi all’interno della Chiesa, dove coloro che fino a ieri hanno gridato «più dialogo» e «più collegialità», sotto questo pontificato hanno creata una vera e propria dittatura da regime sovietico, anzi peggio, degna del piccolo dittatore coreano.

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Meditando su questa omelia, sono giunto ad una conclusione: lo Spirito Santo sta compiendo sicuramente una grande fatica ad operare sull’uomo Jorge Mario Bergoglio ed attraverso l’uomo Jorge Mario Bergoglio; ma siccome l’uomo Jorge Mario Bergoglio è il Successore del Beato Apostolo Pietro, che gode come tale di una assistenza del tutto speciale da parte dello Spirito Santo, ecco che, seppure con fatica, ogni tanto lo Spirito Santo ci riesce, semmai prendendolo quand’è stanco o quando si trova soprappensiero, ed in specie nelle cose particolarmente importanti. Proprio come ci riuscì con quella clamorosa e limitata testa di legno, tale fu alla prova dei fatti e secondo i più precisi racconti storici dei Santi Vangeli e degli Atti degli Apostoli il Beato Apostolo Pietro, che non fu eletto da un conclave, ma che con tutte le sue più evidenti limitatezze fu proprio scelto da Cristo Dio in persona [cf. Mt 16, 13-20], non dimentichiamolo mai, quando in modo rispettoso e legittimo accenniamo alle limitatezze oggettive di un Romano Pontefice che noi veneriamo ed al quale vogliamo davvero bene. E ciò all’esatto contrario dei ruffiani in carriera che oggi, per diventare vescovi e cardinali, alla stregua delle puttane di basso livello che si concedono ai marinai ubriachi, gridano in modo falso, ipocrita e calcolato: «poveri, povertà e jus soli !». Meno che mai il Pontefice regnante è venerato e benvoluto da quell’esercito di vescovi pavidi che oggi tacciono “prudenti”, perché considerando con cinico clericalismo che ormai egli ha già superato gli ottant’anni, aspettano che se ne vada al Creatore per poi uscire di nuovo allo scoperto e saltare sul carro del nuovo vincitore, perché a nessuno di loro interessa il bene della Chiesa, ma solo il bene della loro carriera. E temo che questi secondi, oggi postisi da parte con spirito di calcolato silenzio, caricandosi però sempre più di veleno giorno dietro giorno, domani saranno purtroppo i nostri nuovi registi, affinché di male si possa andare ancòra in peggio, quando inevitabilmente cambierà vento.

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dall’Isola di Patmos, 23 novembre 2017

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7 thoughts on “Il Sommo Pontefice che non è un provinciale ma un quartierale, quando «conferma i fratelli nella fede» è sempre ignorato dai giornali laicisti e dai teologastri eretici

  1. Reverendi Padri,
    quale è il vostro parere sul fatto che la lettera, fino ad ora reputata privata, inviata da papa Francesco ai Vescovi argentini in risposta alle loro linee giuda sull’applicazione di AL è stata pubblicata sugli “Acta Apostolicae Sedis”, etichettandola come “magistero autentico” e che richiede, pertanto, “sottomissione religiosa dell’intelletto e della volontà”.

      1. Leggo nel link indicato:
        “Il contenuto della lettera del Papa è quindi di per sé in linea col suo potere giurisdizionale, tuttavia difetta nella forma giuridica, per cui, se non avviene una sanatio formale, essa è giuridicamente invalida, per il motivo che ho detto e che ripeto: la lettera del Papa non è un’interpretazione, ma un mutamento della legge. Mentre la Amoris Laetitia proibisce la Comunione con la suddetta restrizione, la lettera la ammette.
        Finchè non avverrà questa sanatio…”

        Dopo la pubblicazione della lettere di papa Francesco negli “Acta Apostolicae Sedis”, la “sanatio” è avvenuta?

    1. Lo spiega bene anche san Paolo: «Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor.10,12-13).

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