Il Sinodo dei giovani. La Chiesa, dopo la Shoah del mondo cattolico, sarà giudicata al nuovo Processo di Norimberga, dove i cardinali ed i vescovi risponderanno: « Ma io ho solo obbedito a degli ordini superiori ! »

— attualità ecclesiale —

IL SINODO DEI GIOVANI. LA CHIESA, DOPO LA SHOAH DEL MONDO CATTOLICO, SARÀ GIUDICATA AL NUOVO PROCESSO DI NORIMBERGA, DOVE I CARDINALI ED I VESCOVI RISPONDERANNO AI GIUDICI: «MA IO HO SOLO OBBEDITO A DEGLI ORDINI SUPERIORI !»

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Nel momento storico-ecclesiale più inappropriato è stato indetto un Sinodo dei giovani mentre la Chiesa visibile, dopo la Shoah del Cattolicesimo, si accinge a finire su banco degli imputati al processo di Norimberga, che su di lei emanerà una sentenza che rimarrà scritta nella storia. Nel corso di questo processo saranno giudicati uno appresso all’altro tutti coloro che sul banco degli imputati hanno portato la Chiesa visibile sotto gli occhi del mondo, dopo la perpetrazione di gravi crimini consumati in danno della Chiesa Corpo Mistico di Cristo [cf. Col 1, 12-20]. E come accaduto settant’anni fa, noi sentiremo cardinali e vescovi rispondere: «Ho solo ubbidito a degli ordini superiori!»

.Versione inglese – English version

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Senza fare processo alcuno alle intenzioni, la sensazione che si ha è che i sinodi rischiano di essere impostati come lo era l’Assemblea dei Deputati del Popolo dell’Unione Sovietica, o come adesso lo è il Parlamento della Corea del Nord. Ammettiamo che all’interno dei sinodi si possa anche discutere, com’è avvenuto nel corso del Sinodo sulla famiglia. Certo, che si discute, i sinodi servono apposta per questo. A cosa servono però le discussioni, quando poi nel documento finale si è visto approvare ciò che i Padri Sinodali avevano respinto in modo anche deciso ed a grande maggioranza? Se infatti la Corte dei Miracoli, come la chiamo io, oppure il Cerchio Magico, come invece lo chiama il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, ha già un’agenda pronta con tutta una serie di questioni già stabilite, ma soprattutto di fatto già approvare, perché convocare dei sinodi? Forse per dare la parvenza di collegialità allo stesso modo in cui il giovane dittatore della Corea del Nord, Kim Jong, vuol dare una parvenza di democrazia parlamentare? E che fine hanno fatto i dissidenti coreani, sono forse finiti legati sulle testate dei missili poi lanciati appresso per le prove sperimentali?

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Veniamo all’agenda della Corte dei Miracoli o Cerchio Magico : il Sinodo dei giovani dovrà servire, come già ampiamente dimostrato, a sdoganare la lobby LBGT. E benché i rappresentanti dei giovani non abbiano mai usato né fatto riferimento a questo acronimo nei loro documenti programmatici, vi ha però provveduto il Cardinale Lorenzo Baldisserri, non omettendo di esprimersi in modo impreciso e contraddittorio, che sotto certi aspetti pare equivalga a mentire [si rimanda alla cronaca, QUI].

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La menzione dell’acronimo LGBT, che come sappiamo indica lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, è anzitutto una questione di forma e di diritto, che successivamente avrà poi implicazioni non indifferenti sul piano della dottrina e del magistero. Cerchiamo di capire: se nell’opera Gai Institutionum Commentarii — che per inciso non ha niente a che vedere con i gay, bensì col celebre giurista Gaio che compilò i propri commentarî nel 180 circa d.C. — fosse stato inserito il problema dei coito orale secondo la giurisprudenza del tardo principato Augusteo, risalente all’anno 30 circa a.C, è presto detto che questa amena pratica erotica avrebbe avuto anzitutto rango e dignità giuridica nel sistema del diritto romano. Mentre invece, il problema del coito orale, non esiste di diritto e di fatto nella giurisprudenza; dubito altresì vi si possa giungere, anche applicando nella forma più estensiva altre leggi. E non esiste perché, sempre di diritto e di fatto, non esiste appunto l’istituto giuridico del coito orale. La giurisprudenza non può infatti trattare né regolamentare ciò che per la Legge non esiste. Ecco perché in qualsiasi genere di sistema giuridico, sia in quelli di impianto romano sia in quelli fondati sulla common law, l’uso di parole e di termini è sempre molto delicato, perché la Legge, molto prima di punire — la punizione è infatti solo l’atto finale estremo conclusivo —, mira a riconoscere, stabilire, quindi a regolamentare.

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A questo si aggiunga, sempre a titolo di esempio, un fatto che pochi all’interno della odierna Chiesa visibile possono smentire: in molti istituti teologici cattolici, trattando per esempio della Santissima Eucaristia, sono sempre più usate teologie e terminologie tratte dal lessico luterano, a partire da consustanziazione. Se in certe università pontificie romane uno osa fare riferimento alla scolastica ed al tomismo, quindi al termine di transustanziazione, corre il rischio di essere sbeffeggiato o indicato come pre-conciliare (!?). E, gli sbeffeggiatori, prerogativa dei quali è la più crassa ignoranza, seguiteranno a ignorare che uno dei due Sommi Pontefici del Concilio Vaticano II, proprio colui che lo ha gestito, portato avanti e poi chiuso, il Beato Pontefice Paolo VI, che a giorni sarà anche canonizzato, ha definito come opportuno e non sostituibile questo termine teologico [Enciclica Mysterium Fidei, n. 47, testo QUI]. E da ciò dobbiamo forse dedurre che il Beato Pontefice Paolo VI era nei concreti fatti un pre-conciliare? Come però ho scritto più volte, nella Chiesa visibile odierna si firmano con una mano i decreti di beatificazione e canonizzazione dei Romani Pontefici, con l’altra mano si firmano invece documenti che colpiscono, od in alcuni casi azzerano, il loro sommo magistero.

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Il fatto che oggi si viva in una Chiesa visibile nella quale si può definire come scolastico-archeologico il termine di transustanziazione, quindi rigettarlo o contestarlo nelle aule delle università pontificie, ma al tempo stesso si inseriscano però nel lessico ecclesiastico termini come LBGT, con il rischio che questo acronimo luciferino entri poi nel vocabolario del Magistero della Chiesa, può non toccare e non sconcertare solo il Cardinale Lorenzo Baldisseri, con appresso tutto il corifeo dei giornalisti della Pravda Pontificia per i quali mai, come «nei tempi di questa epocale rivoluzione», le cose erano andate così bene. E che le cose, in piena Rivoluzione Russa Pontificia vadano bene come mai prima erano andate, lo provano le chiese sempre più vuote, i fedeli smarriti e delusi, il clero allo sbando, la caduta delle vocazioni, gli abbandoni del sacerdozio mai numerosi come nel corso degli ultimi cinque anni, ma sui quali tace però a livello statistico la Congregazione per il Clero, presieduta da un altro amico della Corte dei Miracoli, o Cerchio Magico.

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S.E. Mons. Charles Joseph Chaput, Arcivescovo Metropolita di Philadelphia

Così, tra L’Assemblea dei Deputati del Popolo della Pontificia Unione Sovietica si è levata, grazie a Dio, la voce di S.E. Mons. Charles Chaput, Arcivescovo Metropolita di Philadelphia, che ha richiamato all’uso delle corrette parole [cf. cronaca QUI, QUI], perché sul piano della dottrina cattolica, alle parole è poi legata la sostanza: le parole ed i segni esterni servono per esprimere la sostanza. Cosa questa che dovrebbe essere nota a chiunque abbia studiato, anche in modo non approfondito, i primi grandi concili dogmatici della Chiesa, nei quali per definire anzitutto la natura di Cristo Dio si fece ricorso a precisi termini modulati dal lessico filosofico greco, come il concetto di ὑπόστασις [ipostasi, o natura ipostatica].

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Dell’Arcivescovo di Philadelphia invitiamo a leggere il suo articolo: «Carità, chiarezza ed il loro contrario» [articolo QUI].

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Qualcuno, per definire oggi — quindi sdoganare — le varie forme di esercizio delle sessualità umana, posto che Dio «maschio e femmina li creò» [Gen 1, 26-27], vuole forse inserire nel lessico ecclesiale termini come LGBT, dando semmai vita ad una nuova natura umana quatripostatica, vale a dire la natura lesbica, gay, bisessuale e transessuale?

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Il Sinodo sulla famiglia ha lasciato una Chiesa divisa e disorientata, oltre a diversi morti per infarti repentini tra i filari della Vigna del Signore. E dopo che si è tentato di sdoganare l’adulterio, è seguito il Sinodo dei giovani nel quale pare si stia da sùbito tentando di sdoganare le varie pratiche di espressione sessuale, senza porsi il problema — come lamenta santamente l’Arcivescovo Charles Chaput — che i cattolici LGBT non possono esistere, meno che mai la Chiesa può legittimarne l’esistenza. O, detta con un altro esempio, tutt’altro che paradossale: può un soggetto definirsi cattolico-ateo e rivendicare in quanto tale, ossia come ateo, la sua piena appartenenza al Cattolicesimo? Sì, può farlo esattamente nella stessa misura in cui, un transessuale orgoglioso del proprio transessualismo, può definirsi un cattolico-transessuale e pretendere pieno diritto di cittadinanza nel Corpo della Chiesa Cattolica ed esigere la piena legittimazione di tutte le sue istanze. Perché, qualora i laudatori della Rivoluzione Russa Pontificia non se ne fossero accorti, in forme diverse, proprio a questo stiamo andando incontro, ad una figura del tutto nuova di Cattolicesimo e di Cattolici: il Cattolicesimo dei Cattolici atei, muniti sia come ecclesiastici sia come laici, dell’esercizio di una diabolica prerogativa, che è quella di angariare e di perseguitare i credenti.

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Vedremo come andrà a finire anche questo Sinodo, ma soprattutto vedremo se, come nel precedente, quello che sarà rigettato dai Padri Sinodali finirà nel documento finale, nascosto semmai, anche questa volta, in qualche espressione ambigua o in qualche nota marginale messa a fondo di pagina, della serie … “io furbo, voi scemi!”. Però, quel che solo importa, è di ascoltare tutti, dando così l’impressione di essere sinodali, collegiali e soprattutto democratici, proprio come lo è il dittatore coreano Kim Jong, che prima convoca il parlamento fantoccio della Corea del Nord, poi fa rigorosamente quel che gli pare.

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Terminato questo Sinodo che si è aperto con l’inserimento dell’acronimo dogmatico quatripostatico LBGT, non richiesto da nessuno nello instrumentum laboris, poco dopo se ne aprirà un altro, il Sinodo Pan Amazzonico, nel quale è da tempo in agenda lo sdoganamento del sacerdozio conferito agli uomini sposati. Ma si presti attenzione, il tutto solo … ad experimentum. Intanto, nella Diocesi di Roma, sebbene il fatto non abbia richiamata attenzione e prodotta notizia, sono già in corso le prove generali, se consideriamo che pochi giorni fa è stato nominato “parroco” di una parrocchia metropolitana — beninteso sia: ad experimentum un diacono permanente, giunto in canonica con moglie e quattro figli. E questo nucleo familiare, dalla pagina ufficiale dei Diaconi di Roma, che peraltro sono una vera e propria succursale del Movimento Neocatecumenale, è stato indicato come … «famiglia diaconale» (!?) [cf. servizio QUI]. Detto questo vorrei sapere: i membri della mia famiglia, avendo un loro congiunto presbìtero, possono essere indicati come “famiglia presbiteràle”? E mia madre e mio fratello, possono essere indicati come “madre presbiteràle” e come “fratello presbiteràle”, ovviamente estendendo il titolo alla mia “cognata presbiteràle” ed al mio “nipote presbiteràle”? E vogliamo forse dimenticare la mia “gatta presbiteràle”? Inutile dire che il discorso sarebbe davvero lungo, dato però che quanti non conoscono la storia sono condannati a ripeterla in forma peggiorativa, val la pena ricordare, seppure sommariamente e velocemente, che quel diaconato detto oggi permanente, cadde in disuso come ordine e divenne solo una tappa di passaggio per l’ordinazione presbiteràle, dopo che proprio a Roma, tra i secoli VIII e X, i diaconi avevano acquisito un ruolo preminente. I diaconi erano ormai a capo delle principali chiese e non volevano essere neppure ordinati presbìteri, perché poi, da queste prestigiose chiese, accedevano direttamente all’episcopato. Il diaconato permanente sarà così ripristinato solo dopo mille anni, dal Concilio Vaticano II. E si noti che non in tutte le diocesi del mondo i vescovi hanno ordinato dei diaconi permanenti, che sono assenti, per esempio, in gran parte dei Paesi africani, per non ingenerare nelle popolazioni cattoliche confusione; ed in specie laddove, per motivi antropologici e culturali, le regole legate alla castità del celibato da parte dei presbiteri non sempre sono applicate. Nel cuore stesso dell’Europa, in Polonia, i primi due diaconi permanenti sono stati ordinati solo quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, nel 2009.

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Nel clero cattolico di rito orientale sono sempre esistiti i preti sposati, ma il loro ministero potevano esercitarlo solo nelle diocesi appartenenti al loro rito; un rito regolamentato, tra l’altro, anche dall’apposito Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali. Siccome però sono in corso le grandi prove generali, ecco che diversi di questi preti e loro famiglie sono stati accolti in diverse nostre diocesi italiane, a partire dall’Arcidiocesi di Perugia, di cui è Arcivescovo Metropolita non un vescovo tra i tanti, ma il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Soprassiedo su due diversi fatti di ordine giuridico e mi limito a domandare: in caso di eventuali controversie che coinvolgano un prete sposato, quale diritto sarà applicato, quello latino o quello delle Chiese Orientali? Ovviamente lo so bene, che il Diritto Canonico è stato da tempo sostituito dal più selvaggio libero arbitrio che poi si muta in quella vera e propria prepotenza che prende vita dalla mancanza di qualsiasi regola, però la domanda retorica suona bene, ed anche se inutile la rivolgo ugualmente. Per quanto poi riguarda la eventuale incardinazione nelle diocesi di rito latino, come può avvenire l’incardinazione di preti sposati di rito orientale appositamente latinizzati per le prove generali in corso, scopo delle quali è quello di compiacere il Capo del Soviet Pontificio e la cerchia dei suoi più fidati Consiglieri? Ecco, questo potrebbe spiegarcelo il Cardinale Gualtiero Bassetti in persona, che è Arcivescovo Metropolita di Perugia e Presidente dei Vescovi Italiani e che ospita nella sua diocesi due preti sposati, per anticipare così le decisioni del Sinodo dell’Amazzonia, che ricordiamo: sono già state prese prima della sua apertura [intervista, QUI].

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Detto questo sorge una domanda: in Amazzonia, si chiedono ad experimentum i preti sposati, perché la carenza di clero è molto elevata. A Roma, invece, per affidare una parrocchia ad un diacono permanente, quale drammatica carenza di clero c’è? Perché dando uno sguardo all’annuario diocesano scopriamo che le parrocchie metropolitane sono 332. Il presbitèrio romano conta 1.256 presbìteri, ai quali si aggiungono 2.929 presbìteri di altre diocesi residenti a Roma. A questi presbìteri secolari si aggiungono poi 5.317 membri del clero regolare, che sono i presbìteri religiosi, ed altri 87 presbìteri appartenenti a varie prelature personali [vedere annuario, QUI].  A Roma risiedono quindi un totale di circa 9.580 presbìteri tra presbìteri romani, presbìteri residenti in diocesi e presbìteri delle varie famiglie religiose. La Diocesi di Roma conta circa 2.350.000 battezzati, che divisi tra il numero di presbiteri che vivono nel territorio canonico diocesano, danno come statistica quella di un sacerdote ogni 250 fedeli circa, il tutto in una Roma con le chiese sempre più vuote.  È bene poi precisare che il territorio della Diocesi di Roma, è limitato solo alla Capitale d’Italia, perché fuori città, nel Comune di Roma, sorgono le varie diocesi suburbicarie. Domanda: era quindi necessario, ad esotico experimentum, affidare una parrocchia a un diacono permanente nella Chiesa Madre e Madre di tutte le Chiese della Orbe Catholica? Prendiamo quindi atto che mentre si celebra il Sinodo dei giovani, sono già in corso le prove generali per quello amazzonico che ci donerà i preti sposati, è già stato stabilito. Ribadisco, il tutto solo ad experimentum e previa convocazione del Pontificio Parlamento della Corea del Nord, dove i dissidenti finiscono presumibilmente legati sulle testate dei missili sparati durante le esercitazioni, ma non illudetevi, perché nella Roma della misericordia, ai misericordiati, accade anche parecchio di peggio.

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Se il Cardinale Gerhard Müller, in una lunga intervista rilasciata a Raymond Arroyo — che merita essere ascoltata da tutti coloro che comprendono l’inglese —, è tornato su vari argomenti. Sull’argomento dai cattivi amici che circondano il Romano Pontefice, il quale se li è cercati con la lanterna di Diogene; sull’argomento che S.E. Mons. Carlo Maria Viganò ha detto null’altro che la verità [cf. QUI, QUI], ciò è avvenuto perché l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è un autentico uomo di Dio. A questo si aggiunga che il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, a livello antropologico, racchiude in sé la forza del barbaro teutonico, nel senso bellico più nobile del termine. Ricordiamo infatti che quando i barbari discesero dal Nord dell’Europa mentre l’Impero Romano era agonizzante, trovarono i detentori del potere ubriachi e truccati da donne impegnati a giocare nelle alcove con i giovanotti [cf. mio precedente articolo, QUI]. O, detta in altri termini: i romani erano presi a vivere lo stile di vita LBGT che aveva ormai da tempo assorbito lo stile di vita S.P.Q.R, acronimo che anticamente riassumeva il concetto e fondamento di Senatus Populus Quirites Romani, ed in seguito Senatus PopulusQue Romanus. La differenza, come varie volte ho ricordato, fu che i barbari, colpiti dalla virile tempra dei grandi Padri della Chiesa, in quel clima di totale decadenza si convertirono in massa al Cristianesimo. Nella Roma di oggi, da chi dovrebbero essere conquistati i nuovi barbari, forse da quattro finocchi impazziti avvinghiati come polipi al trono, al quale tutto sommato sono di grandissima utilità, essendo costoro i più devoti ruffiani, i servitori più interessati, i delatori e le spie più efficienti, nonché facilmente gestibili e manipolabili dal sovrano, che conosce a uno a uno tutti i cadaveri in putrefazione che essi tengono chiusi dentro i loro sepolcri, neppure bene imbiancati, come invece lo erano i sepolcri richiamati nei Santi Vangeli? [cf. Mt 23, 27-32].

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Temo che nessuno abbia poi analizzato il rapporto storico che lega la psicologia del Cardinale Gerhard Ludwig Müller alla storia del suo Paese natio, che è la Germania. Se ci pensiamo bene, oggi la situazione della Chiesa visibile è paragonabile alla disfatta della Germania nel 1945, con Adolf Hitler rinchiuso nel bunker di Berlino con la ristretta corte dei suoi fedelissimi, mentre dinanzi alla sconfitta si seguitava a combattere, sino ad arruolare adolescenti di sedici anni. Al tempo stesso si seguitava ad illudere il Popolo che a breve sarebbe stata completata e usata la Grande Arma Segreta. Esattamente come oggi tentano di fare dinanzi alla disfatta i giornalisti mainstream della Pravda Pontificia, non tanto difendendo l’indifendibile, che può essere anche comprensibile e persino giustificabile sul piano umano e psicologico, ma negando, pur sapendolo bene e pur conoscendone persino tutti i dettagli, quante vite di buoni e santi sacerdoti sono state rovinate per non essersi costoro piegati alla complicità con il male. E questo rende certi giornalisti mainstream della Pravda Pontificia degli autentici criminali senza scrupoli umani, oltre che privi dei basilari sentimenti cristiani. Sappiano comunque, costoro, che il ponte sul fiume trabocca ormai di pazienti spettatori che attendono il passaggio dei loro corpi trascinati dalla corrente, quando con una disinvoltura che scandalizzerebbe persino le mignotte di più basso livello, dopo il prossimo conclave tenteranno immediatamente di riciclarsi e di cambiare colore come i camaleonti, ma soprattutto come se nulla fosse stato. Se ne facciano però una ragione sin da adesso: non dovranno cambiare colore di pelle, ma dovranno proprio cambiare mestiere, perché ad ogni loro minimo sospiro, gli saranno sbattuti pubblicamente sulla faccia tutti gli scritti con i quali hanno sostenuto l’insostenibile e difeso l’indifendibile. Non hanno neppure esitato a falsare fatti e notizie, con una terribile aggravante sulla quale nessuna coscienza cattolica potrà mai soprassedere: il tutto, lo hanno fatto e portato avanti a danno delle vittime e dei sofferenti, verso i quali hanno mostrato una indifferenza che non è semplicemente disumana, perché è proprio satanica. Ma quel che è peggio è che hanno leccato il culo dei carnefici, mostrando totale indifferenza verso le vittime colpite e perseguitate all’interno della Chiesa, di cui conoscevano molto bene, ed anche in tutti i minimi particolari, sia le storie sia le grandi sofferenze. E al Demonio non si permette mai di rientrare dalla finestra sotto mentite spoglie, dopo averlo cacciato fuori dalla porta; e se per caso egli chiede perdono fingendo di essere pentito, non bisogna assolutamente credergli, perché è il Supremo Prìncipe della menzogna e dell’inganno.

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Dopo la morte di Adolf Hitler, la Germania fu percorsa da un’ondata di suicidi; famiglie intere, si suicidarono. La frase più ricorrente che correva tra i buoni tedeschi — che ricordiamo erano molti — suonava più o meno così: «Mi vergogno di essere tedesco». Frase che ho già udito più volte in privato da vescovi e presbìteri: «Dinanzi a questa situazione c’è da vergognarsi ad appartenere a questa Chiesa», sottintendendo con questa espressione che la vergogna è tutta legata alla struttura ecclesiale ed ecclesiastica di questa povera Chiesa visibile, non certo al mistero della Chiesa Corpo Mistico di Cristo.

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Come sappiamo, dal bunker di Berlino si è poi passati al Processo di Norimberga, dove sul cadavere carbonizzato di colui che fu il führer, ma soprattutto sulle rovine della Germania, furono giudicati e condannati i principali capi nazisti, molti dei quali condannati poi a morte, non vigendo all’epoca la Nuova Chiesa della Misericordia che settantatré anni dopo toglierà dal Catechismo anche l’ipotesi più remota ed eccezionale della pena di morte. Pertanto, se domani dovesse ripetersi qualche cosa di simile, misericordieremo i responsabili-simbolo della morte di milioni e milioni di persone e li affideremo ai servizi sociali [cf. nostri precedenti articoli QUI, QUI, QUI].

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Nella Chiesa sta per ripetersi il Processo di Norimberga. Domani, presto o tardi, sulle disastrose macerie della distruzione, mentre vescovi e preti diranno dinanzi al mondo «mi vergogno di appartenere a questa Chiesa», vedremo sfilare dinanzi ai giudici un esercito di cardinali e di vescovi che tenteranno di giustificarsi dicendo: «Ho solo ubbidito a degli ordini superiori!». Con i giornalisti della ex Pravda Pontificia che, non potendosi più riciclare, affermeranno da parte loro: «Noi abbiamo solo scritto quel che ci è stato ordinato di scrivere!». Alla domanda dei giudici: «Eccellenza … Eminenza … Monsignore … ma lei si rende conto che ubbidendo ad “ordini superiori” ha coperto i colpevoli di gravi crimini ed ha duramente colpito degli innocenti, che erano sottoposti ad ogni genere di sofferenza ed angheria sotto i vostri occhi impotenti?». E quando nel giorno del loro giudizio, Dio domanderà «Perché non hai difeso la Chiesa e il Popolo di Dio che io ti ho affidato», essi risponderanno: «Ma io ero vincolato dal segreto pontificio!».

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La morte di Cristo Signore si rinnova e nel tempo si ripropone in modi diversi, ma rinnovando nella sostanza il suo sacrificio; non a caso, il suo Corpo Glorioso, dopo la risurrezione vive portando tutt’oggi impressi i segni della passione. Pertanto oggi, Cristo Signore, è morto in croce perché vescovi e cardinali hanno «ubbidito a ordini superiori» e nel farlo erano per di più «vincolati al segreto pontificio».

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È solo questione di poco tempo, lasciamo che questo mostro dia gli ultimi pericolosi e mortiferi colpi di coda, perché a breve saremo nella grande aula di Norimberga, per sentir ripetere dai diretti responsabili della Shoah della Chiesa Cattolica: «Ho solo ubbidito a degli ordini superiori!». E noi, con buona pace del misericordismo, proprio per profonda e autentica misericordia, concederemo loro la grazia espiatoria del patibolo. Perché loro sono la morte, noi che oggi siamo sofferenti, angariati e perseguitati in casa nostra, siamo invece la salvezza ed il futuro della Chiesa di Cristo pellegrina sulla terra. E nessuno, ci impedirà mai di compiere la nostra missione Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Perché la Chiesa è di Cristo, non è proprietà privata di Pietro, che di Cristo è il Vicario, non il Successore, meno che mai il correttore della sua parola. E il potere dato a Pietro non è affatto totale e assoluto come alcuni vorrebbero far credere, anzi: è un potere molto vincolato. Il potere di Pietro è strettamente vincolato al deposito della fede cattolica, della Tradizione e della dottrina. Pietro non è il padrone assoluto della Chiesa, al contrario: è il suo primo e fedele servitore, chiamato a custodire la verità ed a confermare i suoi fratelli nella fede [cf. Lc 22, 31-34]. La missione di Pietro, non è quella di convocare il Parlamento “democratico” della Corea del Nord. La missione di Pietro non è di confondere il Popolo di Dio, usando parole ambigue e poco chiare, perché Cristo ci insegna: « Sia invece il vostro parlare “sì, sì; no, no”; il di più viene dal maligno» [cf. Mt 5, 37].

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Insomma: nei Santi Vangeli, tutto è molto chiaro e nessun “furbo”, in duemila anni di storia, ha mai inserito piccole note ambigue a piè di pagina. Detto questo, è infine necessario chiarire: è vero, nessun presbìtero, vescovo o cardinale è obbligato a essere un eroe. Ma per un presbìtero, un vescovo o un cardinale, non è certo un grande onore umano e cristiano essere un coniglio che di fronte al giudizio della storia, risponde: « Ma io ho solo obbedito agli ordini superiori ! ».

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dall’Isola di Patmos, 7 ottobre 2018

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4 thoughts on “Il Sinodo dei giovani. La Chiesa, dopo la Shoah del mondo cattolico, sarà giudicata al nuovo Processo di Norimberga, dove i cardinali ed i vescovi risponderanno: « Ma io ho solo obbedito a degli ordini superiori ! »

  1. Purché ci ricordiamo che Norimberga è una metafora, e neanche troppo appropriata; a Norimberga fu applicato il diritto dei vincitori, che alcune cose ricordarono, ma troppe ne dimenticarono. Noi da duemila anni sappiamo che ci sarà ben altro tribunale e ben altro Giudizio (Toh, sono diventato benaltrista anch’io), al quale i cattoatei hanno smesso da un pezzo di credere.

  2. Salve Padre Ariel,

    vorrei domandare: un giovane come può aver fiducia nella chiesa oggi quando la maggior parte del clero è apostata,ipocrita e falso e segue il principe del mondo?
    grazie

    1. Caro Fabio,

      se come immagino lei legge i miei vari scritti, avrà notato che io uso spesso il termine «Chiesa visibile». Con questo termine sottintendo il corpo ecclesiale ed ecclesiastico, che è formato da sempre, sin dall’epoca apostolica, non solo da oggi, da persone corrotte dalla grandissima povertà del peccato.
      Anche e soprattutto per questo sono stato consacrato sacerdote: per portare ai poveri che sono privi di Cristo, la ricchezza salvifica del Santo Vangelo e strapparli così alla povertà; quindi per combattere un’altra grande povertà, che è la povertà generata dal peccato.

      Per quanto riguarda il clero, credo mi si possa dare atto che in anni e anni di apostolato svolto anche attraverso numerosi scritti pubblicistici, non ho certo mancato di indicarne le gravi piaghe; e non ho neppure mancato di indicare, soprattutto, il silenzio dei Vescovi, od il modo in cui le Autorità Ecclesiastiche non hanno calato la misericordiosa scure su certi soggetti, che andavano rigorosamente dimessi dallo stato clericale.

      Che nella Chiesa visibile e nel suo clero serpeggi una crisi morale senza precedenti che poi ha generato una crisi dottrinale, o viceversa che la crisi dottrinale abbia generato quella morale, è un fatto. Penso, come modesto studioso di dogmatica, storia del dogma e quindi storia della Chiesa e del diritto, che quanto stiamo vivendo oggi, non abbia dei precedenti storici. E anche questo l’ho scritto e spiegato più volte: perlomeno, io di precedenti storici non ne ho trovati.

      Con estrema fatica, oggi dobbiamo cercare qualche spiga di buon grano in un campo invaso dalla gramigna, prendendo questa fiduciosa ricerca, basata sulla virtù teologale della speranza, come una vera e propria prova di fede.

      Se parliamo invece del Mistero della Chiesa, ossia del Corpo Mistico di Cristo, di cui egli è capo e noi membra vive, il discorso cambia, perché stiamo appunto parlando della Santa Sposa di Cristo, come ci spiega il Beato Apostolo Paolo:

      «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26 per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» [Ef 5, 26-27].

      Esistono ancòra santi sacerdoti? Si, sicuramente pochi, ma esistono. Certo, bisogna saperli cercare, perché i pochi santi che ci rimangono, vanno cercati nelle zone più periferiche, che non sono affatto le poetiche «periferie esistenziali», ma le periferie della solitudine e dell’isolamento prodotto dall’ostracismo o da forme di vera e propria persecuzione interna.

      In questo momento di tribolazione, dinanzi al quale solo gli accoliti del Maligno possono affermare che «mai le cose erano andate così bene e che la Chiesa visibile è in perfetta salute e pervasa da una straordinaria rivoluzione epocale», il nostro compito – e con esso la sfida che questi tempi ci rivolgono giorno dietro giorno -, è la fede e la fiducia nel Capo del Corpo che è la Chiesa: Cristo Verbo di Dio.

      «Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
      il principio, il primogenito di coloro
      che risuscitano dai morti,
      per ottenere il primato su tutte le cose» [Col 1, 18].

      Insomma, caro Fabius, se la mia fede e con essa la grazia del mio sacerdozio ministeriale, dipendesse dagli uomini, o peggio dal “culto degli uomini” oggi tanto sviluppato, posso tranquillamente garantirle che avrei regalato le mie vesti talari a qualche attore comico del teatro d’avanspettacolo, avrei fatto un biglietto di sola andata per i Caraibi, ed in questo momento, a 55 anni, sarei sulle spiagge caraibiche in compagnia di tre splendide fanciulle di settantacinque anni … e dico settantacinque anni nel senso che, sommando i loro rispettivi venticinque anni, esse avrebbero raggiunta, tutte e tre, l’età complessiva di settantacinque anni.

      Invece rimango più che mai nel campo invaso dalla gramigna, animato da sicura e certa fede che io, devoto sacerdote di Cristo e sposo fedele della Chiesa, ho una mia qualche utilità nel mistero della economia della salvezza.Non sono diventato sacerdote per compiacere gli uomini, meno che mai gli uomini potenti e prepotenti, ma per compiacere Cristo.

      Infatti, quando un Alto Prelato, una volta, con sincero affetto mi disse: «Fai attenzione, perché quelli come te, non piacciono a …».
      Risposi: «E che m’importa, io sono diventato prete per piacere a Cristo».

      Ecco, questo vale anche per chi, come tutti i fedeli laici, partecipa al sacerdozio comune dei battezzati.

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