Domanda: “La Messa di Paolo VI è veramente valida”?

«LA MESSA DI PAOLO VI È VERAMENTE VALIDA»?

«Cari Padri dell’Isola di Patmos, talvolta sembra che nelle nostre chiese regni il caos liturgico: Messe dialogate, preghiere dei fedeli “spontanee” imbarazzanti, parole del messale variate a piacimento del celebrante, canti inopportuni, battimani e danze, donne che salgono all’altare durante le celebrazioni come se ne fossero padrone. Di recente ho letto un articolo che offre risposte attraverso un teologo domenicano, Padre Thomas Calmel. Ne sono rimasta colpita e vorrei sapere quanto questo scritto è vero, quindi chiedervi: “La Messa di Paolo VI, è veramente valida?”» [Chiara Caon, lettrice di Trento]

 

 

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Ariel S. Levi di Gualdo durante i vespri solenni

Caro Padre Giovanni.

Una lettrice di Trento ci ha inviato un articolo comparso sul sito Concilio Vaticano Secondo nel quale una pubblicista riporta per estratto alcune parti del pensiero del Padre Roger Thomas Calmel OP [1914-1975] che sostiene tesi fuorvianti sulla celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI [vedere QUI articolo integrale]. Dato che l’oggetto della domanda ruota attorno ad un tuo confratello domenicano, prego te di offrire risposta al quesito della nostra lettrice.

Il compito che con L’Isola di Patmos ci siamo prefissi è di fare teologia ecclesiale e pastorale in un momento di grande delicatezza che vede molti nostri fedeli sempre più disorientati, come prova il quesito sollevato da questa lettrice che di siffatto disorientamento è paradigma, perché molte sono le lettere più o meno analoghe che giungono alla posta della nostra redazione.

In alcuni miei articoli precedenti ho usato ironia e una certa irruenza verso alcuni opinionisti che non sono una semplice “minoranza” di “rumorosi insoddisfatti” ai quali non dar peso più di tanto, ma seminatori di errori velati dietro alla rassicurante difesa del depositum fidei, sino a funger spesso da punto di riferimento per molti smarriti, incapaci a cogliere in certi cattivi maestri il dramma delle «guide cieche» che «filtrano il moscerino e ingoiano il cammello» [cf. Mt 23, 24].

Nel contrastare certi errori si impone alle nostre coscienze sacerdotali un dovere di equilibrio e di prudenza riassumibile attraverso la celebre frase: «Non si può gettare via il bambino con l’acqua sporca», perché anche nelle posizioni errate, o in coloro che talvolta le portano avanti in buona fede, può esserci del buono. Il saggio apologo del bimbo e dell’acqua sporca mi porta però a temere il pericolo di caduta in un’altra insidia: anche in Ario e in Pelagio c’era del buono. Il primo era un uomo di fede, il secondo un pio asceta, entrambi teologi a tal punto raffinati che contro il primo si scomodò Sant’Atanasio, contro il secondo Sant’Agostino, i quali mai avrebbero perso il loro tempo prezioso col piccolo eretico del villaggio. E per giungere ai giorni nostri: non era forse, il Vescovo Marcel Lefebvre, un uomo di profonda pietà; un missionario straordinario che in Senegal formò buoni sacerdoti dando vita con ottimi risultati ai primi vescovi locali?

Per questo giudico cosa parecchio delicata cercare il buono nell’errante e gli elementi positivi di unione nell’eterodossia, perché se in questo agire la prudenza non è massima ed il rispetto del deposito della fede e del magistero della Chiesa non è ferreo, si può correre il rischio di trascinare in casa nostra le peggiori eresie dietro pretesti ecumenici o di dialogo interreligioso, come provano da alcuni decenni certe istituzione accademiche all’interno delle quali un numero elevato di teologi infarciti di modernismo insegnano dottrine di matrice protestante. Tutto questo è accaduto perché spesso si è cercato il buono ed i punti comuni di unione con gli erranti sino a trascinarci dentro casa anche i loro gravi errori, come tu stesso hai indicato tempo fa in una critica rivolta al pensiero del Cardinale Carlo Maria Martini, non certo alla sua degna persona [vedere QUI], alla quale fece eco poco dopo un’altra mia analisi [vedere QUI].

Come sacerdoti e teologi siamo chiamati a esercitare un sacro ministero che comporta un dovere al quale non possiamo sottrarci per imperativo di coscienza: dire all’occorrenza ai nostri fedeli cos’è giusto e cos’è sbagliato. Per questo usiamo a scopi puramente pastorali il prezioso strumento di questa rivista telematica, che io per primo non intendo usare né per azzuffarmi con “fazioni avverse” né per sterili polemiche con chi è chiuso alla grazia dell’ascolto, ma solo per servire nella verità e per la verità il Popolo che Dio ci ha affidato, salvando all’occorrenza i Christi fideles dalla caduta negli errori di certi cattivi maestri.

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Risponde il domenicano Giovanni Cavalcoli

 

Giovanni Cavalcoli in coro 2
Giovanni Cavalcoli OP nel coro del suo convento domenicano durante l’Ufficio Divino

Rispondo con piacere alla Lettrice di Trento dicendole anzitutto che nel campo della liturgia, il Romano Pontefice, esercita la sua autorità come sommo sacerdote e supremo moderatore del culto divino. Egli non è infallibile nel regolare il cerimoniale o nell’indire una riforma liturgica, cosa che appartiene al suo potere pastorale. Lo è però nell’interpretare, custodire conservare integra l’essenza o sostanza dei Sacramenti, in quanto dati di fede, perché ciò tocca l’infallibilità del suo magistero dottrinale.

L’essenza immutabile della Santa Messa è la seguente:

«Rito cultuale della Nuova Alleanza, col quale e per il quale, nella persona del sacerdote celebrante in comunione con la Chiesa e a nome della Chiesa, Cristo nello Spirito Santo offre incruentemente in sacrificio Se stesso al Padre per la salvezza del mondo».

Una riforma della Messa potrà essere pertanto più o meno felice, potrà avere bisogno successivamente di un’altra riforma o del recupero di quanto si aveva dismesso, ma non potrà mai alterare l’essenza della Messa. Supporre che il Papa possa indire una Messa eretica o modernista o filoprotestante, è a sua volta un’eresia, non in riferimento al suo potere pastorale, ma in quanto maestro della fede, dato che la Messa è un Mysterium fidei. Nella Messa bisogna quindi distinguere il cerimoniale dal rituale. Il primo può cambiare ed è di diritto ecclesiastico: il secondo è immutabile ed è di diritto divino.

Le norme della celebrazione della Santa Messa — il cosiddetto cerimoniale — possono quindi mutare nel corso dei secoli, come dimostra la storia stessa della liturgia. Ma l’essenza della Messa è immutabile, come pure è dimostrato dalla storia, fino alla Messa novus ordo, al di là di mutamenti che appaiono a volte profondi, ma che in realtà non intaccano la sostanza, come la ho definita sopra.

Il Sommo Pontefice non ha la facoltà di mutare la sostanza dei Sacramenti e quindi la struttura essenziale del rito della Santa Messa, sostanza o essenza che non è difficile enucleare al di là delle variazioni del cerimoniale avvenute nel corso della storia.

Ora però, la Messa novus ordo, è stata motivata dal Concilio Vaticano II con gravi ragioni note a tutti [Sacrosanctum Concilium, nn. 47-58]. Essa ha certamente un aspetto ecumenico, ma è stoltezza dire che è filo-protestante o infetta di modernismo o che essa cambia la Messa tradizionale.

La Chiesa può concedere a chi lo desidera il permesso di celebrare solo nel vetus ordo — come lo fece con San Pio da Pietrelcina —, che ovviamente resta valido; ma a patto che non lo si faccia come se la Messa valida fosse solo questa. La Chiesa consiglia ed ordina, ordinariamente, il novus ordo, perché pastoralmente è più adatto alla situazione odierna.

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17 thoughts on “Domanda: “La Messa di Paolo VI è veramente valida”?

    1. Caro Guido.

      Talvolta, il disprezzare, quindi l’invito implicito al disprezzo, può essere più dannoso e nocivo del dichiarare invalida una cosa. Valuti lei i toni ecclesialmente e pastoralmente non accettabili nei quali si esprimeva nel 1987 il Vescovo Marcel Lefebre.
      Può trovare il tutto nel sito ufficiale della Fraternità di San Pio X al paragrafo “Senza la Messa crolla tutto“.

      http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=205:la-fraternita-sacerdotale-san-pio-x-e-roma&catid=64&Itemid=81

      L’intero testo contiene critiche e attacchi inaccettabili, specie se fatti da un vescovo contro la comunione e l’unità della Chiesa che attraverso un concilio ecumenico ha stabilito non solo e non tanto una riforma liturgica, ma ha stabilito delle nuove dottrine basate sulla tradizione e sul deposito immutabile della fede.

  1. Trovo interessante l’ultima parte: “la Chiesa consiglia ed ordina, ordinariamente, il novus ordo, perché pastoralmente è più adatto alla situazione odierna”.

    È ancora così, dopo 40 anni? In giro regna la confusione. I laici sono ovunque, la messa viene umiliata da sacerdoti/showman o da bizzarrie liturgiche (neocatecumenali).

    Un ritorno all’antico rito non sarebbe una medicina contro questi malanni?

    Buona domenica!

    1. Caro Paolo,

      Persino al romanticismo e persino alla carenza di memoria storica c’è un limite, mi creda. O forse lei pensa davvero che prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, le sacre celebrazioni erano tutte quante svolte da santi preti, in un clima di sacralità, di misticismo, di assoluta devozione al sacro?
      Ha idea dei duri richiami che furono fatti dal Beato Pio IX, da Leone XIII, da San Pio X, da Pio XI riguardo la sciatteria dei preti, la mancanza di decoro e di riverenza da parte dei fedeli? E badi bene, non ho toccato apposta Pio XII per non stuzzicare i malumori di quelli che storcono il naso pure su di lui in qualto colpevole di avere riformato negli anni Cinquanta i sacri riti della Settimana Santa.
      Lei sa che negli archivi storici diocesani esistono centinaia di lettere dei vescovi al loro clero, di decreti episcopali e infine di sanzioni canoniche comminate ai preti, proprio legate alle sacre celebrazioni ed alla amministrazione dei Sacramenti?
      Sa quanti e quanto numerosi sono i documenti che rimangono agli atti nei quali gli ordinari diocesani rimproveravano i propri presbiteri in toni non di rado minacciosi, perché non pochi di essi celebravano in 7/8 minuti una Messa della feria saltando con tre o quattro bisbiglii le parti che il celebrante avrebbe dovuto recitare sottovoce ma che molti non recitavano affatto?
      Nelle epoche idilliache, tutte spiritualità, misticismo e rispetto del sacro alle quali lei pare alludere, c’erano degli abusi liturgici da far impallidire alcune frange degli odierni neocatecumenali più scalmanati; e delle forme di sciatteria non equiparabili a quelle che possiamo trovare in certe chiese di oggi.
      Non si può modificare il passato per illudersi che nel passato tutto era buono e santo.

      1. Che prima fossero tutte rose e fiori dal punto di vista liturgico (e musicale) non lo credo, non si preoccupi.

        Dalla sua risposta, però mi sembra quasi che sia una fortuna la babele di lingue e modi di celebrare scaturiti dal nuovo rito.

        Buona settimana!

        1. Caro Paolo.

          Per cortesia, non mi attribuisca di avere lasciato capire che “sia quasi una fortuna la babele di lingue e modi di celebrare scaturiti dal nuovo rito”, perché non lo penso e non l’ho detto, essendo uno di quei sacerdoti che non farebbe mai neppure un sospiro, neppure un inchino che non sia scritto sul Messale Romano.
          Io ho 51 anni e ricordo nitidamente di quando ne avevo 8/9 ed andavo al catechismo per prepararmi alla Prima Comunione, stiamo dunque parlando di circa 42 anni fa. Ero uno dei pochissimo bambini che andava in chiesa accompagnato dal padre e dalla madre, che partecipavano alla Messa domenicale. La maggioranza assoluta degli altri bambini erano accompagnati solo dalle mamme, pochissimi i padri; e quei pochi si mettevano in piedi nel fondo della Chiesa. Appena il prete cominciava a predicare dopo la lettura del Vangelo, loro uscivano fuori dalla chiesa per andare a fumare sul sagrato, ed appena il prete aveva finito rientravano, rimanendo impettiti in fondo alla chiesa senza rispondere a nessuna invocazione.
          Lei mi elenchi le chiese di oggi – icluse quelle mandate avanti da certi gruppi di certi neocatecumenali scalmanati; e ribadisco “certi” – dove attualmente avvengono queste cose. Semmai, vada a parlare con sacerdoti ultra ottantenni, presi a caso in qua e in là, che hanno conosciuto la situazione precededente e quella attuale e domandi loro se sentono nostalgia di quei tempi meravigliosi. Semmai, domandi a loro – a questi ottantenni – anche un’altra cosa: se sentono la nostalgia dei confessori che hanno conosciuto e sperimentato quando avevano 15/16 anni.
          Ribadisco ciò che ho scritto in un mio recente articolo: “Quando non si ha la voglia né la forza di affrontare la realtà presente con tutte le sue ricchezze ed i suoi grossi problemi, c’è chi rifugge nel passato che non deve passare”, cosa a mio avviso sbagliata e pericolosa.
          Infatti, prima che il Concilio di Trento intervenisse su certe questioni di disciplina ecclesiastica, alcune delle quali legate direttamente o indirettamente anche alla sacra liturgia, c’erano situazioni inenarrabili, per quanto concerneva la disciplina dei Sacramenti.
          Sul finire dell’Ottocento molte nostre chiese furono dotate di organi muniti di tamburi, batterie e sonagli vari, perché durante le sacre celebrazioni gli organisti eseguivano musiche operistiche profane, quindi accadeva che le persone andassero a ricevere la Comunione mentre il “santissimo” organo che non ha certo nulla a che fare con le odierne chitarre “sacrileghe”, suonava le arie della Traviata o della Vedova Allegra.
          Le ripeto, oggi, rispetto ad altri tempi passati più o meno recenti, ce la passiamo come suol dirsi di lusso, non lo dico io, lo documenta la storia della Chiesa.

  2. Non ne hanno mai in messo in dubbio la validità, però hanno sempre affermato che il NO sia gravemente illecito, e per anni, e credo ancora adesso, hanno invitato i fedeli a saltare tranquillamente il precetto domenicale qualora non avessero potuto recarsi al VO e ad ovviare con un Rosario…perdonatemi ma, se non è una incitazione al peccato mortale questa, non saprei cos’altro dire…

  3. Io ritengo che il Rito Romani “usus antiquior” sia quello corretto mentre il “Novus Ordo Missae” non lo sia del tutto. Da questo a dire che il NOM sia gravemente illecito ed addirittura sconsigliabile, in mancanza del vecchio Rito, ce ne passa ! Personalmente la domenica mi faccio 30 + 30 Km per andare in una Chiesa dove praticano il Vecchio Rito, ma lo faccio con contentezza perchè ritengo che la nostra Liturgia sia nel Vetus Ordo (VO), perchè il dato fondante è la riaffermazione che la Santa Messa è, nella sostanza, un sacrificio identico a quello del Calvario, pur se in forma incruenta, passato a noi intatto, nel tempo e nello spazio. Il NOM tende ad amplificare il senso di “mensa della parola”, rispetto alla “Mensa dell’Eucarestia” del VO. Nel VO ogni parola, ogni gesto, persino i silenzi ed i sussurri, sono precisi, non casuali e vissuti fino in fondo. Da tener presente che il NOM non è il frutto delle decisioni del Concilio Vaticano II: A questo fanno riferimento quanti ritengono non valida (o poco consona) la nuova liturgia. La “Sacrosantum Concilium” non aveva MAI contemplato le modifiche apportate come “sperimentazione” e che adesso sono, purtroppo, la…

  4. Solo per citarne alcune ricordo che furono permesse la Messa “versus Populum” (non è che prima il sacerdote voltasse le spalle all’assemblea; prima entrambi, sacerdote ed assemblea, erano rivolti verso Dio), la Santa Comunione nella mano, l’eliminazione totale del latino e dei canti gregoriani a vantaggio della lingua volgare e di canti che lasciano poco spazio a DIO. La Liturgia non deve essere la “mensa della parola”, per questo ci sono altri momenti di catechesi. La Liturgia è l’offerta del Figlio al Padre che si prepara già nell’offertorio per culminare nel Sacrificio della Croce e la vittoria della Resurrezione. E’ il Figlio che si offre, tramite il sacerdote, altro che “il frutto della terra e del nostro lavoro”. Non c’è il pane ed il vino, ma il Corpo ed il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Il “misterium fidei” è tanto grande che alcune parole è il sacerdote stesso a sussurrarle, invece di proclamarle. Il sacerdote è il tramite tra il Figlio che si offre al Padre in remissione dei peccati e l’assemblea che, tramite il sacerdote stesso, partecipa all’offerta dell “Hostia” (vittima). Lo spazio mi impone di chiudere, ma la bellezza del VO è da ammirare…

  5. Lei Padre Cavalcoli dice: “La Chiesa consiglia ed ordina, ordinariamente, il novus ordo, perché pastoralmente è più adatto alla situazione odierna.”

    Dunque perché evidentemente più efficace?

    “Il fatto è che tutto ciò che vuole soltanto l’efficacia, un’efficacia senza limiti, è quanto vi è di meno realmente efficace, […] mentre ciò che sembra il meno efficace (se è situato in un ordine superiore a quello delle attività legate alla materia) è ciò che possiede maggiore reale efficacia. […] C’è ai nostri giorni, in molti cristiani e anche, forse senza che se ne rendano chiaramente conto, in preti e in religiosi il cui numero è allarmante (ce l’ho soprattutto con questi chierici), una tendenza a dare all’efficacia il primato sulla Verità. […] Veniteci a parlare di efficacia! Il risultato sarebbe la defezione di una grande moltitudine. Il giorno in cui l’efficacia prevalesse sulla Verità non verrà mai per la Chiesa, poiché quel giorno le porte dell’inferno avrebbero prevalso su di essa.” (J. Maritain, Il contadino della Garonna, ed. Il Cerchio, pagg. 98,99)

    Cordialmente la saluto. Sia lodato Gesù Cristo.

    1. Caro Riccardo,

      io non voglio assolutamente “soltanto l’efficacia, l’efficacia senza limiti“. E neppure il Concilio ha voluto questo nella sua riforma della liturgia. Lei fa dire a me e alla Chiesa quello che non diciamo affatto, e ce ne guardiamo bene, dato che, come segnala bene il Maritain, che del resto è il mio maestro, una cosa del genere sarebbe disonesta ed opportunistica, sullo stile della morale di Nietzsche o di Machiavelli.
      Volere invece l’efficacia, quando si vuole il bene o si persegue un fine onesto con mezzi onesti, non è affatto proibito o disdicevole, ma è un dovere e fonte di merito.
      L’efficacia infatti, in generale, è la forza con la quale una causa produce l’effetto. Ebbene, se la causa è buona, tanto più lodevole sarà l’efficacia dell’effetto!
      Il brutto è, come segnala bene il Maritain, quando si cerca l’efficacia per se stessa, senza curarsi che la nostra azione segua o non segua le legge morale. Ma questa è la legge dei criminali o al massimo dei mondani.
      Le pare mai che la riforma del Concilio sia stata dettata da questa preoccupazione?
      Allora le spiego che cosa esattamente ho voluto dire, cioè che cosa esattamente il Concilio abbia voluto fare con la riforma della Messa.
      Esso semplicemente ha voluto apportare taluni cambiamenti accidentali o contingenti nel cerimoniale, conservando ovviamente l’essenziale del Rito, al fine di far meglio conoscere la bellezza di quel Mysterium fidei, che è la Santa Messa, con l’introduzione di alcuni accorgimenti o modalità o forme espressive, linguistiche, simboliche, gestuali o rubricistiche, che facilitano agli uomini del nostro tempo la comprensione, il gusto mistico, contemplativo ed adorante del Mistero che si celebra sull’altare. Tutto qui.
      Quindi alla fine, certo, è in gioco una maggiore efficacia. Ma quale efficacia è più benedetta di quella che maggiormente ci avvicina a Cristo sacramentato nella divina liturgia?

      1. Carissimo Padre, in quello che definisco profetico Breve esame critico del Novus Ordo Missae, datato 1969 ed avente quali autori i Cardinali Ottaviani e Bacci, rinvengo le cause, anche ma non solo, della profanazione della liturgia che lei indica tra i molti mali che affliggono la cattolicità, in “Karl Rahner, Il Concilio tradito” (ed. Fede e Cultura, pag. 17), opera nella quale sulle piste di padre Fabro, lei ha sapientemente ammaccato la limousine teologica del gesuita tedesco. I due Principi della Chiesa evidenziarono tempestivamente abusi ed aberrazioni liturgiche, come il grave vulnus al nesso stretto tra fides quae e fides qua, inferto dal simbolismo estremizzante e dalla dottrina della transustanziazione impugnata con modernistica protervia. Esempio questo lampantissimo, di abbandono dell’“ordine superiore a quello delle attività legate alla materia” e che, citando ancora Maritain, è efficace unicamente per quanto ”espone l’anima della gente a una bella disgregazione interiore e rischia di farne degli infermi spirituali difficilmente curabili”.
        La saluto fraternamente in Cristo, laudetur semper.

        1. Caro Riccardo,

          i Cardd. Bacci e Ottaviani esposero un loro punto di vista eccessivamente preoccupato di pericoli che potevano essere insiti nel novus ordo. La cosa non fu affatto gradita a Paolo VI.
          Indubbiamente la Chiesa, come ha mutato il cerimoniale del vetus ordo, un domani potrebbe mutare quello attuale. E c’è anche oggi chi, come accennò Benedetto XVI, parla di “riforma della riforma”, cosa che potrebbe comportare il recupero di elementi del vetus ordo abbandonati nel novus.
          Nessun cattolico di buon senso, che non sia avvelenato dal modernismo, mette in dubbio la bellezza, la sublimità e la liceità della celebrazione, in particolari circostanze, del vetus ordo.
          Tuttavia il buon cattolico accetta con sereno e fiducioso spirito di obbedienza il novus dichiarato dalla Chiesa come Rito ordinario e quindi attualmente ufficiale.
          I motivi per i quali la Chiesa nel Concilio Vaticano II ha deciso una riforma del cerimoniale, sono ben noti e sono esposti nella Sacrosanctum Concilium dal n.47 al n.54. In sostanza il Concilio è stato mosso dalle seguenti istanze:

          1. Rendere più comprensibile il Rito gli uomini del nostro tempo;
          2. Consentire ai fedeli una partecipazione più attiva (uomini e donne) alla celebrazione;
          2. Dare al modo ci celebrare un taglio ecumenico;
          3. Evidenziare che l’offerta del Sacrificio non è del solo celebrante, ma dell’intero popolo sacerdotale di Dio;
          4. Evidenziare maggiormente il fatto che la Messa è un precorrimento della risurrezione, e quindi del banchetto e della gioia messianici.
          L’importante in questo frangente è ricordare che quando la Chiesa fa una riforma del cerimoniale, cosa che è avvenuta più volte nei secoli passati, cerimoniale che è cosa accidentale e contingente, la Chiesa si guarda bene dal toccare o alterare il Rito nella sua essenza o sostanza sopranaturale, perchè non ne ha il potere, essendo il Rito istituito una volta per tutte da Cristo.

          La Chiesa nella Messa, vetus o novus ordo che sia, non fa altro che fare da sempre, oggi e fino alla fine dei secoli, quello che ha fatto Cristo: Hoc facite in mei memoriam.
          Pertanto, l’accusa fatta dai lefebvriani che il Concilio avrebbe mutato l’essenza della Messa è falsa ed anzi eretica; come pure è un atto di empietà ereticale quello compiuto da certi celebranti modernisti, che osano mutare a loro piacimento il Canone della Messa.
          Quanto a Rahner, egli è l’ispiratore delle profane e bizzarre Messe moderniste, che nulla hanno a che vedere con l’autentica, degna, diligente, pia, fedele e devota celebrazione nel novus ordo voluto dal Vaticano II.

  6. Questo terribile connubio è spaventevole: Cavalcoli&Levi di Gualdo sono dei pericoli pubblici. Sul padre Cavalcoli mi sono però ricreduto,anche se ha criticato tutti i capisaldi della vera tradizione,compreso Romano Amerio … perchè bisogna ammettere che il rev. Levi di Gualdo è peggio del padre domenicano Cavalcoli. Viene il sospetto che il rev. Levi di Gualdo sia un infiltrato del clero diocesano all’interno del peggio dello spirito aggressivo domenicano,il tutto detto da uno (lo ammetto) che teologicamente è da sempre ispirato dai grandi teologi francescani della grande scuola francescana,che sono più miti e meno guerrafondai.

    1. Caro Cattolico Disincantato,

      ammetto che nella storia del mio Ordine vi siano stati dei polemisti eccessivamente severi ed anche ingiusti. Quanto a me, se sono severo contro qualche teologo, come per esempio Rahner, Schillebeeckx, Kasper, Forte, Mancuso, Martini, de Mattei, la Siccardi o Lefebvre, lo faccio a ragion veduta, sempre facendo riferimento al Magistero della Chiesa.
      Quanto ad Amerio, legga bene l’introduzione che ho fatto all’edizione di Fede&Cultura: non rilevo solo difetti, ma anche qualità.
      Quanto ai teologi francescani, che conosco bene ed apprezzo molto, è vero che essi rifuggono dalle polemiche. In ciò essi possono essere di esempio anche a noi domenicani.
      Tuttavia, in certi gravi frangenti, per il bene delle anime e per difenderle dall’errore che fa perdere la fede e che porta alla dannazione, è doveroso ergersi con energia profetica ed acume critico, senza paura dei potenti e a costo di sofferenze fino al dono della vita, contro gli impostori e i falsificatori della Parola di Dio.
      Il metodo che seguo da quarant’anni di pratica della teologia mi porta, alla scuola di San Tommaso e dei grandi Maestri del mio Ordine, a non stroncare mai nessuno, ma a trovare sempre in tutti gli aspetti positivi. Se con qualcuno non dialogo, non è perchè ce l’ho con lui, ma perchè è lui che ce l’ha con me.

    2. Carissimo.

      La prego, ogni tanto ci mandi qualche suo commento perché lei è di uno spasso esilarante.
      Il fatto che io sia peggio del Padre Giovanni Cavalcoli è un complimento che non posso accettare perché non ho né la sapienza né la scienza per essere “peggio” di lui, prego e spero, tra molti anni, di riuscire – non dico a essere “peggio” – ma almeno vicino al suo livello.
      Per inciso le comunico che le opere di Romano Amerio – indubbiamente grande ma altrettanto indubbiamente discutibile quando dal suo mestiere di filosofo si mette a fare quello di teologo ed ecclesiologo – non fanno parte dei Libri della Rivelazione. A meno che Amerio non appaia in qualche manoscritto perso rivenuto nelle grotte di Qumran. O forse lei ha finalmente scoperto che cos’è veramente la cosiddetta fonte “Q”? Per caso, questa fonte, è l’opera Iota Unum di Amerio?
      Non ho bisogno di essere un “infiltrato”, io sono vicino da sempre all’Ordine Domenicano, non solo per la mia venerazione verso San Tommaso d’Aquino ma anche per quella che nutro verso quel grande sant’uomo di Dio di Domingo de Guzmán; inoltre mi sono sempre ispirato allo stile dei grandi predicatori domenicani che a mio parere hanno dato vita all’arte dell’omiletica.
      Ciò che invece mi interesserebbe sapere è chi sono i grandi teologi della grande scuola francescana alla cui mitezza ella dice di ispirarsi, perché io conosco solo San Bonaventura di Bagnoregio.
      Casomai lei volesse fare l’ambasciatore di questa nostra Isola dei “Domini canes” ed essere da noi accreditato presso la grande scuola teologica francescana, sappia che le daremo subito mandato provvedendo immediatamente alla istituzione della legazione diplomatica.

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