Tra diritto e mistero, il Natale di Giuseppe, uomo giusto. E perché non “corredentore”? – Between law and mystery: the Christmas of Joseph, a righteous man. And why not “co-redeemer”? – La navidad de José, hombre justo. ¿Y por qué no “corredentor”?
Italian, english, español
TRA DIRITTO E MISTERO, IL NATALE DI GIUSEPPE, UOMO GIUSTO. E PERCHÉ NON “CORREDENTORE”?
Senza Giuseppe, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.
— Attualità ecclesiale —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Sul palcoscenico del Natale la scena è affollata. C’è Maria, che la pietà cristiana pone al centro assieme al Bambino, gli angeli che cantano, i pastori che accorrono.

Qualche sceneggiatore ha deciso di inserire nel set persino due rudimentali impianti di riscaldamento ecologico, un bue e un asinello, dipinti dall’iconografia come creature più fedeli degli uomini, cosa che forse lo erano davvero. Ovviamente si tratta di una sceneggiatura — per usare un’espressione mutuata dal linguaggio teatrale classico — molto liberamente ispirata ai Vangeli canonici, nei quali tuttavia non v’è traccia alcuna di queste presenze animali; semmai possono essere reperite in qualche vangelo apocrifo, a partire da quello dello pseudo-Matteo.
I vari sceneggiatori e costumisti hanno così messo in primo piano di tutto sul set del Dies Natalis, tranne colui senza il quale, storicamente e concretamente, il Natale non sarebbe mai accaduto: Giuseppe.
Nella devozione popolare Giuseppe è spesso ridotto a una presenza marginale, quasi decorativa. Trasformato nelle pie immagini in un vecchio stanco, rassicurante, innocuo, come se la sua funzione fosse quella di non disturbare il mistero, di non avere peso, di non contare davvero. Ma questa immagine, costruita per difendere una verità di fede — la verginità di Maria — ha finito per oscurarne un’altra, altrettanto fondamentale: la sua responsabilità reale, concreta e drammatica nell’evento dell’Incarnazione.
Il Vangelo di Matteo lo introduce con una qualifica sobria e giuridicamente densa:
«Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).
Non si insiste su qualità morali generiche, né su atteggiamenti interiori. La categoria decisiva è la giustizia. E la giustizia, nel racconto evangelico, non è uno sfogo emotivo, ma un criterio operativo che si traduce in una scelta concreta.
Venuto a conoscenza della gravidanza di Maria, egli si trova di fronte a una situazione che non comprende, ma che proprio per questo non può eludere e che, anzi, deve affrontare con sapiente lucidità. La Legge gli offrirebbe una soluzione chiara, pubblicamente riconosciuta e socialmente onorevole: il ripudio. È una possibilità prevista dall’ordinamento giuridico del tempo e non comporterebbe alcuna colpa formale (cfr. Dt 24,1-4). Tuttavia Giuseppe non la assume, perché la sua giustizia non si esaurisce nell’osservanza letterale della norma, ma si misura nella tutela della persona.
La decisione di licenziare Maria in segreto non è un gesto sentimentale né una soluzione di comodo. È un atto deliberato, che comporta un costo personale preciso: l’esposizione al sospetto e alla perdita di reputazione. Giuseppe accetta questo rischio perché la sua giustizia non è rivolta a quella che solitamente viene indicata come difesa dell’onore personale, bensì alla salvaguardia della vita e della dignità della donna. In questo senso, egli non dubita di Maria. Il testo evangelico non lascia trapelare alcun sospetto morale nei confronti della giovane sposa (cfr. Mt 1,18-19). Il problema non è la fiducia, ma la comprensione di un evento che eccede le categorie disponibili. Questo colloca Giuseppe in una condizione di turbamento reale, pienamente umano, che tuttavia non si traduce in dubbio circa Maria.
È di fondamentale importanza osservare che questa scelta precede il sogno, nel quale l’Angelo del Signore rivela a Giuseppe l’origine divina della maternità di Maria e lo invita ad accoglierla con sé come sposa, affidandogli il compito di imporre il nome al Bambino (cfr. Mt 1,20-21). L’intervento dell’angelo non orienta la decisione di Giuseppe, ma la assume e la conferma. La rivelazione non sostituisce il giudizio umano, né lo annulla: vi si innesta. Dio parla a Giuseppe non per sottrarlo al rischio, ma perché il rischio è già stato accettato in nome della giustizia: quando la sua libertà è chiamata a scegliere, egli non si avvale della Legge mosaica alla quale avrebbe potuto legittimamente appellarsi, ma decide di agire con amore e fiducia verso Maria, pur senza comprendere pienamente l’evento che lo coinvolge. Solo dopo questa decisione il mistero viene chiarito e nominato:
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20).
Accogliendo Maria come sua sposa, Giuseppe non compie un atto privato: assume una responsabilità pubblica e giuridica, riconoscere come proprio il figlio che Maria porta in grembo. È questo gesto — e non un sentimento interiore — che introduce Gesù nella storia concreta di Israele. Attraverso Giuseppe, il Figlio entra legalmente nella discendenza di Davide, come attesta la genealogia matteana che precede immediatamente il racconto dell’infanzia.
Quella di Giuseppe non è paternità biologica, proprio per questo non è simbolica né secondaria, ma reale nel senso più rigoroso del termine. È paternità giuridica, storica, sociale. È Giuseppe che dà il nome al Bambino, ed è proprio nell’imporre il nome che egli esercita la sua autorità di padre. Il comando dell’angelo è esplicito: «Tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,21). Nel mondo biblico, imporre il nome non è un atto formale, ma l’assunzione di una responsabilità permanente. Con quel gesto egli si fa garante dell’identità e della collocazione storica del Figlio.
Senza di lui, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.
Il tutto rende teologicamente fondato affermare che Giuseppe, l’uomo a lungo posto in prudente — e forse anche ingiusta — ombra, è la figura attraverso la quale il mistero del Natale assume consistenza storica e giuridica. È attraverso di lui che il Verbo di Dio incarnato entra nella Legge, non per subirla, ma per compierla. Non è infatti casuale che oltre trent’anni dopo, durante la sua predicazione, Gesù affermi con parole di assoluta chiarezza:
«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17).
Quando poi annuncerà che questo compimento è Lui stesso e che — come dirà l’Apostolo Paolo — in Lui si realizza il disegno «di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10), comincerà già a intravedersi l’ombra della croce, mentre tenteranno di lapidarlo: «Perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). L’ombra della croce apparirà ancor più definita nel gesto del Sommo Sacerdote che si straccerà le vesti udendolo proclamarsi Figlio di Dio (cfr. Mt 26,65), raffigurazione plastica del fatto che il compimento della Legge passa ormai attraverso il rifiuto e il sacrificio.
Il Verbo di Dio si incarna per il sì di Maria, ma questo sì è storicamente custodito e protetto da Giuseppe, colui che protesse e custodì, assieme alla propria sposa, l’unigenito Figlio di Dio. Non in senso simbolico o devozionale, ma nel senso concreto e reale della storia: proteggendo Maria, egli ha protetto il Figlio; proteggendo il Figlio, ha custodito il mistero stesso del Natale:
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
E ciò, senza che a nessun teologo onirico, a nessun pietista e a nessun fideista — quelli, per intendersi, che battono i piedi per la «Maria corredentrice» — sia mai passato per la mente di rivendicare, anche per il Beatissimo Patriarca Giuseppe, il titolo di corredentore, altrettanto dovuto e meritato, se alla fanta-dogmatica si volesse davvero giocare fino in fondo, dopo aver smarrito del tutto la bussola quotidiana, quella antica e quella nuova.
Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2025
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BETWEEN LAW AND MYSTERY: THE CHRISTMAS OF JOSEPH, A RIGHTEOUS MAN. AND WHY NOT “CO-REDEEMER”?
Without Joseph, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.
— Ecclesial actuality—

Author
Ariel S. Levi di Gualdo.
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On the stage of Christmas the scene is crowded. There is Mary, whom Christian piety places at the centre together with the Child; there are the angels who sing and the shepherds who hasten to the scene. Some scriptwriter has even decided to include on the set two rudimentary forms of ecological heating — an ox and a donkey — portrayed by iconography as creatures more faithful than men, which perhaps they truly were. Clearly, this is a script — to use a term borrowed from classical theatrical language — very freely inspired by the canonical Gospels, in which, however, there is no trace whatsoever of these animal presences; they can rather be found in certain apocryphal texts, beginning with the Gospel of Pseudo-Matthew.
Thus, the various scriptwriters and costume designers have brought everything into the foreground on the set of the Dies Natalis, except the one without whom, historically and concretely, Christmas would never have taken place: Joseph.
In popular devotion, Joseph is often reduced to a marginal, almost decorative presence. He is transformed in pious imagery into a weary, reassuring, harmless old man, as though his role were merely not to disturb the mystery, to carry no real weight, to count for nothing. Yet this image, constructed to safeguard a truth of faith — the virginity of Mary — has ended up obscuring another truth, no less fundamental: his real, concrete and dramatic responsibility in the event of the Incarnation.
The Gospel of Matthew introduces him with a sober and juridically weighty qualification:
“Joseph, her husband, being a righteous man and unwilling to expose her to shame, decided to dismiss her quietly” (Mt 1:19).
There is no insistence on generic moral qualities, nor on interior attitudes. The decisive category is justice. And justice, in the Gospel narrative, is not an emotional impulse but an operative criterion that takes shape in a concrete decision.
Upon learning of Mary’s pregnancy, he finds himself faced with a situation he does not understand, and precisely for this reason cannot evade, but must instead confront with lucid wisdom. The Law would have offered him a clear, publicly recognised and socially honourable solution: repudiation. This was a possibility provided for by the juridical order of the time and would not have entailed any formal guilt (cf. Dt 24:1–4). Yet Joseph does not avail himself of it, because his justice is not exhausted in the literal observance of the norm, but is measured by the safeguarding of the person.
The decision to dismiss Mary quietly is neither a sentimental gesture nor a convenient compromise. It is a deliberate act that entails a precise personal cost: exposure to suspicion and the loss of reputation. Joseph accepts this risk because his justice is not directed toward what is usually described as the defence of personal honour, but toward the protection of the woman’s life and dignity. In this sense, he does not doubt Mary. The Gospel text allows no hint of moral suspicion toward the young bride (cf. Mt 1:18–19). The problem is not trust, but the understanding of an event that exceeds the available categories. This places Joseph in a condition of real, fully human turmoil, which nevertheless does not translate into doubt regarding Mary.
It is of fundamental importance to observe that this decision precedes the dream, in which the angel of the Lord reveals to Joseph the divine origin of Mary’s motherhood and invites him to take her as his wife, entrusting him with the task of imposing the name upon the Child (cf. Mt 1:20–21). The angelic intervention does not direct Joseph’s decision, but rather assumes it and confirms it. Revelation does not replace human judgment, nor does it annul it: it is grafted onto it. God speaks to Joseph not in order to spare him the risk, but because the risk has already been accepted in the name of justice: when his freedom is called to choose, he does not avail himself of the Mosaic Law to which he could legitimately have appealed, but decides to act with love and trust toward Mary, even though he does not yet fully understand the event that involves him. Only after this decision is the mystery clarified and named:
“Joseph, son of David, do not be afraid to take Mary as your wife” (Mt 1:20).
By taking Mary as his wife, Joseph does not perform a private act: he assumes a public and juridical responsibility, recognising as his own the child whom Mary bears in her womb. It is this act — and not an interior sentiment — that introduces Jesus into the concrete history of Israel. Through Joseph, the Son enters legally into the line of David, as attested by the Matthean genealogy that immediately precedes the infancy narrative.
Joseph’s fatherhood is not biological; for this very reason it is neither symbolic nor secondary, but real in the strictest sense of the term. It is juridical, historical and social fatherhood. It is Joseph who gives the Child His name, and precisely in imposing the name he exercises his authority as father. The angel’s command is explicit: “You shall name Him Jesus” (Mt 1:21). In the biblical world, imposing a name is not a merely formal act, but the assumption of a permanent responsibility. Through this gesture, Joseph becomes the guarantor of the Son’s identity and historical placement.
Without him, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.
All this renders it theologically well-founded to affirm that Joseph — long placed in prudent, and perhaps even unjust, obscurity — is the figure through whom the mystery of Christmas assumes historical and juridical consistency. It is through him that the incarnate Word of God enters the Law, not to be subjected to it, but to bring it to fulfilment. It is no coincidence that more than thirty years later, during His public ministry, Jesus declares with absolute clarity:
“Do not think that I have come to abolish the Law or the Prophets; I have not come to abolish them but to fulfil them” (Mt 5:17).
When He will then proclaim that this fulfilment is Himself, and that — as the Apostle Paul will say — in Him the plan “to sum up all things in Christ, things in heaven and things on earth” (Eph 1:10) is realised, the shadow of the Cross will already begin to appear, as they attempt to stone Him: “Because you, being a man, make yourself God” (Jn 10:33). The shadow of the Cross will become even more defined in the gesture of the High Priest who tears his garments upon hearing Him proclaim Himself the Son of God (cf. Mt 26:65), a vivid depiction of the fact that the fulfilment of the Law now passes through rejection and sacrifice.
The Word of God becomes incarnate through Mary’s yes, but this yes is historically guarded and protected by Joseph, the one who protected and guarded, together with his spouse, the only-begotten Son of God. Not in a symbolic or devotional sense, but in the concrete and real sense of history: by protecting Mary, he protected the Son; by protecting the Son, he safeguarded the very mystery of Christmas:
“And the Word became flesh and dwelt among us” (Jn 1:14).
And all this without it ever having crossed the mind of any dream-driven theologian, pietist or fideist — those, to be clear, who stamp their feet for a “Mary co-redeemer” — to claim for the Most Blessed Patriarch Joseph as well the title of co-redeemer, equally due and deserved, if one truly wished to play the game of fantasy-dogmatics to the end, after having completely lost the daily compass, both the ancient and the new.
From the Island of Patmos, 24 December 2025
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LA NAVIDAD DE JOSÉ, HOMBRE JUSTO. ¿Y POR QUÉ NO “CORREDENTOR”?
De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.
— Actualidad eclesial —

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo.
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En el escenario de la Navidad la escena está abarrotada. Está María, a quien la piedad cristiana coloca en el centro junto al Niño; están los ángeles que cantan y los pastores que acuden presurosos. Algún guionista ha decidido incluso introducir en el decorado dos rudimentarios sistemas de calefacción ecológica — un buey y un asno —, representados por la iconografía como criaturas más fieles que los hombres, cosa que quizá realmente eran. Evidentemente, se trata de un guion — por utilizar una expresión tomada del lenguaje teatral clásico — muy libremente inspirado en los Evangelios canónicos, en los cuales, sin embargo, no hay rastro alguno de estas presencias animales; a lo sumo pueden encontrarse en algunos evangelios apócrifos, comenzando por el del Pseudo-Mateo.
De este modo, los distintos guionistas y figurinistas han puesto en primer plano en el escenario del Dies Natalis absolutamente todo, excepto a aquel sin el cual, histórica y concretamente, la Navidad nunca habría sucedido: José.
En la devoción popular, José es reducido con frecuencia a una presencia marginal, casi decorativa. Transformado en las imágenes piadosas en un anciano cansado, tranquilizador e inofensivo, como si su función fuese la de no perturbar el misterio, de no tener peso, de no contar realmente. Pero esta imagen, construida para salvaguardar una verdad de fe — la virginidad de María —, ha terminado por oscurecer otra, igualmente fundamental: su responsabilidad real, concreta y dramática en el acontecimiento de la Encarnación.
El Evangelio de Mateo lo presenta con una calificación sobria y jurídicamente densa:
«José, su esposo, que era justo y no quería denunciarla, resolvió repudiarla en secreto» (Mt 1,19).
No se insiste en cualidades morales genéricas ni en actitudes interiores. La categoría decisiva es la justicia. Y la justicia, en el relato evangélico, no es un impulso emotivo, sino un criterio operativo que se traduce en una decisión concreta.
Al tener conocimiento del embarazo de María, se encuentra ante una situación que no comprende, pero que precisamente por ello no puede eludir y que, por el contrario, debe afrontar con lúcida sabiduría. La Ley le habría ofrecido una solución clara, públicamente reconocida y socialmente honorable: el repudio. Era una posibilidad prevista por el ordenamiento jurídico de la época y no habría comportado ninguna culpa formal (cf. Dt 24,1-4). Sin embargo, José no se acoge a ella, porque su justicia no se agota en la observancia literal de la norma, sino que se mide en la tutela de la persona.
La decisión de despedir a María en secreto no es un gesto sentimental ni una solución de conveniencia. Es un acto deliberado que implica un coste personal preciso: la exposición a la sospecha y la pérdida de reputación. José acepta este riesgo porque su justicia no está orientada a lo que habitualmente se denomina la defensa del honor personal, sino a la salvaguarda de la vida y de la dignidad de la mujer. En este sentido, no duda de María. El texto evangélico no deja traslucir ninguna sospecha moral respecto a la joven esposa (cf. Mt 1,18-19). El problema no es la confianza, sino la comprensión de un acontecimiento que desborda las categorías disponibles. Esto sitúa a José en una condición de turbación real, plenamente humana, que sin embargo no se traduce en duda alguna respecto a María.
Es de fundamental importancia observar que esta decisión precede al sueño, en el cual el ángel del Señor revela a José el origen divino de la maternidad de María y lo invita a acogerla consigo como esposa, confiándole la tarea de imponer el nombre al Niño (cf. Mt 1,20-21). La intervención del ángel no orienta la decisión de José, sino que la asume y la confirma. La revelación no sustituye el juicio humano ni lo anula: se injerta en él. Dios habla a José no para sustraerlo del riesgo, sino porque el riesgo ya ha sido aceptado en nombre de la justicia: cuando su libertad es llamada a elegir, no se acoge a la Ley mosaica a la que podría haberse apelado legítimamente, sino que decide actuar con amor y confianza hacia María, aun sin comprender plenamente el acontecimiento que lo implica. Solo después de esta decisión el misterio es aclarado y nombrado:
«José, hijo de David, no temas recibir a María, tu esposa» (Mt 1,20).
Al acoger a María como esposa, José no realiza un acto privado: asume una responsabilidad pública y jurídica, reconociendo como propio al hijo que María lleva en su seno. Es este gesto — y no un sentimiento interior — el que introduce a Jesús en la historia concreta de Israel. A través de José, el Hijo entra legalmente en la descendencia de David, como atestigua la genealogía mateana que precede inmediatamente al relato de la infancia.
La paternidad de José no es biológica; precisamente por ello no es simbólica ni secundaria, sino real en el sentido más riguroso del término. Es una paternidad jurídica, histórica y social. Es José quien da el nombre al Niño, y es precisamente al imponer el nombre cuando ejerce su autoridad de padre. El mandato del ángel es explícito: «Tú le pondrás por nombre Jesús» (Mt 1,21). En el mundo bíblico, imponer el nombre no es un acto meramente formal, sino la asunción de una responsabilidad permanente. Con este gesto, José se convierte en garante de la identidad y de la ubicación histórica del Hijo.
Sin él, la Encarnación quedaría como un acontecimiento suspendido, carente de arraigo jurídico. En cambio, por su fe y por su justicia, el Verbo entra no solo en la carne, sino también en la Ley, en la genealogía, en la historia concreta de un pueblo. Esto es lo que hace de la Navidad un acontecimiento verdaderamente encarnado, y no una simple sucesión de imágenes edificantes, con ángeles que cantan, un buey y un asno reducidos a calefactores escénicos y pastores que acuden jubilosos.
Todo ello permite afirmar con fundamento teológico que José, el hombre durante largo tiempo colocado en una prudente — y quizá también injusta — penumbra, es la figura a través de la cual el misterio de la Navidad adquiere consistencia histórica y jurídica. Es a través de él como el Verbo de Dios encarnado entra en la Ley, no para someterse a ella, sino para darle cumplimiento. No es casualidad que, más de treinta años después, durante su predicación, Jesús afirme con palabras de absoluta claridad:
«No penséis que he venido a abolir la Ley o los Profetas; no he venido a abolir, sino a dar cumplimiento» (Mt 5,17).
Cuando luego anunciará que este cumplimiento es Él mismo y que — como dirá el Apóstol Pablo — en Él se realiza el designio «de recapitular en Cristo todas las cosas, las del cielo y las de la tierra» (Ef 1,10), comenzará ya a vislumbrarse la sombra de la cruz, mientras intentarán lapidarlo: «Porque tú, siendo hombre, te haces Dios» (Jn 10,33). La sombra de la cruz aparecerá aún más definida en el gesto del Sumo Sacerdote que rasga sus vestiduras al oírle proclamarse Hijo de Dios (cf. Mt 26,65), representación plástica del hecho de que el cumplimiento de la Ley pasa ya por el rechazo y el sacrificio.
El Verbo de Dios se encarna por el sí de María, pero este sí es custodiado y protegido históricamente por José, aquel que protegió y custodió, junto a su esposa, al Hijo unigénito de Dios. No en sentido simbólico o devocional, sino en el sentido concreto y real de la historia: protegiendo a María, protegió al Hijo; protegiendo al Hijo, custodió el misterio mismo de la Navidad:
«Y el Verbo se hizo carne y habitó entre nosotros» (Jn 1,14).
Y todo ello sin que a ningún teólogo onírico, a ningún pietista ni a ningún fideísta — los mismos, para entendernos, que zapatean reclamando una «María corredentora» — se le haya pasado jamás por la mente reivindicar también para el Beatísimo Patriarca José el título de corredentor, igualmente debido y merecido, si se quisiera de verdad jugar hasta el final a la fanta-dogmática, después de haber perdido por completo la brújula cotidiana, la antigua y la nueva.
Desde la Isla de Patmos, 24 de diciembre de 2025
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