“Silere non Possum”. Uno straordinario Marco Perfetti tra disinvolto Diritto Canonico e «Scandalo al sole»: l’Augusto defunto disse che l’omosessualità è peccato

SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO

Non possiamo che ringraziare il creatore del blog Silere non Possum, i cui interventi, talvolta caratterizzati da una disinvoltura argomentativa che suscita più interrogativi che certezze, costituiscono per noi un salutare esercizio. Ci ricordano che il compito del sacerdote e del teologo non è rincorrere l’eco mediatica, ma distinguere, chiarire e custodire con fedeltà l’ordine della verità, per poi difenderla  dall’errore e trasmetterla.

— Teologia e diritto canonico —

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In rete continua a circolare questo video risalente a tre anni fa — che ho scoperto e ascoltato solo pochi giorni fa — ma che conserva una sua attualità non per la solidità delle tesi sostenute, ma per la persistenza delle ambiguità su cui esse si fondano. Accade  spesso che le costruzioni argomentative erette su equivoci ben confezionati sopravvivano più a lungo delle analisi strutturalmente fondate.

Ogni volta che un Pontefice rilascia un’intervista, si consuma ormai un piccolo rito mediatico: si estrae una frase, la si isola dal contesto, la si alleggerisce delle precisazioni, la si asciuga di ogni distinzione e la si rilancia come se fosse un terremoto dottrinale. Questa volta il titolo è già un manifesto: «L’omosessualità è un peccato». Segue, con studiata gravità, il sottotitolo: «Si torna indietro».

Sarebbe anzitutto interessante capire indietro rispetto a cosa. Alla dottrina costante della Chiesa? Al Catechismo promulgato nel 1992 e definitivamente editato nel 1998? Alla tradizione morale che distingue — con quella finezza concettuale che oggi sembra divenuta merce rara, specie tra certi giovani improvvisatisi giuristi da tastiera — tra persona, inclinazione e atto? Il problema non è l’indignazione del «si torna indietro», ma la disinvoltura con cui si maneggiano categorie che esigerebbero, prima ancora che passione, competenza unita a solida maturità intellettuale, dottrinale e giuridica.

Quando il Romano Pontefice afferma che l’omosessualità non è un crimine ma è un peccato, non introduce alcuna novità né inaugura una regressione. Opera una distinzione elementare tra ordine penale e ordine morale, tra reato e peccato, tra foro esterno e foro interno. Distinzione che appartiene alla struttura stessa del pensiero cattolico e che precede di secoli le polemiche odierne. Basterebbe avere una minima familiarità con il diritto — quello vero, non quello evocato per sentito dire — prima di pretendere di impartirne lezioni o di usarlo come clava polemica, talvolta con effetti più rivelatori che convincenti.

Se però si ignora che cosa significhi “peccato” nella teologia morale cattolica e si confonde il giudizio sull’atto con un giudizio ontologico sulla persona, allora ogni parola diventa materiale per il titolo scandalistico e ogni precisazione viene liquidata come retromarcia. La teologia non si fa a colpi di titoli: si fa distinguendo. E il diritto, dal canto suo, esige una precisione ancora maggiore, specie quello strutturato su base romana, meno elastico del common law ma proprio per questo meno incline a quelle ambiguità che, in mani inesperte, rischiano di trasformare una distinzione in un’accusa e un chiarimento in un regresso.

Qui emerge il vero sofisma, tanto semplice quanto efficace sul piano mediatico. Afferma l’autore in questo video: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati: gli atti». Come se la parola «atti», scandita con particolare enfasi, fosse sufficiente a dissolvere il problema e a mettere al riparo da ogni valutazione morale sulla persona. La domanda che di conseguenza segue è quindi elementare: chi compie gli atti? Posto che gli atti non sono entità sospese nell’aria, non sono fenomeni atmosferici, non sono accidenti metafisici che si producono per autocombustione, è presto detto: l’atto morale è sempre atto umano. È posto da un soggetto libero, dotato di intelletto e volontà, di libertà e libero arbitrio. Se si parla di «atto»”, si parla necessariamente di un’azione compiuta da qualcuno. E quel “qualcuno” è l’uomo.

La teologia morale cattolica — e qui basterebbe aprire un manuale serio, non un commento improvvisato sui social — distingue con precisione tra inclinazione, condizione personale e atto liberamente posto. Ma distinguere non significa separare ontologicamente ciò che nella realtà è unito. L’atto è della persona; la persona è soggetto dell’atto. Negare questo per salvare una formula significa scivolare in un nominalismo morale che dissolve la responsabilità nel lessico e finisce per suscitare una certa tenerezza verso apprendisti stregoni convinti di risolvere con un artificio terminologico questioni strutturali evidentemente più grandi di loro. Sant’Agostino, prima di poter dire «Silere non possum» — non posso tacere —, da Aurelio di Tagaste quale ancora era, prestò ascolto a quella voce che gli sussurrò «Tolle lege» — prendi e leggi. Sottinteso: studia. Aurelio divenne Agostino perché ascoltò, lesse, studiò e imparò.

Occorre anzitutto recuperare la categoria dell’oggetto morale. Secondo la dottrina costante, ripresa con limpida chiarezza da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor, l’atto umano si qualifica moralmente in base a tre elementi: oggetto, fine e circostanze. L’oggetto non è l’intenzione soggettiva, né la condizione psicologica del soggetto; è ciò verso cui l’atto è ordinato in se stesso. Quando la Tradizione afferma che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», non sta formulando un giudizio sulla dignità della persona, ma sulla struttura oggettiva dell’atto in rapporto alla legge naturale e alla finalità propria della sessualità. Questo significa intrinsece malum: che l’oggetto dell’atto è tale da non poter essere ordinato al bene in alcuna circostanza o intenzione. È linguaggio tecnico, non slogan morale. Confondere il giudizio sull’oggetto morale con un giudizio ontologico sulla persona significa non aver compreso la metafisica dell’atto, la grammatica della morale cattolica e, talvolta, nemmeno quel diritto che si presume talora di voler insegnare persino agli altri (vedere, qui).

A questo punto conviene leggere il testo per ciò che è, non per ciò che si vorrebbe che fosse. Il n. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica afferma:

«L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. […] La Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. […] In nessun caso possono essere approvati».

Non è un testo improvvisato, né una nota marginale. È un’esposizione sistematica che distingue con chiarezza tra inclinazione e atto, tra condizione personale e comportamento moralmente qualificato. Il Catechismo non afferma che la persona “è disordinata”. Non formula un giudizio ontologico sulla dignità del soggetto. Parla di atti e li qualifica in rapporto alla legge naturale e alla struttura teleologica della sessualità.

Questa distinzione non nasce da un capriccio disciplinare, ma da un impianto antropologico preciso: la sessualità, nella visione cattolica, è ordinata alla complementarità tra uomo e donna e alla apertura alla vita. Se l’atto è strutturalmente chiuso a questa finalità, l’oggetto morale viene giudicato disordinato. Non perché sia stato deciso in qualche oscuro ufficio romano da presunti custodi di tremebondi pregiudizi, ma perché l’atto viene valutato secondo una concezione della natura umana che la Chiesa ritiene iscritta nell’ordine della creazione.

Si può contestare questa antropologia? Certamente e legittimamente. Ma non la si può ridicolizzare fingendo di non comprenderla, nella speranza che altri smettano di comprenderla. Altrettanto vale per l’inconsistenza dell’accusa di «passo indietro». Il testo del Catechismo è del 1992, con editio typica del 1998. È stato promulgato sotto San Giovanni Paolo II e redatto sotto la supervisione dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Non siamo davanti a un’improvvisa regressione dottrinale del 2023 — come sostiene chi accusa ripetutamente il Sommo Pontefice di aver definito l’omosessualità peccato — ma alla semplice ripetizione di una dottrina costante. Parlare di «arretramento» significa ignorare trent’anni di Magistero o fingere che esso non esista. Il problema, quindi, non è che il Santo Padre Francesco abbia detto qualcosa di nuovo, ma che qualcuno abbia deciso di scoprire oggi ciò che la Chiesa non ha mai nascosto.

Se poi si vuole comprendere davvero che cosa significhi «peccato» nel linguaggio cattolico, basterebbe ricordare una formula che ogni fedele ascolta — o dovrebbe ascoltare — nella liturgia: «Ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni». Il peccato non è un’etichetta sociologica, non è un’identità, non è una condizione ontologica permanente, ma un atto umano moralmente qualificato, qualcosa che si compie, o che si omette di compiere. Quindi pensieri, parole, opere e omissioni sono quattro modalità attraverso cui la libertà si esercita. E, esercitandosi, può ordinarsi al bene oppure disordinarsi rispetto ad esso.

Dire che un atto è peccato significa dire che, in quella concreta scelta, l’uomo ha posto un’azione contraria all’ordine morale oggettivo. Non significa affermare che la persona sia riducibile al suo atto. Non significa negarne la dignità. Non significa trasformare una condizione esistenziale in una colpa permanente. La distinzione tra persona e atto non è un’attenuazione moderna: è la grammatica stessa della morale cattolica. Quando dunque il Sommo Pontefice afferma che l’omosessualità non è un crimine ma è un peccato, sta semplicemente collocando la questione nell’ambito morale e non in quello penale. Sta ricordando che la Chiesa non invoca sanzioni civili, ma formula un giudizio etico sugli atti. È una differenza abissale, che chiunque abbia una nozione solo elementare di diritto dovrebbe saper riconoscere.

Il peccato appartiene al foro della coscienza e alla relazione con Dio, il crimine appartiene all’ordinamento giuridico e alla sfera pubblica. Confondere i due piani significa non comprendere né la teologia morale né la teoria generale del diritto. Ed è proprio qui che la polemica mostra tutta la sua fragilità. Perché accusare il Santo Padre di «arretramento» per aver ribadito che un atto moralmente disordinato — in questo specifico caso la pratica dell’omosessualità — è peccato, equivale, in realtà, a rimproverare alla Chiesa di continuare a essere ciò che è: vale a dire, semplicemente, se stessa.

A questo punto emerge un ulteriore nodo, più delicato e più serio. Perché dietro la polemica mediatica non vi è soltanto un problema di distinzione tra peccato e crimine, ma una questione ecclesiologica: l’idea, più o meno esplicita, che l’accoglienza debba necessariamente tradursi in approvazione morale. E qui occorre essere estremamente chiari: la Chiesa è madre, accoglie tutti, sempre e senza condizioni preliminari. Lo ha fatto nei confronti dell’adultera — «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11) — del pubblicano — «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) — del persecutore trasformato in apostolo — «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4) — del peccatore manifesto seduto a mensa con il Maestro — «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17). Non ha mai chiesto una certificazione morale all’ingresso. Ma l’accoglienza non è mai stata sinonimo di legittimazione dell’atto. Né la misericordia è mai stata equiparata alla normalizzazione del disordine.

Al numero del Catechismo citato poc’anzi (cfr. n. 2357) fa seguito quello immeditatamente successivo con richiami precisi al rispetto e all’accoglienza delle persone omosessuali: 

«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (CCC n. 2358).

Il punto è però precisamente questo: vi sono soggetti che non chiedono accoglienza — che la Chiesa già offre — ma riconoscimento morale della prassi, dell’esercizio di un disordine morale. Non chiedono di essere accolti come persone, ma che l’atto venga sottratto al giudizio morale e normalizzato. E qui non siamo più nell’ambito pastorale, ma in quello dottrinale. Si pretende, in altre parole, che la Chiesa modifichi la propria antropologia per adeguarsi a un paradigma culturale dominante. Che rilegga la propria morale alla luce di istanze identitarie contemporanee. Che benedica ciò che fino a ieri ha definito intrinsecamente disordinato, senza che sia mutata la struttura teologica di riferimento. Ora, si può discutere tutto, ma non si può chiedere alla Chiesa di cessare di essere se stessa senza dichiararlo apertamente.

L’argomento è presentato di prassi in modo più suggestivo che rigoroso: si evoca l’inclusione, si parla di diritti, si agita lo spettro della discriminazione, fino a manipolare il dato oggettivo rimproverando apertamente al Santo Padre che, definendo l’omosessualità peccato, offrirebbe legittimazione ai regimi islamisti che la perseguono penalmente. Ma qui non è in gioco la dignità della persona — che la Chiesa afferma con forza — bensì la qualificazione morale dell’atto. E confondere le due dimensioni è un artificio retorico suggestivo, ma teologicamente inconsistente e giuridicamente farraginoso.

La verità è che qualcuno vorrebbe far entrare nella Chiesa quello che potremmo chiamare un cavallo di Troia arcobaleno: non la persona, ma l’intero pacchetto ideologico che pretende di ridefinire categorie antropologiche, morali e sacramentali. La Chiesa non rifiuta le persone, ma non può accettare che l’accoglienza diventi lo strumento per scardinare la propria visione della natura umana. La madre abbraccia, ma non riscrive la legge morale per rendere l’abbraccio culturalmente più gradito a chi vorrebbe trasformare il peccato in un diritto. Chi chiede alla Chiesa di dichiarare moralmente buono ciò che essa, alla luce della propria antropologia teologica, ritiene oggettivamente disordinato, non sta chiedendo un atto pastorale, ma una revisione dottrinale. E una revisione dottrinale non si ottiene per pressione mediatica, né per titoli ad effetto, né per esigenze personali, né mediante denunce temerarie che alterano il piano del confronto.

È doveroso ringraziare il creatore del blog Silere non Possum, i cui interventi, talvolta caratterizzati da una disinvoltura argomentativa che suscita più interrogativi che certezze, costituiscono per noi un salutare esercizio. Ci ricordano che il compito del sacerdote, del teologo e del vero giurista non è rincorrere l’eco mediatica, ma distinguere, chiarire e custodire con fedeltà l’ordine della verità, per poi trasmetterla e difenderla da quei cavalli di Troia ideologici che, con tinte arcobaleno e linguaggio seducente, tentano di introdurre nella Chiesa ciò che non le appartiene, sino a considerare le parole sul peccato del Sommo Pontefice un vero e proprio scandalo al sole.

Dall’Isola di Patmos, 28 febbraio 2026

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