O racional, entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos – A justificativa: entre símbolo, história, e mal-entendidos estéticos – O racional: entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos

italiano, inglês, espanhol

 

IL RAZIONALE: ENTRE SÍMBOLO, STORIA E FRAINTENDIMENTI ESTETICI

È bene dirlo con chiarezza, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile.

— Ministério litúrgico —

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AutoreSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Una delle tentazioni più diffuse in certi ambiti ecclesiali è quella di fermarsi all’apparato esteriore della liturgia, trasformando paramenti, colori e forme in oggetti di contemplazione estetica, talora persino di compiacimento identitario.

Ontem, nella celebrazione dei Vespri nella Festa della Conversione di San Paolo, nella Basilica Ostiense, il Sommo Pontefice Leone XIV ha indossato per la prima volta nel suo pontificato, il razionale. Il rischio — già ampiamente verificabile su vari mídia social —, è quello di cedere a entusiasmi fervorosi per ciò che “si vede”, accompagnati però da una conoscenza spesso assai approssimativa — quando non del tutto assente — della genesi storica, del significato simbolico e della funzione teologica di quegli stessi elementi che tanto affascinano.

Il razionale rientra pienamente in questa categoria: paramento rarissimo, evocato con toni quasi mitologici, talvolta citato come emblema di una liturgia “più autentica”, ma in realtà poco conosciuto nella sua origine e nel suo senso profondo. Proprio per questo si presta bene a una riflessione che vada oltre l’estetica e recuperi la dimensione simbolica e storica della liturgia. Ma che cos’è il razionale? Con il termine razionale si indica un paramento liturgico indossato sopra la casula o il piviale, di forma generalmente rettangolare o leggermente arcuata, riccamente decorato, portato sul petto e fissato alle spalle. Non si tratta di un paramento di uso universale nella Chiesa latina, né di un elemento costitutivo della celebrazione eucaristica.

Utilizzato in alcuni contesti specifici, soprattutto in ambito episcopale, con particolare riferimento a determinate Chiese locali — notoriamente quella di Eichstätt e, in forma diversa, di Cracovia —. L’uso del razionale non è mai stato normativo per tutta la Chiesa, né tantomeno necessario alla validità o liceità del rito.

Di origine biblica, il nome stesso razionale rimanda esplicitamente al pettorale del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, descritto nel libro dell’Esodo (É 28,15-30). Quel pettorale — chiamato חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ) “pettorale del giudizio” — portava dodici pietre preziose, simbolo delle dodici tribù di Israele, ed era segno della responsabilità sacerdotale nel portare il popolo davanti a Dio.

Il Cristianesimo nascente, come ha fatto con molti elementi del mondo antico, non ha rigettato simboli preesistenti, ma li ha assunti e trasfigurati. La liturgia cristiana non nasce in un vuoto culturale, si innesta nella storia, assume forme, linguaggi, simboli — anche provenienti dal mondo pagano o giudaico — e li riconduce a Cristo. Nesta perspectiva, il razionale non è un ornamento decorativo, ma un segno teologico: richiama il ministero della responsabilità, del discernimento e del giudizio esercitato non in nome proprio, ma davanti a Dio e per il bene del popolo.

È poi bene dirlo con chiarezza, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile. Questo non ha mai rappresentato un problema per la Chiesa.

La liturgia non è mai stata una “ricostruzione archeologica” di un’epoca pura e incontaminata. È sempre stata, em vez de, un’opera di inculturazione e trasfigurazione. Ciò che cambia non è la forma esterna in sé, ma il significato che la Chiesa le attribuisce. Anche il razionale si colloca in questa linea: non un residuo di un passato idealizzato, ma un segno che ha avuto senso in determinati contesti ecclesiali e che oggi conserva soprattutto un valore storico e simbolico, non normativo.

Dal punto di vista strettamente liturgico, il razionale non è mai stato un paramento di uso ordinario, né tantomeno universale. Il suo utilizzo è sempre stato legato a concessioni particolari, tradizioni locali o privilegi specifici, mai a una prescrizione generale della Chiesa latina. Questo dato è fondamentale per evitare un errore ricorrente: confondere ciò che è simbolicamente suggestivo con ciò che è teologicamente necessario. La liturgia non cresce per accumulo di elementi esteriori, ma per chiarezza del segno e fedeltà alla sua funzione primaria: rendere visibile l’azione salvifica di Cristo.

Quando il razionale — come altri paramenti rari o desueti — viene assunto come vessillo identitario da certe forme di estetismo o come prova di una presunta superiorità liturgica, si cade in un fraintendimento profondo. La liturgia non è un museo, né un palcoscenico. È azione della Chiesa, non auto-rappresentazione di un gusto. Conoscere la storia dei paramenti, il loro sviluppo e il loro significato autentico non impoverisce la liturgia: la libera da letture ideologiche e la restituisce alla sua verità più profonda.

Dunque il razionale non è un feticcio liturgico né un simbolo di un’età dell’oro perduta. È un segno storico, teologico e simbolico che parla di responsabilità, di discernimento e di servizio. Compreso nel suo contesto, arricchisce la comprensione della liturgia; isolato e assolutizzato, la impoverisce. La vera tradizione non consiste nel moltiplicare gli ornamenti, ma nel custodire il senso. E il senso della liturgia, ontem como hoje, non è l’estetica, mas Cristo.

Florença, 26 Janeiro 2026

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THE RATIONALE: BETWEEN SYMBOL, HISTORY, AND AESTHETIC MISUNDERSTANDINGS

It must be stated clearly, even at the risk of disappointing some naïve enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction.

— Pastoral Litúrgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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One of the most widespread temptations in certain ecclesial circles is to stop at the outward apparatus of the liturgy, transforming vestments, colours, and forms into objects of aesthetic contemplation and, às vezes, even of identity-driven self-complacency.

 

Ontem, during the celebration of Vespers on the Feast of the Conversion of Saint Paul, in the Basilica of Saint Paul Outside the Walls, the Supreme Pontiff Leo XIV wore the rationale for the first time in his pontificate. The risk — already clearly observable across various social media platforms — is to give way to fervent enthusiasm for what “is seen”, accompanied, no entanto, by a knowledge that is often highly approximate — when not entirely absent — of the historical genesis, symbolic meaning, and theological function of those very elements that so strongly fascinate.

The rationale fully belongs to this category: a very rare vestment, evoked in almost mythological terms, at times cited as an emblem of a “more authentic” liturgy, yet in reality scarcely known in its origin and deeper meaning. Justamente por esse motivo, it lends itself well to a reflection that goes beyond aesthetics and recovers the symbolic and historical dimension of the liturgy. Mas o que, na verdade, is the rationale? The term rationale designates a liturgical vestment worn over the chasuble or the cope, generally rectangular or slightly curved in shape, richly decorated, worn on the chest and fastened at the shoulders. It is not a vestment of universal use in the Latin Church, nor is it a constitutive element of the Eucharistic celebration.

It has been used in certain specific contexts, especially within the episcopal sphere, with particular reference to certain local Churches — most notably Eichstätt and, in a different form, Kraków. The use of the rationale has never been normative for the entire Church, nor has it ever been necessary for the validity or liceity of the rite.

Of biblical origin, the very name rationale explicitly refers to the breastplate of the high priest of the Old Testament, described in the Book of Exodus (Ex 28:15–30). That breastplate — called חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “breastplate of judgment” — bore twelve precious stones, symbolising the twelve tribes of Israel, and signified the priestly responsibility of bearing the people before God.

Early Christianity, as it did with many elements of the ancient world, did not reject pre-existing symbols but assumed and transfigured them. Christian liturgy does not arise in a cultural vacuum; it is grafted into history, assumes forms, languages, and symbols — including those drawn from the pagan or Jewish world — and reorients them toward Christ. Nesta perspectiva, the rationale is not a decorative ornament, but a theological sign: it recalls the ministry of responsibility, discernment, and judgment exercised not in one’s own name, but before God and for the good of the people.

It must also be stated clearly, even at the cost of disappointing some ingenuous enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction. This has never constituted a problem for the Church.

The liturgy has never been an “archaeological reconstruction” of a pure and uncontaminated age. Em vez de, it has always been a work of inculturation and transfiguration. What changes is not the external form as such, but the meaning that the Church attributes to it. The rationale too belongs to this line: not a remnant of an idealised past, but a sign that made sense in specific ecclesial contexts and that today retains primarily a historical and symbolic value, not a normative one.

From a strictly liturgical point of view, the rationale has never been a vestment of ordinary or universal use. Its employment has always been linked to particular concessions, local traditions, or specific privileges, never to a general prescription of the Latin Church. This datum is fundamental in order to avoid a recurrent error: confusing what is symbolically evocative with what is theologically necessary. The liturgy does not grow through the accumulation of external elements, but through clarity of sign and fidelity to its primary function: making visible the saving action of Christ.

When the rationale — like other rare or obsolete vestments — is taken up as an identity banner by certain forms of aestheticism or as proof of an alleged liturgical superiority, one falls into a profound misunderstanding. The liturgy is not a museum, nor a stage. It is the action of the Church, not the self-representation of a taste. Knowing the history of vestments, their development, and their authentic meaning does not impoverish the liturgy: it frees it from ideological readings and restores it to its deepest truth.

A justificativa, assim sendo, is neither a liturgical fetish nor a symbol of a lost golden age. It is a historical, theological, and symbolic sign that speaks of responsibility, discernment, and service. Understood within its context, it enriches the understanding of the liturgy; isolated and absolutised, it impoverishes it. True tradition does not consist in multiplying ornaments, but in safeguarding meaning. And the meaning of the liturgy, yesterday as today, is not aesthetics, but Christ.

Florença, 26 Janeiro 2026

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EL RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTORIA Y MALENTENDIDOS ESTÉTICOS

Conviene decirlo con claridad, aun a riesgo de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil.

— Pastoral litúrgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Una de las tentaciones más extendidas en ciertos ambientes eclesiales es detenerse en el aparato exterior de la liturgia, transformando paramentos, colores y formas en objetos de contemplación estética y, às vezes, incluso de complacencia identitaria.

Ayer, durante la celebración de las Vísperas en la Fiesta de la Conversión de San Pablo, en la Basílica de San Pablo Extramuros, el Sumo Pontífice León XIV vistió por primera vez en su pontificado el racional. El riesgo — ya ampliamente verificable en diversas redes sociales — es ceder a entusiasmos fervorosos por aquello que “se ve”, acompañados, no entanto, de un conocimiento a menudo muy aproximado — cuando no totalmente ausente — de la génesis histórica, del significado simbólico y de la función teológica de esos mismos elementos que tanto fascinan.

O racional se inscribe plenamente en esta categoría: un paramento rarísimo, evocado con tonos casi mitológicos, a veces citado como emblema de una liturgia “más auténtica”, pero en realidad poco conocido en su origen y en su sentido profundo. Precisamente por ello, se presta a una reflexión que vaya más allá de la estética y recupere la dimensión simbólica e histórica de la liturgia. Pero ¿qué es el racional? Con el término racional se designa un paramento litúrgico que se lleva sobre la casulla o el pluvial, generalmente de forma rectangular o ligeramente curvada, ricamente decorado, colocado sobre el pecho y sujeto a los hombros. No se trata de un paramento de uso universal en la Iglesia latina, ni de un elemento constitutivo de la celebración eucarística.

Su uso se ha dado en algunos contextos específicos, sobre todo en el ámbito episcopal, con especial referencia a determinadas Iglesias locales — de modo notorio la de Eichstätt y, en forma diversa, la de Cracovia —. El uso del racional nunca ha sido normativo para toda la Iglesia, ni mucho menos necesario para la validez o licitud del rito.

De origen bíblico, el propio nombre racional remite explícitamente al pectoral del sumo sacerdote del Antiguo Testamento, descrito en el libro del Éxodo (Ex 28,15-30). Aquel pectoral — llamado חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “pectorál del juicio” — llevaba doce piedras preciosas, símbolo de las doce tribus de Israel, y era signo de la responsabilidad sacerdotal de llevar al pueblo delante de Dios.

El cristianismo naciente, como hizo con muchos elementos del mundo antiguo, no rechazó símbolos preexistentes, sino que los asumió y los transfiguró. La liturgia cristiana no nace en un vacío cultural: se inserta en la historia, asume formas, lenguajes y símbolos — también procedentes del mundo pagano o judío — y los reconduce a Cristo. En esta perspectiva, el racional no es un ornamento decorativo, sino un signo teológico: remite al ministerio de la responsabilidad, del discernimiento y del juicio ejercidos no en nombre propio, sino ante Dios y para el bien del pueblo.

Conviene también decirlo con claridad, aun a costa de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil. Esto nunca ha representado un problema para la Iglesia.

La liturgia nunca ha sido una “reconstrucción arqueológica” de una época pura e incontaminada. Ha sido siempre, em vez de, una obra de inculturación y transfiguración. Lo que cambia no es la forma exterior en sí misma, sino el significado que la Iglesia le atribuye. El racional se sitúa también en esta línea: no como residuo de un pasado idealizado, sino como un signo que tuvo sentido en determinados contextos eclesiales y que hoy conserva sobre todo un valor histórico y simbólico, no normativo.

Desde el punto de vista estrictamente litúrgico, el racional nunca ha sido un paramento de uso ordinario ni universal. Su utilización ha estado siempre vinculada a concesiones particulares, tradiciones locales o privilegios específicos, nunca a una prescripción general de la Iglesia latina. Este dato es fundamental para evitar un error recurrente: confundir lo que resulta simbólicamente sugestivo con lo que es teológicamente necesario. La liturgia no crece por acumulación de elementos exteriores, sino por claridad del signo y fidelidad a su función primaria: hacer visible la acción salvífica de Cristo.

Cuando el racional — como otros paramentos raros o en desuso — es asumido como estandarte identitario por ciertas formas de esteticismo o como prueba de una presunta superioridad litúrgica, se incurre en un malentendido profundo. La liturgia no es un museo ni un escenario. Es acción de la Iglesia, no autorrepresentación de un gusto. Conocer la historia de los paramentos, su desarrollo y su significado auténtico no empobrece la liturgia: la libera de lecturas ideológicas y la devuelve a su verdad más profunda.

O racional, portanto, no es un fetiche litúrgico ni un símbolo de una edad de oro perdida. Es un signo histórico, teológico y simbólico que habla de responsabilidad, discernimiento y servicio. Comprendido en su contexto, enriquece la comprensión de la liturgia; aislado y absolutizado, la empobrece. La verdadera tradición no consiste en multiplicar ornamentos, sino en custodiar el sentido. Y el sentido de la liturgia, ayer como hoy, no es la estética, sino Cristo.

Florença, 26 Janeiro 2026

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A liturgia como catequese viva. Porque não é um lago para ser fortalecido – A liturgia como catequese viva. Por que não é uma piscina estagnada a ser preservada – A liturgia como catequese viva. Por que não é um lago que deveria congelar

 

italiano, inglês, espanhol

 

A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. PORQUE NÃO É UM LAGO A SER CONFIRMADO

Como lembrou São João Paulo II, fazendo seu próprio ditado famoso de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a tutela do fogo. Uma liturgia que não cresce e se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

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Nos últimos anos temos assistido à proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia - e em particular da celebração eucarística - não o lugar da unidade eclesial, mas um terreno de conflito ideológico. Não se trata simplesmente de uma questão de sensibilidades diferentes ou de preferências rituais legítimas., mas sim um uso instrumental da liturgia como elemento estético, identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, este fenómeno é promovido por grupos estritamente leigos que, em vez de expressar uma fé eclesial madura, eles projetam fragilidades pessoais na liturgia, desconfortos internos e necessidades de autoconfiança de identidade.

Precisa ser dito claramente: usar o Sacrifício Eucarístico como instrumento de divisão é um fato eclesial gravíssimo, porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um lugar de autodefinição subjetiva, mas como espaço onde a Igreja se acolhe do mistério que celebra. Quando a liturgia se inclina para fins estranhos à sua natureza, é esvaziado e reduzido ao que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é iniciativa privada nem linguagem de grupo. O Concílio Vaticano II expressou claramente esta verdade ao afirmar que a liturgia é «o ápice para o qual tende a ação da Igreja e, juntos, a fonte de onde emana toda a sua virtude" (Santo Conselho, n. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Usar a liturgia para dividir significa contradizer a sua natureza mais profunda. A liturgia não foi criada para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já recordava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles próprios são chamados a tornar-se.: «Seja o que você vê e receba o que você é» (Falar 272). Quando a liturgia se transforma em instrumento de oposição, não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por aqueles que reduzem a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca. A liturgia não é apenas celebração, mas também uma forma primária de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educada na fé celebrando.

Os Padres da Igreja eles estavam plenamente conscientes disso. São Cirilo de Jerusalém, em seu Catequeses mistagógicas, ele não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas a partir da experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera a compreensão da fé. A Liturgia, na verdade, ele não ensina apenas através de palavras, mas através do conjunto de sinais: convidados, silêncios, postura, ritmos, linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese mistagógica eu, 1).

Reduzindo a liturgia à estética significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado em vez de mistério a ser vivenciado. Assim deixa de ser catequese viva e passa a ser uma experiência autorreferencial, incapaz de gerar uma fé adulta e eclesial.

Substância e acidentes é uma distinção teologicamente essencial e deve ser muito bem esclarecida, porque na raiz de muitos desvios litúrgicos está a confusão - por vezes deliberada - entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, ele sempre distinguiu claramente esses dois níveis.

A substância é sobre o que faz do Sacramento o que ele é: o Sacrifício de Cristo, a presença real, a forma sacramental desejada pelo Senhor e salvaguardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas da ação salvadora de Cristo.

Acidentes, em vez de, eles incluem os elementos externos da celebração: a língua, formas rituais, a disciplina, as estruturas comemorativas. Eles não são apenas mutáveis, mas eles devem mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres concretos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes evocado de forma inadequada, reconheceu a autoridade da Igreja para dispor dos ritos "salvar e integrar a substância dos sacramentos" (Concílio de Trento, sessão. XXI).

Elevar um idioma, como latim, ou um ritual histórico, como o Missal de São Pio V, na categoria de artigos de fé é um grave erro teológico. Não porque esses elementos sejam inúteis, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes níveis significa absolutizar o que está historicamente determinado e relativizar o que é essencial.

A história da liturgia testemunha que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos coexistiram diferentes ritos; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; as formas celebrativas mudaram em resposta às novas necessidades pastorais e culturais. Tudo isso aconteceu sem que a fé da Igreja desaparecesse, precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi salvaguardada.

Pensar na liturgia como uma realidade a ser “congelada” significa adotar uma visão museal da Igreja, estranho à sua natureza. Como lembrou São João Paulo II, fazendo seu próprio ditado famoso de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a tutela do fogo. Uma liturgia que não cresce e se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé.

A liturgia não é uma arma ideológica, não é um refúgio estético, não é um terreno de reivindicações de identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra. Quando a liturgia divide, não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios internos ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. POR QUE NÃO É UMA PISCINA ESTAGNADA PARA SER PRESERVADA

Como recordou São João Paulo II, tornando seu um ditado conhecido de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a salvaguarda do fogo. Uma liturgia que não cresce e não se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser linguagem viva de fé.

— Pastoral Litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Nos últimos anos, tem havido uma notável proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia — e em particular da celebração eucarística — não o lugar da unidade eclesial, mas um campo de confronto ideológico. Isto não é simplesmente uma questão de diferentes sensibilidades ou preferências rituais legítimas., mas sim de um uso instrumental da liturgia como recurso estético, elemento formador de identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, este fenómeno é promovido por grupos estritamente leigos que, em vez de expressar uma fé eclesial madura, projetar na liturgia as fragilidades pessoais, desconfortos internos, e necessidades de autoconfiança baseada na identidade.

Isto deve ser afirmado claramente: usar o Sacrifício Eucarístico como meio de divisão é um assunto eclesialmente muito sério, porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um espaço de autodefinição subjetiva, mas como lugar onde a Igreja se acolhe do mistério que celebra. Quando a liturgia se volta para fins estranhos à sua natureza, é esvaziado e reduzido a algo que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é uma iniciativa privada nem a linguagem de um grupo. O Concílio Vaticano II expressou esta verdade com clareza, afirmando que a liturgia é “o ápice para o qual se dirige a atividade da Igreja e, ao mesmo tempo, a fonte de onde flui todo o seu poder” (Santo Conselho, não. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Usar a liturgia como instrumento de divisão significa contradizer sua natureza mais profunda. A liturgia não nasce para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já lembrava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles próprios são chamados a ser: “Seja o que você vê, e receba o que você é” (Falar 272). Quando a liturgia se transforma em instrumento de oposição, não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por quem reduz a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca. A liturgia não é apenas celebração, mas também a forma primeira de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educou os fiéis celebrando.

Os Padres da Igreja estavam plenamente conscientes disso. São Cirilo de Jerusalém, em seu Catequeses Mistagógicas, não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas a partir da própria experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera compreensão da fé. De fato, a liturgia ensina não só através de palavras, mas através de todo o conjunto de signos: gestos, silêncios, posturas, ritmos, e linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese Mistagógica eu, 1).

Reduzir a liturgia à estética significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado e não em mistério a ser vivido. Desta maneira, deixa de ser catequese viva e se torna uma experiência autorreferencial, incapaz de gerar uma fé madura e eclesial.

Substância e acidentes: uma distinção necessária. A distinção entre substância e acidentes é teologicamente indispensável e deve ser claramente explicada, porque na raiz de muitas distorções litúrgicas está a confusão — às vezes deliberada — entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, sempre distinguiu claramente entre estes dois níveis.

Substância diz respeito ao que torna um sacramento o que é: o Sacrifício de Cristo, a verdadeira presença, a forma sacramental querida pelo Senhor e salvaguardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas na ação salvadora de Cristo.

Acidentes, por outro lado, incluir os elementos externos da celebração: linguagem, formas rituais, disciplinas, e estruturas comemorativas. Esses elementos não são apenas mutáveis, mas deve mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres concretos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes invocado indevidamente, reconheceu a autoridade da Igreja para regular os ritos, “a substância dos sacramentos sendo preservada intacta” (Concílio de Trento, Sessão XXI).

Para elevar um idioma, como o latim, ou um rito histórico, como o Missal de São Pio V, à categoria de artigos de fé é um grave erro teológico. Não porque tais elementos careçam de valor, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes níveis significa absolutizar o que está determinado historicamente e relativizar o que é essencial..

A história da liturgia mostra que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos, diferentes ritos coexistiam; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; formas celebrativas mudaram em resposta às novas necessidades pastorais e culturais. Tudo isso aconteceu sem que a fé da Igreja fosse diminuída, precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi preservada.

Pensar na liturgia como algo a ser “congelado” é adotar uma visão museológica da Igreja, estranho à sua natureza. Como recordou São João Paulo II, tornando seu um ditado conhecido de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a salvaguarda do fogo. Uma liturgia que não cresce e não se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser linguagem viva de fé.

A liturgia não é uma arma ideológica, não é um refúgio estético, não é um terreno para reivindicações baseadas em identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra. Quando a liturgia divide, não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios interiores ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. POR QUE NÃO É UM LAGO QUE DEVE CONGELAR

Como lembrou São João Paulo II, adotando um famoso ditado de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a guarda do fogo. Uma liturgia que não cresce nem se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé..

— Pastoral litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Nos últimos anos Tem havido uma proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia – e em particular da celebração eucarística – não o lugar da unidade eclesial., mas um campo de confronto ideológico. Não se trata simplesmente de uma questão de sensibilidades diversas ou de preferências rituais legítimas., mas sim um uso instrumental da liturgia como elemento estético, identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, Este fenómeno é promovido por grupos estritamente seculares que, mais do que expressar uma fé eclesial madura, projetar fragilidades pessoais na liturgia, desconfortos interiores e necessidades de autoafirmação identitária.

É necessário dizer isso claramente: Utilizar o Sacrifício Eucarístico como instrumento de divisão é um facto de extrema gravidade eclesial., porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um lugar de autodefinição subjetiva, mas como espaço no qual a Igreja recebe de si o mistério que celebra. Quando a liturgia for submetida a finalidades estranhas à sua natureza, é esvaziado e reduzido a algo que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é uma iniciativa privada nem a linguagem de um grupo. O Concílio Vaticano II expressou claramente esta verdade quando afirmou que a liturgia é “o ápice para o qual tende a ação da Igreja e, ao mesmo tempo, a fonte de onde flui toda a sua força” (Santo Conselho, n. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Use a liturgia para dividir significa contradizer sua natureza mais profunda. A liturgia não foi criada para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já lembrava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles são chamados a ser.: “Seja o que você vê e receba o que você é” (Falar 272). Quando a liturgia se torna instrumento de confronto, Não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por quem reduz a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca.. A liturgia não é apenas celebração, mas também a primeira forma de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educada na fé celebrando.

Os Padres da Igreja Eles estavam plenamente conscientes disso.. São Cirilo de Jerusalém, em seu catequese mistagógica, não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas da experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera a compreensão da fé. A Liturgia, de fato, não ensina apenas através de palavras, mas através do conjunto de sinais: gestos, silêncios, posturas, ritmos e linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese mistagógica eu, 1).

Reduzir a liturgia à estética Significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado e não em mistério a ser vivido.. Desta forma deixa de ser um catecismo vivo e passa a ser uma experiência autorreferencial., incapaz de gerar uma fé adulta e verdadeiramente eclesial.

Substância e acidentes: uma distinção essencial. A distinção entre substância e acidentes é teologicamente essencial e deve ser esclarecida com precisão., porque na raiz de muitas derivas litúrgicas está a confusão — às vezes deliberada — entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, sempre distinguiu claramente estes dois níveis.

A substância refere-se àquilo que faz de um sacramento o que ele é: o Sacrifício de Cristo, a verdadeira presença, a forma sacramental querida pelo Senhor e guardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas da ação salvadora de Cristo.

Os acidentes, em vez de, Eles incluem os elementos externos da celebração: a língua, formas rituais, as disciplinas, as estruturas comemorativas. Esses elementos não são apenas mutáveis, mas eles devem mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres específicos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes invocado indevidamente, reconheceu a autoridade da Igreja para dispor dos ritos, “salva e integra a substância dos sacramentos” (Concílio de Trento, XXI sessão).

Levante a língua, como latim, o un rito histórico, como o Missal de São Pio V, à categoria de artigos de fé constitui um grave erro teológico. Não porque tais elementos sejam inúteis, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes planos significa absolutizar o que está historicamente determinado e relativizar o que é essencial..

A história da liturgia demonstra que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos, vários ritos coexistiram; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; As formas comemorativas mudaram em resposta às novas demandas pastorais e culturais. Tudo isso ocorreu sem que a fé da Igreja fosse prejudicada., precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi salvaguardada.

Pensar a liturgia como uma realidade que deve ser “congelada” Significa adotar uma visão museal da Igreja, estranho à sua natureza. Como lembrou São João Paulo II, adotando um famoso ditado de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a guarda do fogo. Uma liturgia que não cresce nem se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé..

A liturgia não é uma arma ideológica, Não é um refúgio estético, Não é um terreno de reivindicação de identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra.. Quando a liturgia divide, Não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios interiores ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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Os Padres da Ilha de Patmos

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No sábado indo à missa – No sábado indo à missa – Indo à missa no sábado

 

italiano, espanhol, inglês.

 

NO SÁBADO VAI À MISSA

A concessão vem de longe e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica, e porque é ditado pela preocupação pastoral que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito de participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

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.artigo em formato de impressão PDF – Artigo em PDF em formato impresso – Formato de impressão de artigo em PDF

 

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Precisamos voltar no tempo e para ser preciso em 1970, quando Gigliola Cinquetti, cantor de sucesso naquela época, ele cantou uma música que permaneceu famosa, por título: «Ir à missa no domingo».

Porque naquela época a participação na Missa ainda era um costume bem enraizado na cultura e na fé do povo cristão, pelo menos em Itália. Hoje, porém, constatamos com consternação o descontentamento que surgiu entre os batizados em relação à participação na Eucaristia dominical.. É algo que dói, especialmente sacerdotes, e os motivos são tantos que não é possível torná-los objeto de uma breve discussão como esta.

A Liturgia Cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais puramente rituais, sempre foi um assunto delicado, no entanto, às vezes de disputa. Para todo sempre, não só hoje. Para citar um exemplo marcante, todos nos lembramos das repreensões do apóstolo Paulo aos turbulentos coríntios em relação à sua participação desordenada na "Ceia do Senhor" (1CR 11,20-34).

Como então, ainda hoje os fiéis recorrem aos sacerdotes, em particular aqueles que cuidam das almas, pedir explicações ou mais informações sobre alguns dos aspectos que se referem à Liturgia. Entre estes, uma pergunta que ainda é feita às vezes, diz respeito à validade da Eucaristia de sábado à noite, comumente chamado: «Missa pré-feriado». Um termo que não é exatamente adequado como veremos, mas agora é normal, já que na verdade é uma celebração que acontece durante o período de férias, segundo as indicações que a Igreja deu aos fiéis para satisfazer as suas necessidades.

Não levamos isso em consideração aqui aqueles que são excessos ou abusos da celebração no dia de sábado. Nós sabemos disso, por exemplo, as chamadas Comunidades Neocatecumenais, celebram a Eucaristia apenas no sábado à noite e quase nunca juntos com o resto da comunidade paroquial. Nós lembramos, sobre isso, o que a Nota Pastoral do C.E.I. diz. O dia do Senhor, a 15 Julho 1984. Ou seja, o Domingo é também o dia da igreja, o dia da Igreja. Uma comunidade unida na fé e na caridade é o primeiro sacramento da presença do Senhor entre o seu povo. A celebração da Missa festiva deve, portanto, reunir toda a comunidade cristã em torno do Bispo ou de quem o representa legitimamente nas paróquias.:

«O grupo ou movimento, sozinho, Eu não sou a assembleia: eles fazem parte da assembléia dominical, assim como fazem parte da Igreja".

Critério pastoral fundamental é portanto necessário garantir uma celebração comunitária, que manifesta e realiza a participação ativa dos fiéis e a variedade de ministérios, na unidade daquele corpo místico que é a Igreja (cf.. não. 9 e 10).

Mas há aqueles também, como aqueles que contaríamos entre os conservadores, que torcem o nariz à celebração eucarística antecipada para a véspera de domingo, uma celebração ou solenidade. Deve-se lembrar que esta possibilidade de celebração noturna foi estabelecida antes do Concílio Vaticano II pelo Papa Pio XII com a constituição apostólica Cristo o Senhor a 1953 e então col Motu proprio Sagrada Comunhão a 1957, acompanhado de um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani que se expressou da seguinte forma:

«Assim amadureceu o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a 6 Janeiro 1953, que já abriu as portas para uma possibilidade mais ampla de os fiéis se alimentarem do Pão da vida».

A razão pela qual esta possibilidade foi concedida era de uma natureza primorosamente pastoral. O Sumo Pontífice quis encontrar-se com aqueles que por motivos decisivos não puderam participar na celebração da manhã de domingo. Assim, retomando o costume judaico de começar o dia a partir do pôr do sol da noite anterior - como pode ser visto nesta famosa passagem bíblica de Gênesis 1,5b: «E era noite e era manhã, primeiro dia" — a comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava os dias de solenidades e domingos a partir da noite anterior, com as "primeiras vésperas"; isto é, com a oração litúrgica ligada ao pôr do sol do dia anterior. Desta forma,, exemplificar, o dia litúrgico do domingo começa com as primeiras vésperas que são celebradas no sábado à noite. É por isso que desde 1953, graças à constituição apostólica do Papa Pio XII, no sábado à tarde foi possível celebrar além das primeiras vésperas, também a liturgia eucarística dominical, dando assim maior disponibilidade de tempo para cumprir o preceito festivo e poder celebrar o Dia do Senhor.

Na validade, assim, da Missa celebrada nas vésperas de sábado ou uma solenidade, não há nada do que reclamar. A regra que se aplica, como acontece com todas as outras coisas, é seguir o que a Igreja nos diz, uma vez que certas escolhas ou decisões são sempre o resultado de uma reflexão cuidadosa e ponderada. Desta forma, a possibilidade de celebrar a missa festiva nas vésperas de sábado tornou-se a norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico no cânone 1248, §1:

«Quem o assiste onde quer que seja celebrado no rito católico satisfaz o preceito de participar na Missa, ou no mesmo dia de feriado, ou nas vésperas do dia anterior".

Daqui resulta que a possibilidade de cumprimento do preceito festivo, também a partir das vésperas do dia anterior à festa, não está mais vinculado a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos, para certas missas - as chamadas "missas pré-feriadas" - mas é um direito reconhecido a todos os fiéis e estende-se a qualquer missa celebrada nas vésperas de sábado ou vésperas de festa. Também encontramos as palavras do Código idênticas no Catecismo da Igreja Católica nos números 2180 com a premissa necessária: «Aos domingos e outros dias santos de preceito, os fiéis são obrigados a participar na missa».

Aos fiéis italianos os bispos na referida nota pastoral O dia do Senhor a 1984, dê a seguinte indicação: «Liturgicamente o um feriado começa com as primeiras vésperas do dia anterior à festa; assim no sábado à noite, do ponto de vista litúrgico, já é domingo" (n. 34).

Como é óbvio, o domingo é o dia por excelência para o cristão, dia que comemora a Ressurreição de Cristo e em si insubstituível. Na verdade, isto é o que diz o Catecismo sobre o número 2185: «Durante os domingos e outros feriados, os fiéis se absterão de dedicar-se a trabalhos ou atividades que impeçam o culto devido a Deus, a alegria própria do dia do Senhor, a prática das obras de misericórdia e o necessário relaxamento da mente e do corpo».

Com possibilidade de participar na celebração da noite de sábado evidentemente, algo do que o Catecismo indicou acima se perdeu, pelo menos três das quatro características do domingo cristão. Mãe, como pode ser visto, a concessão vem de longe e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica, e porque é ditado pela preocupação pastoral que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito de participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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NO SÁBADO VAI À MISSA

Esta concessão tem as suas raízes numa antiga práxis litúrgica e encontra a sua justificação tanto na tradição como na pastoral., que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito da participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

— Pastoral litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Um famoso cantor italiano, Gigliola Cinquetti, Também conhecida em vários países da América Latina por suas canções traduzidas para o espanhol. (exemplo de uma música famosa: AQUI) realizado em 1971 uma música que ficou famosa: No domingo, quando for à missa.

Isto é explicado porque naquela época a participação na Santa Missa era ainda um costume profundamente enraizado na cultura e na fé do povo cristão., pelo menos na Itália. Olá, em vez de, Notamos com pesar o distanciamento que foi gerado entre muitos batizados no que diz respeito à participação na Eucaristia dominical. É uma realidade que causa sofrimento, especialmente entre os sacerdotes, e cujas causas são tão numerosas e complexas que não podem ser adequadamente abordadas numa breve reflexão como esta..

A Liturgia Cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais propriamente rituais, sempre foi uma área delicada e, em muitas ocasiões, motivo para discussão. É assim que sempre foi, não só em nossos dias. Apenas lembre-se, como um exemplo significativo, as severas advertências do apóstolo Paulo à turbulenta comunidade coríntia a respeito de sua participação desordenada na "Ceia do Senhor" (cf. 1 CR 11,20-34).

como então, Também hoje, os fiéis recorrem aos sacerdotes — especialmente aos que se dedicam à pastoral das almas — para pedir esclarecimentos ou maiores aprofundamentos sobre alguns aspectos relacionados com a Liturgia.. Entre essas consultas, Uma questão que às vezes ainda se levanta é a validade da Eucaristia celebrada no sábado à tarde., comumente chamada de "missa pré-festiva". Uma expressão não totalmente apropriada, como veremos, mas já em uso regular, já que na verdade é uma celebração que acontece dentro do período festivo, de acordo com as instruções que a Igreja deu aos fiéis para responder às suas necessidades.

O critério pastoral fundamental é, portanto, a exigência de garantir uma celebração comunitária que manifeste e realize a participação ativa dos fiéis e a diversidade dos ministérios, na unidade daquele Corpo místico que é a Igreja (cf. NN. 9 e 10).

Mas também há aqueles que — entre os quais poderíamos contar os chamados conservadores — manifestam o seu descontentamento na celebração eucarística antecipada do dia anterior ao domingo, para uma festa ou solenidade. Vale lembrar que esta possibilidade de celebração noturna foi instituída antes do Concílio Vaticano II pelo Papa Pio XII., através da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a partir de 1953, e mais tarde com o Motu proprio Sagrada Comunhão a partir de 1957, acompanhado por um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani, que se expressou nestes termos:

«Assim amadureceu o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a 6 Janeiro 1953, “que já abriu as portas para uma possibilidade mais ampla de os fiéis serem nutridos pelo Pão da vida”..

A razão pela qual esta possibilidade foi concedida era de natureza estritamente pastoral. O Sumo Pontífice quis sair ao encontro daqueles fiéis que, por motivos sérios, Eles não puderam participar da celebração da manhã de domingo. Por isso, retomando o uso judaico de começar o dia ao pôr do sol da tarde anterior - como pode ser visto na conhecida passagem bíblica de Gênesis 1:5b: «E houve a noite e houve a manhã: primeiro dia" -, A comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava solenidades e domingos a partir da tarde anterior, com as chamadas "primeiras vésperas", isto é,, com a oração litúrgica ligada ao pôr do sol do dia anterior.

Então, como exemplo, O dia litúrgico de domingo começa com as Primeiras Vésperas celebradas no sábado à tarde. Por esta razão, de 1953, graças à Constituição Apostólica de Pio XII, foi possível celebrar no sábado à tarde — além das primeiras vésperas — também a liturgia eucarística dominical, oferecendo assim maior disponibilidade de tempo para cumprir a obrigação festiva e celebrar o Dia do Senhor.

No que diz respeito, portanto, à validade da Missa celebrada no sábado à noite ou na véspera de solenidade, não há objeção. A regra que rege, como em todos os outros assuntos, é seguir o que a Igreja indica, uma vez que certas decisões e disposições são sempre o resultado de uma reflexão cuidadosa e ponderada. Por isso, A possibilidade de celebrar a missa festiva no sábado à noite tornou-se norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico, no cânone 1248, §1:

«Quem a assiste onde quer que seja celebrada no rito católico cumpre o preceito de participar na missa., ou no mesmo dia da festa, quer na tarde do dia anterior".

Daqui decorre que a possibilidade de cumprimento do preceito festivo, até do vespro na véspera da festa, Já não está vinculada a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos para determinadas celebrações - as chamadas "missas pré-festivas" -, mas constitui um direito reconhecido por todos os fiéis e estende-se a qualquer missa celebrada no sábado à noite ou na véspera de uma festa.. As palavras do Código de Direito Canônico também são reproduzidas de forma idêntica no Catecismo da Igreja Católica, no número 2180, com a premissa adequada:

«Domingo e outros dias santos de obrigação, “Os fiéis têm a obrigação de participar da missa”..

Aos fiéis italianos, os bispos, na citada Nota Pastoral O dia do Senhor a partir de 1984, oferecer a seguinte indicação: «Liturgicamente o um feriado começa com as primeiras vésperas do dia anterior à festa; Portanto, Sábado à tarde, do ponto de vista litúrgico, Já é domingo" (n. 34).

Como é evidente, Domingo é o dia por excelência para o cristão, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e que, em si mesmo, é insubstituível. Isto é o que o Catecismo afirma em números 2185:

«Os fiéis cristãos recordam a ressurreição do Senhor e cumprem o seu compromisso pascal com a Igreja no dia chamado Dia do Senhor ou Domingo., quando se reúnem em assembleia para ouvir a Palavra de Deus e participar da Eucaristia, comemorar a Paixão, a Ressurreição e a vinda gloriosa do Senhor Jesus, e dão graças a Deus que os transfigurou em seu Filho amado”.

Com possibilidade de participar na celebração da noite de sábado você perde, Evidentemente, algo que o Catecismo acaba de indicar, pelo menos três das quatro características do domingo cristão. Porém, como visto, Esta concessão tem as suas raízes numa antiga práxis litúrgica e encontra a sua justificação tanto na tradição como na pastoral., que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito da participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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VAI À MISSA NO SÁBADO

Esta concessão tem profundas raízes históricas e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica como numa preocupação pastoral que visa garantir que todos os baptizados sejam capazes de cumprir a obrigação de participar na Santa Missa e de se aproximarem da mesa do Senhor..

— Pastoral Litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Dentro 1971, a conhecida cantora italiana Gigliola Cinquetti cantou uma música que se tornaria amplamente popular: Ir à missa no domingo (No domingo, Indo para a missa).

Naquela hora, a participação na missa foi ainda é um costume profundamente enraizado na cultura e na fé do povo cristão, pelo menos na Itália. Hoje, em vez de, observamos com consternação a crescente falta de amor entre os batizados pela participação na Eucaristia dominical. Isso é algo que causa sofrimento, especialmente aos sacerdotes, e as razões são tão numerosas que é impossível abordá-las adequadamente numa breve reflexão como esta.

Liturgia cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais estritamente rituais, sempre foi um tema delicado e, às vezes, até mesmo uma questão controversa - não apenas hoje, mas sempre. Como um exemplo marcante, todos nos lembramos das repreensões dirigidas pelo apóstolo Paulo aos turbulentos coríntios em relação à sua participação desordenada na “Ceia do Senhor” (cf. 1 CR 11:20–34).

Assim como naqueles tempos, ainda hoje os fiéis recorrem aos sacerdotes — especialmente aos que se dedicam à pastoral — para pedir explicações ou aprofundar alguns aspectos relacionados com a liturgia. Entre estes, uma questão que às vezes ainda se levanta diz respeito à validade da Eucaristia celebrada no sábado à noite, comumente chamada de “Missa antecipada” ou “Missa de sábado à noite”.

Esta terminologia, como veremos, não é totalmente preciso, embora tenha se tornado habitual, já que na realidade esta celebração ocorre dentro do próprio tempo festivo, segundo as indicações dadas pela Igreja para responder às necessidades dos fiéis.

Não consideraremos aqui os excessos ou abusos que possam ocorrer nas celebrações realizadas no sábado. É bem conhecido, por exemplo, que as chamadas Comunidades Neocatecumenais celebrem a Eucaristia exclusivamente no sábado à noite e apenas raramente em conjunto com o resto da comunidade paroquial. A respeito disso, vale a pena recordar o que afirmou a Conferência Episcopal Italiana na sua nota pastoral O dia do Senhor (O Dia do Senhor) do 15 julho 1984. O documento lembra que Domingo também é o dia da igreja, o dia da Igreja. Uma comunidade reunida na fé e na caridade é o primeiro sacramento da presença do Senhor no seu seio. Por esta razão, a celebração da Eucaristia dominical deverá reunir toda a comunidade cristã em torno do Bispo, ou em torno de quem o representa legitimamente nas paróquias:

“Um grupo ou um movimento, tomado por si mesmo, não é a assembleia; faz parte da assembléia dominical, assim como faz parte da Igreja”.

Um critério pastoral fundamental, assim sendo, é a necessidade de garantir uma celebração comunitária, aquele que manifesta e atualiza a participação ativa dos fiéis e a variedade de ministérios, dentro da unidade desse Corpo Místico que é a Igreja (cf. não. 9-10).

Há também aqueles — que poderíamos classificar entre os mais conservadores — que olham de soslaio para a celebração eucarística prevista para o dia anterior ao domingo, uma festa, ou uma solenidade. Deve ser lembrado, no entanto, que esta possibilidade de celebração noturna foi instituída antes do Concílio Vaticano II por Sua Excelência. Pio XII, primeiro com a Constituição Apostólica Cristo o Senhor dentro 1953, e mais tarde com o Motu proprio Sagrada Comunhão dentro 1957, acompanhado por um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani, que se expressou da seguinte forma:

“Assim, o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor do 6 Janeiro 1953 amadureceu, abrindo a porta para uma possibilidade mais ampla para os fiéis se alimentarem do Pão da Vida”.

A razão para conceder esta possibilidade era de natureza puramente pastoral. O Sumo Pontífice quis ir ao encontro das necessidades daqueles que, por razões convincentes, não puderam participar da celebração da manhã de domingo. Por isso, recorrendo à prática judaica de começar o dia ao pôr do sol da noite anterior - como pode ser observado na conhecida passagem bíblica do Gênesis 1:5b, E houve noite e houve manhã, o primeiro dia — a comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava os domingos e as solenidades começando na noite anterior com o Primeiras Vésperas, isso é, com a oração litúrgica associada ao pôr do sol do dia anterior.

Desta maneira, para dar um exemplo, o dia litúrgico de domingo começa com as Primeiras Vésperas celebradas no sábado à noite. É por isso, começando em 1953, graças à Constituição Apostólica do Papa Pio XII, tornou-se possível celebrar não só as Primeiras Vésperas no sábado à tarde, mas também a própria liturgia eucarística dominical, proporcionando assim maior disponibilidade de tempo para cumprir o preceito festivo e celebrar o Dia do Senhor.

Quanto à validade da Missa celebrada na noite de sábado ou na vigília de solenidade, não há nada a objetar. A regra que se aplica – como em todos os outros assuntos – é seguir o que a Igreja ensina, uma vez que certas escolhas ou decisões são sempre fruto de uma reflexão cuidadosa e de uma consideração prudente. Desta maneira, a possibilidade de celebrar a missa festiva no sábado à noite tornou-se uma norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico, cânone 1248 §1:

“O preceito de participar na Missa é satisfeito por quem assiste a uma Missa celebrada em qualquer lugar de rito católico, quer no próprio dia da festa, quer na noite do dia anterior.”

Segue-se que a possibilidade de cumprir o preceito festivo a partir da noite do dia anterior à festa já não está vinculado a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos para celebrações específicas — as chamadas “missas antecipadas” — mas é um direito reconhecido a cada fiel, e se estende a qualquer missa celebrada na noite de sábado ou na vigília de uma festa.

A redação do Código é reproduzido literalmente no Catecismo da Igreja Católica em nenhum. 2180, com a premissa necessária: Aos domingos e outros dias santos de guarda, os fiéis são obrigados a participar da missa.”

Aos fiéis italianos, os bispos, na citada Nota Pastoral O Dia do Senhor do 1984, dê a seguinte indicação:

“Liturgicamente, a um feriado começa com as Primeiras Vésperas do dia anterior à festa; assim sábado à noite, do ponto de vista litúrgico, já é domingo” (não. 34).

Como é óbvio, Domingo é o dia por excelência para o cristão, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e é, em si, insubstituível. Assim, o Catecismo afirma em nenhum. 2185:

«Aos domingos e outros dias santos de obrigação, os fiéis devem abster-se de se envolver em trabalhos ou atividades que dificultem o culto devido a Deus, a alegria própria do Dia do Senhor, a realização das obras de misericórdia, e o relaxamento adequado da mente e do corpo. Necessidades familiares ou serviços sociais importantes podem legitimamente dispensar a obrigação do descanso dominical. Os fiéis devem cuidar para que desculpas legítimas não conduzam a hábitos prejudiciais à religião, vida familiar, e saúde».

Como é evidente, O domingo continua sendo o dia cristão por excelência, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e é, pela sua própria natureza, insubstituível. Justamente por esse motivo, a Igreja ensina que aos domingos e outros dias santos de preceito os fiéis são chamados a abster-se de atividades que dificultem o culto devido a Deus, a alegria própria do Dia do Senhor, a prática de obras de misericórdia, e o descanso necessário da mente e do corpo.

Com a possibilidade de participar da celebração de sábado à noite, é claro que algo daquilo que caracteriza o domingo cristão pode ser diminuído - pelo menos três dos seus elementos definidores. No entanto, como vimos, esta concessão tem profundas raízes históricas e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica como numa preocupação pastoral que visa garantir que todos os baptizados sejam capazes de cumprir a obrigação de participar na Santa Missa e de se aproximar da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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Queridos leitores,
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Cotas rosa no altar são necessárias? Da teoideologia feminista à sabedoria pastoral do Sri Lanka – São necessárias «cotas rosa» no altar? Da teoideologia feminista à sabedoria pastoral do Sri Lanka – As “quotas rosa” são necessárias no altar?? Da teoideologia feminista à prudência pastoral no Sri Lanka

italiano, inglês, espanhol

 

TARIFAS ROSA NO ALTAR SÃO NECESSÁRIAS? DA TEO-IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

O bispo pode permitir coroinhas, mas ele não pode forçar os párocos a usá-los. Os fiéis não ordenados “não têm direito” de servir no altar e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas, também pelo seu comprovado valor vocacional.

- Notícias da Igreja -

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Vendo crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa - a começar pela nossa Itália - onde a taxa de natalidade está estagnada há décadas e a idade média da população, e o clero, continua a subir. Num contexto tão frágil, a presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma antecipação do futuro.

No vídeo: SE. Rev.ma Mons. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando dois pais me pediram desculpas no final da Santa Missa para as duas crianças um tanto barulhentas, Respondeu: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, isso significa que estamos sempre vivos". Eu não adicionei então, mas farei isso agora como um aparte na discussão: quando durante as sagradas liturgias não ouviremos mais as vozes das crianças, certamente ouviremos os muezzins que cantarão nos campanários de nossas igrejas transformadas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa. Os exemplos são conhecidos, vou só pegar alguns: em Hamburgo, a antiga Igreja Luterana Kapernaumkirche foi comprada e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, o Fatih Moskee está localizado na antiga igreja católica de Santo Inácio; em Bristol, a Mesquita Jamia está localizada na antiga St.. Igreja de Catarina. Quanto ao chamado do muezim com alto-falantes, a cidade de Colônia começou em 2021 um projeto de cidade que permite o recall de sexta-feira, então estabilizou em 2024.

Nas últimas décadas, em algumas dioceses, o hábito de admitir meninas para servir no altar se estabeleceu. Prática que muitos bispos e párocos, mesmo que eu não a ame, eles toleraram ou mantiveram para não gerar polêmica. Ao longo dos anos, alguns deles, já adolescentes e jovens, continuaram a servir no altar, não sem constrangimento para alguns padres, incluíndo, que com extrema educação nunca permitiu que meninas e especialmente adolescentes servissem. Claro, não se trata de impedir as mulheres de certos serviços, mas pensar com sabedoria pastoral pedagógica: quantas vocações sacerdotais nasceram junto ao altar, no grupo de coroinhas? E como explicar a uma menina apaixonada pela liturgia que o ministério da Ordem não é, nem pode ser uma perspectiva aberta à sua condição feminina? Porque neste ponto a doutrina é muito clara: «Só um homem baptizado recebe validamente a sagrada ordenação» (Código de Direito Canônico 1983, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à escolha feita pelo próprio Senhor. Por esta razão a ordenação de mulheres não é possível”. (Catecismo da Igreja Católica, n. 1577); e o Santo Pontífice João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja “não tem autoridade” para conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (Ordenação sacerdotal, 22 Posso 1994, n. 4).

Depois há um aspecto sócio-pedagógico bem conhecido de quem frequenta as sacristias: as menininhas, muitas vezes mais pronto, colegas diligentes e maduros, tendem a prevalecer em pequenos grupos; a experiência mostra que, onde o número de meninas no presbitério se torna significativamente maior, alguns meninos recuam, percebendo esse serviço como "uma coisa para meninas". O resultado paradoxal é que precisamente os sujeitos mais potencialmente vocacionais se distanciam do centro da celebração. Seria, portanto, apropriado perguntar: num Ocidente com uma elevada média de idade dos sacerdotes, seminários vazios ou número reduzido de seminaristas ao mínimo, com cada vez mais paróquias sem pároco, faz sentido abrir mão do que pode favorecer até mesmo algumas sementes de vocação para seguir a lógica – mundana e politicamente correta – das “cotas rosa clericais”?

Compreender “o que é possível” e sobretudo “o que é melhor”, o ponto de partida não são opiniões, mas normas litúrgicas. A liturgia não é um campo de experimentação sociológica: «Absolutamente nenhum, nem mesmo o padre, adicionar, remove ou altera qualquer coisa por sua própria iniciativa" (Santo Conselho, 22 §3). As funções dos ministros são delineadas com apelos precisos à sobriedade, papéis e limites (A Instituição Geral do Missal Romano, NN. 100; 107; 187-193). Do lado ministerial, o Santo Pontífice Paulo VI substituiu as antigas "ordens menores" pelos ministérios estabelecidos de leitor e acólito, então reservado para leigos (cf.. Alguns serviços, NN. I-IV). O Sumo Pontífice Francisco modificou o can. 230 §1, abrindo os ministérios estabelecidos de leitor e acólito também para as mulheres, mas estes não são identificados com o serviço dos coroinhas, que se enquadra na delegação temporária prevista pelo can. 230 §2 e diz respeito à ajuda no altar confiada de vez em quando aos leigos (crf. Pela moção adequada do Espírito do Senhor, 2021; CIC 1983, posso. 230 §1-2).

Dois textos da Santa Sé eles então definiram o perímetro com rara clareza. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino, dirigido aos Presidentes das Conferências Episcopais para a correta interpretação do cân.. 230 §2 (15 Março 1994, Protetor. 2482/93), reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir também mulheres para servir no altar, especificando, no entanto, que “será sempre muito apropriado seguir a nobre tradição de ter coroinhas” e que nenhum direito subjetivo de servir decorre da admissão (cf.. Informação 30 [1994] 333-335). Alguns anos depois, a Cartas da mesma Congregação (27 julho 2001) esclareceram ainda que o bispo pode permitir coroinhas, mas não pode obrigar os párocos a usá-las; que os fiéis não ordenados “não têm direito” de servir no altar; que a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas permanece, também pelo seu comprovado valor vocacional. É “sempre muito apropriado” – afirma o documento – seguir a nobre tradição dos meninos no altar (Texto latino em Informação 37 [2001] 397-399; Trad.. isto. dentro Informação 38 [2002] 46-48).

Dentro desta foto, a pedagogia do altar brilha novamente: a proximidade do Mistério educa com a força dos sinais, introduz uma confiança filial com a Eucaristia e, para muitas crianças, foi de verdade “palestra” de discernimento. A Igreja que não tem o poder de conferir a Ordem às mulheres (Catecismo da Igreja Católica n.. 1577; Ordenação sacerdotal, 4) é chamado a salvaguardar com prudência os espaços que historicamente se revelaram férteis para o surgimento de vocações sacerdotais. Isso não desvaloriza a presença e o carisma feminino; ao contrário, liberta a comunidade da tentação de clericalizar os leigos e de laicizar o clero - e em particular as mulheres - empurrando-os simbolicamente para o presbitério, como se esse fosse o único lugar "que importa" (cf.. lembrete sobre o clericalismo em o evangelho da alegria, 102-104). Existem caminhos muito ricos para meninas e jovens, estabelecido e de fato: leitores estabelecidos ou, de acordo com os casos, praticada como leitura na celebração, canto e música sacra, serviço de sacristia, ministérios da Palavra e da caridade, catequese e, hoje, também o ministério estabelecido de catequista (Ministério antigo, 2021). São áreas em que o “génio feminino” oferece à Igreja uma contribuição decisiva sem gerar expectativas impossíveis quanto ao acesso ao sacerdócio (cf.. Ministério antigo, 2021; Senhor Espíritoeu, 2021; posso. 230 §1-2).

A experiência de outras Igrejas particulares lança mais luz sobre o assunto. No Sri Lanca, onde a idade média do clero é muito inferior à da Itália e os seminários estão povoados de vocações, o Arcebispo Metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, indicou o uso de coroinhas como impróprio por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, na verdade, como adultos poderão entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços educativos tipicamente masculinos ao redor do altar, sem tirar nada da rica participação feminina em outras áreas? Em outros contextos, como nos Estados Unidos, algumas dioceses e paróquias têm legitimamente mantido grupos de coroinhas exclusivamente masculinos, precisamente com base nos textos de 1994 ele nasceu em 2001. Não se trata de “excluir”, mas para valorizar uma prática que em certos lugares se revela mais fecunda para a pastoral vocacional (cf.. linhas diocesanas: Diocese de Lincoln – Nebraska; Fênix – Paróquia Catedral; outras realidades locais dos Estados Unidos da América).

Neste ponto, porém, alguém pede cotas rosa no presbitério, como se a representação simétrica fosse a prova decisiva da valorização da mulher. Uma lógica, o das cotas rosa, que, no entanto, pertence ao contexto sociopolítico; a liturgia não é um parlamento a ser representado proporcionalmente, é a ação de Cristo e da Igreja. O discernimento se aplica aqui, não a reivindicação. E o discernimento pede: num território com poucos sacerdotes e poucas vocações, qual escolha concreta melhor promove o crescimento dos futuros sacerdotes sem degradar a presença das mulheres? As respostas da Santa Sé não deixam mal-entendidos: admitir meninas é permitido quando apropriado, mas é apropriado e até necessário promover grupos masculinos de coroinhas, também em vista da pastoral vocacional (cf.. Informação 30 [1994] 333-335; Informação 37 [2001] 397-399; Informação 38 [2002] 46-48).

A tese também tem circulado nos últimos meses - retomado pelo teólogo Marinella Perroni, segundo o qual a escolha de Colombo constituiria um “silogismo” perfeito, mas “a ser rejeitado”, porque tornaria o grupo de coroinhas imune às diferenças e, portanto, prejudicial.

Assunto, a deste teólogo, que confunde engenharia social e liturgia de uma forma verdadeiramente superficial e grosseira. A liturgia não pretende representar todas as diferenças, mas servir o Mistério segundo normas comuns (cf.. Santo Conselho 22 §3). As fontes oficiais, como pode ser visto, eles se lembram de três coisas elementares: a capacidade de admitir meninas é possível, mas não cria direitos; o bispo pode autorizar, mas não imponha; e "permanece a obrigação" de promover grupos de homens também por razões vocacionais (cf.. Informação 37 [2001] 397-399; Trad.. isto. Informação 38 [2002] 46-48; quanto mais Carta circular a 15.03.1994, Protetor. 2482/93).

Em outras palavras: O Cardeal Albert Malcom Ranjith não exclui as mulheres: exerce a prudência pastoral precisamente prevista na lei e na prática. Confundir esta prudência com misoginia é pura ideologia, não discernimento. E se a vitalidade eclesial realmente dependesse de um incensário “rosa”, então dois milênios de mulheres santas, de mulheres médicas e mártires - sem nunca reivindicar o altar ministerial - valeria menos que uma parte: uma conclusão injusta em relação às mulheres e, além disso, irracional para a fé (cf.. Marinella Perroni: "Sri Lanka, mas porque a proibição das coroinhas favoreceria as vocações sacerdotais?», O Osservatore Romano dentro Mulheres Igreja Mundial, 1 fevereiro 2025).

Definitivamente, não são necessárias cotas no altar, precisamos de corações educados no Mistério. É legítimo - e por vezes apropriado - que algumas Igrejas em particular admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo - e muitas vezes mais sensato - manter grupos masculinos de coroinhas quando isso beneficia a clareza dos sinais e a promoção das vocações. Não é uma rendição à “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Se amamos garotas, oferecemos-lhes grandes ministérios e serviços segundo o Evangelho: Palavra, caridade, catequese, guarda e decoração da igreja e do altar, música, cantando... sem reduzir a sua dignidade a uma posição próxima ao turíbulo. Em vez, se amamos as crianças, guardemos com inteligência os espaços educativos que, durante séculos, ajudaram a Igreja a reconhecer e acompanhar o dom da vida sacerdotal.

Uma nota final como testemunho pessoal: Eu tinha nove anos quando, no final da Santa Missa, fui para casa dizer aos meus pais que queria ser padre. Que foi tida como uma das muitas fantasias típicas das crianças, capazes de dizer hoje que querem ser astronautas, amanhã os produtores de morango, os médicos antes de amanhã. E ainda, o que parecia uma fantasia, acabou não sendo assim: trinta e cinco anos depois recebi a Sagrada Ordem dos Sacerdotes. sim, a minha era uma vocação adulta, mas nasceu como uma criança, enquanto eu servia como coroinha no altar, aos nove anos.

a Ilha de Patmos, 8 Outubro 2025

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SÃO «QUOTAS ROSA» NO ALTAR NECESSÁRIAS? DA TEO‑IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

Um bispo pode permitir coroinhas, mas ele não pode exigir que os pastores os usem. Os fiéis não ordenados «não têm direito» de servir no altar, e continua a existir a obrigação de promover grupos de coroinhas de rapazes, também pelo seu comprovado valor vocacional.

- realidade eclesial -

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Vendo crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa — a começar pela nossa Itália — onde a taxa de natalidade se mantém estável há décadas e a idade média da população, e do clero, continua subindo. Num contexto tão frágil, a presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma antecipação do futuro.

No vídeo: Sua Excelência Monsenhor. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando dois pais me pediram desculpas no final da Santa Missa para seus dois filhos barulhentos, Eu respondi: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, significa que ainda estamos vivos». Eu não acrescentei então - mas faço-o agora de passagem - que quando já não ouvirmos as vozes das crianças nas nossas igrejas, certamente ouviremos as vozes dos muezzins cantando nos campanários de nossas igrejas transformadas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa.

Os exemplos são bem conhecidos, Mencionarei apenas alguns: em Hamburgo, a antiga Igreja Luterana Kapernaumkirche foi comprada e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, o Fatih Moskee ocupa a antiga Igreja Católica de Santo Inácio («O Semeador»); em Bristol, a Mesquita Jamia fica na antiga St.. Igreja de Catarina. Quanto ao chamado amplificado do muezzin, a cidade de Colônia lançou em 2021 um piloto municipal permitindo a ligação de sexta-feira, que foi então estabilizado em 2024.

Nas últimas décadas, em não poucas dioceses tornou-se costume admitir também meninas para servir no altar. Muitos bispos e pastores, embora não goste da prática, tolerou ou manteve para evitar controvérsia. Ao longo dos anos, algumas dessas meninas tornaram-se adolescentes e jovens e continuaram servindo, não sem constrangimento para alguns sacerdotes – incluindo os abaixo assinados – que, com a maior cortesia, nunca permiti meninas, e especialmente mulheres jovens adolescentes, servir.

Para ser claro, não se trata de proibir às mulheres certos serviços, muito menos meninas. Trata-se de pensar com sabedoria pedagógica e pastoral: quantas vocações sacerdotais nasceram no altar, dentro de um grupo de coroinhas? E como explicar a uma jovem que ama a liturgia que o sacramento da Ordem não é, e não pode ser, um caminho aberto para ela como mulher? A doutrina é cristalina: «Só um homem batizado recebe validamente a ordenação sagrada» (cf. Código de Direito Canônico, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à escolha feita pelo próprio Senhor. Por esta razão a ordenação de mulheres não é possível» cf.. Catecismo da Igreja Católica, 1577); e São João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja «não tem autoridade alguma» para conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (cf. Ordenação sacerdotal (1994), n. 4; CDF, A resposta para o problema (1995).

Há também uma vertente sociopedagógica conhecido por quem frequenta sacristias: meninas – muitas vezes mais prontas, mais diligentes e maduros do que seus colegas – tendem a assumir a liderança em pequenos grupos; a experiência mostra que onde o número de meninas no santuário excede claramente o de meninos, não são poucos os meninos que se retiram, perceber o serviço como «coisa de menina». O resultado paradoxal é que aqueles mais potencialmente receptivos a uma vocação se afastam do coração da celebração. Num Ocidente onde a idade média dos sacerdotes é elevada, seminários estão vazios ou reduzidos e paróquias estão sem párocos, faz sentido abrir mão do que pode fomentar até mesmo algumas vocações, a fim de seguir a lógica mundana das “cotas rosa clericais”?

Para entender não só «o que é permitido» mas acima de tudo «o que convém», devemos partir das normas litúrgicas. A liturgia não é um campo de experiências sociológicas: «Portanto, nenhuma outra pessoa, mesmo que ele seja um padre, pode adicionar, remover, ou mudar alguma coisa na liturgia por sua própria autoridade» (cf. Santo Conselho, 22 §3). As funções dos ministros são definidas com sóbria precisão (cf. Instrução Geral do Missal Romano). Quanto aos ministérios, São Paulo VI substituiu as antigas “ordens menores” pelos ministérios instituídos de leitor e acólito, então reservado para leigos cf. Alguns serviços, 1972). Papa Francisco modificou lata. 230 §1, abrindo os ministérios instituídos de leitor e acólito também às mulheres, mas estes não devem ser identificados com o serviço de coroinha, que pertence à delegação temporária de can. 230 § 2 e diz respeito à assistência no altar confiada caso a caso aos fiéis leigos (cf. Espírito do Senhor, 2021).

Dois textos da Santa Sé esclareceu o assunto com precisão incomum. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino aos Presidentes das Conferências Episcopais sobre a correta interpretação do cân.. 230 §2 (15 Março 1994, Protetor. 2482/93) reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir meninas para servir no altar, ao mesmo tempo que sublinha que é “sempre muito apropriado” manter a nobre tradição dos rapazes como coroinhas, e que tal admissão não cria qualquer “direito” subjetivo de servir (Informação 30 (1994) 333–335). Alguns anos depois, a Cartas da mesma Congregação (27 julho 2001) esclarecido ainda mais: o bispo pode permitir coroinhas, mas não pode obrigar os pastores a usá-las; os fiéis não ordenados «não têm direito» de servir; e permanece a obrigação de promover os grupos masculinos também pelo seu valor vocacional (cf. Informação 37 (2001) 397–399; .Informação 38 (2002) 46–48).

A experiência de outras Igrejas locais também ilumina. No Sri Lanka – onde a idade média do clero diocesano é muito inferior à da Itália e os seminários são bem povoados – o Arcebispo Metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, indicou a inoportunidade das coroinhas por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, como adultos, pode entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços formativos caracteristicamente masculinos ao redor do altar, sem diminuir de forma alguma a participação feminina rica em outros lugares (veja sua indicação pastoral citada aqui: O leme).

Em outros contextos, como os Estados Unidos, algumas dioceses e paróquias têm legitimamente mantido grupos de coroinhas apenas para rapazes, precisamente com base na 1994 e 2001 textos. Isso não é “exclusão”, mas a promoção de uma prática que em certos lugares se revela mais fecunda para a pastoral vocacional (cf. Diocese de Lincoln (explicação política; e o 2011 decisão na Catedral dos Santos. Simão & Judas, Fênix - reportagem).

Nos últimos meses, esta tese foi retomada pela teóloga italiana Sra. Marinella Perroni, que argumenta que a escolha feita em Colombo segue um «silogismo» que pode ser logicamente claro, mas que deve, no entanto, ser rejeitado.

Ao fazer isso, no entanto, seu argumento desliza da liturgia para a engenharia social. A liturgia não é um espelho proporcional dos círculos sociais; é o culto a Deus pela Igreja segundo normas que salvaguardam a clareza dos sinais e a liberdade da graça (cf. Santo Conselho 22 §3). Documentos da Santa Sé, como mostrado acima, lembre-se de três pontos elementares: a faculdade de admitir meninas é possível, mas não cria direitos subjetivos; o bispo diocesano pode autorizar, mas não impor aos pastores; e permanece a obrigação de promover grupos de coroinhas de rapazes também por razões vocacionais (cf. Informação 30 (1994) 333–335; Informação 37 (2001) 397–399; Informação 38 (2002) 46–48). Confundir esta prudência com misoginia é ideologia, não discernimento (Veja o artigo de Perroni: "Sri Lanka, mas por que a proibição de coroinhas encorajaria as vocações sacerdotais?»- O Osservatore Romano, o órgão oficial da Santa Sé Original italianoversão em inglês).

Resumidamente, o altar não precisa de cotas; são necessários corações formados pelo Mistério. É legítimo – e às vezes oportuno – que algumas Igrejas particulares admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo — e muitas vezes mais sensato — manter grupos de coroinhas masculinos onde isso sirva à clareza dos sinais e à promoção das vocações. Isto não é uma capitulação a uma “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Uma nota pessoal final: Eu tinha nove anos quando, depois da Santa Missa, Fui para casa e disse aos meus pais que queria ser padre. Eles consideraram isso uma das muitas fantasias típicas das crianças, que hoje querem ser astronautas, amanhã produtores de morango, e no dia seguinte aos médicos. E ainda, o que parecia uma fantasia provou o contrário: trinta e cinco anos depois recebi a sagrada ordenação sacerdotal. sim, a minha era uma vocação adulta - mas nasci quando criança, enquanto servia como coroinha no altar.

da Ilha de Patmos, Outubro 8, 2025

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AS “TAXAS ROSA” SÃO NECESSÁRIAS NO ALTAR? DA TEO‑IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

O bispo pode permitir que as coroinhas, mas não pode forçar os párocos a usá-los. Os fiéis não ordenados “não têm o direito” de servir no altar e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas., também pelo seu comprovado valor vocacional.

— Notícias eclesiásticas —

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Veja as crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa — a começar pela nossa Itália — onde a taxa de natalidade está estagnada há décadas e a idade média da população, e do clero, não para de aumentar. Num contexto tão frágil, A presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma prévia do futuro.

No vídeo: Sua Excelência Monsenhor Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando, no final da Santa Missa, Dois pais me pediram desculpas por seus dois filhos barulhentos., Eu os tranquilizei dizendo: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, Isso significa que ainda estamos vivos.". Eu não adicionei então - mas faço isso agora como um aparte -: quando não ouvimos mais as vozes das crianças em nossas igrejas, certamente ouviremos os muezzins cantando nos campanários de nossas igrejas convertidas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa. Os exemplos são conhecidos; Cito apenas alguns: em Hamburgo, a antiga Luterana Kapernaumkirche foi adquirida e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, O Fatih Moskee tem sua sede na antiga igreja católica de Santo Inácio; uma Bristol, A Mesquita Jamia fica na antiga St.. Igreja de Catarina. Em relação ao chamado do muezim no alto-falante, a cidade de Colônia começou em 2021 um projeto municipal que permite a ligação às sextas-feiras, posteriormente estabilizado em 2024.

Nas últimas décadas, Muitas dioceses também admitiram meninas ao serviço do altar.. Muitos bispos e párocos, ainda não estou apreciando isso, toleraram ou mantiveram a prática para evitar controvérsia. À medida que os anos passam, alguns continuaram como adolescentes e jovens, não sem um certo constrangimento para alguns padres, incluindo quem escreve, que com a maior cortesia nunca permitiu que meninas - e especialmente adolescentes - servissem no altar. Vale a pena esclarecer isso: Não se trata de negar às mulheres certos serviços, mas pensar com sabedoria pastoral e pedagógica. Quantas vocações sacerdotais nasceram junto ao altar?, no grupo de coroinhas? E como explicar a uma jovem entusiasta da liturgia que o sacramento da Ordem não é — e não pode ser — uma perspectiva aberta à sua condição feminina?? A doutrina é muito clara: «Somente o homem batizado recebe validamente a ordenação sagrada» (cf. CIC 1983, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à eleição feita pelo próprio Senhor. Por esta razão, “A ordenação de mulheres não é possível”. (cf. CEC n.1577); e São João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja “não tem de forma alguma o poder” de conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (cf. Ordenação sacerdotal, 22 Poderia 1994, n. 4).

Há também um aspecto sócio-pedagógico muito conhecido por quem frequenta as sacristias: as meninas, muitas vezes mais cedo, diligente e maduro do que seus contemporâneos, tendem a prevalecer em pequenos grupos; a experiência mostra que, onde o número de meninas no presbitério se torna claramente maior, não são poucos os meninos que se retiram, percebendo aquele serviço como “coisa de menina”. O resultado paradoxal é que precisamente os sujeitos com maior potencial vocacional se afastam do centro da celebração.. Isso faz sentido, então, num Ocidente com uma média de idade sacerdotal elevada, seminários vazios ou reduzidos e paróquias sem sacerdote, renunciando ao que pode favorecer até mesmo alguns germes de vocação para seguir a lógica – mas politicamente correta – das “cotas clericais rosa”?

Para entender não apenas o que “pode ser”, mas acima de tudo o que é “conveniente”, o ponto de partida são as normas litúrgicas, não as opiniões. A liturgia não é um campo de experiências sociológicas: “De forma alguma isso permite que alguém, nem mesmo o padre, adicionar, remover ou alterar qualquer coisa por iniciativa própria" (cf. Santo Conselho 22 §3). As funções dos ministros são delineadas com sobriedade, com papéis e limites (cf. A Instituição Geral do Missal Romano [IGMR], NN. 100; 107; 187–193).

No campo dos ministérios, São Paulo VI substituiu as antigas “ordens menores” pelos ministérios instituídos do leitor e do acólito, então reservado para leigos (cf. Alguns serviços, NN. I–IV). Mais tarde, o Papa Francisco modificou a lata. 230 §1, abrindo esses ministérios instituídos também para mulheres, mas eles não se identificam com o serviço de coroinha, que pertence à delegação temporária prevista no can. 230 §2 (cf. Espírito do Senhor, 2021; CIC 1983, posso. 230 §1–2).

Dois textos da Santa Sé Eles então estabeleceram o perímetro com rara clareza. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino aos Presidentes das Conferências Episcopais sobre a correta interpretação do cânon. 230 §2 (15 Marchar 1994, Protetor. 2482/93) reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir também meninas ao serviço do altar, especificando ao mesmo tempo que “é sempre muito apropriado” manter a nobre tradição dos coroinhas e que tal admissão não cria nenhum “direito” subjetivo de servir (cf. Informação 30 (1994) 333–335). Depois de alguns anos, las Cartas da mesma Congregação (27 Julho de 2001) eles esclareceram ainda mais: o bispo pode permitir que as coroinhas, mas você não pode forçar os párocos a usá-los; fiéis não ordenados “não têm direito” de servir; e a obrigação de promover grupos masculinos também permanece devido ao seu comprovado valor vocacional. (cf. Informação 37 (2001) 397–399; veja também a tradução italiana: Informação 38 (2002) 46–48).

A experiência de outras Igrejas particulares esclarece ainda mais a questão. No Sri Lanka — onde a idade média do clero diocesano é muito inferior à da Itália e os seminários são bem povoados —, o arcebispo metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, apontou a inadequação dos coroinhas por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, já adulto, você poderá entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços educativos tipicamente masculinos ao redor do altar, sem tirar nada da rica participação feminina em outras áreas (veja esta indicação pastoral citada aqui: O leme).

Em outros contextos, como nos Estados Unidos, Algumas dioceses e paróquias têm mantido legitimamente grupos de coroinhas exclusivamente masculinos, precisamente com base nos textos de 1994 e 2001. Isso não é "exclusão", mas a promoção de uma práxis que em alguns lugares parece mais fecunda para a pastoral vocacional (veja o Diocese de Lincoln (explicação política); e a decisão de 2011 na Catedral dos Santos Simão e Judas, Fênix - crônica jornalística).

Nestes meses, Esta tese foi retomada pela teóloga Marinella Perroni, que sustenta que a opção de Colombo responde a um trabalho impecável mas, na sua opinião, rejeitável. Porém, Seu argumento confunde liturgia com engenharia social. A liturgia não é um espelho proporcional dos pertences sociais; É o culto a Deus pela Igreja segundo normas que salvaguardam a clareza dos sinais e a liberdade da graça. (cf. Santo Conselho 22 §3). Os documentos da Santa Sé, como vimos, lembre-se de três pontos básicos: meninas podem ser admitidas, mas isso não cria direitos subjetivos; o bispo diocesano pode autorizá-lo, não imponha isso aos párocos; e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas também por razões vocacionais. (cf. Informação 30 (1994) 333–335; Informação 37 (2001) 397–399; Informação 38 (2002) 46–48). Tomar esse cuidado com a misoginia é ideologia, não discernimento. Veja o artigo de Perroni: "Sri Lanka, mas porque a proibição das coroinhas favoreceria as vocações sacerdotais?»- Original italianoversão em inglês.

Em última análise, no altar não há necessidade de taxas, mas corações educados pelo Mistério. É legítimo – e por vezes apropriado – que algumas Igrejas em particular admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo – e muitas vezes mais prudente – manter grupos masculinos de coroinhas quando isso serve para a clareza dos sinais e para a promoção das vocações.. Não é uma rendição à “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Uma nota pessoal como um testemunho: Eu tinha nove anos quando, no final da Santa Missa, Cheguei em casa dizendo aos meus pais que queria ser padre.. Eles consideraram isso uma das muitas fantasias infantis., poder dizer hoje que querem ser astronautas, Produtores de morango amanhã e médicos amanhã. S, no entanto, o que parecia uma fantasia não era: trinta e cinco anos depois recebi a sagrada ordenação sacerdotal. Sim, a minha era uma vocação adulta, mas nasceu como um menino, enquanto servia como coroinha.

Da ilha de Patmos, 8 outubro 2025

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Os Padres da Ilha de Patmos

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Quando o pontífice romano morre. Curto excursus históricos-litrúrgicos-quando o pontífice romano morre. Uma breve excurso histórico-litrúrgico

Quando o pontífice romano morre. BREVE EXCURSÃO HISTÓRICO-LITURGICO

Cada Papa, em seu papel de vigário de Cristo, não pertence inteiramente a si mesmo; Isso é evidente em particular quando a morte chega. No passado recente, dificilmente, os Papas conseguiram morrer em paz, o silêncio, longe de olhares indiscretos ou rituais de preâmbulo. Um Papa quase nunca faleceu sozinho, mas, como um governante antigo, ele estava cercado por seus cortesãos.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

 

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A morte do Romano Pontífice é um momento particular para a vida da Igreja Católica; uma passagem tecnicamente definida Sé Apostólica vaga, que traz consigo um conjunto de atos, de eventos e rituais que, por sua natureza, eles são únicos.

Não queremos fazer aqui um tratamento sistemático disso, mas sim tocar, também através do recurso à história, alguns aspectos litúrgicos e rituais que passaram diante dos nossos olhos por ocasião da morte do Papa Francisco.

Morrendo como Papa. A primeira estação

Cada Papa, em seu papel de vigário de Cristo, não pertence inteiramente a si mesmo; Isso é evidente em particular quando a morte chega. No passado recente, dificilmente, os Papas conseguiram morrer em paz, o silêncio, longe de olhares indiscretos ou rituais de preâmbulo. Um Papa quase nunca faleceu sozinho, mas, como um governante antigo, ele estava cercado por seus cortesãos. Aos primeiros sinais de agonia, na verdade, uma série de ações cerimoniais detalhadas foram postas em prática que acompanharam o Pontífice em direção ao seu fim terreno.

Primeira coisa primeiro todos os cardeais residentes em Roma foram notificados, bem como todos os titulares dos vários Dicastérios da Santa Sé; e uma procissão silenciosa começou em frente ao moribundo para lhe prestar suas últimas homenagens. A Unção dos Enfermos e o Viático foram administrados pelo Cardeal Vigário, enquanto cabia às penitenciárias e aos cônegos da Basílica Vaticana elevar as orações que acompanham a agonia, especialmente as litanias dos santos canonizados pelo Pontífice moribundo.

Ele deu seu último suspiro, a morte do Papa foi confirmada pelo médico; o Mestre da Câmara cobriu o rosto do falecido Pontífice com um véu branco e, enquanto as celebrações da SS começavam na capela privada. Missas pela sua alma, foi realizado um curativo inicial: a batina branca, o carretel e a mozzetta papal. Só neste momento foi apresentado o Cardeal Camerlengo que efetivamente, na vaga Sé Apostólica, assume a “regência” da Igreja. Escoltado pelos guardas suíços, realizou o ato de reconhecimento oficial da morte do Pontífice para toda a Igreja. O Camerlengo, entoou o Das profundezas, ela tirou o véu e bateu três vezes na testa do falecido, chamando-o pelo primeiro nome: «N. sei morto?»; no terceiro tiro, não recebendo resposta, ele anunciou: «O Papa está realmente morto». Este ritual não acontece mais hoje. A reforma desejada pelo Papa Francisco, estabelece que a confirmação oficial do óbito ocorra na capela, depois que o corpo do Papa já estiver composto.

Hoje esses rituais que podem até parecer “folcloristas” e que giravam em torno da agonia e morte do Papa deram lugar a momentos de oração eclesial, afirmar a fé em Deus a quem sempre pertencemos e em cujas mãos sempre estamos, vivo ou morto. O Papa que acaba de deixar este mundo e a Virgem Maria são recomendados a Deus Pai, com o canto de Oi Regina, somos convidados a mostrar o rosto de Jesus ao falecido Papa, bendito fruto do seu ventre. Tarefa do Cardeal Camerlengo, nesta fase, é quebrar o Anel do Pescador e anular o Selo Papal.

O corpo do Papa é embalsamado para permitir a conservação em dias de exibição pública. Era uma vez esse processo, que contemplava o uso de antigas técnicas de embalsamamento, também envolveu a remoção de vísceras, enquanto o coração do falecido Papa foi preservado numa urna no coro da Igreja da SS. Vicente e Atanásio na Fonte de Trevi. Acredita-se que esta prática ocorreu pela última vez por ocasião da morte de Leão XIII. Hoje, para evitar manipulação excessiva, métodos menos invasivos são usados.

O corpo do Papa, sob a supervisão do Mestre das Celebrações Litúrgicas Pontifícias, ele está vestido com vestes pontifícias: as camisas, a casula vermelha, o pálio, a mitra branca com bordas douradas, o solidéu branco, um anel episcopal e a cruz peitoral. Vermelho é a cor litúrgica do “luto papal”, usado pelo Pontífice ainda durante sua vida, quando, por exemplo, ele preside o rito fúnebre. Como sabemos, é uma cor que lembra o sangue dos mártires e a presença viva do Espírito Santo; por esta razão o Papa, como sucessor de Pedro, está envolto em vestes vermelhas que simbolizam o seu serviço inteiramente dedicado a Cristo e à Igreja, no testemunho de fé.

Com a colocação do corpo do falecido no caixão - uma vez foi colocado em uma liteira, mas Francisco, reformando os ritos dos funerais papais, organizou de forma diferente - começa o Primeira Estação, que se passa no local onde morreu o Papa. É, portanto, um momento reservado às pessoas mais próximas dele, acompanhada pela oração do sufrágio.

Veja Pedro. A segunda estação

No dia e hora estabelecidos pelo Colégio Cardinalício, o corpo do falecido Pontífice é trasladado para a Basílica de São Pedro “onde exerceu muitas vezes o seu ministério de Bispo da Igreja em Roma e de Pastor da Igreja Universal” (Ordo Funeral do Romano Pontífice, mais tarde OERP, edição 2005, n. 68) receber a homenagem dos fiéis. Era uma vez o corpo do Papa exposto na Capela do Santíssimo Sacramento, sobre um catafalco reclinável que permitia aos fiéis tocar seus pés para o ato final de veneração. Hoje, mais significativamente, o caixão é colocado em frente ao altar da Confissão, no túmulo do apóstolo Pedro.

A procissão é acompanhado pelo canto de alguns salmos e cânticos evangélicos adequados à ocasião, enquanto na entrada da Basílica são cantadas as litanias dos santos. Por alguns dias, o corpo do Pontífice permanecerá exposto na basílica e receberá homenagens dos fiéis: «Perto do corpo, os fiéis elevarão incessantes orações a Deus pelo falecido Pontífice" (OERP, edição 2005, n.87).

Durante estes dias estão previstos vários momentos de oração comunitária, em particular a celebração da Eucaristia e da Liturgia das Horas.

E na minha carne verei Deus, meu salvador. A terceira estação: Missa fúnebre e sepultamento

A Santa Missa Fúnebre representa o momento culminante do funeral do Romano Pontífice. A Constituição Rebanho Dominic que regula as fases da Sé Apostólica Vaga, estabelece que este momento ocorre entre o 4º e o 6º dia da morte do Papa. São os Cardeais que estabelecem o local do funeral solene, mãe, dada a previsível participação do povo, geralmente acontecem na Praça de São Pedro.

Um dia antes do funeral o rito de fechar o caixão acontece, uma ocasião cheia de significado, pois é o momento em que o corpo do Papa é retirado daqui em diante da vista do povo de Deus. Depois de ler e assinar o Obra, um documento que recorda os principais acontecimentos e atos da vida do Pontífice, o rosto do Papa está coberto por um véu branco «na viva esperança de poder contemplar o rosto do Pai, juntamente com a Bem-Aventurada Virgem Maria e todos os Santos" (OERP, edição 2005, n95). Então o Obra e algumas moedas cunhadas durante o pontificado são colocadas no caixão antes do seu efetivo fechamento.

A missa fúnebre é presidida pelo Cardeal Decano e concelebrada pelos Cardeais e Patriarcas das Igrejas Orientais. Esses funerais não diferem, em sua estrutura principal, daqueles de qualquer cristão. Como primeira leitura, é proclamado um texto dos Atos dos Apóstolos (10,34-43); como resposta o Salmão 23 (“O Senhor é meu pastor”) seguido por uma passagem da Carta aos Filipenses (3,20–4,1) e a famosa passagem evangélica de João que recorda diretamente o ministério petrino: «Simone, você me ama? homem, você sabe que eu te amo" (GV 21,15-19).

Um elemento característico da liturgia fúnebre do Sumo Pontífice é representada porÚltima recomendação e despedida que corresponde à saudação que a comunidade dos crentes dirige ao seu irmão e ao Pastor da Igreja universal. No funeral do Papa esta saudação é feita:

– Da Igreja de Roma ao seu bispo, pela boca do Cardeal Vigário, invocando a Santíssima Virgem Maria A saúde do povo romano, os apóstolos, e mártires, eu papi, eu santi e sante romani;

– Das Igrejas Orientais, pela boca de um Patriarca unido aos demais representantes das Igrejas Orientais;

– De toda a Igreja Católica ao seu pastor, pela boca do Cardeal Decano.

Esta tríplice entrega da alma do falecido, termina com uma renovada profissão de fé, expresso por escola aquele, durante aspersão e incensação, canta:

"Eu acredito: O Senhor ressuscitou e vive,
e um dia eu também ressuscitarei com ele.
Posso te contemplar, meu Deus e meu Salvador.
Meus olhos se abrirão para sua luz,
e meu olhar repousará sobre ele.
Posso te contemplar, meu Deus e meu Salvador.
Eu mantenho essa esperança firme em meu coração:
Posso te contemplar, meu Deus e meu Salvador".

No final da celebração fúnebre, o caixão é recolhido e acompanhado até o cemitério. Enterro nas cavernas do Vaticano, sob a Basílica de São Pedro, tornou-se tradicional; no entanto, o Papa pode decidir de forma diferente, assim como o Papa Francisco, que escolheu ser sepultado em Santa Maria Maggiore.

Os novendiais

É tradição, também confirmado pela reforma desejada pelo Papa Francisco, que a partir da missa fúnebre haverá nove dias de celebrações eucarísticas em sufrágio do falecido Papa. Todo o povo de Deus está envolvido nestas celebrações, mesmo que sejam confiados a categorias específicas de pessoas: fiéis da Cidade do Vaticano, da Igreja de Roma, os Capítulos das Basílicas Papais, os membros da Cúria Romana, as Igrejas Orientais.

Toda a Igreja espalhada pelo mundo une na oração e fortalece a fé e a esperança; assim também a morte se torna um dom de graça e uma oportunidade para agradecer e bendizer ao Deus de toda consolação.

«Um Papa morre, outro é feito»

Este famoso ditado, que pode até parecer fatalista, E, na verdade, o que acontece depois da morte de cada Romano Pontífice. Poder-se-ia dizer que o Escritório vago é aquele momento poderoso em que o Pontificado entra numa espécie de “anonimato” para que o falecido pontífice e o seu sucessor eleito, porque eles pertencem a algo maior, eles parecem transmitir a alma do papel. É o que afirma o famoso poeta romano Giacchino Belli: o Papa morto dá o espírito da importante tarefa aos recém-eleitos. As formas externas do corpo ou mesmo do cérebro podem variar, mas esse será o legado, desde que procurado pelo eterno. Com versos ousados, mas significativo, o poeta diz: quase parece que o corpo do novo Papa cai do céu sem alma, mas apenas com fôlego vital. Porque dignidade, a alma do papel de cada pontífice é deixada a ele por aqueles que o precederam.

Agora deixo Ariel para o pai lendo poesia É passa-mano, publicado por Gioacchino Belli em 4 Outubro 1835:

"É papai, é Visceddio, Nosso Senhor,
Ele é um Pai eterno como o Pai Eterno.
Ciove não morre, o, ppe ddí mmejjo, mais,
Mas mais apenas do lado de fora.

Porque lá o corpo dele sai do governo,
A alma, pare a antiga honra no final,
Não vá para o paraíso, o inferno,
Passos subbitados no arco principal.

É assim que o cérebro muda um pouco,
O estômio, as orelhas, é naso, é pelo;
Ma é papai, in quant’ a Ppapa, é sempre isso.

E então cada corpo é distinto
Para essa indignidade, presente ccasca mesmo
Sem alma, e nun porta antro, que respiração".

Florença, 1° maio 2025

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QUANDO O PONTÍFICE ROMANO MORRE. UM BREVE EXCURSO HISTÓRICO-LITÚRGICO

Cada Papa, em seu papel como Vigário de Cristo, não pertence inteiramente a si mesmo; isto é particularmente evidente quando a morte chega. No passado recente, Os papas raramente conseguiram morrer em paz, em silêncio, longe de olhares indiscretos ou rituais de preâmbulo. Um Papa quase nunca faleceu sozinho, mas, como um antigo soberano, estava cercado por seus cortesãos.

— Pastoral Litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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A morte do Romano Pontífice é um momento especial na vida da Igreja Católica; uma passagem tecnicamente definida Vacant See, que traz consigo um conjunto de atos, eventos e ritos que, por sua natureza, são únicos em seu tipo.

Não queremos fazer um tratamento sistemático disso aqui, mas sim tocar, também recorrendo à história, sobre alguns aspectos litúrgicos e rituais que passaram diante dos nossos olhos por ocasião da morte do Papa Francisco.

Morrendo como Papa. A primeira etapa

Cada Papa, em seu papel como Vigário de Cristo, não pertence inteiramente a si mesmo; isto é particularmente evidente quando a morte chega. No passado recente, Os papas raramente conseguiram morrer em paz, em silêncio, longe de olhares indiscretos ou rituais de preâmbulo. Um Papa quase nunca faleceu sozinho, mas, como um antigo soberano, estava cercado por seus cortesãos. Aos primeiros sinais de agonia, na verdade, foi posta em prática uma série de ações cerimoniais meticulosas que acompanharam o Pontífice rumo ao seu fim terreno.

A primeira coisa a fazer: notificar todos os cardeais residentes em Roma, e todos os chefes dos vários Dicastérios da Santa Sé; uma procissão silenciosa diante do moribundo para prestar-lhe suas últimas homenagens. A Unção dos Enfermos e o Viático administrado pelo Cardeal Vigário, enquanto coube às penitenciárias e aos cónegos da Basílica Vaticana elevar as orações que o acompanham na sua agonia, especialmente as Ladainhas dos Santos canonizadas pelo pontífice moribundo.

Depois do último suspiro do Papa, sua morte é certificada pelo médico; o Mestre da Câmara cobriu o rosto do falecido Pontífice com um véu branco e, enquanto as celebrações das Santas Missas pela sua alma começavam na capela privada, foi realizada a primeira paramentação: a batina branca, o crochê e o mozzeta papal. Somente neste momento o Cardeal Camerlengo foi apresentado, quem de fato, na Sé Apostólica Vaga, assumiu o “regência” da Igreja. Escoltado pelos guardas suíços, realizou o ato de reconhecimento oficial da morte do Pontífice para toda a Igreja. O Camerlengo, tendo entoado o De Profundis, removeu o véu e bateu três vezes na testa do falecido, chamando-o pelo nome de batismo: «(Nome). você está morto??»; no terceiro golpe, não recebendo resposta, ele anunciou: “Verdadeiramente o Papa está morto”. Este rito não ocorre mais hoje. A reforma desejada pelo Papa Francisco estabelece que a certificação oficial do óbito ocorra na capela, depois que o corpo do Papa já estiver composto.

Hoje esses rituais que podem até parecer “folclóricos” em torno da agonia e morte do Papa deram lugar a momentos de oração eclesial, afirmar a fé em Deus a quem sempre pertencemos e em cujas mãos sempre estamos, esteja vivo ou morto. O Papa que acaba de deixar este mundo é recomendado a Deus Pai e à Virgem Maria, com o canto do Oi Regina, é convidado a mostrar ao falecido Papa o rosto de Jesus, o bendito fruto do seu ventre. A tarefa do Cardeal Camerlengo, nesta fase, é quebrar o Anel do Pescador e cancelar o Selo Papal.

O corpo do Romano Pontífice é embalsamado para permitir a sua preservação durante os dias de exibição pública. De uma vez, este processo, que envolveu o uso de antigas técnicas de embalsamamento, também incluiu a remoção das vísceras, enquanto o coração do falecido Papa foi preservado numa urna do coro da Igreja de São. Vincenzo e Atanasio na Fontana di Trevi. Acredita-se que esta prática tenha ocorrido pela última vez por ocasião da morte de Leão XIII. Hoje, para evitar manipulação excessiva, métodos menos invasivos são usados.

O corpo do Romano Pontífice, sob a supervisão do Mestre das Celebrações Litúrgicas Pontifícias, está vestido com vestes pontifícias: o alva, a casula vermelha, o manto, a mitra branca com bordas douradas, o solidéu branco, um anel episcopal e a cruz peitoral. O vermelho é a cor litúrgica do “luto papal”, usado pelo Pontífice ainda em vida, por exemplo, quando ele preside o rito fúnebre. Como sabemos, é uma cor que lembra o sangue dos mártires e a presença viva do Espírito Santo; por esta razão o Papa, como sucessor de Pedro, está envolto em vestes vermelhas que simbolizam o seu serviço inteiramente consagrado a Cristo e à Igreja, no testemunho de fé.

Com o depoimento do corpo do falecido no catafalco — uma vez colocado em uma maca, mas Francisco, reformando os ritos dos funerais papais, providenciou de outra forma - a Primeira Estação começa, que se passa no local onde morreu o Papa. É, portanto, um momento reservado às pessoas mais próximas dele, acompanhado de orações de sufrágio.

Veja Pedro. A Segunda Etapa

No dia e hora estabelecidos pelo Colégio Cardinalício, o corpo do falecido Pontífice é transferido para São. Arquibasílica Papal de Pedro “onde exerceu frequentemente o seu ministério de Bispo da Igreja em Roma e Pastor da Igreja Universal” (Ordem dos Funerais Pontifícios Romanos, doravante, 2005 edição, n. 68) receber a homenagem dos fiéis. No passado, o corpo do Papa foi exposto na Capela do Santíssimo Sacramento, sobre um catafalco reclinável que permitia aos fiéis tocar seus pés para o ato final de veneração. Hoje, mais significativamente, o caixão é colocado em frente ao Altar da Confissão, em correspondência com o túmulo do apóstolo Pedro.

A procissão é acompanhado pelo canto de alguns salmos e hinos evangélicos adequados à ocasião, enquanto na entrada da Basílica são entoadas as litanias dos santos. Por alguns dias, o corpo do Pontífice ficará exposto na basílica e receberá a homenagem dos fiéis: “No corpo, os fiéis elevarão incessantes orações a Deus pelo falecido Pontífice” (Ordem dos Funerais do Romano Pontífices, 2005 edição, n.87).

Durante estes dias, estão previstos vários momentos de oração comunitária, em particular a celebração da Eucaristia e da Liturgia das Horas.

E na minha carne verei Deus, meu salvador. A Terceira Etapa: Missa fúnebre e sepultamento

A Missa Fúnebre é o momento culminante do funeral do Romano Pontífice. A Constituição Universi Dominici Gregis que regula as fases da Sé Apostólica Vaga, estabelece que este momento ocorre entre o 4º e o 6º dia após a morte do Papa. São os Cardeais quem estabelecem o local do funeral solene, mas, dada a previsível multidão de pessoas, geralmente estes acontecem em St.. Praça de Pedro.

Um dia antes do funeral, o rito de fechar o caixão acontece, uma ocasião cheia de significado, pois é o momento em que o corpo do Papa é retirado da vista do povo de Deus a partir de agora. Após a leitura e assinatura da Escritura, um documento que recorda os principais acontecimentos e atos da vida do Pontífice, o rosto do Papa está coberto por um véu branco “na fervorosa esperança de poder contemplar o rosto do Pai, juntamente com a Bem-Aventurada Virgem Maria e todos os Santos” (Ordem dos Funerais Pontifícios Romanos, 2005 edição, n95). Em seguida, a Escritura e algumas moedas cunhadas durante o pontificado são colocadas no caixão antes do seu efetivo fechamento..

A missa fúnebre é presidido pelo Cardeal Decano e concelebrado pelos Cardeais e Patriarcas das Igrejas Orientais. Esses funerais não diferem, em sua estrutura principal, daqueles de qualquer cristão. Como a primeira leitura, um texto dos Atos dos Apóstolos é proclamado (10:34-43); como um responsório, Salmo 23 (“O Senhor é meu pastor”), seguido por uma passagem da Carta aos Filipenses (3:20-4:1) e o famoso trecho evangélico de João que recorda diretamente o ministério petrino: “Simão, você me ama? Senhor, você sabe que eu te amo” (Jn 21:15-19).

Um elemento característico da liturgia fúnebre do Sumo Pontífice é representada pela Última Recomendação e Adeus que corresponde à saudação que a comunidade dos crentes dirige ao irmão e ao Pastor da Igreja universal. No funeral do Papa esta saudação é feita:

– Da Igreja de Roma ao seu Bispo, pela boca do Cardeal Vigário, invocando a Santíssima Virgem Maria A saúde do povo romano, os apóstolos, os mártires, os papas, os santos e santos romanos;

– Das Igrejas Orientais, pela boca de um Patriarca unido aos demais representantes das Igrejas Orientais;

– De toda a Igreja Católica ao seu pastor, pela boca do Cardeal Decano.

Esta tripla confiança da alma do falecido termina com uma renovada profissão de fé, expressa pelo coro que, durante a aspersão e incenso, canta:

"Eu acredito: O Senhor ressuscitou e vive,
e um dia eu também ressuscitarei com ele.
Para que eu possa te contemplar, meu Deus e meu Salvador.
Meus olhos se abrirão para sua luz,
e meu olhar repousará sobre ele.
Para que eu possa te contemplar, meu Deus e meu Salvador.
Eu mantenho essa esperança firme em meu coração:
Para que eu possa te contemplar, meu Deus e meu Salvador».

No final da celebração fúnebre, o caixão é recolhido e acompanhado até o local do sepultamento. Enterro nas Grutas do Vaticano, sob St.. Basílica de Pedro, tornou-se tradicional; no entanto, o Papa pode decidir de outra forma, como fez o Papa Francisco, que escolheu ser sepultado na Basílica Papal de São. Maria Maior.

Os novendiais

É uma tradição, também confirmado pela reforma desejada pelo Santo Padre Francisco, que a partir da missa fúnebre, seguem-se nove dias de celebrações eucarísticas em sufrágio do falecido Papa. Todo o povo de Deus está envolvido nestas celebrações, mesmo que sejam confiados a determinadas categorias do Povo de Deus: fiéis da Cidade do Vaticano, da Igreja de Roma, os Capítulos das Basílicas Papais, membros da Cúria Romana, as Igrejas Orientais.

Toda a Igreja em todo o mundo se une em oração e fortalece a fé e a esperança; assim também a morte se torna um dom de graça e uma oportunidade para agradecer e bendizer ao Deus de toda consolação.

«Quando morre um Papa, sempre se faz outro»

Este famoso ditado, que pode até parecer fatalista, é, na verdade, o que acontece depois da morte de cada Romano Pontífice. Poderíamos dizer que a Sé Vaga é aquele momento em que o Pontificado entra numa espécie de “anonimato” para que o falecido pontífice e o seu sucessor eleito, já que pertencem a algo maior, parecem transmitir a alma do papel.

Isto é o que o famoso poeta romano Gioacchino Belli declarado em 1835: o Papa morto entrega aos recém-eleitos o espírito da importante tarefa. As formas externas do corpo ou mesmo do cérebro podem variar, mas o legado será o mesmo, já que é querido pelo eterno. Com versos ousados, mas significativos, o poeta diz: quase parece que o corpo do novo Papa cai do céu sem alma, mas apenas com o sopro da vida. Porque a dignidade, a alma do papel de cada pontífice é deixada a ele por aqueles que o precederam.

Florença, 1º de maio 2025

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De poeira à água: O significado do símbolo austero das cinzas – De poeira à água: o significado do símbolo austero de cinzas

(Texto em inglês depois do italiano)

 

De poeira à água: O SIGNIFICADO DO SÍMBOLO AUSTERO DAS CINZAS

As cinzas sagradas que tradicionalmente se obtêm da queima dos ramos de oliveira benzidos no Domingo de Ramos do ano anterior desempenham a sua função de porta de entrada para o período forte da Quaresma e já nos permitem vislumbrar o homem renovado por Cristo Ressuscitado e renascido nas águas do baptismo, como a liturgia nos faz reviver a Santa Vigília da noite de Páscoa.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

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Ontem, com a Liturgia das Cinzas O tempo sagrado da Quaresma já começou para a Igreja. Um tempo que, conforme relatado nas normas do ano litúrgico e do calendário, Tem como objetivo preparar a Páscoa. A Liturgia Quaresmal orienta tanto os catecúmenos quanto os catecúmenos à celebração do mistério pascal, através dos diferentes graus de iniciação cristã, tanto os fiéis pela memória do batismo como pela penitência.

Como todos sabem o período sagrado da Quaresma começa com um símbolo definido como austero: receba cinzas em sua cabeça. No Antigo Testamento a cinza é um símbolo do que é temporário, perecível e como tal reduzido a pó, como lemos em Trabalho 10, 9; ou porque não vale nada (Geração 18, 27). Também no Antigo Testamento a cinza era um sinal de desolação e luto. Aqui estão os gestos de espalhar cinzas na cabeça (2Sam 13, 19), sente-se nas cinzas como Jó (Trabalho 2, 8), rolar nas cinzas (este 27, 30), alimente-se de cinzas como de pão (Vontade 102). Davi expiou seus pecados nas cinzas, Após a pregação de Jonas, os ninivitas cobriram a cabeça com cinzas. Cinzas eram usadas em ritos de purificação, quando uma vaca vermelha foi queimada cujas cinzas foram jogadas na água, usado para várias purificações rituais (Núm. 19, 1 e ssg). Acima de tudo, a cinza remete o pensamento às palavras que Deus dirigiu a Adão depois do pecado: "Pó, você é e ao pó retornará" (Geração 3,19); sublinham o castigo da morte e o nada da criatura formada a partir do pó da terra.

Na Idade Média, os penitentes públicos que tiveram que expiar os seus pecados e receber o Sacramento da Penitência como segundo batismo, apresentaram-se no início da Quaresma cobertos de cinzas e vestindo sacos. Na liturgia cristã, mesmo atualmente, a expressão que o sacerdote usa ao abençoar e impor as cinzas na quarta-feira que marca o início da Quaresma são estas: «Lembre-se que você é pó e ao pó retornará». aceito, a saber, o significado da dor, do luto pela morte como consequência do pecado e da fragilidade do homem. Daí surge o dever de reconhecer as próprias falhas e de se comprometer com uma vida saudável, como a fórmula alternativa da imposição das cinzas urge: "Converta-se e creia no Evangelho". A cinza, lembrando-nos que somos pó, ajuda-nos a revigorar o sentido da verdadeira consciência cristã que nos acusa de culpa e não nos dá paz até encontrarmos um remédio para a nossa inclinação para o mal.

A penitência se torna uma necessidade: devemos fazer penitência para nos denunciar ao céu e à terra que somos pessoas miseráveis. Temos a obrigação de implorar misericórdia e de demonstrar com algumas de nossas ações que repudiamos o mal feito e o mal que somos capazes de fazer. Longe de ser um sinal de superstição então, a cinza nos lembra uma verdade teológica bem resumida pelas palavras da bênção, o mais antigo, que pode ser usado na quarta-feira que começa a Santa Quaresma:

«Ó Deus que não queres a morte, mas a conversão dos pecadores, faz isso reconhecendo que nosso corpo retornará ao pó, o exercício da penitência obtém para nós o perdão dos pecados e uma vida renovada à imagem do Senhor ressuscitado. para Cristo, nosso Senhor. Amém".

O mesmo conceito também se expressa na fórmula renovada da bênção das cinzas que ele recita:

«Ó Deus que tem misericórdia de quem se arrepende e dá a tua paz a quem se converte, ouça com bondade paternal as orações do seu povo e abençoe estes seus filhos que receberão o austero símbolo das cinzas, para que através do itinerário espiritual da Quaresma cheguem completamente renovados para celebrar a Páscoa do seu Filho".

E também se repete na fórmula alternativa em que essas palavras são usadas:

«Ó Deus que não queres a morte dos pecadores, mas a conversão, ouça gentilmente nossa oração e abençoe essas cinzas que estamos prestes a receber sobre nossas cabeças, reconhecendo que somos pó e ao pó voltaremos. Que o exercício da penitência quaresmal nos obtenha o perdão dos pecados e uma vida renovada à imagem do teu Filho ressuscitado, que vive e reina para todo o sempre. Amém".

As orações, acima lembre-se, apresentam-nos, portanto, a perspectiva correcta para olhar o sinal das cinzas impostas às cabeças de quem inicia com boa vontade o caminho quaresmal. É essencialmente um gesto de humildade, O que isso significa: Eu me reconheço por quem eu sou, uma criatura frágil, feito de terra e destinado à terra, mas também feito à imagem de Deus e destinado a Ele. Pó, sim, mas amei, moldado pelo amor de Deus, animado por seu sopro vital e capaz de reconhecer sua voz e, portanto, responder a ele; grátis e, Por causa disso, também capaz de desobedecê-lo, cedendo à tentação do orgulho e da auto-suficiência. Aqui está o pecado, doença mortal logo começou a poluir a terra abençoada que é o ser humano. Criado à imagem do Santo e do Justo, o homem perdeu a inocência e agora só pode voltar a ser justo graças à justiça de Deus, a justiça do amor que, como escreve São Paulo:

“Ela se manifestou pela fé em Cristo” (RM 3,22).

Apenas a segunda leitura da Liturgia da Palavra na Quarta-feira de Cinzas, contém o apelo de Paulo para se reconciliar com Deus (cf. 2CR 5,20), através de um dos seus famosos paradoxos que conduz toda a reflexão sobre a justiça ao mistério de Cristo. São Paulo escreve:

«Aquele que não conheceu pecado [isto é, seu Filho se fez homem] Deus o fez pecar por nós, para que nele nos tornássemos justiça de Deus" (2CR 5,21).

No coração de Cristo, isto é, no centro de sua Pessoa divino-humana, todo o drama da liberdade foi representado em termos decisivos e definitivos. Deus levou seu plano de salvação às suas consequências extremas, permanecendo fiel ao seu amor mesmo à custa de entregar o seu Filho unigênito à morte e morte de cruz. Aqui a justiça divina se desenrola, profundamente diferente do humano: «Graças à ação de Cristo, podemos entrar na justiça "maior", que é o do amor" (Bento XVI, Mensagem para a Quaresma, 2010)

Santa Quaresma, embora comece com o gesto austero das cinzas que nos faz baixar a cabeça, No entanto, amplia nosso horizonte e nos direciona para a vida eterna, pois nesta terra estamos em peregrinação:

«Não temos uma cidade estável aqui em baixo, mas vamos em busca do futuro" (EB 13,14).

Enquanto a Quaresma nos faz compreender a relatividade dos bens desta terra e, portanto, nos torna capazes de renúncias necessárias, também nos dá a liberdade de fazer o bem, abrir a terra à luz do Céu, na presença de Deus entre nós.

Assim as cinzas sagradas que são tradicionalmente obtidos a partir da queima dos ramos de oliveira benzidos no Domingo de Ramos do ano anterior, desempenham a sua função de porta de entrada para o período forte da Quaresma e já nos permitem vislumbrar o homem renovado por Cristo Ressuscitado e renascido nas águas do baptismo, como a liturgia nos faz reviver a Santa Vigília da noite de Páscoa.

Florença, 6 Março 2025

Início da Quaresma

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DA POEIRA À ÁGUA: O SIGNIFICADO DO SÍMBOLO AUSTERO DAS CINZAS

As cinzas sagradas que tradicionalmente se obtêm da queima dos ramos de oliveira benzidos no Domingo de Ramos do ano anterior desempenham a sua função de porta de entrada para o período forte da Quaresma e já nos permitem vislumbrar o homem renovado por Cristo Ressuscitado e renascido nas águas do baptismo, como a liturgia nos faz reviver na Santa Vigília da noite pascal

— pastoral litúrgica —

Autor
Simone Pifizzi

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Ontem, com a Liturgia das Cinzas, o tempo sagrado da Quaresma começou para a Igreja. Um tempo que, de acordo com o que está indicado nas normas e no calendário do ano litúrgico, tem como objetivo preparar a Páscoa. A Liturgia Quaresmal orienta tanto os catecúmenos, através dos diferentes graus de iniciação cristã, e os fiéis pela memória do batismo e pela penitência na celebração do mistério pascal.

Como todos sabem, o período sagrado da Quaresma começa com um símbolo definido como austero: recebendo cinzas na cabeça. No Antigo Testamento, cinzas são um símbolo do que é temporário, perecível e como tal reduzido a pó, como lemos em Trabalho 10:9; ou porque não vale nada (Geração 18:27). Também no Antigo Testamento, cinzas eram um sinal de desolação e luto. Aqui estão então os gestos de aspergir cinzas na cabeça (2Sam 13:19), sentado nas cinzas como Jó (Trabalho 2:8), rolando em cinzas (este 27:30), comendo cinzas como pão (Ps 102). Davi expiou seus pecados nas cinzas, os ninivitas depois da pregação de Jonas cobriram suas cabeças com cinzas. Cinzas eram usadas em ritos de purificação, quando uma vaca vermelha foi queimada e suas cinzas foram jogadas na água usada para as diversas purificações rituais (Núm. 19:1aff). Sobretudo, cinzas trazem à mente as palavras que Deus dirigiu a Adão depois de seu pecado: “Você é pó, e ao pó você retornará” (Geração 3:19); sublinham o castigo da morte e o nada da criatura formada a partir do pó da terra.

Na Idade Média, penitentes públicos que tiveram que expiar seus pecados e receber o Sacramento da Penitência como um segundo batismo apareceram no início da Quaresma cobertos de cinzas e vestindo panos de saco. Hoje, Na liturgia cristã, a expressão que o sacerdote usa ao abençoar e impor as cinzas na quarta-feira que marca o início da Quaresma são estas:

«Lembre-se que você é pó e ao pó retornará».

Aquilo é, Eu aceito o significado da dor, do luto pela morte como consequência do pecado e da fragilidade do homem. Daí surge o dever de reconhecer as próprias falhas e comprometer-se com uma vida saudável, conforme exortado pela fórmula alternativa para a imposição das cinzas:

«Converta-se e acredite no Evangelho».

A cinza, nos lembrando que somos pó, ajuda-nos a revigorar o sentido da verdadeira consciência cristã que nos acusa de culpa e não nos dá paz até encontrarmos um remédio para a nossa inclinação para o mal.

A penitência se torna uma necessidade: devemos fazer penitência para nos denunciar ao céu e à terra que somos pessoas miseráveis. Temos a obrigação de implorar misericórdia e de demonstrar com algumas de nossas ações que repudiamos o mal feito e o mal que somos capazes de fazer. Longe de ser um sinal de superstição, a cinza nos lembra uma verdade teológica bem resumida pelas palavras da bênção, o mais antigo, que pode ser usado na quarta-feira que inicia a Santa Quaresma:

«Ó Deus que não queres a morte, mas a conversão dos pecadores, conceda que, ao reconhecer que nosso corpo retornará ao pó, o exercício da penitência obtém para nós o perdão dos pecados e uma vida renovada à imagem do Senhor ressuscitado. Através de Cristo, nosso Senhor. Amém" (Do ritual romano)

O mesmo conceito também é expresso na fórmula renovada da bênção das cinzas que diz:

«Ó Deus que tem misericórdia de quem se arrepende e dá a tua paz a quem se converte, ouça com bondade paterna as orações do seu povo e abençoe estes seus filhos que receberão o símbolo austero das cinzas, para que através do itinerário espiritual da Quaresma cheguem completamente renovados para celebrar a Páscoa do teu Filho».

E também se repete na fórmula alternativa em que essas palavras são usadas:

«Ó Deus que não queres a morte dos pecadores, mas a conversão, ouça gentilmente nossa oração e abençoe essas cinzas que estamos prestes a receber sobre nossas cabeças, reconhecendo que somos pó e ao pó voltaremos. Que o exercício da penitência quaresmal nos obtenha o perdão dos pecados e uma vida renovada à imagem do teu Filho ressuscitado, que vive e reina para todo o sempre. Amém".

As orações mencionadas acima apresenta-nos, portanto, a perspectiva correta para olhar o sinal das cinzas colocadas na cabeça de quem inicia com boa vontade o caminho quaresmal. É essencialmente um gesto de humildade, que significa: Eu me reconheço pelo que sou, uma criatura frágil, feito de terra e destinado à terra, mas também feito à imagem de Deus e destinado a Ele. Pó, sim, mas amei, moldado pelo amor de Deus, animado por seu sopro vital e capaz de reconhecer sua voz e, portanto, responder a ele; grátis e, por esse motivo, também capaz de desobedecê-lo, cedendo à tentação do orgulho e da auto-suficiência. Aqui está o pecado, uma doença mortal que logo começou a poluir a terra abençoada que é o ser humano. Criado à imagem do Santo e do Justo, o homem perdeu a inocência e agora só pode voltar a ser justo graças à justiça de Deus, a justiça do amor que, como escreve São Paulo:

«foi manifestado através da fé em Cristo» (ROM 3:22).

Precisamente a segunda leitura da Liturgia da Palavra sobre as Cinzas Quarta-feira contém o apelo de Paulo para se reconciliar com Deus (Vejo 2 CR 5:20), através de um dos seus famosos paradoxos que conduz toda a reflexão sobre a justiça ao mistério de Cristo. São Paulo escreve:

«Porque ele o fez pecado por nós, que não conheceu pecado; para que nele possamos ser feitos justiça de Deus» (2 CR 5:21).

No coração de Cristo, isso é, no centro da sua Pessoa divino-humana, todo o drama da liberdade foi representado em termos decisivos e definitivos. Deus levou seu plano de salvação às consequências extremas, permanecendo fiel ao seu amor mesmo à custa de entregar o seu Filho unigênito à morte e morte de cruz. Aqui a justiça divina é revelada, profundamente diferente da justiça humana:

«Graças à ação de Cristo, podemos entrar no “maior” justiça, que é o do amor» (Bento XVI, Mensagem para a Quaresma, 2010)

Santa Quaresma, embora comece com o gesto austero das cinzas que nos fazem inclinar a cabeça, no entanto, amplia o nosso horizonte e nos orienta para a vida eterna, já que nesta terra estamos em peregrinação:

«Pois aqui não temos cidade duradoura, mas buscamos aquele que está por vir» (Hebraico 13:14).

Enquanto a Quaresma nos faz compreender a relatividade dos bens desta terra e, portanto, nos torna capazes de renúncias necessárias, também nos dá a liberdade de fazer o bem, abrir a terra à luz do Céu, à presença de Deus entre nós.

Assim as cinzas sagradas que são tradicionalmente obtidos a partir da queima dos ramos de oliveira benzidos no Domingo de Ramos do ano anterior desempenham a sua função de porta de entrada para o período forte da Quaresma e já nos permitem vislumbrar o homem renovado por Cristo Ressuscitado e renascido nas águas do baptismo, como a liturgia nos faz reviver na Santa Vigília da noite pascal.

Florença, 6 Março 2025

Início da Quaresma

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Os Padres da Ilha de Patmos

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«Não vou ao concerto, Eu não sou um príncipe da Renascença", disse o Santo Padre, No entanto, isso não significa eliminar o pior do desleixo

«NÃO VOU AO CONCERTO, NÃO SOU UM PRÍNCIPE DA RENASCIMENTO" DISSE O SANTO PADRE, NO ENTANTO, ISSO NÃO SIGNIFICA LIMPAR O PIOR DO DESLAZIMENTO

Nossos sábios professores nos alertaram desde tenra idade sobre vários perigos insidiosos, nos conscientizando de que o inconformismo dos conformistas existe, qual é o pior conformismo; o desprezo do clericalismo pelos clérigos, o que então se traduz no pior clericalismo; o fascismo dos antifascistas, que acaba se manifestando como uma forma violenta de neofascismo ainda pior que a dos Vinte Anos Fascistas.

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Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

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Onze anos se passaram desde então, era junho de 2013 quando o Santo Padre Francisco deixou o assento vazio no centro da sala Paulo VI, enquanto convidados e autoridades ouviam por um tempo’ o «Grande concerto de música clássica do Ano da Fé» proibido, tudo na ausência, em vez de presença, papa. Alguns dias antes, falando com núncios de todo o mundo, o Santo Padre denunciou a “mundanidade espiritual” que é a “lepra” da Igreja, “ceder ao espírito do mundo” que “expõe nós pastores ao ridículo”, aquela “espécie de burguesia de espírito e de vida que nos empurra a assentar, buscar uma vida confortável e pacífica". O facto é que nunca ninguém anunciou o que aconteceu ao Arcebispo Rino Fisichella quando todos, Todos 17,30, eles estavam esperando o pontífice entrar na sala: «O Santo Padre não poderá estar presente devido a uma tarefa urgente e urgente» (cf.. Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, WHO).

Vou tentar ser breve, mas não porque faltem argumentos, muito pelo contrário: haveria muitos tópicos e, se em alguns casos simplesmente não podemos permanecer em silêncio, é bom ser muito comedido.

Quem entre nós teve a graça de ter professores autênticos - e cada um de nós, Padres da Ilha de Patmos, pela graça divina, ele os tinha - ele pôde aprender o que talvez alguém não tenha tido a oportunidade de aprender antes em Buenos Aires como religioso, depois como padre jesuíta, finalmente como bispo. Finalmente chegou ao trono sagrado um 77 anos, Não é fácil mudar sua visão e perspectiva como pessoa idosa, para que isso acontecesse seria necessário que o Espírito Santo pousasse na cabeça do escolhido não como uma pomba, mas como um condor andino.

Nossos sábios professores eles nos alertaram desde tenra idade sobre vários perigos insidiosos, nos conscientizando de que o inconformismo dos conformistas existe, qual é o pior conformismo; o desprezo do clericalismo pelos clérigos, o que então se traduz no pior clericalismo; o fascismo dos antifascistas, que acaba se manifestando como uma forma violenta de neofascismo ainda pior que a dos Vinte Anos Fascistas.

Algumas pessoas pensam que expor “nós pastores ao ridículo” são apenas os desfiles desses personagens, chamado renda & atacadores, que estetizam a sagrada liturgia de forma exagerada e por vezes exasperante? Ninguém nega a existência do elemento do ridículo nesses assuntos, se quisermos até grotesco, mas o ridículo tem muitas faces, portanto, não deve ser considerado menos ridículo do que o Cardeal Sebastião Francisco, Bispo de Diocese de Penang na Malásia você celebra a Santa Missa sentado à mesa com outros concelebrantes e eleva o Corpo de Cristo com a cabeça coberta pelo solidéu vermelho; tudo quando até nós, na época éramos coroinhas, sabíamos que o bispo fica com a cabeça descoberta diante do Santíssimo Sacramento exposto e que durante as liturgias, até que a Eucaristia fosse colocada dentro do sacrário, ele não cobre a cabeça novamente (cf.. Cerimonial dos Bispos, NN. 153-166). Está aqui, está claro, não se trata de ser hipercrítico, porque as fotos que documentam tudo são verdadeiramente perturbadoras.

Cardeal Sebastião Francisco, que certamente será um homem santo, ha 72 anos. Se o Pontífice que reina felizmente não atingir o seu centenário, ele entrará no conclave como eleitor, onde se encontrará diante de irmãos cardeais de tendências específicas, mas sobretudo dos países ricos, capazes de sustentar Igrejas locais inteiras nos países pobres, quem vai apontar para o saco de dinheiro com um dedo, com outro dedo indicarão o candidato para escrever no cartão.

Isso acontece quando você cai no inconformismo dos conformistas, em desprezo pelo clericalismo dos clérigos, no fascismo dos antifascistas. Mas a beleza, se lindo queremos chamá-lo, tudo ainda está por vir. E que Deus nos ajude!

Florença, 1setembro 2024

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Os Padres da Ilha de Patmos

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"Ir além, tão perto você me deixa chateado …» Se um sacerdote retirar o crucifixo do centro do altar para que não cubra o “centralidade” do celebrante-protagonista, isso significa que chegamos ao fim da linha

"IR ALÉM, TÃO PERTO VOCÊ ME FAZ PERTURBADO …» SE UM PADRE RETIRAR O CRUCIFIXO DO CENTRO DO ALTAR PARA QUE NÃO COBRE A “CENTRALIDADE” DO CELEBRANTE-PROTAGONISTA, SIGNIFICA QUE CHEGAMOS AO FIM DA LINHA

O que podemos dizer se circulam vídeos em que padres e até bispos são vistos subindo ao altar e retirando o crucifixo de cima dele porque evidentemente tira a visibilidade, ocupa o espaço que o celebrante ocupará logo depois, às vezes brandindo microfones monstruosos que, esses sim, eles podem muito bem ficar onde estão?

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Autor
Simone Pifizzi

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O que é estranho e bizarro geralmente toca um acorde social, porque aumenta drasticamente as visualizações e atrai os comentários das pessoas. Nenhuma esfera humana pode ser considerada alheia a esta ansiedade de busca do particular, do ridículo ao monstruoso, até mesmo o religioso.

Alguns eventos verdadeiramente estranhos que aconteceram nas igrejas fizeram sucesso nas diversas plataformas mais famosas e utilizadas. Do padre que canta uma canção popular no altar ou faz dela cenário para pequenos vídeos risíveis, às roupas chocantes de alguns cônjuges, a certas bênçãos excessivas com água benta. Alguém usa eu social também estigmatizar esses comportamentos que acontecem nas igrejas ou aqueles gestos que beiram o abuso do lugar, porque eles não são adequados, a da liturgia usada à vontade. O mundo se tornou um grande palco e infelizmente até os religiosos pensam que ele pode ser acessado explorando o espaço de um salão de igreja ou presbitério. Há poucos dias surgiu a notícia de um estilista que desenhou um vestido de noiva mais que transparente para um casamento na igreja e não faltou quem pudesse comentar: «Uma igreja é apenas um edifício, ele pode usar o que quiser" (WHO).

Mas o que podemos dizer se os vídeos estão circulando em que padres e até bispos são vistos subindo ao altar e retirando o crucifixo de cima dele porque evidentemente tira a visibilidade, ocupa o espaço que o celebrante ocupará logo depois, às vezes brandindo microfones monstruosos que, esses sim, eles podem muito bem ficar onde estão?

O Bishop de Arezzo-Cortona-Sansepolcro

Um sacerdote da Arquidiocese de Salerno-Campagna-Acerno

As estranhezas do nosso tempo que também se cruzam com o mundo religioso e a forma como a liturgia é vivida e celebrada dá-nos o “La” para lembrar que os presbíteros não são os donos indiscutíveis das celebrações e que na verdade agem para um serviço que transmite um mistério maior e mais profundo. A este respeito, gostaria de me concentrar no altar porque ali ocorreram algumas estranhezas e distorções., pelas mãos de algum celebrante ou diligente “obreiro pastoral”, sem falar nos chamados “animadores litúrgicos” que pensam que podem agir como bem entendem ou, mais provavelmente, esquecem que o altar não é um móvel qualquer, um lugar para colocar coisas a granel.

Só para esclarecer as coisas, no rito de dedicação do altar é dito que:

«com a unção do Crisma [isso] torna-se um símbolo de Cristo, que foi chamado de Ungido o mais digno de todos; de fato, o Pai o ungiu com o Espírito Santo e o constituiu Sumo Sacerdote, que ofereceu o sacrifício da sua vida pela salvação de todos no altar do seu próprio corpo” (Ordem de dedicação da Igreja e do Altar, IV/22).

euO altar é, portanto, um símbolo de Cristo e esta doutrina é tradicional. Santo Ambrósio mencionou isso várias vezes:

«O que é o altar, se não for o sinal do corpo de Cristo?» (Qual é o altar?, exceto a forma do corpo de Cristo?), (Comunicação. em Cant. eu,6: PL 15,1855; Do sagrado., V, 2, 7; cfr IV, 2, 7: PL 16, 447. 437).

Os acontecimentos históricos que dizem respeito à presença de altares nas igrejas são antigos e complexos e vão naturalmente além desta modesta contribuição. Poderíamos começar pelo altar fixo que começou a aparecer nas basílicas do século IV, até a adoção do altar de pedra para o qual o símbolo bíblico de Cristo “pedra angular do edifício espiritual” não era estranho (cf.. Vontade 118, 22; MT 21, 42; No 4, 11; 1CR 10, 4; 1PT 2, 4-8). Poderíamos mencionar o antigo costume de celebrar a Eucaristia nos túmulos dos mártires, que encontrou tradução concreta na construção de altares acima dos seus túmulos., bem como a transladação das suas relíquias para os altares das novas basílicas. Santo Ambrósio sempre escreve sobre isso: «No lugar onde Cristo é a vítima, também há vítimas triunfais. Acima do altar ele, que morreu por todos; esses, redimido por sua paixão, debaixo do altar" (Carta 22, 13: por favor 16, 1023).

De todos os lugares que estão presentes em uma igreja só o altar conhece um rito de dedicação, para sublinhar a sua excelência:

«O altar, em que o sacrifício da cruz se torna presente nos sinais sacramentais, é também a mesa do Senhor, em que o povo de Deus é chamado a participar quando é convocado para a Santa Missa; o altar é o centro da ação de graças que se realiza com a Eucaristia” (O cenário geral do Missal Romanoeu, 296).

O Sumo Pontífice também lembrou isto: «O olhar de quem reza está direcionado para o altar, sacerdote e fiel, convocado para a santa assembléia ao seu redor" (Discurso de 24 agosto 2017).

A importância do altar é naturalmente lembrado também pelo Catecismo da Igreja Católica:

«O altar, em torno do qual a Igreja está reunida na celebração, Ele representa os dois aspectos do mesmo mistério: o altar do sacrifício ea mesa do Senhor, e ainda mais porque o altar cristão é o símbolo do próprio Cristo, presente e como vítima oferecida pela nossa reconciliação, tanto como alimento celestial que nos é dado" (n. 1383).

Por estas razões, a reforma litúrgica voltando à antiga tradição cristã, ele queria que apenas um altar fosse construído nas igrejas, destacado da parede para poder contorná-la e festejar para o povo, colocado de uma forma que atraia a atenção. Que normalmente era fixo e dedicado, com a mesa de pedra, mas outros assuntos dignos não estão excluídos, sólido e bem feito. E as relíquias dos santos podem ser colocadas sob o altar; que está coberto com uma toalha de mesa e acima ou ao lado há uma cruz e castiçais (O cenário geral do Missal Romano, 298-308).

Veneração pelo altar - quem de fato beija, fica indignado e curvado diante dele - é motivado por sua conexão com o sacrifício de Cristo, a quem, no Sacramento, o sacrifício da Igreja orante está associado. Nele é colocada a oferta espiritual dos fiéis, significado no pão e no vinho, porque o Espírito Santo, para o ministério do sacerdote, faça deles um sacramento do Corpo e Sangue de Cristo, para que aqueles que dele se alimentam se tornem um só corpo em Cristo, para louvor de Deus Pai. A oração do prefácio da missa dedicatória expressa bem isso: «Em torno deste altar nos alimentamos com o corpo e o sangue do teu Filho para formar a tua única e santa Igreja».

E é precisamente a singularidade do sacrifício redentor, no Calvário e na Eucaristia, da parte de Cristo sacerdote e vítima, que levou a reforma litúrgica conciliar a estabelecer que não podem ser celebradas missas múltiplas ao mesmo tempo na mesma igreja e que nas novas igrejas deveria haver apenas um altar fixo. É clara a intenção de educar o povo cristão com esta prática e com este sinal, o altar, que «representa (significado) clara e permanentemente Cristo Jesus, Pedra viva, e representa no meio da assembleia dos fiéis o único Cristo e a única Eucaristia da Igreja" (O cenário geral do Missal Romano, NN. 298, 303).

O Concílio Vaticano II terminou em 1965, ainda neste aspecto, como em outros, aliás, a sensibilidade daqueles Padres que celebraram a importante assembleia e a dos muitos documentos que se seguiram, infelizmente não parece ter sido adquirida ou recuperada por todos. Dentro 2002, Para dar um exemplo, a santa sede, ou a Congregação para o Culto Divino, teve que intervir para declarar “ilegal” celebrar a Missa da Primeira Comunhão num altar provisório no meio da igreja com a intenção ingênua de “evocar a Última Ceia”, pois é uma duplicação inútil do “sinal já presente”; um gesto que visa confundir as pessoas, distraindo-as do essencial. Mas também hoje em algumas paróquias, às vezes na frente do altar, alguém coloca uma mesa com os símbolos da Páscoa, gerando assim total confusão litúrgica e teológica, mesmo que a intenção seja oposta. Não é incomum que o altar se torne suporte para cartazes explicativos, por exemplo, de um período litúrgico específico e tudo é colocado abaixo dele, desde o presépio na época do Natal às diversas ofertas, às vezes curioso, em algumas celebrações. Certa vez, vi um pobre cordeirinho forçado a ficar o tempo todo num cesto debaixo do altar, quando provavelmente teria preferido pastar num prado.. A certa altura ele começou a balir, criando hilaridade nos presentes na Eucaristia. E um pouco de tudo é colocado em cima dele e talvez por isso mesmo, como mencionado acima, alguns celebrantes não encontram nada melhor do que levantar a Cruz, provavelmente considerando-o um mobiliário redundante, ao contrário, é previsto e colocado ali para nos lembrar para quem devemos voltar o olhar.

Como consertar tudo isso? Certamente através da formação contínua de todos. Dos sacerdotes em primeiro lugar que devem cuidar das celebrações e, portanto, ser especialistas no assunto. Neste caso da peculiaridade e centralidade do sinal do altar que se refere ao de Cristo. Eles deveriam se lembrar, por exemplo, e mesmo fora da ação litúrgica, o altar é uma invocação e expectativa da presença Dele, Cristo, que faz novas todas as coisas (cf.. Ap 21, 5).

Por causa disso, através de catequese e momentos educativos, devem ajudar os fiéis a formar-se espiritualmente e a tomar consciência de uma liturgia bem celebrada e com sinais próprios, transparente e mais importante, assim como o altar, é e deve ser a primeira escola em si: «A lei da oração, Lex credendi».

Começamos relembrando os horrores que o social eles estão prontos para reverberar até que um novo e sensacional apareça. Entre estes, alguns têm a ver com o que acontece na igreja e nas liturgias. Assim nasceu esta contribuição que não pretende fazer rir ou multiplicar comentários negativos, como acontece em Web. Mas é apenas um convite para aceitar, desta circunstância, a importância e a beleza dos conteúdos da fé e como eles são expressos na liturgia. Se erros foram cometidos nesta área e serão cometidos, o princípio sempre se aplica: «Os erros são corrigidos quando detectadosr»; que possamos traduzir: erros são corrigidos assim que você percebe que os cometeu.

Para concluir não podemos deixar de lembrar a todos aqueles católicos ingénuos, tão preocupado em ficar escandalizado e gritar escândalo, mas não tão preocupado em verificar cuidadosamente notícias e imagens, tantos vídeos que eles postaram social eles não têm nada a ver com a Igreja Católica e nosso clero. Na verdade, existem pseudo-igrejas em todo o mundo que no seu aparato litúrgico externo se inspiram na Igreja Católica. A este propósito bastaria recordar que depois do Concílio Vaticano I (aberto em 1869, terminou em 1870, mas formalmente fechado apenas em 1960) houve um cisma que deu origem à chamada "igreja" católica antiga.. Só desta agregação nasceram e posteriormente se multiplicaram dezenas de autodenominadas “igrejas” geridas por personagens bastante exóticas. Tendo visto e considerado que há abusos litúrgicos suficientes entre o nosso clero católico; visto e considerado que às vezes quase se tem a impressão de que alguns de nossos padres competem entre si para ver quem consegue realizar a extravagância mais excêntrica, que pelo menos as travessuras de outras pessoas não são atribuídas a nós, porque os nossos são suficientes e mais que suficientes, bem como suficientemente embaraçoso para aqueles de nós que continuam a ser católicos.

 

Florença, 20 julho 2024

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Quinta-feira Santa 2024. Homilia de saudação do Cardeal Giuseppe Betori

QUINTA-FEIRA SANTA 2024. HOMILIA DE SAUDAÇÃO DO CARDEAL GIUSEPPE BETORI

Afirme que hoje, das águias e falcões onde estamos passando para galinhas ou, bom andamento, para perus, não é uma declaração mesquinha e irreverente, mas um fato: nos últimos anos temos testemunhado as nomeações episcopais de indivíduos embaraçosos, mas o que é pior, eles são todos iguais, ou como dizem moldado, clonado para emulação. Tudo isto face à pluralidade de vozes dentro da Igreja!

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Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

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Este artigo me inspirou - o que não é assim, porque se trata de relatar o texto de uma homilia pronunciada pelo Cardeal Giuseppe Betori, Arcebispo Metropolitano de Florença - foi o Padre Ariel, que há algumas semanas dedicou uma homenagem ao seu Bispo nestas nossas colunas, SE. Mons. Andrea Turazzi; homenagem feita com um toque de classe resumida nesta frase:

«Um bom sacerdote é tal se espera o fim do seu mandato para louvar o seu Bispo [...] Só agora que ele já não tem o poder de governo pastoral sobre a Diocese e sobre mim, Posso dizer publicamente o quanto o reverenciei, apreciei e amei meu Bispo".

O Arcebispo de Florença, apesar de ter apresentado ao Sumo Pontífice a sua renúncia ao governo pastoral da nossa Diocese, ainda não é emérito, nem seu sucessor designado foi oficializado ainda. Sua missão entre nós, na verdade, No entanto, deve ser considerado concluído. Quanto ao seu sucessor, é quase certo que ele já foi escolhido e nomeado, só temos que esperar pelo anúncio oficial.

Com o Cardeal Giuseppe Betori - e agora muito poucos outros que se tornaram bispos na casa dos cinquenta anos sob o pontificado do Santo Pontífice João Paulo II - está definitivamente encerrado um período eclesiástico e eclesiástico que também teve os seus muitos problemas, mas em todo caso também povoado por personalidades de alto nível pastoral e profundidade cultural. Afirme que hoje, das águias e falcões onde estamos passando para galinhas ou, bom andamento, para perus, não é uma declaração mesquinha e irreverente, mas um fato: nos últimos anos temos testemunhado as nomeações episcopais de indivíduos embaraçosos, mas o que é pior, eles são todos iguais, ou como dizem moldado, clonado para emulação. Tudo isto face à pluralidade de vozes dentro da Igreja!

Tornando as palavras minhas dirigida hoje por um irmão ao seu Bispo, também posso dizer:

«Um bom sacerdote é tal se espera o fim do seu mandato para louvar o seu Bispo [...] Só agora que ele já não tem o poder de governo pastoral sobre a Diocese e sobre mim, Posso dizer publicamente o quanto o reverenciei, apreciei e amei meu Bispo".

Cardeal Giuseppe Betori revelou-se uma pérola agora incrustada no diadema da genealogia dos últimos Bispos doados a esta nossa Igreja florentina por Roma, agora, como demonstra a homilia a seguir…

Florença, 28 Março 2024

 

Cardeal Giuseppe Betori Arcebispo Metropolitano de Florença, Santa Missa Crismal do ano 2024

A Missa Crismal, em que o Bispo concelebra com os presbíteros das diversas áreas da diocese e durante o qual abençoa o santo crisma e os demais óleos, é considerada uma das principais manifestações da plenitude do sacerdócio do bispo e um sinal da estreita união dos presbíteros com ele”. Estas são as palavras do Romano Pontifício nas Instalações para o rito da Bênção dos Óleos. Com estas palavras dirigi-vos há quinze anos na minha primeira presidência da celebração da Missa Crismal na Igreja Florentina. Ainda me refiro a eles hoje, nesta celebração que se pode presumir ser a minha última presidência da Missa Crismal nesta catedral, dirigir-me em particular a vós, sacerdotes florentinos, com quem partilhei o governo pastoral do povo de Deus que me foi confiado nos últimos anos.

As minhas são palavras de agradecimento, de reflexão, de entrega para o futuro. No entanto, gostaria de evitar cair em sentimentos, embora importante e não ausente em meu coração neste momento, trazer tudo de volta à luz da palavra de Deus. Gratidão, conhecimento, a esperança confiante deve, de facto, medir-se pela fidelidade com que soubemos corresponder ao dom que Cristo nos concedeu, de como nos sentimos obrigados a mergulhar nas suas formas de uma forma adequada aos tempos, de como nos entregamos a ela na certeza de que a presença do Senhor e do seu Espírito está entre nós, apesar das incertezas do presente, isso nunca falhará.

Neste horizonte acolhemos com satisfação a revelação que hoje nos chega da palavra de Deus a respeito da missão de Cristo, das dignidades e responsabilidades que são dadas aos seus discípulos, do serviço da palavra e da graça que nos é confiada a nós, seus ministros, para benefício de todos. A imagem que resume este mistério é a da unção, com a qual o profeta expressa a consagração do Messias enviado para levar a boa nova da salvação, colocar-se a serviço dos pobres e oprimidos, espalhar a consolação da misericórdia. Ouvimos Jesus proclamar esta mesma unção como sinal da missão para a qual o Espírito o envia como libertador da humanidade de toda a sua fragilidade para entrar no tempo da graça do Senhor. Afinal, esta unção, agora definido como real e sacerdotal, é o sinal de um povo redimido que vive para a glória do Pai.

Anúncio, sacerdócio e realeza da pessoa de Cristo passam para o dos crentes nele e o nosso ministério de sacerdotes é colocado ao serviço desta passagem. Obrigado, portanto, pelo seu ministério ao serviço da Palavra; Que sempre haja dentro de você o desejo de conhecê-lo cada vez mais profundamente e poder expressá-lo novamente com palavras que sejam capazes de atender às questões expressas e não expressas da humanidade contemporânea, olhamos para o futuro com confiança, certos de que na riqueza inesgotável da palavra de Deus há uma orientação segura para os novos desafios que pairam sobre a humanidade nos dias que virão. Obrigado pelo vosso ministério como pontífices entre a humanidade e o seu Criador, de generosos transmissores da graça que vem do alto e da voz da humanidade e das suas expectativas para com o Pai de todos; em um mundo que se constrói seguindo o mito da autossuficiência, sinta que é seu compromisso particular despertar no seu povo a necessidade de invocação e a humildade para acolher o dom da vida, a nova obra dos sacramentos; alimente sempre a esperança dentro de você, para que nenhum obstáculo o leve ao desespero ou mesmo à inércia, porque nada muda de qualquer maneira, ter dentro de nós a certeza de que o Ressuscitado tem o poder de fazer novas todas as coisas. Obrigado pela forma como vocês animam suas comunidades em seu ministério, dedique-se a ser, você enfrenta os problemas dos mais pobres em particular; Somos de fato ministros da Igreja, mas o nosso serviço é sempre pela vinda do Reino de Deus entre nós, nos sinais de bem que ajudamos a fazer florescer e na contribuição que como comunidades cristãs somos capazes de oferecer para a afirmação da justiça, da paz, de respeito pela dignidade de cada homem, do bem comum; O lugar da Igreja na sociedade está mudando rapidamente e, consequentemente, o do sacerdote, por isso somos exortados a abandonar qualquer nostalgia da centralidade, mas também a reiterar que ninguém e nenhum mundo pode permanecer alheio ao dom de nós mesmos no Senhor.

Na homilia de quinze anos atrás Eu estava te chamando para uma comunhão que não fosse uma uniformidade massificadora, mas um entrelaçamento de relações na diversidade de experiências e na modulação da verdade única. Pedi que você escapasse da repetição cansada de uma melodia monótona para buscar uma harmonia polifônica em que cada voz busca harmonia com as demais, para uma comunicação que expressa a inteligência da realidade e a beleza da experiência. Não sei há quanto tempo conseguimos viver assim nestes anos e também estou aqui para lhe pedir perdão pelo que não fiz ou pelo que posso ter feito no sentido contrário.

O outro lembrete de quinze anos atrás estava na raiz sacramental do nosso ministério, para não nos deixarmos reduzir a agentes sociais, embora apreciado e querido, nem mesmo aos funcionários de um lugar sagrado para recorrer como refúgio da angústia humana. A sacramentalidade significa que o que é decisivo em nós é o dom da graça, dos quais fomos e somos destinatários e dos quais temos a responsabilidade de sermos transmissores. Por isso, lembrei-vos e repito-vos que servir a dimensão sacramental da Igreja significa antes de tudo um compromisso de mostrar como no regime sacramental podemos compreender o primado de Deus na história e como ele se manifesta para nós e entra em contacto com nossa vida graças à mediação de Cristo, quem é o fundamento e fundador dos sacramentos.

E este chamado a Cristo faz-me repetir ainda hoje que a extensão do nosso ser sacerdote depende estritamente do nosso vínculo com ele. Somente permanecendo unidos a Ele é que tanto a nossa identidade como o nosso serviço na Igreja e no mundo encontrarão verdade e eficácia. Que este olhar para Cristo nunca falte na nossa vida quotidiana, fale com ele, deixemo-nos guiar e apoiar por ele.

Caminhamos juntos ao longo desses anos. Foi um grande presente para mim ser seu bispo e poder contar com seu apoio. Não sabemos quando, mas no futuro outro bispo irá guiá-lo, a quem vos entregarei, mas a quem também vos peço que se entreguem com confiança. Os bispos passam, o Senhor permanece e ele é o nosso único e verdadeiro Pastor, dos quais somos apenas sinais, consciente, no que me diz respeito, de fraqueza e insuficiência. Peço misericórdia ao Senhor e peço-te compreensão humana. Carinhosamente.

 

Florença, 28 Março 2024

Catedral Metropolitana de Santa Maria del Fiore

Santa Missa Crismal

 

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Os Padres da Ilha de Patmos

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Gestos e palavras, sobre a liturgia. Vamos quebrar uma lança em favor de “Beije-me Tucho”, anche se pare avere dimenticato la Redemptionis Sacramentum

GESTOS E PALAVRAS, SOBRE A LITURGIA. VAMOS QUEBRAR UMA LANÇA A FAVOR DE "BEIJE-ME TUCHO”, MESMO QUE ELE PAREÇA TER ESQUECIDO LÁ O SACRAMENTO DA REDENÇÃO

Muitos, para dizer o mínimo, torceram o nariz quando o Pontífice escolheu o atual Prefeito. Não faltaram críticas. Respondendo com respeito e iluminando toda a discussão até agora com uma piada, poderíamos lembrar o ditado que diz: «Mesmo um relógio quebrado marca a hora certa duas vezes por dia»

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Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

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Por uma curiosa lei de retaliação muitos que se alegraram com a publicação de Implorando por confiança, declaração confusa e ambígua do Dicastério para a Doutrina da Fé publicada em 18 Dezembro do ano passado, diante do qual se levantaram episcopados inteiros, tiveram vontade de discutir com a mais recente Nota do mesmo Dicastério sobre a validade dos Sacramentos de 2 Fevereiro deste ano e intitulado: Por gestos e palavras.

A pergunta surge espontaneamente: No 2004 a Instrução foi publicada Sacramentum que é uma obra-prima da teologia sacramental, da disciplina dos Sacramentos e da pastoral litúrgica. Educação que, de acordo com o que continuou a acontecer em nossas igrejas, foi maravilhosamente ignorado por exércitos de sacerdotes criativos e movimentos leigos que continuaram destemidos a criar as suas próprias liturgias personalizadas, Neocatecumenais na cabeça, tudo em total descuido e falta de vigilância por parte dos bispos, embora o documento fale muito claramente na sua conclusão final:

«Esta Instrução, elaborado, por ordem do Sumo Pontífice João Paulo II, pela Congregação para o Culto Divino e a Disciplina dos Sacramentos em acordo com a Congregação para a Doutrina da Fé, foi aprovado pelo próprio Pontífice em 19 Março 2004, na solenidade de São José, que ordenou sua publicação e cumprimento imediato por todos os responsáveis ​​".

Por que não exigir o cumprimento desta instrução, tão bem feito e detalhado, se alguma coisa, estabelecendo sanções precisas para quem desconsiderasse as disposições dadas? Porque este é o problema subjacente que caracterizou os últimos cinquenta anos de vida de uma Igreja que pede, exorta, orienta e recomenda, mas ainda parece bom, nestes documentos, estabelecer sanções precisas para os infratores. Não somente: dentro 64 lembretes de Por gestos e palavras a Sacramentum nunca foi lembrado e citado uma vez, algo objetivamente sério.

Como até as pedras sabem agora a primeira Declaração acima mencionada, no contexto mais amplo do significado a ser dado às bênçãos na Igreja, abriu a possibilidade de abençoar espontaneamente casais em situação irregular e do mesmo sexo. Algo que para muitos bispos e padres das diversas regiões do Norte da Europa não era necessário, eles têm feito isso arbitrariamente há anos. Esta controversa Declaração prevê que as bênçãos sejam dadas em lugares e de formas que não são de forma alguma semelhantes às dadas a casais normais., mãe: «Em outros contextos, como uma visita a um santuário, o encontro com um padre, a oração recitada em grupo ou durante uma peregrinação. De fato, através destas bênçãos que não são concedidas através das formas rituais da liturgia, mas antes como expressão do coração materno da Igreja, semelhantes aos que emanam das profundezas da piedade popular, não se pretende legitimar nada, mas apenas abrir a vida a Deus, peça a ajuda dele para viver melhor, e também invocar o Espírito Santo para que os valores do Evangelho possam ser vividos com maior fidelidade” (não 40).

Até agora todos estão felizes, pelo menos os apoiantes desta abertura, como se tivéssemos anteriormente negado bênçãos a indivíduos, especialmente para aqueles que viviam em condições irregulares, ou que foram culpados dos pecados e crimes mais graves.

Ironicamente, precisamente aqueles que se alegraram antes do Implorando por confiança, pouco depois lançaram-se em duras críticas à Nota de 2 fevereiro, Gestos e palavras, porque usa linguagem tradicional para definir o que é necessário para que um Sacramento seja válido, bem como legal. A crítica, em particular, aponta o uso insistente dos termos “forma” e “matéria” utilizados pela Nota como componentes insubstituíveis de toda celebração dos Sacramentos, juntamente com a intenção do celebrante. Críticas que dizem respeito à desconexão destes três elementos constitutivos de toda a celebração do Sacramento, pelos sujeitos que dela participam e pelos diversos signos que intervêm, quais deveriam ser, pela sua própria constitucionalidade, significativo e, como se diz, caixas de som. As notas onduladas, assim, referem-se à forma como a Nota não examina a totalidade do Sacramento celebrado e, como uma onda de retorno, eles também derramam sobre o Implorando por confiança, como lá: «…Uma bênção sem forma (sem espaço, Tempo, palavras, por toda parte) É um absurdo" (cf.. Ver WHO).

Não cabe a mim me defender de um Dicastério estratégico como o da Doutrina da Fé. Mas, lendo e relendo aquela Nota vem à mente «A Navalha de Ockham» que poderia ser resumida mais ou menos assim: "Todas as coisas sendo iguais, a explicação mais simples é a preferida"; ou ainda «Não considerar a pluralidade se não for necessária».

esta Nota, e na carta de acompanhamento do Prefeito, do que em seu próprio corpo, lembre-se que eles foram detectados por Cardeais e Bispos, e por isso solicitou esclarecimentos, sobre as graves mudanças introduzidas na matéria e na forma dos Sacramentos, efetivamente tornando-os nulos e sem efeito. Bastaria ler as poucas pistas e exemplos, às vezes bizarro e curioso, a que o Prefeito se refere para compreender o simples propósito da própria Nota: convocar todos para uma correta celebração dos Sacramentos, Leal, eclesial. Que se eles forem concedidos, onde permitido pelas Conferências Episcopais, espaços de criatividade, estes não se tornam, em vez disso, uma invenção que de fato manipula arbitrariamente o celebrado Sacramento.

É deste contexto e isso é da preocupação dos Pastores das Igrejas, que a Nota deve ser lida. O que então resume o que é necessário para que um Sacramento seja válido, relembrando a doutrina tradicional, que é verdade, nos seus traços mais salientes, remonta ao Concílio de Trento, que o Vaticano II retomou e reelaborou em harmonia com tudo o que a Igreja entretanto, em quell’assise, redescobriu sobre si mesma e como pretendia se apresentar ao mundo de hoje.

Não é por acaso que a Nota se inspira na Constituição Sacrosanctum Concilium lembrar que o Conselho: «Remete analogicamente a noção de Sacramento a toda a Igreja». E de A luz que afirma sobre a Igreja que esta última é: «Em Cristo como Sacramento, isto é, sinal e instrumento de união íntima com Deus e de unidade de todo o género humano». E isto é conseguido principalmente através dos Sacramentos, em cada um dos quais a natureza sacramental da Igreja se realiza à sua maneira, Corpo de Cristo... A Igreja está ciente disso, desde as suas origens, ele teve um cuidado especial com as fontes de onde tira a força vital para sua existência e seu testemunho: a palavra de Deus, atestado pelas Sagradas Escrituras e pela Tradição, e os Sacramentos, celebrado na liturgia, através do qual é continuamente reconduzido ao mistério da Páscoa de Cristo» (cf.. não. 6, 7 e 10).

Pela magnitude de tudo a Igreja, se ele diz, recebe os Sacramentos, quem administrou, mas ela não é a dona disso. O que, em vez disso, parece ter acontecido com as variações criativas de vários ministros e vários movimentos leigos. Só neste ponto a Nota recorda brevemente - não é um tratado de liturgia - quais são os elementos essenciais. Em primeiro lugar, a “forma” do Sacramento que corresponde às palavras que acompanham a matéria, transcende isso, transmitindo o significado cristão, salvífico e eclesial do que se realiza na celebração. Portanto, a “matéria” do Sacramento, que consiste antes na ação humana, através do qual Cristo age. Às vezes há um elemento material nele (água, painel, vino, óleo), outras vezes um gesto particularmente eloquente (sinal da cruz, imposição de mãos, imersão, infusão, consentimento, unção). Esta corporeidade parece indispensável porque enraíza o Sacramento não apenas na história humana, Mas também, mais fundamentalmente, na ordem simbólica da Criação e a remete ao mistério da Encarnação do Verbo e da Redenção por Ele realizada (cf.. não 13).

Por fim, a “intenção” de quem celebra, que não tem nada a ver com sua moralidade e fé, antes com a convicção de realizar: «Pelo menos o que a Igreja faz» (Concílio de Trento). Esta disposição afasta o celebrante do automatismo e da possível arbitrariedade do indivíduo, já que este ato primorosamente humano é também eclesial. Ato interno e subjetivo sim, que, no entanto, manifestando-se no Sacramento, torna-se de toda a comunidade eclesial e: «Pois o que a Igreja faz nada mais é do que o que Cristo instituiu, também a intenção, junto com a matéria e a forma, contribui para fazer da acção sacramental o prolongamento da obra salvífica do Senhor» (cf.. não 18).

Neste sentido a Igreja ele preparou os livros litúrgicos que não devem ser alterados ou usados ​​à vontade, bastante fielmente observado nas palavras e até nos gestos nelas indicados. Oferecem espaços de criatividade e as Conferências Episcopais dos vários países prepararam possíveis adaptações e variações que correspondem à sensibilidade e situação dos participantes. Pense em comemorações com crianças, por exemplo, aos vários cânones eucarísticos preparados para eles e aprovados pela CEI.

A Nota também lembra, e isso parece responder às notas críticas, aquele: "Matéria, forma e intenção estão sempre inseridas no contexto da celebração litúrgica, o que não constitui um decorado cerimonial dos Sacramentos e nem mesmo uma introdução didática à realidade que se passa, mas sobretudo é o acontecimento em que continua a realizar-se o encontro pessoal e comunitário entre Deus e nós., em Cristo e no Espírito Santo, reunião em que, pela mediação de signos sensíveis, «a glória perfeita é dada a Deus e os homens são santificados». A necessária preocupação pelos elementos essenciais dos Sacramentos, do qual depende sua validade, deve, portanto, estar de acordo com o cuidado e o respeito de toda a celebração, em que o significado e os efeitos dos Sacramentos se tornam plenamente inteligíveis por uma multiplicidade de gestos e palavras, favorecendo assim aParticipação ativa dos fiéis (cf.. não 20).

Neste contexto toda a importância da presidência litúrgica e da arte de celebrar está incluída. Estes requerem conhecimento das razões teológicas por trás deles, como aqueles para agir, quando for comemorado, Na pessoa de Cristo e Em nome da igreja. Bem como conhecimento de livros litúrgicos e deles Para ser notado que muitas vezes são ignorados porque são chatos. Mas e se quiséssemos fazer uma comparação, que espero que não pareça fora do lugar, entre a celebração e o gesto desportivo, podemos ver como este último é eficaz se for apoiado por um bom conhecimento e implementação dos chamados fundamentos. Um campeão, especialmente aquelas disciplinas que exigem gestos repetidos, idênticos e precisos, muito tempo passa, anos mesmo, estudo, treinar e depois se expressar com uma facilidade que surpreende. Um gesto atlético muito difícil que vemos realizado, durante uma Olimpíada, por exemplo, Foi necessária uma preparação considerável, no entanto, parece simples e natural para nós.

Para concluir, eu conheço muitos, para dizer o mínimo, torceram o nariz quando o Pontífice escolheu o atual Prefeito. Não faltaram críticas. Respondendo com respeito e iluminando toda a discussão até agora com uma piada, poderíamos lembrar o ditado que diz: «Mesmo um relógio quebrado marca a hora certa duas vezes por dia». Mas, honestamente, esta nota soa bem desta vez. Não há nada de questionável nisso, se a intenção é precisamente convidar-nos a salvaguardar e apresentar de forma digna e eclesial um bem tão precioso. Na verdade, é assim que termina:

"Nós [...] temos este tesouro em vasos de barro, para que pareça que este poder extraordinário pertence a Deus, e isso não vem de nós" (2CR 4, 7). A antítese usada pelo Apóstolo para sublinhar como a sublimidade do poder de Deus se revela através da fraqueza do seu ministério de anunciador também descreve bem o que acontece nos Sacramentos. Toda a Igreja é chamada a salvaguardar a riqueza neles contida, para que a primazia da acção salvífica de Deus na história nunca seja obscurecida, apesar da frágil mediação de sinais e gestos próprios da natureza humana" (não 28).

Florença, 21 fevereiro 2024

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