Domenico Beneventi, un vescovo preso di mira due volte: quando l’accanimento firmato «redazione» si spaccia per giornalismo indipendente internazionale
DOMENICO BENEVENTI, UN VESCOVO PRESO DI MIRA DUE VOLTE: QUANDO L’ACCANIMENTO FIRMATO «REDAZIONE» SI SPACCIA PER GIORNALISMO INDIPENDENTE INTERNAZIONALE
Quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
— Attualità ecclesiale —
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O 22 agosto il Sommo Pontefice Leone XIV è stato in visita apostolica a San Marino, invitato dalla Reggenza della Serenissima Repubblica nell’anno del centenario delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Chiunque legga la cronaca di quella giornata su Eu não posso permanecer em silêncio, si accorge in fretta che l’evento è solo un pretesto. Il vero oggetto dell’articolo è un altro: un attacco al Vescovo di San Marino-Montefeltro, SE. Mons. Domenico Beneventi, messo alla gogna per la seconda volta nel giro di pochi mesi.
IL COPIONE SI RIPETE, IDENTICO
O 28 maio passado, all’annuncio della visita papale, Eu não posso permanecer em silêncio pubblicava un pezzo dal titolo eloquente: Leone XIV a San Marino, la visita storica che mette a nudo il caso Beneventi. Vi si leggeva che il vescovo «si rivolge sempre con toni di sfida tipici degli adolescenti», che ha «contribuito a creare un clima pesante», che una «collaboratrice della diocesi» confida come sia «riuscito in questi anni a mettere l’uno contro l’altro, in ogni ufficio pastorale, in ogni realtà».
Ontem, a visita avvenuta, lo stesso blog torna sull’argomento in un pezzo dal titolo pastoralmente ineccepibile: Comunione per una diocesi ferita. Salvo poi scrivere:
«Il vescovo non può essere un adolescente che gioca a mettere un prete contro l’altro, riferisce a Caio ciò che ha sentito dire a Tizio per alimentare discordia e addirittura insulta il suo predecessore. Sull’italiano, então, stendiamo un velo pietoso».
Le stesse identiche immagini, lo stesso registro, la stessa battuta sulla pronuncia italiana già lanciata a maggio, pochi giorni dopo la sua nomina a presidente della Commissione per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana (cf.. Who), il Vescovo veniva sbeffeggiato perché «sostituisce la “t” com a “d” »; ontem, con analogo dileggio: «un italiano ancora tutto da limare» seguito dal «velo pietoso» da stendere sopra. Non è cronaca di un fatto che accade sotto gli occhi del cronista: è un canovaccio già scritto, tenuto in un cassetto, tirato fuori ogni volta che l’attualità offre un aggancio. La visita del Santo Padre, nesse caso, è servita solo da grancassa per l’ennesimo attacco insultante.
UN ATTACCO ALLA PERSONA, NON UN’INCHIESTA SUI FATTI
C’è una differenza tra criticare l’operato di governo di un vescovo e deriderne la pronuncia. La prima è critica giornalistica, legittima anche quando severa, purché esercitata entro i limiti del rispetto dovuto alla persona, all’ufficio che ricopre e alla sua dignità sacerdotale di successore degli Apostoli. La seconda è scherno personale. Prendersela con la “t” che diventa “d” non serve a informare il lettore su nulla che riguardi la Diocesi di San Marino-Montefeltro: serve solo a irridere un uomo davanti ai suoi fedeli. Chi scrive certe righe non sta facendo informazione ecclesiale, sta facendo bullismo con la tastiera e lo firma «Redazione» perché nessuno se ne assuma la responsabilità in prima persona. E quando la stessa accusa, con le stesse parole, torna identica a distanza di quattro mesi — la prima volta per annunciare una visita papale, la seconda per raccontarla — non è più cronaca. È un dossier scritto in anticipo, presumibilmente su commissione, tenuto pronto e riaperto al momento propizio.
LE FONTI: SEMPRE ANONIME, MAI UNA ECCEZIONE
In entrambi i pezzi, la sostanza dell’accusa non poggia su un solo fatto verificabile, si regge su «una collaboratrice della diocesi» che «confida», su «i sacerdoti» che «parlano», su un generico «sono numerosi gli eventi» senza che uno solo venga circostanziato con nome, data, contesto verificabile. È la struttura tipica della delazione, non dell’inchiesta: un’accusa che non si può controllare, difendere, né smentire nel merito, perché non ha forma. Chi accusa resta invisibile; solo l’accusato ha un nome, un volto e una diocesi da guidare il giorno dopo essere stato pubblicamente insultato da soggetti anonimi.
UN BLOG CHE SI VESTE DA GIORNALE, MA NON NE PAGA IL PREZZO
Eu não posso permanecer em silêncio si presenta come «quotidiano internazionale indipendente» (cf.. Who). Parole impegnative, che in Italia comportano un direttore responsabile con nome e cognome, iscritto all’Ordine, penalmente responsabile di ciò che pubblica. Su questo sito, quel nome non si trova in nessuna pagina. L’editore che compare nei riferimenti societari è Clarionfold Press OÜ, una società con sede a Tallinn, in Estonia (cf.. Who).
Non è una questione di dettaglio burocratico, É o cerne do problema: un giornale vero, quando scrive che un vescovo «insulta il suo predecessore» o «mette in giro discordia», lo fa sapendo che qualcuno, con nome e cognome, ne risponde all’occorrenza davanti a un ordine professionale, davanti a un giudice, davanti al lettore che vuole sapere chi gli sta parlando. Seu Eu não posso permanecer em silêncio quella responsabilità semplicemente non c’è. Si scrive da «Redazione» e si pubblica attraverso una società estera, senza che un solo essere umano metta la faccia su quanto viene stampato. L’atteggiamento assunto scimmiotta la grande stampa indipendente, ma la struttura è quella di chi ha organizzato le cose in modo da non doverne rispondere a nessuno.
IL PARADOSSO DI CHI ACCUSA GLI ALTRI DEL PROPRIO STESSO VIZIO
Há, in questi articoli, un’ipocrisia che vale la pena mettere a fuoco. Nel pezzo di ieri si legge un severo — e in astratto condivisibile — giudizio sul «certo episcopato» che sarebbe «forte con i deboli e debole con i forti». Nós vamos: è esattamente il meccanismo che Eu não posso permanecer em silêncio applica qui, contro un vescovo che risponde sempre con nome, volto e ruolo, mai messo nella condizione di replicare a un accusatore che ha scelto di non avere né l’uno né l’altro, viene colpito ripetutamente da un’accusa che non deve mai qualificarsi, mai firmarsi, mai rispondere di un contraddittorio. Forte con chi non può reagire e con la firma «Redazione» con chi dovrebbe rispondere di persona: è precisamente lo schema che a parole si dice di condannare.
DIFENDERE IL METODO, NON L’UOMO
Non è compito di questa rivista stabilire se il Presule feretrano sia, nella gestione della sua diocesi, all’altezza del compito affidatogli, è un giudizio che spetta alla Santa Sede, ai suoi sacerdoti chiamati ad agire con lui a viso aperto in spirito di fedeltà, ai suoi fedeli vincolati al massimo rispetto nei riguardi del proprio Pastore, non certo a un blog che si firma con un sostantivo collettivo. Per quanto riguarda poi l’essere all’altezza, se chi dirige Silere non possum conoscesse, con gli anonimi che vi scrivono, i fondamenti della dottrina cattolica, dovrebbe sapere che nessuno di noi, dal Sommo Pontefice all’ultimo dei presbiteri ordinati nella Chiesa Cattolica ieri mattina, può essere e sentirsi degno o all’altezza dell’ufficio che ricopre per sacramento di grazia. Ciò che invece è dovere deontologico di chiunque eserciti con serietà il giornalismo cattolico è dire con chiarezza che la persecuzione ripetuta con lo stesso canovaccio, la fonte mai verificabile, la battuta sulla pronuncia, l’assenza totale di chi ne risponde e tutto il resto a seguire non è informazione, è un’aggressione ripetuta contro S.E. Mons. Domenico Beneventi, condotta da chi si è organizzato apposta per non doverne mai rispondere.
Da ilha de Patmos, 24 agosto 2026
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