Redécouvrir la beauté de la vie de la grâce à travers l'œuvre de bénis Angelico

RISCOPRIRE LA BELLEZZA DELLA VITA DI GRAZIA ATTRAVERSO L’OPERA DEL BEATO ANGELICO

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminé par la grâce, Bien que appelé à marcher sur des chemins raides, Redécouvrir continuellement sa nature en tant que chef-d'œuvre divin. Création, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo.

 

Auteur:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Il Beato Angelico, al secolo Giovanni da Fiesole, fu un frate domenicano che visse la sua vita religiosa fra il tormento e l’estasi. Attraverso questo scritto vorrei condividere qualche pensiero su questo confratello domenicano famoso in tutto il mondo per la sua arte e la sua fede.

Per illustrare la vita, le opere e lo stile pittorico dell’Angelico mi sono avvalso dei preziosi consigli dei confratelli domenicani Suor Paola Gobbo e fra Manuel Russo. Partiamo dunque dalla vita: Giovanni da Fiesole nacque negli ultimi anni del XIV secolo, compris entre 1395 e l’inizio del 1400, a Vicchio, un paese del Mugello, oggi in provincia di Firenze. Fin da giovane, uno dei suoi doni più evidenti fu la pittura. Per seguire questo talento, decise di lasciare la sua casa. Si sa con certezza che si trasferì a Firenze per il suo apprendistato. Gli esperti sostengono che il suo maestro fu Lorenzo Monaco, un camaldolese dell’abbazia fiorentina di Santa Maria degli Angeli. La sua permanenza presso il Monaco durò fino al 1417. Com’era tipico delle botteghe dell’epoca, nei primi anni Giovanni imparò l’arte della miniatura, della tavola e dell’affresco, a seconda delle commissioni del maestro. Il maestro si occupava delle parti più importanti delle opere, lasciando quelle secondarie ai suoi garzoni, che avevano anche il compito di preparare i materiali e macinare i pigmenti. De cette façon, i discepoli imparavano il mestiere osservando e praticando.

Durante il periodo di apprendistato, la composizione delle opere seguiva norme rigorose stabilite dalla tradizione iconografica di origine bizantina. La gerarchia stabiliva la dimensione dei personaggi in proporzione alla loro dignità, con il posto centrale riservato a Cristo. Anche l’ambiente scenico, il numero e il ruolo dei personaggi, i loro atteggiamenti erano tutti fissati. Gli artisti utilizzavano schemi tradizionali, come se avessero un manuale pronto all’uso che indicava le modalità e i soggetti da dipingere. Anche il colore, fondamentale per il suo valore espressivo e iconografico, era soggetto a notevoli limitazioni. Par exemple, il fondo oro delle tavole impediva un’ambientazione naturalistica e i colori delle vesti erano fissati: il giallo indicava Pietro, il rosso e il blu indicavano Maria, il blu e il rosso indicavano Cristo.

Dans ce contexte,, il genio artistico si esprimeva attraverso una rigida normativa, ma con piena libertà creativa. Il rischio era alto, poiché le opere potevano essere rifiutate dai committenti non pronti a tali innovazioni, oppure potevano procurare fama, proprio perché la novità attraeva e affascinava. Questa fu la lezione più importante che Giovanni imparò nella bottega del Monaco. Quest’ultimo aveva attinto dai maestri del passato, come Duccio da Buoninsegna, Simone Martini, i fratelli Lorenzetti, Cimabue e Giotto. L’arte di Giovanni Monaco si collocava nel passaggio tra il Gotico e l’Umanesimo rinascimentale, imparando dai grandi del passato ad «andare oltre» la tradizione e studiando le innovazioni del suo tempo.

Il primo documento riguardante il Beato Angelico è datato 1417 e riguarda la sua iscrizione alla Compagnia di San Nicolò, presso la chiesa del Carmine a Firenze, segno di un cammino spirituale intrapreso. In questo documento è riconosciuto come «dipintore”. A quella data, grazie a una glossa postuma che riporta la dicitura: «feciesi frate di santo Domenicho», sappiamo che era ancora laico. Entrò nel convento domenicano riformato di Fiesole tra il 1420 et le 1422, aderendo all’Ordine dei Predicatori. Vi ritroveremo, qualche anno dopo, anche il fratello Benedetto, miniaturista.

Due erano i conventi domenicani a Firenze: Santa Maria Novella e San Domenico a Fiesole. Del primo si trova scritto che non veniva concesso il sacerdozio agli artisti perché considerati lavoratori servili. Beato Angelico entrò invece a pieno titolo nel convento fiesolano. La formazione religiosa ebbe un peso determinante nella vita e nell’arte di fra Giovanni. Alla professione religiosa, egli si trovò davanti a un bivio: diventare frate converso, diremmo oggi un fratello laico, la qual cosa gli avrebbe assicurato maggiore libertà nel lavoro, oppure frate chierico. Scelse, con i suoi superiori, la seconda strada, probabilmente perché lo giudicarono in grado di essere autentico frate, sacerdote e predicatore attraverso l’arte. Di questo dobbiamo ringraziare sant’Antonino da Firenze, che intravide il genio dell’Angelico e permise che si sviluppasse e portasse frutto.

Nelle sue opere troviamo predominanti questi temi: la centralità di Cristo, la conoscenza della Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa, l’adesione alla teologia tomista, l’esemplarità dei santi e l’attenzione alle richieste e attese del popolo, e infine la semplicità delle sue creazioni. Tra le numerose commissioni che Angelico ricevette, vi fu quella del suo priore Sant’Antonino, che volle realizzare nel convento degli osservanti di San Marco una serie di pitture murali. I lavori cominciarono nel 1437 e, compris entre 1439 et le 1445, Beato Angelico dipinse ad affresco 54 composizioni con oltre 320 figure umane.

All’interno di un convento erano lecite, anzi richieste, le immagini sacre a corredo delle sale comuni, del dormitorio e delle celle. Erano proibite le immagini non sacre ed esclusi i materiali preziosi. Per questo fra Giovanni scelse la tecnica dell’affresco, i cui materiali compositivi sono semplici, humble, Naturel: calce, sabbia, terre. La bellezza di queste pitture murali è che si trovano nei luoghi pensati dall’artista. Questo è un vantaggio per noi perché possiamo cogliere il pensiero dell’Angelico, che li ha realizzati in quei precisi luoghi secondo un progetto e un messaggio ben chiaro nella sua mente. Par exemple, fuori dall’ingresso della foresteria del convento dipinse Cristo pellegrino accolto da due frati. Nel noviziato primeggiano le figure di Cristo crocifisso, sostegno di chi entrava nella vita religiosa e invito a riconoscere e unirsi all’amore. Tutto era pensato per richiamare la mente dei frati al divino, il divino che abita l’umano. Era una sorta di aiuto per mantenere quel clima contemplativo e di profondo ascolto che abitava le case domenicane.

Vediamo brevemente l’opera pittorica dell’Angelico. Ci viene trasmesso dal Vasari che egli:

«Non avrebbe mai messo mano ai pennelli senza prima aver fatto orazione. Non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lacrime».

Questo ci dice quanto fosse mistica l’anima del Beato Angelico e quanto la sua arte scaturisse da una profonda contemplazione, da un’esperienza che diventa messaggio. Alcuni autori ci riferiscono che dipingesse in stato di estasi. Non è ovviamente l’estasi che pensiamo noi, ma qualcosa di simile ad un «rapimento»; l’essere cioè totalmente immersi, in ciò che si sta facendo e pensando, con somma dedizione, ponendo tutte le nostre facoltà a quel servizio. L’Angelico era immerso nel Mistero che intendeva celebrare con la sua arte lì dove trovava quel centro vitale dove Dio abita e parla al cuore.

Scrive Paola Mancinelli: «La creazione artistica è sempre evento di verità e di gratuità nonché possibilità di dare forma umilmente al mistero dell’essere dopo averne ricevuta la chiamata come sete di bellezza» (cf.. Lo stupore del bello, Oristampa, Florence, 2008). È un attendere, concepire e partorire un’intuizione, un’immagine che quasi all’improvviso si genera nella nostra mente, davanti ai nostri occhi. Certi che ciò che produrremo sarà solo un riflesso di quella Bellezza che è balenata nel nostro spirito.

Quanto all’altro aspetto delle lacrime che ci indica ricordava il Vasari, esse sono espressione di amore, de la douleur, di coinvolgimento per cui l’Angelico ne era mosso fin nelle fibre più profonde della sua anima. Se è vero che «la lingua parla dell’abbondanza del cuore», ciò vale anche per l’espressione artistica, per mezzo della quale fra Giovanni mostrava tutto il suo mondo interiore. Non possiamo scindere l’uomo dall’artista, l’uomo dal consacrato, questa unità che non è separabile.

Il Beato Angelico seppe attingere dalla «gratia gratum facens» (la grazia che ci rende graditi), un dono che illumina il cammino dell’umanità, guidandola ci attraverso le sfide e le oscurità della vita. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:

«La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, de la vie éternelle. La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell’intimità della vita trinitaria. Mediante il Battesimo il cristiano partecipa alla grazia di Cristo, Capo del suo corpo. Come “figlio adottivo”, egli può ora chiamare Dio “Padre”, in unione con il Figlio unigenito. Riceve la vita dello Spirito che infonde in lui la carità e forma la Chiesa. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale. Dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, poiché egli solo può rivelarsi e donare se stesso. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo, come di ogni creatura» (cf.. CCC 1996, 1997, 1998).

Jésus Christ, con il suo sacrificio, ci ha donato «grazia su grazia» (Gv 1,16), un flusso continuo di amore e redenzione che manifesta la gloria divina. Ecco perché il Beato Angelico, con la sua arte, continua a parlare ai nostri cuori, offrendo un cammino di bellezza e luce che risplende nei momenti più bui. La sua festa, aujourd'hui, assume un significato ancora più profondo, specialmente in un’epoca segnata dalla guerra, la divisione e l’isolamento prodotto perfino dai social, quando invece la rinascita spirituale e la bellezza, compresa quella artistica, sono essenziali per l’intera umanità.

La grazia di Dio è concetto e insieme realtà che esprime e rappresenta realmente l’amore incondizionato e il favore divino che ci viene offerto senza merito. Questa grazia rende presente la gloria di Dio, visibile attraverso le opere di Cristo e dei suoi seguaci.

Il Beato Angelico, con la sua arte, ha saputo catturare questa gloria, trasferendo nelle sue opere la grazia divina con rappresentazioni che parlano direttamente all’anima. Le sue opere, come «L’Annunciazione» e «Il Giudizio Universale», sono testimonianze visive di quella grazia, e ci chiamano invitandoci a riflettere sulla nostra relazione con il divino.

In tempi di crisi come i nostri la bellezza assume un ruolo fondamentale per la nostra rinascita spirituale e morale, quella della riscoperta del Bene del Bello. Scriveva Hans Urs Von Balthasar:

«In un mondo senza bellezza, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male» (cf.. Gloria 1 – Percezione della Forma, Livre Jaca, Milan, 2012, 18).

Il Beato Angelico, col suo essere artista, ha mostrato come la bellezza possa essere un veicolo di grazia e redenzione. Perfino la luce che illumina i suoi dipinti è simbolo della luce divina che guida i nostri passi, anche nei momenti più oscuri.

La festa del Beato Angelico ricorda che ogni uomo, illuminé par la grâce, Bien que appelé à marcher sur des chemins raides, Redécouvrir continuellement sa nature en tant que chef-d'œuvre divin. Création, sebbene deturpata dal peccato e dalle difficoltà della vita, è sempre il luogo dove il chiaroscuro dell’esistenza umana si intreccia con l’amore vero e profondo. Il Beato Angelico, con la sua arte, ci invita a vedere oltre le apparenze, a scoprire la bellezza nascosta in ogni angolo della nostra vita.

Gli artisti, come il Beato Angelico, hanno il dono di trascinarci oltre l’immanenza, oltre i cammini della razionalità pura e della teoresi. La loro arte ci porta fra il tormento e l’estasi, facendoci vivere esperienze che vanno al di là del semplice vedere. La bellezza, dans ce sens, diventa una via di conoscenza e di esperienza del divino. È un cammino che ci invita a lasciarci trasformare dalla grazia, a vedere il mondo con occhi nuovi, illuminati dalla luce della fede.

en conclusion, il percorso di luce tramite la grazia è un viaggio che tutti siamo chiamati a fare. Il Beato Angelico, ci offre una guida preziosa in questo cammino, mostrandoci come la bellezza e la luce possano illuminare i nostri sentieri più oscuri. La sua festa, aujourd'hui, ci invita a riscoprire la nostra natura di capolavori divini, a lasciarci trasformare dalla grazia e a camminare con fiducia verso la gloria. Questa celebrazione può essere un momento di rinascita per tutti noi, specialmente per gli artisti che, con la loro opera, continuano a portare luce e speranza nel mondo.

L'espoir, che è anche il tema guida del presente giubileo, come ci ricorda la e la Sacra Scrittura, quando viene da Dio è sempre fondata e non confonde. La Speranza come l’arte e il bello che ne è il necessario corollario è armonica, integrale e proporzionata. Affinché tutti diventiamo belli e speranzosi, riscopriamo l’arte del Beato Angelico che ci raffigurò la bellezza e l’unicità di Cristo.

 

Santa Maria Novella à Florence, 18 février 2025

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