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es web, Ese mundo en el que la violencia paga junto con la corrección política. – La red, Ese mundo donde la violencia vale la pena junto con la corrección política. – en la web, ese mundo donde la violencia paga junto con lo políticamente correcto

29 Agosto 2026/en Actualidad/por padre ivano

italiano, inglés, español


 

IL WEB, QUEL MONDO NEL QUALE LA VIOLENZA PAGA ASSIEME ALLA CORRETTEZZA POLITICA

E. Il web è il regno del moscerino filtrato e del cammello ingoiato ― II. I casi reali: quando nel web l’arte diventa «contenuto sensibile» ― III. Cosa produce il web nella percezione della realtà, soprattutto nei più giovani ― IV. I blogger d’assalto ― V. Il web e il bisogno del nemico ― VI. Un controllo autentico del web ― VII. Il web e il compito dei pastori in cura d’anime.

- Actualidad -

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Autor
Ivano Liguori, ofm. Gorra.

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Artículo en formato de impresión PDF – formato de impresión del artículo – articulo en formato impreso

 

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I formati che premiano il tono aggressivo, come i video-inchiesta senza contraddittorio, le dirette a botta calda, i post costruiti apposta per far litigare i commenti sotto di essi, il conflitto come impulso di lettori e abbonati, funzionano in modo selettivo e amplificato in Internet.

Pietro Vannucci detto il Perugino (1450-1523), San Sebastiano

Diversamente en lugar de, in un contesto redazionale, con un caporedattore che supervisiona le bozze in prima battuta e un direttore responsabile che rivede i pezzi assumendosene tutte le responsabilità ai sensi di legge, chiunque esagerasse verrebbe filtrato, contenuto e all’occorrenza redarguito, anche perché esporrebbe a seri rischi un’intera testata giornalistica.

Online quel filtro c’è, ma interviene sulle cose sbagliate: oscura il San Sebastiano del Perugino, scambiato per “scena violenta” e “pornografica”, o la Madonna che allatta, bollata come immagine sessuale e lascia invece scorrere violenza vera, diretta contro persone reali, che meriterebbe di essere bloccata assai più di un corpo dipinto cinquecento anni fa. Chi scrive sui social non risponde ad alcuna redazione, a nessun direttore responsabile: risponde solo al proprio pubblico, già d’accordo con lui, e a un algoritmo che non distingue il vero dal falso, ma il quieto dal rumoroso, premiando infine sempre il secondo.

Non è un’eccezione, è un meccanismo strutturale che vale tanto per un singolo influencia quanto per fenomeni molto più grandi: la lite, el insulto, l’indignazione condivisa fanno restare le persone sulla piattaforma più a lungo di un articolo pacato. E il tempo passato sulla piattaforma è, por último, l’unica cosa che a quel sistema interessa: vendere agli inserzionisti. Cada escalada retorica non viene sanzionata ma remunerata. L’insulto e la lite sono redditizi e pagano.

E. Il web è il regno del moscerino filtrato e del cammello ingoiato

C’è un’immagine che Gesù usa contro gli scribi e i farisei e che qui torna utile quasi alla lettera: "Guías ciegos, que filtras el mosquito y te tragas el camello!» (Mt 23,24). Así, gli stessi sistemi capaci di individuare in un decimo di secondo un capezzolo dipinto da Tiziano restano ciechi davanti a un video di cinquanta minuti costruito per aggredire persone reali, con nombre y apellido, attraverso accuse di inaudita gravità, senza prove e documenti esibiti, senza altro fondamento che l’affermazione di chi parla o il richiamo a proprio scritti e video precedenti come fonti di prova.

Il paragone non è casuale: gli algoritmi riconoscono benissimo una porzione di pelle — è un compito visivo — e pessimamente un’accusa infondata, che richiederebbe un giudizio sul contenuto e sulla verità di quanto si afferma: un lavoro che nessuna piattaforma ha interesse a fare bene, perché rallenterebbe il traffico che la fa guadagnare. Facebook ne è il caso più eclatante: basta la segnalazione pretestuosa di un solo utente e il blocco scatta immediato con conseguente cancellazione dei post altrui o della sospensione della pagina. L’utente colpito da censura è invitato a presentare un «ricorso» che sarà valutato a sua volta da un’altra intelligenza artificiale, che spesso non risponde nemmeno, mentre chi conosce questi limiti strutturali impara a sfruttarli per colpire le attività altrui.

II. I casi reali: quando nel web l’arte diventa «contenuto sensibile»

Non serve immaginare nulla, gli esempi sono documentati e recenti. Instagram ha oscurato nel luglio 2024 la Madonna delle Rose di Tiziano dal profilo ufficiale degli Uffizi, per violazione delle linee guida sui contenuti che incitano all’odio; en el 2022 è toccato alla Venere di Botticelli su TikTok, e in precedenza al David di Michelangelo. Facebook, en el 2021, ha censurato un video di Finestre sull’Arte per un Cupido attribuito a Michelangelo — conservato al Metropolitan di New York — nonostante i propri «standard della community» ammettano esplicitamente «la pubblicazione di fotografie di dipinti, sculture o altre forme d’arte che ritraggono figure nude». Lo stesso destino è toccato, sui nostri stessi canali social, al Crocifisso dipinto da Salvador Dalì nel 1954 e conservato nei Musei Vaticani: l’immagine, scelta per la copertina del libro dell’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli (cf.. aquí), uno dei tre padri fondatori di questa nostra rivista, en el 2019 è stata censurata come contenuto sessualmente esplicito non appena pubblicata, mentre restano visibili, En todas partes, adolescenti che mimano gesti sessuali volgari, ben peggiori di qualsiasi nudo naturale, avendo imparato alla perfezione come raggirare i filtri. Quando nell’agosto 2025 analoga sorte toccò a La David di Jago, oscurata da Meta per «contenuti sensibili», intervenne la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni per ricordare che «l’arte non può essere censurata da un algoritmo» incapace di distinguerla dalla pornografia.

Se un algoritmo scambia Michelangelo per materiale pornografico, ma non riconosce cinquanta minuti di accuse verbali violente lanciate su YouTube, il problema non è più tecnico, ma di priorità.

III. Cosa produce il web nella percezione della realtà, soprattutto nei più giovani

Chi cresce oggi non impara a leggere il mondo dai libri o da un maestro accanto, ma da uno schermo che propone, ogni pochi secondi, un nuovo episodio di conflitto: qualcuno accusa, qualcuno si difende, la puntata successiva è già pronta. È una pedagogia implicita, mai scelta consapevolmente eppure potentissima: insegna che la realtà si divide sempre in vittime e carnefici e che la verità appartiene a chi grida più forte, non a chi porta più prove. Un adolescente che scorre ore di contenuti costruiti per indignare non perde solo tempo: interiorizza un metodo di giudizio, impara che il dubbio è debolezza e la misura è noia, un tipo di approccio che poi applicherà ovunque alle più disparate situazioni.

IV. I blogger d’assalto

Nel web prosperano figure ancora più insidiose perché travestite da controllori e censori. Stuzzicano il pubblico con accuse sorrette solo da «fonti che devono restare anonime», promettendo «documenti probanti incontrovertibili» mai esibiti perché «non è ancora il momento» o «per tutelare la fonte». È l’accusa che si autoalimenta: non deve mai essere provata, perché la prova stessa viene detta troppo pericolosa da mostrare. Il lettore è invitato a fidarsi sulla parola, esattamente ciò che un vero giornalista non chiederebbe mai. Alla ragionevole critica che solo i vili lanciano palate di fango in articoli anonimi contenenti accuse gravi e non provate senza metterci il nome e la faccia, si replica creando un’altra leggenda aurea: dietro quegli anonimi ci sono personaggi talmente importanti e in vista che, qualora si presentassero con i loro nomi, finirebbero oggetto di terribili ritorsioni. Ricorriamo a un esempio per chiarire in concreto certe dinamiche: «Secondo fonti sicure Giovanni Paolo I è stato assassinato, lo ha rivelato un potente cardinale di cui non possiamo fare il nome». Segue l’ulteriore rassicurazione: «… però abbiamo tutta la documentazione per poterlo dimostrare al momento opportuno».

Chi gioca a questo modo all’informazione giornalistica, ignora anzitutto la lista dei giornalisti italiani che per avere svolto il loro mestiere a viso scoperto sono stati gambizzati dalle Brigate Rosse come Indro Montanelli. Sorte peggiore toccò a Giancarlo Siani ucciso dalla Camorra ad appena 26 años, a seguire Peppino Impastato, Mauro Rostagno e Beppe Alfano uccisi da Cosa Nostra. Affermare che non firmano perché troppo famosi e in vista, da una parte conferisce ulteriore aura agli occhi degli ingenui privi di senso critico, dall’altra induce al riso coloro ai quali una frase simile ricorda le diciture ottocentesche impresse in quegli atti notarili dove compariva: «Non firma perché nobile». Poteva forse il notaio scrivere «perché analfabeta»? Esattamente come sarebbe disdicevole scrivere «non firma perché vile».

V. Il web e il bisogno del nemico

C’è una domanda che raramente ci si pone davanti a chi costruisce la propria presenza online sull’attacco continuo: perché ha bisogno, non occasionalmente ma sistematicamente, di un nemico? La respuesta, spiacevole, è che il nemico non è un incidente del mestiere: è la materia prima. Un contenuto pacato si consuma e si dimentica. Un conflitto, por su naturaleza, chiede un seguito: la prossima puntata, la prossima rivelazione, il prossimo «presto vi diremo tutto». Il pubblico che si forma attorno a questo meccanismo non si affeziona ai fatti, che restano sempre vaghi e mai del tutto esibiti: si affeziona alla lite stessa, con la stessa fedeltà con cui si segue una serie televisiva, aspettando la puntata successiva più che la verità. Ed è qui che la dinamica psicologica di chi attacca si salda perfettamente con l’economia della piattaforma descritta più sopra: più il conflitto dura più rende e più rende più conviene a chi lo alimenta non chiuderlo mai con una prova definitiva. Il nemico va tenuto vivo, non sconfitto: sconfiggerlo davvero significherebbe restare senza materiale per la puntata dopo.

WE. Un controllo autentico del web

Servirebbero meccanismi di controllo autentico, pensati per tutelare i semplici, i minori, le persone fragili, non sistemi che oscurano una Madonna che allatta e lasciano correre video capaci di distruggere la reputazione di persone reali in cinquanta minuti di accuse verbali violente. Un algoritmo che sa riconoscere un capezzolo dipinto da Tiziano a distanza di cinquecento anni dovrebbe, a fortiori, saper riconoscere un’accusa di associazione a delinquere priva di prove, rivolta contro qualcuno che ha nome, cognome e soprattutto reputazione da difendere.

VII. Il web e il compito dei pastori in cura d’anime

Ante todo esto, il compito che ci è affidato come pastori non è quello di rincorrere ogni singolo abuso della rete, cosa impossibile e forse anche inutile, ma di educare — anzitutto i più giovani, ma non solo loro — a un uso degli strumenti digitali che sappia distinguere l’informazione dalla suggestione, la prova dal sospetto coltivato ad arte. Significa insegnare, nella catechesi come nella direzione spirituale, che il dubbio metodico non è mancanza di fede né di coraggio, ma è la stessa prudenza che la tradizione cristiana ha sempre chiesto prima di credere e prima di condannare. Significa aiutare i ragazzi a riconoscere, dietro un video costruito per indignare, la stessa logica del «moscerino e del cammello», imparare a chiedersi non solo «cosa mi stanno mostrando», ma «cosa, mientras tanto, non mi stanno facendo vedere». Non è un compito che si esaurisce in un’omelia o in un articolo: è un accompagnamento paziente, a diario, che oggi appartiene alla cura pastorale tanto quanto la preparazione ai Sacramenti, perché la formazione della coscienza, nel nostro tempo, passa anche dai social media.

En conclusión: il nostro Padre Ariel ha dato mesi fa alle stampe un libro dedicato all’Intelligenza Artificiale e ai social media: Libertad negada. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, ve ne consiglio la lettura, perché al suo interno troverete molte risposte illuminanti a queste tematiche.

Vogliate infine prendere attenta visione de Este artículo e aiutarci per quanto possibile, te necesitamos.

Cagliari, 29 Agosto 2026

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THE WEB, THAT WORLD WHERE VIOLENCE PAYS OFF ALONG WITH POLITICAL CORRECTNESS

E. The web is the kingdom of the filtered gnat and the swallowed camel ― II. Real cases: when on the web art becomes “sensitive content” ― III. What the web produces in the perception of reality, especially among the young ― IV. Assault bloggers ― V. The web and its need for an enemy ― VI. Genuine oversight of the web ― VII. The web and the task of pastors in the care of souls.

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Autor
Ivano Liguori, ofm. Gorra.

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The formats that reward an aggressive tone, such as investigative videos with no right of reply, hot-take live broadcasts, posts built on purpose to set the comments beneath them fighting, conflict as a driver of readers and subscribers, work in a selective and amplified way online. In an editorial newsroom, por el contrario, where a chief sub-editor reviews drafts first and an editor-in-chief revises pieces while assuming full legal responsibility for them, anyone who overstepped would be filtered, restrained and, when necessary, reprimanded — not least because they would expose an entire publication to serious risk.

Online that filter does exist, but it targets the wrong things: it hides Perugino’s Saint Sebastian, mistaken for a “violent” and “pornographic” scene, or the nursing Madonna, flagged as a sexual image, while letting real violence — aimed at real people — run free, violence that would deserve to be blocked far more than a body painted five hundred years ago. Whoever writes on social media answers to no newsroom, to no editor-in-chief: they answer only to their own audience, already in agreement with them, and to an algorithm that does not tell true from false, but quiet from loud, and in the end always rewards the latter.

This is not an exception, it is a structural mechanism that holds true both for a single influencia and for far larger phenomena: quarrels, insults, shared outrage keep people on the platform longer than a measured article does. And time spent on the platform is, al final, the only thing that system cares about: selling to advertisers. Every rhetorical escalada is not penalised but rewarded. Insult and quarrel pay, and they pay well.

E. THE WEB IS THE KINGDOM OF THE FILTERED GNAT AND THE SWALLOWED CAMEL

There is an image Jesus uses against the scribes and Pharisees that fits here almost to the letter: “Blind guides, who strain out the gnat and swallow the camel!" (Mt 23:24). In just the same way, the very systems capable of spotting a nipple painted by Titian in a tenth of a second remain blind before a fifty-minute video built to accuse real people, by name and surname, through accusations of unprecedented severity, with no evidence or documents produced, with no foundation beyond the speaker’s own say-so or an appeal to their own earlier writings and videos as proof.

The parallel is no accident: algorithms recognise a patch of skin very well — it is a visual task — and an unfounded accusation very badly, since that would require a judgment on the content and the truth of what is being claimed: work no platform has any interest in doing properly, because it would slow down the traffic that makes it money. Facebook is the most glaring case: one user’s pretextual report is enough to trigger an immediate block, with other people’s posts removed or the page suspended outright. The user hit by the takedown is invited to file an “appeal” that will in turn be assessed by another piece of artificial intelligence, which often does not even respond, while those who know these structural weaknesses learn to exploit them to strike at other people’s work.

II. REAL CASES: WHEN ON THE WEB ART BECOMES “SENSITIVE CONTENT”

There is no need to imagine anything, the examples are documented and recent. In July 2024 Instagram blocked Titian’s Madonna of the Roses from the Uffizi’s official profile, for violating guidelines on content inciting hatred; en 2022 the same happened to Botticelli’s Venus on TikTok, and before that to Michelangelo’s David. En 2021 Facebook censored a video by Finestre sull’Arte over a Cupid attributed to Michelangelo — held at the Metropolitan Museum in New York — even though its own “community standards” explicitly allow “the sharing of photographs of paintings, sculptures or other art depicting nude figures.” The same fate befell, on our own social channels, the Crucifixion painted by Salvador Dalí in 1954 and held in the Vatican Museums: the image, chosen for the cover of a book by the Dominican pontifical academic Giovanni Cavalcoli (cf. aquí), one of the three founding fathers of this magazine, was censored in 2019 as sexually explicit content the moment it was published, while teenagers miming vulgar sexual gestures — far worse than any natural nude — remain visible everywhere, having learned to perfection how to dodge the filters. When in August 2025 the same fate befell Jago’s “La David”, blocked by Meta for “sensitive content,” Undersecretary for Culture Lucia Borgonzoni stepped in to point out that “art cannot be censored by an algorithm” unable to tell it apart from pornography.

If an algorithm mistakes Michelangelo for pornographic material, yet fails to recognise fifty minutes of violent verbal accusations posted on YouTube, the problem is no longer technical, but a matter of priorities.

III. WHAT THE WEB PRODUCES IN THE PERCEPTION OF REALITY, ESPECIALLY AMONG THE YOUNG

Those growing up today do not learn to read the world from books or from a teacher at their side, but from a screen that offers, every few seconds, a new episode of conflict: someone accuses, someone defends themselves, the next instalment is already ready. It is an implicit pedagogy, never consciously chosen and yet extremely powerful: it teaches that reality always divides into victims and perpetrators, and that truth belongs to whoever shouts loudest, not to whoever brings the most evidence. A teenager scrolling through hours of content built to outrage does not just lose time: they internalise a method of judgment, learn that doubt is weakness and restraint is boredom — an approach they will then apply everywhere, to the most varied situations.

IV. ASSAULT BLOGGERS

Online, even more insidious figures thrive, disguised as watchdogs and censors: they set up blogs where they play at being journalists, if not editors-in-chief, without answering to any of the duties that role actually carries. This kind of figure baits the public with accusations propped up only by “sources that must remain anonymous,” promising “irrefutable proof” that is never produced because “the time is not yet right” or “to protect the source.” It is the self-sustaining accusation: it must never be proven, because the proof itself is said to be too dangerous to show. The reader is asked to take it on faith — exactly what a real journalist would never ask. To the reasonable objection that only cowards throw mud in anonymous articles carrying serious, unproven accusations without putting their name and face to them, the reply creates another golden legend: behind those anonymous figures stand people so prominent that, were they to come forward with their names, they would face terrible retaliation.

An example to illustrate these dynamics concretely: “According to reliable sources, John Paul I was assassinated, as revealed by a powerful cardinal whose name we cannot disclose.” This is followed by further reassurance: “…but we have all the documentation to prove it at the right moment.”

To claim this means, en primer lugar, ignoring the list of journalists killed around the world by dictatorial regimes, criminal organisations and corrupt political lobbies for having done their job in the open. Claiming that they do not sign their names because they are too famous and too prominent lends them, on one hand, a further aura in the eyes of the naïve and uncritical, while on the other it makes those who hear such a claim smile, recalling the nineteenth-century wording found in old legal deeds of sale, where it used to read: “Does not sign because of noble birth.” Or should it perhaps have read: “Does not sign because illiterate”? Just as it would be unseemly to write “does not sign out of cowardice.”

V. THE WEB AND ITS NEED FOR AN ENEMY

There is a question rarely asked of those who build their online presence on constant attack: why do they need an enemy, not occasionally but systematically? The unpleasant answer is that the enemy is not an occupational hazard: it is the raw material. Measured content is consumed and forgotten. A conflict, por su propia naturaleza, demands a sequel: the next instalment, the next revelation, the next “soon we will tell you everything.” The audience that forms around this mechanism does not grow attached to the facts, which remain forever vague and never fully produced: it grows attached to the quarrel itself, with the same loyalty with which one follows a television series, awaiting the next episode more than the truth. And this is where the psychological dynamic of the attacker fits perfectly with the platform economics described above: the longer a conflict lasts, the more it earns, and the more it earns, the more it suits whoever feeds it never to close it with definitive proof. The enemy must be kept alive, not defeated: truly defeating it would mean being left with no material for the next instalment.

WE. GENUINE OVERSIGHT OF THE WEB

What is needed are mechanisms of genuine oversight, designed to protect ordinary people, minors, the vulnerable — not systems that black out a nursing Madonna while letting run free videos capable of destroying a real person’s reputation in fifty minutes of violent verbal accusations. An algorithm able to recognise a nipple painted by Titian five hundred years on should, all the more so, be able to recognise an unfounded accusation of criminal association levelled at someone who has a name, a surname and, sobre todo, a reputation to defend.

VII. THE WEB AND THE TASK OF PASTORS IN THE CARE OF SOULS

Faced with all this, the task entrusted to us as pastors is not to chase down every single abuse on the web — an impossible and perhaps even pointless task — but to educate, above all the young but not only them, in a use of digital tools that can tell information apart from suggestion, proof apart from artfully cultivated suspicion. It means teaching, in catechesis as in spiritual direction, that methodical doubt is neither a lack of faith nor of courage, but the very prudence that the Christian tradition has always asked for before believing and before condemning. It means helping young people recognise, behind a video built to outrage, the same logic of the “gnat and the camel,” learning to ask themselves not only “what am I being shown,” but “what, meanwhile, am I not being shown.” This is not a task exhausted in a homily or an article: it is a patient, daily accompaniment that today belongs to pastoral care every bit as much as preparation for the Sacraments, because in our time the formation of conscience passes through social media as well.

En conclusión: our Father Ariel published a book some months ago on Artificial Intelligence and social media: Libertad negada. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, I recommend reading it, as inside you will find much illuminating insight on these very themes.

Cagliari, 29 Agosto 2026

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LA WEB, ESE MUNDO DONDE LA VIOLENCIA PAGA JUNTO CON LO POLÍTICAMENTE CORRECTO

E. La web es el reino del mosquito filtrado y el camello tragado ― II. Los casos reales: cuando en la web el arte se convierte en «contenido sensible» ― III. Qué produce la web en la percepción de la realidad, sobre todo entre los más jóvenes ― IV. Blogueros de asalto ― V. La web y la necesidad del enemigo ― VI. Un control auténtico de la web ― VII. La web y la tarea de los pastores en la cura de almas.

— Pastoral de la Salud —

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Autor
Ivano Liguori, ofm. Gorra..

 

Los formatos que premian el tono agresivo, es decir, los reportajes en vídeo que no dan voz a la otra parte, las transmisiones en directo improvisadas al calor del momento, las publicaciones pensadas para que los comentarios se conviertan en pelea, o el conflicto usado como reclamo para atraer lectores y suscriptores, funcionan en internet de manera selectiva y amplificada. En cambio, en un contexto de redacción, con un jefe de redacción que supervisa los borradores en primera instancia y un director responsable que revisa los artículos asumiendo toda la responsabilidad legal, cualquiera que se excediera sería filtrado, contenido y, si fuera necesario, reprendido, también porque expondría a serios riesgos a todo un periódico.

En internet ese filtro existe, pero interviene sobre las cosas equivocadas: oculta el San Sebastián del Perugino, confundido con una «escena violenta» y «pornográfica», o la Virgen que amamanta, señalada como imagen sexual, y deja en cambio correr violencia real, dirigida contra personas reales, que merecería ser bloqueada mucho más que un cuerpo pintado hace quinientos años. Quien escribe en las redes sociales no responde ante ninguna redacción, ante ningún director responsable: responde solo a su propio público, ya de acuerdo con él, y a un algoritmo que no distingue lo verdadero de lo falso, sino lo tranquilo de lo ruidoso, premiando siempre, al final, lo segundo.

No es una excepción, es un mecanismo estructural que vale tanto para un solo influencia como para fenómenos mucho más grandes: la disputa, el insulto, la indignación compartida hacen que las personas permanezcan en la plataforma más tiempo que con un artículo sereno. Y el tiempo pasado en la plataforma es, en último análisis, lo único que le interesa a ese sistema: vender a los anunciantes. Cada escalada retórica no se sanciona, se remunera. El insulto y la disputa son rentables y pagan.

E. LA WEB ES EL REINO DEL MOSQUITO FILTRADO Y EL CAMELLO TRAGADO

Hay una imagen que Jesús usa contra los escribas y fariseos que aquí resulta útil casi al pie de la letra: «¡Guías ciegos, que filtráis el mosquito y os tragáis el camello!» (Mt 23,24). Así, los mismos sistemas capaces de detectar en una décima de segundo un pezón pintado por Tiziano permanecen ciegos ante un vídeo de cincuenta minutos construido para acusar a personas reales, con nombre y apellidos, mediante acusaciones de inaudita gravedad, sin pruebas ni documentos exhibidos, sin más fundamento que su propia palabra o la referencia a sus propios escritos y vídeos anteriores, como si fueran prueba.

El paralelismo no es casual: los algoritmos reconocen muy bien un fragmento de piel — es una tarea visual — y muy mal una acusación infundada, que exigiría un juicio sobre el contenido y sobre la verdad de lo que se afirma: un trabajo que a ninguna plataforma le interesa hacer bien, porque ralentizaría el tráfico que la hace ganar dinero. Facebook es el caso más flagrante: basta con que un solo usuario presente una denuncia con cualquier pretexto para que el bloqueo se active de inmediato, con la consiguiente eliminación de publicaciones ajenas o la suspensión de la página. Al usuario afectado por la censura se le invita a presentar un «recurso» que será evaluado, a su vez, por otra inteligencia artificial que a menudo ni siquiera responde, mientras quienes conocen estos límites estructurales aprenden a aprovecharlos para atacar las actividades de otros.

II. LOS CASOS REALES: CUANDO EN LA WEB EL ARTE SE CONVIERTE EN «CONTENIDO SENSIBLE»

No hace falta imaginar nada, los ejemplos están documentados y son recientes. En julio de 2024 Instagram ocultó del perfil oficial de los Uffizi la Virgen de las Rosas de Tiziano, por infracción de las normas sobre contenidos que incitan al odio; en 2022 le tocó a la Venus de Botticelli en TikTok, y antes al David de Miguel Ángel. Facebook, en 2021, censuró un vídeo de Finestre sull’Arte por un Cupido atribuido a Miguel Ángel — conservado en el Metropolitan de Nueva York — a pesar de que sus propias «normas comunitarias» admiten explícitamente «la publicación de fotografías de pinturas, esculturas u otras formas de arte que representan figuras desnudas». La misma suerte corrió, en nuestros propios canales sociales, el Crucifijo pintado por Salvador Dalí en 1954 y conservado en los Museos Vaticanos: la imagen, elegida para la portada del libro del académico pontificio dominico Giovanni Cavalcoli (cf. aquí), uno de los tres padres fundadores de esta nuestra revista, fue censurada en 2019 como contenido sexualmente explícito apenas publicada, mientras permanecen visibles, en todas partes, adolescentes que imitan gestos sexuales vulgares, mucho peores que cualquier desnudo natural, habiendo aprendido a la perfección cómo burlar los filtros. Cuando en agosto de 2025 idéntica suerte corrió «La David» de Jago, ocultada por Meta por «contenido sensible», intervino la Subsecretaria de Cultura Lucia Borgonzoni para recordar que «el arte no puede ser censurado por un algoritmo» incapaz de distinguirlo de la pornografía.

Si un algoritmo confunde a Miguel Ángel con material pornográfico, pero no reconoce cincuenta minutos de acusaciones verbales violentas publicadas en YouTube, el problema ya no es técnico, sino de prioridades.

III. QUÉ PRODUCE LA WEB EN LA PERCEPCIÓN DE LA REALIDAD, SOBRE TODO ENTRE LOS MÁS JÓVENES

Quien crece hoy no aprende a leer el mundo en los libros o junto a un maestro, sino en una pantalla que propone, cada pocos segundos, un nuevo episodio de conflicto: alguien acusa, alguien se defiende, el capítulo siguiente ya está listo. Es una pedagogía implícita, nunca elegida conscientemente y sin embargo poderosísima: enseña que la realidad se divide siempre en víctimas y verdugos y que la verdad pertenece a quien grita más fuerte, no a quien aporta más pruebas. Un adolescente que recorre horas de contenidos construidos para indignar no solo pierde tiempo: interioriza un método de juicio, aprende que la duda es debilidad y la mesura es aburrimiento, un tipo de enfoque que después aplicará en todas partes, a las situaciones más dispares.

IV. BLOGUEROS DE ASALTO

En la web prosperan figuras aún más insidiosas porque se disfrazan de controladores y censores: crean blogs donde juegan a ser periodistas, cuando no directores de un medio, sin responder a ninguno de los deberes que ese papel realmente comporta. Este tipo de figuras provoca al público con acusaciones sostenidas solo por «fuentes que deben permanecer anónimas», prometiendo «documentos probatorios incontrovertibles» que nunca se exhiben porque «todavía no es el momento» o «para proteger la fuente». Es la acusación que se autoalimenta: no debe probarse nunca, porque la propia prueba se dice demasiado peligrosa de mostrar. Al lector se le pide que confíe en la palabra dada, justo lo que un verdadero periodista jamás pediría. Ante la crítica razonable de que solo los cobardes arrojan barro a manos llenas en artículos anónimos con acusaciones graves y no probadas sin poner el nombre y la cara, se responde creando otra leyenda dorada: detrás de esos anónimos hay personajes tan destacados que, si se presentaran con sus nombres, sufrirían terribles represalias.

Un ejemplo para ilustrar concretamente estas dinámicas: «Según fuentes fidedignas, Juan Pablo I fue asesinado, tal como reveló un poderoso cardenal cuyo nombre no podemos revelar». Sigue la ulterior garantía: «…pero tenemos toda la documentación para poder demostrarlo en el momento oportuno».

Sostener esto significa, ante todo, ignorar la lista de periodistas asesinados en todo el mundo por regímenes dictatoriales, organizaciones criminales y grupos de presión políticos corruptos por haber ejercido su oficio a cara descubierta. Afirmar que no firman porque son demasiado famosos y conocidos, por un lado confiere un aura ulterior a los ojos de los ingenuos carentes de sentido crítico, y por otro provoca la risa de quienes, al oír una frase así, recuerdan las fórmulas decimonónicas que aparecían en las antiguas escrituras legales de compraventa, donde se leía: «No firma por ser noble». ¿O acaso se podía escribir: «No firma porque es analfabeto»? Igual de indecoroso sería escribir «no firma porque es un cobarde».

V. LA WEB Y LA NECESIDAD DEL ENEMIGO

Hay una pregunta que rara vez se plantea ante quien construye su presencia en línea sobre el ataque continuo: ¿por qué necesita, no ocasional sino sistemáticamente, un enemigo? La respuesta, desagradable, es que el enemigo no es un accidente del oficio: es la materia prima. Un contenido sereno se consume y se olvida. Un conflicto, por su propia naturaleza, exige continuidad: el próximo capítulo, la próxima revelación, el próximo «pronto os lo contaremos todo». El público que se forma en torno a este mecanismo no se apega a los hechos, que permanecen siempre vagos y nunca del todo exhibidos: se apega a la propia disputa, con la misma fidelidad con que se sigue una serie de televisión, esperando el próximo capítulo más que la verdad. Y es aquí donde la dinámica psicológica de quien ataca encaja perfectamente con la economía de la plataforma descrita más arriba: cuanto más dura el conflicto, más rinde, y cuanto más rinde, más le conviene a quien lo alimenta no cerrarlo nunca con una prueba definitiva. Al enemigo hay que mantenerlo vivo, no derrotarlo: derrotarlo de verdad significaría quedarse sin material para el capítulo siguiente.

WE. UN CONTROL AUTÉNTICO DE LA WEB

Harían falta mecanismos de control auténtico, pensados para proteger a la gente sencilla, a los menores, a las personas vulnerables, no sistemas que ocultan una Virgen que amamanta y dejan correr vídeos capaces de destruir la reputación de una persona real en cincuenta minutos de acusaciones verbales violentas. Un algoritmo capaz de reconocer un pezón pintado por Tiziano quinientos años después debería, con mayor razón, saber reconocer una acusación de asociación para delinquir sin pruebas, dirigida contra alguien que tiene nombre, apellidos y, sobre todo, una reputación que defender.

VII. LA WEB Y LA TAREA DE LOS PASTORES EN LA CURA DE ALMAS

Ante todo esto, la tarea que se nos confía como pastores no es perseguir cada abuso de la red, algo imposible y quizá también inútil, sino educar — ante todo a los más jóvenes, pero no solo a ellos — en un uso de las herramientas digitales que sepa distinguir la información de la sugestión, la prueba de la sospecha cultivada artificialmente. Significa enseñar, tanto en la catequesis como en la dirección espiritual, que la duda metódica no es falta de fe ni de valor, sino la misma prudencia que la tradición cristiana siempre ha exigido antes de creer y antes de condenar. Significa ayudar a los jóvenes a reconocer, detrás de un vídeo construido para indignar, la misma lógica del «mosquito y el camello», a preguntarse no solo «qué me están mostrando», sino «qué, mientras tanto, no me están dejando ver». No es una tarea que se agote en una homilía o en un artículo: es un acompañamiento paciente y cotidiano que hoy pertenece a la cura pastoral tanto como la preparación para los Sacramentos, porque la formación de la conciencia, en nuestro tiempo, pasa también por las redes sociales.

En conclusión: nuestro Padre Ariel publicó hace unos meses un libro dedicado a la Inteligencia Artificial y a las redes sociales: Libertad negada. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale, cuya lectura os recomiendo, porque en su interior encontraréis muchas respuestas iluminadoras sobre estos temas.

Cagliari, 29 de agosto de 2026

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