Dovremmo riflettere maggiormente sul peccato del perdere tempo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DOVREMMO RIFLETTERE MAGGIORMENTE SUL PECCATO DEL PERDERE TEMPO

Comunque si voglia intenderli, poiché ogni racconto parabolico è aperto a una pluralità di interpretazioni, i talenti rimarranno un dono gratuito che non si tiene per sé, né si nasconde, ma va fatto moltiplicare. Rivelano che Dio, più che un padrone si dimostra Padre verso noi figli e fa nel corso del tempo molte di queste grazie a ognuno di noi e alle nostre comunità.

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Un dono può esser offerto con mille motivazioni, anche non nobili a volte. Ma ha dalla sua una caratteristica inconfondibile: rivela l’identità di chi offre e di chi lo riceve. Il Vangelo di questa Domenica presenta un Donatore molto speciale, il quale non elargisce un solo singolo dono, bensì ogni suo bene. Leggiamo:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». (Mt 25,14-30).

Il brano evangelico di questa domenica aggiunge una specificazione al significato della vigilanza che già era stato presentato nella parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Lì vigilare significava essere previdenti, essere pronti, preparati, dotarsi del necessario mettendo in conto una lunga attesa. Ora, nella parabola dei talenti, la vigilanza viene specificata come attenzione e responsabilità nel quotidiano e declinata come fedeltà nelle piccole cose («sei stato fedele nel poco»: Mt 25,21.23).

Innanzitutto ricordiamo quale funzione abbia la parabola. Tale forma comunicativa prevede spesso l’uso di un linguaggio iperbolico, un’ambientazione paradossale, con volute esagerazioni che possono anche arrivare a scandalizzare per la violenza che vi è implicata. Ci colpisce, qui, la punizione del servo malvagio. Ma sorprende anche il finale che, come spesso accade nei racconti fittizi parabolici, presenta un vero e proprio colpo di scena: il talento viene tolto a chi ne ha solo uno e dato a chi già ne ha molti. Nel lettore sorge la domanda: che padrone è colui che si permette di umiliare in tal modo un suo servo, che in fondo ha agito prudentemente?

Si diceva che la vigilanza non riguarda solo l’attesa escatologica ma investe in pieno il rapporto con il quotidiano, con le sue realtà di ogni giorno. La parabola di Matteo, che ha un parallelo un po’ differente e più complesso con Luca 19,11-27, è certamente inserita in un contesto escatologico ― il v.30 la situa nell’orizzonte del giudizio finale: «Il servo inutile gettatelo nelle tenebre, là sarà pianto e stridor di denti» ― ma questo non fa che ribadire che tale giudizio finale lo si prepara qui e ora, nell’oggi della storia, cosa che si mostrerà in tutta la sua evidenza nella parabola del giudizio universale (Mt 25,31-46) domenica prossima. Là apparirà chiaramente l’autorità escatologica dei piccoli e dei poveri. Il giudizio finale si baserà sulle azioni di carità e di giustizia compiute in loro favore oppure omesse. Il quotidiano si rivela così come il luogo escatologico per eccellenza, perché è il tempo che ci è dato. Così la parabola dopo la ripartizione dei talenti[1] in modo personalizzato, commisurata con le capacità dei riceventi, si dispiega fra il «subito» (v.15) di coloro che li fanno fruttare e il dopo «molto tempo» (v.19) del ritorno del padrone. Del resto non appare importante, almeno in questo racconto, la quantità dei doni ricevuti, poiché i due servi operosi, nonostante abbiano ricevuto talenti in misura diversa, percepiranno però la stessa ricompensa. Importante piuttosto è il tempo la cui durata fa emergere la verità delle persone, dei loro comportamenti, della loro tenuta e della loro responsabilità. Il trascorrere del tempo è rivelatore; infatti i primi due servi hanno saputo cogliere subito che esso era il primo grande dono di cui potevano usufruire e non lo sprecarono gettandolo via.

Dovremmo riflettere maggiormente sul peccato del perdere tempo. Se il terzo servo avesse riflettuto su questo ne avrebbe approfittato, perché alla fine la ricompensa sarebbe stata la medesima dei primi due servi che avevano ricevuto di più. Ma come si diceva più sopra il dono è, al pari del tempo impiegato, rivelativo dei personaggi di questa parabola. Così il donatore, anche se Gesù lo cela inizialmente dietro un anonimo uomo (v.14), è chiaramente Dio che infatti più avanti verrà chiamato ‘Signore’ (Kyrie,  Κύριε dei v.20.22.24). Solo Lui è capace di fare dono di ogni cosa sua [2], in maniera preveniente e inaspettata soprattutto verso dei destinatari che per quanto intraprendenti sono pur sempre dei servi. Alcuni padri della chiesa hanno voluto vedere dietro al dono dei talenti quello della Parola di Dio, in ricordo della parabola del buon seme che porta frutto a secondo del terreno che trova. Ireneo di Lione, morto nel 202 d.C., vi vide il dono della vita, accordato da Dio agli uomini. Comunque si voglia intenderli, poiché ogni racconto parabolico è aperto a una pluralità di interpretazioni, i talenti rimarranno un dono gratuito che non si tiene per sé, né si nasconde, ma va fatto moltiplicare. Rivelano che Dio, più che un padrone si dimostra Padre verso noi figli e fa nel corso del tempo molte di queste grazie a ognuno di noi e alle nostre comunità. La capacità di riconoscerle e di farle fruttare è la qualità dei servi non pavidi che sanno correre anche dei rischi.

Il punto della parabola però non è di natura economica, cioè nella capacità di trarre profitti dall’investimento di un capitale, perché la ricompensa, in tale senso, avrebbe dovuta essere commisurata al merito e alla grandezza del patrimonio accumulato. Esso invece è incentrato sull’agire istantaneo e sul non rimanere inerti nel tempo che viene concesso. Tenendo conto che il padrone-Signore tornerà e chiederà ragione («ponit rationem» traduce la Vulgata) di come avranno agito i servi. Essi scopriranno che ai suoi occhi ciò che contava era la bontà e la fedeltà nell’agire e quel che sembrava tanto in verità era molto poco rispetto alla ricompensa: «Bene, servo buono e fedele ― gli disse il suo padrone ―, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».

La parabola diviene così un invito ai discepoli e alle comunità a non rimanere immobili e incantati davanti alle difficoltà dei tempi che corrono, pronti invece ad agire in ogni momento, consapevoli dei doni ricevuti e che questo che ci è dato è il tempo propizio. Le sfide che esso pone e le mutate condizioni culturali non dovrebbero impaurirci o farci rimanere contenti solo di quello che già si fa oppure inebriati da un attivismo solo fine a se stesso. La parabola chiede ai cristiani consapevolezza, responsabilità, audacia e soprattutto creatività, tutte realtà condensate nelle parole: essere buoni e fedeli.

Infine ci chiedevamo prima perché il padrone, protagonista della parabola, trattò così male il terzo servo. Ciò che colpisce in questa vicenda è proprio l’idea che il servo si era fatta di lui. Mentre i primi due servi non hanno avuto bisogno di riflettere su questo, quasi fosse automatico per loro che se il padrone ti da un dono esso vada subito fatto fruttare, l’altro servo invece elabora una sua idea, potremmo dire una sua teologia, che ne blocca l’azione, perché a dominarla è l’idea di paura. Intrappolato in questa immagine che egli ha del padrone, quella di un uomo duro e pretenzioso, pur avendo nella sua disponibilità il dono grande di un talento non riesce a fidarsi di lui. È questo sarà il suo vero dramma.

Il suo non agire verrà giudicato in modo parallelo al buono e fedele, però come malvagio e pigro. Se avesse almeno aperto un conto di deposito ne avrebbe riscosso gli interessi attivi, ma preferì seppellire il suo dono e per questo, quando non ci sarà più tempo per agire, al momento del giudizio, verrà consegnato al pianto e allo stridere dei denti, un’espressione biblica che indica il fallimento della propria vita[3].

La fede che opera è importante nel vocabolario del primo Vangelo. Gesù parla della fede di coloro che credono in lui per poter essere guariti, quella del centurione (8,10), del paralitico (9,2), della donna emorroissa (9,22), dei due ciechi (9,29), della Cananea (15,28), e incita i suoi, mai criticati perché hanno «poca fede», ad averne di più (cfr. 6,30).

La nostra parabola potrebbe dunque voler dire qualcosa sul credere o non credere in Dio nel tempo intermedio che separa dal giudizio. Il terzo servo, malvagio, non ha più fede, l’ha persa col tempo: si è dimenticato che quanto gli era stato affidato doveva essere investito perché portasse frutto per il padrone, ma anche a suo favore: è divenuto perciò inutile (v.30). Che la parabola tratti del dono della fede, si può indirettamente evincere anche da un altro testo del Nuovo Testamento, dove San Paolo dice che questo dono è misteriosamente personalizzato, proprio come nella parabola che racconta Gesù:

«Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato» (Rm 12,3).

Per concludere potremmo chiederci: Quale visione abbiamo di Dio? Quella vendicativa, esigente e dura che incute paura o quella liberante, positiva che ci fa agire nella fiducia e nel non timore, come l’ha vissuta e ci ha insegnato Gesù?

Dall’Eremo, 19 novembre 2023

 

NOTE

1 Il talento, che significava anche «ciò che è pesato, era un’unità di peso di circa 30-40 kg. corrispondente a seimila denari. Poiché un denaro, secondo quanto Matteo stesso spiega in 20,2 (Matteo è molto preciso nell’uso delle monete, e nel suo vangelo ne sono elencate diversi tipi), è il corrispettivo della paga per un giorno di lavoro, si intende qui una somma ingente data in gestione ai servi

2 Nella parabola dei vignaioli omicidi Egli non si perita di mandare anche suo Figlio (Mt 21,37)

3 «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13,47-50).

 

 

 

Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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1 commento
  1. orenzo
    orenzo dice:

    – Un uomo consegnò (παρέδωκεν: consegnare a qualcuno qualcosa per tenerla, usarla, averne cura ) i suoi beni
    – a tre servi (δούλους: qualcuno che antepone la volontà di un altro alla propria)
    – secondo la capacità, ovviamente di far fruttare i suoi beni, che egli ben conosceva.
    – Quando il padrone chiese conto al servo cui aveva dato da far fruttare il corrispettivo di 19 anni di retribuzione di un lavoratore a giornata,
    – questo, invece di provare almeno a scusarsi ed implorare misericordia,
    – non trovò niente di meglio da fare che ricordare al padrone il suo essere “un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”, e gli restituì il talento che aveva ricevuto…
    – mi sembra ovvia l’incavolatura del padrone che si sente preso in giro!!!

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