Der Niedergang des Mönchtums. Der Priester verweigerte dem Abt diesen Kuss
LA DECADENZA DEL MONACHESIMO. IL PRETE E QUEL BACIO NEGATO ALL’ABATE
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo o il poco che ne resta, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico.
— Storia e teologia —
.
.
![]()
.
Un giorno mi ritrovai dinanzi a un anziano vescovo emerito e a un abate benedettino in un contesto ecclesiale pubblico.

Prima piegai il ginocchio per baciare la mano al vescovo, perché grazie a quelle mani siamo stati consacrati presbiteri, poi strinsi la mano all’abate, al quale non avevo niente da baciare. E, dandogli del tu — come sono solito fare con i confratelli presbiteri di qualsiasi età, compresi anziani e sconosciuti — lo salutai: «Piacere di conoscerti caro Confratello». L’abate divenne prima viola in volto, poi fece due fatiche inutili: prima ad arrabbiarsi per presunto attentato di lesa maestà, poi a calmarsi. Cosa per me sia un abate, lo chiariremo sul finire con un esempio esaustivo.
Col mondo monastico odierno non nascondo di avere un pessimo rapporto, ma all’esatto contrario di quel che si potrebbe pensare, ciò deriva dalla profonda venerazione che nutro verso di esso, nei cui riguardi tutti dovremmo essere grati. Nella storia della Chiesa, dove pure esistono ordini religiosi di grande rilievo che hanno donato nel corso dei secoli patrimoni di spiritualità, cultura e arte, nessuno di questi può eguagliare il monachesimo benedettino, a seguire anche quello certosino e cistercense. Certamente furono i Domenicani a dare i natali religiosi alla figura titanica di San Tommaso d’Aquino, aber nicht nur, perché molti altri teologi hanno dato contributi straordinari, sino ai contemporanei Reginald Garrigou-Lagrange e Tomáš Tyn. aber jetzt, senza il monachesimo benedettino un Tommaso d’Aquino non sarebbe potuto esistere, lui e tutti i grandi a seguire. La conoscenza sulla quale si sono basati si regge interamente sul patrimonio storico, philosophisch, culturale pervenuto ai giorni nostri grazie all’opera straordinaria dei Benedettini.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, l’Europa sprofondò in secoli in cui le strutture amministrative, giuridiche e culturali costruite in oltre dodici secoli si sfaldarono sotto la pressione delle popolazioni germaniche discese dal Nord. Non fu un crollo improvviso quanto una lenta emorragia: strade non più mantenute, città spopolate, biblioteche disperse o abbandonate al degrado, un’istruzione che sopravviveva solo in sacche isolate. È in questo contesto di sfaldamento che si inserisce, vorsorglich, la vicenda di un giovane nobile umbro nato a Norcia attorno al 480, disgustato dalla dissolutezza della Roma dei suoi studi, che si ritirò prima in una grotta a Subiaco e poi, verso il 529, fondò sul colle di Montecassino — sopra i resti di un tempio pagano — il cenobio che avrebbe cambiato la storia dell’Occidente cristiano.
Benedetto da Norcia non fondò semplicemente un monastero: proprio a Montecassino scrisse la Regola che avrebbe strutturato la vita religiosa d’Occidente per un millennio e mezzo, condensata nel celebre ora et labora. Non fu un successo immediato, né un’invenzione dal nulla: la sua Regola la stese attingendo dalla Regula Magistri, un testo anonimo più antico e assai più rigido e dalle regole di Basilio, di Cassiano, di Pacomio, correggendone la durezza con un più umano equilibrio tra disciplina e rispetto della persona. Per due secoli buoni, nell’Europa altomedievale, la Regola benedettina convisse — e talvolta si fuse — con osservanze concorrenti: quella colombaniana, portata dai monaci irlandesi di San Colombano, assai più austera e penitenziale, diffusissima in Gallia attraverso fondazioni come Luxeuil e Bobbio; e proprio a Bobbio, dove le due tradizioni si intrecciarono in una «regola mista», si formò una delle biblioteche monastiche più ricche d’Europa.
Fu un monaco visigoto, Benedetto d’Aniane — nato attorno al 747, già funzionario alla corte di Carlo Magno prima della conversione — a por fine a questa convivenza di regole. Gegründet in 779 il proprio monastero ad Aniane, in Linguadoca, Benedetto ne fece un laboratorio di ritorno alla Regola cassinese nella sua forma più pura. Divenuto consigliere di fiducia dell’imperatore Ludovico il Pio, che gli fece costruire il monastero di Inde presso Aquisgrana per averlo vicino, guidò due sinodi decisivi, nell’816 e nell’817: fu in quest’ultimo che gli abati dell’intero Impero carolingio, riuniti nel Capitulare monasticum, imposero la Regola di San Benedetto come norma unica per ogni monastero dei domini franchi, con solo minimi adattamenti climatici. Da quel momento «monaco» e «benedettino» divennero, im Westen, quasi sinonimi.
Questa rete di monasteri, ormai uniformata, con i suoi scriptoria salvò dal naufragio ciò che restava della cultura classica e patristica. A Bobbio, a Montecassino, a San Gallo e a Fulda — fondata da Sturmio, discepolo di San Bonifacio, che si era recato proprio a Montecassino per apprendervi la Regola —, generazioni di amanuensi ricopiarono pazientemente, tra il VII e il X secolo, testi latini e greci che altrimenti sarebbero scomparsi per sempre. Gli Annales di Tacito ci sono giunti grazie a due soli codici monastici: i primi sei libri da una copia carolingia del IX secolo, vergata con ogni probabilità a Fulda e custodita poi nell’abbazia di Corvey; i libri successivi — compreso il celebre passo in cui i cristiani sono bollati come colpevoli di odio humani generis — da un codice scritto a Montecassino nell’XI secolo. Furono dunque i monaci a trasmetterci una delle più feroci pagine anticristiane dell’antichità. Se possiamo leggere i carmina di Gaio Valerio Catullo, inclusi quelli più lussuriosi, lo dobbiamo a un unico codice custodito per secoli presso la cattedrale di Verona: segno che la Chiesa certi testi li ha salvati e trasmessi, non certo distrutti per i loro contenuti.
Fra quei testi ricopiati vi erano anche le traduzioni latine che Boezio, nel VI secolo, aveva fatto delle opere logiche del Maestro di Stagira, rimaste per settecento anni l’unico Aristotele conosciuto in Occidente. Furono proprio quelle pagine, custodite nei monasteri, a fornire ad Anselmo d’Aosta, riconosciuto come padre della scolastica, gli strumenti logici del suo pensiero, prima che il resto del corpus aristotelico arrivasse in Europa nel XII secolo attraverso le traduzioni arabo-latine, aprendo la strada alla grande sintesi di Tommaso d’Aquino.
Eppure quella stessa uniformità imposta ad Aquisgrana, paradoxerweise, non bastò a preservare il monachesimo dalla decadenza. Dilaniato dopo la morte di Ludovico il Pio nell’840, l’Impero carolingio si dissolse in una guerra civile tra i suoi tre figli, chiusa nell’843 dal Trattato di Verdun che lo divise in tre regni; in den folgenden Jahrzehnten, tra ulteriori spartizioni e un’effimera riunificazione sotto Carlo il Grosso, quella struttura si sfaldò fino al caos feudale del secolo successivo. E la Chiesa intera, damit, scivolò in quello che gli storici chiamano saeculum obscurum, il «secolo oscuro». Un secolo, il X, in cui perfino il soglio di Pietro divenne preda delle fazioni nobiliari romane e le abbazie — spogliate della loro autonomia spirituale — vennero trattate come feudi, i loro abati nominati non per virtù ma per parentela o convenienza politica, in un sistema di investiture laiche che snaturava dall’interno la vita monastica.
In reazione a questo sfacelo nacque nel 909 Ö 910 l’abbazia di Cluny, in Borgogna, voluta dal duca Guglielmo I d’Aquitania come casa monastica libera da ogni ingerenza laica e vescovile, sottoposta direttamente alla Sede Apostolica. Sotto abati come Oddone, Maiolo e Odilone, Cluny divenne per due secoli il centro di un vero «impero monastico» — centinaia di case affiliate in tutta Europa occidentale — e il motore della grande riforma ecclesiastica dell’XI secolo. Ma proprio quella grandezza ne fu alla lunga la rovina: la ricchezza e lo sfarzo liturgico cluniacensi, con le loro chiese sempre più vaste e ornate, suscitarono già nel secolo successivo le critiche feroci di chi era nato, in einem Sinn, dalla stessa costola riformatrice. Fu San Bernardo di Chiaravalle, in seinem Apologia ad Guillelmum Abbatem, a fulminare l’opulenza cluniacense con parole che bruciano ancora oggi: «fulget Ecclesia parietibus, et in pauperibus eget» (la Chiesa risplende nelle sue pareti e resta povera nei poveri).
Dinanzi all’opulenza cluniacense Roberto di Molesme, insieme ad Alberico e a Stefano Harding, fondò il 21 Marsch 1098 a Cîteaux una nuova comunità decisa a tornare alla lettera della Regola benedettina: povertà reale, lavoro manuale, edifici spogli di ogni ornamento; persino l’abito, bianco anziché nero, fu scelto per marcare la distanza dai monaci cluniacensi. Nacque così l’Ordine Cistercense, la cui prima generazione di fondazioni — le cosiddette «quattro abbazie primigenie» — segnò la geografia spirituale d’Europa: La Ferté, In dem 1113, prima figlia di Cîteaux; Pontigny, l’anno successivo; Clairvaux e Morimond, entrambe nel 1115. E fu proprio Clairvaux, sotto la guida del suo abate Bernardo, a diventare il volto più celebre di tutto l’Ordine.
E qui la storia si chiude in un cerchio amaro: nemmeno Cluny, il grande riformatore dell’anno Mille, si salvò dal male che aveva combattuto. Im 1516, con il Concordato di Bologna tra Francesco I di Francia e Leone X, il diritto di scegliere l’abate di Cluny passò alla Corona: nacque così la prassi della commenda, per cui l’abbazia veniva affidata a personaggi estranei alla vita monastica, spesso cortigiani mai saliti su quel colle borgognone, che si limitavano a incassarne le rendite mentre la disciplina reale veniva lasciata a un priore. Alla fine del Quattrocento i monaci di Cluny erano ridotti a poco più di una sessantina; In dem 1790, quando la Rivoluzione soppresse l’abbazia, ne restavano appena quaranta, guidati da un cardinale commendatario che non vi aveva mai risieduto. Chi aveva riformato il monachesimo occidentale finì, secoli dopo, esattamente come i monasteri da cui era nato per correggerli.
Dopo queste due grandi riforme sviluppate dall’interno del monachesimo stesso — segno che l’organismo, pur ammalandosi periodicamente, ha sempre trovato in sé le energie per curarsi — il monachesimo tornò a decadere a più riprese nell’era moderna, questa volta non per corruzione interna ma per attacco esterno, a partire dalla Rivoluzione Francese. Die 13 Februar 1790 l’Assemblea costituente decretò la proibizione dei voti religiosi e la soppressione di tutti gli ordini contemplativi, giudicati — testualmente — «totalmente parassitari»: è da questo decreto, non da Napoleone, che nasce il linguaggio dell’inutilità sociale del monaco che l’imperatore avrebbe poi fatto proprio vent’anni dopo. Folgend, in vari paesi d’Europa — nella Spagna delle desamortizaciones ottocentesche, nel Portogallo del decreto Aguiar del 1834, negli Stati tedeschi già scossi dal giuseppinismo asburgico — fu Napoleone Bonaparte a colpire duramente la vita religiosa contemplativa: con decreto dell’8 giugno 1805 impose la chiusura dei conventi con meno di ventiquattro membri e un numero chiuso di case religiose sul territorio; con il decreto del 25 April 1810 soppresse definitivamente «gli stabilimenti, corporazioni, Gemeinden, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione», vietando a chiunque persino di indossare l’abito religioso.
Ciò non si limitò alla sola epoca napoleonica ma proseguì, decenni dopo, nel neonato Regno d’Italia. Il regio decreto 7 Juli 1866, n. 3036, soppresse ordini e congregazioni religiose «che importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico»; das Gesetz 15 August 1867, n. 3848, completò l’opera liquidando i beni di oltre venticinquemila enti ecclesiastici privi di cura d’anime. Fu la cosiddetta «eversione dell’asse ecclesiastico»: patrimoni accumulati in secoli di storia incamerati dallo Stato, biblioteche e opere d’arte disperse tra musei e istituzioni pubbliche, monasteri trasformati in caserme, Schulen, Krankenhäuser, uffici, con conseguenti danni incalcolabili e spesso purtroppo irreparabili per il patrimonio artistico europeo che subì in quegli anni uno scempio senza precedenti. Solo poche abbazie di eccezionale valore artistico — tra cui, nicht zufällig, proprio Montecassino, insieme a Cava dei Tirreni, San Martino delle Scale e la Certosa di Pavia — furono dichiarate «monumenti nazionali» dall’articolo 33 dello stesso decreto, sfuggendo così alla dispersione totale, ma pagando il prezzo di una snaturante ambiguità giuridica tra bene dello Stato e casa religiosa che si trascina, In bestimmten Fällen, fino ai giorni nostri.
Il monachesimo incominciò a riprendere vita nel corso dell’Ottocento, proprio in quelle stesse nazioni che l’avevano da poco falcidiato. Emblematico fu il caso di Solesmes, antico priorato benedettino della Sarthe soppresso dalla Rivoluzione, dadurch gekennzeichnet, dass 1833 un giovane prete diocesano di Le Mans, Prosper Guéranger, riportò in vita con un pugno di compagni. Elevata ad abbazia da Gregorio XVI nel 1837 e posta a capo della nuova Congregazione benedettina di Francia, Solesmes divenne in pochi decenni il cuore della restaurazione liturgica e del canto gregoriano, ispirando rifondazioni in Europa e nuove fondazioni oltreoceano. Un percorso analogo, benché più tardo e più fragile, lo compì l’abbazia normanna di Bec-Hellouin — la stessa che nell’XI secolo aveva dato i natali monastici a Sant’Anselmo, noto anche come Anselmo d’Aosta o Anselmo di Bec e di Canterbury, secondo i luoghi della sua vita — soppressa nel 1792 e lasciata in rovina per oltre un secolo, finché nel 1948 alcuni monaci benedettini olivetani, guidati da Dom Paul Grammont, monaco del monastero di Mesnil-Saint-Loup, la fecero rivivere, restituendole l’antico titolo abbaziale. Nei tre decenni successivi la comunità arrivò a contare circa 60 Mönch; ma a partire dagli inizi degli anni Novanta del Novecento iniziò un declino che l’annuario ufficiale della Congregazione Olivetana documenta ancora in corso nel 2020, quando i monaci di Bec erano scesi a 14, diversi dei quali già ultraottantenni. Oggi la comunità è ulteriormente assottigliata e ridotta a una decina di monaci, al punto che l’abbazia non è più retta neppure da un abate eletto, ma da un priore claustrale, sotto la diretta autorità dell’Abate Generale della Congregazione. E qui bisognerebbe chiedersi: tra fiori di campo sbocciati sulla forte personalità di qualche singolo rifondatore e tra le varie stelle cadenti sparse, quale monachesimo è rinato e si è sviluppato in quegli anni, accanto a esperienze così nobili come quella di Solesmes? Perché qualcosa, oder vielleicht viele Dinge, non hanno proprio funzionato, alla luce dello stato attuale.
In quegli stessi decenni vi fu una rinascita ben diversa da quelle avvenute in precedenza nel corso della storia: una rifioritura monastica solo apparente, che nei fatti concreti, alla luce del poi, fu solamente numerica e per certi aspetti miserrima. Monasteri e abbazie si ripopolarono di giovani provenienti principalmente da famiglie di contadini e operai, in un’Italia — per prendere l’Italia come esempio — dove la povertà era molto diffusa in quegli anni. La natalità nelle famiglie era elevata e molte avevano difficoltà a sfamare i figli. Erano anni, diese, nei quali si assistette anche a grandi flussi migratori, soprattutto verso le Americhe. Il seminario, il convento e il monastero erano strade che non solo permettevano di strappare molti a condizioni di miseria, ma potevano anche costituire un aiuto futuro per gli stessi familiari, soprattutto per coloro che, entrati nel clero secolare, si ritrovavano a gestire una parrocchia con annesse rendite o beni ecclesiastici.
E qui si potrebbe insorgere con accuse di classismo verso chi osa ricordare, pure se con rigore storico, che sino a prima delle grandi purghe rivoluzionarie, napoleoniche e risorgimentali, in certe abbazie e monasteri erano selezionate e ammesse solo le vocazioni migliori, ma soprattutto i rampolli delle migliori famiglie. Die Anderen, plebei e popolani, salvo eccezioni che nella Chiesa sono sempre esistite, erano accolti come conversi — i cosiddetti monaci laici che giungevano alla professione solenne dei voti monastici ma non accedevano all’Ordine Sacerdotale — impiegati essenzialmente nei lavori manuali, während die anderen, i monaci sacerdoti, svolgevano anch’essi lavori, ma prettamente intellettuali.
Fu così che abbazie e monasteri si ripopolarono, ma con conseguenze che oggi possiamo analizzare con la freddezza di chi guarda un Novecento ormai abbondantemente concluso: l’ingresso massiccio, per necessità economica più che per discernimento vocazionale maturo, indebolì nel tempo la qualità media della selezione, proprio mentre il numero cresceva. Fu una rinascita che assomigliava a una convalescenza drogata: le corsie tornavano piene, ma il male di fondo — la fragilità del discernimento all’ingresso — non era stato affatto curato, solo mascherato dai grandi numeri. Questo generò in modo progressivo la peggiore decadenza che le abbazie, i monasteri e il monachesimo in generale abbiano mai conosciuto: una decadenza in due tempi. Prima la decadenza a monastero pieno, dove la quantità nascondeva la grande crisi qualitativa. Dann, per conseguenza fisiologica, la decadenza a monastero semivuoto, dopo che la spinta socioeconomica che tra Otto e Novecento aveva riempito i chiostri si esaurì col benessere diffuso col boom economico del secondo dopoguerra, a seguire con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, dinanzi alla quale i numeri crollarono in modo veloce e spesso anche drammatico.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta le comunità monastiche incominciarono a spopolarsi e oggi, in giro per tutta Europa, diverse centinaia di storiche abbazie e monasteri sono stati convertiti in strutture alberghiere, resort e centri benessere di lusso. Quelle ubicate all’interno degli antichi centri urbani in scuole private, sedi centrali di grandi istituti bancari e società internazionali. A partire dalla metà degli anni Settanta, a questa situazione già di per sé disastrosa, si aggiunse un disastro peggiore, raffigurabile con la parabola evangelica della stoffa applicata allo strappo:
«Nessuno cuce una toppa di stoffa grezza su un vestito vecchio, weil der Patch zieht aus dem Mantel entfernt und der Riss wird noch schlimmer " (MT 9,16).
E la toppa fu che, ad eccezione dei monaci certosini — un pugno di uomini, zirka 250 in sedici monasteri sparsi nel mondo, di cui poco più di 30 in Italia distribuiti in due certose, che del loro numero non si sono mai curati — le altre congregazioni, benedettine e cistercensi, spalancarono le porte a chiunque bussasse. Furono così accolti soggetti che nessuno, einmal, avrebbe fatto avvicinare non dico a un noviziato, ma nemmeno al parlatorio di un’abbazia. E, pochi decenni dopo, da abati dello spessore umano, spirituale e culturale come Dom Prosper Guéranger e Dom Ildefonso Schuster, o di monaci come Dom Thomas Merton e Dom Jean Leclercq, si è passati ad abati provenienti dal mondo della moda milanese, o a monaci che un serio discernimento vocazionale, condotto secondo i criteri codificati dall’Istruzione del 2005 della Congregazione per l’Educazione Cattolica — che esclude dal seminario e dagli ordini sacri chi presenti «tendenze omosessuali profondamente radicate» — non avrebbe mai fatto arrivare alla professione dei voti monastici. Umso mehr,, se la spocchia non è ammissibile per nessuno all’interno della Chiesa, meno che mai se la dovrebbero permettere le varie congregazioni dell’Ordine Benedettino e dell’Ordine Cistercense che pur di far numero si sono ridotti a raccattare gli elementi che noi sbattiamo fuori dai seminari per motivi gravissimi, principalmente morali.
Un paradigma plastico della caduta del monachesimo occidentale contemporaneo è proprio la sua culla storica: l’Abbazia di Montecassino. Distrutta più volte nella sua storia millenaria — dai Longobardi nel 581, dai Saraceni nell’883, infine rasa al suolo dai bombardamenti alleati il 15 Februar 1944, nel pieno della battaglia che porta il suo nome — e sempre ricostruita, l’abbazia si è ritrovata, in letzter Zeit, con un abate le cui gesta avrebbero fatto impallidire de Sade e Apollinaire. Un caso umiliante e tristissimo nel quale si spazia tra l’uso di sostanze stupefacenti e le prestazioni a pagamento di giovani escort gay, dettagli scabrosi sui quali non ritorniamo tra queste righe, ne scrivemmo nel 2023 e oltre a quanto racchiuso in quel documentato redazionale non c’è altro da aggiungere (vgl.. WHO). Agli inizi della guerra la popolazione monastica di Montecassino composta da monaci sacerdoti, monaci conversi di voti solenni, chierici e novizi, contava circa 100 Menschen. Heute, i monaci residenti tra quella enorme cittadella non giungono neppure a 10. Dopo quindici secoli di storia, diverse distruzioni e varie stagioni di ciclica decadenza, è bastato un singolo abate scellerato per radere completamente al suolo la storia, la cultura e la spiritualità monastica di un’abbazia-simbolo che rinacque persino dai bombardamenti degli alleati americani che con un errore tattico imperdonabile la rasero completamente al suolo, ma non è potuta rinascere dalle gesta di Dom Pietro Vittorelli.
Es war das Jahr 2010 quando durante un diverbio avuto con l’allora Abate Generale dei Cistercensi, Dom Mauro Esteva y Alsina, che mi mancò gravemente di rispetto come uomo italiano e come prete, intimai: «Signor Abate, tu puoi indossare la croce pettorale, l’anello alla mano, usare la mitra e il pastorale durante le sacre liturgie, ma non dimenticare mai il dato di fatto sacramentale, ecclesiale e giuridico: sei soltanto la parodia estetico-liturgica di un vescovo, warum dann, nella realtà, sei null’altro che un prete come me». Fu uno schiaffo morale non indifferente, specie per un catalano, ma del tutto dovuto, perché con buona pace per il benemerito Ordine Cistercense è bene non dimenticare che noi membri del cosiddetto “povero” clero secolare — guardati spesso da certi soggetti con aria di sufficienza — siamo stati fondati da Gesù Cristo durante la celebrazione dell’Ultima Cena, nella quale il Verbo di Dio istituì l’Eucaristia e il Sacerdozio. E alla sua destra e alla sua sinistra non c’erano né Benedetto da Norcia, né Roberto di Molesme, né Bernardo di Chiaravalle, c’erano gli Apostoli, Giuda compreso.
Di fronte allo stato disastroso in cui versa oggi il monachesimo oder das Wenige, was bleibt, sarebbe opportuno togliere agli abati certe maschere episcopali, abolire privilegi anacronistici come le abbazie territoriali, sottoponendoli — come tutti i membri del clero regolare degli altri ordini e congregazioni religiose — all’autorità del vescovo diocesano, secondo le vigenti disposizioni del Codice di Diritto Canonico. È ovvio che i religiosi non debbano rispondere, come ordine storico o come congregazione religiosa al vescovo: hanno le loro regole, costituzioni e carisma religioso riconosciuto e approvato dalla Chiesa. Ma nell’esercizio del ministero sacerdotale nel territorio diocesano, altroché se dovrebbero rispondere al vescovo, senza privilegi ed esenzioni concesse proprio per sottrarli alla sua giurisdizione, dopo avere mascherato un abate da parodia di vescovo e averlo ricoperto di privilegi ed esenzioni con la formula sibillina di «Abbazia immediatamente soggetta alla Santa Sede», che equivale in concreto a dire: avete licenza di fare quel che volete e come meglio volete.
E qui sarebbe bene domandarsi: wenn ein Bischof, in sua qualità di legittimo successore dei Beati Apostoli, governando una diocesi suffraganea è sottoposto nelle circostanze previste alla vigilanza dell’arcivescovo metropolita (vgl.. CIC dürfen. 436 §1, n. 1), nonché obbligato a consultarlo nel caso decidesse di sciogliere il proprio consiglio presbiterale (vgl.. CIC dürfen. 501 §3), è pensabile che un abate residente in quella stessa provincia ecclesiastica, dipenda invece direttamente dalla Santa Sede? Forse sarebbe il caso che qualcuno si facesse una domanda e poi fornisse plausibile risposta, specie in un clima monastico di profondo decadimento spirituale e morale, sebbene il canone reciti:
«La prelatura territoriale, o l’abbazia territoriale, è una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cura della quale viene affidata, per circostanze speciali, ad un Prelato o ad un Abate che la governa a modo di Vescovo diocesano, come suo pastore proprio» (CIC kann. 370).
Certi privilegi si sono mutati col tempo in situazioni assurde, per altri versi ricordano la vicenda della Badessa cistercense di Conversano, abbazia nullius dioecesis, un caso storico penoso noto anche come monstrum Apuliae — di cui già scrisse il nostro redattore canonista (vgl.. WHO) — che per concesso privilegio svolse dal 1266 Al 1810 funzioni di ordinario diocesano con tanto di clero secolare sottoposto alla sua giurisdizione.
La storia che abbiamo ripercorso, da Montecassino a Cîteaux, da Cluny caduta nella stessa commenda che aveva combattuto fino ai chiostri rimpolpati di vocazioni raccogliticce nel secolo scorso, dice una cosa sola con assoluta coerenza: il monachesimo occidentale non è mai morto per mano di un nemico esterno, non per Napoleone, non per le leggi eversive, non per le due guerre mondiali. È sempre risorto da quelle ferite, spesso più vivo di prima. Muore, wenn überhaupt, ogni volta che smette di chiedersi chi accoglie e perché, quando il numero diventa l’unico criterio e la qualità della vocazione l’ultimo. Restituire agli abati la loro misura reale, dentro l’autorità del vescovo diocesano a cui tutti i religiosi sacerdoti già rispondono, non è un affronto alla grandezza di quell’eredità: wenn überhaupt, l’unico modo rimasto per non tradirla del tutto.
Von der Insel Patmos, 29 September 2026
.
.
Die neuesten Bücher von Pater Ariel

Buchladen WHO
.
______________________
Sehr geehrte Leserinnen und Leser, Dieses Magazin erfordert Verwaltungskosten, die wir immer nur mit Ihren kostenlosen Angeboten hatten. Wer unsere apostolische Arbeit unterstützen möchte, kann uns seinen Beitrag bequem und sicher zukommen lassen PayPal indem Sie unten klicken:
Oder wenn Sie bevorzugen, können Sie unsere verwenden Bankkonto im Namen:
Editions Die Insel Patmos
n Agentur. 59 Aus Rom – Vatikan
IBAN: IT74R05034032590000000301118
Für internationale Banküberweisungen:
Kodex SWIFT: BAPPIT21D21
Bei Banküberweisung senden Sie bitte eine E-Mail an die Redaktion,
Die Bank gibt Ihre E-Mail-Adresse nicht an und wir können Ihnen keine Dankesnachricht senden: isoladipatmos@gmail.com
Wir danken Ihnen für die Unterstützung, die Sie unserem apostolischen Dienst anbieten möchten.
Die Väter der Insel Patmos





