Alle porte del Natale è giusto dirlo: Gesù non è mai nato – On the threshold of Christmas, it must be said: Jesus was never born – A las puertas de la Navidad hay que decirlo: Jesús no nació nunca

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ALLE PORTE DEL NATALE È GIUSTO DIRLO: GESÙ NON È MAI NATO

Bisogna ripartire dal mistero del Verbo che si è fatto carne, animati da quella scintilla che fece dire prima a Sant’Agostino, poi a Sant’Anselmo d’Aosta, con parole diverse ma con identica sostanza: «Credo per capire, comprendo per credere». Solo allora comprenderemo davvero il senso della frase decisiva: «E il Verbo si fece carne», quindi perché Gesù, in verità, non sia mai nato.

— Theologica —

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Detta così, la frase suona come una provocazione gratuita, un’affermazione scandalosa, se non addirittura eretica. Tuttavia, se presa sul serio e collocata nel suo corretto orizzonte teologico, non solo è legittima, ma profondamente conforme alla fede della Chiesa. Infatti, se con la parola nascere intendiamo l’inizio dell’esistenza, allora è necessario dirlo senza esitazioni: Gesù non è mai nato. Il Figlio non comincia a essere a Betlemme. Egli è «prima di tutti i secoli», perché «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Il Natale non è la nascita di Dio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». È qui che il linguaggio della fede esige precisione, perché da una parola mal collocata può nascere una fede deformata. E oggi non viviamo più neppure nel pietismo, né in quelle forme di fideismo che nulla hanno a che fare con la fede popolare dei semplici: viviamo piuttosto immersi in un neopaganesimo di ritorno.

Questa precisazione non è un esercizio di finezza terminologica, né una disputa riservata agli specialisti di teologia dogmatica. È una necessità teologica e pastorale. Perché il modo in cui parliamo del mistero di Cristo determina inevitabilmente il modo in cui lo pensiamo; di conseguenza, il modo in cui lo pensiamo finisce per modellare il modo in cui lo crediamo. Quando il linguaggio si fa approssimativo, anche la fede si indebolisce; quando le parole vengono usate senza discernimento, il mistero viene ridotto a racconto edificante o, peggio, a folklore religioso. È proprio per evitare questa deriva che la Chiesa, lungo i secoli, ha vegliato con rigore sulle parole della fede.

È in questo orizzonte che va proclamato, ma prima ancora ascoltato, il Prologo del Vangelo di Giovanni. Opera di una tale densità teologica che più lo si rilegge nel corso degli anni, più si ha l’impressione che l’uomo, in quelle parole, vi abbia messo la mano, ma non l’origine: perché il vero Autore è Dio. L’Evangelista non introduce il Natale con un racconto di nascita, ma con una dichiarazione sull’essere: «In principio era il Verbo». Non dice divenne, non dice cominciò, ma era. Il Logos non entra in scena a Betlemme, non emerge dal grembo del tempo, non appare come una novità tra le altre. Egli è già, prima di ogni principio, prima di ogni storia, prima di ogni creazione, come insegna anche l’Apostolo Paolo quando afferma:

«Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e verso il quale noi siamo, e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose e noi per mezzo di Lui» (1 Cor 8,6).

Tutto ciò che esiste viene all’essere per mezzo di Lui, nulla di ciò che esiste viene all’essere senza di Lui. È la medesima fede che San Paolo esprime con forza nella Lettera ai Colossesi, quando proclama il Figlio come

«immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra […] tutte sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui» (Col 1,15-17).

Solo dopo aver stabilito con chiarezza questa priorità assoluta dell’essere sul tempo, Giovanni osa pronunciare la frase decisiva, che irrompe nel testo come un tuono: «E il Verbo si fece carne».

Non nacque nel senso in cui nasce una creatura che prima non era; si fece carne, cioè assunse pienamente la condizione umana, entrando nel tempo senza cessare di essere eterno. È la stessa verità che Paolo canta nell’inno cristologico ai Filippesi, quando afferma

«Cristo pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

Qui sta il cuore del Natale: non l’inizio di Dio, ma l’ingresso di Dio nella storia; non la nascita del Figlio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno consustanziale al Padre. Ed è per questo che risulta teologicamente legittimo — e persino ragionevole, se si accetta il linguaggio paradossale tipico della Scrittura — affermare, in forma volutamente provocatoria, ricorrendo a quelle iperboli che Gesù stesso usa nelle parabole e che San Paolo, grande retore prima ancora che teologo, adopera con sapienza, che Gesù, in verità, non è mai nato.

Mentre nella nostra Italia — da secoli cattolica più per abitudine sociale che per fede pensata e maturata — cresce il numero dei bambini che i genitori scelgono di non far battezzare; mentre molti giovani ignorano non solo ciò che accadde a Betlemme, ma soprattutto il significato del mistero pasquale, senza il quale lo stesso Natale resta privo di senso; il dibattito religioso sembra talvolta spostarsi su un piano paradossale, con punte non indifferenti di ridicolo. E così, in questo drammatico contesto di analfabetismo dottrinale sempre più diffuso, non mancano voci che invocano con veemenza la proclamazione di nuovi titoli dogmatici, come quello di «Maria corredentrice», spesso agitato più come slogan identitario da gruppi marginali e ideologizzati che come questione realmente fondata nella Tradizione viva della Chiesa.

L’insistenza ciclica sul titolo di «Maria corredentrice» sembra crescere in proporzione inversa alla conoscenza della teologia dogmatica e del Magistero autentico. La Chiesa, che su Maria ha sempre parlato con venerazione e misura, ha costantemente evitato questa espressione, non per timidezza dottrinale ma per elementare igiene teologica. Difendere Maria oscurando l’unicità della Redenzione operata da Cristo non è segno di ardore mariano, bensì di confusione concettuale. Questo è lo spirito che ha animato i recenti interventi del Dicastero per la Dottrina della Fede circa la inopportunità dell’attribuzione di certi titoli alla Beata Vergine (cfr. Mater populi fidelis). Quando però la dogmatica viene trattata come una bevanda devozionale frizzante — da agitare e consumare emotivamente —, quando alcune voci militanti si premurano persino di “correggere” il Magistero della Chiesa (cfr. QUI), il rischio non è più l’eresia formale, che richiede peraltro menti speculative intelligenti, ma qualcosa di più subdolo: la caduta nel ridicolo pseudo-teologico.

È qui che si manifesta una delle grandi contraddizioni del nostro tempo ecclesiale: mentre si smarrisce il contenuto essenziale della fede — l’Incarnazione, la Croce, la Risurrezione — ci si accanisce su formule che pretenderebbero di “difendere” Maria, ma che in realtà rischiano di sottrarre centralità al mistero di Cristo.

Merita ricordare che credere non significa moltiplicare parole, bensì comprenderle e poi usarle in modo adeguato, per ciò che realmente significano. È questa la convinzione che ha guidato anche un mio recente lavoro teologico dedicato al Simbolo di fede niceno-costantinopolitano, il Credo che recitiamo ogni domenica. Il titolo dell’opera — Credo per capire — non è uno slogan, ma un metodo. Solo una fede che accetta di essere pensata può evitare di ridursi a superstizione devota; solo un pensiero che nasce dalla fede può custodire il mistero senza deformarlo e renderlo grottesco.

Da qui bisogna ripartire: dal mistero del Verbo che si è fatto carne, animati da quella scintilla che fece dire prima a Sant’Agostino, poi a Sant’Anselmo d’Aosta, con parole diverse ma con identica sostanza: «Credo per capire, comprendo per credere». Solo allora comprenderemo davvero il senso della frase decisiva: «E il Verbo si fece carne», quindi perché Gesù, in verità, non sia mai nato.

dall’Isola di Patmos, 21 dicembre 2025

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ON THE THRESHOLD OF CHRISTMAS, IT MUST BE SAID: JESUS WAS NEVER BORN

We must begin again from the mystery of the Word who became flesh, animated by that spark which led first Saint Augustine, and then Saint Anselm of Aosta, to say — using different words but with identical substance: «I believe in order to understand; I understand in order to believe». Only then shall we truly grasp the meaning of the decisive sentence: «And the Word became flesh», and thus why Jesus, in truth, was never born.

—Theologica—

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Stated in this way, the sentence sounds like a gratuitous provocation, a scandalous claim, if not downright heretical. And yet, if taken seriously and situated within its proper theological horizon, it proves to be not only legitimate, but profoundly consonant with the faith of the Church. Indeed, if by the word to be born we mean the beginning of existence, then it must be said without hesitation: Jesus was never born. The Son does not begin to be at Bethlehem. He is «before all ages», because He is «God from God, Light from Light, true God from true God». Christmas is not the birth of God, but the Incarnation of the eternal Son, «begotten, not made, consubstantial with the Father». Here the language of faith demands precision, for from a poorly placed word a distorted faith may arise. And today we no longer even live within pietism, nor within those forms of fideism that have nothing to do with the popular faith of the simple; we live immersed in a resurgent neopaganism.

This clarification is not an exercise in terminological subtlety, nor a dispute reserved to specialists in dogmatic theology. It is a theological and pastoral necessity. For the way in which we speak about the mystery of Christ inevitably determines the way in which we think about it, and the way in which we think about it ends up shaping the way in which we believe it. When language becomes approximate, faith too is weakened; when words are used without discernment, the mystery is reduced to an edifying tale or, worse, to religious folklore. It is precisely to avoid this drift that the Church, throughout the centuries, has kept vigilant watch over the words of faith.

It is within this horizon that the Prologue of the Gospel according to John must be proclaimed — and, before that, listened to. A work of such theological density that, the more one rereads it over the years, the more one has the impression that a human hand has contributed to those words, but not their origin: for the true Author is God. The Evangelist does not introduce Christmas with a birth narrative, but with a statement about being: «In the beginning was the Word». He does not say became, he does not say began, but was. The Logos does not enter the scene at Bethlehem, does not emerge from the womb of time, does not appear as one novelty among others. He already is — before every beginning, before every history, before every creation — as the Apostle Paul also teaches when he affirms:

«For us there is one God, the Father, from whom are all things and for whom we exist, and one Lord, Jesus Christ, through whom are all things and through whom we exist» (1 Cor 8:6).

All that exists comes into being through Him, and nothing that exists comes into being without Him. This is the same faith that Saint Paul expresses with force in the Letter to the Colossians, when he proclaims that the Son is

«the image of the invisible God, the firstborn of all creation; for in Him all things were created, in heaven and on earth […] all things were created through Him and for Him. He is before all things, and in Him all things hold together» (Col 1:15–17).

Only after having clearly established this absolute priority of being over time does John dare to pronounce the decisive sentence, which bursts into the text like a thunderclap: «And the Word became flesh».

He was not born in the sense in which a creature is born that previously did not exist; He became flesh — that is, He fully assumed the human condition, entering time without ceasing to be eternal. This is the same truth that Paul sings in the Christological hymn to the Philippians, when he affirms that Christ Jesus

«though He was in the form of God, did not regard equality with God as something to be grasped, but emptied Himself, taking the form of a servant, being made in human likeness» (Phil 2:6–7).

Here lies the heart of Christmas: not the beginning of God, but the entry of God into history; not the birth of the Son, but the Incarnation of the eternal Son. And it is for this reason that it is theologically legitimate — and even reasonable, if one accepts the paradoxical language characteristic of Scripture — to affirm, in a deliberately provocative form, making use of those hyperboles that Jesus Himself employs in the parables and that Saint Paul, a great rhetorician before being a theologian, uses with wisdom, that Jesus, in truth, was never born.

While in our Italy — Catholic for centuries more by social habit than by a faith that is thought through and mature — the number of children whom parents choose not to have baptised continues to grow; while many young people are ignorant not only of what happened at Bethlehem, but above all of the meaning of the Paschal Mystery, without which Christmas itself remains devoid of meaning; religious debate at times seems to shift onto a paradoxical plane, with by no means negligible touches of the ridiculous.

In this dramatic context of increasingly widespread doctrinal illiteracy, there is no shortage of voices that vehemently call for the proclamation of new dogmatic titles, such as that of «Mary Co-Redemptrix», often brandished more as an identity slogan by marginal and ideologised groups than as a question genuinely grounded in the living Tradition of the Church. The recurring insistence on the title «Mary Co-Redemptrix» seems to grow in inverse proportion to the knowledge of dogmatic theology and of the authentic Magisterium. The Church, which has always spoken of Mary with veneration and measure, has consistently avoided this expression — not out of doctrinal timidity, but out of elementary theological hygiene. To defend Mary by obscuring the uniqueness of the Redemption accomplished by Christ is not a sign of Marian ardour, but of conceptual confusion. This is the spirit that has inspired the recent interventions of the Dicastery for the Doctrine of the Faith regarding the inappropriateness of attributing certain titles to the Blessed Virgin (cf. Mater populi fidelis). When, however, dogmatics is treated like a fizzy devotional beverage — to be shaken and consumed emotionally — when certain militant voices even presume to “correct” the Magisterium of the Church, the risk is no longer formal heresy, which in any case requires intelligent speculative minds, but something more insidious: pseudo-theological ridicule.

Here one of the great contradictions of our ecclesial time becomes manifest: while the essential content of the faith — the Incarnation, the Cross, the Resurrection — is being lost, there is a frantic insistence on formulas that claim to “defend” Mary, but in reality risk subtracting centrality from the mystery of Christ. It is worth recalling that to believe does not mean to multiply words, but to understand them and then to use them appropriately, according to what they truly signify. This conviction has also guided a recent theological work of mine devoted to the Niceno-Constantinopolitan Symbol of Faith, the Creed that we recite every Sunday. The title of the work — Credo to Understand — is not a slogan, but a method. Only a faith that accepts being thought through can avoid being reduced to devout superstition; only a thought that is born from faith can safeguard the mystery without deforming it and rendering it grotesque.

From here we must begin again: from the mystery of the Word who became flesh, animated by that spark which led first Saint Augustine, and then Saint Anselm of Aosta, to say — using different words but with identical substance: «I believe in order to understand; I understand in order to believe». Only then shall we truly grasp the meaning of the decisive sentence: «And the Word became flesh», and thus why Jesus, in truth, was never born.

From L’Isola di Patmos, 21 December 2025

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A LAS PUERTAS DE LA NAVIDAD HAY QUE DECIRLO: JESÚS NO NACIÓ NUNCA

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

— Theologica—

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Dicha así, la frase suena como una provocación gratuita, una afirmación escandalosa, si no abiertamente herética. Sin embargo, si se toma en serio y se sitúa en su correcto horizonte teológico, resulta no solo legítima, sino profundamente conforme con la fe de la Iglesia. En efecto, si por la palabra nacer entendemos el inicio de la existencia, entonces es necesario decirlo sin vacilaciones: Jesús no nació nunca. El Hijo no comienza a existir en Belén. Él es «antes de todos los siglos», porque es «Dios de Dios, Luz de Luz, Dios verdadero de Dios verdadero». La Navidad no es el nacimiento de Dios, sino la Encarnación del Hijo eterno, «engendrado, no creado, de la misma naturaleza del Padre». Aquí el lenguaje de la fe exige precisión, porque de una palabra mal colocada puede nacer una fe deformada. Y hoy ya no vivimos ni siquiera en el pietismo, ni en aquellas formas de fideísmo que nada tienen que ver con la fe popular de los sencillos: vivimos inmersos en un neopaganismo de retorno.

Esta precisión no es un ejercicio de sutileza terminológica, ni una disputa reservada a especialistas en teología dogmática. Es una necesidad teológica y pastoral. Porque el modo en que hablamos del misterio de Cristo determina inevitablemente el modo en que lo pensamos y, en consecuencia, el modo en que lo pensamos termina por modelar el modo en que lo creemos. Cuando el lenguaje se vuelve aproximado, también la fe se debilita; cuando las palabras se usan sin discernimiento, el misterio se reduce a un relato edificante o, peor aún, a folklore religioso. Precisamente para evitar esta deriva la Iglesia, a lo largo de los siglos, ha vigilado con rigor las palabras de la fe.

Es en este horizonte donde debe proclamarse — y antes aún, escucharse — el Prólogo del Evangelio según san Juan. Una obra de tal densidad teológica que, cuanto más se la relee a lo largo de los años, más se tiene la impresión de que el hombre, en esas palabras, ha puesto la mano, pero no el origen: porque el verdadero Autor es Dios. El evangelista no introduce la Navidad con un relato de nacimiento, sino con una afirmación sobre el ser: «En el principio existía el Verbo». No dice llegó a ser, no dice comenzó, sino existía. El Logos no entra en escena en Belén, no emerge del seno del tiempo, no aparece como una novedad entre otras. Él es ya, antes de todo principio, antes de toda historia, antes de toda creación, como enseña también el apóstol Pablo cuando afirma:

«Para nosotros hay un solo Dios, el Padre, de quien procede todo y hacia quien vamos, y un solo Señor, Jesucristo, por medio del cual existe todo y nosotros por medio de Él» (1 Co 8,6).

Todo lo que existe llega al ser por medio de Él, y nada de lo que existe llega al ser sin Él. Es la misma fe que Pablo expresa con fuerza en la Carta a los Colosenses, cuando proclama que el Hijo es «imagen del Dios invisible, primogénito de toda la creación, porque en Él fueron creadas todas las cosas, las del cielo y las de la tierra […] todo fue creado por medio de Él y para Él. Él es antes de todas las cosas y todas subsisten en Él» (Col 1,15-17). Solo después de haber establecido con claridad esta prioridad absoluta del ser sobre el tiempo, Juan se atreve a pronunciar la frase decisiva, que irrumpe en el texto como un trueno: «Y el Verbo se hizo carne».

No nació en el sentido en que nace una criatura que antes no existía; se hizo carne, es decir, asumió plenamente la condición humana, entrando en el tiempo sin dejar de ser eterno. Es la misma verdad que Pablo canta en el himno cristológico a los Filipenses, cuando afirma que Cristo Jesús, «siendo de condición divina, no consideró como presa el ser igual a Dios, sino que se despojó de sí mismo, tomando condición de siervo, haciéndose semejante a los hombres» (Flp 2,6-7).

Aquí está el corazón de la Navidad: no el inicio de Dios, sino la entrada de Dios en la historia; no el nacimiento del Hijo, sino la Encarnación del Hijo eterno. Y por eso resulta teológicamente legítimo —e incluso razonable, si se acepta el lenguaje paradójico propio de la Escritura— afirmar, de forma deliberadamente provocadora, recurriendo a aquellas hipérboles que el mismo Jesús utiliza en las parábolas y que san Pablo, gran retórico antes aún que teólogo, emplea con sabiduría, que Jesús, en verdad, no nació nunca.

Mientras en nuestra Italia — católica desde hace siglos más por hábito social que por una fe pensada y madurada — crece el número de niños a los que los padres deciden no bautizar; mientras muchos jóvenes ignoran no solo lo que sucedió en Belén, sino sobre todo el significado del misterio pascual, sin el cual la misma Navidad queda privada de sentido; el debate religioso parece desplazarse en ocasiones a un plano paradójico, con no pocos rasgos de ridículo.

En este dramático contexto de analfabetismo doctrinal cada vez más extendido, no faltan voces que invocan con vehemencia la proclamación de nuevos títulos dogmáticos, como el de «María corredentora», agitado a menudo más como eslogan identitario por grupos marginales e ideologizados que como una cuestión verdaderamente fundada en la Tradición viva de la Iglesia. La insistencia cíclica en el título de «María corredentora» parece crecer en proporción inversa al conocimiento de la teología dogmática y del Magisterio auténtico. La Iglesia, que siempre ha hablado de María con veneración y medida, ha evitado constantemente esta expresión, no por timidez doctrinal, sino por una elemental higiene teológica. Defender a María oscureciendo la unicidad de la Redención realizada por Cristo no es signo de ardor mariano, sino de confusión conceptual. Este es el espíritu que ha animado las recientes intervenciones del Dicasterio para la Doctrina de la Fe acerca de la inoportunidad de atribuir ciertos títulos a la Bienaventurada Virgen (cf. Mater populi fidelis). Cuando la dogmática se trata como una bebida devocional gaseosa — para agitar y consumir emotivamente —, cuando algunas voces militantes llegan incluso a “corregir” el Magisterio de la Iglesia, el riesgo ya no es la herejía formal, que por lo demás requiere mentes especulativas inteligentes, sino algo más sutil: el ridículo pseudo-teológico.

Aquí se manifiesta una de las grandes contradicciones de nuestro tiempo eclesial: mientras se pierde el contenido esencial de la fe — la Encarnación, la Cruz, la Resurrección —, se insiste frenéticamente en fórmulas que pretenderían “defender” a María, pero que en realidad corren el riesgo de sustraer centralidad al misterio de Cristo. Conviene recordar que creer no significa multiplicar palabras, sino comprenderlas y luego usarlas de modo adecuado, según lo que realmente significan. Esta es la convicción que ha guiado también un reciente trabajo teológico mío dedicado al Símbolo de la fe niceno-constantinopolitano, el Credo que recitamos cada domingo. El título de la obra — Creo para entender — no es un eslogan, sino un método. Solo una fe que acepta ser pensada puede evitar reducirse a superstición devota; solo un pensamiento que nace de la fe puede custodiar el misterio sin deformarlo y volverlo grotesco.

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

Desde L’Isola di Patmos, 21 de diciembre de 2025

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