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«Ogni maledetta domenica». Scaliamo le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta, per poter vincere così la più ardua di tutte le partite della vita

10 Novembre 2019/2 Commenti/in Omiletica/da Padre Gabriele

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

«OGNI MALEDETTA DOMENICA». SCALIAMO LE PARETI DELL’INFERNO UN CENTIMETRO ALLA VOLTA, PER POTER VINCERE COSÌ LA PIÙ ARDUA DI TUTTE LE PARTITE DELLA VITA 

Al Pacino interpreta l’allenatore di una squadra di football americano; prima di una partita difficilissima li sprona con un discorso bellissimo. In questo lungo discorso, invita i giocatori a scalare le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta. Cioè a vincere la partita più ardua. Per riuscire nell’intento, li esorta a fare gioco di squadra: perché da soli non possono vincere. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

Locandina del film

le Letture di questa XXXII domenica del tempo ordinario [vedere Liturgia della Parola QUI], mi ricorda un bellissimo film sullo sport, intitolato Ogni maledetta domenica. Al Pacino interpreta l’allenatore di una squadra di football americano; prima di una partita difficilissima sprona i giocatori con un discorso bellissimo. In questo lungo discorso li invita a scalare le pareti dell’Inferno un centimetro alla volta, cioè a vincere la partita più ardua. Per riuscire nell’intento, li esorta a fare gioco di squadra: perché da soli non possono vincere. Nessuno può vincere solo.

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Questo esempio filmico introduce il tema di oggi. Nessuno vince da solo, nessuno si redime da solo. Concetto questo al quale ci introduce la lettura vetero testamentaria nella quale leggiamo:

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«È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita» [2Mac 7,1-2.9-14].

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Questo brano ci mostra la tenacia e la fedeltà dei fratelli Maccabei, che insieme resistono all’oppressione pagana, negando di cibarsi di pietanze proibite agli israeliti e così rendersi impuri davanti a Dio. Ecco che c’è il desiderio di rimanere santi e uniti a Dio. Notiamo che è ogni fratello parla a nome di tutti. I maccabei, con l’idea stessa di resurrezione delle membra, scandalizzano i greci, per i quali la carne è prigione del corpo e deve morire. Insieme, non solo non hanno paura di dire la verità, ma anche di morire per risorgere. Ciò indica anche una grande compattezza nel gruppo. Questa forza è moltiplicata da una comunione l’uno con l’altro e con Dio. Da ciò ci sembra giusto dire che si: verso la resurrezione si va con gli altri, mediante un cammino comunionale e comunitario nella verità.

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Per noi questo ci deve aiutare a generare legami di comunione. Uniti, con la fede in Gesù Cristo. Perché dove noi siamo riuniti nel suo nome, Lui è fra noi. Questo ricordiamolo anche nelle attività di difesa e protezione della vita, che non è un bene disponibile nelle mani dell’uomo. Allo stesso tempo allontaniamo le divisioni e generiamo quella comunione che porta alla resurrezione, come ascoltiamo nella lettura del Santo Vangelo lucano:

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«Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» [Lc 20,27-38].

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Precedentemente Gesù ha spiegato che in Paradiso nulla appartiene a nessuno. La moglie vedova non sarà di nessuno dei diversi fratelli. E Cristo sarà con tutti noi, distinti da Lui, uniti con la Trinità in Lui. Questa unione tramite la vita eterna avviene tramite la resurrezione di cui Gesù è strumento. Così va inteso quel “per lui”: Gesù dona la salvezza perché Essendo il capo del corpo mistico trasmette la salvezza alle membra: cioè a noi tutti. Questa apertura alla salvezza avviene con una certezza: che la resurrezione non si attende in modo passivo ma mediante la vita di fede. Proprio perché il collante è e sarà Lui e lui è il centro della fede e dell’essere operativi tramite essa.

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Scrive allora San Paolo nella seconda lettura:

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«Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi» [2Ts 2,16-3,5].

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Paolo che scrive a una comunità, chiede a questa comunità di pregare per un’altra comunità, richiamando in tal senso il concetto di koinonia [dal greco: comunione]. E chiede di pregare perché la Parola si diffonda e affinché siano liberati dal male fondamentalmente. Questa liberazione avviene tramite l’unione dei cuori e nella corsa e glorificazione della parola del Signore. Dunque si corre tutte insieme, verso la vita eterna e glorificando il Signore nella vita morale delle virtù, nell’esercizio della carità e specialmente pregando e meditando la parola di Dio. Anche per noi, questo è un invito fortissimo a tornare su qualche versetto della parola di Dio ogni giorno, ruminarlo di continuo perché si generi una meditazione continua con il Dio Logos. Il sostegno reciproco nella Sua parola è mezzo necessario ed efficace, insieme ai sacramenti.

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Chiediamo al Signore ogni giorno la sua grazia ed essa unita alla nostra libertà, alla nostra unicità e sacralità possa renderci fiammelle unite nella luce di Cristo per il mondo caduto nel buio fitto della cultura della morte.

Così sia.

Roma, 10 novembre 2019

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Quel modello di coerenza comunista di Vauro Senesi al quale ho narrato: «Prima io avrei protetto i comunisti ricercati dai fascisti, poi i fascisti ricercati dai comunisti»

10 Novembre 2019/18 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
— attualità ecclesiale —

QUEL MODELLO DI COERENZA COMUNISTA DI VAURO SENESI AL QUALE HO NARRATO: «PRIMA IO AVREI PROTETTO I COMUNISTI RICERCATI DAI FASCISTI, POI I FASCISTI RICERCATI DAI COMUNISTI»

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A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione di Dritto e Rovescio ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita». Restano quindi incomprensibili quanto insussistenti, le polemiche montate su Paolo Del Debbio e la conduzione stessa del programma.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il vignettista satirico Vauro Senesi [per vedere il programma cliccare sull’immagine: 01:30]

Il celebre vignettista satirico Vauro e io non siamo intimoriti – anzi purtroppo non lo siamo proprio – dalle vignette stampate sopra i pacchetti di sigarette dai terroristi psicologici, che richiamano patologie tumorali e cardiovascolari, sino alle minacce urologiche: «Il fumo causa impotenza». Così, con Giuseppe Cruciani amante del sigaro ci siamo trovati un quieto angolo fuori dallo studio 11 della cittadella di Mediaset di Cologno Monzese per andare a fumare prima e dopo le dirette di Dritto e Rovescio.

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Padre Ariel S. Levi di Gualdo nella seconda parte della serata [per vedere la puntata cliccare sull’immagine a partire dalla seconda ora: 02:06]

Io andavo in onda nella seconda serata conclusiva e non ero in studio con Vauro, quando si è verificato il tafferuglio tra lui e un certo Brasile, carnevalesco borgataro il cui cervello pare sia al di sotto di quello dell’uomo e poco sopra quello della scimmia. Soggetti simili a una diretta sono sempre rischiosi, avendo la propensione a emettere rumori dalla bocca sotto forma di parole senza prima avere attivato il poco cervello che hanno. E siccome Brasile non parla né ragiona ma emette suoni sconnessi, ha finito con l’esprimersi male con la giornalista Francesca Fagnani presente in studio, alla quale ha detto «vieni (in borgata) che te lo faccio vedere io». Vauro ha dato così in escandescenze, all’incirca come detti in escandescenze io quando nella precedente puntata di giovedì 31 ottobre mi ritrovai dinanzi a degli “ex” sacerdoti cattolici che costituivano casi molto rari e al di là di ogni limite, non solo e non tanto perché omosessuali dichiarati, ma perché “felicemente” sposati con uomini.

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Le polemiche che dal giorno successivo sono state scatenate su Paolo Del Debbio che conduce il programma non stanno né in cielo né in terra. La registrazione televisiva è un documento che non lascia spazio a ragionevoli dubbi, circa il modo ineccepibile in cui egli ha condotto e gestito il tutto, credo proprio nel migliore dei modi.

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il dibattito tra la giornalista Francesca Fagnani e il borgataro Brasile

Ho sempre mal giudicato il nostro Paese che a distanza di otto decenni seguita a parlare di Fascismo e di anti-fascismo. Ciò impedisce di fare analisi lucide sul ventennio fascista, inserito in una storia europea molto complessa. Per analizzare il Fascismo italiano e il diverso fenomeno politico del Nazismo tedesco bisognerebbe partire dal periodo che precede la Prima Guerra Mondiale e analizzare poi quel che lo segue. Infatti, i presupposti per la nascita di quello che sarà il fenomeno diabolico del Nazismo, furono creati a Versailles al tavolo delle trattative di pace al termine della Prima Guerra Mondiale, dal quale la fiera e pericolosa Germania fu fatta alzare in piedi e liquidata in maniera a dir poco umiliante.

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il borgataro Brasile

Ritengo che parlare di nazi-fascismo sia scorretto come lo sarebbe abbinare Comunismo marxista e Liberal capitalismo. Si tratta di movimenti politici nati in tempi vicini ma diversi da popoli connotati da psicologie parecchio dissimili che producono storie distinte. Fascismo e Nazismo hanno in comune solo una cosa: sono movimenti popolari ispirati al Socialismo, si direbbe oggi movimenti di sinistra.

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Vauro e il borgataro Brasile

Reputo anacronistico che dei ventenni digiuni di storia parlino di Fascismo, anti-fascismo e lotte partigiane come fossimo nei giorni successivi al 25 luglio 1943. Esperienza che ho fatto anch’io in passato studiando in due università italiane a forte presenza comunista. Ricordo anche una disputa che sfiorò la rissa, quando discutendo su questioni di carattere storico-giuridico, uno studente tentò di togliermi parola strillandomi “fascista!”. Ebbene, posto che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri, meno che mai dei nonni, dinanzi a tutti gli ricordai che suo nonno fu il podestà fascista di quella città e, mentre il suo avo ed i suoi sodali in camicia nera manganellavano i dissidenti al canto Duce, Duce, i miei erano tra i manganellati, non tra i manganellatori, avanti a tutti il mio bisnonno, condannato all’esilio nel 1927 dopo la promulgazione delle leggi fascistissime. Pertanto, una rappacificazione tra gli animi dei contemporanei e un sapiente procedere oltre senza rimanere imprigionati nel passato, sarebbe utile a molti, specie a certi italiani che potrebbero trovarsi costretti ad ammettere il genere di antenati che hanno avuto nei loro alberi genealogici, o in caso contrario sentirseli ricordare dai loro interlocutori. Meglio quindi lasciar riposare in pace fascisti e anti-fascisti, evitando in tal senso non pochi imbarazzi.

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il conduttore del programma Paolo Del Debbio riaccompagna Vauro al proprio posto

Nel corso del tempo ho mutato in parte opinione. Come dicevo infatti a Vauro durante le sigarette fuori onda: «Mi rendo conto che quando gli italiani cominciano ad avvertire paura, tendono a spostarsi verso le destre radicali. In parte perché hanno bisogno di sicurezze, in parte perché sperano che una figura forte dia loro quelle sicurezze che non riescono a trovare in sé stessi, mutandole poi nella forza di una sicurezza collettiva».

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La storia non è un’opinione, con buona pace di chi oggi vorrebbe riscrivere il passato a proprio ideologico uso e consumo presente. Sicché è necessario partire da un dato di fatto che nessuno può smentire: il Fascismo in Italia, il Nazismo in Germania, nascono dalla libera e determinata volontà degli elettori che si espressero attraverso le elezioni, non sono frutto di una rivoluzione, come avvenne nell’ex Impero Russo nel 1917. Poi, Fascismo e Nazismo, avuto il voto degli elettori attraverso il meccanismo delle libere elezioni, hanno fatto del suffragio popolare quel che sappiamo e ciò che di criminoso la storia documenta.

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il borgataro Brasile

Ponendo il tutto in questi termini comprendo i timori di Vauro, che a otto decenni dalla sua caduta parla di Fascismo e anti-fascismo mosso da una sua logica alla quale unisce un timore motivato dalla consapevolezza che le popolazioni d’Europa, quando si sentono insicure, tendono ad appoggiare certi movimenti o partiti. Questo nasce però a monte dalla incapacità dei partiti e dei governi liberali o socialisti di dare garanzie e sicurezze ai cittadini, proprio come accadde in Italia nel 1919 e nella Germania agli inizi del 1930.

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Vauro Senesi è un uomo sincero dotato di una qualità che nel nostro Paese di camaleonti e trasformisti è da sempre merce rara, oggi in modo particolare: la coerenza. Vauro merita stima e apprezzamento, perché è nato comunista ed ha vissuto la propria vita credendo negli ideali del Comunismo. E con sincera passione ti spiega perché a suo parere ritiene che tutt’oggi valga sempre la pena essere comunista.

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Lapide commemorativa dei dodici monaci certosini trucidati dai nazisti nel settembre 1944 alla Certosa di Farneta nella lucchesia

Beninteso sia: nel panorama europeo i comunisti italiani hanno avuto sempre precise connotazioni in rapporto alla cultura cattolica e al Cattolicesimo presente nel nostro Paese. Se infatti in Italia, specie nelle “regioni rosse”, i comunisti non avessero portato i figli a battezzare e non li avessero mandati al catechismo, negli asili delle suore e non pochi anche nelle scuole cattoliche, buona parte delle nostre istituzioni nelle zone del Lazio, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna avrebbero potuto chiuder battenti. Io stesso, come tosco-romano nato nella bassa Maremma toscana da famiglia romana e vissuto tra Roma e le zone del grossetano, sono stato testimone e spettatore di episodi a volte esilaranti. Ricordo in modo sempre vivo quando un mio compagno di scuola, nel lontano 1976, mentre dallo stabile scolastico andavamo presso la vicina palestra toccò ferro e fece le corna al passaggio di un anziano sacerdote vestito con la sua veste nera e il saturno in testa. Era il figlio del responsabile di una popolosa sezione del Partito Comunista Italiano. Nel pomeriggio del giorno stesso suo padre, tenendolo per un braccio e mollandogli un calcio ogni dieci metri in modo ritmato e sincronizzato, lo portò presso gli alloggi del clero adiacenti la chiesa cattedrale, dove quest’anziano viveva, affinché domandasse scusa per il gesto irriverente compiuto verso il sacerdote. E qui va spiegato che quell’anziano sacerdote rischiò di essere fucilato dai tedeschi nel 1944 per aver prima nascosto, poi favorita la fuga di un gruppo di partigiani comunisti. E sarebbe stato fucilato sicuramente, se i due ufficiali al comando fossero stati protestanti affetti da antica romanofobia luterana, anziché bavaresi di religione cattolica che cedettero alle insistenti richieste del vescovo che in tono imperioso si presentò al comando dicendo: «Se prendete il mio prete, dovete prendere anche me con lui».

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monumento al presbitero lucchese Aldo Mei, ucciso dai nazisti all’età di 32 anni nel 1944 [vedere servizio QUI].

Nella stessa Italia dove oggi si parla perlopiù di preti pedofili e di preti gay, dei vari Don Euro purtroppo reali ed esistenti, di preti viziosi pizzicati nelle saune gay e via dicendo, quanti sono stati i preti italiani insigniti nel dopoguerra di alte onorificenze al valore civile per avere salvato persino intere popolazioni, durante l’occupazione tedesca del 1944? Paolo Del Debbio che è lucchese conosce certamente la vicenda del suo concittadino medaglia d’oro alla memoria al valore civile, Aldo Mei, un giovane sacerdote di trentadue anni al quale le S.S. fecero scavare la fossa sotto le mura di cinta della Città e poi lo fucilarono. Sempre nella lucchesia un plotone di esecuzione delle S.S. fucilò nel settembre del 1944 tutti i monaci certosini della Certosa di Farneta, colpevoli d’aver dato asilo e rifugio a partigiani. Limitatamente alla sola Toscana presa come esempio tra queste righe, ricordiamo che tra il 1943 e il 1946 sono stati uccisi 75 membri del clero secolare e regolare [si rimanda a questo servizio, QUI]. Nella sola Diocesi di Arezzo furono 34 i membri del clero secolare e regolare che persero la vita tra il 1943 e il 1946 [si rimanda a questo servizio, QUI]. Complessivamente, in tutta Italia, i preti che hanno seguito le stesse sorti nel corso di quegli anni ammontano a circa 480.

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un gruppo di sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti tra il 1944 e il 1946 nella Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla

In certi contesti il prete diviene non solo una figura particolare, bensì figura ad alto rischio, perché non appartiene a una corrente o ideologia, men che mai al gruppo dei vincitori che si accaniscono sugli aguzzini finiti sconfitti. Il prete appartiene alla Chiesa madre e mediatrice di tutte le grazie, con una conseguenza paradossale: prima i preti sono stati bastonati dai fascisti per avere protetto i comunisti ricercati, poi fucilati nel triangolo rosso dell’Emilia Romagna dai comunisti per avere protetto i fascisti ricercati. Per il prete esiste l’uomo inteso come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio. Nessuno di noi, dinanzi ad una vita umana in pericolo domanda l’appartenenza politica, previa sentenza data sulla appartenenza alla ideologia giusta o a quella sbagliata, perché dare patenti di morti giusti e morti ingiusti, di assassini buoni e assassini cattivi è molto difficile, oltre che parecchio pericoloso. Possiamo parlare di guerra giusta in quanto difensiva e di guerra ingiusta in quanto offensiva e aggressiva. Possiamo fare le dovute distinzioni tra la morte di esseri umani caduti durante azioni di legittima difesa, dove non era proprio possibile fare altrimenti, da quelle che sono state invece le uccisioni e le stragi compiute per inutile vendetta. Tra queste ultime rimangono particolarmente gravi quelle perpetrate dalle S.S. a danno delle vite di civili inermi, di cui rimane paradigma l’eccidio delle Fosse Ardeatine alla periferia di Roma, dove fu applicata la logica: dieci italiani uccisi per ogni tedesco morto. A siffatto scopo criminale furono rastrellati per le strade dei passanti a caso, poi uccisi. Oltre alle Fosse Ardeatine esistono però anche le Foibe di Istria e della Dalmazia, dove con ferocia non minore i partigiani comunisti uccisero dei civili inermi.

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nel ferrarese, nella cittadina di Argenta, il sacerdote Giovanni Minzoni fu il primo sacerdote ucciso dagli squadristi fascisti a bastonate nel 1923

Vauro possiede intelligenza e umana sensibilità per capire questo, perché è uomo storicamente colto e sa che negli stabili ecclesiastici furono nascosti i partigiani comunisti ricercati, allo stesso modo in cui furono nascosti anni dopo, negli stessi stabili, i fascisti in fuga dai partigiani comunisti. E quando le cose sono andate male, i preti sono stati uccisi a bastonate dai fascisti, poi fucilati dai nazisti, ed a seguire assassinati dai partigiani rossi. Nei conflitti bellici, soprattutto nelle guerre civili, la posizione della Chiesa e del clero è sempre difficile e ad alto rischio.

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Nella trasmissione di giovedì 7 novembre Vauro ha agito e reagito con la passione del comunista che per tutta la vita ha creduto in un ideale che per molti altri può essere opinabile e contestabile da un punto di vista storico e politico, ma senza nulla togliere alla buona fede, alla qualità umana e alla coerenza della persona che crede veramente e lealmente in ciò che crede.

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busto in onore del sacerdote Pasquino Borghi, fucilato dai fascisti nel 1944

A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita» [cf. Lc 23, 39-43].

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In un modo o nell’altro la coerenza paga sempre, perché da sempre Dio è molto misericordioso verso chi ha errato in buona fede animato da sincera coerenza, molto severo sarà invece con tutti coloro che, come cortigiane impenitenti, hanno trascorsa la vita a saltare da un letto a un altro, cercando di volta in volta dei clienti paganti sempre più ricchi e generosi. Nessuno può imputare nulla del genere a Vauro Senesi, né a Giuseppe Cruciani, due persone leali e coerenti. Da sempre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore, verso il quale è da sempre accogliente, anche perché in caso contrario tradirebbe la missione che Cristo Dio le ha affidata tra gli uomini e per la salvezza degli uomini.

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dall’Isola di Patmos, 9 novembre 2019

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I Padri dell’Isola di Patmos

 



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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come  «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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