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«Delle cinque piaghe della Chiesa»: dai testi profetici di Antonio Rosmini sino alla «Chiesa in uscita», spopolata sempre di più da una emorragia di fedeli in … uscita dalla Chiesa

10 Ottobre 2019/2 Commenti/in Attualità/da administrator
— dalla cella del Monaco Eremita —

«DELLE CINQUE PIAGHE DELLA CHIESA»: DAI TESTI PROFETICI DI ANTONIO ROSMINI SINO ALLA «CHIESA IN USCITA», SPOPOLATA SEMPRE DI PIÙ DA UNA EMORRAGIA DI FEDELI IN … USCITA DALLA CHIESA

Con Giovanni Paolo II tutti a dire: “Nuova evangelizzazione”, sotto Benedetto XVI erano in voga i “progetti culturali”, con Francesco I, tutti a cantare in coro “Chiesa in uscita”. Nella pratica tutto prosegue immutato, salvo qualche ammennicolo di apparenza. Forse però l’ultimo motto è il più veritiero e profetico, magari invertendo però i termini: in uscita dalla Chiesa …

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Autore
Il Monaco Eremita

   

[chi è il Monaco eremita, vedere QUI]

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PDF  articolo formato stampa

 

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ritratto del Beato Antonio Rosmini [Rovereto 1797 – Stresa 1855]

Uno dei testi più citati del Beato Antonio Rosmini [1797-1855], anche se non si sa poi quanto davvero letto, è certamente il famoso Delle cinque piaghe della Santa Chiesa che reca come significativo sottotitolo Trattato dedicato al clero cattolico, scritto tra il 1832 e il 1833 e pubblicato solo nel 1848.

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Il Roveretano si era ispirato nell’identificare le piaghe che colpivano la Chiesa ― non nei contenuti ma nella similitudine ― al discorso di apertura del I Concilio di Lione (1245) tenuto da Papa Innocenzo IV; il pontefice esprimeva ciò che egli definiva «il dolore del Papa», che consisteva in cinque piaghe che affliggevano il corpo di Cristo che è la Chiesa. Queste piaghe erano così individuate:

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la corruzione della fede e dei costumi;

il mancato recupero della Terra santa;

lo scisma della chiesa orientale;

il pericolo dei Tartari;

il contrasto con l’imperatore Federico II.

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Questo è il breve antefatto che prepara la riflessione di Rosmini che segnala quelle che ritiene le nuove piaghe della Chiesa:

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la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto;

la insufficiente educazione del clero;

la disunione dei vescovi;

la nomina de’ vescovi abbandonata al potere laicale;

la servitù dei beni ecclesiastici.

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Se al tempo di Rosmini occorreva certamente un grande coraggio per proporre una riforma della Chiesa, oggi servirebbe un notevole spirito di profezia per tentare di realizzare una vera riforma ― in senso etimologico: riportare alla forma propria ― della Chiesa. Sicché viene un po’ da sorridere notando che un testo come Le Cinque Piaghe rosminiane, sia stato doppiamente neutralizzato dagli apparati ecclesiastici: prima mettendolo all’Indice e in seguito esaltandolo, nonostante che, in realtà, si sia realizzata che una piccola parte del programma di riforma del filosofo Roveretano; si cita con frequenza la prima piaga, cioè la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto, per esaltare l’introduzione delle lingue nazionali nella riforma liturgica promulgata da Paolo VI, senza però sottolineare il maggiore clerico-centrismo che si è prodotto negli ultimi decenni e soprattutto senza entrare nel merito delle altre piaghe, ben più difficili da curarsi.

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Come Rosmini anch’io «posi mano a scrivere […] a sfogo dell’animo mio addolorato». Se già il Roveretano si chiedeva se avesse il diritto di scrivere le sue riflessioni sui mali della Chiesa, tanto più devo chiedermelo io, che sono un Sacerdote dedito alla vita eremitica, decisamente meno incamminato sulla via della santità, per quanto alla ricerca della santità attraverso la preghiera e lo studio nel totale ritiro dal mondo. Ma se egli trovava infine risposta positiva, tanto più oggi, dopo le dichiarazioni e lo spirito del Concilio Vaticano II, il dialogo, il confronto, il pluralismo tanto invocati, mi sento autorizzato a mettere per iscritto i miei pensieri. Potremmo così aggiornare le piaghe rosminiane, applicate all’attuale situazione, per lo meno a quella in Italia:

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la scomparsa del popolo dal pubblico culto;

la insufficienza del clero e la sua scarsa preparazione;

il neoclericalismo;

la confusione dei vescovi;

la servitù delle strutture ecclesiastiche.

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LA SCOMPARSA DEL POPOLO DAL PUBBLICO CULTO E LA RAREFAZIONE DEL PUBBLICO CULTO

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone [servizio e video, QUI]

La riflessione si articola attorno a due punti: il vistoso calo della frequenza alle sacre celebrazioni liturgiche e la contrazione numerica delle celebrazioni stesse. La promessa di una primavera nella Chiesa a seguito del Concilio Vaticano II attende ancora segnali di avvicinamento. Il vero e proprio crollo numerico dei partecipanti alla Messa festiva è più che evidente: si è passati da percentuali del 70-80% negli anni ’50 ad un attuale 10-12%, per la maggioranza anziani, perché le quote di partecipazione giovanili si riducono a un 2-3%. Numeri in verità abbondanti, in quanto in certe regioni si è ampiamente al di sotto di tali cifre. Naturalmente si sono sprecate le considerazioni sul fatto che coloro che partecipano adesso sono più «consapevoli», hanno una «fede più adulta», «non obbediscono solamente a un precetto» e via di questo passo, ma ― a parte il fatto che non so quanto di ciò sia vero ― il dato numerico resta fortemente preoccupante. O per lo meno dovrebbe essere preoccupante, perché in realtà tra i mille e mille sovrabbondati documenti e pleonastici interventi ecclesiastici  — a tutti i livelli — ciò non sembra attirare molto l’attenzione. Siamo infatti dinanzi a una emorragia costante, senza che nessun pastore ― o ben pochi ―, abbiamo per lo meno alzato la voce della preghiera e del salutare richiamo.

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«La liturgia è passata al popolo» intitolava qualche tempo fa un giornale cattolico, «ma non ha trovato più nessuno», verrebbe da aggiungere. Il popolo sembra apparire solamente in taluni eventi di massa ― dai dubbi effetti evangelizzanti, se non forse per una certa positiva carica psicologica che ne può derivare ― o in certi santuari ove ancora accorrono delle folle, ma anche qui si registrano cali. Per il resto, il popolo, è veramente ridotto a pochi e sparsi brandelli, che devono coinvolgere territori sempre più ampi per poter arrivare a numeri significativi, ma percentualmente quasi nulli.

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In seguito a ciò sono vistosamente calate non solo il numero delle celebrazioni, ma anche la varietà delle celebrazioni. Praticamente sono quasi scomparse tutte le funzioni che non siano la Santa Messa; la Liturgia delle Ore pressoché scomparsa, così come quasi ogni altra forma di preghiera pubblica; persino altri Sacramenti hanno bisogno della stampella della Santa Messa per stare in piedi? Le chiese, oltre che costantemente più vuote sono ormai, in numero sempre maggiore, anche più chiuse. Nei prossimi anni si aprirà lo spinoso problema della gestione o delle nuove destinazioni di migliaia di edifici di culto non più usati e non più sostenibili dai pochi fedeli rimasti.

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L’INSUFFICIENZA DEL CLERO E LA SUA SCARSA PREPARAZIONE.

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

Sulla quantità dei preti le statistiche sono impietose, sempre riferendomi alla situazione italiana. Se non si registreranno inversioni di tendenza nel giro di pochi anni, i numeri non consentiranno più di mantenere l’attuale impostazione della strutturazione ecclesiale. I preti diventano sempre più vecchi. L’età media dei sacerdoti diocesani in Italia supera ormai i 60 anni. Il 40% di chi abbandona la vita parrocchiale per quiescenza, per malattia o per morte non viene rimpiazzato; in certe regioni si arriva a percentuali ancora più drammatiche. La situazione dei preti religiosi è ancora peggiore di quella dei diocesani; si chiudono conventi, case religiose, centri di spiritualità e via dicendo. Insomma: una desertificazione progressiva. Finora non si sono escogitati tentativi convincenti di soluzione, o almeno tentativi di soluzione; al di là delle esortazioni e degli auspici, di fatto non si è realizzato altro che una suddivisione aritmetica del maggior carico di lavoro: se un prete aveva una parrocchia, ora ne avrà due o tre o quattro, o ancor di più, ma senza una vera riforma strutturale che possa rendere sostenibile un tale onere; sostanzialmente spremendo maggiormente un clero già invecchiato e fortemente demotivato.

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La preparazione del clero si rivela del resto poco persuasiva. Si è assistito a un progressivo prolungarsi degli anni di formazione, siamo ormai a 7 anni dopo il diploma di maturità. Senza tuttavia arrivare ad un modello convincente di percorso formativo. Inoltre ― cosa grave ― la preparazione ricevuta nel periodo del seminario si discosta quasi del tutto da ciò che sarà richiesto concretamente dopo la Sacra Ordinazione. Si assiste ad uno iato veramente terribile tra le infinite dichiarazioni ufficiali di Papi, Vescovi, Commissioni varie … e le modalità di esercizio del ministero che la Chiesa stessa impone nel concreto.

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Nei documenti e nelle pie esortazioni vorrebbe il prete Pastore, nel concreto molto frequentemente costituisce il prete Gestore. E se si osa discostarsi dal modello gestionale ― cui peraltro la maggioranza dei preti si è adeguata benissimo ― si è finiti o emarginati. Cosa quest’ultima che affermo per conoscenza molto diretta, perché alla vita eremitica sono giunto dopo avere esercitato per anni, ed in più di una parrocchia, il ministero di parroco. Così, mentre si continua a discutere in modo ideologico di una Chiesa povera, si prosegue nell’ampliamento di strutture assolutamente autoreferenziali, che non solo non avvicinano nessuno al Vangelo o alla vita di fede, ma spesso sono occasione di contro-testimonianza. Il tempo, le energie, le attenzioni di un parroco oggi sono per forza di cose ― pensa essere sommersi dalle critiche e dal malcontento della solita “corte di gente corta” che circonda i preti ― rivolte per il 70-80% a cose di amministrazione, gestione, animazione, organizzazione. Così dopo anni di preparazione al sacerdozio e di studi filosofico-teologici, ci si accorge che funzionerebbe meglio un corso semestrale di animatore da Club Méditerranée. Perché un presbitero è formato per almeno 6-7 anni in filosofia, teologia, biblica, patristica, etc. e poi deve passare a fare ciò per cui non è assolutamente preparato e forse nemmeno chiamato?

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IL NEOCLERICALISMO

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

Il clericalismo classico sembrava ormai decisamente superato dalle cosiddette aperture portate dal Concilio Vaticano II. In realtà si è assistito ad un prepotente ritorno del clericalismo, sotto mutate vesti. Spesso la parola Concilio è usata come un magico passpartout, tradendone però le vere indicazioni. Oppure si è risolto il Concilio semplicemente sostituendo una casula alla pianeta, ma mantenendo un terribile clericalismo e autoritarismo di fondo: un neo-ecclesiasticismo che ha sostituito le camice colorate alla talare, le parolacce alle parole devozionali, ma che ha mantenuto, se non rafforzato, un’arroganza clericale di fondo. Un autoritarismo che ha sostituito l’obbedienza ai canoni ecclesiastici con il conformarsi ai gusti di chi detiene il potere nella Chiesa. L’antico e saggio aforisma agostiniano «in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas» [unità nelle cose necessaria, libertà nelle cose dubbie, carità in tutto] sembra si sia trasformato in un “in necessariis silentium, in dubiis uniformitas, in omnibus neglegentia” [silenzio sulle cose fondamentali, uniformità su ciò che  è facoltativo, trascuratezza in ogni cosa].

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Un neo-clericalismo che ha generato, come logica conseguenza, un linguaggio neo-ecclesiastico, che nella pretesa di essere nuovo, si nutre di slogan ormai sorpassati. Naturalmente, tra questi neo-clericali, sono presenti molti Christi fideles laici, che hanno assai bene appreso e ancor meglio praticano una arroganza clericalissima.

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LO STATO CONFUSIONALE DEI VESCOVI

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

In tal situazione i vescovi cercano di barcamenarsi come possono. Difficilmente sanno presentare una linea coerente di scelte e di azioni pastorali, ma ondeggiano qua e là cercando di tenere insieme i pezzi, sempre più messi male, delle loro diocesi. Solitamente ripetono gli slogan lanciati dal Papa regnante, senza che peraltro nulla muti nelle effettive scelte e condotte. Con Giovanni Paolo II tutti a dire: “Nuova evangelizzazione”, sotto Benedetto XVI erano in voga i “progetti culturali”, con Francesco I, tutti a cantare in coro “Chiesa in uscita”. Nella pratica tutto prosegue immutato, salvo qualche ammennicolo di apparenza. Forse però l’ultimo motto è il più veritiero e profetico, magari invertendo però i termini è quello di: in uscita dalla Chiesa …

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La confusione raggiunge livelli massimi quando si tratti delle verità di fede: si può tranquillamente mettere in discussione o negare apertamente l’ispirazione delle Scritture, la divina maternità di Maria, la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia o l’esistenza degli Angeli, ma non provate a mettere in dubbio una qualsiasi “scelta pastorale”.

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Quasi nessuna voce di Pastore sembra levarsi nell’attuale, desolante, panorama italiano, se non per ripetere timidamente gli slogan di turno. Mi può anche piacere l’immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, ma se in questo ospedale non ci trovo medici e infermieri che mi curino e guariscano, che ci vado a fare?

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LA SERVITÙ DEI BENI ECCLESIASTICI

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il tabernacolo della Sacra Riserva Eucaristica della chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, svuotato del Santissimo Sacramento prima della sconsacrazione e della demolizione del sacro edificio di culto

In Italia, il sovradimensionamento di molte strutture della Chiesa, risulta evidente; il lavoro di numerosi preti sembra esser assorbito per la maggior parte nella gestione e nel mantenimento di tali strutture, che sembrano in realtà viaggiare in direzioni sempre più lontane dagli scopi per cui furono costruite. Non solo le strutture sottraggono forze alla vera azione della Chiesa o addirittura contribuiscono a dare una immagine non corretta della stessa, ma danno luogo a non poche occasioni di veri e propri malaffari, con i vari don Dollaro o Monsignor Euro disseminati nella penisola. Costoro sono spesso gli stessi che si sono molto velocemente e “con spirito profetico” liberati da tutta la ricchezza e la bellezza del culto, ma non certo dalla ricchezza dei loro portafogli. Ecco allora liturgie sciatte e depauperate ― come se usare un calice del Settecento o un paramento ottocentesco comportasse una spesa ― e vite ricche nelle quali non mancano cellulari e apparati digitali di ultima generazione, automobili, vacanze costose, ecc..

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I beni ecclesiastici devono servire per il culto di Dio e il servizio ai poveri; non per liturgie appiattite e slogan demagogici sulla povertà.

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In verità le piaghe potrebbero esser ben di più, ma ci limitiamo alle cinque classiche: sono più che sufficienti per la nostra riflessione e la nostra preghiera. Con un ultimo stimolo provocatorio: che le 5 piaghe di Innocenzo IV possano avere ancora una certa attualità?

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Dalla cella del monaco eremita, 9 ottobre 2019

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