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«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

25 Dicembre 2018/in Attualità, Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

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«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

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Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

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Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

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Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

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Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2018-12-25 21:20:542021-09-30 21:16:01«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

Qualche chiarimento affinché il nostro Natale sia meno povero e meno ideologico: in verità, a Betlemme era solo tutto esaurito, Gesù Cristo non è nato da due immigranti …

25 Dicembre 2018/3 Commenti/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

QUALCHE CHIARIMENTO AFFINCHÉ IL NOSTRO NATALE SIA MENO POVERO E MENO IDEOLOGICO: IN VERITÀ, A BETLEMME ERA SOLO TUTTO ESAURITO, GESÙ CRISTO NON È NATO DA DUE IMMIGRANTI …

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Tra il 25 e il 26 dicembre dovremo sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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PDF  articolo formato stampa

 

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Puer natus est, alleluja !

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non c’era un posto, a Bethlehem …

Dedicheremo l’omelia al Vangelo di questa Santa Notte al legame che unisce l’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo al mistero della Santissima Eucaristia [vedere testo della Liturgia della Parola, Lc 2, 1-14, QUI].

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Nei giorni precedenti questo Santo Natale, ed in quelli che seguiranno, il divino mistero di questa nascita è stato definito in tanti modi dal mondo sempre più mondano e laicista, solo qualche esempio: il Natale indicato come «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità», ovviamente «festa dei poveri» e «festa degli immigranti». Sia chiaro: io non sono turbato né dai poveri né dagli immigranti, credo anzi sia nostro dovere umano e cristiano aiutare i poveri ad uscire dal loro stato di povertà, ed ai veri profughi che fuggono da guerre e carestie ad avere una patria: «Ero straniero e mi avete accolto» [cf. Mt 25, 31-46].

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A turbarmi, non è quindi il dramma della povertà, né il problema della immigrazione; da cinque anni a questa parte a turbarmi è altro, ed in specie quando in occasione del Santo Natale e della Santa Pasqua, queste due categorie ormai ideologiche ― poveri e migranti veri o sedicenti tali ―, prendono il posto del Verbo di Dio incarnato e del Cristo Risorto.

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Tra il 25 e il 26 dicembre dovremo così sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro. E così, come ad ogni 1° gennaio avremo il tradizionale resoconto dato da giornali e telegiornali sugli incidenti di capodanno avvenuti a Napoli, altrettanto accadrà nella nostra Chiesa sempre più incidentata dalla mondanità, ed il 26 dicembre potremo festeggiare la memoria di Santo Stefano Protomartire con tutti i resoconti più dettagliati sui pranzi che si sono tenuti nelle nostre chiese alla vigilia di Natale e sulle omelie a base di poveri e profughi che nelle stesse si sono tenute tra la notte del 24 ed il giorno del 25 dicembre, tra presepi divenuti ormai un monotono e conformistico tripudio di barconi e di ciambelle di salvataggio usate per adagiarvi sopra il Divin Bambinello appena sbarcato nell’Isola di Lampedusa.

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In questa Santa Notte desidero ricordare che a Natale, la orbe catholica, festeggia il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo [cf. Gv 1, 1-18], non festeggia una non meglio precisata “festa della solidarietà” svuotata del divino mistero e riempita di laicismo mondano. E le parole sono importanti, perché il modo più diabolico per distruggere la fede, è svuotare i misteri della fede del loro vero significato per poi riempirli di altro. Non più quindi memoria del grande mistero della Incarnazione del Verbo di Dio che si fa uomo assumendo la nostra stessa natura umana come illustra il Beato Apostolo Paolo nel suo celebre Inno Cristologico [cf. II Fil 2, 6-11 testo QUI], ma «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità» … il tutto con improbabili e non veritieri riferimenti ad un Gesù povero e profugo.

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Vediamo allora cosa narrano le cronache storiche dei Santi Vangeli: la Beata Vergine Maria, dopo avere risposto in piena libertà con il proprio «fiat» al messaggero del Signore [cf. Lc 1, 26-38], dà alla luce mesi dopo il Figlio unigenito di Dio, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. Questa nascita e questa deposizione in una mangiatoia non accadde nei modi narrati perché Giuseppe era povero e profugo, ma perché i due, come ci narra il Santo Vangelo che abbiamo appena proclamato [Lc 2, 1-14], erano in viaggio da Nazareth verso Betlemme per adempiere l’obbligo del censimento ordinato da Cesare Augusto [cf. Lc 2, 1-14]. Giuseppe era un artigiano che svolgeva il nobile e redditizio mestiere di ebanista, mentre Maria proveniva da una famiglia forse ancor più benestante di quella di Giuseppe, basti pensare che il marito di sua cugina Elisabetta era un Sacerdote della antica casta di Abìa [cf. Lc 1, 57-80]. Pertanto, se Gesù nasce in un luogo di fortuna è perché, come narrano i Santi Vangeli, non c’era un posto libero in alcun albergo [cf. Lc 2, 1-6]; non perché Giuseppe non avessero di che pagare l’alloggio quando la beata Vergine fu colta dalle doglie del parto durante quel viaggio, intrapreso non per scelta volontaria, ma per un dovere giuridico imposto dall’obbligo di farsi censire [cf. Lc 2,1].

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L’evento più grande della storia, l’incarnazione del Verbo di Dio, è descritto attraverso la successione di alcune fondamentali parole chiave: dare alla luce, avvolgere in fasce, porre in una mangiatoia. Con queste parole semplici e chiare si narra la nascita del Figlio Unigenito di Dio Padre, Gesù, la Luce del mondo. Perché «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» [Fil 2, 6-11]. Lui, che è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre [Simbolo Niceno-Costantinopolitano], vede la luce con gli occhi di un vero uomo nascendo dal ventre di una donna, la Beata Vergine Maria.

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Il Figlio Unigenito di Dio posto nella mangiatoia, costituisce per noi un grande valore mistagogico. Nella mangiatoia si depone infatti il cibo per gli animali: il fieno e la paglia, tenendoli elevati da terra affinché non si sporchino. Gesù, ponendosi nella mangiatoia, rivela al mondo sin dalla nascita qual è la sua vera essenza: il Verbo di Dio fatto uomo viene per farsi nutrimento reale degli uomini.

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Anche oggi Cristo è deposto nella mangiatoia dell’altare o del tabernacolo affinché tutti possano accostarsi a Lui per adorarlo come lo adorarono i festanti pastori accorsi [cf. Lc 2, 15-20] ed i Maghi Astronomi detti Re Magi [cf. Mt 2, 1-12], affinché tutti possano nutrirsi di Lui nella Santissima Eucaristia, che è il mistero del suo corpo donato e del suo sangue versato. E nell’Eucaristia Cristo non è presente simbolicamente o metaforicamente, ma realmente; Egli è presente vivo e vero in anima corpo e divinità.

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Cristo redime e salva l’umanità col sacrificio della croce, immolandosi come agnello di Dio che lava il peccato dal mondo [cf. Gv 1, 29-34], facendosi vero cibo, vero nutrimento dell’uomo. La Santissima Eucaristia è il mistero della mutua trasformazione: Dio si è fatto uomo come noi, affinché noi, lavati dal peccato col suo sangue, attraverso Cristo cibo di vita eterna possiamo trasformarci in Lui, con Lui e per Lui. Ricordate che cosa recita il celebrante quanto fa memoria dei defunti nelle Santa Messe di suffragio? Noi sacerdoti, agendo in quel momento in persona Christi ― non certo come dei meri “presidenti dell’assemblea gioioso-giocosa” ―, recitiamo questa bella orazione: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» [cf. Messale Romano, III Preghiera Eucaristica]. Questo, s’intende per mistero della mutua trasformazione.

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Ma qual è il vero Cristo Signore gioia viva ed eterna dell’umanità deposto in fasce nella mangiatoia? La gioia dell’uomo è Cristo accolto e ascoltato che diviene nostro cibo di vita eterna: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» [cf. Gv 6, 51]. Se Cristo non diviene nostro cibo vivo e nostra vita reale, l’uomo non potrà mai conoscere quella verità che ci farà liberi [cf. Gv 8, 32]. Non saranno mai le parole fini a se stesse a dare all’uomo quella gioia che pervade il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni; meno che mai lo saranno quelle parole vuote che anziché condurre ai misteri della fede e della salvezza, svuotano questi misteri e li riempiono di altro, spesso di mondanità e di moderna paganità.

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Finché l’uomo non mangia in spirito di fede e verità Cristo nella sua carne immolata per la nostra salvezza, nessuna vera gioia nascerà per lui. E la carne viva e palpitante di Cristo Dio, prende sì vita in una tenera mangiatoia, ma poi finisce immolata su una croce per la nostra redenzione. Infine, il corpo glorioso di Cristo, risorge dalla morte. Perché l’epilogo finale della natività è la risurrezione. Ce lo dice il Beato Apostolo Paolo: «Se Cristo non fosse veramente risorto, vana sarebbe la nostra fede, vana la nostra speranza» [cf. I Cor 15,14].

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La nostra fede nasce con l’Incarnazione del Verbo di Dio deposto in una mangiatoia, ma è suggellata dalla pietra rovesciata di un sepolcro vuoto, dinanzi al quale l’Angelo dice alle donne: «Non cercate tra i morti colui che vive» [cf. Lc 24,5]. La tenera mangiatoia è solo l’inizio del grande annuncio cristologico, mentre il Cristo risorto è l’eterno, colui che affiancandoci nel cammino lungo la Via di Emmaus [cf. Lc 24, 13-53], ci guiderà attraverso i secoli verso il suo regno che non avrà fine, verso l’eterno.

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Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2018

Notte di Natale – Natività del Signore

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