Lo scontro della Chiesa con l’Islam è sul punto di cessare od i contrasti dureranno sino alla fine del mondo?

LO SCONTRO DELLA CHIESA CON L’ISLAM È SUL PUNTO DI CESSARE OD I CONTRASTI DURERANNO SINO ALLA FINE DEL MONDO?

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Le Crociate, nulla avevano a che fare con i metodi violenti con i quali i musulmani imponevano la loro fede, ma servivano semplicemente a difendere i pellegrini della Terra Santa dalle aggressioni islamiche. Come è noto, le Crociate cessarono nel XVI secolo con l’avvento del tollerante Impero Ottomano. Ma, come è ben noto dalla storia, i Turchi ripresero il tentativo di invadere militarmente l’Europa. Se allora l’Islam tentò l’invasione con gli eserciti, oggi la tenta con l’immigrazione, nella speranza che la loro presenza possa talmente rafforzarsi, fino ad influire sulla politica dei paesi dove sono insediati. Il che ovviamente non vuol dire che non dobbiamo accogliere i bisognosi. Ma bisogna avere discernimento, perché i musulmani  sanno molto bene fingere.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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«Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato».

Apocalisse di San Giovanni Apostolo, 12,4

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Giovanni da Modena Maometto all Inferno

Giovanni da Modena, Concattedrale di San Petronio in Bologna. Raffigurazione dell’Inferno dantesco. In alto a sinistra: Maometto condannato alla pena eterna con i falsi profeti

Lo scontro che dura da XIV secoli dell’Islam [1] con la Chiesa è sul punto di cessare, od i contrasti dottrinali dureranno fino alla fine del mondo? I casi sono due: se l’Islam cessa la sua ostilità e fa la pace con la Chiesa, avremo un precorrimento della resurrezione finale; se invece si ostinerà fino alla fine, si aspetti il verificarsi delle parole dell’Apocalisse: «Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli» [Ap 20, 9-10].

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Da quattordici secoli l’Islamismo combatte la Chiesa e vuol distruggerla e sostituirla nel condurre l’umanità alla salvezza. Il motivo fondamentale per il quale il Corano si oppone al cristianesimo è la nostra fede nella divinità di Gesù Cristo Figlio di Dio unico salvatore del mondo. In questo senso il Corano è in continuità con la religione ebraica pre-cristiana.

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Il Corano, come sappiamo, si presenta come vero messaggio divino di salvezza per tutta l’umanità, in contrapposizione a quello cristiano, in quanto ritiene che sia impossibile che Dio possa generare un figlio divino. Per il Corano è empietà ed idolatria la pretesa di associare a Dio, che è uno solo, considerato come “Padre”, un altro dio considerato come Figlio, oltre al fatto che è blasfemo pensare che un uomo possa essere Dio. Il Corano mostra stima per Gesù “figlio di Maria vergine”, lo considera un grande profeta, modello di santità, che comparirà alla fine dei tempi nella linea dei profeti e dei patriarchi biblici, a cominciare da Noè ed Abramo, discendente da Adamo.

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Gesù, secondo il Corano, ha riconosciuto il Dio unico, creatore, sapiente, provvidente, onnipotente, giusto e misericordioso ed ha insegnato buoni costumi morali. Ma è stato incoerente e presuntuoso per essersi fatto Dio, ingannando i suoi discepoli che tale lo considerano. Ma come se ciò non bastasse, ha introdotto una terza divinità, oltre a se stesso (“Figlio”) e il “Padre”, ed è lo “Spirito Santo”. Sicché i cristiani, nonostante la loro dichiarazione di essere monoteisti, in realtà sono dei politeisti, perché adorano tre dèi. Ma a bestemmia si aggiunge bestemmia: i cristiani considerano se stessi “figli di Dio”, condividendo la presunzione del loro maestro.

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Il Corano ritiene dunque di accogliere quanto di buono c’è nell’insegnamento di Gesù, correggendo gli errori, soprattutto l’idea di un Dio unico in tre persone. Per il Corano questa è un’assurdità e una bestemmia: Dio è una natura ed è una persona. Tre persone farebbero tre dèi. Così pure per la fede coranica è impossibile che un uomo abbia due nature: una umana e una divina.

L’uomo ha una natura umana e Dio una natura divina. Altrimenti, per il musulmano, verrebbero mescolate le nature in una sola persona umana e Dio verrebbe profanato abbassandolo a livello dell’umano. Ritenersi Dio o “figlio di Dio” è un’insopportabile superbia. I credenti sono “fratelli” non perché tutti figli di Dio, ma fratelli in senso lato nella comune condizione di credenti.

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Come per noi cristiani, anche per i musulmani, “fratelli” nel senso religioso sono solo i correligionari. In questo senso un cristiano non può essere “fratello” di un musulmano, così come egli non ci considera affatto suo fratello. Però per entrambe le religioni, dato il loro carattere universalistico, tutti gli uomini, se vogliono salvarsi, sono chiamati ad essere fratelli nell’accettazione dell’unica fede, la quale per noi è il Vangelo, per i musulmani, il Corano.

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Certamente la distinzione fra natura e persona è sottile. Richiede un’intelligenza metafisica che pochi possono raggiungere. Eppure la fede trinitaria e nell’Incarnazione sono i pilastri della nostra fede e ci accorgiamo come da duemila anni anche i fanciulli possono raggiungerla. Il rischio del triteismo o del modalismo [2] è reale e forse molti sono triteisti senza accorgersene; eppure l’esperienza cristiana di sempre ci dice che Dio in ciò illumina la mente anche del fanciullo obbediente, aperto alla verità e fiducioso nei suoi educatori. Sinite parvulos venire ad Me.

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Comunque non c’è dubbio che il monoteismo islamico sembra più ragionevole di quello cristiano trinitario. Ciò spiega il fatto che da XIV secoli folle sterminate di persone abbiano preferito il primo al secondo. O per amore o per forza, dato il metodo impositivo e quasi terroristico col quale l’Islam ha sempre diffuso la sua fede tra le masse.

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Il principale quesito è: chi ci comunica la Parola di Dio, Cristo o Maometto? Ciò non vuol dire che la teologia coranica, che risente della Bibbia veterotestamentaria, non abbia un suo fascino, una sua razionalità e una sua credibilità, tale da attirare spontaneamente l’interesse e l’ammirazione di molti eletti ingegni filosofici, religiosi e mistici nel corso di questi quattordici secoli fino ad oggi [3].

Non possiamo dimenticare che, come è noto agli storici, l’ingresso di Aristotele nella cultura europea del XIII secolo è dovuto al fatto che lo studio dello Stagirita era coltivato dai saggi musulmani, che lo utilizzavano per commentare il Corano. Ai Domenicani Sant’Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino dobbiamo l’idea di utilizzare Aristotele per l’interpretazione della rivelazione cristiana.

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L’opposizione del Corano a Cristo non è un rifiuto totale di Cristo, al contrario, gli vengono riconosciuti meriti e qualità; eppure è il rifiuto dell’elemento essenziale principale della sua missione: quella di essere la somma e definitiva guida dell’umanità all’eterna salvezza. Dio rivela a Maometto nel Corano che è Maometto il profeta escatologico, ossia quello che porta a compimento tutta l’opera dei profeti precedenti, Cristo compreso. Per salvarsi, quindi, non basta il Vangelo, anzi esso è fuorviante, in quanto insegna la Trinità e l’Incarnazione.

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Maometto si presenta come inviato da Dio per svolgere questo compito, in quanto nel Corano Dio figura essere Colui Che istruisce Maometto informandolo su tutto ciò che deve comunicare all’umanità per la sua salvezza. Il fedele, quindi, leggendo il Corano, viene ad apprendere da Dio stesso che Si rivolge a Maometto, tutte le verità e tutti i precetti della sua fede.

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Da qui vediamo che la missione di Cristo, da come risulta dal Vangelo, e quella di Maometto, come risulta dal Corano, sono incompatibili e si escludono a vicenda. Se una è vera, l’altra è falsa. Da chi dipende la salvezza dell’uomo? Dal Vangelo o dal Corano? Da qui discende che la Chiesa e l’Islam sono incompatibili.

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È evidente che una rivelazione divina va accolta col massimo rispetto e “sottomissione” (islàm”). Essa è sorgente di assoluta certezza e fonda una condotta morale assolutamente sicura ed onesta. È Parola salvifica. È verità universale, assoluta e immutabile, che non va né abbandonata né cambiata per nessun motivo.  Può essere, all’occorrenza, solo interpretata, commentata e spiegata. Se ne possono ricavare conclusioni teoriche e pratiche. Ma essa va trasmessa di generazione in generazione così com’è, va “ripetuta” (“Corano” viene dal sostantivo kuràn, che vuol dire “ripetizione”).

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Una domanda però sorge in noi spontaneamente: come Maometto si accertò che il messaggio ricevuto era veramente Parola di Dio? Come e in base a che cosa o a quali prove o segni ne divenne sicuro? E come ha fatto a persuadere i discepoli di ciò? Tanto più che questa supposta “rivelazione” pretendeva di soppiantare quella di Cristo, che da sei secoli era all’origine della civiltà cristiana. Si potrebbe dire che forse Maometto non conosceva bene il Vangelo e la Chiesa. Tuttavia, quello che meraviglia è come mai i suoi discepoli lungo i secoli, che hanno avuto tutto l’agio di informarsi e di confrontare il Corano col Vangelo, non si sono accertati dell’inattendibilità del Corano? Come è stato possibile e come è tuttora possibile un partito preso del genere? Questa non è fede, ma fanatismo e fideismo. È  un grande mistero. Per invalidare la rivelazione coranica basterebbe appunto confrontarla con quella di Cristo, di ben più alta sapienza e fondata su ben altre prove. Ma la cosa paradossale oggi, nel clima di relativismo intellettuale e morale che sta vivendo l’Europa, è che mentre molti cristiani, che avrebbero a disposizione un’autentica rivelazione divina, certificata da un’infinità di prove, hanno una fede fiacca, pavida, sterile, incerta e dubbiosa, per cui abbassano il Vangelo al livello di un’opinione tra le altre; per converso i musulmani, che, al contrario, avrebbero tutti i motivi per dubitare, mostrano un’arrogante sicumera, sorgente di violenza e di persecuzioni. 

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È comunque cosa consolante, confortante ed importantissima che Cristianesimo ed Islam abbiano in comune molte verità di religione naturale, a cominciare dagli attributi divini. Questa cosa è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica nel Concilio Vaticano II per la prima volta dopo la nascita dell’Islam nel VII secolo. È un segno di grande speranza ai fini della conversione dei musulmani a Cristo e della retrocessione dell’espansione islamica.

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Può esistere una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani? Assistiamo in questi XIV secoli ad alterne vicende con situazioni differenti a seconda dei paesi e dei regimi. Consolante è la convivenza da otto secoli in Terrasanta dei Francescani coi musulmani. La Santa Sede e numerose iniziative cattoliche, a seguito delle disposizioni conciliari, curano il dialogo con l’Islam sul piano della cultura, delle strutture educative e sociali e della collaborazione in opere umanitarie.

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Sappiamo della vita difficile dei cristiani nei paesi islamici. E sappiamo come in Medio Oriente l’arroganza islamica costringa molti cristiani a fuggire, mentre avvengono persecuzioni e a volte anche massacri. Non possiamo neanche negare che le potenze occidentali cerchino di opprimere e sfruttare il mondo islamico per la conquista e lo sfruttamento delle fonti di energia.

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È innegabile in questi XIV secoli lo sforzo costante dell’Islam di diffondersi nel mondo coltivando il sogno di invadere l’Europa, terra civilizzata dal cristianesimo, dove c’è Roma, sede del papato. Sottomettere Roma, per l’Islam, sarebbe la vittoria sul cristianesimo. In questi decenni milioni di musulmani si sono insediati in Europa e pochissimi  si sono convertiti al cristianesimo. Quali sono le loro intenzioni? Sperano di conquistare l’Europa in questo modo? Usando la democrazia? I recenti atti di terrorismo vogliono probabilmente essere un avvertimento all’Europa della capacità rivoluzionaria delle frange estremiste, che però non sembrano sufficientemente condannate dagli ambienti ufficiali. Il mondo cristiano europeo è fiacco, debole e scettico. Esistono tendenze teologiche, come per esempio quella di Schillebeeckx, con la sua cristologia del “profeta escatologico”, che sembrano fatte apposta per cedere al fondamentalismo islamico. È un organismo senza anticorpi e questo gli islamici lo hanno capito bene. L’Europa, tuttavia non solo si è scristianizzata, ma è diventata anche irreligiosa, per cui si stenta ad immaginare un’islamizzazione dell’Europa agnostica, relativista ed illuminista, a meno che non sia lo stesso Islam a far rinascere il senso religioso, come capitò quarant’anni fa con la conversione all’islamismo del filosofo marxista Roger Garaudy o cinquant’anni fa all’esoterista René Guénon. Nel panteismo eternalista di Emanuele Severino c’è qualcosa del fatalismo islamico.

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L’Europa appare sempre più al bivio, se dunque non ci sarà una ripresa del cristianesimo, come già avvertiva il Cardinale Giacomo Biffi nel 2000 [4], l’Europa rischia di essere islamizzata, non nelle forme minute degli usi e delle pratiche cultuali dell’Islam, ma nell’assolutismo intellettuale che caratterizza il suo fanatismo. L’uomo ha bisogno di certezze e l’invertebrato europeo o, come preferisce dire Biffi, il nichilista europeo, potrebbe trovare un sostituto della certezza nella tracotanza maomettana, dove, al posto dell’arcangelo Gabriele, subentra la coscienza trascendentale. D’altra parte, la Chiesa deve poter tornare in quei territori, che nel passato le furono sottratti con la forza dall’invasione islamica. I musulmani, non contenti di aver invaso e scristianizzato con la forza questi immensi territori, ora sognano, come fanno da secoli, di conquistare l’Europa fino ad arrivare a Roma, come fecero nel XV secolo distruggendo l’Impero cristiano di Oriente con la conquista di Costantinopoli.

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Lo scontro vero e proprio è sulla questione della rivelazione divina. L’Arcangelo Gabriele che ha rivelato a Maometto che Gesù non è Figlio di Dio, ma semplice profeta, può essere lo stesso che ha rivelato a Maria la sua maternità divina? Evidentemente o è falsa la rivelazione evangelica o è falsa quella coranica. Quando è questione di vero o di falso, non si può invocare il rispetto del “diverso” o il valore del pluralismo religioso. Bisogna capire e scegliere da che parte sta la verità.

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Quello che oggi più di un tempo meraviglia noi cristiani è come il fedele islamico, dopo tanti secoli di progresso dei costumi e delle scienze, e nel campo della critica letteraria e dell’esegesi dei testi sacri, non riesca a distinguere nel Corano quelle parti che indubbiamente esprimono un’alta sapienza teologica e morale da altre parti evidentemente segnate dal tempo o, peggio, infette da veri e propri errori teologici e morali, in particolare il rifiuto irragionevole dei dogmi cristiani della Trinità e dell’Incarnazione.

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Bisogna che i musulmani prendano il coraggio a quattro mani e, proprio in nome di Dio, dopo XIV secoli di guerre e polemiche inutili, anzi, dannose per noi e per loro, si decidano una buona volta, alla luce della moderna esegesi, di una sana filosofia e teologia, e tenendo conto degli onesti costumi morali della modernità, a purgare il Corano dai suoi errori e dalle sue vedute superate. In particolare occorre che tolgano l’insensata opposizione ai dogmi cristiani, proprio per il rispetto di quelle parti di alta scienza teologica, religiosa e morale, che sono precisamente in linea con quegli stessi dogmi, quelle parti valide che la stessa Chiesa del Vaticano II riconosce al Corano.

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La vera sfida e quindi nell’apologetica. La Chiesa ha riconosciuto i valori contenuti nel Corano. Ora l’Islam riconosca il valore del Vangelo. In ogni forma di rapporto umano corretto deve valere la legge della reciprocità, come ebbe a dire il Cardinale Giacomo Biffi nel suo già citato discorso del 2000 proprio a proposito dei rapporti della Chiesa con l’Islam. L’apologetica cristiana e quella islamica non reggono al confronto. Un confronto oggettivo, libero, informato e spassionato degli argomenti e dei segni di credibilità fra le due religioni, induce qualunque animo onesto, amante della verità, della virtù e  di Dio, attento al valore delle testimonianze storiche, ad accorgersi della assai maggiore credibilità del cristianesimo nei confronti dell’islamismo.

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È sufficiente confrontare la personalità morale e spirituale di Maometto con quella di Cristo; la storia della santità cristiana con quella islamica; la migliore produzione filosofica e teologica cristiana rispetto a quella islamica; la maggior saggezza dei costumi cristiani; la molto più ricca ed avanzata produzione tecnico-scientifica della civiltà cristiana; il maggior rispetto della persona umana (uomo e donna); la maggior sapienza delle istituzioni giuridiche e politiche; una maggior ricchezza e varietà di istituzioni culturali, sociali, caritative ed assistenziali; i migliori metodi della diffusione del messaggio religioso, improntati al rispetto della persona e alla sua libertà di scelta, senza forzature o minacce di pene temporali.

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Come emerge soprattutto dagli insegnamenti del Concilio Vaticano II, il cristianesimo è liberale,  comprensivo e tollerante nei confronti delle altre religioni, rispettoso della libertà d’opinione, apprezza i loro valori senza tacere sui loro difetti. Invece l’islam, come è noto, è autoritario, oppressivo, e discriminante, tanto da meritarsi il titolo di integrista e fondamentalista. Non respinge il metodo della persuasione, per cui certamente molti, fuori degli Stati islamici, si fanno islamici liberamente; ma, dove ha il potere politico, preferisce l’imposizione, come è testimoniato da questa dichiarazione del filosofo Al-Gazali dell’XI-XII secolo: «Certo non è bene che si eserciti una pressione in materia religiosa; ma bisogna riconoscere che la spada o la frusta sono talvolta più utili della filosofia o della convinzione. E se la prima generazione non aderisce all’islam che con la lingua, la seconda aderirà anche col cuore e la terza si considererà musulmana per sempre»[5].

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Il Magistero postconciliare della Chiesa ci chiarisce che la pluralità delle religioni, al di fuori di quella cristiana, soprattutto le altre religioni monoteistiche ebraica ed islamica, non è affatto senza importanza nella questione della salvezza dell’umanità.

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Se Cristo è l’unico e sommo Salvatore [6], e se la sua religione è l’unica religione divina, essendo fondata da un Dio, e quindi tra tutte eccelle, ciò non vuol dire che anche le religioni non-cristiane non diano un loro contributo, seppur parziale e anche difettoso alla salvezza dell’umanità.

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Anche se non sono state fondate da Cristo, ma da semplici uomini peccatori, per quanto grandi, ciò non vuol dire che in qualche modo o misura, in quanto hanno di buono, non derivino da Lui e non tendano a Lui, che, come Dio, sta all’origine di ogni via verso Dio. Tutti coloro che si salvano, a qualunque religione appartengano, si salvano dunque grazie a Cristo, anche se non lo sanno e se ciò avviene per la mediazione del fondatore della religione alla quale appartengono.

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La Chiesa ha fatto la sua parte. Adesso tocca all’Islam. Il Concilio Vaticano II ha opportunamente messo in luce i valori comuni a cristianesimo ed islamismo, che si riassumono nel monoteismo e in un comune riferimento all’Antico Testamento. Ma non ha pensato a indicare ai cristiani come possono condurre gli islamici a Cristo e come questi possono incontrare Cristo. Inoltre il Concilio ha trascurato di ricordare gli errori e i pericoli che vengono dal Corano. Il mondo islamico allora sembrava relativamente pacifico e non era ancora sorta la ripresa espansionistica islamica avviata da Khomeini in Persia nel 1979, con la sua caratteristica aggressività anti-cristiana, che a tutt’oggi è divenuta molto pericolosa per il suo accanimento, ricorrendo anche al terrorismo, e punta sull’Europa, la patria del cristianesimo o, come dicono i musulmani, la patria dei “crociati”. È dunque più che mai necessario non perdersi d’animo e non cedere alla tentazione di ripagare male col male.

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Occorre certo una difesa armata contro l’aggressione armata [7], occorre distruggere i centri del terrorismo, occorre difendere ed accogliere tra noi i cristiani perseguitati, ma soprattutto, partendo dall’insegnamento del Concilio, andando oltre nel senso che ho detto, occorre pregare per la conversione degli islamici e bisogna che la Chiesa (in un nuovo Concilio?) organizzi un’azione intelligente ed efficace per l’evangelizzazione dei musulmani, giacchè anche loro sono chiamati alla salvezza in Cristo.

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Se gli islamici vogliono convertirci a Maometto, noi dobbiamo rispondere loro cavallerescamente e francamente che vogliamo convertirli a Cristo. Chi è il vero Salvatore? Questa è la sfida per il mondo d’oggi. I Domenicani e i Francescani sin dal loro primo sorgere concepirono il disegno di convertire i musulmani. E noi oggi che cosa stiamo facendo? Tergiversiamo tra la rabbia, la frustrazione e un “dialogo” ipocrita?

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Occorre dunque mettere Maometto al suo posto: l’abbassarlo sotto Cristo sarà il suo vero onore, la sua vera gloria, forse quello che inconsciamente desiderava. Quindi non al di sopra di Cristo, ma al di sotto. Non oltre Cristo, ma via verso Cristo. Non lui deve correggere Cristo, ma Cristo corregge lui. Maometto non ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E mentre sale in dignità, è liberato dagli errori del peccatore. Anch’egli è salvato da Cristo. Non sarà lui a sollevare Cristo a sé, ma al contrario è Cristo che solleva lui e con lui tutti i suoi fedeli, da quattordici secoli, perchè anche a loro, magari inconsciamente, è stato dato di conoscere Cristo, perchè come tutti gli uomini, devono render conto a Cristo.

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Nella basilica di San Petronio a Bologna, c’è un affresco del XV secolo che rappresenta Maometto all’inferno. Da una dozzina d’anni la chiesa è sorvegliata dalle forze dell’ordine, poiché si teme una reazione di qualche musulmano sdegnato per l’offesa al Profeta. Ma sappiamo come si sarà trovato Maometto davanti a Cristo? Uno scontro o un incontro?

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Varazze, 5 agosto 2016

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NOTE

[1] Non sono d’accordo con Magdi Cristiano Allam nel negare l’esistenza di un Islam moderato,  per cui secondo lui, l’Islam sarebbe estremista e violento per essenza [cf Il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam, Editrice Elledici, Torino-Leumann 2008]. È un giudizio troppo sbrigativo, che abbisogna di precisazioni, quelle che ha cercato di dare sull’Isola di Patmos Ariel S. Levi di Gualdo in alcuni suoi articoli nei quali ha trattato anche il problema di una “insita violenza”. Nell’Islam ci sono moderati e ci sono estremisti. Allo stesso modo, è un giudizio sbrigativo e quindi ingiusto quello di chi dice che è una «religione di pace. C’è un fine di pace: la salvezza proposta a tutti, ma i mezzi sono violenti. A parte il fatto che l’essere moderato o immoderato sono più qualità morali delle persone, che delle dottrine, anche se è vero che esistono dottrine fautrici di pace e dottrine generatrici di violenza. Teniamo conto infine del fatto che gli estremisti e i pacifici esistono tanto nell’islam quanto nel cristianesimo. L’aspirazione alla pace è insita nell’uomo, ma solo il sacrificio di Cristo riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini fra di loro. Visione bellicosa è invece lo gnosticismo ciclico, che inizia col mito della Dèa Sciva, per giungere fino a Nietzsche attraverso Hegel.

[2] Eresia dei primi secoli, secondo la quale le tre persone sono tre modi diversi di essere dell’unico Dio. È  ricomparsa oggi con Rahner, il quale sostiene che le tre persone sono tre modi diversi di sussistenza dell’unico Dio. No, le tre persone sono tre sussistenze distinte dell’unico Dio.

[3] Questa fioritura di grandi personalità filosofiche islamiche si riscontra soprattutto nei secoli XI-XIII, con Averroè, Alfarabi, Alkindi, Avicenna, Avempace, Algazzali, ecc.. Rimando, per approfondimenti, agli studi di André Guénon, di Olivier Lacombe, di Louis Gardet e dei miei confratelli, l’egiziano Georges Anawati e Padre Pier Paolo Ruffinengo, che ebbi come insegnante di metafisica nel lontano 1972.

[4] Intervento al seminario della Fondazione Migrantes del 30 settembre 2000.

[5] Cit. da Giovanni Sale, Isis Islam e cristiani d’Oriente, Jaca Book 2016.,p.138.

[6] Cf la Dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della Fede del 6 agosto 2000.

[7] Del resto le Crociate, almeno nello scopo inteso dal papato e dai santi di quel tempo, per esempio San Bernardo, San Luigi IX e Santa Caterina da Siena, nulla avevano a che fare con i metodi violenti con i quali i musulmani imponevano la loro fede, ma servivano semplicemente a difendere i pellegrini della Terra Santa dalle aggressioni islamiche. Come è noto, le Crociate cessarono nel XVI secolo con l’avvento del tollerante Impero Ottomano. Ma, come è ben noto dalla storia, i Turchi ripresero il tentativo di invadere militarmente l’Europa. Se allora l’Islam tentò l’invasione con gli eserciti, oggi la tenta con l’immigrazione, nella speranza che la loro presenza possa talmente rafforzarsi, fino ad influire sulla politica dei paesi dove sono insediati. Il che ovviamente non vuol dire che non dobbiamo accogliere i bisognosi. Ma bisogna avere discernimento, perché i musulmani  sanno molto bene fingere.

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Cari Lettori.

Siamo lieti di informarvi che dal 1° gennaio dell’anno in corso ad oggi, 4 agosto, L’Isola di Patmos ha superato i 4.000.000. di visite.

Ogni tanto vi ricordiamo anche che il nostro lavoro e la gestione del sito di questa nostra rivista telematica è sostenuto da sempre, interamente, con le vostre offerte.

Se potete e se volete vi preghiamo di ricordarvi di noi e del nostro lavoro apostolico, usando il comodo e sicuro sistema Paypal che trovate sulla destra della home-page, oppure in fondo a questa stessa pagina.

Grazie!









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Se per evitare l’integralismo islamista vanno aperte le moschee, allora vanno riaperte le case di tolleranza per evitare la prostituzione clandestina

SE PER EVITARE L’INTEGRALISMO ISLAMISTA VANNO APERTE LE MOSCHEE, ALLORA VANNO RIAPERTE ANCHE LE CASE DI TOLLERANZA PER EVITARE LA PROSTITUZIONE CLANDESTINA

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[…] questa volta la battaglia di Lepanto la perderemmo immediatamente sin dalle prime battute, perché purtroppo manca in noi la fede e, con la fede, l’ausilio della Beata Vergine Maria, invocata attraverso il Santo Rosario dalla Lega Santa come Suprema Regina delle Milizie Cattoliche; invocata dai rematori nelle stive delle navi che remavano scandendo «Ave Maria … Ave Maria ». Non ricordate forse che al contrario, nella nostra moderna Europa, dopo i primi sanguinosi attentati dei jiadisti a Parigi, fuori dal Bataclan, teatro della strage, un pianista circondato dalla folla, ha suonato e cantato Imagine di John Lennon, le cui parole sono un inno nichilista all’ateismo? In quei giorni io mi permisi di ricordare l’ovvio scrivendo che quel pianista, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, aveva suonato la marcia funebre dell’Europa. Altro che i rematori nelle stive delle navi che durante la battaglia di Lepanto remavano scandendo ritmicamente «Ave Maria … Ave Maria …»!  

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Ariel vescovo di Laodicea

Autore                                                                                                                                                           S.E. Mons. Ariel S. Levi di Gualdo                                                                                                             Vescovo di Laodicea Combusta

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«Anche tu sarai una voce non comoda all’interno della Chiesa. Per questo ti invito a invocare sempre la grazia di Dio affinché questa scomodità possa essere sempre tutta opera di Dio per il bene della Chiesa stessa, mai però opera tua»

da un colloquio col Padre Oreste Benzi [cf. QUI]

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battaglia di Lepanto

Il Santo Pontefice Pio V [1566-1572] affidò alla Beata Vergine Maria le armate della Lega Santa sulle quali pendevano i destini dell’Occidente e della Cristianità minacciati da secoli dai musulmani giunti sino a Vienna. I musulmani furono sconfitti nel 1571 nella grande battaglia navale di Lepanto. Dopo la vittoria il Sommo Pontefice istituì la festa del Santo Rosario, assieme al titolo di Auxilium Christianorum [aiuto dei cristiani] rivolto alla Madre di Dio (Dipinto di Paolo Veronese)

Come Vescovo di Laodicea Combusta, Diocesi eretta come suffraganea del Patriarcato di Antiochia, in un Paese, la Turchia, oggi ad assoluta maggioranza musulmana, penso di potermi esprimere con una certa autorità in materia. Peraltro sono rientrato da poco in Anatolia dopo un soggiorno di due settimane nella Capitale dell’Arabia Saudita, dove ho assistito alle numerose manifestazioni che si sono tenute nei dintorni della Mecca, dove migliaia di devoti fedeli dell’Islam hanno protestato contro gli ultimi attentanti compiuti dagli islamisti in Europa.

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Nella nostra cattedrale cattolica di Riad, intitolata a Cristo Profeta Magno Sacerdote e Re dell’Universo, costruita dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York con il generoso contributo di Sua Maestà il Re d’Arabia Saudita عبد الله بن عبد العزيز السعود [Abd Allāh bin Abd al-Azīz Āl Sa ūd] e di Sua Altezza Reale l’Emiro del Qatar لشيخ حمد بن خليفة آلثاني [Hamad bin Khalifa Al Thani] ho celebrato anche una Santa Messa di suffragio per il presbitero Jacques Hamel, sgozzato come un agnello sacrificale da un gruppo di jihadisti all’interno di una chiesa francese.

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Posso testimoniare che tra i sauditi musulmani è molto apprezzato e condiviso il pensiero del Santo Padre Francesco che il 4 giugno, ricevendo in Vaticano la seconda delle tre mogli dell’Emiro del Qatar, ha affermato:

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«Cristianesimo e Islamismo hanno la stessa radice e credono nello stesso Dio».

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Certo, cambiano leggermente le forme puramente esteriori, quelle che in linguaggio filosofico potremmo definire come elementi accidentali puramente contingenti, solo qualche esempio: nel mondo cattolico abbiamo lo stretto obbligo del celibato sacerdotale e religioso, la castità estesa anche ai laici sposati in certe condizioni e situazioni e la monogamia che di rigore è per tutti. Dall’altra, invece, nel mondo islamico abbiamo la poligamia degli emiri che mandano una delle loro seconde mogli in udienza dal Romano Pontefice. Ma come dicevo poc’anzi si tratta solo di sottigliezze, oserei dire puramente “semantiche”, un po’ come la nostra sfumatura del “filioque” con i Cristiani Ortodossi … solo sfumature che nulla tolgono alla vera sostanza costituita dalla «stessa radice», come ha detto il Santo Padre alla seconda delle tre mogli dell’Emiro del Qatar. Ed il tutto benché a me, alle imminenti soglie del mio 53° genetliaco, con le mie tre perpetue in età compresa tra i 19 ed i 24 anni ― perché giunte alla soglia dei 25 già le licenzio ―, dubito che il Santo Padre concederebbe mai la grazia di ricevere Jasmine, la seconda delle mie tre perpetue, la colombiana di Cartagena de Indias, anche se io prete credo nello stesso identico Dio in cui crede l’Emiro del Qatar, il quale però ha tre mogli ufficiali ed un harem ben più nutrito ancora di donne, nessuna delle quali, tra l’altro, ha mai fatto le scuole primarie e secondarie dalle Figlie di Maria Ausiliatrice come invece ha fatto la mia perpetua Jasmine.

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E questa grande «radice» che unisce Cristianesimo e Islamismo, prende sicuramente largo respiro dall’anelito profondo attraverso il quale ― come sapientemente ci ha ricordato il Sommo Pontefice parlando con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Polonia [cf. QUI, QUI] ― «Gli islamici cercano la pace e l’incontro».

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Molto sommessamente oso correggere una umana svista del Sommo Pontefice, perché solo di una umana svista si tratta, ovvero l’essersi dimenticato di dire che in verità, «Gli islamici», «la pace e l’incontro», la cercano in tutti i modi e soprattutto a tutti i costi. E ripeto: Voglia la Santità di Nostro Signore l’Augusto Pontefice felicemente regnante perdonare l’ardire di questo mio povero parlare profondamente filiale e devotamente amorevole.

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Il tutto, dalle «radici» agli «aneliti», ritengo di poterlo confermare e testimoniare, essendo stato accolto in Arabia Saudita con una devozione tanto profonda quanto commovente, recandomi come Vescovo ospite d’onore a Riad per battezzare 72 belle bambine cristiane, data l’assenza al momento di una struttura diocesana e di relative missioni cattoliche. E dinanzi a queste creature che promettono di crescere molto bene in salute e soprattutto in bellezza, gli uomini musulmani in particolare, presi da grande gioia, non facevano che ripetermi: «Sappia Vostra Eccellenza che queste bambine sono già creature del Paradiso, ad esso destinate sin d’ora per una mansione ben precisa legata alla spirituale edificazione degli uomini beati …» [cf. QUI].

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Per me, Vescovo di una piccola diocesi dell’Anatolia, non è stato facile rispondere al Sovrano Saudita che ― e devo dire, pure con una certa insistenza ― mi ha espresso il desiderio che a Riad sia istituita quanto prima una sede arcivescovile metropolitana e che il suo Vescovo possa essere promosso, eventualmente, anche alla dignità cardinalizia, per il  buon nome ma soprattutto per il prestigio storico di questo antico Paese Arabo che all’interno del suo territorio ospita la Città della Mecca.

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A Sua Maestà Saudita, cui sta molto a cuore l’antico prestigio del proprio Paese, ho risposto che mi farò portavoce della sua richiesta presso il Romano Pontefice, anche se dubito possa accoglierla, infatti, sebbene abbia fatto cardinale il Vescovo dell’Isola di Tonga, dove i cattolici non arrivano manco a 10.000 anime, dubito faccia altrettanto in Arabia Saudita, pure dinanzi alla richiesta del suo Sovrano. L’Arabia Saudita è infatti un Paese ricchissimo, ed il Santo Padre preferisce promuovere arcivescovi e cardinali i presbiteri ed i vescovi appartenenti a quella nuova categoria teologica che sono le periferie esistenziali, scegliendoli tra coloro che nel giro degli ultimi tre anni di storia ecclesiale si sono procurati la patente da “preti di strada, di frontiera, di periferia …”. Anche se sino a poco prima erano arcipreti della monumentale chiesa madre di Modica [cf. QUI], Città d’arte nella quale si trovano chiese di straordinaria bellezza, inclusa quella dedicata a San Giorgio, un tempio a cinque navate a confronto del quale, la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, è poco più di una cappella [cf. QUI]. E Modica è una nobile e splendida città che già a livello architettonico-urbanistico manifesta ricchezza opulenta e nelle cui … periferie esistenziali, non si trovano affatto le villas de las miserias — come forse è stato fatto credere al Santo Padre da qualcuno dei diversi delinquenti che lo circondano — bensì vi si trovano le concessionarie della Maserati, della Porsche e della Ferrari [vedere angolo di periferia esistenziale di Modica, QUI]. È infatti proprio da questi ambienti o da queste periferie esistenziali, che nascono i libri degli allievi di Giuseppe Dossetti che poi magnificano una Chiesa povera per i poveri, quantunque l’opera più appropriata che dovrebbero scrivere forse sarebbe una rivisitazione clericale della Fattoria degli animali di George Orwell [cf. QUI]. Un po’ come certi personaggi della Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, le cui Signore vanno a distribuire i pasti ai poveri a Santa Maria in Trastevere con indosso i vestiti di Armani e di Dolce&Gabbana, con i gioielli di Bulgari e di Cartier.

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Detto questo ho proseguito spiegando al Sovrano Saudita che il Santo Padre è anche piuttosto restìo a che si faccia proselitismo tra le popolazioni dei Paesi di cultura non cattolica, come ha espresso nella sua memorabile omelia nella festa dell’Epifania:

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«Per la Chiesa essere missionaria non significa fare proselitismo, ma equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce. Questo è il suo servizio. Non c’è un’altra strada. La missione è la sua vocazione: far risplendere la luce di Cristo è il suo servizio» [cf. QUI].

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Si tratta di una nuova lettura del celebre monito del Verbo di Dio che ci comanda:

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«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» [cf. Mc 16, 15].

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Premesso però che forse, Nostro Signore Gesù Cristo, essendo Egli misericordia infinita [cf. Mt 12,7], non si è preoccupato più di tanto di sviluppare una teologia della misericordia, ecco che questo suo monito, dopo venti secoli di fede e di tradizione cristiana, oggi va letto in altro modo, come io stesso ho spiegato al Re d’Arabia Saudita per anticipargli che la sua istanza potrebbe anche non essere accolta dal Romano Pontefice, il quale sembra giudicare con un certo sospetto tutto ciò che potrebbe somigliare anche vagamente al proselitismo. Una volta spiegato questo, il Sovrano Saudita mi ha posto una domanda alla quale non sono stato però in grado di dare risposta:

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«Eccellenza Reverendissima, con questo suo discorso che cosa intende dirmi? Forse che al mondo, a fare proseliti, siamo rimasti solo noi musulmani?».

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Ho replicato al Sovrano Saudita:

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«Purtroppo io non sono in grado di dare una risposta, però posso suggerire a Vostra Maestà di porre ella stessa questo quesito al Sommo Pontefice, quando la prossima volta si recherà in Vaticano in visita di Stato».

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… come numerose volte ho spiegato in miei scritti e pubbliche conferenze, la situazione ecclesiale odierna è di una drammaticità senza precedenti storici. A più riprese ho indicata l’accidia come il peccato più praticato dai miei Venerati Fratelli Vescovi. Un’accidia aggravata da qualche cosa di devastante: la fuga dal reale. Quando infatti la realtà non si vede, o quando la si nega in maniera ostinata, a quel punto prendono corpo e vita le sfide degli ottimisti rivolte allo Spirito Santo di Dio attraverso i loro psuedo-teologismi, il tutto velato oltre la coltre di quella falsa speranza che li porta più o meno a dire: «Non bisogna disperarsi né cadere nel pessimismo, perché tanto la Chiesa è di Cristo, quindi ci penserà Lui». Indubbia verità di fede, perché quella di Cristo ― sebbene scartata dai costruttori di ieri e forse di più ancora da quelli di oggi ― rimane la «testata d’angolo» [cf. Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Ef 2,20; Rm 9,32], ma il nostro ruolo di Vescovi e di guide del Popolo di Dio ai quali la Santa Sposa di Cristo è stata affidata, quale è, nell’economia della salvezza e nel mistero della redenzione? Forse il nostro ruolo e la nostra missione è di vivere in uno stato di paralisi e di speranzosa impotenza? A questo punto mi sia concesso proporre la medaglia d’oro al valore dell’ecclesiastica incoscienza a tutti questi ottimisti surreali che per la prima volta, nell’intera storia della Chiesa, la grazia dello Spirito Santo di Dio non la invocano, ma la sfidano proprio. E, cosa peggiore, sfidano la divina grazia attraverso la loro accidia ed i loro peccati di omissione dai quali nasce la loro fuga dal reale, di conseguenza l’istigazione a fuggire dal reale rivolta a tutto quanto quel Popolo di Dio verso il quale ai giorni nostri, il Signore Gesù, proverebbe immensa «compassione», tanto i nostri fedeli gli apparirebbero oggi più che mai «come pecore che non hanno pastore» [cf. Mc 6, 30-44].

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È dunque lecito domandarsi: dinanzi ad un Nunzio Galantino, che ormai privo d’ogni senso del cattolico pudore se ne va magnificando le alte qualità teologiche di Dietrich Bonhoeffer ― considerato eretico persino dai teologi luterani ortodossi ― dedicando ad esso articoli commemorativi su quella specie di succursale del Grande Oriente d’Italia tale par essere Il Sole 24 Ore [cf. QUI]. Dinanzi ad un Corrado Lorefice, che poco dopo essere stato eletto Arcivescovo Metropolita di Palermo invita a parlare nella sua chiesa cattedrale il cattivo maestro e falso profeta Enzo Bianchi [cf. QUI], annunciatore e propagatore delle peggiori eresie. Dinanzi ad un Matteo Maria Zuppi, che poco dopo il suo insediamento presso la cattedra arcivescovile metropolitana di Bologna, negando e offendendo la sapiente e prudente pastorale portata avanti dai suoi due predecessori Giacomi Biffi e Carlo Caffarra, in questa città brulicante musulmani, invita baldanzoso a risolvere i problemi dell’islamismo costruendo delle moschee a Bologna e dintorni. Oppure, dinanzi ad un Carmelo Cuttitta, Vescovo di Ragusa, che non esita a mettere alla pubblica berlina un proprio presbitero “colpevole” di avere risposto a un quesito con una lapidaria battuta sui gay ― decisa ma non oltraggiosa ― e che per tutta risposta domanda in tempo record perdono con la cenere in testa, ricevendo in episcopio nelle ore successive gli orgogliosi maggiorenti dell’associazione sodomitica dell’Arcigay [cf. QUI, QUI, ecc..] … Ebbene, dinanzi a questo ed altro ancora, quali miracoli dovrebbe mai compiere lo Spirito Santo di Dio in quella Chiesa che a dire di certuni … «tanto appartiene a Cristo», se proprio negli uomini ai quali la Chiesa è affidata e che sono come tali preposti alla sua tutela e alla soluzione dei suoi problemi interni ed esterni, manca nei fatti la volontà di reagire e agire? Capisco che quando si invitano gli Enzo Bianchi a parlare nelle cattedrali, o quando un Vescovo che rimanda gli appuntamenti di settimane e settimane trova però tempo di ricevere dopo poche ore la Pia Confraternita dei Sodomiti della Sicilia Sud Orientale, più che alla frutta siamo ormai alla lavanda gastrica dopo un pranzo che ha causato una intossicazione alimentare, ma affermare, dinanzi alla clericale accidia ed all’impotenza del non agire … «tanto ci penserà Cristo», perché «la Chiesa è governata dallo Spirito Santo», vuol dire purtroppo non conoscere anzitutto i rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, o in ogni caso falsarli, perché se Dio fosse aduso intervenire e quindi inibire all’occorrenza la libertà dell’uomo ed il suo libero arbitrio, anzitutto avrebbe impedito ch’esso avesse sovvertito con un atto di superba ribellione il mistero della creazione attraverso il peccato originale, trasmettendo da allora a seguire una natura corrotta a tutta l’umanità. E queste cose, sinceramente, dovrebbero essere i Vescovi ad insegnarle, non dovrebbe certo rammentarle a costoro il Vescovo di una onirica diocesi archeologica, poiché terrorizzato dal fatto che dinanzi alla Casa di Dio in fiamme, molti membri del Collegio Episcopale affermano in tutta tranquillità: «Non siate pessimisti, animo! Tanto la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo di Dio, quindi ci penserà Lui!». E nel frattempo, in attesa che Dio ci pensi, noi, oltre ad invitare gli Enzo Bianchi nelle cattedrali, oltre a porgere le scuse ai sodomiti fieri e orgogliosi, oltre a invocare la costruzione delle moschee, non è che per caso dovremmo pensare anche ad annunciare il Vangelo per un verso, ed a correre con gli idranti per spegnere il fuoco che divampa sempre più dentro la Casa di Dio, per altro verso?

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Con tutto il rispetto che gli è dovuto per il suo alto ufficio apostolico, trovo inquietanti le teorie del mio Venerabile Fratello nell’episcopato ed Arcivescovo Metropolita di Bologna Matteo Maria Zuppi, che pensa di risolvere il problema dell’integralismo degli islamisti costruendo ad essi delle moschee [cf. QUI, QUI], all’interno delle quali potrebbero essere a suo dire controllati i soggetti a rischio. È un palese errore di valutazione molto pericoloso quello dell’episcopo felsineo, giacché offrir loro di simili strutture, al contrario vorrebbe solo dire mettere questi stessi soggetti a rischio nella condizione di fare proseliti attraverso la predicazione dell’odio verso l’Occidente e la Cristianità, il tutto in modo più comodo di quanto non facciano adesso in molti capannoni ed in numerosi sottoscala clandestini, dove forse è bene rimangano, fino a quando non mostreranno di riconoscere tutte le regole civili e liberali del nostro Paese e stipulando con lo Stato un concordato nel quale siano chiari i doveri dei musulmani verso la Repubblica Italiana e per converso della Repubblica Italiana verso i musulmani.

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Perché non avere invece la lealtà di dire e ammettere dialoganti vescovi interreligiosi in testa a tutti ―, che un accordo coi musulmani è reso da sempre impossibile per l’esistenza di decine di gruppi diversi e frammentati che non comunicano neppure gli uni con gli altri? Non dire questo, nei concreti fatti vuol dire mentire, perché sempre, l’alterazione o il rifiuto della realtà, porta inevitabilmente alla menzogna ideologica. Ovviamente, i miei Fratelli Vescovi del dialogo interreligioso a tutti i costi e costi quel che costi, questo non possono dirlo né ammetterlo, perché di conseguenza dovrebbero ammettere che sia loro, sia soprattutto la Santa Sede, non dialogano affatto con l’Islam, come talvolta vorrebbero farci credere attraverso notizie e comunicati-stampa, ma che hanno solo scambiato qualche parola con qualche gruppetto di islamici, semmai pure minoritario e talvolta pure inviso alla gran parte degli altri gruppi, facendo però apparire il tutto come dialogo a quei poveri fedeli cattolici forse considerati solo dei poveri beoti da buggerare col clericalese. Detta in altri termini: gli ecclesiastici, a partire dalla Santa Sede e dal Santo Padre, parlano soltanto, di tanto in tanto, con qualche isolato imam o con qualcuno dei numerosi gruppetti islamici, che equivale a dire: nei fatti concreti dialogano solo con sé stessi o con l’idea che essi stessi si sono fatti dell’Islam. E nel fare questo, io do del tutto per scontato ch’essi siano in buonafede, perché se invece fossero di ciò consapevoli e quindi di conseguenza in malafede, la cosa sarebbe di una gravità davvero inaudita, soprattutto verso il Popolo di Dio, abituato a ragionare attraverso criteri religiosi unitari molto solidi, legati anzitutto ad un solido concetto di autorità centrale della Chiesa Cattolica, mentre invece, nell’Islam, è proprio l’esatto contrario: non vige l’unità, ma la frammentarietà strutturata su criteri antropologici di tribù.

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La si smetta per ciò col dire che «il Grande Imam del Cairo ha incontrato e abbracciato il Santo Padre Francesco», o che «Il Grande Imam del Cairo ha condannato gli attentati terroristici». Perché non solo, il Grande Imam del Cairo, non è affatto il Sommo Pontefice dell’Islam, perché per quelle sue condanne è stato indicato come “infame” e “traditore” da molti altri gruppi musulmani, non affatto e non necessariamente jiadisti, taluni dei quali gli hanno lanciata pure una “condanna a morte”. Il Grande Imam del Cairo, che è un sunnita — senza bisogno di andare a cercare neppure alcuni degli altri numerosi gruppi religiosi islamici avversi — non gode affatto dell’appoggio e dell’universale favore da parte degli stessi musulmani sunniti, immaginiamoci quindi cosa pensino di lui molti altri gruppi islamici sparsi per il mondo.

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Premesso quindi che l’Islam non è una realtà omogenea ma un insieme antropologico di realtà e di tribù, di culture e di sentire religiosi a volte pure in aspro confitto tra di loro, la domanda mia dovrebbe meritare una risposta seria, precisa e soprattutto realistica: Beatissimo Padre, Eminentissimi ed Eccellentissimi Fratelli Vescovi e Cardinali, volete spiegare, ai devoti fedeli cattolici, di cui siete per divino mandato guide e pastori, con chi, in verità, state dialogando, ammesso dialoghiate veramente con qualcuno? Dialogate con il grande e grave problema islamico, oppure, fingendo invece di dialogare con esso, cercate soltanto di esorcizzare una paura che rischia di diventare presto una triste realtà? Vale a dire la seguente: questa volta, la battaglia di Lepanto, la perderemo immediatamente sin dalle prime battute, perché purtroppo manca in noi la fede e, con la fede, l’ausilio della Beata Vergine Maria, invocata nel 1571 attraverso il Santo Rosario dalla Lega Santa come Regina delle Milizie Cattoliche; invocata dai rematori nelle stive delle navi che remavano scandendo «Ave Maria … Ave Maria …».

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Non ricordate forse che al contrario, nella nostra moderna Europa, dopo i primi sanguinosi attentati a Parigi fuori dal Bataclan, teatro della strage jiadista, un pianista circondato dalla folla ha suonato e cantato Imagine di John Lennon, le cui parole sono uno sprezzante inno nichilista all’ateismo? [cf. QUI]. In quei giorni io mi permisi di ricordare l’ovvio scrivendo che quel pianista, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, aveva suonato la marcia funebre dell’Europa [cf. mio precedente articolo QUI]. Altro che i rematori nelle stive delle navi che durante la battaglia di Lepanto remavano scandendo ritmicamente «Ave Maria … Ave Maria …»!  Macché … come ho appena detto, sui cadaveri dei morti ammazzati dai jiadisti, al grido svirilizzato del «Peace&Love» che campeggia tra i piumini di struzzo dei gay pride, oggi la folla emotiva, senza più radici cristiane e senza più Dio, canta:

 

 .
.[traduzione in Italiano]

Imagine

Immagina non ci sia il paradiso
è facile se ci provi
nessun inferno sotto di noi
sopra di noi solo il cielo
immagina tutti quanti
vivere per l’oggi
 Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
niente per cui uccidere o morire
e neanche religioni
immagina tutti quanti
vivere la vita in pace
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono l’unico
spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo sarà tutt’uno
 Immagina nessuna proprietà
mi chiedo se puoi
nessun bisogno di avidità o fame
una fratellanza di uomini
immagina tutti quanti
dividersi il mondo
E il mondo vivrà come unico
[testo originale QUI]

 .

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Posta questa situazione basata sui dati puramente oggettivi e non certo sugli umori soggettivi catastrofici che non mi sfiorano nemmeno, per quanto riguarda l’invocata costruzione di moschee, penso sia lecito dire che applicando la stessa logica del mio Venerato Fratello Vescovo dell’Arcidiocesi Felsinea, si dovrebbe similmente invocare la riapertura delle case di tolleranza, visto e considerato che in tal modo sarebbero tolte centinaia di Signorine che al calar del sole affollano i viali che circondando la cinta muraria urbana bolognese. Con agevoli e confortevoli case di tolleranza a disposizione, un fitto esercito di corpivendole potrebbe svolgere il proprio antico mestiere in condizioni igieniche assai più vantaggiose, avrebbero riscaldamento in inverno, aria condizionata d’estate, adeguati controlli medici e via dicendo. E un simile principio non è applicabile solo alla prostituzione, lo è anche allo spaccio di sostanze stupefacenti. Se infatti hashish e marijuana fossero legalmente venduti presso le tabaccherie come monopolî di Stato, sarebbe tolto tutto il mercato delle cosiddette droghe leggere che – senza pena alcuna di possibile accusa di razzismo – stando ai fatti ma soprattutto agli atti giudiziari, è perlopiù in mano ai nordafricani dei Paesi del Magreb, che naturalmente nulla hanno a che fare con i musulmani; e se gran parte di essi sono tali, vanno considerati solo come dei “compagni che hanno sbagliato”, come dicevano i vecchi comunisti ad ogni attentato terroristico delle Brigate Rosse.

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Nessuno ricorda quegli amabili imam espulsi anni fa nel Nord del nostro Paese, i quali predicando una morale ed un’etica alquanto sui generis ― sotto certi aspetti vagamente simile a quella casuistica dei Gesuiti di oggi ― affermavano ai propri fedeli residenti in Italia e originari della Tunisia e del Marocco, di professione spacciatori di droga, che tale spaccio non era contro le leggi dell’Islam, se le droghe erano vendute solo agli “infedeli cristiani”? Il nome di questi imam, la data esatta del fatto e la loro espulsione dall’Italia non li ricordo, però, chi volesse verificare il tutto, può sempre rivolgersi alla Procura della Repubblica di Treviso che procedette all’arresto degli spacciatori ed alla espulsione dal nostro territorio nazionale dei due predicatori, perché nei fascicoli giudiziari d’archivio sono sicuramente sempre conservate anche le registrazioni di quei mirabili sermoni con relativa traduzione giurata dall’arabo all’italiano.

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Pure in questo caso, per evitare che sulla scia di umori e malumori qualcuno faccia di tutta l’erba un fascio, il Sommo Pontefice Francesco ci richiama doverosamente al reale umano e cristiano affermando, sempre parlando con i giornalisti nel suo recente viaggio di ritorno dalla Polonia:

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«Se io parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica […] ma non tutti i cristiani sono violenti così come non tutti gli islamici lo sono» [cf. QUI].

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Se fossi una persona che anziché seguire la nebulosa ambiguità casuistica gesuitica applicasse invece la logica aristotelica, a questa affermazione potrei rispondere ― ma ovviamente sbagliando, s’intende! ― attraverso due domande chiare e precise: c’è qualcuno, a partire dal Sommo Pontefice, in grado di portare con analogo esempio il caso di uno solo tra i circa 400.000 membri del clero secolare e regolare della Chiesa Cattolica sparsi per il mondo, che abbia affermato dal pulpito di una nostra chiesa che lo spaccio di sostanze stupefacenti non è contrario alla morale cattolica, se le droghe vengono vendute solo agli eretici luterani, pentecostali, avventisti e via dicendo? E c’è qualcuno in grado, a partire dal Sommo Pontefice ― sempre per quanto riguarda la «violenza cattolica» cui accennava il Santo Padre ad alta quota aerea laddove manca a volte ossigeno ― di elencare quando e dove, i cattolici, hanno sgozzato esseri umani, dirottato aerei civili, fatto esplodere bombe tra cittadini inermi? Oppure, quand’è accaduto che un solo cattolico sia entrato dentro una moschea a sgozzare un imam mentre predicava, urlando a squarciagola col coltello insanguinato: “Cristo è grande!”? A fronte di questa sua ennesima affermazione, o il Santo Padre dimostra qualche cosa del genere a supporto della sua ipotesi riguardo la «violenza cattolica», oppure, su modello di tutti i suoi prudenti, sapienti e Santi Predecessori, prenda l’abitudine di parlare solo dopo accurata riflessione e dopo altrettanta accurata preparazione di testi scritti che siano anzitutto misurati e ponderati, lasciando agli attori di Hollywood ed alle pop-star i colloqui a braccio coi giornalisti. Posto che, sia gli attori di Hollywood sia le pop-star, tendono a esprimersi, per la loro buona immagine e per quella delle loro società di produzione, con prudenza a volte persino maggiore di quella che nei fatti non dimostra invece di avere il Capo della Chiesa Cattolica.

Ebbene, questi vescovoni e cardinaloni, in fase avanzata di mondanizzazione e di incorreggibile piacioneria, che dialogano con tutto e con tutti meno che coi loro fedeli cattolici e che come il mio Venerato Fratello Arcivescovo Felsineo invocano la costruzione delle moschee — il tutto in un momento storico-sociale ad altissimo rischio nel quale le nostre chiese sono sempre più vuote, mentre nel nostro Paese il tasso di natalità è da 25 anni un punto e mezzo al di sotto dello zero — si rendono conto che stanno usando le identiche argomentazioni di fondo degli abortisti? Sì, esattamente le stesse: «legalizzare l’aborto vuol dire sconfiggere ed eliminare la piaga dell’aborto clandestino». Cambia l’oggetto ma la logica di base che anima l’argomentare di Matteo Maria Zuppi è la stessa: «per tenere sotto controllo ed eliminare l’integralismo islamista, bisogna evitare i ritrovi clandestini e costruirgli delle moschee alla luce del sole».

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A questo punto non ci resta che attendere che qualcuno dei miei Fratelli Vescovi testé menzionati tra queste righe apra la fase diocesana del processo di beatificazione di Marco Pannella, a ben considerare che non pochi vescovi, ed in specie quelli di ultima nomina, argomentano attraverso criteri logici che hanno caratterizzato le istanze del leader radicale nelle sue richieste sulla legalizzazione dell’aborto, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, delle droghe … facendo passare il male come bene allo scopo di evitare dei mali maggiori o di risolvere comunque dei gravi problemi sociali legati alle diverse pratiche o commerci clandestini. Ora, che in questo modo abbia argomentato un accolito di Lucifero come Marco Pannella, nulla da dire, ma che con altrettanta logica di fondo argomentino oggi svariati vescovi, in verità ho molto da dire; e visto che nessuno dice, a questo punto dico io, levando la mia voce episcopale dalle antiche rovine della mia onirica chiesa cattedrale ridotta a quattro sassi sparsi sul terreno turco della regione dell’Anatolia, posto che il mio dire può essere mosso: o da totale incoscienza, o da imperativi di coscienza che mi pervengono dalla grazia di Dio. Una cosa è certa, se a Bologna, su istanza dell’Arcivescovo e sulla base delle motivazioni da esso portate, fossero aperte delle moschee, per quanto mi riguarda, facendo uso delle stesse argomentazioni logiche, potrei farmi promotore per la richiesta di riapertura delle case di tolleranza, perché in fondo: meglio avere le prostitute sotto controllo alla luce del sole che sparse in giro in modo clandestino, con tutto ciò che di male questo comporta, inclusa mafia nazionale e internazionale, racket e soprattutto violenze su queste povere creature che, il Venerabile Presbitero Oreste Benzi chiamava «donne ridotte dalla crudeltà dell’uomo in stato di schiavitù per il proprio piacere».

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Venerato e amato Padre Oreste Benzi, nel mese di maggio del 2007, pochi mesi prima della tua morte, senza avermi mai visto né mai avendomi conosciuto prima di quel nostro unico incontro, mi dicesti: «Anche tu sarai una voce non comoda all’interno della Chiesa. Per questo ti invito a invocare sempre la grazia di Dio affinché questa scomodità possa essere sempre tutta opera di Dio per il bene della Chiesa stessa, mai però opera tua». Se un giorno ti raggiungerò nel Paradiso vero — non certo in quello materialista ed edonista dei musulmani premiati con 72 vergini [cf. QUI] e semmai pure con 72 suocere! — ciò sarà prova che ho messo in pratica il tuo santo consiglio lasciando operare la grazia di Dio. Se invece dovrò farmi un lungo purgatorio, con 72 vergini isteriche e soprattutto con 72 suocere più isteriche ancora di loro, ciò sarà prova del fatto che invece ho operato io; ed operando io ho inesorabilmente sbagliato, sino a meritarmi la severa purgazione in una parodia di Paradiso con 72 vergini frigide e 72 suocere incarognite.

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