Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: «Siate poveri, periferico-esistenziali e sciatti»

VESCOVI, MODE E CONSIGLI PER I NUOVI CARRIERISTI: «SIATE POVERI, PERIFERICO-ESISTENZIALI E SCIATTI»

 

assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia.

 

 

Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

curato di campagna
l’opera di George Bernanos, Diario di un curato di campagna.

Sono numerosi i messaggi privati che più confratelli sacerdoti mi hanno inviato da varie parti d’Italia, tutti mossi dalla stessa sostanza di fondo; ma non solo loro, anche diversi confratelli del Nord America e del Latino America mi hanno posto lo stesso quesito: «Oggi, per essere eletti vescovi in Italia, è divenuto presupposto fondamentale essere stati parroci di qualche parrocchia più o meno periferica, ed essersi dedicati soprattutto ai poveri ed ai derelitti?».

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Prima di procedere oltre desidero fare una premessa ai nostri lettori, perché come sanno coloro che leggono i miei scritti con una certa assiduità, è mia abitudine chiamare persone e situazioni col loro nome, tanto sono aduso rifuggire il “dire e non dire”, il “non nominare” ma al tempo stesso “far capire”, semmai stillando anche veleno, secondo il vezzo incorreggibile di certi clericali, che quando premettono “si dice che…“, poco dopo schizzano cianuro allo stato puro.

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paolo farinella
I NUOVI INTOCCABILI – due presbiteri genovesi con indosso una specie di grembiule per le pulizie ed una sciarpetta variopinta, ripresi mentre si recano a celebrare col proprio vescovo le esequie funebri di Don Andrea Gallo, più compagno di brigata ideologica che confratello in Cristo.

Proseguiamo col giro largo per poi giungere al cuore di un problema la cui delicatezza reclama degli utili esempi, a partire da questo primo: tempo fa, un gruppo di presbiteri ― me incluso ― segnalò al presidente di una conferenza episcopale regionale un confratello sacerdote poco più che cinquantenne che a nostro parere aveva un profilo episcopale di tutto rispetto; e forse, proprio per questo, né il suo vescovo né i vescovi di quell’area che pure lo conoscevano s’erano mai sognati di prenderlo in esame. E quando un vescovo non segnala un proprio presbitero come elemento idoneo all’episcopato, ed i vescovi della regione non mostrano interesse ad accettarlo come uno della loro “banda”, è difficile che la segnalazione possa andare avanti. Inutile quindi segnalare il potenziale vescovo ai vari organismi della Santa Sede, senza essersi prima assicurati che non finisca impallinato dai cecchini alla prima richiesta di informazioni; perché ognuno dei cecchini è solitamente fornito di una lista di amici degli amici da promuovere e sistemare. Questo il motivo per il quale in Italia in particolare, si è fini specialisti nel tagliare le gambe ai buoni elementi. Trascorso del tempo e non avendo avuta risposta, fu mandato il sottoscritto in avanscoperta come “testa d’ariete” per richiedere spiegazioni. Il vice-presidente di quella locale conferenza episcopale mi dette questa risposta secca: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco». Replicai: «Non mi risulta che il Verbo di Dio, prima, Pietro da Egli rivestito di una straordinaria e pesante funzione vicaria, dopo, abbiano mai proceduto a scegliere gli apostoli tramite il principio della clonazione». Anziché comportarsi da “sportivo” il vescovo si comportò per il piccolo uomo che era e come tale rispose: «Ma insomma, tu non puoi buttare sempre tutto in teologia!». Replicai: «E in che cosa dovrei buttarla, in gastronomia?». Provocato a dovere il vescovo si rivelò per l’autentico capo-impallinatore che in realtà era, cominciando a vomitare di tutto e di più, sino a definire questo santo prete come «teologicamente e liturgicamente ingessato, rigido e pastoralmente non flessibile». Cosa dovuta al fatto che nelle due parrocchie dov’era stato parroco in precedenza aveva proibito ai neocatecumenali di celebrare di sabato sera, presso la sala-cinema della parrocchia, la “Agape”, anche nota come “messa kikiana”. Aveva proibito a laici e laiche di spadroneggiare sul presbiterio mutato durante le sacre celebrazioni nel loro palcoscenico, di fare cosiddette “risonanze” durante la liturgia della Parola, anche perché spesso erano veri e propri sproloqui infarciti di errori dottrinari. Aveva loro proibito di comporre la Preghiera dei fedeli, di fare catechismo ai bimbi della Prima comunione ed ai ragazzi della Cresima secondo la discutibile “dottrina” neocatecumenale, spiegando in modo pacato ma chiaro: «In questa parrocchia i fanciulli e gli adolescenti saranno preparati a ricevere i Sacramenti attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica ed i testi approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana». E dopo vent’anni di incontrastato dominio parrocchiale neocatecumenale, fece per un anno intero un ciclo di catechesi per spiegare la riforma liturgica contenuta nella Sacrosanctum Concilium [testo, QUI] la esortazione post-sinodale Redemptionis Sacramentum [testo QUI] il senso di ciò che viene fatto durante la celebrazione eucaristica ed il suo significato alla luce del Messale Romano; ma soprattutto spiegò che la Santa Messa è sacrificio, il sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo Signore, non una festa danzante dove altri ― siano essi persone o idee ― finiscono per essere i veri protagonisti.

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Michel-Marie Zanotti
I PRETI RIEMPI-CHIESE – Michel-Marie Zanotti, un sacerdote che nella Francia ultra laicista ha richiamato molti fedeli, specie giovani, partendo dall’elemento basilare: presentandosi sempre visibilmente come un prete [vedere QUI]

Visti i risultati ottenuti, sebbene pagati dal sacerdote a caro prezzo di delazioni e ostruzionismi, trascorsi cinque anni il vescovo decide di spostarlo in una parrocchia più grande dove questa volta il problema erano i carismatici “ripieni” di Spirito Santo, capitanati da un gruppo di laici che organizzavano “riti” di guarigione, “riti” di liberazione da presunte possessioni diaboliche e via dicendo. Impresa molto difficile, perché se un gruppetto di agguerriti laici si appropria di una parrocchia che da anni gestisce dopo avere creato il vuoto e allontanato chiunque osi non seguire i dettami dello Spirito Santo a servizio esclusivo dei caporioni di quel movimento, il prete può rischiare il linciaggio, se non quello fisico sicuramente quello morale, che è peggiore. Incurante del tutto, appena giunto prese anzitutto da parte la “boss” del gruppo delle “pretesse” ripiene di doni speciali dello Spirito Santo e le ingiunse: «Mi dia la sua copia della chiave del tabernacolo». Risponde lei: «Ce l’ho da anni e mi serve per organizzare le Comunioni agli ammalati». Replica il parroco: «Dagli ammalati ci vado io, anche perché, prima di ricevere la Comunione, diversi di loro, specie gli anziani abituati a un uso frequente della confessione, potrebbero desiderare di confessarsi, cosa che lei non può fare. O pensa forse di poterli assolvere per sua carismatica grazia speciale?». Presto detto: la “pia donna” scatenò contro il parroco qualche cosa che somigliava al Demone che rimproverò Gesù: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?» [cf Lc 4, 31-37]. Trascorsi due anni era un vero piacere celebrare la Santa Messa in quella parrocchia, dove più volte il confratello mi invitò a predicare in alcune particolari occasioni, affinché i suoi fedeli udissero anche la voce di un predicatore diverso dal parroco.

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Vescovo in cravatta
I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Claude Dagens, Vescovo  di Angoulême (Francia)

Insomma, un presbitero sollecito per le confessioni e le direzioni spirituali, rispettato dai giovani come figura sacerdotale, non come un prete trendy che gioca a fare il compagnuccio di brigata, perché non solo i giovani necessitano, ma vogliono proprio il prete che sia tale per autorevolezza, autorità e disciplina di vita interiore, dedito alla preghiera e allo studio nel suo tempo libero, aperto e disponibile con tutti, ma al tempo stesso riservato e sempre testimone attraverso le sue parole e soprattutto le sue opere della somma dignità sacramentale di cui è rivestito per carattere indelebile ed eterno. I compagnucci di brigata i nostri giovani se li vanno a cercare altrove, non certo tra i preti.

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Dopo che per sommi capi ebbi risposto al vescovo che aveva affermato: «Indubbiamente è un ottimo sacerdote, ma non corrisponde a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali del Santo Padre Francesco», ecco che il buon pastore rivestito della pienezza del sacerdozio apostolico, postosi dinanzi a me con una camicetta-clergyman scollacciata ― io mi ero invece dovutamente presentato dal vescovo con la mia talare romana migliore ― non sapendo più dove attaccarsi mi disse: «Senti, io capisco che tu, lui e gli altri, siete della stessa “scuola” … insomma, per quanto giovani, siete preti “vecchio stile”, con la talare sempre addosso. Per carità, fate pure, nulla da dire, ma perlomeno rendetevi conto che i tempi sono cambiati, che vi piaccia o no». Allargò poi le braccia e si lustrò col pollice e l’indice sinistro l’anello al dito medio destro col fare del ragazzino che ti lascia intendere “tanto il vescovo sono io, sono io …” e con un sorriso beffardo concluse: «… fatevene una ragione!».

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vescovo in cravatta 2
I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. Jacques Noyer, Vescovo di Amiens (Francia)

È cosa avvilente per un prete ritrovarsi con indosso la sua talare migliore, per il rispetto dovuto anzitutto al vescovo, che pure ti si palesa come una autentica quintessenza della sciatteria. È cosa amara ritrovarsi dinanzi a un vescovo in calzoni, con la camicia scollacciata, ma con la immancabile croce pettorale penzolante sulla pancia, segno del suo potere e spesso del suo umorale arbitrio. A quel punto ― e non me ne pento ― risposi: «Vede, Eccellenza, a parer mio sarebbe prudente evitare sempre che le persone maleducate che hanno rifiutato ogni genere di educazione e quindi di trasformazione attraverso i doni di grazia, possano passare in modo repentino e disinvolto dalla zappa al pastorale». E con questo intendevo chiuderei il discorso. Invero lo chiuse anche il vescovo, ma lo fece con una frase che confermò la mia teoria su zappa e pastorale, oltre a confermare che nei seminari ― da me rinominati pretifici, grande fucina di deformazioni e di deformati ― da quattro decenni non si educa e non si vuole educare più nessuno. Sbotta tosto il vescovo: «Ma vedi d’andà affanc …!». E detto questo mi rifiutò la mano da baciare, perché se un vescovo mi manda a quel paese, a maggior ragione io gli bacio la mano, non per l’evidente poveraccio che è, ma per la grazia sacramentale di cui è rivestito.

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vescovo in cravatta 3
I VESCOVI SVUOTA-CHIESE – S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez (Francia), si prega di notare il baffo alla Freddie Mercury …

Poco dopo, i vescovi di quella regione sceglievano per una delle loro sedi vacanti un parroco che nelle tre parrocchie dov’era stato si era limitato a celebrare la Messa, lasciando ovunque i laici spadroneggiare, dalla organizzazione dei corsi di catechismo alla liturgia, quest’ultima appannaggio delle immancabili “pretesse”. E quando alcuni parrocchiani familiari di anziani ammalati, chiesero se poteva andare lui a portare la Comunione, almeno qualche volta, rispose che «c’erano dei laici incaricati sul cui ministero egli non poteva interferire». Quando assieme ad altri due sacerdoti io andai in quella parrocchia per confessare diverse decine di ragazzini che la domenica successiva avrebbero ricevuto il Sacramento della Cresima, assieme ai miei due confratelli rimasi esterrefatto: i ragazzi e le ragazze non sapevano che cosa dire, facevano scena muta guardando a destra e a sinistra, nessuno conosceva l’atto di contrizione ed a tutti dovetti dire di farsi il segno della croce mentre il sacerdote impartiva loro l’assoluzione …

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Freddie Mercury
… il cantante Freddie Mercury, forse parente più o meno alla lontana di S.E. Mons. François Fonlupt, Vescovo di Rodez.

… e mentre nella chiesa parrocchiale avveniva questo, otto catechisti se ne stavano seduti dinanzi alla cappella del Santissimo Sacramento a chiacchierare, a ridere tra di loro e ad inviare sms con i telefoni cellulari, tutti con le spalle voltate al tabernacolo della sacra riserva eucaristica. Quando io giunsi presso quella chiesa parrocchiale vestito con la talare, col breviario sottobraccio e la stola viola ripiegata sopra ― perché nell’attesa dei penitenti ho pure la “sfrontatezza” vecchio stile di recitare persino la liturgia delle ore ―, il parroco, oggi vescovo, mi disse ridendo: «Ma dove vai? Vestito così mi spaventi i ragazzi, non sono abituati a vedere un prete agghindato a questo modo. Vai in sacrestia, togliti questa roba e mettiti un’alba bianca, se vuoi». Infatti, lui amministrava le confessioni con una camicia a quadri sbottonata seduto a gambe larghe su di una panca. E quando il fatidico giorno fu convocato presso la curia vescovile della sua diocesi e gli fu comunicata la sua nomina episcopale, il suo vescovo, vestito con un clergyman sdrucito, dopo la lettura del testo ufficiale mise sulla testa del neoeletto vescovo, vestito in abiti civili, lo zucchetto rosso. Una scena che, se non fosse patetica, sarebbe davvero ridicola …

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enrico mazza
I PICCOLI KÜNG NOSTRANI – il presbitero Enrico Mazza, ovviamente docente presso il pontificio ateneo catto-protestante Sant’Anselmo.

… proprio come nel 2011 fu patetico il cappellano di un ospedale di Pisa, presso il quale mi recai partendo da Roma di primo mattino, giunto presso il quale cercai il cappellano e gli chiesi se potevo amministrare l’unzione degli infermi al suocero di mio fratello. Mi guardò come fossi un marziano e mi ingiunse: «Questo è un ambiente laico e se pensi di salire nel reparto di oncologia vestito a questo modo, allora ti dico subito di no». Dinanzi a questa risposta non pensino, i nostri cari lettori, che ero andato a rubare dagli armadi di un clown del circo di Moira Orfei gli abiti coi quali rivestirmi alla partenza da Roma, assolutamente no! Avevo la talare indosso e sottobraccio la cotta, la stola e il libro del rito dell’unzione degli infermi. Mi tolsi la talare e salii nel reparto di oncologia col pantalone e la camicia bianca che avevo sotto, perché se io devo aprire le porte del Paradiso a un’anima, però un qualsiasi demente ― prete incluso ― mi impone prima di cantare “Bandiera rossa”, in quel caso faccio finta per due minuti di essere l’intoccabile prete eretico genovese Andrea Gallo e senza esitare attacco: «Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa …». Di tutto questo, quell’animo profondamente cattolico di mio fratello, rimase male, specie in quel particolare frangente, tanto che mi disse: «Non pensi di andare a fare quattro parole con l’Arcivescovo Metropolita di Pisa?». Eruppi con una risata e replicai: «Fratello mio, suvvia! A fare due parole con chi, con quel brav’uomo di Giovanni Paolo Benotto, al quale i preti danno pacche sulle spalle mentre dal suo canto lui potrebbe avere seri problemi nel riuscire a dare un ordine al portinaio del palazzo arcivescovile?». E ovviamente lasciai correre, perché se perdere tempo prezioso per far ragionare certi preti spesso non serve, a perderlo con certi vescovi è cosa ancora peggiore e soprattutto più deludente.

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Paolo Giulietti
I VESCOVI ATTIRA-GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia [vedere QUI]

Ho portato testé gli esempi di due diversi parroci che hanno mostrato nei concreti fatti di essere: uno, un uomo di Dio e un uomo di governo, un pastore in cura d’anime che all’occorrenza dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato fare, agendo pastoralmente di conseguenza in conformità alla dottrina, al magistero e alle leggi della Chiesa. L’altro, seppure pessimo parroco, fu fornito però dai suoi protettori di una “scheda” dov’erano state impresse alcune parole oggi davvero magiche: «… si è dedicato alle attività caritative, è stato assistente presso la Caritas, ha assistito i giovani del vicino campo Rom, ecc..». E leggendo questa “scheda” ci è chiaro il desolante presente e il futuro prossimo peggiore che ci attende. Ecco chiarito come mai il secondo dei due parroci portati a mo’ d’esempio, ed oggi vescovo, non poteva occuparsi della sacra liturgia lasciata in appalto ai laici; ecco perché non poteva andare a portare l’Eucaristia agli ammalati; ecco perché non poteva vigilare sui bimbi della Prima Comunione che non conoscevano neppure il Padre Nostro e sui ragazzi della Cresima che manco sapevano cosa fosse il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione. Non poteva fare nulla di tutte queste cose “secondarie” perché era impegnato in una cosa molto più primaria: visitare il locale campo Rom! Un argomento questo del quale ho già parlato in un mio precedente articolo, per spiegare tra le righe che se le vie del Signore sono notoriamente infinite, quelle degli ecclesiastici sono invece sempre più “finite” e “definite”, a volte anche in modo non poco stolto [vedere QUI], perché nulla è più pericoloso di un incapace che esercita un potere che anzitutto è un gravoso servizio; potere che in ogni caso non perviene a lui né dal Popolo Sovrano né dal gradimento del quotidiano La Repubblica, bensì da Cristo Dio.

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I VESCOVI ATTIRA- GIOVANI? – S.E. Mons. Paolo Giulietti, Vescovo ausiliare di Perugia.

Se qualcuno ha deciso di selezionare i nuovi vescovi dalle periferie esistenziali, o di promuovere all’episcopato preti che hanno giocato ai “compagnucci di brigata” nei campi scouts, anziché affascinare i giovani con lo stile e il carisma di un uomo di Dio come il presbitero francese Michel Marie Zanotti [vedere QUI], faccia pure, ma il fallimento sarà suggellato attraverso il dramma ecclesiale della caduta nel ridicolo. E purtroppo, nel giro di non molti anni, i risultati saranno pagati dalla Chiesa di Cristo e dal Popolo di Dio. Il tutto senza neppure sapere a chi rendere davvero grazie, perché il meccanismo della nomina dei nuovi vescovi è di per sé talmente complesso, specie in un Paese particolare come l’Italia, da risultare quasi come un gioco di scatole cinesi. Ciò che infatti noi conosciamo è il genere di lavoro svolto da varie istituzioni ecclesiastiche e dicasteri della Santa Sede per la selezione dei futuri vescovi. Lavoro nel quale sono coinvolti numerosi ecclesiastici che talvolta riescono a pilotare certe nomine molto più di quanto riescano a fare certi influenti vescovi e cardinali; e non di rado, i vari organi della Santa Sede che hanno cercato di svolgere un lavoro serio e meticoloso improntato anzitutto sulla prudenza, nel tentativo di selezionare candidati idonei, si vedono azzerare il tutto dinanzi all’amico di un amico da piazzare; e spesso, per questi colpi di mano, non si sa neppure quale “santo” ringraziare.

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Nicolo Anselmi
FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova [vedere QUI]

In ultima istanza giunge a lavoro concluso un fascicolo al Sommo Pontefice contenente una terna di tre nomi, dai quali solitamente egli sceglie il primo indicato tra i tre candidati. Diversi sono i testimoni oculari i quali hanno riferito che spesso Giovanni Paolo II firmava senza neppure leggere le schede sintetiche dei tre nomi indicati, mentre Benedetto XVI gli dava una scorsa e poi firmava. È vero che a nominare i vescovi suoi collaboratori è Pietro, ma il meccanismo è parecchio articolato e il più delle volte il Santo Padre si limita a ratificare le scelte altrui che sono frutto di indagini, ricerche e valutazioni quasi sempre molto complesse, sia nel bene sia nel male. Cosa in sé del tutto comprensibile: come potrebbe infatti, il Sommo Pontefice, occuparsi delle nomine e del periodico ricambio di circa 5.000 vescovi sparsi per l’Orbe Catholica? Tutto il suo tempo non basterebbe solo per questo.

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FIGURE RUBATE AL CINEMA PER ATTIRARE I GIOVANI? – S.E. Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova.

Da queste delicate situazioni nasce l’elemento di fondamentale importanza per qualsiasi Pontefice: avere vicino a sé dei preziosi e soprattutto fedeli collaboratori. E sia la preziosità sia la fedeltà si reggono su di un presupposto preciso: il disinteresse e la fede nel meritato premio eterno per avere servito in modo libero e senza secondo scopo alcuno la Chiesa di Cristo e Pietro suo Supremo Pastore; ed a rendere questi preziosi servizi alla Chiesa ed a Pietro suo Supremo Pastore, sono quelli che ti dicono sempre ciò che pensano, non quelli che sono invece abili a celare il proprio essere ed altrettanto abili a cercare di compiacere in ogni modo il padrone del carro. Molti sono i danni derivati alla Chiesa dal periodo dell’ultimo Giovanni Paolo II e dal pontificato di Benedetto XVI, tutti dovuti proprio a questo: la scelta di pessimi collaboratori che, a loro volta, hanno inquinato le diocesi per un verso e la curia romana per altro verso, piazzando spesso nella seconda anche soggetti più somiglianti a delle cocorite anziché a dei maschi con tutti i relativi annessi e connessi; e quando questi soggetti fanno poi lobby, sappiamo cosa accade [vedere mia vecchia intervista, QUI].

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San Pio X vignetta
il Santo Pontefice Pio X raffigurato in una vignetta satirica del giornale anticlericale L’Assiette au Beurre (Piatto di Burro) n. 242 del novembre 1905.

Da quarant’anni la Chiesa s’è messa a  giocare col mondo dei media che si regge su spietate logiche dell’immagine sempre più anti-cristiane. Una volta — in tempi recenti, non secoli fa — il Romano Pontefice ed i vescovi di molte grandi e medie diocesi avrebbero potuto passeggiare a piedi tra la folla mimetizzati in abiti civili, senza che nessuno li riconoscesse; ed infatti molti lo facevano. L’immagine del Romano Pontefice era solo un’effige sopra le monete dello Stato Pontificio, mentre quella del vescovo era raffigurata in un quadro inserito in una sala interna della chiesa cattedrale nella quale erano raccolti i dipinti di tutti i suoi predecessori. Diversi erano i vescovi che per controllare le parrocchie disseminate nelle loro diocesi giravano mimetizzati da secolari, senza essere riconosciuti neppure dai parroci, ma soprattutto dai tanti curati di campagna che costituivano il grosso della fetta del loro clero. Dei Pontefici di fine Ottocento inizi Novecento avevamo solo alcune foto ufficiali ed a partire dal pontificato di Benedetto XV alcuni brevissimi e rari filmati. Con Giovanni XXIII le televisioni cominciano a entrare in luoghi sino a poco prima impenetrabili e infine, col pontificato di Giovanni Paolo II, i media fanno il loro ingresso “trionfale” nella Chiesa, ed ogni mossa e sospiro del Romano Pontefice sarà reso pubblico: dalla “culla del neonato” dentro il conclave sino al suo cadavere disteso sul letto dentro la camera del suo appartamento privato. Ora, io non dico che questo sia male, dico che il tutto andrebbe saputo gestire, perché i media, volendo, possono anche mutarci in una struttura veramente grottesca attraverso i più pericolosi messaggi subliminali …

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seminarista sfranta
I PRODOTTI DEGLI ODIERNI PRETIFICI, OSSIA I SEMINARI –  all’interno dei quali non c’è più selezione e vigilanza, dove spesso non ci sono formatori idonei che siano stati prima educati e resi idonei a impartire una  educazione ecclesiastica adeguata alla dignità del futuro presbitero [vedere filmato QUI]

… esempio: al di là del riguardo delle televisioni italiane post democristiane, se analizziamo le riprese fatte da televisioni statunitensi facenti capo a società laiciste o protestanti, per non parlare di quelle arabe e israeliane, vediamo ripresi in primo piano durante le celebrazioni di Benedetto XVI un piccolo esercito di cerimonieri che ancheggiano tra sorrisi e moine e che non danno certo bella immagine della Sede Apostolica, ma trasmettono in pochi secondi l’idea subliminale che il tasso di testosterone maschile in certi ambienti ecclesiastici è alquanto basso. Nessuno pretende che siano scelti come vescovi dei fotomodelli, entrare però nel mondo dell’immagine con figure caricaturali se non peggio grottesche, fa male alla Chiesa, rendendo molto pericoloso e nocivo il gioco che certi ecclesiastici fanno con i media …

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Cesare Nosiglia
QUANDO LA CHIESA GIOCA COL PERICOLOSO MONDO DELL’IMMAGINE – S.E. Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino.

… sia chiaro: il Cardinale Alfredo Ottaviani non era un adone, non lo era il Cardinale Giuseppe Siri e non lo era Giovanni XXIII, la bruttezza del quale era però superata da quella di Leone XIII, per seguire col gracile e gobbo Benedetto XV. Ma la bruttezza di certe figure o la pappagorgia che rese simpatico Ottaviani, erano compensate da capacità e da talenti non comuni riconosciuti anche da molte persone avverse alla Chiesa. Ciò che quindi io lamento è la moltiplicazione di figure che neppure i vignettisti anticlericali dell’Ottocento avrebbero disegnato, quasi come se oggi la Chiesa volesse fare un lauto pranzo di nozze con noci e fichi secchi, presentanto pubbliche figure che, oltre ad essere sgradevoli, non hanno affatto quel carisma e quel talento che le renderebbe molto belle persino nella loro bruttezza. E chi ragionevolmente ritiene che io sbagli, per favore indichi e dimostri pubblicamente il mio errore di analisi e di valutazione — e se il caso lo richiede pure con tutti i richiami canonici del caso —, a partire dai soloni che sia presso la Santa Sede sia presso la Conferenza Episcopale Italiana si occupano delle comunicazioni sociali, vale a dire gli addetti del servizio di catering che organizzano nozze sontuose con noci e fichi secchi.

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il Cardinale Angelo Bagnasco e il suo Vescovo ausiliare, teodrammatica di una Chiesa contemporanea nella quale il servitore non può essere mai più bello del padrone …

Che si miri a scuotere è evidente, lo abbiamo capito sin da quando il Santo Padre, ignorando tutti i teologi di cui dispone, lanciò l’ennesimo messaggio invitando un parroco a predicare gli esercizi spirituali alla curia romana. Il messaggio passato è stata però la sola cosa singolare in sé, ossia l’ennesimo sberlone dato alla curia e ai curiali da un latinoamericano con l’aggravante dello spirito argentino, nonché gravato ― e diciamolo! ― da non pochi pregiudizi anti-romani. Perché a questo punto non so quanto il Santo Padre si sia veramente premurato di conoscere Roma e la sua storia, inclusa la storia di quella curia romana che egli vorrebbe riformare, ma che non può certo riformare senza prima averla conosciuta bene e a fondo, ma soprattutto senza essere libero dal gravame dei pregiudizi. Col tempo potremo però valutare a posteriori quanto egli sia partito libero, oppure solido ed irremovibile sui propri pregiudizi, agendo quindi di conseguenza.

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giovanni XXIII 2
… anche Giovanni XXIII era brutto, a tratti quasi caricaturale, ma era un uomo che pur con tutta la sua amabilità riusciva a incutere sacro timore con un solo sguardo, ed il talento che aveva, la fede, la speranza e la carità che lo animava, uniti alla sua amabile simpatia, non solo lo hanno reso bello, molto di più: lo hanno reso santo e modello di eroiche virtù.

Singolare è il fatto e singolare lo sberlone legato a quegli esercizi spirituali, perché ciò che solo è passato, ancora una volta è stato il gesto, o se preferiamo lo smacco del Santo Padre giunto in pullman ad Ariccia dove si sono svolti gli esercizi, portandosi dietro vescovi e cardinali stile “gruppo vacanze Piemonte, si parte! ”, come diceva un vecchio spot pubblicitario. Ecco quindi che i giornalisti ci hanno deliziati narrando che il Santo Padre si è seduto in mezzo a tutti, alla pari di tutti, in modo semplice, dimesso … perché Francesco è “er papa de noartri ”. Sia chiaro: nulla ho da dire su certi stili caserecci del Santo Padre, molto avrei invece da chiedere riguardo a cose ben più serie, a partire dalla prima: di quegli esercizi spirituali, cos’è rimasto? Di che cosa si è parlato? Come se ne è parlato? Quale messaggio è stato lanciato da un oratore particolarmente illuminato da Dio, chiamato al gravoso ufficio di predicare dinanzi al Successore del Principe degli Apostoli e degli altri Apostoli? Se andiamo al pratico scopriamo che degli esercizi spirituali del Santo Padre Francesco ci rimane solo l’immagine di un parroco che li predica, di un Sommo Pontefice seduto sul pullman con tutti e in mezzo a tutti. Questo ci rimane, ed è davvero misera cosa, come lo sono molte altre costruzioni di case che giorno dietro giorno, anziché sulla roccia, vengono erette sulla sabbia [cf. Mt 7, 26-27]. Al contrario, invece, dei memorabili esercizi spirituali predicati nella Quaresima del 1971 dal Padre Divo Barsotti alla curia romana su invito di Paolo VI, oggi ci rimane in eredità un testo monumentale, a tratti profetico, opera di un autentico mistico, di un autentico teologo, di un vero Padre della Chiesa [vedere QUI]; senza che nessuno di noi sappia e senza che ad alcuno di noi interessi alcunché del come ed a bordo di che cosa sono arrivati i partecipanti, o dove il Beato Paolo VI fosse seduto durante il tragitto.

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Con questo non intendo dire che sia cosa sbagliata prendere dei parroci di consolidata esperienza e promuoverli all’episcopato, perché ciò di cui hanno vitale bisogno le numerose piccole, ma anche medie diocesi italiane, è la figura di un vescovo con esperienza pastorale, che sappia come tale trattare coi suoi presbiteri e che sappia accogliere e guidare la porzione di gregge del Popolo di Dio a lui affidato. Essere però parroco non è affatto una garanzia, perché al vescovo è richiesta una particolare completezza che ben pochi parroci hanno: anzitutto, deve saper governare i propri presbiteri con autorità e autorevolezza, confermandoli giorni dietro giorno nella fede [cf. Lc 22, 31-34] quindi guidare in modo deciso e credibile il Popolo di Dio.

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pugno sul tavolo
al vescovo è richiesto un pugno di ferro ricoperto da un guanto di delicato velluto.

I vescovi devono essere avversi rispetto agli atteggiamenti degli smidollati che per accontentare tutti e non scontentare nessuno, creano situazioni di paralisi auto-distruttiva perché di fatto non governano la loro Chiesa particolare, lasciando che a governarla siano le prepotenze, i litigi e gli arbitrî dei preti divisi tra loro, dove a prevalere è solo l’arroganza dei più forti che nel tempo si sono piazzati nei posti giusti dopo aver collezionato le peggiori armi di ricatto. Preti che in certe diocesi, pur rappresentando un esiguo numero di tre o quattro elementi, hanno messo sotto scacco e ridotto al silenzio tre vescovi uno appresso all’altro, dopo aver fatto loro capire che avevano in mano strumenti di ricatto sia sul versante morale sia sul versante economico per far saltare in aria una diocesi intera, con tutte le implicazioni di carattere penale nel caso in cui certe notizie fossero giunte alle competenti autorità giudiziarie civili. E non pochi vescovi italiani, in situazioni di questo tipo, sono rimasti col loro bel pastorale in mano usato unicamente come gingillo liturgico a fare di fatto niente.

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cattedra episcopale
la cattedra del vescovo sommo maestro [Il modello riprodotto in foto appartiene alla cattedrale di Massa Marittima, QUI]

Il vescovo deve essere un maestro di dottrina. E qui si noti che non ho detto un teologo sopraffino ma un maestro di dottrina, capace d’insegnare e imporre all’occorrenza il rispetto del Magistero della Chiesa qual supremo custode nella sua Chiesa particolare del depositum fidei. E considerate le omelie registrate che sono state pronunciate sia per il loro insediamento in cattedra sia durante i primi atti di ministero episcopale da parte di diversi di questi vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, la dottrina di diversi di essi non è poi così entusiasmante; e quando non si conosce bene ed a fondo il depositum fidei, tutelarlo non è facile, anche se naturalmente nessuno pone limiti alla grazia dello Spirito Santo, che però è bene non sfidare.

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Il vescovo deve essere anche un conoscitore di diritto, con un senso naturale spiccato del diritto. E qui si noti: non ho detto che debba essere un sopraffino dottore in diritto canonico ma una persona dotata del senso del diritto, perché se non lo è, scivolerà facilmente nel libero arbitrio, fabbrica di tutte le peggiori ingiustizie. Ed anche in questo caso, molte delle nuove leve, lasciano pure in tal senso a desiderare, pur essendo stati parroci per tanti anni.

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carlo maria martini 3
il Cardinale Carlo Maria Martini, al quale abbiamo dedicato alcuni articoli di critica al suo pensiero teologico [vedere QUI, QUI], ma da noi sempre indicato con venerazione come una tra le più belle figure dell’episcopato del Novecento, semplice ma ieratico liturgo. 

Il vescovo è sommo liturgo e dall’Eucaristia che celebra dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella sua Chiesa particolare. E anche in questo caso è bene sorvolare sul modo sciatto e approssimativo col quale taluni vescovi provenienti da parrocchie-esistenziali-periferiche, vere o presunte, sono stati ripresi per anni e anni da numerosi cineoperatori mentre celebravano liturgie sulle quali è bene stendere un velo pietoso.

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Qui mi fermo senza procedere oltre, ma ce n’è a sufficienza per poter affermare che sia le mode, sia il conformismo, portano per vie diverse ma parallele tutte e due allo stesso disastro. Infatti, prima della moda conformista dei vescovi-parroci, abbiamo vissuto sia la moda dei vescovi-curiali sia la moda dei vescovi-professori. Questi secondi, perlopiù legati al pontificato di Benedetto XVI, che rendendosi conto di quanto all’interno della Chiesa il fermento degli errori dottrinari o delle eresie avesse fatto lievitare giganteschi panettoni, per porvi rimedio, anziché chiudere le fabbriche di panettoni, anziché togliere a certe pontificie università e pontifici atenei il titolo “pontificio”, comincia a far nominare vescovi dei professori di teologia più o meno illustri, spesso proprio provenienti da queste fabbriche di eresie, all’interno delle quali erano loro stessi i primi e più perniciosi diffusori. Purtroppo questi professori, alcuni dei quali teologi veri altri invece dei puri palloni gonfiati, nel corso del tempo hanno seminato in giro per le diocesi italiane tanti e tali danni che in molti casi occorreranno decenni prima che si possano riparare, specie quando questi gravi danni sono correlati alle ordinazioni sacerdotali di non pochi soggetti sbagliati che come tali non avrebbero mai dovuto diventare preti.

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prete che benedice i contadini
due contadini si inginocchiano sul terreno fangoso mentre passa il curato di campagna che porta la Santissima Eucaristia a un ammalato. Di fronte a questi testimoni e testimonianze, come possono, vescovi e presbiteri, presentarsi oggi in “braghe e maniche di camicia“? Per cosa, forse per attirare i giovani? Illusi! Sono i preti come quello ritratto in questa foto i soli che oggi potrebbero tornare a riempire le nostre chiese, se la superbia clericale non chiudesse gli occhi pure dinanzi all’evidenza dei fatti.

I problemi non si risolvono passando da una moda all’altra, lo ha già fatto la politica. O la Chiesa vuol ripetere gli errori dei politici? Qualcuno ricorda i tempi in cui dinanzi alla politica caduta ai minimi storici di credibilità, i politici tentarono di allettare gli elettori candidando attori, cantanti e calciatori nelle liste elettorali? A dire il vero fu candidata ed eletta pure una celebre pornostar. Vogliamo ripetere gli stessi errori nella Chiesa, pornostar incluse?

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Il problema non è che per divenire vescovi è necessario essere stati parroci, o professori di teologia, o addetti a mansioni di curia. Non è infatti il ruolo che rende santo l’uomo, ma l’uomo che santifica il ruolo che è stato chiamato a ricoprire. Un buon vescovo può quindi uscire fuori da un parroco di periferia come da un luminare della teologia; da un addetto al servizio diplomatico o da un presbitero che ha servito la Chiesa in un ufficio di curia, proprio perché è l’uomo che fa il buon vescovo e non certo lo specifico incarico che egli ha ricoperto.

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Ildefonso Schüster
I VESCOVI CHE AVEVAMO FINO A POCHE DECINE DI ANNI FA –  il Beato Ildefonso Schüster, Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954. Figura di grande spessore teologico, mistico e grande pastore di anime. Quando faceva la visita pastorale, spesso giungeva alle cinque del mattino davanti alle chiese parrocchiali, si inginocchiava sul sagrato e pregava in attesa che il parroco aprisse la porta per la celebrazione della prima Messa.

In un mio libro pubblicato agli inizi del 2013, parlando dell’episcopato e della nostra naturale vocazione alla santità, scritta nell’acqua del nostro battesimo, affermai che spetta alla Chiesa stabilire in che modo i consacrati nei tre gradi del Sacramento dell’Ordine debbano svolgere e prestare i propri grati e preziosi servizi; presupposto questo che sta a fondamento della natura del Sacramento dell’Ordine. È inammissibile che dei sacerdoti si propongano come candidati all’episcopato o che dei vescovi si propongano per delle grandi sedi metropolitane, per uffici della curia romana o per il titolo onorifico cardinalizio. Chiunque, in modo diretto o indiretto lo facesse, dovrebbe essere di rigore escluso da ogni possibilità di promozione. Nessuno è infatti promosso e consacrato vescovo per proprio prestigio personale ma per essere un servo fedele e devoto a servizio della Chiesa particolare a lui affidata, sempre tenendo a mente che Dio si è incarnato in Gesù non per essere servito ma per servire [Cf. Mt 20,28]. Dovremmo pertanto lavorare per giungere un giorno a un importante risultato: un clero cattolico formato da sacerdoti secolari e regolari perfettamente consapevoli che essere vescovo di una grande e importante diocesi o essere parroco di una piccola parrocchia di campagna è ugualmente dignitoso e importante per la Chiesa, in seno alla quale il vescovo della grande diocesi e il parroco della piccola chiesa di campagna offrono ambedue un servizio indispensabile, accomunati dalla loro medesima natura di servi.

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Nella Chiesa esiste la preziosa figura ispiratrice e l’alto esempio del Santo Vescovo Carlo Borromeo, ma esiste altrettanta preziosa figura ispiratrice di non minore e alto esempio: Giovanni Maria Vianney, eletto non a caso patrono dei parroci e dei sacerdoti. Sicuramente nessuna mente savia avrebbe mai inviato Carlo Borromeo come parroco ad Ars e Giovanni Maria Vianney come vescovo a Milano; ma è appunto la Chiesa, la unica e la sola a stabilire chi deve diventare vescovo di Milano e chi curato di Ars, per sviluppare al meglio la sua naturale vocazione alla santità e per preservare e salvare la fede nel Popolo di Dio.

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Vescovo Mario Enrico Delpini
DALLA IERATICA FIGURA DI  SCHÜSTER ALL’ATTUALITÀ – S.E. Mons. Mario Enrico Delpini, Presidente della Equipe per la Formazione Permanente del clero dell’Arcidiocesi di Milano [vedere QUI]

Quando al buon senso subentrano le mode o le strategie di mercato giocate su veri e propri slogan pubblicitari, il rischio che si corre è quello di mettere Giovanni Maria Vianney a fare il Vescovo di Milano e Carlo Borromeo a fare il curato ad Ars, con un triste risultato conseguente: né l’uno né l’altro diverranno santi. Il primo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il Vescovo di Milano; il secondo, non diventerà santo perché risulterà un soggetto inadeguato poiché non all’altezza di fare il curato ad Ars, ed entrambi semineranno danni a non finire.

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Nello stato in cui ci troviamo, è inutile cercare piccole, futili e clericali strategie, oggi mirate alla sfornata dei professori e dei curiali, domani a quella dei parroci che hanno preso in qualche modo su di sé – realmente o per abile burla – l’odore dei poveri e di quelle periferie esistenziali che sembrano andare oggi di moda. Ciascuna di queste scelte sono solo palliativi che porteranno al totale fallimento. Ciò che infatti pare non entrare dentro le teste sempre più piccole di certi ecclesiastici, è il fatto che per giungere ad essere veramente perfetti nell’unità [Cf Gv 17, 23] bisogna procedere all’occorrenza anche con divisioni drammatiche, memori che Cristo Signore è venuto anche per portare la spada e la guerra, non solo la pace [Cf Mt 10,34]; memori che prima o poi, al momento opportuno, il grano dovrà essere separato dalla gramigna, quando si avrà la certezza che per strappare la gramigna non vada dispersa neppure una spiga di grano, cosa che però non vuol dire: aumentiamo la gramigna affinché soffochi definitivamente il buon grano [Cf. Mt 13, 24-30].

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rafael merry del val
il Cardinale Rafael Merry del Val, Segretario di Stato del Santo Pontefice Pio X, un uomo che oggi non diventerebbe mai vescovo o che forse non farebbero neppure diventare prete.

Le mode sono sempre nocive, di qualunque genere esse siano, inclusa la ricerca odierna di parroci con trascorsi veri o presunti tra le Caritas, le baraccopoli ed i campi Rom, perché ciò vuol dire che oggi, un uomo di Dio della straordinaria completezza umana, morale, teologica, giuridica e pastorale come Rafael Merry del Val, non solo non sarebbe mai divenuto cardinale, ma neppure vescovo e forse nemmeno prete, perché solo il suono del suo cognome farebbe storcere molti nasi che fingono di voler sentire l’odore delle pecore da prendere su se stessi, senza avere affatto capito quello che il Santo Padre Francesco voleva dire e trasmettere ai pastori in cura d’anime affermando: «Siate pastori con addosso l’odore delle pecore». Né mai avrebbe fatta alcuna strada un uomo come Giovanni Battista Montini, reo di provenire da una famiglia della vecchia borghesia lombarda. Soprassiedo poi sulle infelici sorti che nella Chiesa modaiola di oggi sarebbero toccate a un soggetto come Eugenio Pacelli e passo direttamente ad Angelo Roncalli, ma a quello vero, non al santino da iconografia popolare. Oggi come oggi, il futuro San Giovanni XXIII, giunto all’apice della carriera diplomatica come nunzio apostolico a Parigi, sarebbe mai diventato Patriarca di Venezia ― per di più ultra settantenne ―, dopo avere trascorso tutta la sua vita nel servizio diplomatico della Santa Sede? Certo che no, perché se fossero state applicate le logiche modaiole odierne sarebbe stato cercato sicuramente un parroco di qualche provincia veneta che tra il 1945 ed il 1950 aveva arricchito il proprio curriculum, sino a renderlo in tal modo episcopabile, dopo essersi dedicato ai profughi ed agli orfani di guerra o per avere servito i pasti ai senzatetto.

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Vescovo Claudio Cipolla
S.E. Mons. Claudio Cipolla, ex parroco, neoeletto Vescovo di Padova, dove da 85 anni non veniva scelto un cadidato che non fosse già vescovo con esperienza pastorale. Dinanzi a questo volto simpatico viene simpaticamente da dire: a certi parroci, finché non gliene regalano una rossa, una dignitosa talare nera non se la mettono neppure per andare a ritirare la nomina episcopale.

Se presso certe sedi vescovili sono inviati da decenni, o persino da secoli dei vescovi che hanno già maturato esperienze pastorali in altre diocesi dove hanno data buona prova di governo, ci sarà pure un motivo? Se alcune sedi arcivescovili italiane sono da secoli anche sedi cardinalizie, è perché vi sono antiche tradizioni legate alla storia ed ai passati regni e principati della penisola italica; da questo si è consolidata una consuetudine che non è detto debba essere mantenuta. Regole e consuetudini possono essere infatti cambiate e, per farlo, Pietro non deve chiedere il permesso a nessuno. Al limite, se vuole, o se è dotato della necessaria umiltà per farlo, può chiedere consiglio a chi certi meccanismi storici ed ecclesiali può conoscerli anche meglio di lui, ma egli resta munito della piena potestas per agire come reputa più opportuno. Che quindi l’attuale Patriarca di Venezia non sia stato creato cardinale, forse al diretto interessato non interessa nulla, ma ai veneziani abituati ad avere da secoli un patriarca insignito anche del titolo onorifico cardinalizio interessa molto e, questa mancata berretta rossa, l’hanno vissuta come una umiliazione. All’altro capo del nostro Paese, i palermitani, si stanno già domandando se dopo la nomina a cardinale dell’Arcivescovo di Agrigento, anche per la loro sede non sarà conferito il titolo cardinalizio al successore dell’ormai dimissionario Cardinale Paolo Romeo.

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Erio Castellucci arcivescovo di Modena
S.E. Mons. Erio Castellucci, neoeletto Arcivescovo Metropolita di Modena

Capisco che il Santo Padre s’è subito dichiarato proveniente «dall’altra parte del mondo» ma ciò non vuol dire cimentarsi nel fare cose dell’altro mondo, perché è pacifico che alla Chiesa italiana, ai suoi vescovi e al suo clero, ma soprattutto alla sua storia bimillenaria, è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre mostra di avere per i profughi veri o presunti [vedere QUI] che sbarcano per una media di 700/800 al giorno in un Paese — il nostro — non in grado di contenere e assistere una tale fiumana di gente, perché stiamo parlando di circa 400.000/ 500.000 persone all’anno che giungono su un territorio non certo esteso come l’Australia. Alla Chiesa italiana e alla sua storia è dovuto perlomeno lo stesso rispetto che il Santo Padre ha per gli abitanti dei campi Rom, i cui addetti all’industria dell’accattonaggio bestemmiano Cristo e tutti i santi lungo Via della Conciliazione dietro a chi osa non dargli soldi. Non è bello né buono, neppure per un Romano Pontefice, seppure avvolto da un’aura “liberista” alla quale crede sul serio o per finta solo quel caso geriatrico di Eugenio Scalfari, lasciare intendere: “Io sono io e faccio quello che voglio”. Per noi è indubbio che tu sei Pietro ― per i tuoi amici pentecostali non so’, ma per noi tu sei Pietro ―, prima stabilisci però regole precise, hai piena potestà per farlo. Prima abolisci usi e consuetudini, poi ti nomini cardinale chi vuoi e quando vuoi, evitando che una fetta di tuoi fedeli, che per secoli hanno avuto a capo della loro diocesi un vescovo sempre creato di prassi cardinale, debbano chiedersi: «Ma che cosa abbiamo fatto di male alla Chiesa e al Santo Padre?». La Chiesa ha bisogno della propria saldezza e della propria stabilità, alla quale concorrono in parte anche tradizioni e consuetudini del tutto accidentali e contingenti che come tali sono mutevoli e possono essere abolite in qualsiasi momento dal Supremo Pastore. Credo però che la persona meno indicata per fare il pericoloso gioco alla destabilizzazione senza prima avere stabilito regole, sia il Successore del Principe degli Apostoli, anche perché prima o poi, il Popolo di Dio, che mai è stato scemo nell’intero corso della storia della salvezza, potrebbe cominciare a chiedersi: a qual pro’ tutto questo, ma soprattutto, a qual prezzo?

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Giuseppe Siri
il Cardinale Giuseppe Siri, Arcivescovo Metropolita di Genova, ricordato anche come uomo di straordinaria classe e di ieratica dignità. Sua madre lavorava come portinaia  e suo padre era un operaio tuttofare. Divenne però sacerdote in un’epoca nella quale i seminari erano dotati di tutti gli strumenti educativi necessari per portare al massimo sviluppo umano, morale, spirituale e teologico dei giovani di talento.

La grandezza della Chiesa è sempre stata quella di essere madre e maestra, ed una buona maestra, che è pure madre, anzitutto educa. Questo il motivo per il quale questa straordinaria madre che costituisce un corpo di cui capo è Cristo [cf. Col 1, 18], non ha mai fatto distinzione di ceto, razza e nazione. Conosciamo tutti i difetti della nostra Chiesa, santa e peccatrice secondo l’antica definizione ambrosiana. Difetti storici che il sottoscritto conosce quanto basta per averli più volte stimmatizzati in ossequio al saggio monito del Sommo Pontefice Leone XIII che l’8 settembre 1899 affermò:

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«Lo storico della Chiesa metterà con maggior vigore in risalto la sua origine divina quanto più sarà stato leale nel non dissimulare minimamente le prove che le colpe dei suoi figli e qualche volta dei suoi stessi ministri hanno fatto subire a questa sposa di Cristo».

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Eppure questa madre e maestra, ed al tempo stesso santa e peccatrice, persino nelle sue epoche più controverse e contrastate ha visto salire ai propri cosiddetti vertici numerosi uomini provenienti da famiglie molto semplici e modeste; perché persino nelle sue epoche più controverse e contrastate riusciva a individuare il talento, anzi: lo ricercava proprio. Chi oggi afferma, con spirito tanto romanofobo quanto anti-storico, che sino a non molto tempo fa, per divenire vescovi e cardinali bisognava chiamarsi Borghese, Orsini, Colonna, Odescalchi, Chigi, Medici, Sforza … sbaglia e mente. Le cronologie dei vescovi che si sono succeduti in molte delle nostre numerose diocesi italiane, annoverano molti nomi di uomini provenienti da famiglie poverissime, entrati nei seminari con i corredi a loro donati da un povero parroco di campagna che aveva raccolto offerte tra fedeli altrettanto poveri.

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pietro gasparri
il Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato succeduto al Cardinale Merry del Val, proveniva da una famiglia di contadini marchigiani, da molti è considerato come uno tra i più grandi canonisti del Novecento.

Non si dimentichi che a succedere al Cardinale Rafael Merry del Val, che era un concentrato di sangue delle più antiche famiglie nobili d’Europa, fu il Cardinale Pietro Gasparri, che fu segretario di Stato sotto Benedetto XV e Pio XI, nonché firmatario dei Patti Lateranensi che posero fine alla lunga questione romana cominciata con la presa di Roma il 20 settembre 1870 e durata 59 lunghi anni. Pietro Gasparri, nato nelle Marche in un paesino di provincia, proveniva da una famiglia di contadini dediti alla pastorizia, fu un canonista di rara raffinatezza e determinante fu il suo contributo per la stesura del Codice di Diritto Canonico del 1917. Da modesta famiglia proveniva il Santo Pontefice Pio X, che pure volle accanto a sé nel ruolo di Segretario di Stato il Cardinale Rafael Merry del Val. Da famiglia povera nacque il Cardinale Alfredo Ottaviani, in quel di Trastevere, dove suo padre lavorava come operaio presso un fornaio. Ci fermiamo a questi pochi esempi perché lunga davvero sarebbe la lista di uomini i cui nomi sono oggi inseriti nella storia della Chiesa e che non portavano affatto i cognomi delle più potenti famiglie principesche europee.

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Che dire poi del fatto che a inizi anni Sessanta, mentre negli Stati Uniti d’America c’era la segregazione razziale tra bianchi e neri, a Roma, un neoeletto cardinale nero vestito di rosso porpora con ermellino e cappa magna, riceveva il baciamano a ginocchio flesso da parte dei membri della nobiltà pontificia? Conosce il Santo Padre Francesco queste edificanti perle di storia legate ad una curia romana che bacia la mano ad un nero mentre negli Stati Uniti i neri non potevano neppure salire sui mezzi pubblici? È informato, il Santo Padre Francesco, che il suo Sommo Predecessore Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, nel 1741 non esitò a sfidare, pur con tutti i rischi del caso, le maggiori potenze europee, condannando senza appello la schiavitù e dichiarando illecita, pena l’immediata scomunica, la vendita e la riduzione degli indios in schiavitù? Condanna peraltro già erogata in precedenza dai suoi Sommi Predecessori Eugenio IV [1435], Paolo III [1537], Urbano VIII [1639], nessuno dei quali proveniva dalle periferie esistenziali né mai avevano svolto alcun apostolato nelle villas de las miserias.

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Alfredo Ottaviani
il Cardinale Alfredo Ottaviani in una immagine della vecchiaia. Fu prefetto dell’allora Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, uomo di grande acume e protagonista teologico del Concilio Vaticano II. Nacque in Trastevera da una famiglia molto povera e come il Card. Merry del Val si dedicò molto alle attività caritative a favore dei bimbi romani di quel quartiere, i quali lo soprannominarono affettuosamente per il suo enorme doppio-mento “er cardinale pappagorgia“.

Temo purtroppo che da alcuni decenni si siano frantumati equilibri delicati e antichi, ed oggi sembriamo giunti all’apoteosi. Mai infatti, nel passato, un Rafael Merry del Val ha impedito a un sacerdote di riconosciuto talento di sedere con lui negli scranni del Collegio Cardinalizio, poiché reo di provenire da modeste origini. Quel che però oggi si dovrebbe invece temere è che numerosi Pietro Gasparri e Alfredo Ottaviani totalmente privi del grande talento e della grande pietà che caratterizzò questi uomini di Dio, ma ricolmi in compenso di ambizioni alle quali mai potrebbero aspirare nel mondo civile, possano impedire a un Merry del Val di diventare vescovo e cardinale, poiché «non corrispondente a quelli che oggi sono i criteri e gli stili pastorali»  — da villas de las miserias — «del Santo Padre Francesco», con tutto l’immane danno che ne deriverebbe alla Chiesa privata di tale fede, di tale talento e di tale intelligenza rara. 

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Io non so se qualcuno rifletterà su tutto questo, in una Chiesa non più capace ad educare e per logica conseguenza a cogliere il talento ed a mutare in autentici principi i Gasparri e gli Ottaviani, facendo di loro dei principi per nulla meno principi di un principe di nascita come Merry del Val. Temo che in questi tristi tempi, dove tanti uomini di Chiesa paiono drogati dall’immediato e dal vivere giorno dietro giorno senza pensare al futuro ed a costruire per il futuro, in pochi faranno di simili riflessioni. Quando infatti da una parte si fanno i golpe e dall’altra si cede alle mode, per prima cosa si perde la libertà dei figli di Dio e si cerca con le peggiori coercizioni ed i peggiori arbitrî di obbligare anche gli altri alla perdita di questo prezioso dono di grazia. E una Chiesa non più libera che barcolla tra esperimenti fallimentari e mode altrettanto fallimentari è destinata al collasso, a partire dal suo cuore: il Sacro Collegio degli Apostoli, nel quale reclutare un mediocre dietro l’altro affinché trionfi il golpe della mediocrità al potere. Mai come oggi è infatti risuonato il falso e fuorviante monito rivolto da Giuda:

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[…] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [Gv 12, 3-8]

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E assieme al pretesto dei poveri, oggi rischiamo di avere anche un vero e proprio esercito di Giuda, ladri e traditori, pronti a usare i poveri come falso metro di misura e come nuovo pretesto di promozione per il loro tornaconto personale, mossi sempre da quelle insopprimibili ambizioni originate dalla regina madre di tutti peccati capitali: la superbia, che da sempre acceca, impedendo di percepire correttamente il presente e di costruire santamente il futuro a lode e gloria di Dio.

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6 thoughts on “Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: «Siate poveri, periferico-esistenziali e sciatti»

  1. Mi sono gustato questo articolo tutto d’un fiato, padre Ariel! Così tristemente vero: come addolora vedere quelle foto di vescovi italiani e francesi in giacca e cravatta, dove la croce pettorale li distingue a malapena da qualche grigio burocrate sepolto in un ministero (ma sono poi tanto diversi?).
    Vescovi francesi, gli stessi che hanno svuotato le chiese con la prolissa inanità delle loro prediche, gli stessi che ora – in nome del dialogo, s’intende – vogliono lasciare ai maomettani le loro chiese, gli stessi insomma che bastonano le pecore con la stessa mano con cui accarezzano i lupi.

    1. «… gli stessi insomma che bastonano le pecore con la stessa mano con cui accarezzano i lupi»

      Caro Angelo,

      con una frase sola, lei ha detto quello che io ho espresso in un lungo articolo, a prova e riprova – come in esso ho scritto – di quanto il vero Popolo di Dio non sia mai stato scemo, né mai sia stato un popolo bue, anche se taluni pastori pensano di poterlo trattare da tale.

  2. … scusi Padre, forse la curiosità non è lecita ma la domanda mi prude proprio: dopo questo articolo nessuno le ha detto niente? Nessuno le ha tirato le orecchie?
    Scusi di nuovo.

  3. Caro Donato.

    Anche se dall’ultimo Codice di diritto canonico, quello vigente, a voler essere buoni è stato profondamente indebolito il concetto di autorità e la certezza della pena, io non sono affatto ben disposto per mia natura a farmi “colpire” dagli autoritarismi di certi “gallinacci impazziti” che tendono ad agire non in base alle leggi codificate della Chiesa ma in base – spesso – al loro umorale arbitrio.
    Questi soggetti, a me, non si avvicinano neppure, perché se loro graffiano, io sbrano e poi saltello festoso attorno ai loro brandelli sicuro di essermi guadagnato una piccola fetta di Paradiso per questa opera davvero pia.

    Io rispetto l’Autorità della Chiesa, figurarsi, gli ho promesso filiale e devota obbedienza; ma non rispetto, anzi combatto all’occorrenza qualsiasi forma di umorale arbitrio esercitato in sprezzo a tutte le leggi ecclesiastiche ma soprattutto alla carità cristiana.

    Dunque, per dirmi qualche cosa andrebbe prima appurato che io ho violato il deposito della fede, la dottrina, il magistero della Chiesa e le sue leggi canoniche alle quali sono vincolato.

    Nessuno mi ha tirato le orecchie perché di fatto:

    1. non sono un eretico e non diffondo dottrine erronee o peggio ereticali;
    2. non contravvengo alle normative del Codice di diritto canonico;
    3. non conduco una vita pubblica e privata che sia in alcun modo lesiva all’onore del sacro ordine sacerdotale dando in tal modo scandalo ai fedeli;
    4. non ho mai mancato di rispetto e di obbedienza all’Autorità ecclesiastica.

    Mi piace dire la verità ed analizzare la realtà ecclesiale per quella che è, recando a taluni ecclesiastici molti più fastidi di quanti invece non gliele arrecherei se contravvenissi nel peggiore dei modi ai quattro punti appena elencati sopra.

    No, nessuno mi ha mai richiamato, né oggi né ieri, stia tranquillo.

  4. Quando io giunsi presso quella chiesa parrocchiale vestito con la talare, col breviario sottobraccio e la stola viola ripiegata sopra ― perché nell’attesa dei penitenti ho pure la “sfrontatezza” vecchio stile di recitare persino la liturgia delle ore..”

    MITICO!!!

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