Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi trasformisti stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato

STANNO BUGGERANDO IL SANTO PADRE: PROTEGGIAMO PIETRO! I PEGGIORI GATTOPARDI  TRASFORMISTI STANNO GIUNGENDO IN PAUPERISTICA GLORIA ALL’EPISCOPATO

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Il Santo Padre Francesco ha dato da subito delle precise e chiare direttive per la selezione dei nuovi vescovi ch’egli vuole corrispondenti a certi “schemi”, con tutto il rischio che questo può comportare, visto e considerato che un vescovo non deve essere conforme alla “moda” di uno schema, ma alla grazia di Dio ed alle azioni che da essa promanano. Ma c’è di più: il Prìncipe degli Apostoli non è mai stato incaricato da Cristo di creare dei duplicati a sua immagine e somiglianza, bensì ad esaltare in Cristo il mistero della nostra immagine e somiglianza con Dio. E per capire queste ovvietà, non occorre affatto essere un papa teologo, basta solo del semplice e basilare buon senso pastorale. Il problema, quindi, dovrebbe essere quello di dare buoni vescovi alla Chiesa; che siano buoni come li vuole Cristo, non come “li voglio io”. Che corrispondano a precisi schemi di grazia divina, non certo a quelle mode tanto ben raffigurate da Severino Boezio: «Le forme esteriori sono come i fiori di campo, che appassiscono e mutano col cambio di stagione».

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Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Può un presbìtero lanciare un severo monito ai vescovi che sono rivestiti della pienezza di quel sacerdozio apostolico che egli non ha? Si, per imperativo di coscienza può e deve farlo, se i vescovi si palesano codardi. Il Beato Apostolo Paolo protesse ad Antiochia il Beato Apostolo Pietro da quelle sue limitatezze e fragilità che stavano generardo seri rischi per l’intera Chiesa di Cristo [Gal 2, 11-14]. Ogni vescovo che pur percependo il pericolo non protegge Pietro, anche a danno e scapito di sé stesso, preferendo rifugiarsi nelle pavide omissioni e nel conformismo del quieto vivere, reca immane danno alla Chiesa e compromette la salute eterna della propria anima. Perché se tanto ci è stato dato da Dio, tanto dovremo in proporzione rispondere a Dio per ciò che Egli ci ha dato. E oggi noi ci ritrovamo ad essere nelle mani di vescovi ripiegati sempre più nella calcolata codardia.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Un lettore mi ha chiesto se ero affetto da spirito borderline, ed a tal proposito ha affermato: «Tu passi dalla critica al Sommo Pontefice alla sua difesa a oltranza e viceversa». Gli ho spiegato che proprio questo elemento costituisce in sé negazione dello spirito borderline. Anche per questo i Padri dell’Isola di Patmos hanno spesso chiarito che quando il Romano Pontefice si esprime come dottore privato, quando parla in modo estemporaneo, o quando compie scelte puramente “amministrative”, può essere oggetto del nostro sindacato, purché la nostra legittima critica sia mossa – come più volte ha spiegato Giovanni Cavalcoli in diversi suoi articoli teologici [cf. QUI, QUI] – da profondo rispetto e venerazione verso la sua sacra persona. Quando invece egli agisce e si esprime come supremo custode del depositum fidei, o quando di propria autorità – motu proprio Summorum Pontificum – stabilisce nuove discipline o indirizzi pastorali, in tal caso non può essere soggetto a sindacato alcuno; e verso certi suoi provvedimenti non è contemplato e previsto nessun genere di appello [cf. CIC, can. 333 §3], ivi incluse le azione “referendarie” con tanto di raccolta di firme, come hanno fatto di recente certi cattolici di cui non ricordo il nome.

Il discorso della infallibilità del Romano Pontefice è chiarito in modo magistrale e magisteriale in un documento di San Giovanni Paolo II nel quale si specificano i tre diversi gradi della infallibilità [cf. Lettera apostolica Ad tuendam fidem, QUI].

Alzheimer cafe
il Padre Ariel frequenta l’Alzheimer Cafe e poi non ricorda le cose …

Che sulle colonne di questa nostra rivista telematica si sia sempre difesa la sacra persona, il magistero ed i provvedimenti del Sommo Pontefice, ciò non vuol dire che il tutto ci abbia indotti a smarrire la percezione degli oggettivi difetti umani dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. Non siamo infatti come quei papisti più papisti dello stesso Papa, né come quei soggetti che come veri e propri cecchini appostati sui tetti sono pronti ad aprire il fuoco su ogni gesto e sospiro del legittimo Successore di Pietro e Capo supremo del Collegio Apostolico, sino a fraintendere volutamente ciò che di per sé non avrebbe motivo alcuno di essere frainteso; perché le forme di sprezzo che certi pseudo-cattolici facenti capo a circoli cosiddetti “tradizionalisti” manifestano pubblicamente verso il Santo Padre Francesco, non sono ad alcun titolo e sotto alcuna forma accettabili. Purtroppo, a causa di amnesia dovuta al morbo di Alzheimer che mi sta devastando, non ricordo il nome di questi circoli e dei loro patroni, ma nulla aggiunge e nulla toglie al senso di quanto vado sostenendo.

cardinale Bergoglio
l’Arcivescovo di Buenos Aires, prima della sua elezione al sacro soglio

Già in passato ho lamentato che a mio parere l’uomo Jorge Mario Bergoglio è sicuramente gravato da tutti i pregiudizi anti-romani tipici di certe psicologie ecclesiastiche che si sono formate nell’America Latina degli anni Settanta; e il mio parere rimane in tutto e per tutto sempre opinabile. Il problema è però di non lieve conto al momento in cui quest’uomo non è più l’Arcivescovo di Buenos Aires, ma il Romano Pontefice; chiamato “romano” non per una delimitazione locale, né per chissà quali “glorie” e “fasti imperiali” del passato, ma perché Roma è da sempre simbolo e paradigma della universalità cattolica, come sotto diversi ma simili aspetti lo è Gerusalemme. Il tutto con buona pace di certe psicologie argentine, convinte che il Paradiso terrestre era in Argentina e che lì, in verità, furono creati Adamo ed Eva. Molti sono infatti gli argentini convinti che il Verbo Incarnato nacque nell’antica Giudea solo per disguidi tecnici, tutti dovuti al fatto che il Creatore non colse l’espressione di gradimento del Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre, che avrebbe voluto venire alla luce a Buenos Aires, non a Betlemme.

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alfonso maria de liguori
immagine pittorica del Santo dottore della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori

Da diversi anni a questa parte sentiamo ripetere la frase: «Bisogna ripartire da …». E ciascuno indica un fondamentale punto dal quale ripartire: la cultura, la dottrina, la pastorale, il concilio … e via dicendo. Personalmente è dal 2008 che ― forse sbagliando? ― insisto scrivendo e affermando che è necessario ripartire dai Vescovi per poi ripartire dai preti. Per avere dei buoni preti è infatti indispensabile avere dei buoni vescovi; in caso contrario non si può ripartire da niente.

Nel XVII secolo Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo di Sant’Agata de’ Goti, futuro santo e dottore della Chiesa, espresse parole molto severe facendo delle dure analisi sulla disastrata situazione dell’episcopato del Regno borbonico, dove sovente le diocesi erano affidate a vescovi mediocri e arroganti che si comportavano come alti notabili, anziché come pastori in cura d’anime. Lamentele che diverse nella forma ma simili nella sostanza riaffiorano nel XIX secolo dalle labbra e dalla penna del Beato Antonio Rosmini, che indicò il modo in cui l’origine di alcune delle principali piaghe della Chiesa derivasse dall’episcopato e da una mancanza di adeguata formazione data dai vescovi ai loro futuri sacerdoti, od ai loro sacerdoti.

bruno bozzetto
per aprire il divertente video di Bruno Bozzetto, cliccare QUI

Per capire certe scelte e modi di agire del Santo Padre bisogna calarsi nella mentalità latinoamericana, facendo però una debita premessa: dicendo America Latina si corre il rischio di dire tutto e niente. Affermare poi: “i latinoamericani” e abbozzare delle analisi, è fuorviante. Sarebbe come dire: “gli europei”, o “gli africani”, confondendo in tal modo le caratteristiche psicologiche frammentate e complesse di certi contesti sociali. Esempio: l’Italia si trova in Europa come vi si trovano la Germania e l’Olanda, quindi sono europei gli italiani, i tedeschi e gli olandesi. Detto questo prendiamo due “europei”: il napoletano-tipo e un abitante della Città di Hannover, nel Nord della Germania. Mettiamoli tutti e due fermi al semaforo rosso di una strada, mentre dall’altra parte sembra non giunga nessuno; e vediamo quale diversa europeità dimostreranno il cittadino europeo di Napoli e il cittadino europeo di Hannover. Il primo, pur di passare col rosso e farla franca ― essendo in parte furbo e in parte anarcoide ―, sarebbe disposto anche a fare il ferro da stiro sopra sua madre; il secondo, col rosso, non passerebbe mai neppure se dall’altra parte della strada vi fosse sua madre presa a colpi di spranga da un gruppo di immigrati turchi; aspetterebbe il verde per poi precipitarsi su di loro.

bruno bozzetto italia vs europa
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A tutto questo vanno uniti quei meccanismi istintivi tipici radicati nella struttura antropologica di questi diversi soggetti: se nella Capitale della Baviera un pedone si avvicina alle strisce pedonali, le macchine si fermano all’istante, ed a nessun automobilista passerà mai per la mente di suonare il clacson dietro a colui che ha osato fermarsi per far attraversare le persone. A Roma, gli automobilisti, accelerano per non far passare i pedoni sulle strisce pedonali; e se un automobilista osa fermarsi, da dietro gli altri lo strombazzano col clacson.

Al di là di questi diversi comportamenti sociali vi sono però anche altri risvolti: se a Roma un pedone attraversa fuori dalle strisce pedonali, o se passa sulle strisce col semaforo rosso, istintivamente l’automobilista frena e lo evita, poi semmai tira fuori la testa dal finestrino e usando il rituale romano dei sacramentali gli benedice il padre, la madre, i fratelli, le sorelle e tutti quanti i suoi morti. Se a Monaco di Baviera un pedone fa una cosa del genere, istintivamente l’automobilista non frena e gli va’ diritto addosso; e dopo averlo steso sotto le ruote intenta causa per chiedere i danni, perché la persona investita è finita sotto le sue ruote perché aveva torto e colpendo col proprio corpo la carrozzeria della sua automobile gli ha recato un danno per il quale, il conducente, esige adesso il dovuto risarcimento.

papa squadra san lorenzo
vignetta sul Santo Padre Francesco, notorio tifoso della squadra di calcio argentina del San Lorenzo. Per vedere le foto delle vignette riportata dall’Avvenire, cliccare QUI

Questi esempi per cercare di chiarire che parole come Africa, America Latina, Europa, indicano di fatto solo delle estensioni geografiche, o degli interi continenti all’interno dei quali vi sono Paesi molto diversi gli uni dagli altri, abitati da popolazioni con caratteristiche opposte a quelle dei loro vicini e dei loro lontani. Questo per giungere a dire che il pessimo carattere degli argentini, la loro testardaggine congenita, il loro essere degli indomiti e stravaganti argentinocentrici, costituiscono da sempre degli elementi sociali-caratteriali che li rendono per questo oggetto delle ironie delle altre popolazioni dell’America Latina. E certe caratteristiche tipiche della psicologia del suo popolo, l’uomo Jorge Mario Bergoglio le sintetizza tutte; a partire dal fatto che non si può gestire una delicata dimensione di universalità rimanendo ancorati a schemi di provincialismo argentinocentrico; né ci si possono immaginare villas de las miserias o favelas laddove queste non ci sono, comportandosi però di conseguenza come se esistessero realmente, perché tutt’altre sono le miserie e le povertà dell’Italia o dei Paesi europei in generale.

passaporto papa
Il rinnovo del passaporto argentino da parte del Romano Pontefice, che peraltro e non ultimo è anche Capo di uno Stato sovrano, la Città del Vaticano.

Anche se qualcuno potrebbe obiettare che era altro mondo, storia e tempi, resta il fatto che quando il Venerabile Pontefice Pio XII, che pure incarnava la romanità; o quando l’italianissimo Beato Pontefice Paolo VI si rivolgevano in saluti o discorsi ufficiali ai cattolici italiani, usavano espressioni di questo genere: «Il Signore benedica il vostro amato Paese … in questa occasione rivolgiamo un particolare pensiero agli abitanti di questo vostro Paese». Fu solamente San Giovanni Paolo II, nato e cresciuto nella Polonia, che proprio perché “non italiano” si rivolgeva al nostro Paese dicendo «l’Italia», o usando un paio di volte, agli inizi del suo pontificato ― proprio perché “straniero” ―, l’espressione «la nostra Italia». Né al Servo di Dio Pio XII né a San Giovanni XXIII, né al Beato Paolo VI né a Giovanni Paolo I passò mai per la mente di rinnovare, da Sommi Pontefici, il passaporto italiano, né a San Giovanni Paolo II quello polacco, né a Benedetto XVI quello della Repubblica Federale Tedesca. Il rinnovo del passaporto della Repubblica Argentina da parte del Sommo Pontefice Francesco — che, inutile ricordarlo, è anche un Sovrano Capo di Stato —, è un gesto da analizzare entro gli schemi comportamentali delle cosiddette argentinate tipiche della psicologia degli argentinocentrici.

papa omelia santa marta
il Santo Padre durante una delle sue omelia presso la Domus Sactae Martae, nel corso delle quali ha rivolto numerosi profondi pensieri e preziose indicazioni pastorali, se la stampa laicista, con i suoi taglia&cuci, non avesse più volte messo sulla sua bocca cosa mai dette, o frasi estrapolate da ben più complessi pensieri

Sul Santo Padre si potrebbero narrare vari apologhi, a partire dalle sonore bastonate date all’episcopato e al clero. Bastonate che potrebbero essere espressione di autentica e preziosa carità, se fossero elargite con la chiarezza e la fermezza con le quali le elargì nel 1935 il Venerabile Pontefice Pio XI, di cui consiglio la lettura della splendida e attuale enciclica dedicata al ministero sacerdotale: Ad catholici sacerdotii [cf. QUI]. Ciò che invece notiamo nel Santo Padre Francesco è talvolta una tendenza a esprimersi e agire sugli impulsi della pasione argentina. Cito un esempio tra i tanti riguardante una questione sulla quale scrissi lo scorso anno [cf. mio precedente articolo, QUI], dopo che il Santo Padre ebbe data l’ennesima bastonata al clero con questa frase espressa durante una delle sue omelie mattutine a Santa Marta:

«Quante volte vediamo che entrando in una chiesa ancora oggi c’è lì la lista dei prezzi: per il battesimo, la benedizione, le intenzioni per la messa. E il popolo si scandalizza» [cf. Radio Vaticana, QUI].

pastori evangelici ricchi
Una «Chiesa povera per i poveri»? Ma chi la pensa a questo modo dovrebbe evitare di andare ad abbracciare i ricchi pastori evangelici che della ricchezza fanno il proprio status symbol. Per aprire il video cliccare QUI

Il Santo Padre, come dimostra il testo della sua omelia, applica all’Italia criteri che non sono nostri, anzi ci sono proprio estranei. E infatti, nella seconda parte, egli si rifà alla sua esperienza in Argentina. A parte questo: la cosa che molto ha colpito il clero al quale quella sberla era destinata, è stato il modo in cui il Santo Padre se ne andò poi a Caserta per visitare, abbracciare e domandare persino perdono ai pentecostali [cf. QUI], i cui pastori hanno sì dei veri e propri tariffari, oltre a riscuotere le decime dai propri fedeli. E siccome le decime sono pagate in proporzione al reddito, è presto detto quanto i “buoni pastori” corteggino i ricchi e quanta poca corte facciano invece ai poveri di quelle villas de las miserias che tanto piacciono al Santo Padre. E quando si presentano a predicare presso qualche loro comunità, lungi dall’arrivare rivestiti di un sacco col bastone del pellegrino in mano, sfoggiano automobili, abiti e accessori particolarmente lussuosi, indicando anche attraverso il loro aspetto esteriore che alla stregua delle stars di successo sono molto apprezzati, di conseguenza ben pagati per il loro talento oratorio; diversi di essi giungono persino con il proprio aereo privato. Molti i pastori pentecostali che, mescolando Dio e Mammona, affermano persino che «il portafoglio è l’apri scatola del cuore» [cf. QUI]. A maggior ragione è lecito domandarsi: era necessario prendere a sberle i preti e andare poi ad abbracciare i pastori-imprenditori pentecostali che giungono a predicare all’interno di teatri affittati per migliaia di euro, dopo avere parcheggiato all’ingresso la loro Mercedes e gesticolando sul palco davanti al pubblico coi Rolex d’oro al polso ed i vestiti di Giorgio Armani indosso? Qualcuno ha per caso informato il Santo Padre che certi pastori pentecostali, in Italia, per una predica a suon di grida “alleluja” e … “un applauso allo Spirito Santo! “, al termine dei loro sproloqui ereticali pneumatologici se ne escono dopo un’ora con un assegno di 5.000 euro in tasca?

soldati ebrei di mussolini
Il libro di Giovanni Cecini dedicato alla storiografia dei militari israeliti nel periodo fascista. Per leggere la recensione storica cliccare QUI

Era proprio necessario profondersi in scuse per delle responsabilità persecutorie che i cattolici italiani non hanno affatto verso i pentecostali, visto che tali responsabilità ce l’ha il regime fascista? Qualcuno potrebbe obiettare che alcuni dei persecutori erano stati battezzati nella Chiesa Cattolica; e questo basta forse a rendere la Chiesa ed i cattolici corresponsabili? Perché con la stessa logica dovremmo allora ricordare che il potestà fascista di Ferrara, Renzo Ravenna, era un ebreo, il quale come tale era stato circonciso da bambino, ed al tempo stesso era anche presidente della locale Comunità ebraica. Come era ebreo il vice capo generale della polizia di Stato sotto il regime fascista, Dante Almansi, già prefetto fascista, il quale era anche presidente delle Comunità Israelitiche d’Italia. Furono ben 250 gli ebrei italiani che parteciparono con Benito Mussolini alla Marcia su Roma e numerosi altri ebrei italiani erano fedeli fascisti della prima ora. Ciò malgrado non mi risulta che il Gran Rabbino di Roma abbia mai chiesto scusa agli ebrei per i diversi ebrei altamente compromessi a livello istituzionale col regime fascista; e ciò per un ovvio dato di fatto: l’Unione delle Comunità Ebraiche d’Italia e gli ebrei italiani, non hanno alcuna responsabilità storica per le infami persecuzioni subite dal 1938 in poi, proprio come non ne abbiamo noi cattolici per le azioni persecutorie dei fascisti verso i pentecostali. Questo per ribadire che non ci si può lanciare in certe “avventure emotive” stile pampero senza prima avere conosciuta e assimilata una profonda conoscenza della complessa storia d’Italia. Era quindi proprio necessario abbracciare e profondere scuse ai ricchi maggiorenti della sètta pentecostale, quando non pochi parroci italiani che si sono visti elargire quella sberla dal Santo Padre, hanno poi serie difficoltà a pagare la bolletta della luce della chiesa, spesso pagata dai loro anziani genitori coi soldi tirati fuori dalle loro modeste pensioni?

Erbe Amare - copertina
il libro di Ariel S, Levi di Gualdo: Erbe amare, il secolo del sionismo, edito nel 2006 ed a breve in ristampa con una nuova casa editrice

Per dei figli, dover riconoscere le limitatezze del proprio padre, non è mai cosa piacevole, ma a volte è cosa necessaria proprio per confermare a se stessi ed agli altri che comunque, malgrado tutto e al di là di tutto, egli è il nostro legittimo padre e che in quanto tale merita il nostro più profondo rispetto; e che comunque, per quanto gravato anche da limiti e da spirito imprudente — come del resto, ancora più di lui, lo era Pietro scelto personalmente dal Signore Gesù —, al momento opportuno, «una volta ravveduto», egli «confermerà» sempre e nel modo migliore «i fratelli nella fede» [cf Lc. 22, 31-34].

La Chiesa non può essere governata con schemi standard simili a quelli delle mode, ma soprattutto non può essere governata con le passioni nazional popolari tipiche dei caudillos. Nel mio precedente articolo già richiamato [cf. QUI] parlavo con tutta la preoccupazione del caso della nuova “moda” attraverso la quale oggi sono selezionati i vescovi, presupposto dei quali è quello di essere stati — davvero o per finzione — a servizio dei poveri e degli emarginati, di avere frequentato i centri per immigrati e visitato i campi Rom. Anche su questo ebbi a scrivere con un tocco di addolorata ironia [cf. QUI], perché leggere le “schede” di presentazione dei nuovi vescovi, se non fosse tragico indurrebbe al sorriso. Prendiamo come esempio una sola di queste “schede”, perché al suo interno sono contenuti quegli elementi chiave che si ripetono da due anni a questa parte nelle “schede” di tutti i nuovi vescovi, o perlomeno di nove su dieci:

«[…] Peculiare la sua attenzione ai poveri, sottolineata dal Cardinale Vallini, che ha ricordato le visite ad alcuni campi rom in cui don Lojudice l’ha accompagnato in questi anni: una realtà di “frontiera” che il vescovo eletto aveva scelto di seguire alcuni anni fa insieme ad un gruppo di alunni del Seminario Romano Maggiore, dove è stato padre spirituale dal 2005 al 2014. Un segno di riconoscimento di Papa Francesco “per l’impegno di carità della diocesi – ha detto il cardinale – portato avanti dalla Caritas, dalle parrocchie, dalle associazioni” » [cf. QUI].

Il Cardinale Crescenzo Sepe mostra dall'altare del Duomo di Nap
 … «Difficile, prendere in giro chi si prende in giro da solo» – Il Padre Ariel fotomontato sull’immagine del Cardinale Crescenzio Sepe che regge l’ampolla di San Gennaro; foto diffusa in occasione del memorabile “pesce d’aprile“, quando l’Isola di Pamos annunciò la sua nomina a Vescovo titolare di Laodicea Combusta [vedere QUI, QUI]

Una scheda di questo genere, che corrisponde ormai agli schemi di un copione standard, accompagna anche le recenti nomine dei vescovi di due sedi molto particolari: Bologna e Palermo. Evito di riassumere i vari testi di questo copione profusi su questi due nuovi neo-eletti, perché chiunque può mettersi a girare per Internet e leggere le presentazioni fatte non tanto dai giornali della stampa laicista, che lascia sempre il tempo che trova, ma dai comunicati ufficiali della Santa Sede, delle Diocesi, delle Associazioni cattoliche e via dicendo. I curriculum dei nuovi vescovi sono un tripudio di poveri, immigrati, Rom, disagiati di vario genere … ma soprattutto contengono delle autentiche esaltazioni della povertà sociale; come se la povertà fosse il supremo valore, anziché uno stato di disagio e una sofferenza dalla quale uscire e aiutare ad uscire chi davvero vi versa. Per non parlare dell’ovvio principio di senso comune: non tutti i poveri in quando tali sono buoni, perché la povertà non è un presupposto della bontà, tutt’altro. Spesso i poveri, a causa della loro situazione di povertà, sono resi da essa aggressivi e cattivi, a volte persino malvagi. Cosa questa che non affermo per sentito dire, ma per esperienza pastorale, perché pur non essendo nato e cresciuto nelle “periferie esistenziali”, ho avuto a che fare ― e non una volta per caso, tanto per dare di ciò notizia in un curriculum ― con situazioni nelle quali, bimbi di sei o sette anni appena, erano già stati resi dal loro ambiente di provenienza e di nascita dei delinquenti fatti, finiti e rifiniti, vittime di degradi umani e morali inenarrabili. E quanti di costoro, a diciotto anni e un giorno, sono andato poi a visitare nelle carceri! Ma su tutto questo preferisco non approfondire troppo il discorso, perché se al tutto aggiungessi pure la dichiarazione che sono stato “allievo” del Beato Pino Puglisi — semmai per averlo intravisto due volte, come in realtà lo hanno intravisto molti dei suoi sbandierati “allievi”, vescovi inclusi — o che sono un prete particolarmente stimato da quel demagogo populista di Don Luigi Ciotti … ecco, coi tempi di follia clerical-trasformistica che corrono oggi, si darebbero subito da fare a pensionare il Cardinale Crescenzio Sepe per eleggere me Arcivescovo di Napoli al posto suo.

pastorale di legno
gli attuali modelli francescaneggianti di bastoni pastorali dei nuovi vescovi-gattopardi della Chiesa povera per i poveri, prodotti ormai non più da abili artigiani e orafi di vecchio mestiere, ma direttamente dai falegnami

Mai come in questi ultimi tempi s’erano viste simile cadute di dignità umana e sacerdotale, il tutto riferito a quei preti che fino a ieri supplicavano i loro vescovi di sistemarli in un ufficio di curia, o di mandarli in una università pontificia per prendere un titolo di dottorato, per aggiungere così un tassello al lasciapassare verso l’episcopato. Oggi, questi stessi soggetti, supplicano i vescovi di mandarli in parrocchie “esistenziali” difficili, dove prodigarsi nell’apertura di centri di accoglienza per immigrati e mense per i poveri, perché la Chiesa di Cristo non è la Chiesa di tutti gli uomini di buona volontà, è «la Chiesa dei poveri per i poveri». E quando mai si erano visti preti che, dopo avere fatte carte false per avere una cattedra d’insegnamento in uno studio teologico, dopo avere trattato per anni i vecchi parroci con la puzza sotto il naso tipica di chi ti lascia intendere “io sono un intellettuale e tu un povero parroco ignorante”, mollano d’improvviso tutto per andare a fare i parroci in qualche «periferia esistenziale»?

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caronte
«Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando “Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo» [Dante, Inferno, canto III].

Per questo motivo affermo che il Santo Padre, passionale e forse non poco ingenuo, pare non prestare alcuna attenzione al fatto che dei marpioni di un pelo molto più antico di quello che può essere il suo “furbo” pelo argentino, che a confronto del loro è però un “pelo da latte”, lo stanno letteralmente buggerando, fingendo di compiacerlo e di fare ciò che vuole lui, al solo scopo di ottenere ciò che invece vogliono loro. Tutti noi che viviamo nella Chiesa del reale, non del sentimentale o peggio dell’ideologico, siamo testimoni e spettatori del fatto che oggi, certi nuovi carrieristi, cambiato vento e indossata con disinvoltura una nuova gabbana, ostentano di provenire da famiglie contadine, mentre in verità provengono da famiglie di imprenditori agricoli che guadagnano abitualmente in un solo giorno quel che un impiegato di banca prende di stipendio in un mese. Deposti dentro gli armadi delle loro abitazioni private i dignitosi vestiari e rinchiusi a doppia mandata dentro quelli delle sacrestie i paramenti più belli di cui sono dotate le nostre chiese, vanno girando più sciatti che dimessi, ed i loro paramenti liturgici sono un trionfo di straccetti acrilici dozzinali. Le croci pettorali ed i nuovi bastoni pastorali dei nuovi vescovi della Chiesa povera per i poveri non sono più prodotti da bravi artigiani e orafi con decenni, a volte con secoli di tradizione nella manifattura degli articoli liturgici; sono prodotti direttamente dai falegnami, perché la nuova “moda ecclesiastica” — Cardinale di Lampedusa docet — impone oggi croci pettorali e bastoni pastorali di legno. E mentre i devoti fedeli soffrono veramente e profondamente nel vedere i propri vescovi ridotti alla sciatteria pauperistica spesso più ridicola, coloro che in chiesa non ci vanno neppure per Natale e per Pasqua e che manco conoscono le prime cinque parole del “Credo”, magnificano invece la semplicità e la povertà del vescovo alla mano, proseguendo ovviamente a non andare in chiesa neppure per Natale e per Pasqua, però … «Ah, è un vescovo umile e povero, proprio come Papa Francesco!».

il Santo Padre Francesco riceve l’imposizione delle ceneri nella basilica domenicana di Sant’Alessio all’Aventino

In una bella esortazione rivolta ai membri del Comitato di coordinamento del Celam, il Consiglio episcopale Latinoamericano, il Santo Padre affermò: «Il vescovo sia un pastore vicino alla gente, non spadroneggi né abbia la psicologia del prìncipe, ma ami la povertà esteriore e interiore» [cf. QUI]. La povertà, evangelicamente intesa, che sotto certi aspetti è parente stretta dello spirito di penitenza, non è però esteriore, ma tutta interiore, stando a quanto afferma Cristo Dio: «Quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» [cf. Mt 6, 17-18].

abito da cardinale
abito corale cardinalizio

La recente storia dell’episcopato italiano è ricca anche di figure straordinarie di vescovi che in pubblico, sino alla loro estrema vecchiaia, si sono sempre presentati con la sobria dignità dei prìncipi della Chiesa; hanno vestito sempre abiti di stoffe pregiate e usato i migliori paramenti nelle loro chiese cattedrali. Solamente dopo la loro morte s’è scoperto che ogni soldo che entrava dentro le loro tasche usciva poco dopo per entrare in quelle delle famiglie più disagiate. E alla loro morte, le loro salme, sono state rivestite coi loro migliori abiti e paramenti, ed essi erano tutto ciò che a loro restava, perché nella loro cassa completamente vuota non avevano lasciato neppure il danaro per le spese del proprio funerale. Potremo dire altrettanto, in un vicino futuro, di quella classe di nuovi vescovi che da una parte sono rivestiti di acrilici dozzinali, che gareggiano nello sfoggio della croce pettorale di legno più “umile”, ma che al tempo stesso si preparano il super attico o il pregiato rustico in campagna nel quale ritirarsi a quieta vita da vescovi emeriti? Conosco personalmente un vescovo che è un trionfo di paramenti sacri da mercatino dell’usato, che procede col pastorale di legno, la croce pettorale di legno al collo, che non vuole essere chiamato “Eccellenza” ma “Padre”, il quale di recente ha regalato 10.000 euro di paghetta al proprio sfaticato nipote che, alla tenera età di 32 anni, dopo otto anni di fuori-corso si è infine laureato. E qui è il caso di dire: … e detto ciò mi fermo senza procedere oltre con altri esempi penosi legati a quegli odierni vescovi corrispondenti esteriormente agli stili pastorali del Santo Padre Francesco.

mano vescovo
quando ci si inchinava con devozione a baciare la mano alla pienezza del sacerdozio apostolico dei nostri vescovi, anziché battergli le mani sulle spalle e accoglierli a suon di schitarrate al canto «sei uno di noi» …

Il Santo Padre Francesco ha dato da subito delle precise e chiare direttive per la selezione dei nuovi vescovi ch’egli vuole corrispondenti a certi “schemi”, con tutto il rischio che questo può comportare, visto e considerato che un vescovo non deve essere conforme alla “moda” di uno schema, ma alla grazia di Dio e alle azioni che da essa promanano. Ma c’è di più: il Prìncipe degli Apostoli non è mai stato incaricato da Cristo di creare dei duplicati a sua immagine e somiglianza, bensì ad esaltare in Cristo il mistero della nostra immagine e somiglianza con Dio. E per capire queste ovvietà, non occorre affatto essere un papa teologo, basta solo del semplice e basilare buon senso pastorale. Il problema, quindi, dovrebbe essere quello di dare buoni vescovi alla Chiesa; che siano buoni come li vuole Cristo, non come “li voglio io”. Che corrispondano a precisi schemi di grazia divina, non certo a quelle mode tanto ben raffigurate da Severino Boezio: «Le forme esteriori sono come i fiori di campo, che appassiscono e mutano al cambio di stagione».

croce tau
gli attuali modelli francescaneggianti di croci pettorali dei nuovi vescovi-gattopardi della Chiesa povera per i poveri, prodotti ormai non più da abili orafi di vecchio mestiere, ma direttamente dai falegnami

Attraverso questa nuova infornata di “Vescovi poveri per i poveri ”, il Santo Padre vuole indubbiamente lanciare un messaggio alla Chiesa italiana che a suo parere merita forse una lezione del tutto particolare. Ciò che al Santo Padre va’ riconosciuto è la sua ammirevole audacia e lo spirito del generale condottiero pronto a governare e all’occorrenza a imporsi, come poi del resto dovrebbe essere. Temo però che gli sfugga un elemento che un giorno potrebbe risultare anche fatale: gli italiani ― noti anche come gattopardi, non solo in Sicilia ma in tutta la nostra penisola ―, sono molto più antichi e smaliziati degli argentini; e la Chiesa italiana precede di secoli e secoli la nascita della stessa Compagnia di Gesù. O come dissi anni fa a un giovane sacerdote argentino convinto di poter imparare il tedesco in poche settimane: «Vedi, caro Confratello, il tedesco è una lingua che per la sua struttura e per la sua pronuncia, merita perlomeno un minimo di riverente timore». E ovviamente, da buon argentinocentrico, non imparò mai il tedesco, ma non per colpa sua, la colpa risultò poi esser tutta quanta della lingua tedesca.

chiesa tedesca soldi
nessuno ha ancora informato il Santo Padre che quella tedesca è da sempre considerata la Chiesa più ricca del mondo?

La psicologia ecclesiastica italiana merita forse anch’essa ― non dico “riverente timore” ― ma totale prudenza, perché sia come popolo, sia per costumi sociali, politici ed ecclesiastici, noi siamo i maestri indiscussi dei voltagabbana e dei trasformisti; siamo gli imbattibili specializzati a cantare sulle note della stessa banda i più disparati inni politici diversi, perché siamo anticamente e pericolosamente italiani. E forse, qualcuno, si è già messo in testa che a raggirare un “giovane” e appassionato argentino sia tutto sommato un gioco da ragazzi; un gioco, per l’appunto, all’italiana.

Viene infine da domandarsi se i figli della Chiesa italiana sono, in quanto tali, figli di un dio minore. Per esempio rispetto ai tedeschi. Come mai, in Germania, contrariamente a quanto sta accadendo in Italia, non vengono imposti e moltiplicati certi tipi di vescovi corrispondenti a quei “criteri pastorali” amabilmente “imposti” dal Santo Padre Francesco? E se parliamo di spirito principesco o ancor più di spirito feudale, pur con tutto il loro romanofobo progressismo del caso, ben sappiamo quanto i tedeschi superino in ciò di gran lunga gli italiani; e non entriamo neppure nel discorso della sfacciata ricchezza della Chiesa tedesca, o del gettito fiscale di cui beneficia, a confronto del quale l’Otto per Mille italiano è poco più che un obolo.

cardinali tedeschi
un gruppo di cardinali tedeschi, al centro l’Arcivescovo Metropolita di Monaco di Baviera

Forse i tedeschi sono considerati dalla psicologia argentina dell’uomo Jorge Mario Bergoglio dei figli di un dio maggiore, perché a nessuno è ancora passato per la testa di imporre in una diocesi della Germania un parroco proveniente dalle “periferie esistenziali” che abbia trascorso il suo ministero, per davvero o per finta, a servire i pasti agli immigrati, od a fare pastorale di evangelizzazione tra le prostitute di Amburgo. E infatti, i vescovi tedeschi seguitano tutt’oggi ad avere biglietti da visita che si aprono in quattro facciate per poter contenere al loro interno tutti i titoli accademici specialistici, i dottorati, la lunga sequela di master post-dottorato, le loro pubblicazioni scientifiche e via dicendo. Da questo ne dobbiamo dedurre che certi criteri del Santo Padre, come quello che segue riportato, siano applicabili solo ai figli del dio minore, là dove egli indica i criteri di selezione dei nuovi vescovi:

«È un gran teologo, una grande testa: che vada all’università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da prìncipi, che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato» [cf. QUI].

bastone e carota
all’episcopato italiano il bastone a quello tedesco la carota …

Insomma, ai tedeschi la carota agli italiani il bastone, posto che è un errore sia l’una sia l’altro, ma soprattutto, l’errore di fondo, sta nella valutazione: i tedeschi, nel corso del tempo, hanno perso tutte le guerre, per questo stanno tentando di vincere la “guerra economica” sulla pelle dell’Europa, che alla fine non vinceranno, perché la perdita fa parte del loro antico desiderio incoscio collettivo di “espiazione”. Gli italiani, alla resa dei conti, le guerre le hanno vinte anche quando hanno apparentemente perso, saltando come atleti insuperabili da un carro all’altro, oggi con la croce d’oro al collo, domani con quella di legno, perché la pasión de fuego dei vari Bergoglio, arriva, brucia e passa, ma la romanità cattolica e papista e l’italianità cristiana rimane, con tutto il più sincero rispetto per … Don’t cry for me Argentina, non piangere per me Argentina [cf. video di Evita Peron, QUI].

Ecco che cosa vuol dire, ed ecco quale sostanziale differenza corre tra l’essere un vecchio italiano ed essere invece un giovane argentino, sicuro in buona fede e con le migliori intenzioni di poter inaugurare dalla sera alla mattina, sulla tomba del Principe degli Apostoli, custodita da due millenni dalla Chiesa italiana per la Chiesa universale, una Chiesa da telenovela sentimental-pauperista, dove per esigenze di regia, accettate da molti attori per puro tornaconto personale, persino i ricchi fingono di essere poveri per compiacere il nuovo regista. O per dirla in altri termini: persino per un Sommo Pontefice può essere molto rischioso giocare coi vecchi e pericolosi gattopardi italici. Che allora il Santo Padre Francesco impari perlomeno dalla storia più recente, quella del suo predecessore, il quale conosceva bene i pericolosi gattopardi, dato che dentro la curia romana c’è vissuto per quasi mezzo secolo; e pur malgrado, il doloroso epilogo è stato quel che è stato …

papa e ciotti
Il Santo Padre e Don Luigi Ciotti – Qualcuno dica al Santo Padre di tenersi lontano da questi soggetti. E se proprio ci tiene a dargli la mano, che gliela dia in faccia per sottrarli al proprio indomabile ego e richiamarli ai loro autentici doveri sacerdotali [cf. QUI]

Essere ascoltati o farsi ascoltare da una testa antropologicamente dura come quella dell’uomo Jorge Mario Bergoglio non è cosa facile e può comportare seri rischi. Se però il Sommo Pontefice viene buggerato a questo modo sotto i nostri occhi, forse sarebbe il caso di provare almeno ad avvertirlo. Per esempio mettendolo in guardia che le anime pie che gli hanno appena confezionato i vescovi per due importanti sedi italiane, Palermo e Bologna, da una parte lo hanno obnubilato con mirabili racconti su due candidati modello che incarnano l’idea di Chiesa povera per i poveri, conformi come tali al suo desiderio di rivoluzione, ma, al tempo stesso, gli hanno però fatto passare sotto il naso due elementi che si sono formati secondo gli schemi del “migliore” progressismo catto-comunista dei dossettiani, o dei radical-chic della Comunità di Sant’Egidio che giungono con la Porsche Cayenne a servire i pasti ai poveri. Due neo vescovi cresciuti da teologi di discutibile dottrina del calibro di Giuseppe Ruggieri, allevati a pane&Rahner e infarciti del meglio del peggio degli autori della Nouvelle théologie. E questi vescovi, domani, favoriranno la nomina di vescovi tali e quali a loro; dei soggetti che senza ritegno e pudore si sono già messi in lista e quindi lanciati nel loro sfrenato corteggiamento. Per questo affermo: coloro che sono vicini al Santo Padre e gli possono parlare ed esprimere opinioni, non avvertendolo di questi suoi pericolosi errori di valutazione e di scelta, non spiegandogli quali nomine i gattopardi lo stanno inducendo a fare dietro la lusinga del candidato ideale in quanto dedito anima e cuore ai poveri, finiscono col cadere nel grave peccato di omissione, recando grave danno alla Chiesa e un danno assai maggiore alla propria anima immortale, visto che di questi tempi, le strade dell’Inferno, rischiano d’esser lastricate di vescovi, di cardinali e di preti “poveri per i poveri” che si sono furbescamente lanciati nella carriera ecclesiastica in modo parecchio più spregiudicato di quanto accadeva in precedenza, essendo ancor più mediocri e ancor meno cattolici di quelli che li hanno preceduti.

Diceva uno dei personaggi de Il Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Detto questo aggiungo: si può essere Sommi Pontefici, si può essere argentini furbi veri o presunti, si può essere gesuiti col serpeggiante complesso dell’avere una marcia di scaltrezza in più rispetto agli altri, si può essere tutto ciò che si vuole, ma per difendersi dai pericolosi e antichi gattopardi, bisogna conoscerli e saperli combattere con le armi della santa prudenza e della santa sapienza attraverso l’apertura incessante ai doni della grazia di Dio, altrimenti un giorno, voltandosi attorno, si scopre d’improvviso d’essere stati rinchiusi a chiave dentro una gabbia, senza neppure sapere come sia stato possibile finirci dentro.

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gattopardi

Il gattopardo, opera del letterato italiano Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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20 thoughts on “Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi trasformisti stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato

  1. Caro Padre Ariel,

    Leggendo il suo articolo mi veniva da pensare che ci deve veramente essere il vento dello Spirito che gonfia le vele della barca di Pietro, e magari tiene pure il timone. Se non ci fosse, con marinai come questi, temo che la barca sarebbe colata a picco da parecchio tempo. Come ultimo mozzo laico, salito tardi sulla barca, non posso che ringraziarla per le sue lucide e “puntute” analisi che fanno bene all’anima e alla mente.
    A riprova dell’attenzione con cui mi gusto i suoi articoli, le faccio notare una svista che le e’ sfuggita quanto al luogo di nascita del Signore Gesu’: non Nazareth di Galilea, ma Betlemme “terra di Giuda”. Un saluto filiale.

    Ps quanto a certo testardo argentinocentrismo, amici sudamericani mi confermano che e’ fatto notorio in America Latina che gli Argentini siano sicuri che anche il buon Dio sia uno di loro. Come vede, anche il Creatore avrebbe il passaporto argentino, non solo il suo Vicario in terra.

    1. Caro Angelo.

      La ringrazio, ho riso su me stesso, mi sono dato immediatamente del … “rincoglionito”, domandandomi poi come mi sia potuta sfuggire una simile svista, che adesso non c’è più perché l’ho corretta.
      E mi sono detto: come se tu non avessi mai cantato per giorni, ad ogni Novena di Natale, l’inno “Regem venturum Dominum venite adoremus

      Betlehem civitas Dei summi, ex te exiet dominator Israel,
      et egressus eius sicut a principio dierum aeternitatis, et magnificabitur in medio universae terrae,
      et pax erit in terra nostra dum venerit

      Ma se proprio vuol ridere, le dirò di più: lo scorso anno, per la Novena di Natale, ho fatto ogni sera una meditazione su ciascuna delle otto strofe di questo inno, quindi, la svista, è più clamorosa ancora!

  2. Stimato confratello, credo che ogni volta che leggerò nel Vangelo … “Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”, dentro di me penserò a te, pregando che la tua testa non finisca consegnata su un vassoio per la gioia di Erodiade.
    Sei un lucido, profetico e gran pazzo di Dio! E sappiamo pur bene quanti preti ti ascoltano e, parola su parola, ti danno piena ragione, contenti che qualcuno dia voce a quello che in fondo in fondo pensano molti di noi, sicuramente gran parte di noi. Ma, purtroppo, c’è chi nasce leone, come te e padre Cavalcoli, e chi nasce pecorella … io sono nato pecorella, e come tale cerco di fare tutto quello che posso fare, confortato dalla parabola dei talenti: chi ha ricevuto dieci, chi cinque, chi uno …
    Una preghiera per te.
    don Vittorio

  3. Hai descritto una situazione dinanzi alla quale:
    1°, chi può darti torto?
    2°, chi ti può smentire?
    ma, soprattutto:
    3°, chi si azzarderà a rimproverarti per avere detto la verità in questo modo “spudorato”?

    … per stemperare la pesantezza del tuo scritto, leggero nella forma, scorrevole, ma pesante come il piombo … dunque, dicevo: per stemperare la tremenda realtà che dipingi, mi lancio in una battutaccia da pretaccio toscano, sperando di non dar scandalo ai nostri confratelli della Valle d’Aosta e di Bolzano …
    tu, come me, hai compiuto 50 anni, vero? Si. Tu, come tutti gli uomini di 50 anni, sai che, arrivati a quest’età, bisogna fare controlli ogni tanto alla prostata. Si.
    Quando hai fatto il controllo (se l’hai fatto), lo specialista urologo, s’è per caso spaventato?
    No, perchè sai com’è: uno che scrive quel che scrivi te, o è totalmente fuso di cervello, oppure, per forza di cose, ha degli attributi spaventevoli …
    Sempre senza offesa per i reverendi confratelli di Bolzano e della Valle d’Aosta, di sicuro molto più timorati di Dio di noi pretacci toscani.

    1. Rispondiamo dalla Val d’Aosta dopo avere riso per 30 minuti abbondanti sul commento del confratello toscano, certamente molto più timorato di Dio di quanto invece non lo siamo noi, convinti che padre Ariel, i controlli alla prostata, si reca a farli da un veterinario specializzato nella cura dei tori.
      Un fraterno saluto dalla Val d’Aosta da don Michele e don Renato.

      1. Cari Confratelli,

        un fraterna abbraccio sacerdotale con un sorriso ilare, rassicurandovi che sia l’urologo sia il veterinario hanno detto che godo eccellente salute.
        In unione di preghiera per la festa di tutti i Santi affinché ci sostengano nell’esercizio del nostro sacro ministero.

  4. Rev- Padre,
    come Ella sa, anche Magister è molto addentro alle “segrete cose” della curia vaticana.
    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/10/30/a-bologna-e-palermo-due-nuovi-arcivescovi-della-stessa-scuola/
    Egli dà un’ interpretazione diversa, nessun curiale sta buggerando Pietro, semplicemente Pietro si fida molto della propria rete di relazioni, anche laiche,Nella fattispecie secondo il nostro la scelta sarebbe frutto dell’empatia per il priore di Bose, e connessi, in primis Melloni, referente della “scuola di Bologna” e aggiungo io lo zampino del silenzioso ma onnipresente Riccardi.
    Parafrasando un proverbio toscano, Anche dai nuovi “amici” bisognerebbe guardarsi!

    1. … ma siccome io sono un romantico, preferisco sempre “imputare” certe “colpe” agli altri. O perlomeno, per come io sono cresciuto, non esiterei a giocarmi la faccia e la reputazione per difendere il Santo Padre da un errore suo, non da un errore mio, perché lui è Pietro, io no, pertanto, la faccia e la dignità mia, può e deve essere sempre sacrificata per lui, se necessario.
      Ma come direbbe qualcuno: io ragiono “vecchio stile” … e preferisco seguitare a ragionare “vecchio stile”.
      Resta il fatto che comunque, “certi amici”, sono per loro natura pericolosi; e non sempre si può riuscire a coglierne la portata. Ecco perché giustifico il Santo Padre, il quale forse pensava che per difendersi bastasse solo vivere alla Domus Sanctae Martae

  5. Caro Padre Ariel,

    la sua è davvero come la voce che grida nel deserto… davvero un “pazzo”, come “pazzo” era San Giovanni il Precursore… come i “folli in Cristo” della tradizione orientale …
    Che Dio la benedica.

    1. Sig. Bazzorini.

      Lei ha la stessa sensibilità “cristiana” di un nazista che spinge i bambini dentro la camera a gas sentendosi pur malgrado con la coscienza in perfetto ordine, perché agisce per un “fine giusto” ed ubbidendo con zelo ad “ordini superiori“.
      Seguiti dunque ad ubbidire agli “ordini superiori” del Demonio, ed un giorno scoprirà che, a finire all’Inferno, sarà lei.

  6. Carissimo, una curiosità … premesso che questo tuo articolo, che avevo già letto mi è stato postato da 5 preti che mi invitavano a leggerlo, da qui si capisce quanto possa aver circolato, mi chiedo e ti chiedo: ma nelle così dette “alte sfere”, nessuno, legge queste tue cose? E se sì, non ti hanno mai detto niente? Una volta, io, anni fa, sollevai una perplessità, quasi sospirata, e delicatissima, sul card. Ruini, riguardo certe faccende prettamente politiche, che niente avevano a che fare con le verità della fede e la pastorale, si trattava di puri rapporti tra Chiesa e Stato, Risultato? Il mio vescovo mi prese, mi urlò, e non mi permise neppure di replicare.
    Forse non è una domanda da rivolgere in pubblico, pertanto, se puoi, ti sarei riconoscente se potessi rispondermi almeno in privato.
    Seguò e diffondo da sempre gli scritti tuoi e del padre Giovanni Cavalcoli, che conobbi molti anni fa visitando lo studio domenicano di Bologna.

    don Carlo

  7. Padre Ariel, ma lo sai che stai proprio bene vestito da “nostro cardinale”?
    Quasi quasi ci mettiamo noi preti napoletani una parolina buona per te, chissà che non ci sia almeno da ridere.
    Ti omaggiamo, già in passato ti abbiamo nominato “napoletano onorario”.

    Don Ciro

    1. Caro Don Ciro,

      il problema sarebbe invece se ci fosse da piangere, o come diceva il vostro e nostro compianto Massimo Troisi: «Non ci resta che piangere».

      Sì, vestito da “vostro cardinale” sto bene, ma dovresti però ricordare che il fotomontaggio mio sulla veste del Card. Crescenzio Sepe lo hai fatto tu personalmente con le tue mani sante!

      Mescolando un po’ il pubblico col nostro privato, vorrei ringraziarti ancora per la tua ultima ospitale accoglienza a Napoli, ed un saluto fraterno anche agli altri sacerdoti del nostro gruppo di amici, penso che in quella pizzeria nei pressi del Carmine ricorderanno sempre le risate e la baldoria fatta da quel gruppo di preti.

      Per non parlare della tua risposta data al nostro ingresso al cameriere che ti disse: «Ah, voi siete tutti preti!». E tu «Si». E il cameriere: «E quanti siete?». E tu «Siamo sette … sette come i peccati capitali!».

      Vi voglio tanto bene, ed un saluto a presto.

  8. “…gli attuali modelli francescaneggianti di bastoni pastorali dei nuovi vescovi-gattopardi della Chiesa povera per i poveri, prodotti ormai non più da abili artigiani e orafi di vecchio mestiere, ma direttamente dai falegnami…”

    non vedo che cosa ci sia di male in pastorali di legno… avrebbero dovuto essere sempre di legno…

    1. Caro Beppe.

      In tutto ciò che nasce dalla fede e dalla purezza di cuore, non c’è nulla di male, fatto sempre salvo il decoro dovuto a Dio, al divino culto del quale è sempre bene dare l’ottimo, il massimo.
      I nostri fedeli – grazie a Dio – tendono ad avere spesso una purezza di cuore che impedisce loro di cogliere le raffinate e sottili malizie degli ecclesiastici.
      Le faccio un esempio: se abolissimo gli abiti corali rosso porpora dei cardinali, sostituendoli con delle tute sdrucite da minatore e quelle tute sdrucite da minatore divenissero segno della dignità cardinalizia, lei si accorgerebbe che molti ecclesiastici farebbero carte false per essere rivestiti della tuta sdrucita da minatore.
      Questo intendevo dire con certi esempi che lei non ha colto perché è un puro di cuore, ed io le auguro di rimanere sempre tale, perché un giorno sarete proprio voi Christi fideles a salvare la Chiesa di Cristo dai danni immani che le abbiamo arrecato noi preti.

    2. Perché avrebbero dovuto essere sempre di legno? Non capisco cosa ci sia di male nei bellissimi pastorali in oro perché tutto deve essere povero e allora cosa facciamo?abbattiamo le grandi cattedrali che spesso sono nate grazie al sacrificio volontario di tante persone umili. La chiesa è stata maestra di bellezza senza giudicare nessuno ma dietro tante croci e pastorali di legno sembra nascondersi più ideologia e ora anche carrierismo più che povertà evangelica. Un saluto a lei Padre e a tutti.

  9. Rev, Padre,

    davanti ad una alternativa, c’è chi vede bianco e chi vede nero, o viceversa, dipende dalle circostanze, dal nostro equilibrio, dal nostro pregiudizio, delle nostre etichette, se la scelta è conforme o non alle nostre aspettative.
    Per Bologna e Palermo, come Ella ha argutamente argomentato, il Papa ha scelto secondo un innovativo disciplinare ” italico docg”.
    A Bruxelles una sorpresa, parziale. Rapida sostituzione del dimissionario mons. Leonard, conservatore. poco riverito e mal sopportato.
    Tutti si attendevano la promozione di mons Bonny, ultraprogressista mediaticamente molto loquace, invece la prestigiosa cattedra tocca al meno noto mons. De Kesel, anch’egli, si dice, aperto alla modifica del celibato per i sacerdoti, e pure all’ordinazione femminile. Essendo stato ausiliare del card. Danneels, amico e consigliere del Pontefice. si tratta di un opportuno ritorno alla prassi tradizionale, volta ad assicurare l’immediata operatività del nuovo pastore, stante la diretta e piena conoscenza di quella situazione ecclesiale.
    Raccomandiamolo nelle nostre preghiere, perchè lo Spirito Santo lo assista in questo oneroso servizio.

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