Se Giacomo Biffi perde il treno, Luigi Negri gli corre dietro

SE GIACOMO BIFFI PERDE IL TRENO, LUIGI NEGRI GLI CORRE DIETRO

 

Stando alla predicazione diretta di Gesù Cristo «ogni albero si riconosce dal suo frutto», non dalle sue parole, non dalla sua produzione saggistica, non dagli scritti critici a posteriori. O per dirla più chiara ancora: non si criticano, da arcivescovo omai emerito, quei danni che come arcivescovo in cattedra si dovevano evitare, riparare e, alla buona occorrenza, eliminare e punire.

 

 

Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

rincorrere il treno
fermate il treno …

Io nutro molta riconoscenza a S.E. Mons. Luigi Negri, il quale mi ha segnato col carattere indelebile del sacro ordine sacerdotale e verso di lui mai verrà meno la mia profonda devozione, anche se oggi non è più il mio ordinario diocesano, essendo stato promosso nel 2013 alla sede arcivescovile di Ferrara. Tuttavia, con filiale franchezza, vorrei dire alcune cose. Perché prima di affermare com’egli ha scritto sulla Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI], che il Cardinale Giacomo Biffi è un esempio di obbedienza al magistero della Chiesa, bisognerebbe intendersi su che cosa realmente è l’obbedienza in una dimensione escatologica, perché il suo senso e fondamento si trova in vari testi sacri, a partire dal prologo alla Lettera ai Filippesi, nella quale viene portato come modello di obbedienza ― fino alla morte di Croce ― il Verbo di Dio fatto uomo [1].

Se infatti consideriamo l’obbedienza per ciò che essa realmente è sul piano metafisico, non obbedienzacredo che il Cardinale Giacomo Biffi sia un modello di purezza nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, considerando che per oltre quarant’anni ha sostenuto l’eresia della “resurrezione immediata“, forse per una erronea interpretazione di un passo paolino contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi [2]. Questa teoria ereticale è stata condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede negli anni Ottanta, tanto che lo stesso Cardinale Giacomo Biffi fu da essa richiamato su questo specifico tema, anche se solo pochi anni fa pubblicò sull’Osservatore Romano una ritrattazione, perché per elaborare il senso di umiltà alcuni possono impiegare anche dei decenni; nel frattempo, però, il danno era già stato fatto.

luigi negri durante una lezione
S.E. Mons. Luigi Negri durante una lezione

Anche riguardo al “cristocentrismo” di cui parla l’Arcivescovo di Ferrara, che pure è stato per tre decenni docente di filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ― pur palesandosi di fatto più esperto di sociologia politica che di metafisica e di teologia dogmatica ― occorrerebbe fare molta attenzione, perché in realtà il Cristianesimo non è cristocentrico, ma patrocentrico. Cristo non viene da se stesso ma dal Padre e ci conduce al Padre: «Chi ha visto me ha visto il Padre» [3]. Certo, il Padre ha voluto glorificare il Figlio, ma perché il Figlio glorifichi il Padre [4]. Dio non aveva alcuna necessità di incarnarsi e l’Incarnazione è un puro e libero gesto di amore e di misericordia del Padre verso di noi.

biffi montanelli
il Cardinale Giacomo Biffi e Indro Montanelli

Chi non sapeva concepire Dio, se non incarnato, era Martin Lutero. Un’eresia che portata alle estreme conseguenze finisce con l’essere riassunta nel celebre aforisma di Hegel: «Dio non è Dio senza il mondo»; e questo, di fatto, è puro panteismo.

Il Cardinale Giacomo Biffi si dichiara quindi in modo implicito per l’antico principio pagano Uno-Tutto. È la scuola di Parmenide, di Bontadini e di Severino, la tanto celebrata “Scuola di Milano” ― Milàn è un gran Milàn! ―, una scuola di “geni” dalla quale è uscito anche Giuseppe Barzaghi. Scuola giustamente attaccata e severamente criticata da Cornelio Fabro, di cui personalmente sposo in pieno la critica.

Biffi Andreotti
il Cardinale Giacomo Biffi e Giulio Andreotti a un meeting di Comunione e Liberazione

Il Cardinale Giacomo Biffi era un ammiratore di Soloviev, che a sua volta era discepolo di Schelling, il quale è punto di riferimento anche del Cardinale Walter Kasper. E da questo si capisce come e perché il Cardinale Giacomo Biffi ammirasse Giuseppe Barzaghi: perché tutto quanto era giocato in famiglia.

Non mi sono mai imbattuto in pensieri di Giacomo Biffi, né alcuno me li ha mai segnalati; quello che so di lui è per esperienze o per letture dirette delle sue opere.

Giacomo Biffi ombrello
il Cardinale Giacomo Biffi in una delle sue ultime apparizioni pubbliche

Per esempio: è mai entrato in modo concreto nella tematica del post-concilio affrontandone come Vescovo tutte le problematiche sul piano del governo pastorale, non solo attraverso la sua produzione saggistica? Nella concretezza del suo governo pastorale, ha difeso sul serio gli insegnamenti della Chiesa? Ha mai criticato in modo aperto e scientifico i modernisti impedendo loro di prendere campo negli ambiti ecclesiastici e soprattutto formativi della sua arcidiocesi? A parte la sua ottima critica tardiva [5] fatta nel 2010 a Giuseppe Dossetti [1919-1996] quattro anni dopo la sua morte, ha mai posto qualche concreto argine alla perniciosa “Scuola di Bologna” di Dossetti & Alberigo, durante i suoi due decenni di episcopato, iniziati nel 1984 e non certo nel 2010? Perché a me risulta che essere Arcivescovo metropolita di Bologna e come tale anche Gran cancelliere della Pontificia facoltà teologica dell’Emilia Romagna, non comporta, nell’uno e nell’altro caso, l’essere insigniti di due meri titoli onorifici, ma di un vero e proprio munus gubernandi che dovrebbe evitare a chi lo esercita di lasciarsi andare a critiche solo dinanzi alla stalla vuota, quando ormai i buoi sono fuggiti da anni e corrono allo stato brado per le praterie, divorando tutto ciò che trovano lungo il loro cammino. Perché stando alla predicazione diretta di Gesù Cristo, «ogni albero si riconosce dal suo frutto» [6], non dalle sue parole, non dalla sua produzione saggistica, non dagli scritti critici vergati a posteriori. O per dirla più chiara ancora: non si criticano, da arcivescovo omai emerito quei danni che come arcivescovo in cattedra si dovevano evitare, riparare e, alla buona occorrenza, punire ed eliminare, perché simili e incontrovertibili dati di fatto stimolano in tutto e per tutto l’esercizio del mio senso critico basato sulla ragione e sulla libertà dei figli di Dio.

Il Cardinale Giacomo Biffi è stato un uomo di cultura, ha dei buoni spunti critici e propone alti valori, ma senza mai entrare troppo nel merito e senza approfondire e precisare più di tanto; cosa questa tipica dei socio-politologi, non dei teologi, specie di coloro che attraverso certe tematiche legate alla cristologia ed alla ecclesiologia si muovono di rigore sulla dogmatica.

biffi giussani dossetti
il Cardinale Giacomi Biffi con alla sua sinistra Luigi Giussani ed alla sua destra Giuseppe Dossetti

Da cosa dipende tutto questo: da carenza di visione o da opportunismo? Perché di fatto il Cardinale Giacomo Biffi non era poi così coraggioso come lo si vuol far passare e come forse egli stesso riteneva di essere, tutt’altro: dinanzi a gravi situazioni pastorali e derive ecclesiali e dottrinarie, spesso ha voltato la faccia altrove, elargendo semmai due gustose, argute ma di fatto inutili battute sagaci, che stranamente piacevano anzitutto proprio ai suoi oppositori raggruppati nei circoli di una certa sinistra radical-chic.

Il fatto che il Cardinale Giacomo Biffi sia stato lodato dalle colonne di Avvenire dal massone dichiarato Fabio Roversi Monaco, ex Rettore Magnifico dell’Alma Mater Studiorum di Bologna [cf. QUI], non mi fa per nulla buona impressione, perché per il soggetto cattolico che sono, personalmente desidero essere attaccato da certe persone, non lodato; a meno ché la lode non sia la conseguenza o perlomeno il preludio della loro conversione a Cristo ed alle verità di fede annunciate dalla sua Santa Chiesa.

biffi quinto vangelo
il Cardinale Giacomo Biffi durante la presentazione di una sua nuova pubblicazione

Per questo motivo mi chiedo e chiedo: tutte le lectiones magistrales che per anni il Cardinale Giacomo Biffi ha tenuto all’Università di Bologna, erano segno di un testimone di Cristo, oppure effetto di un pastrocchio giocato sulla promozione dell’immagine sia sua, sia di Fabio Roversi Monaco?

La teologia, più che con le frasi ad effetto, le battute e le arguzie, si fa citando autori, fonti e fatti precisi, argomentando e portando motivazioni ragionevoli basate rigorosamente sul dogma. E su questo punto ― come in molti altri ― il teologo metafisico Antonio Livi ha sacrosanta ragione.

ariel negri
il Vescovo Luigi Negri e di spalle dinanzi a lui Ariel S. Levi di Gualdo che gli rende omaggio

Mi domando quindi se l’Arcivescovo Luigi Negri è al corrente dei difetti pastorali del Cardinale Giacomo Biffi, alcuni dei quali sono stati indicati nel mio precedente articolo [cf. QUI] sulla base di fatti e non certo di mere opinioni; difetti pastorali che chicchessia potrebbe smentire entrando però nel merito.

Mi permetto poi di sorridere sulle goliardiche espressioni attraverso le quali l’Arcivescovo Luigi Negri chiude il proprio commento laudativo parlando di «tempi mediocri» e di «mediocrità ecclesiastica». È vero che questi sono tempi mediocri e che la mediocrità appesta e soffoca il mondo ecclesiastico, sono anni che su questo tema io scrivo e pubblico analisi lanciando grida di disperazione nei deserti dell’accidia clericale, pagandone però in concreto tutte le relative conseguenze, comprese alcune rampogne passate del Vescovo Luigi Negri, che oggi parla di certi drammi intra-ecclesiali dei quali io parlavo e scrivevo tra il 2010 e il 2012 e per i quali mi procacciai per tutta risposta i suoi rimproveri, compresa la minaccia a proibirmi la scrittura, cosa che nessun vescovo italiano ha mai proibito a dei pubblici eretici come Andrea Gallo, Paolo Farinella, ecc … che dell’egocentrismo e della disobbedienza alla dottrina e al Magistero della Chiesa hanno fatto la loro pubblica bandiera ideologica.

L’augurio che voglio esprimere all’Arcivescovo Luigi Negri è quindi che lo Spirito Santo, al tramonto del suo mandato episcopale che sta volgendo al termine, lo riempia dei suoi doni di fortezza e di sapienza.

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NOTE

[1] Cf. Fil 2, 5-11.
[2] Cf. I Cor. 15,51-52.
[3] Cf. Gv 14,9.
[4] Cf. Gv 17, 1-10.
[5] Giacomo Biffi, “Memorie“, seconda edizione, pp. 485-493.
[6] Cf. Lc 6,44.

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10 thoughts on “Se Giacomo Biffi perde il treno, Luigi Negri gli corre dietro

    1. Lo applico eccome questo metro di giudizio; e non solo io, ma anche gli altri Padri dell’Isola di Patmos ben più autorevoli di me, basta solo andare nell’archivio e leggere gli articoli che abbiamo scritti sul ministero petrino e su alcuni episodi legati al ministero apostolico del Santo Padre Francesco.

      esempio:

      http://isoladipatmos.com/i-precisi-confini-della-infallibilita-il-sommo-pontefice-come-dottore-privato/

      http://isoladipatmos.com/obbedienza-al-papa-solo-in-relazione-a-cristo/

      http://isoladipatmos.com/la-verita-assoluta-il-santo-padre-francesco-ed-eugenio-scalfari/

      http://isoladipatmos.com/servizio-vigili-del-fuoco-il-santo-padre-francesco-e-le-offerte-ai-preti/

      http://isoladipatmos.com/dopo-il-sinodo-il-papa-tornera-ad-indossare-le-scarpette-rosse/

      ecc …

  1. Non mi publicherà nemmeno questa volta?
    Biffi non può più rispondere, se non davanti al Giudice Giusto. Bergoglio sì, può ancora farlo davanti agli uomini: perchè non risponde alle condivisibili domande che anche Lei dunque si pone, Don Ariel?
    E perchè non fare un bell’articolo sulla ridicola enciclica ecologico-ambientalista ed antropocentrica? Magari portandone il contenuto ad un bel confronto con Inimica Vis di Leone XIII? Vuole, almeno Lei, dal Suo piccolo ma interessante pulpito sottolineare con adeguata e proporzionale durezza alla gravità del fatto, lo sbandamento filo-massonico di Bergoglio? Stile via via sempre più confermato dal recente viaggio in terra sudamericana, piena di nostalgie comuniste (come tutti gli “ismi”: massoneria)? Comprerà anche Lei una croce falce e macello, in onore dello svergognato ed imbarazzante primo rappresentante Vaticano?
    Lo capisce o no che, non ostante le Sue pretese difese ad oltranza del falsario in bianco, la Chiesa è altra cosa? Lo vuole dire o no che stiamo vivendo II Tess, 2,11? E se non lo vuole dire, mi spiega cosa stiamo vivendo? Lo vogliamo dire chiaro che difendersi da costui è cosa giusta?

    1. Caro Lettore.

      Se io, con tutto rispetto, rivolgo di tanto in tanto delle critiche ai vescovi nel legittimo esercizio della libertà dei figli di Dio, senza mai avere messo in discussione la loro autorità ed in particolare quella dei due vescovi che in successione l’hanno esercitata su di me come miei ordinari diocesani, figurarsi se lei non ha il sacrosanto diritto di ribattere a un prete come me.

      Per rispondere subito alla sua domanda «che cosa stiamo vivendo?», le dirò che nel lontano 1984, in visita apostolica in Germania, visitando la città di Fulda Giovanni Paolo II disse che l’umanità stava vivendo il IX° capitolo del Libro dell’Apocalisse. Ebbene, io credo che oggi siamo invece agli inizi del XII° capitolo.

      Detto questo proseguo dicendole: la cosa che mi dispiace è lo spirito a-critico, umorale e illogico con il quale talune persone reagiscono a certe analisi, semmai dopo essersi creati i propri idoli più o meno su misura. Ciò che lei dice è in parte vero, ma espresso male, soprattutto con spirito poco cattolico e con assenza pressoché totale di speranza, che come sa è una delle tre virtù teologali.

      Provi allora a riflettere: il Santo Padre Francesco, con tutte quelle sue indubbie limitatezze che io non ho mai negato – basterebbe leggere nell’archivio dei nostri articoli – pensa che nasca d’improvviso dal nulla?
      Ebbene io le dico: no!
      Il Santo Padre Francesco è a suo modo la “giusta grazia” che lo Spirito Santo ci ha dato dopo svariati decenni fatti di tanti Giacomo Biffi, tanto sagaci e tanto ironici, ma che nel concreto non hanno fatto nulla per arginare certe derive, pur avendove avuta tutta la potestas. I veri responsabili sono dunque loro, questi grandi vescovoni e cardinaloni che hanno seguitato a comportarsi come intoccabili feudatari in una società che si stava trasformando a vista d’occhio, mentre senza che se ne accorgessero il mondo gli crollava addosso e la casa prendeva a fuoco in una Europa in fase avanzata di scristianizzazione.

      Il fare del Santo Padre Francesco, che pastoralmente può piacere o non piacere, è la conseguenza del tanto “parlare” senza nulla “fare” dei tanti, dei troppi Biffi degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa. Con una differenza: il Santo Padre Francesco non ha proprio paura di sbagliare, per questo si lancia, ora in modo felice, ora in modo infelice. Ma con una differenza, rispetto a certi “mostri sacri”, perlomeno, lui, non dovrà rispondere per le sue omissioni, semmai per le sue azioni. E mi creda: meglio sbagliare tentando di agire, anziché rinchiudersi nei salotti alto-prelatizi a discutere su chi nominare là, su chi pruomovere a quella sede, su coloro ai quali tagliare le gambe … il tutto secondo le più alte e intangibili logiche clericali che ci hanno portato alla situazione ecclesiale drammatica che stiamo vivendo, grazie a dei clericaloni che si sono comportati ad oltranza secondo logiche ultra fallimentari da italietta democristiana degli anni Cinquanta.

      Oggi dobbiamo fare i conti non più con preti improponibili e imbarazzanti, ma con vescovi improponibili e imbarazzanti, perché diversi dei peggiori soggetti consacrati sacerdoti dai vari Biffi negli anni Ottanta e Novanta, oggi sono nostri vescovi. O lei pensa che si sono fatti preti e vescovi da soli? Se lei andasse a vedere chi ha ordinato certi preti o chi ha voluto in tutti i modi che altri fossero promossi all’episcopato, non solo si spaventerebbe, ma perderebbe la stima verso tanti intoccabili “mostri sacri”.

      Pertanto, io preferisco il Santo Padre Francesco che in due anni di pontificato ha collezionato gaffes a non finire; e seguiterò a preferirlo ai tanti Biffi che hanno invece parlato e parlato, scritto e riscritto, a volte anche in modo ironico, mentre la loro casa era invasa dai ladri e mentre nella Chiesa universale intera scoppiava un incendio indomabile.

      Come uomo, come cattolico e come prete ho il diritto e la libertà di esprimere con tutto il rispetto dovuto ai vivi ed ai morti che non ho mai nutrito stima verso il Cardinale Biffi e che in lui ho sempre visto l’espressione di quel sagace clericalismo che io intendo invece combattere come uomo, come cattolico e come prete, perché il clericalismo, ed in specie quello intelligente e di alto livello, è da sempre il peggiore veleno della Chiesa.

    1. Caro Michele.

      I preti che ci sperano davvero non rispondono a questa domanda neppure se presi a colpi di spranga. Quelli che invece ci sperano proprio “di brutto”, dinanzi a simile audace quesito posto a loro da altrettanto audace interlocutore, simulano rossore in volto, si manifestano imbarazzatissimi; poi stravolgono gli occhi al cielo e replicano dichiarandosi non degni. Ma in verità, dentro il cassetto hanno già lo stemma episcopale disegnato e l’abito corale violaceo già pronto dentro l’armadio.

      Io non ho mai sperato di diventare vescovo, penso ne sia prova palese ciò che scrivo e come lo scrivo. E le dirò: non mi sento neppure indegno, anzi! Visti certi panorami credo di esserlo più di svariate persone giunte a questo alto ufficio apostolico con raggiri e intrighi da far impallidire le vecchie corti del Cinquecento e che anziché custodi e padri delle varie Chiese particolari si sono rivelati loro distruttori, lasciando spesso alle loro dimissioni dalla cattedra un clero diviso e litigioso, pessimi soggetti ordinati sacerdoti e problemi d’ogni genere sul piano umano, morale, dottrinale, pastorale ed economico. A quel punto, per non smuovere troppo le acque, le supreme autorità non hanno trovato di meglio da fare che scegliere come successore un soggetto debole e limitato che non toccasse nulla e che non facesse niente, affinché i problemi fossero lasciati in apperente stato di stallo, mentre in verità sono fermentati di più ancora.

      Pur con tutte le mie ben note limitatezze umane, dubito che farei i danni che ho visto fare a certi vescovi in varie diocesi italiane, perché sono buono per natura, non sono propriamente uno stolto, perché sono un uomo di fede e perché mi farei davvero in pezzi per i miei presbiteri ed i miei fedeli, non esitando però a fare io in pezzi coloro che pretendessero seminare divisioni, veleni e discordie nella mia Chiesa particolare.

      Pertanto le rispondo che no, non mi rifiuterei. E non mi rifiuterei perché l’episcopato io lo intendo per ciò che realmente è: un gravoso servizio, non certo un potere personale dato alla bella faccia della neo-promossa “Eccellenza Reverendissima“.

      E non escludo neppure, un giorno, di diventare per davvero vescovo. Come però lei sa, c’è un tempo per ogni cosa. Pertanto, la mia possibilità di promozione all’episcopato, sarebbe legata solo a precisi eventi e situazioni non poi così improbabili, anzi del tutto possibili, forse neppure lontani. Ossia quando arriveremo al giorno in cui non chiameranno più i vescovi “Eccellenza Reverendissima“; quando i vescovi non potranno più portare le loro insegne episcopali perché sarà stato proibito l’uso in pubblico di segni distintivi religiosi; quando si dovranno celebrare le Sante Messe non più in trionfi esteriori di “potere” nelle nostre chiese storiche, con le massime autorità civili, politiche e militari presenti al pontificale di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Vescovo, bensì celebrate in discrete e appartate sale di ritrovo, sperando e pregando durante i sacri riti che non facciano irruzione dalla porta chiusa dei facinorosi a prenderci a randellate, vescovo per primo in testa a tutti …

      A quel punto, fare vescovo me ed i pochi come me, sarà una scelta del tutto obbligata, perché nel frattempo, gli altri, saranno fuggiti al sicuro in Svizzera con gli ultimi soldi rubati alla Chiesa ormai ridotta a pochi fedeli controllati a vista come una via di mezzo tra dei pericolosi esaltati e dei fenomeni da baraccone.

      La verità di ciò che io le dico è confermata dalla storia. Vada infatti a vedere, per esempio, quanti furono i vescovi francesi che durante il periodo della Rivoluzione si rifiutarono di firmare quel testo iniquo e palesemente anti-cristiano della Costituzione. In tutto erano quattro, ed erano nascosti per non finire ghigliottinati.

      Quando poi la grande bufera sarà passata e nel frattempo io sarò stato ammazzato sotto qualche altare improvvisato come altri miei confratelli, a quel punto, i rifugiati in Svizzera torneranno a casa per parlare delle virtù eroiche dei morti ammazzati a randellate, a pistolettate, o periti di stenti dentro le carceri, ed apriranno i loro processi di beatificazione ed infine ci proclameranno beati martiri.

      E’ la storia della Chiesa, mio caro, la storia della Chiesa che di tempo in tempo si ripete, tra piccoli o grandi eserciti di vigliacchi, di cortigiani, di banderuole e pure di ladri.

      E questa è la prova di quanto la Chiesa sia veramente opera di Cristo e di quanto sia realmente governata dallo Spirito Santo, se in 2000 anni non siamo riusciti a distruggerla noi preti.

      Quest’ultima non è una battuta mia, ma di un cardinale del XVIII° secolo. Quando infatti nel 1806 Napoleone Bonaparte tradusse prigioniero in Francia il Sommo Pontefice Pio VII, con la sua nota arroganza disse al Cardinale Consalvi, segretario di Stato: «In pochi anni, io avrò distrutto la Chiesa!». Il Cardinale gli rispose in modo sicuro e pacato: «No, Maestà! Se non ci siamo riusciti noi preti, a distruggerla in 17 secoli, non credo ci riuscirà neppure lei».

  2. Rev. Padre,
    Ella sovente critica ora un sacerdote, un vescovo,un cardinale, il Vicario di Pietro e puntigliosamente riporta la circostanza, il fatto, il momento, le parole, in cui il criticato sarebbe venuto meno al suo ruolo, avrebbe sbagliato stile o tono, sarebbe stato inopportuno, indecoroso, etc,, rispetto a un preciso modello di riferimento (profilo ideale, reguisiti) una sorta di “galateo” vigente nella Chiesa, che docenti e discenti sono tenuti ad osservare.
    Nella realtà sociale, il comportamento umano è estremamente variegato, ogni individuo ha un cuore, un’indole, un temperamento, un carattere con passioni, aspirazioni, ambizioni, virtù e difetti, che lo distinguono dagli altri per diverse “interpretazioni personali sue proprie” che si manifestano proprio nel momento in cui si relaziona con gli altri,
    Anche il sacerdote, il vescovo, il cardinale e il papa, sono uomini peccatori e come per tutti gli uomini è impegnativo essere sempre di Dio, molto spesso siamo ottenebrati dall’orgoglio.
    Humilitas, pietas, et fiat voluntas sua … pronto a salire su quel treno qualora la chiamata dovesse arrivare,

    1. Anche il sacerdote, il vescovo, il cardinale e il papa, sono uomini peccatori e come per tutti gli uomini è impegnativo essere sempre di Dio, molto spesso siamo ottenebrati dall’orgoglio

      Noi siamo peccatori, eccome. Ma non siamo peccatori qualunque, perché per mistero di grazia siamo chiamati ad assolvere i peccati degli altri. Certo, non li assolviamo in nome nostro, ma nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.
      Per questo, nel giorno del giudizio, il Signore sarà particolarmente severo con noi, in modo proporzionato a ciò che ci ha dato in doni di grazia.
      Essere consapevoli di questo e comportarsi di conseguenza, vuol dire avere sia il senso della pietà sia il senso dell’umiltà.

  3. «[…] il Santo Padre Francesco non ha proprio paura di sbagliare, per questo si lancia, ora in modo felice, ora in modo infelice. Ma con una differenza, rispetto a certi “mostri sacri”, perlomeno, lui, non dovrà rispondere per le sue omissioni, semmai per le sue azioni».

    AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH

    1. Beh, c’è poco da ridere, o forse molto, dipende dai punti di vista.
      Quando il Santo Padre, di cui io sono consigliere segreto, ma solo oggi lo rendo pubblico, mi ha posto questo quesito:
      «Supponiamo che io voglia sbagliare, è bene che sbagli per non-fare, od è bene che sbagli per fare?».
      Detto questo, eccomi giungere repentina una sberla dallo Spirito Santo dei Carismatici, un cazzotto dallo Spirito Santo dei Neocatecumenali, ed a quel punto, ripieno di grazia, seppure mezzo intontito, ho risposto: «Santità, facite … facite ammuina (dialetto napoletano: fate confusione), perchè di questi tempi più se ammuina e più faremo venire i topi allo scoperto».
      Lui ha seguito il mio consiglio, ma non solo, mi ha pure designato prossimo Arcivescovo di Napoli.

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