I musulmani ostentano i preti si nascondono. Il concetto teologico dell’abito sacerdotale e religioso: «Sia che mangiate, sia che beviate …»

– Theologica –

I MUSULMANI OSTENTANO, I PRETI SI NASCONDONO. IL CONCETTO TEOLOGICO DELL’ABITO SACERDOTALE E RELIGIOSO: «SIA CHE MANGIATE, SIA CHE BEVIATE …»

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È avvilente che i musulmani appena giunti in Europa ostentino a volte anche con prepotenza e spirito di prevaricazione i loro tipici vestiari che costituiscono segno esteriore visibile del loro credo, mentre i membri del nostro clero secolare e regolare sono mimetizzati in abiti civili tra i secolari di questo mondo, negando in tal modo un segno sia di presenza sia di cristologica testimonianza.

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Autore Padre Ariel
Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati.

[I Cor 10, 31-32].

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10.08.2016  Ariel S. Levi di Gualdo  –  I MUSULMANI OSTENTANO I PRETI SI NASCONDONO. IL CONCETTO TEOLOGICO DELL’ABITO SACERDOTALE E RELIGIOSO

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20 thoughts on “I musulmani ostentano i preti si nascondono. Il concetto teologico dell’abito sacerdotale e religioso: «Sia che mangiate, sia che beviate …»

  1. « […] gli stessi confratelli sacerdoti che loro, quando facevano ameno gossip col capo della congrega dei distruttori, ossia il vescovo modernista e pauperista à la page, si dilettavano a definire come «quei preti anacronistici fuori tempo, sempre attaccati in modo morboso a quello straccio della veste talare […]»

    * * *

    Mi domandavo se in questa tua ultima frase stavi per caso parlando di me (!?).
    Eppure la mia vicenda non te l’ho mai raccontata, lo faccio adesso: due anni fa fui convocato dal nuovo vescovo che esaminando la lista dei sacerdoti secolari e le loro età anagrafiche (della serie: un vero e proprio bollettino di guerra!), data la carenza di clero nella nostra nordica diocesi (Piemonte) e data l’età elevata dei preti, pensò di mettere un giovane in una grande parrocchia retta da un prete quasi ottantenne, stanco e purtroppo malato, anche perché non aveva proprio molta scelta per il ricambio.
    Il vicario generale, il cancelliere, il responsabile di quel vicariato manifestarono non gradimento verso di me, ma il vescovo, giustamente, volle conoscermi.
    Mi presentai dal vescovo con la talare indosso. E il vescovo non mi paventò nemmeno il motivo per cui mi aveva convocato, disse che mi aveva convocato solo per conoscermi, avendomi visto di sfuggita solo alla cerimonia della sua presa di possesso della cattedra, mi chiese quattro cose di circostanza, me ne disse altrettante e mi liquidò.
    Il vicario generale, il cacelliere, il responsabile di quel vicariato dissero poi al vescovo … “Vede che avevamo ragione? Ha visto come si è subito presentato? Un prete di 32 anni (all’epoca avevo 32 anni) con la talare, quando da anni non la porta più nessuno?”.
    In quella parrocchia nominarono poco dopo un amministratore parrocchiale, non potendolo nominare parroco, perché il prete nominato non era cittadino italiano, trattandosi di un sudamericano finito nelle nostre zone in modo non chiaro, e che durante le messe fa di tutto: canti pop, danze, omelie dialogate, proiezione dei cartoni animati alla messa dei bambini, un concerto in chiesa il venerdì santo … ma soprattutto non si presenterebbe mai dal vescovo con la talare addosso.
    Questo è quanto.

  2. Caro Confratello.

    Stando a quanto mi hai scritto ti rispondo: il tuo vescovo è un povero demente.
    Questo è quanto.
    E per un presbìtero, avere a che fare con un demente, è cosa pastoralmente sempre molto complessa e delicata.
    Quando però il demente è il suo vescovo, più che dinanzi alla complessità ed alla delicatezza, siamo dinanzi alla tragedia, una tragedia spesso del tutto impossibile da gestire.

    Il resto te lo dico in privato, anche perché, queste situazioni, vanno sempre e di rigore segnalate alla Santa Sede, la quale non farà niente, ma perlomeno, domani, quando il disastro sarà eclatante, che nessuno osi dire dai vari dicasteri romano: « … ma noi non immaginavamo … non sapevamo … non eravamo stati informati …».

    Per questo è importante segnalare certi fatti e situazioni alla Premiata Società dei Ponzio Pilato, anche se di prassi neppure rispondono, cosa questa che però, domani, aggraverà di più ancora le loro responsabilità dinanzi al Popolo di Dio e dinanzi a Dio.

  3. Caro Padre Ariel, questo è quanto: il vescovo mi aveva incaricato come insegnante di religione in un liceo. Dopo una settimana mi chiama e (papale papale) mi dice a tu per tu queste esatte parole: “se ti presenti ancora a scuola con la tonaca ti tolgo l’insegnamento”.
    Premetto: il vescovo era nel suo studio vestito in tuta da ginnastica, però con l’anellone e il crocione pettorale pendente sulla scritta “Adidas” della tuta.
    Gli ho risposto (ma questo lui già lo sapeva) che la mia talare era apprezzata dagli insegnanti e dagli studenti. Risponde il vescovo: “non m’interessa cosa piace a loro, a te deve interessare solo quello che reputo opportuno io”.
    Hai commenti da farmi?

    1. Caro Confratello.

      In pratica ti ha detto … “a me non interessa cosa piace a Cristo, interessa solo quel che piace alla mia ideologia distruttiva”.

      Il modo in cui avrei reagito io, non è da prendere come esempio, sebbene te lo dica ugualmente. Gli avrei guardato l’ “anellone” e il “crocione” e gli avrei intimato: «Adesso lei si tolga di dosso questi pezzi di bigiotteria, perché nemmeno le casalinghe, quando in ciabatte stanno nelle proprie case in libertà dopo avere fatto la cucina e il bucato, portano indosso le chincaglierie, perché quelle se le mettono solo per uscire di casa, quando vanno al mercato a fare la spesa con le altre comari».

      In ogni caso: quando il vescovo ti chiede o peggio ti impone in modo coercitivo cose che sono in palese contrasto con le leggi canoniche della Chiesa, le esortazioni dei Sommi Pontefici e le direttive date dalla stessa Conferenza Episcopale Italiana, non gli si deve ubbidire, anzi lo si deve invitare a vergognarsi, perché la Chiesa non ammette deroghe alle proprie leggi per opera del censurabile arbitrio di chi, queste leggi, è preposto a farle rispettare.

      Vogliono la collegialità?
      E che collegialità sia! Noi presbìteri siamo i diretti e stretti collaboratori del vescovo, non siamo i vassalli posti dal Re sotto gli umori ed i capricci del feudatario. Il vescovo “non è la legge” né può imporre “la sua legge“, egli è colui che fa rispettare la legge, di cui è il primo e devoto servitore.

    2. Caro confratello Federico, suppongo di avere diversi anni più di te, condividendo con te lo stesso sacerdozio, che non si misura in “anni di servizio”, il sacramento è quello per tutti.
      Quando il nostro precedente vescovo, Deo gratias dipartito per altra sede dopo pochi anni, arrivò nella mia allora parrocchia vestito in clergyman per le cresime dei ragazzi, io che lo attendevo con i fedeli davanti alla porta della chiesa, vestito in talare cotta e stola per accoglierlo e salutarlo, andai verso la macchina, non lo feci scendere, salii a bordo e dissi … “per favore, giriamo nel retro”. E feci entrare il vescovo in sacrestia passando dalla canonica.
      E gli spiegai il motivo, dicendogli che i parrocchiani sarebbero rimasti negativamente colpiti, che alcuni si sarebbero sentiti anche mancati di rispetto, perché le anziane e gli anziani, soprattutto, erano abituati a veder giungere il vescovo in altro modo. E gli dissi … “lei Eccellenza se ne ritorna in episcopio dopo le cresime, e io devo rimanere qua a dare spiegazioni per alcune settimane”.
      I fedeli videro il vescovo uscire parato in processione dalla sacrestia.
      Io non sono mai stato simpatico a lui e lui non è mai stato simpatico a me. Per tutta la sua permanenza in diocesi, a cresimare i ragazzi nella mia parrocchia ha mandato sempre il vicario generale. Io l’ho rispettato, sempre, vedendolo solo le pochissime volte che lui mi chiamò. Lui se ne è andato, io sono rimasto. A me, le persone, seguitano a volere bene, a lui, nemmeno lo ricordano.
      E nessuno mi ha fatto niente.
      Questa in breve l’esperienza di un sacerdote più anziano di te.
      Quando è necessario tirate fuori le … gli artigli!

  4. Diocesi del sud, Messa del santo patrono della diocesi, presenti circa 100 sacerdoti, quasi tutto il presbiterio …
    Impossibile descriverli tutti.
    Il cerimoniere del vescovo è giunto in sacrestia, nella cattedrale, con una maglietta che riprendeva i colori della bandiera della pace, un paio di “pinocchetti” (pantaloni corti fin sotto il ginocchio) ed i sandali da mare ai piedi.
    Ha parlato con molti sacerdoti, date disposizioni cerimoniali, indicazioni … ha parlato, salutato, sculettando a destra e a sinistra, andando 2 volte a vedere se sul presbiterio tutto era a posto, e questo mentre la cattedrale era già piena di gente per metà …
    Ha accolto il vescovo che intanto era arrivato con 15 minuti di anticipo, e poi è sparito, tornando pochi minuti dopo vestito con la sua talare violacea.
    Su circa 100 preti solo 3 avevamo la talare addosso: io, che ho 36 anni, due anziani di 78 e 82 anni.
    Non ti descrivo le condizioni di abbigliamento degli altri, penso che la descrizione del cerimoniere vescovile possa bastare …

    1. Caro Confratello.

      Prendiamola a ridere, anche se andrebbero versate lacrime di sangue.
      Mi domandavo: non è che il cerimoniere, che secondo la tua descrizione «sculettava a destra e a sinistra», più che «un paio di “pinocchetti” (pantaloni corti fin sotto il ginocchio)», aveva in verità un paio di … finocchietti?
      Perchè di solito, i nostri – ahimé non pochi, purtroppo! – confratelli che sculettano, prediligono questo modello di pantalone corto … i finocchietti.

      A onor del vero posso dirti questo: se il vescovo che mi ha consacrato nel Sacro ordine sacerdotale, giungendo nella sacrestia della sua cattedrale, avesse trovato un cerimoniere conciato nel modo da te descritto, lo avrebbe spettinato con due urla baritonali. E posso garantirti che i fedeli che avevano già preso posto nella panche della cattedrale, avrebbero udito una raffica di parole da scaricatore di porto, perché tali sarebbero state le parole che il vescovo avrebbe rovesciato su un soggetto simile.
      A quel punto, qualche presbìtero, avrebbe poi informato i fedeli che mentre il vescovo ed i suoi presbìteri stavano preparandosi, era entrato nella sacrestia della cattedrale uno sconosciuto che aveva urlato parolacce volgarissime, prima di essere tempestivamente allontanato. Salvando in tal modo – giustamente – la pubblica immagine del vescovo.

  5. Cari Lettori dell’Isola di Patmos, e cari Sacerdoti.

    Se il carissimo Padre Ariel reputerà opportuno, offro questa personale testimonianza.
    Il tutto richiede però una premessa.
    Oggi ho 74 anni e provengo da una famiglia molto benestante, cosa che a suo tempo mi consentì “il lusso” di far studi classici, specializzandomi in filosofia e letteratura medioevale.
    Spieghiamo però la mia asserzione a chi potrebbe non capire, giacché col dir “lusso”, si mira a sottintender che certi studi e specializzazioni non portano agevolmente a posti d’impiego, dato che l’unico posto d’impiego è l’insegnamento, ecco perché la laurea in filosofia e lettere classiche, era, ed è tutt’oggi, pure detta “laurea in disoccupazione”.
    A 28 anni mi unii in matrimonio alla mia compianta moglie, venuta a mancare 14 anni fa, per un male incurabile che la portò alla casa del Padre nel giro di 7 mesi.
    Mia moglie proveniva da una delle famiglie della più vecchia nobiltà napoletana, una famiglia più benestante ancora della mia.
    Non abbiamo avuto figli, perché la mia amata consorte non potè mai averne.
    Ho descritto non per puro divagare, i nostri ceti sociali d’appartenenza e la nostra posizione economica, ma perché ciò si colloca in un preciso discorso.
    Dopo molti anni di ricerca e lavoro non retribuito (o mal retribuito) all’università, divenni prima dottore ricercatore, poi professore associato, infine professore ordinario. Ma avendo le spalle ben coperte mi fu possibile sostenere quella condizione di bassa retribuzione nel mondo universitario, dove il primo stipendio “dignitoso” lo percepii all’età di 45 anni come professore associato, dopo 18 anni di gavetta.
    I miei interessi filosofici mi portarono a intraprendere gli studi teologici e conseguire il baccalaureato teologico, la licenza specialista e il dottorato presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino.
    Ho sempre frequentato gli ambienti parrocchiali e diocesani per i vari eventi, anche se quando mi sono offerto per varie attività di volontariato, mi è stato detto di no.
    Due parroci mi hanno negato di insegnare catechismo, quando ormai pensionato dall’università mi ofrii di farlo, sostenendo che una persona del mio livello culturale avrebbe messo in grave imbarazzo gli altri catechisti, alcuni dei quali con serie difficoltà a mettere semplicemente assieme un discorso in corretto italiano. Mi hanno negato di tenere lezioni e conferenze nel locale seminario, perchè a giudizio dei formatori avevo un’impostazione teologica di “vecchio impianto scolastico e metafisico non confacente con la realtà della Chiesa e in particolare con quella pastorale”, al punto che il rettore (lo stesso che una volta all’anno invitava il sig. Enzo bianchi) disse perentorio: “non sono certo le sterili e nebulose speculazioni accademiche dei vecchi baroni che servono ai nostri seminaristi per diventare preti”.
    Ho cercato di offrire quello che potevo offrire di ciò che nella mia vita avevo acquisito e sviluppato, ma a ogni offerta mi è stato risposto no.
    Quando anni fa giunse il nuovo vescovo, che ebbe modo di conoscermi in passato (quando fu invitato come teologo per una conferenza presso il nostro istituto universitario), il presule mi accolse con molta felicità, fu più volte ospite a casa nostra e, una sera, parlando con me e con mia moglie, chiese se io avessi mai pensato al diaconato permanente.
    Fu così dato avvio al discorso tra il vescovo e me, con gran gioia da parte mia e soprattutto di mia moglie.
    L’ostruzionismo che fu fatto al vescovo da parte dei preti, fu però inverecondo. E il vescovo, che mi aveva fatto lui stesso la proposta, si trovò in grande imbarazzo verso di me, dovendomi dire no a ciò che lui stesso mi aveva proposto, dopo avermi dettagliato il tanto bene che avrei potuto fare nella sua diocesi, in ispecie nell’ambito della formazione teologica.
    Da allora sono corsi diversi anni, e, dopo la scomparsa di mia moglie, ho visto diventare diaconi permanenti persone catapultate dalla licenza di terza media all’Istituto superiore di scienze religiose e diplomati dopo tre anni di risibile “formazione”. Ho visto diventare diaconi permanenti il fruttivendolo, il venditore ambulante del mercato, il postino in pensione, l’elettricista e l’operaio (con tutto il mio più profondo rispetto sia per le persone sia per le loro utilissime attività lavorative). Tutte persone che certamente non possono mettere culturalmente a disagio i preti, già così culturalmente carenti, perché di questo, in fondo, si tratta.
    Ho visto chiamare a tenere lezioni nel seminario e presso l’Istituto superiore di scienze religiose, socio-politologi maldestri fatti passare per filosofi, con l’aggravante ch’eran non credenti dichiarati, e per questo invitati a manifestare il “prezioso” pensiero di certo mondo laico, con il quale il buon cattolico deve confrontarsi … etc, etc.. perché lungo e pietoso sarebbe il discorso.
    Dopo la morte di mia moglie cominciai a vivere sempre più a Roma, dove avevamo una casa vicino al Quirinale, ed andando a Messa nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri conobbi Padre Ariel, che nel 2011 diventò mio confessore e che molto mi aiutò, sotto tutti gli aspetti umani e spirituali.
    Spesso, nei suoi sapienti scritti, alcuni dei quali oggi suonano come profezie, questo teologo usa il termine “golpe” … “il golpe dei mediocri”, “il golpe dei modernisti”, il “golpe degli eretici”, per non parlare de “il golpe della lobby gay” …
    Oggi è in corso il “golpe del pauperismo”, storicamente legato a varie eresie che si sono manifestate nella Chiesa, ed in ispecie XII/XIII secolo.
    Uso sul finire una frase a me ripetuta più volte da Padre Ariel: “Per certi uomini e donne respinti dai capricci dei preti gelosi e dalla inettitudine di vescovi completamente privi di attributi virili (di solito egli dice “senza palle” o “senza coglioni”), questi soggetti rischiano la dannazione eterna delle proprie anime. Perché questi uomini e donne, alla Chiesa eran stati mandati da Cristo e da Cristo offerti come doni, ed a respingere o distrugger doni mandati da Cristo, si va all’inferno”.
    Questa è, a sommi capi, la storia di un rispettabile accademico, professore ordinario in pensione, dottorato a suo tempo in teologia, munito di tutti i necessari mezzi economici per svolgere un ministero all’interno della Chiesa, invitato dallo stesso vescovo a diventare diacono permanente, ma non diventato tale perché colpevole d’esser uomo benestante, uomo di cultura, marito di una nobildonna, studioso di metafisica e di teologia tomista, etc ..
    E anche questa mia vicenda potrebbe rientrare nel discorso dell’articolo del Padre Ariel circa la vecchia tonaca gettata alle ortiche, che poi è la dismissione da parte di vescovi e preti della tonaca interiore, il vero abitus, o come dice Padre Ariel: “il golpe dei mediocri al potere”.
    Superati 70 anni mi sono conservato il danaro necessario per condurre una vita agiata sino alla fine dei miei giorni, non avendo avuto figli ho restituito/donato due vecchi immobili a me pervenuti in eredità dal patrimonio di mia moglie e facenti parte all’origine dei beni della sua famiglia, a suo (e mio) nipote maggiore. Mi sono conservato un po’ di risparmi, la mia pensione statale, una seconda pensione privata, una casa in città e una al mare e ho venduto il resto, dando tutto, danaro incluso, in memoria di mia moglie, ad una istituzione benefica di mia fiducia che si occupa principalmente di oncologia pediatrica.
    Oggi, nella diocesi di cui dicevo, parlano di chiudere l’istituto superiore di scienze religiose per carenza di fondi, chiedono in continuazione soldi per il seminario, lamentano mancanza di risorse per la Caritas, i parroci annunciano di domenica in domenica che con le spese non ce la fanno, si paventa persino l’accorpamento della diocesi ad altra diocesi, giungendo la diocesi in questione a nemmeno 100.000 fedeli …
    Mi dispiace, ma com’è risaputo: si raccoglie, prima o dopo, ciò che s’è seminato.
    Cito anche a tal proposito Padre Ariel: “Se si bastonano i ricchi, poi non si possono aiutare i poveri, a meno che, papa e vescovi, non si mettano a batter moneta e stampare banconote”.
    Parole sante!

    1. Esimio Professore.
      Leggendola sento tra le sue righe un certo profumo delle mie zone (Napoli/Campania in generale), forse però non è così, perché tutto il mondo è paese.
      Bene ha fatto a destinare i suoi capitali come li ha destinati, evitando il potenziale rischio, non dico “certo” ma però “potenziale”, che in qualcuno dei suoi stabili finisse a vivere per “amor di zio”, il nipote nullafacente di qualche prete ben ammanicato con la curia, pagando semmai l’affitto simbolico di due lire al mese, come il nipote di un “prete curiale” che vive in un attico di 200 mq affacciato sul mare, il quale solo d’affitto estivo, in queste zone costiere non verrebbe affittato a meno di 5.000/7.000 euro al mese, secondo la bassa o alta stagione estiva, ma lui paga 110 euro al mese.
      “Amor di zio” …

      1. Confesso che provo un piacere perverso … quasi “erotico” (so che con un personaggio come p. Ariel si possono fare simil battute), quando di domenica, dentro la cesta delle elemosine, metto 10 centesimi in 10 monete da 1 centesimo.
        Mia moglie dice che sono una mente malata, ma poi anche lei ci ride.
        10 centesimi in monete da 1 centesimo è l’offerta più equa che un impenditore emiliano, cattolico nato in una famiglia cattolica, possa fare al “nuovo corso”, visto che nelle chiese (almeno in quelle della nostra zona) si parla solo di poveri, di profughi, di extracomunitari … si, in effetti si parla anche dei ricchi, ma per dire quanto sono egoisti, fautori di tutte le ingiustizie sociali, e non sensibili alla pastorale di papa Francesco che vuole una chiesa povera per i poveri.
        E noi tutti (parlo ai colleghi imprenditori cattolici) dobbiamo darci da fare per impoverirla questa chiesa, tanto … più di quanto la stia impoverendo il papa, noi quanto potremmo mai impoverirla?
        Basta, con le donazioni alle parrocchie per costruire i cinema parrocchiali, il campo da calcio e le sale per i giovani, le scuole materne, i centri di assistenza per le famiglie bisognose … basta con la donazione alle parrocchie di complessi al mare e in montagna per portare in colonia i figli delle famiglie che non potrebbero mai portare i loro figli un mese al mare o in montagna, ecc… basta, basta, basta con tutto questo!
        Perché anche tutti noi vogliamo una chiesa povera per i poveri!
        Quando mio nonno materno, negli anni ’50, donò un asilo alla parrocchia da lui pagato di sana pianta, dalla costruzione agli arredi interni, non immaginava certo, che domani sarebbe divenuto un alloggio per “negroni” musulmani che passano le giornate attaccati agli smartphone di ultimo grido. E per “negroni” intendo dire giovanottoni in una salute fisica da fare invidia a gran parte dei nostri figli, altro che profughi fuggiti dalle guerre e dalla fame, chiamateli con il loro nome: colonizzatori!
        Imprenditori cattolici di tutta l’Emilia: unitevi!
        Aiutiamo papa Francesco ad avere fino in fondo una chiesa povera per i poveri, nella quale lui, come ha dichiarato, si inginocchierebbe davanti ai poveri “carne di Cristo”.
        E non entro nemmeno nel discorso basato sulla equazione “povero=buono”, perché ci sarebbe da far notte a parlare.
        Lanciate anche voi la campagna: “10 centesimi in 10 monete da 1 centesimo nella cesta della offerte”, e per quanto riguarda l’8X1000, fate come ho fatto io quest’anno: destinatelo allo Stato.

  6. Ah, questa Chiesa ormai accogliente solo a senso unico, nella quale per essere accolti e amati bisogna essere profughi sbarcati da un gommone a Lampedusa, essere semmai di rigore msulmani, visto che in quel caso arriva il Papa in persona a lavarti i piedi. Povera, povera, povera Chiesa, quanti altri figli stai perdendo, per giocare con dei non-figli che domani ti strapperanno il seno a morsi, e che una volta strappato lo sputeranno come cibo ai suini!

    Premessa: Padre Ariel conosce me e la mia storia, e può confermare che dico il vero, senza niente aggiungere e niente alterare dei fatti.
    Sono figlio unico di due genitori nati da due famiglie ricche. So che oggi, questo, nella Chiesa è un grande handicap, purtroppo porterò la mia croce sentendomi anche in colpa.

    Scuole “in” (rigorosamente da suore e religiosi), soggiorni estivi di studio presso istituzioni “in” a Londra, Parigi, Madrid, Vienna a partire dai 14 anni … eppoi liceo “in”, e ancora a seguire università alla Lumsa, durante la quale trascorrevo i periodi estivi nei campus americani, ovviamente “in” …
    In pratica io sarei la materializzazione, la riedizione contemporanea dello spregevole “ricco epulone vestito di porpora e di bisso” il quale … “tutti i giorni banchettava lautamente”, mentre … “un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco” (Luca 16, 19.31).

    Alla Lumsa, o diventi ateo, oppure ti puoi avvicinare alla fede, e io che avevo sempre avuto una fede, ma tiepida, poco a poco ebbi la mia riconversione.

    Salto adesso in avanti perché non posso scrivere un romanzo autobiografico: pensai di avere una vocazione, che, forse, non avevo, perciò tutto potrebbe essere andato come doveva andare. Se però, una vocazione sacerdotale, l’avessi avuta davvero? Se come dice Padre Ariel, la vocazione resta in gran parte un mistero, credo sia difficile dire si e sia difficile dire no.

    Non dico la tragedia, in casa mia, specie mio papà, che mai ricordo in tutta la vita di avere visto arrabbiato come in quel periodo, con la mamma che mi diceva … “gli farai venire un infarto”.
    Salto ancora avanti …
    A 27 anni, dopo una laurea, un dottorato e un paio di master in America, entro in un seminario, al propedeutico. E furono per me 2 mesi e 21 giorni di continue, incessati e cattive, ma veramente cattive umiliazioni.
    Capisco che il mio ceto, i miei studi, il mio vissuto, le mie abitudini e tutto ciò che vogliamo, non erano quelle dei seminaristi, ma mentre io cercavo con tutte le mie forze di adattarmi in ogni modo a loro, dalla loro parte, loro, non intendevano fare niente per capire, per accogliere me, non si provavano nemmeno a sforzarsi un benché minimo. Per loro io ero il figlio di papà che si era messo in testa di fare il prete.

    Agli inizi del secondo mese, il padre spirituale mi disse questa esatta frase: “ma tu, che bisogno hai di diventare prete?”. Io gli risposi che non si diventa preti per bisogno e che di diventare prete non avevo proprio bisogno. E mi disse, in modo sincero, devo ammetterlo e riconoscerlo: “tu devi orientarti verso qualche antico ordine. Sii realista, i nostri seminaristi vengono tutti da famiglie molto semplici e modeste. Inutile che tu sia aperto con loro, tanto loro non si apriranno mai con te. Non vedo soluzione, a meno che il vescovo non ti mandi in un collegio romano, al quale io avrei pensato”. E li, il padre spirituale, forse non molto coraggioso, fece un errore grave, mi disse di andare io dal vescovo a chiedergli se poteva mandarmi in questo collegio romano, mentre era lui, che avrebbe dovuto farlo, ma forse pensò …. “con me reagirebbe male, con lui potrebbe reagire bene”. E invece il vescovo reagì malissimo, dicendomi che per lui non c’erano “seminaristi di prima categoria lusso e seminaristi di terza categoria popolare”. E davanti a quella risposta data anche male, io non potevo salvarmi mettendo nei guai un altro, dicendo al vescovo che avevo seguito il consiglio del padre spirituale.

    Penso che 2 mesi e 21 giorni di seminario mi abbiano offerta una lezione che mai avevo avuto nella mia vita: essere non accolto, respinto e anche umiliato, io che non avevo mai fatto questo tipo di esperienza.

    Forse ero solo un riconvertito infatuato, che, tornato alla fede, aveva pensato di puntare al massimo, al sacerdozio. Forse non ho mai avuto una vocazione, e di questo ho cercato di auto-convincermi. Quando però prego e vedo il sacerdote celebrare la Messa, sento a volte che potrebbe non essere così. Quando vedevo Padre Ariel celebrare la Messa, io avrei voluto essere al posto suo, avrei voluto essere come lui.

    Non ho seguito il consiglio di entrare in un ordine religioso, primo, perché nel 2012, Padre Ariel, che conobbi su consiglio del mio allora confessore, me lo sconsigliò, e credo abbia avuto ragione, spiegandomi che, per i miei genitori, il dramma sarebbe stato più grosso ancora.

    Il fatto che resta certo è che io ho cercato di dare il meglio di me per andare incontro ai seminaristi e al seminario, mentre loro, verso di me, hanno avuto ogni tipo di prevenzione e chiusura, solo perché ero colpevole di provenire da una famiglia ricca e di avere avuto tutto dalla vita, senza che nessuno però valutasse che, a quel tutto, io ero pronto a rinunciare. Loro, piuttosto, avrebbero dovuto chiedersi: e noi, in fondo, a che cosa rinunciamo? Forse a ciò che avremmo voluto avere ma che non abbiamo mai avuto? Perchè la chiusura e l’accanimento manifestato nei miei confronti, non lo spiego proprio in altro modo.

    … ma è bene chiuderla qui, e chiuderla come ho iniziato: oggi, nella Chiesa, se non sbarchi da un gommone e se non sei un fratello musulmano da accogliere, non sei nessuno, ma proprio nessuno.

  7. Carissimo.

    Non occorrono “conferme”, qualsiasi sacerdote che viva e che soffra come noi la Chiesa dall’interno, in una situazione di decadenza irreversibile nella quale si è superata ormai da tempo la soglia del non-ritorno, porrebbe mai in dubbio ciò che hai scritto, tanto siamo abituati purtroppo anche a peggio.

    Come ti ho detto l’ultima volta che ci siamo visti: in situazioni come la tua, chi come me è chiamato alla vera paternità sacerdotale, non certo al filantropismo socio-politico o all’assistenzialismo sociale di bassa lega, una delle principali cose di cui soffre è la mancanza di mezzi per proteggere i propri figli.
    C’è forse di peggio, per qualsiasi genitore?
    In che animo e in che stato può trovarsi un genitore non in grado di garantire ai propri figli la sicurezza del necessario, o perlomeno del minimo indispensabile?

    Dinanzi ad alcuni casi diversi, ma più o meno simili al tuo, ho già spiegato, compreso in un mio scritto del 2015 al quale rimando chi fosse interessato ad approfondire il tema [vedere QUI], che oggi, un uomo dotato del genio e della santità di Rafael Merry del Val, non solo non sarebbe mai divenuto vescovo e cardinale, ma non sarebbe proprio diventato prete, perché non ce lo farebbero mai diventare.

    Nel corso dell’ultimo cinquantennio di storia, dinanzi alla grande crisi vocazionale degli anni Settanta, hanno fatto entrare nel nostro clero un esercito all’arrembaggio di più o meno “falliti in cerca d’impiego“, nell’ipotesi migliore un esercito di mediocri, convinti che costoro potessero fungere – come cinicamente hanno pensato all’epoca non pochi vescovi – da … “manovalanza“, sopperendo sotto la guida di altri, migliori e più dotati, alla carenza di clero ormai galoppante. Ma le cose sono andate diversamente, il cinismo è stato giustamente punito, ed in breve, questi soggetti, dopo avere favorito la distruzione di antichi e sapienti equilibri e soprattutto di ogni regola ecclesiale ed ecclesiastica, hanno fatto infine il loro grande golpe, ed oggi ci ritroviamo con rozzi e a volte improponibili soggetti assurti all’episcopato, con preti incapaci divenuti vicari generali diocesani, rettori dei seminari, parroci delle chiese cattedrali … e se sino a un decennio fa qualche buon elemento è riuscito a passare tra le maglie ed a diventare prete, è però finito sbattuto a fare il curato di campagna. E quando qualcuno di questi pochi sacerdoti molto validi, pur essendo stato messo a fare il curato di campagna, in quella campagna ha cominciato ad attirare molti fedeli desiderosi di poter beneficiare delle cure pastorali di un vero e buon sacerdote, non poche volte è capitato che questi buoni preti li abbiano tolti persino dalla parrocchia di campagna, lasciandoli senza incarichi pastorali, dati semmai a preti transfughi da varie diocesi del mondo che a malapena riuscivano a parlare l’italiano.

    Ripeto: abbiamo superato la soglia del non-ritorno e talvolta soffriamo per l’impotenza del tutto involuta e indesiderata che incombe su di noi, ed a causa della quale non abbiamo neppure mezzi e strumenti per proteggere i nostri figli.

    L’immagine che tu offri della Chiesa che sta perdendo i propri figli per giocare con dei non-figli che domani le strapperanno il seno a morsi, e che una volta strappato lo sputeranno come cibo ai suini, è molto bella, nella sua tragicità, ma soprattutto realistica.

    Ecco, noi pochi preti devoti e fedeli, domani, nella nostra vecchiaia, forse saremo i chirurghi plastici che dopo una devastante mastectomia al seno praticata a causa di un tumore con metastasi diffuse, ricostruiremo i seni alla Santa Sposa di Cristo. O perlomeno avremo concorso a formare i preti-chirurghi-plastici che dovranno portare a compimento questo intervento.

    Certo, non vorrei ritrovarmi mai a faccia a faccia con Cristo Dio a rispondere per avere favorito il carcinoma ai seni della sua Santa Sposa, perché io, al giudizio di Dio, ci credo, ed agisco quindi di conseguenza, molti pessimi vescovi e preti, invece, al giudizio di Dio temo che non ci credano proprio; e dico questo non certo per giudicare le loro coscienze, che non posso né leggere né tanto meno giudicare, ma per il semplice fatto che ciò è dimostrato alla pubblica luce del sole dal loro vivere e dal loro agire.

  8. Tentando di lasciare momentaneamente il tempo e lo spazio fuori della porta, mia moglie ed io entriamo in chiesa per la Santa Messa. Era la domenica che precedeva la commemorazione dei defunti.
    Sotto l’ambone, appoggiato tra i gradini, c’è un misterioso fagotto nero. Mi chiedo se abbia a che fare col giorno dei morti ormai prossimo, mentre il parroco procede verso l’altare seguito dai genitori dei due piccoli da battezzare.
    Tutto va avanti spettacolarmente come di consueto, tra orrendi canti ritmati dal bongo, continue spiegazioni e divertenti gag, battimani e corse del sacerdote con i neonati battezzati issati sulle braccia come trofei …
    Ma ecco che, finalmente, si svela l’unico misero mistero che forse interessa ai più. Il prete, parroco di fresca nomina, ci informa che in quel fagotto, assieme alla naftalina, c’è la sua talare: una veste assurda, dice, che coprendo completamente, è stata concepita per “separare” il prete dal popolo e dal mondo, farlo sentire estraneo al suo tempo, un abito che di conseguenza lui non indosserà mai più …

    1. … un’altro prete demente uscito col marchio a fuoco dai nostri disastrosi seminari, al quale, se una veste, anziché nera, la regalassero rossa, quella se la metterebbe anche al posto del pigiama per andare a dormire la sera; e se qualcuno osasse toccargliela … s’incazzerebbe come una iena dolens, non farebbe affatto umorismo come una clericale iena ridens.
      Perché poi, questi preti in jeans&maglione, sono la quintessenza vivente del peggiore clericalismo, a differenza di noi che portiamo la talare anche per nascondere quanto siamo visceralmente anticlericali, oltre a portarla virilmente per essere riconoscibili e in quanto tali sempre vicini al Popolo che Dio ci ha affidato.
      Comunque, più che al parroco di prima nomina, i complimenti vanno fatti tutti quanti a quel campione di vescovo che l’ha fatto prete, ed al vescovo che tra un suono di bongo e l’altro gli permette di amareggiare e di scandalizzare il Popolo di Dio.

      1. …E non è un prete qualsiasi, ovviamente.
        Andava e veniva dalla Palestina per protestare contro Israele. Non per niente l’hanno nominato coordinatore nazionale di Pax Christi, incarico poi scaduto con la nomina a parroco…

  9. «Mi domandavo: non è che il cerimoniere, che secondo la tua descrizione «sculettava a destra e a sinistra», più che «un paio di “pinocchetti” (pantaloni corti fin sotto il ginocchio)», aveva in verità un paio di … finocchietti? Perchè di solito, i nostri – ahimé non pochi, purtroppo! – confratelli che sculettano, prediligono questo modello di pantalone corto … i finocchietti».

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    leggermente omofobico?

    1. Caro Beppe,

      le garantisco che quando tornerò a fare la spesa al mercato della frutta ed uno dei verdurai delle bancarelle mi dirà: «Padre, oggi abbiamo in offerta dei finocchi, freschi e tenerissimi», io eviterò prudentemente di rispondere – ed è la sacrosanta verità – che sin da bambino non mi sono mai piaciuti i finocchi. Non sono mai riusciti a farmeli mangiare in alcun modo: lessi, gratinati, arrostiti … E mia madre e mio fratello possono deporre testimonianza a tal proposito.

      Però, onde evitare accuse di omofobia, risponderò al fruttivendolo: «No, grazie. Io non posso mangiare il feniculum vulgare».

      Se il verduraio mi dirà: « … ma che razza di giaculatoria è questa?». Risponderò: «Consulti un vocabolario di latino. Perchè in questa Europa civile si può bestemmiare Dio, Cristo la Madonna e tutti i Santi, ma se nomini per sbaglio un feniculum vulgare, rischi di apparire un tantino omofobo».

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