La difficile ma possibile marcia dei santi nel canto dei negri di New Orleans ― The difficult yet possible march of the saints in the song of the Negroes of New Orleans ― La difícil pero posible marcha de los santos en el canto de los negros de Nueva Orleans
![]()
![]()
Italienisch, Englisch, Spanisch
LA DIFFICILE MA POSSIBILE MARCIA DEI SANTI NEL CANTO DEI NEGRI DI NEW ORLEANS
La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.
— Catechesi —
.
.
![]()
Artikel im PDF-Druckformat – Druckformat des Artikels – Artikel in gedruckter Form
.
A New Orleans, nei primi decenni del Novecento, i funerali avevano un rito tutto loro. La banda accompagnava il feretro verso il cimitero a passo lento, suonando marce funebri. Al ritorno, sepolto il defunto, la stessa banda attaccava a ritmo pieno un vecchio spiritual dei negri d’America: Wenn die Heiligen einmarschieren.
Chi vi assisteva per la prima volta poteva scambiarlo per irriverenza. Era invece una professione di fede suonata con tromba e trombone: la morte non ha l’ultima parola. Reso celebre in tutto il mondo da Louis Armstrong nel 1938, il brano è divenuto tanto familiare da essere cantato negli stadi e nelle feste, dimenticandone del tutto l’origine. Il suo ritornello dice:
«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, quando i santi entrano in corteo, / Mann, voglio essere in quel numero, / quando i santi entrano in corteo»).
Due parole meritano attenzione. La prima è «in». I santi non sfilano per le strade come una parata qualsiasi: entrano, varcano la soglia della Gerusalemme celeste. La seconda è «that number», quel numero. Gli schiavi e i figli degli schiavi che cantavano questo spiritual conoscevano la Bibbia meglio di non pochi teologi: quel numero è quello dell’Apocalisse, dove dopo i 144.000 appare «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). È la prima lettura della Messa di Ognissanti. In un canto nato tra i negri ridotti in schiavitù e poi discriminati dalla segregazione razziale, ai quali veniva negata perfino la dignità di persone, la speranza aveva i tratti precisi della liturgia della Chiesa: entrare in quel numero.
Una chiamata rivolta a tutti
„Ihr sollt heilig sein, warum ich, der Herr, dein Gott, Ich bin heilig" (lv 19,2). «Voi, damit, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (MT 5,48). «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1Ts 4,3). La Scrittura non conosce una santità per pochi specialisti dello spirito, né una carriera riservata a chi indossa un abito religioso. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito senza ambiguità: «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carit໹. È una santità che non abita soltanto nei chiostri e sugli altari, ma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle corsie degli ospedali, dovunque un uomo o una donna vivono con fedeltà, Tag für Tag, ciò che Dio ha loro affidato.
Se la santità fosse qualcosa di irraggiungibile, Dio ci avrebbe comandato l’impossibile. E Dio non prende in giro le sue creature.
Che cosa è davvero la santità
Nell’immaginario comune la santità coincide con l’impeccabilità, con i prodigi, con le estasi, con i digiuni prolungati oltre ogni ragionevolezza. Tutte cose che possono accompagnare la vita di un santo, ma che non ne costituiscono l’essenza. San Tommaso d’Aquino lo dice con la consueta sobrietà: la perfezione della vita cristiana consiste essenzialmente nella carità². Il santo non è anzitutto colui che non ha peccato, ma colui che ha amato Dio e il prossimo fino in fondo, lasciando che la grazia lavorasse in lui fino a trasformarlo.
Questo non significa che la santità sia una conquista morale, il frutto di una ginnastica della volontà. È anzitutto un dono che Dio offre e che l’uomo è chiamato ad accogliere. Ma l’accoglienza non è passività: «Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale»³. La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.
Basta scorrere le vite di non pochi santi per rendersene conto: Agostino d’Ippona visse per anni con una concubina, dalla quale ebbe un figlio, Adeodato, prima di arrendersi alla grazia. Maria Egiziaca, entsprechend Vita scritta da Sofronio di Gerusalemme, si prostituì per diciassette anni ad Alessandria d’Egitto⁴. Margherita da Cortona fu per circa dieci anni l’amante di un giovane nobile di Montepulciano, al quale diede un figlio. Mosè l’Etiope, prima di diventare uno dei grandi Padri del deserto, era stato capo di una banda di briganti. Camillo de Lellis, soldato di ventura, era schiavo del gioco d’azzardo al punto da perdere tutto ciò che possedeva, fino alla camicia. Ignazio di Loyola, per sua stessa ammissione, fino a ventisei anni fu un uomo dedito alle vanità del mondo⁵. Charles de Foucauld, giovane ufficiale di cavalleria, si fece notare più per i bagordi e le amanti che per la disciplina. Bartolo Longo, prima di fondare il santuario di Pompei, frequentò i circoli spiritisti di Napoli fino a dichiararsi consacrato sacerdote di Satana; Leone XIV lo ha proclamato santo nel 2025. Nessuno di loro nacque santo. Tutti lo diventarono, passando non accanto al peccato, ma attraverso di esso, finché la grazia non li raggiunse e non li trovò, Endlich, disposti a lasciarsi raggiungere.
Dai martiri ai confessori
Nei primi secoli i santi venerati dalla Chiesa erano i martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia nel giorno anniversario della morte, genannt dies natalis, giorno della nascita al cielo. Il sangue versato per Cristo era il segno inequivocabile della santità. Ma quando con la pace di Costantino le persecuzioni cessarono, si pose una domanda nuova: si può essere santi senza versare il sangue? La risposta ha un nome: Martino di Tours, Soldat, Monaco, Bischof, die gestorben sind in 397. Fu tra i primi, se non il primo, in Occidente a ricevere un culto pubblico pur non essendo martire. Il suo biografo Sulpicio Severo lo spiegò così:
«Sebbene la condizione dei tempi non abbia potuto offrirgli il martirio, egli non sarà privo della gloria del martire, perché con il desiderio e con la virtù poté e volle essere martire»⁶.
Nasceva così la figura del «confessore», colui che testimonia Cristo non con la morte violenta, ma con il dono quotidiano della vita. Va detto, per esattezza storica, che al tempo di Martino la canonizzazione non esisteva: il culto nasceva dal basso, dalla fama di santità presso il popolo e dall’approvazione del vescovo locale. La prima canonizzazione formale pronunciata da un Romano Pontefice è quella di Ulrico di Augusta, proclamato santo da Giovanni XV nel 993.
Santi non si nasce
Nel corso dei secoli abbiamo idealizzato i santi fino a renderli inimitabili. Quel simpatico e fantasioso domenicano che fu Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova, in seinem Legenda aurea racconta senza alcun timore di cadere nel ridicolo che San Nicola, ancora lattante, il mercoledì e il venerdì prendeva il latte materno una sola volta al giorno, per osservare il digiuno⁷. Un neonato già osservante del calendario penitenziale, Zusamenfassend. L’agiografia barocca ha moltiplicato santi che fin dalla culla mostravano virtù eroiche e i santini devozionali hanno fatto il resto, consegnandoci figure angelicate, dagli occhi rivolti al cielo, senza un’ombra di lotta interiore. Il risultato è stato paradossale: proprio perché perfetti fin dall’inizio, i santi sono divenuti modelli da ammirare a distanza, non da imitare. E così ci siamo sentiti dispensati dal provarci, proprio grazie ai vari Jacopo da Varazze.
La realtà è ben diversa. Paolo di Tarso perseguitava la Chiesa entrando nelle case e trascinando in carcere uomini e donne (vgl.. Bei 8,3) e fino alla fine si definì il primo dei peccatori (vgl.. 1TM 1,15). Franz von Assisi, prima di abbracciare madonna Povertà, era il re delle gozzoviglie della gioventù assisana⁸. I santi non nacquero tali: lo diventarono, spesso dopo lunghi anni vissuti anche nei peccati più gravi.
Ciò che molti non sanno, o forse non ricordano, è che il primo santo proclamato tale fu un criminale condannato a morte. Crocifisso accanto a Gesù, a differenza dell’altro malfattore che lo insultava, gli si rivolse dicendo: "Jesus, erinnere dich an mich, wenn du dein Königreich betrittst ". Und Jesus antwortete ihm: „Wahrlich, ich sage dir:: heute wirst du mit mir im Paradies sein“ (LC 23,42-43). Se mai c’è stata una canonizzazione, la celebrò Cristo stesso, dalla croce, senza processo, senza postulatore e senza miracoli accertati. Il dettaglio più sorprendente è un altro: secondo Matteo e Marco, anche quel ladrone, in un primo momento, insultava Gesù insieme al suo compagno (vgl.. MT 27,44; MC 15,32). Il santo che la tradizione chiamerà Disma⁹ è venuto fuori da chi, fino a poco prima, bestemmiava. È tutta la teologia della grazia racchiusa in pochi istanti: nessuno è troppo lontano per essere raggiunto, neppure all’ultimo respiro.
L’esercito senza nome
La festa di Ognissanti ha una storia lunga. Im 609 il Pontefice Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Nel secolo successivo Gregorio III consacrò nella Basilica di San Pietro un oratorio a tutti i santi e fissò la celebrazione al 1° novembre, data che Gregorio IV estese poi a tutta la Chiesa nell’835.
Ma il senso profondo di questa solennità sfugge a molti. Non è anzitutto la festa dei santi canonizzati e inseriti nel calendario, ciascuno dei quali ha già il proprio giorno. È la festa di quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (Ap 7,9): l’esercito sterminato di santi ignoti che nessun Dicastero delle Cause dei Santi ha mai esaminato, né mai esaminerà. La nonna che ha recitato il rosario ogni sera per un nipote lontano dalla fede. Il padre di famiglia che ha lavorato onestamente per quarant’anni senza mai rubare un euro. Il parroco di un paese di montagna dimenticato da tutti, fuorché da Dio. Il malato che ha offerto la propria sofferenza senza farne un vessillo. Nessuno di loro avrà una statua, ein Bild, una festa. Eppure sono loro, in grandissima parte, «quel numero».
Lo scrittore francese Léon Bloy chiuse uno dei suoi romanzi con una frase rimasta celebre: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi»¹⁰. Ognissanti ci ricorda che questa tristezza non è una condanna, perché la porta resta aperta fino all’ultimo istante, come ha sperimentato quel ladrone sulla croce. La marcia dei santi è difficile, nessuno lo nega. Ma è possibile, perché a camminare davanti a noi non c’è un modello irraggiungibile, ma una folla innumerevole di uomini e di donne che, peccatori come noi, si sono lasciati salvare.
Quando la banda di New Orleans tornava dal cimitero, la gente scendeva per le strade e si univa al corteo ballando. Non si limitava ad ascoltare: entrava nella fila. È questo l’invito di Ognissanti. E la preghiera più sincera che possiamo rivolgere a Dio in questo giorno è forse proprio quella dello spiritual dei negri d’America: «Oh Lord, I want to be in that number»: Mann, voglio essere in quel numero.
Von der Insel Patmos, 1November 2026
.
HINWEIS
¹ Concilio Ecumenico Vaticano II, Dogmatische Verfassung über die Kirche Das Licht, n. 40.
² Cfr. Thomas von Aquin, FRAGE, II-II, Q. 184, ein. 1.
³ Katechismus der Katholischen Kirche, n. 2015.
⁴ Cfr. Sofronio di Gerusalemme, Vita di Santa Maria Egiziaca.
⁵ Cfr. Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 1.
⁶ Sulpicio Severo, Brief (II), 9. Traduzione nostra.
⁷ Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda aurea, Kappe. «San Nicola».
⁸ Cfr. Thomas von Celano, Vita prima di San Francesco, ich, 1-2.
⁹ Il nome compare nel Vangelo di Nicodemo (Ö Handlungen von Pilatus), 10, scritto apocrifo.
¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), ultima pagina.
.
THE DIFFICULT YET POSSIBLE MARCH OF THE SAINTS IN THE SONG OF THE NEGROES OF NEW ORLEANS
Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.
— Catechesis —
.
In New Orleans, in the early decades of the twentieth century, funerals had a ritual all their own. The band accompanied the coffin to the cemetery at a slow pace, playing funeral marches. On the way back, once the deceased had been buried, the same band would strike up, at full tempo, an old Negro spiritual: Wenn die Heiligen einmarschieren. Anyone witnessing it for the first time might have mistaken it for irreverence. It was instead a profession of faith played on trumpet and trombone: death does not have the last word. Made famous throughout the world by Louis Armstrong in 1938, the song has become so familiar that it is sung in stadiums and at parties, its origin entirely forgotten. Its refrain goes:
"Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in».
Two words deserve attention. The first is «in». The saints do not file through the streets like any ordinary parade: they go in, they cross the threshold of the heavenly Jerusalem. The second is «that number». The slaves and the children of slaves who sang this spiritual knew the Bible better than not a few theologians: that number is the one in the Book of Revelation where, after the hundred and forty-four thousand who were sealed, there appears «a great multitude, which no one could count, from every nation, race, Menschen, and tongue» (Rev 7:9). It is the first reading of the Mass of All Saints. In a song born among Negroes held in slavery and later discriminated against under racial segregation, who were denied even the dignity of persons, hope bore the precise features of the Church’s liturgy: to enter that number.
A call addressed to all
«Be holy, for I, the LORD your God, am holy» (Lev 19:2). «So be perfect, just as your heavenly Father is perfect» (MT 5:48). «This is the will of God, your holiness» (1 Thes 4:3). Scripture knows no holiness for a few specialists of the spirit, nor a career reserved for those who wear a religious habit. The Second Vatican Council restated this without ambiguity: «all the faithful of Christ of whatever rank or status, are called to the fullness of the Christian life and to the perfection of charity»¹. It is a holiness that dwells not only in cloisters and on altars, but in homes, in workplaces, in hospital wards, wherever a man or a woman lives out faithfully, day after day, what God has entrusted to them.
If holiness were something unattainable, God would have commanded us to do the impossible. And God does not make fools of his creatures.
What holiness really is
In the popular imagination, holiness is identified with sinlessness, with miracles, with ecstasies, with fasts prolonged beyond all reason. All things that may accompany the life of a saint, but that do not constitute its essence. Saint Thomas Aquinas puts it with his usual sobriety: the perfection of the Christian life consists essentially in charity². The saint is not first of all the one who has never sinned, but the one who has loved God and neighbour to the very end, letting grace work in him until it transformed him.
This does not mean that holiness is a moral achievement, the fruit of some gymnastics of the will. It is first of all a gift that God offers and that man is called to receive. But receiving is not passivity: «The way of perfection passes by way of the Cross. There is no holiness without renunciation and spiritual battle»³. Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.
One need only glance through the lives of not a few saints to see this. Augustine of Hippo lived for years with a concubine, by whom he had a son, Adeodatus, before surrendering to grace. Mary of Egypt, according to the Life written by Sophronius of Jerusalem, lived as a prostitute in Alexandria for seventeen years⁴. Margaret of Cortona was for some ten years the mistress of a young nobleman of Montepulciano, to whom she bore a son. Moses the Ethiopian, before becoming one of the great Desert Fathers, had been the leader of a band of brigands. Camillus de Lellis, a soldier of fortune, was so enslaved to gambling that he lost everything he owned, down to the shirt on his back. Ignatius of Loyola, by his own admission, was until the age of twenty-six a man given to the vanities of the world⁵. Charles de Foucauld, as a young cavalry officer, was known more for his carousing and his mistresses than for his discipline. Bartolo Longo, before founding the shrine of Pompeii, frequented the spiritualist circles of Naples to the point of declaring himself consecrated a priest of Satan; Leo XIV proclaimed him a saint in 2025. None of them was born a saint. All of them became saints, passing not alongside sin but through it, until grace reached them and found them, at last, willing to let themselves be reached.
From martyrs to confessors
In the first centuries the saints venerated by the Church were the martyrs. The Eucharist was celebrated over their tombs on the anniversary of their death, called the dies natalis, the day of their birth into heaven. Blood shed for Christ was the unmistakable sign of holiness. But when the persecutions ceased with the Peace of Constantine, a new question arose: can one be a saint without shedding one’s blood? The answer has a name: Martin of Tours, soldier, monk and bishop, who died in 397. He was among the first, if not the very first, in the West to receive public veneration without having been a martyr. His biographer Sulpicius Severus explained it thus:
«Although the circumstances of his time could not offer him martyrdom, he will not lack the glory of a martyr, because by desire and by virtue he both could have been and wished to be a martyr»⁶.
Thus was born the figure of the «confessor», one who bears witness to Christ not by a violent death but by the daily gift of his life. For the sake of historical accuracy, it should be said that canonisation did not exist in Martin’s day: veneration arose from below, from a reputation for holiness among the people and from the approval of the local bishop. The first formal canonisation pronounced by a Roman Pontiff was that of Ulrich of Augsburg, declared a saint by John XV in 993.
Saints are not born
Over the centuries we have idealised the saints to the point of making them inimitable. That likeable and imaginative Dominican, Jacopo da Varazze, archbishop of Genoa, relates in his Golden Legend, without the slightest fear of looking ridiculous, that Saint Nicholas, while still a nursing infant, took his mother’s milk only once a day on Wednesdays and Fridays, so as to keep the fast⁷. A newborn already keeping the penitential calendar, Zusamenfassend. Baroque hagiography multiplied saints who displayed heroic virtue from the cradle, and devotional holy cards did the rest, handing down to us angelic figures with eyes turned heavenwards and not a shadow of inner struggle. The result was paradoxical: precisely because they were perfect from the start, the saints became models to be admired from afar, not imitated. And so we felt excused from even trying, thanks precisely to the likes of Jacopo da Varazze.
The reality is quite different. Paul of Tarsus persecuted the Church, entering house after house and dragging men and women off to prison (vgl. Akte 8:3), and to the very end called himself the foremost of sinners (vgl. 1 Tim 1:15). Francis of Assisi, before embracing Lady Poverty, was the king of the revels among the young men of Assisi⁸. The saints were not born such: they became saints, often after long years spent even in the gravest sins.
What many do not know, or perhaps do not remember, is that the first saint ever proclaimed as such was a criminal condemned to death. Crucified beside Jesus, unlike the other wrongdoer who reviled him, he turned to him and said: «Jesus, remember me when you come into your kingdom». And Jesus replied: "Amen, Ich sage zu dir, today you will be with me in Paradise» (Lk 23:42-43). If there was ever a canonisation, Christ himself celebrated it, from the cross, with no trial, no postulator and no verified miracles. The most surprising detail lies elsewhere: according to Matthew and Mark, that thief too at first reviled Jesus together with his companion (vgl. MT 27:44; Mk 15:32). The saint whom tradition would call Dismas⁹ came forth from a man who, moments earlier, had been blaspheming. The whole theology of grace is contained in those few moments: no one is too far away to be reached, not even at his last breath.
The nameless army
The feast of All Saints has a long history. Im 609 Pope Boniface IV dedicated the Pantheon in Rome to the Virgin Mary and all the martyrs. In the following century Gregory III consecrated an oratory to all the saints in Saint Peter’s Basilica and fixed the celebration on 1 November, a date that Gregory IV extended to the whole Church in 835.
Yet the deeper meaning of this solemnity escapes many. It is not first of all the feast of the canonised saints listed in the calendar, each of whom already has a day of his or her own. It is the feast of that «great multitude, which no one could count» (Rev 7:9): the countless army of unknown saints whom no Dicastery for the Causes of Saints has ever examined, nor ever will. The grandmother who prayed the rosary every evening for a grandchild who had drifted from the faith. The father who worked honestly for forty years without ever stealing a single cent. The parish priest of a mountain village forgotten by everyone except God. The sick man who offered up his suffering without turning it into a banner. None of them will have a statue, an image, a feast day. Yet it is they, for the most part, who make up «that number».
The French writer Léon Bloy ended one of his novels with a sentence that has become famous: «There is only one sadness: not to be saints»¹⁰. All Saints reminds us that this sadness is not a condemnation, because the door remains open until the very last moment, as that thief on the cross discovered. The march of the saints is difficult; no one denies it. But it is possible, because what walks ahead of us is not an unattainable model, but an innumerable crowd of men and women who, sinners like us, allowed themselves to be saved.
When the New Orleans band came back from the cemetery, people poured into the streets and joined the procession, dancing. They did not merely listen: they fell into line. This is the invitation of All Saints. And the most sincere prayer we can address to God on this day is perhaps precisely that of the old Negro spiritual: «Oh Lord, I want to be in that number».
Von der Insel Patmos, 1 November 2026
HINWEISE
¹ Second Vatican Ecumenical Council, Dogmatic Constitution on the Church Das Licht, n. 40.
² Cf. Thomas von Aquin, FRAGE, II-II, Q. 184, ein. 1.
³ Katechismus der Katholischen Kirche, n. 2015.
⁴ Cf. Sophronius of Jerusalem, Life of Saint Mary of Egypt.
⁵ Cf. Ignatius of Loyola, Autobiography, n. 1.
⁶ Sulpicius Severus, Brief (II), 9. Our translation.
⁷ Cf. Jacopo da Varazze, Golden Legend, chapter «Saint Nicholas».
⁸ Cf. Thomas of Celano, First Life of Saint Francis, ich, 1-2.
⁹ The name appears in the Gospel of Nicodemus (oder Apostelgeschichte des Pilatus), 10, an apocryphal text.
¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), last page. Our translation.
.
LA DIFÍCIL PERO POSIBLE MARCHA DE LOS SANTOS EN EL CANTO DE LOS NEGROS DE NUEVA ORLEANS
La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.
.
En Nueva Orleans, en las primeras décadas del siglo XX, los funerales tenían un rito muy particular. La banda acompañaba el féretro hacia el cementerio a paso lento, tocando marchas fúnebres. A la vuelta, una vez sepultado el difunto, la misma banda arrancaba a pleno ritmo con un viejo espiritual de los negros de América: Wenn die Heiligen einmarschieren. Quien lo presenciaba por primera vez podía tomarlo por una irreverencia. Epoche, stattdessen, una profesión de fe tocada con trompeta y trombón: la muerte no tiene la última palabra. Popularizada en todo el mundo por Louis Armstrong en 1938, la canción se ha vuelto tan familiar que se canta en los estadios y en las fiestas, olvidando por completo su origen. Su estribillo dice:
«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, cuando los santos entran en cortejo, / Señor, quiero estar en ese número, / cuando los santos entran en cortejo»).
Dos palabras merecen atención. La primera es «in». Los santos no recorren las calles como en un desfile cualquiera: entran, cruzan el umbral de la Jerusalén celestial. La segunda es «that number», ese número. Los esclavos y los hijos de los esclavos que cantaban este espiritual conocían la Biblia mejor que no pocos teólogos: ese número es el del Apocalipsis, Wo, después de los ciento cuarenta y cuatro mil marcados con el sello, aparece «una muchedumbre inmensa, que nadie podría contar, de todas las naciones, razas, pueblos y lenguas» (Ap 7,9). Es la primera lectura de la Misa de Todos los Santos. En un canto nacido entre los negros reducidos a la esclavitud y después discriminados por la segregación racial, a quienes se negaba incluso la dignidad de personas, la esperanza tenía los rasgos precisos de la liturgia de la Iglesia: entrar en ese número.
Una llamada dirigida a todos
«Sed santos, porque yo, el Señor, vuestro Dios, soy santo» (lv 19,2). «Por tanto, sed perfectos, como vuestro Padre celestial es perfecto» (MT 5,48). «Esta es la voluntad de Dios: vuestra santificación» (1 Tes 4,3). La Escritura no conoce una santidad para unos pocos especialistas del espíritu, ni una carrera reservada a quien viste un hábito religioso. El Concilio Vaticano II lo reafirmó sin ambigüedad: «todos los fieles, de cualquier estado o condición, están llamados a la plenitud de la vida cristiana y a la perfección de la caridad»¹. Es una santidad que no habita solo en los claustros y en los altares, sino en las casas, en los lugares de trabajo, en las salas de los hospitales, dondequiera que un hombre o una mujer viven con fidelidad, Tag für Tag, lo que Dios les ha confiado.
Si la santidad fuera algo inalcanzable, Dios nos habría mandado lo imposible. Y Dios no se burla de sus criaturas.
Qué es realmente la santidad
En el imaginario común, la santidad coincide con la impecabilidad, con los prodigios, con los éxtasis, con ayunos prolongados más allá de toda sensatez. Cosas todas ellas que pueden acompañar la vida de un santo, pero que no constituyen su esencia. Santo Tomás de Aquino lo dice con su habitual sobriedad: la perfección de la vida cristiana consiste esencialmente en la caridad². El santo no es ante todo quien no ha pecado, sino quien ha amado a Dios y al prójimo hasta el final, dejando que la gracia obrara en él hasta transformarlo.
Esto no significa que la santidad sea una conquista moral, fruto de una gimnasia de la voluntad. Es ante todo un don que Dios ofrece y que el hombre está llamado a acoger. Pero acoger no es quedarse pasivo: «El camino de la perfección pasa por la cruz. No hay santidad sin renuncia y sin combate espiritual»³. La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.
Basta recorrer la vida de no pocos santos para comprobarlo. Agustín de Hipona vivió durante años con una concubina, de la que tuvo un hijo, Adeodato, antes de rendirse a la gracia. María Egipciaca, según la Vida escrita por Sofronio de Jerusalén, se prostituyó durante diecisiete años en Alejandría⁴. Margarita de Cortona fue durante unos diez años la amante de un joven noble de Montepulciano, al que dio un hijo. Moisés el Etíope, antes de convertirse en uno de los grandes Padres del desierto, había sido cabecilla de una banda de salteadores. Camilo de Lelis, soldado de fortuna, era esclavo del juego hasta el punto de perder todo cuanto poseía, hasta la camisa. Ignacio de Loyola, según su propia confesión, hasta los veintiséis años fue hombre dado a las vanidades del mundo⁵. Carlos de Foucauld, joven oficial de caballería, se hizo notar más por sus juergas y sus amantes que por su disciplina. Bartolo Longo, antes de fundar el santuario de Pompeya, frecuentó los círculos espiritistas de Nápoles hasta declararse consagrado sacerdote de Satanás; León XIV lo proclamó santo en 2025. Ninguno de ellos nació santo. Todos llegaron a serlo, pasando no junto al pecado, sino a través de él, hasta que la gracia los alcanzó y los encontró, endlich, dispuestos a dejarse alcanzar.
De los mártires a los confesores
En los primeros siglos, los santos venerados por la Iglesia eran los mártires. Sobre sus tumbas se celebraba la Eucaristía en el aniversario de su muerte, llamado dies natalis, día del nacimiento al cielo. La sangre derramada por Cristo era el signo inequívoco de la santidad. Pero cuando, con la paz de Constantino, cesaron las persecuciones, se planteó una pregunta nueva: ¿se puede ser santo sin derramar la sangre? La respuesta tiene un nombre: Martín de Tours, soldado, monje y obispo, muerto en el año 397. Fue uno de los primeros, si no el primero, en recibir en Occidente un culto público sin haber sido mártir. Su biógrafo Sulpicio Severo lo explicó así:
«Aunque las circunstancias de su tiempo no pudieron ofrecerle el martirio, no carecerá de la gloria del mártir, porque con el deseo y con la virtud pudo y quiso ser mártir»⁶.
Nacía así la figura del «confesor», el que da testimonio de Cristo no con una muerte violenta, sino con la entrega cotidiana de la vida. En honor a la exactitud histórica, hay que decir que en tiempos de Martín la canonización no existía: el culto nacía desde abajo, de la fama de santidad entre el pueblo y de la aprobación del obispo local. La primera canonización formal pronunciada por un Romano Pontífice es la de Ulrico de Augsburgo, proclamado santo por Juan XV en el año 993.
Santo no se nace
A lo largo de los siglos hemos idealizado a los santos hasta hacerlos inimitables. Aquel simpático y fantasioso dominico que fue Santiago de la Vorágine, arzobispo de Génova, cuenta en su Leyenda dorada, sin el menor temor a caer en el ridículo, que San Nicolás, siendo todavía lactante, los miércoles y los viernes tomaba la leche materna una sola vez al día para guardar el ayuno⁷. Un recién nacido ya cumplidor del calendario penitencial, Zusamenfassend. La hagiografía barroca multiplicó los santos que desde la cuna mostraban virtudes heroicas y las estampitas devotas hicieron el resto, entregándonos figuras angelicales, con los ojos vueltos al cielo, sin sombra de lucha interior. El resultado fue paradójico: precisamente por ser perfectos desde el principio, los santos se convirtieron en modelos para admirar a distancia, no para imitar. Y así nos sentimos dispensados de intentarlo, gracias precisamente a los Santiago de la Vorágine de turno.
La realidad es muy distinta. Pablo de Tarso perseguía a la Iglesia entrando en las casas y arrastrando a la cárcel a hombres y mujeres (vgl. HCH 8,3) y hasta el final se llamó a sí mismo el primero de los pecadores (vgl. 1 Tim 1,15). Francisco de Asís, antes de abrazar a la señora Pobreza, era el rey de las francachelas de la juventud de Asís⁸. Los santos no nacieron tales: llegaron a serlo, a menudo después de largos años vividos incluso en los pecados más graves.
Lo que muchos no saben, o quizá no recuerdan, es que el primer santo proclamado como tal fue un criminal condenado a muerte. Crucificado junto a Jesús, a diferencia del otro malhechor, que lo insultaba, se dirigió a él diciendo: «Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino». Y Jesús le respondió: «En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso» (LC 23,42-43). Si alguna vez hubo una canonización, la celebró Cristo mismo, desde la cruz, sin proceso, sin postulador y sin milagros comprobados. El detalle más sorprendente es otro: según Mateo y Marcos, también aquel ladrón, anfangs, insultaba a Jesús junto con su compañero (vgl. MT 27,44; MC 15,32). El santo al que la tradición llamará Dimas⁹ salió de quien, poco antes, blasfemaba. Toda la teología de la gracia queda encerrada en unos pocos instantes: nadie está demasiado lejos para ser alcanzado, ni siquiera en su último aliento.
El ejército sin nombre
La fiesta de Todos los Santos tiene una larga historia. En el año 609 el papa Bonifacio IV dedicó el Panteón de Roma a la Virgen María y a todos los mártires. En el siglo siguiente Gregorio III consagró en la basílica de San Pedro un oratorio a todos los santos y fijó la celebración el 1 de noviembre, fecha que Gregorio IV extendió después a toda la Iglesia en el año 835.
Pero a muchos se les escapa el sentido profundo de esta solemnidad. No es ante todo la fiesta de los santos canonizados e inscritos en el calendario, cada uno de los cuales tiene ya su propio día. Es la fiesta de aquella «muchedumbre inmensa, que nadie podría contar» (Ap 7,9): el ejército innumerable de santos desconocidos que ningún Dicasterio de las Causas de los Santos ha examinado nunca, ni examinará jamás. La abuela que rezó el rosario cada noche por un nieto alejado de la fe. El padre de familia que trabajó honradamente durante cuarenta años sin robar nunca un euro. El párroco de un pueblo de montaña olvidado por todos, menos por Dios. El enfermo que ofreció su sufrimiento sin hacer de él una bandera. Ninguno de ellos tendrá una estatua, una imagen, una fiesta. Y, Jedoch, son ellos, en su inmensa mayoría, «ese número».
El escritor francés Léon Bloy cerró una de sus novelas con una frase que se ha hecho célebre: «No hay más que una tristeza: la de no ser santos»¹⁰. Todos los Santos nos recuerda que esta tristeza no es una condena, porque la puerta permanece abierta hasta el último instante, como experimentó aquel ladrón en la cruz. La marcha de los santos es difícil, nadie lo niega. Pero es posible, porque delante de nosotros no camina un modelo inalcanzable, sino una muchedumbre innumerable de hombres y mujeres que, pecadores como nosotros, se dejaron salvar.
Cuando la banda de Nueva Orleans volvía del cementerio, la gente bajaba a la calle y se unía al cortejo bailando. No se limitaba a escuchar: entraba en la fila. Esta es la invitación de Todos los Santos. Y la oración más sincera que podemos dirigir a Dios en este día es quizá precisamente la del espiritual de los negros de América: «Oh Lord, I want to be in that number»: Señor, quiero estar en ese número.
Von der Insel Patmos, 1 November 2026
.
HINWEISE
¹ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución dogmática sobre la Iglesia Das Licht, n. 40.
² Cf. Thomas von Aquin, FRAGE, II-II, Q. 184, ein. 1.
³ Katechismus der Katholischen Kirche, n. 2015.
⁴ Cf. Sofronio de Jerusalén, Vida de Santa María Egipciaca.
⁵ Cf. Ignacio de Loyola, Autobiografía, n. 1.
⁶ Sulpicio Severo, Epístola (II), 9. Traducción nuestra.
⁷ Cf. Santiago de la Vorágine, Leyenda dorada, Kappe. «San Nicolás».
⁸ Cf. Tomás de Celano, Vida primera de San Francisco, ich, 1-2.
⁹ El nombre aparece en el Evangelio de Nicodemo (Ö Apostelgeschichte des Pilatus), 10, escrito apócrifo.
¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), última página. Traducción nuestra.
.
Die neuesten Bücher von Pater Ariel

Buchladen WHO
.
______________________
Sehr geehrte Leserinnen und Leser, Dieses Magazin erfordert Verwaltungskosten, die wir immer nur mit Ihren kostenlosen Angeboten hatten. Jeder, der unsere apostolische Arbeit unterstützen möchte, indem Sie auch einen kleinen Betrag spenden, können Sie uns Ihren Beitrag bequem und sicher zukommen lassen PayPal indem Sie unten klicken:
Oder wenn Sie bevorzugen, können Sie unsere verwenden Bankkonto im Namen:
Editions Die Insel Patmos
n Agentur. 59 Aus Rom – Vatikan
IBAN: IT74R05034032590000000301118
Für internationale Banküberweisungen:
Kodex SWIFT: BAPPIT21D21
Bei Banküberweisung senden Sie bitte eine E-Mail an die Redaktion,
Die Bank gibt Ihre E-Mail-Adresse nicht an und wir können Ihnen keine Dankesnachricht senden: isoladipatmos@gmail.com
Wir danken Ihnen für die Unterstützung, die Sie unserem apostolischen Dienst anbieten möchten.
Die Väter der Insel Patmos







