Alberto Ravagnani letto attraverso «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan
ALBERTO RAVAGNANI LETTO ATTRAVERSO «BLOWIN’ IN THE WIND» DI BOB DYLAN
Se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.

Autore
Monaco Eremita
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La nota vicenda di Alberto Ravagnani che ha attraversato i social qualche giorno fa, per la sua decisione di lasciare il sacerdozio, ha raccolto com’è consueto ai nostri giorni, commenti e riflessioni di natura diversa e posizioni altrettanto alterne: ha fatto bene, ha fatto male, era ora, preghiamo per lui.
Ogni scelta rimane profondamente umana anche quando ha a che fare con realtà che coinvolgono la sfera spirituale, la fede, la Chiesa, Dio. Per cui, fatta salva la retta coscienza, va rispettata, compresa quella del Ravagnani che decide di mettere da parte il suo essere prete cattolico. Mi sono chiesto, però, se ci fossero ragioni più profonde dietro questo gesto che ha molto colpito, a motivo della esposizione mediatica di don Alberto. Naturalmente, non conoscendo direttamente la persona, anzi avendola quasi nulla frequentata sui social, se non proprio di rado e per curiosità verso il fenomeno dei preti influencer, mi baso sulle sue ultime uscite, nelle quali ha esposto qualche ragione del suo gesto e sul libro adesso pubblicato dal titolo emblematico: La scelta (Qui).
In una video intervista (Qui) don Alberto si confronta con Giacomo Poretti, il conosciuto attore del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, che tiene un seguito podcast e che, tra l’altro, non fa mistero della sua fede. Giovanni con delicatezza pone alcune domande ad Alberto sul perché è diventato sacerdote e sul come mai adesso ha deciso di lasciare. Le risposte del Ravagnani mettono in luce come un tempo, prima della conversione, avvenuta a seguito di una confessione, fosse introverso, parecchio chiuso in sé stesso e come poi abbia sentito il desiderio di comunicare a tutti la sua felicità trovata. Il frasario è semplice, non scava in profondità, secondo uno stile in uso fra gli influencer, preti compresi, che hanno questa necessità di essere facilmente capiti da tutti. Così anche la decisione di lasciare, sempre spiegata con un dire fin troppo semplicistico per una scelta così faticosa, appare legata ad un suo attuale desiderio di libertà che lo ha portato a percepire ormai stretto il vestito del prete per quello che si sente di fare, ovvero portare ugualmente Gesù ai giovani, ai mondi che non lo conoscono o lo dileggiano, ma senza più le strettoie e le regole imposte a chi riveste il ruolo di presbitero, che deve obbedire al Vescovo per esempio.
Secondo le sue parole, la dicitura «don» premessa al nome di battesimo, sarebbe un ostacolo, perché porterebbe le persone a vedere innanzitutto il ruolo o a ricordare gli esempi negativi di alcuni preti. Confessa che si sentirà sempre «don Alberto» e che probabilmente l’esser stato un «don» lo identificherà ancora così agli occhi di chi incontrerà, anche se Giacomo Poretti cordialmente gli fa presente che per lui sarà sempre: Alberto. Ma poi Ravagnani fa anche altre confessioni, che a 21 anni, nel seminario, quando cominciò a vestire da prete, col colletto ad esempio, lui ne era felice, salvo poi accorgersi che aveva messo da parte altre esperienze, tipo quelle affettive o una laurea, per vedersi e percepirsi soltanto come un presbitero e come tale vestito. Si scopre, dunque, mancante di qualcosa e ciò che prima lo identificava ora non serve più, anzi appare un ostacolo. Il fatto che un sacerdote, ormai ex, possa terminare l’intervista parlando della sua percezione del presbitero come di un uomo che deve apparire agli occhi della gente quasi perfetto e perciò lui, scoprendo invece il valore della libertà rispetto a questa visione, ora possa tirare per sé un sospiro di sollievo, fa pensare.
In un successivo video (Qui), fatto per promuovere il suo recente libro, il Ravagnani offre qualche altro motivo che va più in profondità. Egli afferma in sequenza:
«Sono stato un bravo bambino, un bravo ragazzo, un bravo seminarista, un bravo prete, un bravo padre, un bravo influencer, ma l’esigenza di risultare così impeccabile ha finito per schiacciarmi. E forse è stato un bene, perché fra essere perfetto ed essere vero è molto meglio la seconda».
Qualsiasi terapeuta, a sentire queste parole, alzerebbe le antenne e porrebbe all’interessato delle domande che non riguarderebbero più la scelta in sé di abbandonare il sacerdozio, dietro la quale si nascondono sempre giudizi sia dell’interessato verso sé stesso che da parte dell’utenza raggiunta da una tale notizia. Avrebbero piuttosto a che fare con ragioni più profonde che inferiscono la realtà psichica di chi fa tali asserzioni e la sua personalità, come si sia nel tempo sviluppata e quindi sul perché uno debba sentire di essere bravo e perfetto: rispetto a chi, per dimostrare cosa, quale gratificazione interiore o posizione psicologica va a consolidare?
Aprendo il suo libro si nota che quella frase da lui pronunciata nel video è in effetti il riassunto dei capitoli che vanno a comporre lo scritto. Nel testo egli prende in esame i passaggi epocali della sua vita fino a qui e confessa fra tante altre cose che si è in effetti rivolto ad un terapeuta che lo sta aiutando a dipanare la matassa interiore. Si legge lì dove è riportato uno dei colloqui con lo specialista: «Respiro a fondo. Ma so che devo fare qualcosa. Devo avere il coraggio di scegliere. Per il bene di Fraternità (n.d.r: una community da lui animata). E della Chiesa». «E anche per il suo», aggiunge lui, piano. «Sì», dico dopo un attimo, «anche per il mio». Lui rimane in silenzio per un po’» (pag. 237).
Scorrendo le pagine della biografia risalta un aspetto che di per sé non avrebbe nulla di originale, se non fosse per la notorietà del personaggio. La vicenda cioè di un giovane uomo che si è portato dietro per il tempo dell’adolescenza, del seminario e del ministero sacerdotale la posizione psicologica del bambino che mette in atto, in un contesto di incomprensione, soprattutto familiare, un meccanismo di difesa che lo conduce da un lato a proteggersi dal mondo che non lo capisce o accoglie per come è; dall’altro a ritenersi migliore e capace di raddrizzare quel mondo col suo impegno e sforzo; schermandosi col diventare buono, l’essere perfetto, far vedere quanto si è bravi al fine di essere riconosciuti.
Leggiamo le sue parole scaturite in seguito ad uno scatto di violenza del padre:
«Non ricordo di essermi fatto male, però ricordo che avrei voluto farne a mio padre: ovviamente ho dovuto annullare questo impulso immorale. E allora altri diecimila punti esperienza per il bravo bambino, che impara a sopprimere i desideri di vendetta o di rabbia, perché percepisce quei sentimenti come “sbagliati” e incompatibili con l’essere amato. È così che, anno dopo anno, il bravo bambino che è in me cresce fino a prendersi totalmente la scena della mia vita. Il piccolo Alberto diventa bravo e benvoluto da tutti. A casa sono obbediente e non do mai problemi ai miei genitori. A scuola sono educato e diligente, lo studente modello elogiato dalle maestre e disponibile ad aiutare sempre i miei compagni. Nel paese dei miei nonni tutti mi dicono che sono un angelo, perché sono gentile, paziente e imperturbabile, praticamente un adulto nel corpo di un bambino. O forse, un bambino che non riesce a vivere fino in fondo come tale» (pag. 17).
L’itinerario sembra già ben tracciato e dove poterlo percorrere al meglio se non nella Chiesa? Un’entità totalizzante e avvolgente, capace di esaltare i meccanismi psicologici della bontà e della perfezione. Una realtà, fra l’altro, sempre da migliorare e allora perché non entrare proprio lì dove posso far valere il mio talento, passo dopo passo, in uno sforzo titanico che poi mi si ritorcerà contro, proprio perché nessuno mi aveva aiutato a vedere quel bambino che aveva solo voglia di essere accolto, capito e valorizzato; che potesse fare le diverse esperienze, compresi gli sbagli, che portano un ragazzo alla maturità, fino ad essere uomo capace di scelte. Invece di vietarsi, per nutrire una posizione psichica, le esperienze naturali della vita giovanile, come lo studio, lo sport, il viaggiare e non da ultimo l’affettività e il sesso. Mi vien naturale dire: era impossibile che non sarebbe finita come è finita, con l’abbandono del sacerdozio. Perché la vita preme con le sue esigenze, il corpo pure urla e non sto qui a sottolineare che gli unici spazi di libertà che Ravagnani ricavava per sé fossero quelli dell’autoerotismo, da lui confessati nel libro. Perciò penso, che lui abbia fatto bene alla fine a fare la scelta che ha fatto, se questa lo conduce alla verità di sé e a fare, anche se trentenne, le esperienze normali che portano un giovane alla maturità psicologica, morale, esistenziale. Soprattutto se non le hai mai fatte o se da solo te le sei precluse per un’idea di malsana perfezione. Questo è il mio augurio per lui, che esca dal suo copione e viva una vita vera.
Rimane però una domanda dolorosa. Come mai la Chiesa, ovvero le persone preposte alla formazione di quel seminarista, in seguito presbitero, non si sono minimamente accorte di tutto questo? Un conto che uno diventi un bravo animatore all’interno di un oratorio per quanto variegato e coinvolgente come possono essere quelli milanesi e altro invece è un ragazzo accolto quasi ventenne in seminario e portato al sacerdozio senza che nessuno lo abbia mai aiutato a guardarsi dentro, perché potesse diventare un vero prete; non un bravo prete. E stiamo parlando di anni, non di qualche giorno.
La disanima che Ravagnani fa della vita in seminario, tolto il fatto che gli piaceva e lo esaltava, ma sappiamo anche perché a questo punto, è impietosa. Facciamo pure la tara e diciamo anche che viene da uno che sta lasciando e quindi giocoforza gli vien facile scovare adesso tutte le magagne del caso su come si arriva al sacerdozio e su come si vive o sugli esempi negativi che pullulano. Ma che il Rettore di un seminario — e stiamo parlando di una delle diocesi tra le più importanti nella Chiesa —, si premuri di chiedere ad un giovane che entra: «Hai mai avuto rapporti sessuali?»; mentre non vengano mai vagliate le vere motivazioni di un ragazzo che arriva a scrivere: «Non ci ho mai provato con una ragazza, ma con Dio sì. E con lui ce l’ho fatta. Non gli ho chiesto di uscire, gli ho chiesto di entrare in seminario» (pag. 35). Eppure egli parla di molteplici colloqui avuti coi responsabili, col padre spirituale. Perché questa idea di sé, questa immagine della fede e di Dio, ammantata di prometeica ricerca di perfezione, non è stata mai notata? E di converso vien da chiedere: che formazione è quella che si fa nei seminari, a cosa mira alla fin fine?
I preti lasciano chi per un verso, chi per un altro, tanti ce ne sono stati e tanti ancora ce ne saranno. La Chiesa, come cantava Francesco Guccini della sua città d’elezione, Bologna, è: «Una vecchia matrona, dai fianchi un po’ molli»; capace di assorbire tutto e andare avanti. Ma se non si affrontano questi nodi, dove si va? Oggi sempre meno ragazzi e giovani bussano alle porte dei seminari, ma non è questo il punto alla fine, come rivela la vicenda di don Alberto. Perché anche in quelle realtà che vengono viste come la panacea di tutti i mali, perché lì qualche giovane in più arriva e chiede l’abito, le regole ferree e che si mantenga la tradizione, i problemi intimi delle persone rimangono. Anche Ravagnani agognava il colletto, si vestiva di nero, perfino nelle mutande (parole sue, pag. 61), si sentiva prete fin nel midollo. Forse va rivisto qualcosa? Ammessa qualche colpa? Forse quel bravo psicologo che faceva notare al Ravagnani che il bene va cercato anche per sé stessi oltre che per gli altri, potrebbe avere accesso nei seminari? O si ha paura di scoprire la verità? Che il re tante volte è nudo, anche se si percepisce nel vero e giusto perché pensa di essere vestito a modo e di rispettare le regole del ruolo fino in fondo.
Le domande si ammucchiano. Ma se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.
Dall’Eremo, 11 febbraio 2026
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