Però Il Santo Padre, primo tra i servi inutili, potrebbe anche pagarmi i diritti d’autore – However, the Holy Father, first among useless servants, could also pay me copyright fees – El Santo Padre, primero entre los siervos inútiles, podría pagarme también los derechos de autor

Italian, English, Español

 

PERÒ IL SANTO PADRE, PRIMO TRA I SERVI INUTILI, POTREBBE ANCHE PAGARMI I DIRITTI D’AUTORE

Abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

— Attualità ecclesiale —

.

.

PDF articolo formato stampa – Article print format – Articulo en formato impreso

.

Nel corso della mia inutile esistenza di prete, è capitato più volte, con il Santo Padre Francesco di benedetta memoria e con il Pontefice regnante Leone XIV, di avere espresso concetti — alcuni dei quali irritarono sul momento persino qualche anima candida — che in seguito, ad anni o mesi di distanza, sono stati sviluppati e inseriti in testi del magistero o in discorsi pontifici. Nulla di eccezionale: siamo e rimaniamo comunque «servi inutili». Frase quest’ultima tratta dal Vangelo, sulla quale improntai l’omelia, il 15 settembre 2025, alle esequie del Nunzio Apostolico Adriano Bernardini, indicandolo come «servo inutile» (vedere qui).

Il cammino di fede unisce assieme mistero e paradosso, come riassume la celebre espressione contenuta nella Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). In questa affermazione, che a uno sguardo puramente razionale appare contraddittoria, è racchiusa la struttura stessa della fede: essa non si fonda sull’evidenza, ma su ciò che eccede l’evidenza; non dimostra ciò che si vede, ma rende certo ciò che non si vede. Non è forse paradossale essere chiamati alla realizzazione proprio mediante la consapevolezza della nostra inutilità? E tuttavia è proprio questo il punto: la fede non conferma le categorie della logica comune, ma le oltrepassa, introducendo l’uomo in un ordine nel quale ciò che appare nulla diventa luogo dell’azione di Dio:

«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).

Il primo tra noi servi inutili è Leone XIV, chiamato anche servus servorum Dei (servo dei servi di Dio). Titolo pontificio assunto — lo rammentiamo per inciso — da Gregorio Magno attorno al 595, allo scopo, primo e non certo ultimo, di dare una stoccata al Patriarca di Costantinopoli, Giovanni IV detto il Digiunatore, che si era attribuito il titolo di «ecumenico» (universale), duramente contestato da Gregorio Magno nelle sue Epistolae (cfr. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

In fondo, che cosa vuol dire diventare ed essere preti? Vuol dire essere niente e nessuno a servizio di tutti, per giungere poi al termine della propria esistenza nella speranza di poter dire in coscienza: ho cercato di fare il mio dovere. Ma queste cose, nei santissimi seminari olezzanti sociologismi e psicologismi, purtroppo non le insegnano da tempo. Anche per questo abbiamo allevato generazioni di preti che, anziché servire la Chiesa per essere niente e nessuno, se ne sono serviti per divenire ed essere qualcosa e qualcuno. Solo Dio può leggere le coscienze e Lui solo sa quanti, oggi, tra i marmi dei sacri palazzi, sperino di diventare cardinali al prossimo concistoro anziché santi. Eppure, per diventare santi, occorre farsi inutili, non diventare cardinali: perché con una porpora ottenuta male e usata peggio si rischia di arrivare all’Inferno in business class.

È notizia di ieri che il Servo Inutile Leone XIV abbia pronunciato un discorso che a me suona ovvio, sebbene oggi, purtroppo, a non essere accolta e compresa sia proprio la più palese ovvietà. Il Santo Padre ha ricordato ai Vescovi francesi riuniti a Lourdes il nostro inderogabile obbligo di pensare alle vittime della pedofilia ma, al tempo stesso, di usare misericordia per i preti colpevoli di questo immane crimine:

«continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali» (Vatican News, qui).

Dopo il mio libro dedicato alla spiegazione storico-teologica della professione di fede, Credo per capire – Viaggio nella professione di fede, uscito il 15 novembre 2025, è seguito, il 29 gennaio, un mio secondo libro: La libertà negata – Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale. In questo secondo libro affronto anche il delicato tema trattato dal Santo Padre, che ho poi ripreso in un mio articolo del 16 novembre 2025 (vedere qui). Su questo delicatissimo argomento articolai un discorso che qui di seguito riporto per intero:

Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.

Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».

Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto (precedente articolo intero qui).

Ragionevolmente, potrei anche reclamare i diritti d’autore al Santo Padre; ma sono modesto e mi accontento di molto meno: mi basterebbe che certi soggetti, clericali e laici, tanto attivi quanto incontrollati, funzionali a un preciso sistema e tollerati all’interno della sua stessa casa, lasciassero in pace questo servo inutile, che desidera solo poter dire alla fine della propria esistenza: ho fatto quanto dovevo fare.

Dall’Isola di Patmos, 26 marzo 2026

.

Gli ultimi libri di Padre Ariel

negozio librario QUI

.

HOWEVER, THE HOLY FATHER, FIRST AMONG USELESS SERVANTS, COULD ALSO PAY ME COPYRIGHT FEES

We have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

— Contemporary ecclesial affairs—

.

.

In the course of my useless existence as a priest, it has happened several times, both with the Holy Father Francis of blessed memory and with the reigning Pontiff Leo XIV, that I expressed concepts — some of which initially irritated even certain candid souls — which were later developed and incorporated into magisterial texts or papal discourses. Nothing exceptional: we are and remain «useless servants». This expression is taken from the Gospel, and it was precisely on it that I based my homily on 15 September 2025 at the funeral of the Apostolic Nuncio Adriano Bernardini, referring to him as a «useless servant» (see here).

The journey of faith unites mystery and paradox, as summarized in the well-known expression contained in the Letter to the Hebrews: «Faith is the substance of things hoped for, the evidence of things not seen» (Heb 11:1). In this affirmation, which appears contradictory to a purely rational gaze, lies the very structure of faith: it is not grounded in evidence, but in what exceeds evidence; it does not demonstrate what is seen, but makes certain what is not seen. Is it not paradoxical to be called to fulfillment precisely through the awareness of our uselessness? And yet this is precisely the point: faith does not confirm the categories of common logic, but surpasses them, introducing man into an order in which what appears to be nothing becomes the place of God’s action:

«when you have done all that you were commanded, say: “We are useless servants; we have done what we were obliged to do”» (Lk 17:10).

The first among us useless servants is Leo XIV, also called servus servorum Dei (servant of the servants of God). This papal title was assumed — let it be recalled in passing — by Gregory the Great around 595, primarily, though not exclusively, as a rebuke to the Patriarch of Constantinople, John IV known as the Faster, who had attributed to himself the title «ecumenical», strongly contested by Gregory the Great in his Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

Ultimately, what does it mean to become and to be a priest? It means to be nothing and nobody in the service of all, so as to arrive at the end of one’s existence with the hope of being able to say in conscience: I have tried to do my duty. But these things, in the most “holy” seminaries reeking of sociologism and psychologism, have not been taught for a long time. For this reason as well, we have formed generations of priests who, instead of serving the Church in order to be nothing and nobody, have used her in order to become something and someone. Only God can read consciences, and He alone knows how many, today, among the marbles of the sacred palaces, hope to become cardinals at the next consistory rather than saints. Yet, to become saints one must make oneself useless, not become a cardinal: because with a purple obtained badly and used even worse, one risks arriving in Hell in business class.

It is news of yesterday that the Useless Servant Leo XIV delivered a discourse which to me sounds obvious, although today, unfortunately, it is precisely the most evident obviousness that is neither received nor understood. The Holy Father reminded the French bishops gathered in Lourdes of our inescapable duty to think of the victims of pedophilia and, at the same time, to exercise mercy toward priests guilty of this immense crime:

«continue to show the Church’s attention toward the victims and the mercy of God toward all. It is good that priests guilty of abuse are not excluded from this mercy and are the object of your pastoral reflections» (Vatican News, here).

After my book dedicated to the historical-theological explanation of the profession of faith, Credo per capire – Journey into the Profession of Faith, published on 15 November 2025, a second book followed on 29 January: La libertà negata – Catholic Theology and the Dictatorship of Western Conformism. In this second book I also address the delicate topic treated by the Holy Father, which I had already taken up in an article dated 16 November 2025 (see here). On this very delicate subject I developed a reflection which I reproduce here in full:

Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.

By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”

Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.

And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.

Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.

Reasonably, I could also claim copyright from the Holy Father; but I am modest and content myself with much less: it would suffice for me that certain subjects, clerical and lay, as active as they are uncontrolled, functional to a precise system and tolerated within his very house, would leave this useless servant in peace, who desires only to be able to say, at the end of his existence: I have done what I had to do.

From the Island of Patmos, 26 March 2026

.

EL SANTO PADRE, PRIMERO ENTRE LOS SIERVOS INÚTILES, PODRÍA PAGARME TAMBIÉN LOS DERECHOS DE AUTOR

Hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.

— Actualidad eclesial —

.

.

A lo largo de mi inútil existencia como sacerdote, ha sucedido en varias ocasiones, tanto con el Santo Padre Francisco de bendita memoria como con el Pontífice reinante León XIV, que he expresado conceptos — algunos de los cuales irritaron en su momento incluso a ciertas almas cándidas — que posteriormente han sido desarrollados e incorporados en textos del magisterio o en discursos pontificios. Nada extraordinario: somos y seguimos siendo «siervos inútiles». Esta expresión procede del Evangelio, y precisamente sobre ella basé mi homilía del 15 de septiembre de 2025 en las exequias del Nuncio Apostólico Adriano Bernardini, refiriéndome a él como «siervo inútil» (véase aquí).

El camino de la fe une misterio y paradoja, como resume la célebre expresión contenida en la Carta a los Hebreos: «La fe es fundamento de lo que se espera y prueba de lo que no se ve» (Hb 11,1). En esta afirmación, que a una mirada puramente racional aparece contradictoria, se encierra la propia estructura de la fe: no se fundamenta en la evidencia, sino en aquello que excede la evidencia; no demuestra lo que se ve, sino que hace cierto lo que no se ve. ¿No es acaso paradójico ser llamados a la realización precisamente mediante la conciencia de nuestra inutilidad? Y, sin embargo, este es precisamente el punto: la fe no confirma las categorías de la lógica común, sino que las sobrepasa, introduciendo al hombre en un orden en el que lo que parece nada se convierte en lugar de la acción de Dios:

«cuando hayáis hecho todo lo que se os ha mandado, decid: “Somos siervos inútiles; hemos hecho lo que debíamos hacer”» (Lc 17,10).

El primero entre nosotros los siervos inútiles es León XIV, también llamado servus servorum Dei (siervo de los siervos de Dios). Este título pontificio fue asumido — conviene recordarlo — por Gregorio Magno hacia el año 595, principalmente, aunque no exclusivamente, como una corrección dirigida al Patriarca de Constantinopla, Juan IV llamado el Ayunador, quien se había atribuido el título de «ecuménico», fuertemente contestado por Gregorio Magno en sus Epistolae (cf. Registrum Epistolarum, V, 18; V, 20; VII, 33).

En el fondo, ¿qué significa llegar a ser y ser sacerdote? Significa ser nada y nadie al servicio de todos, para poder llegar al final de la propia existencia con la esperanza de poder decir en conciencia: he intentado cumplir con mi deber. Pero estas cosas, en los santísimos seminarios impregnados de sociologismos y psicologismos, lamentablemente ya no se enseñan desde hace tiempo. Por eso también hemos formado generaciones de sacerdotes que, en lugar de servir a la Iglesia para ser nada y nadie, se han servido de ella para convertirse en algo y en alguien. Solo Dios puede leer las conciencias, y solo Él sabe cuántos, hoy, entre los mármoles de los palacios sagrados, esperan convertirse en cardenales en el próximo consistorio en lugar de santos. Y, sin embargo, para llegar a ser santos es necesario hacerse inútiles, no convertirse en cardenales: porque con una púrpura obtenida mal y utilizada peor, se corre el riesgo de llegar al Infierno en business class.
Es noticia de ayer que el Siervo Inútil León XIV ha pronunciado un discurso que a mí me resulta evidente, aunque hoy, lamentablemente, es precisamente la evidencia más clara la que no es acogida ni comprendida. El Santo Padre ha recordado a los obispos franceses reunidos en Lourdes nuestro deber ineludible de pensar en las víctimas de la pedofilia y, al mismo tiempo, de ejercer misericordia hacia los sacerdotes culpables de este inmenso crimen:

«Seguir manifestando la atención de la Iglesia hacia las víctimas y la misericordia de Dios hacia todos. Es bueno que los sacerdotes culpables de abusos no sean excluidos de esta misericordia y sean objeto de vuestras reflexiones pastorales» (Vatican News, aquí).

Tras mi libro dedicado a la explicación histórico-teológica de la profesión de fe, Credo per capire – Viaje en la profesión de fe, publicado el 15 de noviembre de 2025, el 29 de enero siguió un segundo libro: La libertad negada – Teología católica y dictadura del conformismo occidental. En este segundo libro abordo también el delicado tema tratado por el Santo Padre, que ya había retomado en un artículo del 16 de noviembre de 2025 (véase aquí). Sobre este delicadísimo tema desarrollé una reflexión que reproduzco a continuación íntegramente:

Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.

Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».

Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.

¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.

Razonablemente, podría incluso reclamar los derechos de autor al Santo Padre; pero soy modesto y me conformo con mucho menos: me bastaría con que ciertos sujetos, clericales y laicos, tan activos como incontrolados, funcionales a un sistema preciso y tolerados dentro de su propia casa, dejaran en paz a este siervo inútil, que solo desea poder decir, al final de su existencia: he hecho lo que debía hacer.

Desde la Isla de Patmos, 26 de marzo de 2026

.

______________________

Cari Lettori, questa rivista richiede costi di gestione che affrontiamo da sempre unicamente con le vostre libere offerte. Chi desidera sostenere la nostra opera apostolica può farci pervenire il proprio contributo mediante il comodo e sicuro Paypal cliccando sotto:

O se preferite potete usare il nostro Conto corrente bancario intestato a:

Edizioni L’Isola di Patmos

Agenzia n. 59 di Roma – Vaticano

Codice IBAN: IT74R0503403259000000301118

Per i bonifici internazionali:

Codice SWIFT: BAPPIT21D21

Se fate un bonifico inviate una email di avviso alla redazione,

la banca non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un messaggio di ringraziamento: isoladipatmos@gmail.com

Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete offrire al nostro servizio apostolico.

I Padri dell’Isola di Patmos