Gestis Verbisque, circa la liturgia. Spezziamo una lancia a favore di “Besame Tucho”, anche se pare avere dimenticato la Redemptionis Sacramentum

GESTIS VERBISQUE, CIRCA LA LITURGIA. SPEZZIAMO UNA LANCIA A FAVORE DI “BESAME TUCHO”, ANCHE SE PARE AVERE DIMENTICATO LA REDEMPTIONIS SACRAMENTUM

Tanti, per usare un eufemismo, hanno storto il naso quando il Pontefice ha scelto l’attuale Prefetto. Le critiche non sono mancate. Rispondendo con rispetto e per alleggerire con una battuta tutto il discorso fatto fin qui si potrebbe ricordare il detto che recita: «Anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta»

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Autore
Simone Pifizzi

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Per una curiosa legge del contrappasso molti che avevano gioito alla pubblicazione della Fiducia supplicans, confusa e ambigua dichiarazione del dicastero per la Dottrina della Fede pubblicata il 18 dicembre dell’anno scorso, dinanzi alla quale sono insorti interi episcopati, si sono sentiti di polemizzare con la più recente Nota del medesimo Dicastero sulla validità dei Sacramenti del 2 febbraio di questo anno e intitolata: Gestis verbisque.

La domanda sorge spontanea: nel 2004 fu pubblicata l’Istruzione Redemptionis Sacramentum che è un capolavoro di teologia sacramentaria, di disciplina dei Sacramenti e di pastorale liturgica. Istruzione che, stando a ciò che è seguitato ad accadere nelle nostre chiese, è stata bellamente disattesa da eserciti di preti creativi e da movimenti laicali che hanno seguitato imperterriti a crearsi le proprie liturgie personalizzate, Neocatecumenali in testa, il tutto nella totale incuranza e mancata vigilanza da parte dei vescovi, sebbene il documento parli molto chiaro nella sua conclusione finale:

«Questa Istruzione, redatta, per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata approvata dallo stesso Pontefice il 19 marzo 2004, nella solennità di San Giuseppe, il quale ne ha disposto la pubblicazione e l’immediata osservanza da parte di tutti coloro a cui spetta».

Perché non richiamare all’osservanza di questa istruzione, così ben fatta e dettagliata, semmai stabilendo delle precise sanzioni per chi avesse disatteso le disposizioni date? Perché questo è il problema di fondo che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni di vita di una Chiesa che chiede, esorta, istruisce e raccomanda, ma che si guarda però bene, in questi documenti, di fissare precise sanzioni per i trasgressori. Non solo: nelle 64 note di richiamo della Gestis verbisque la Redemptionis Sacramentum  non è mai stata richiamata e citata una sola volta, cosa oggettivamente grave.

Come ormai sanno anche i sassi la prima succitata Dichiarazione, nell’ambito più ampio del senso da dare alle benedizioni nella Chiesa, apriva alla possibilità di benedire spontaneamente anche coppie in situazioni irregolari e dello stesso sesso. Cosa che per molti vescovi e preti delle varie regioni del Nord dell’Europa non era necessaria, lo fanno arbitrariamente da anni. Questo controversa Dichiarazione prevede Benedizioni da impartire in luoghi e con modalità che non dovranno essere in alcun modo simili a quelle date alle coppie regolari, ma: «In altri contesti, quali la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote, la preghiera recitata in un gruppo o durante un pellegrinaggio. Infatti, attraverso queste benedizioni che vengono impartite non attraverso le forme rituali proprie della liturgia, bensì come espressione del cuore materno della Chiesa, analoghe a quelle che promanano in fondo dalle viscere della pietà popolare, non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà» (nr 40).

Fin qui tutti contenti, almeno i fautori di questa apertura, come se noi avessimo negato in precedenza benedizioni a singole persone, soprattutto a quelle che vivevano in condizioni di irregolarità, o che si erano macchiate dei peccati e dei delitti più gravi.

Per ironia della sorte, proprio coloro che avevano esultato dinanzi alla Fiducia Supplicans, poco dopo si sono lanciati in dure critiche riguardo la Nota del 2 febbraio, Gestis Verbisque, perché utilizza un linguaggio tradizionale nel definire ciò che occorre affinché un Sacramento sia valido, oltre che lecito. La critica, in particolare, si appunta sull’uso insistito dei termini «forma» e «materia» utilizzati dalla Nota in quanto componenti insostituibili di ogni celebrazione dei Sacramenti, insieme all’intenzione del celebrante. Critica che riguarda lo scollegamento di questi tre elementi costitutivi dall’insieme della celebrazione del Sacramento, dai soggetti che vi partecipano e dai vari segni che vi intervengono, i quali dovrebbero essere, per loro stessa costituzionalità, significativi e, come si dice, parlanti. Gli appunti mossi, dunque, fanno riferimento al modo con cui la Nota non prende in esame l’interezza del Sacramento celebrato e, come onda di ritorno, si riversano anche sulla Fiducia supplicans, in quanto lì: «…Un benedire senza forma (senza spazio, tempo, parole, tutto) è un non senso» (cfr. Vedere QUI).

Non sta a me prendere le difese di un Dicastero strategico come quello per la Dottrina della fede. Però, a leggere e rileggere quella Nota mi viene in mente il «Rasoio di Occam» il quale si potrebbe sintetizzare più o meno così: «A parità di fattori, la spiegazione più semplice è quella da preferire»; o anche «Non considerare la pluralità se non è necessario».

Questa Nota, sia nella lettera di accompagnamento del Prefetto, che nel suo corpo stesso, ricorda che da parte di Cardinali e Vescovi sono stati rilevate, e quindi richiesti chiarimenti, sulle gravi modifiche apportate alla materia e alla forma dei Sacramenti, rendendoli di fatto nulli. Basterebbe leggere i pochi indizi ed esempi, a volte strampalati e curiosi, a cui fa riferimento il Prefetto per capire lo scopo semplice della Nota stessa: richiamare tutti ad una celebrazione dei Sacramenti corretta, fedele, ecclesiale. Che se sono concessi, dove permessi dalle Conferenze episcopali, spazi di creatività, questi non divengano invece una inventiva che di fatto manipola arbitrariamente il Sacramento celebrato.

È a partire da questo sfondo e cioè dalla preoccupazione dei Pastori delle Chiese, che la Nota va letta. La quale poi sintetizza ciò che occorre perché un Sacramento sia valido, richiamando la dottrina tradizionale, che è vero, nei suoi tratti salienti risale al Concilio di Trento che il Vaticano II ha ripreso e rielaborato in sintonia con tutto quello che nel frattempo la Chiesa, in quell’assise, riscopriva su sé stessa e su come intendeva proporsi al mondo di oggi.

Non a caso la Nota prende spunto proprio dalla Costituzione Sacrosantum Concilium per ricordare che il Concilio: «Riferisce analogicamente la nozione di Sacramento all’intera Chiesa». E dalla Lumen Gentium che afferma circa la Chiesa che quest’ultima è: «In Cristo come Sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». E ciò si realizza precipuamente per mezzo dei Sacramenti, in ciascuno dei quali si attua a suo modo la natura sacramentale della Chiesa, Corpo di Cristo… Cosciente di ciò la Chiesa, fin dalle sue origini, ha avuto particolare cura delle fonti dalle quali attinge la linfa vitale per la sua esistenza e la sua testimonianza: la Parola di Dio, attestata dalle sacre Scritture e dalla Tradizione, e i Sacramenti, celebrati nella liturgia, mediante i quali è continuamente ricondotta al mistero della Pasqua di Cristo» (cfr. nr. 6, 7 e 10).

Per la grandezza di tutto questo la Chiesa, si dice, riceve i Sacramenti, li amministra, ma non ne è padrona. Cosa che invece sembra sia accaduta con le varianti creative di diversi ministri e di vari movimenti laicali.  È solo a questo punto che la Nota ricorda brevemente ― non è del resto un trattato di liturgia ― quelli che sono elementi essenziali. Innanzitutto la «forma» del Sacramento che corrisponde alle parole che si accompagnano alla materia, la trascende, veicolando il senso cristiano, salvifico ed ecclesiale di ciò che si sta compiendo nella celebrazione. Quindi la «materia» del Sacramento che consiste invece nell’azione umana, attraverso la quale agisce Cristo. In essa a volte è presente un elemento materiale (acqua, pane, vino, olio), altre volte un gesto particolarmente eloquente (segno della croce, imposizione delle mani, immersione, infusione, consenso, unzione). Tale corporeità appare indispensabile perché radica il Sacramento non solo nella storia umana, ma anche, più fondamentalmente, nell’ordine simbolico della Creazione e lo riconduce al mistero dell’incarnazione del Verbo e della Redenzione da Lui operata (cfr. nr 13).

Infine l’«intenzione» di chi celebra, che nulla ha a che vedere con la sua moralità e la fede, piuttosto con il convincimento di compiere: «Almeno ciò che fa la Chiesa» (Concilio di Trento). Questa disposizione sottrae il celebrante dall’automatismo e dalla possibile arbitrarietà del singolo, poiché questo atto squisitamente umano è anche ecclesiale. Atto interiore e soggettivo si, che però, manifestandosi nel Sacramento, diviene di tutta la comunità ecclesiale e: «Poiché ciò che fa la Chiesa non è altro che ciò che Cristo ha istituito, anche l’intenzione, insieme alla materia e alla forma, contribuisce a rendere l’azione sacramentale il prolungamento dell’opera salvifica del Signore» (cfr. nr 18).

A tal proposito la Chiesa ha approntato i libri liturgici che non vanno alterati o usati a piacimento, piuttosto osservati fedelmente nelle parole e persino nella gestualità che in essi è indicata. Gli stessi prevedono spazi di creatività e le stesse Conferenze episcopali dei diversi paesi hanno predisposto possibili adattamenti e varianti che corrispondono alla sensibilità e alla situazione dei partecipanti. Si pensi alle celebrazioni coi fanciulli, per esempio, ai diversi canoni eucaristici predisposti per loro ed approvati dalla CEI.

La Nota ricorda anche, e questo sembra rispondere agli appunti critici, che: «Materia, forma e intenzione sono sempre inseriti nel contesto della celebrazione liturgica, che non costituisce un ornatus cerimoniale dei Sacramenti e nemmeno una didascalica introduzione alla realtà che si compie, ma è nel suo complesso l’avvenimento in cui continua a realizzarsi l’incontro personale e comunitario tra Dio e noi, in Cristo e nello Spirito Santo, incontro nel quale, attraverso la mediazione di segni sensibili, «viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati». La necessaria sollecitudine per gli elementi essenziali dei Sacramenti, dai quali dipende la loro validità, deve pertanto accordarsi con la cura e il rispetto dell’intera celebrazione, in cui il significato e gli effetti dei Sacramenti sono resi pienamente intelligibili da una molteplicità di gesti e parole, favorendo in tal modo l’actuosa participatio dei fedeli (cfr. nr 20).

In questo contesto si inserisce tutta l’importanza della presidenza liturgica e l’arte di celebrare. Queste richiedono la conoscenza dei motivi teologici che le espirano, come quelli di agire, quando si celebra, In persona Christi e Nomine ecclesiae. Come pure la conoscenza dei libri liturgici e dei loro Praenotanda che spesso si saltano a piè pari perché noiosi. Ma se volessimo fare un paragone, che spero non appaia fuori luogo, fra il celebrare e il gesto sportivo, si vede come quest’ultimo risulti efficace se ha dietro una buona conoscenza e messa in atto dei cosiddetti fondamentali. Un campione, soprattutto di quelle discipline che richiedono gesti ripetuti uguali e precisi, passa molto tempo, anni addirittura, a studiare, ad allenarsi e a esprimersi poi con una disinvoltura che stupisce. Un gesto atletico molto difficile che vediamo eseguire, durante una olimpiade per esempio, ha richiesto una preparazione non indifferente, eppure ci sembra semplice e naturale.

Per concludere, so che tanti, per usare un eufemismo, hanno storto il naso quando il Pontefice ha scelto l’attuale Prefetto. Le critiche non sono mancate. Rispondendo con rispetto e per alleggerire con una battuta tutto il discorso fatto fin qui si potrebbe ricordare il detto che recita: «Anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta». Però, onestamente, questa Nota stavolta suona bene. Non ha nulla di criticabile, se l’intenzione è proprio quella di invitare a custodire e a presentare in modo degno ed ecclesiale un bene tanto prezioso. Infatti così termina:

«Noi […] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4, 7). L’antitesi utilizzata dall’Apostolo per sottolineare come la sublimità della potenza di Dio si riveli attraverso la debolezza del suo ministero di annunciatore ben descrive anche quanto accade nei Sacramenti. La Chiesa tutta è chiamata a custodire la ricchezza in essi contenuta, perché mai venga offuscato il primato dell’agire salvifico di Dio nella storia, pur nella fragile mediazione di segni e di gesti propri della umana natura» (nr 28).

Firenze, 21 febbraio 2024

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