Le varie sfaccettatura del benedire – The various facets of blessing – Las diversas facetas de la bendición
LE VARIE SFACCETTATURE DEL BENEDIRE
La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata.

Autore
Monaco Eremita
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La Dichiarazione Fiducia Supplicans, risalente a dicembre 2023, riguardava la possibilità di benedire le coppie irregolari e perfino dello stesso sesso.

Monica Bellucci nel ruolo di Maddalena (The Passion, 2004)
La ricezione della stessa, sul subito, deve aver suscitato nell’episcopato risposte contrastanti se già a gennaio dell’anno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sentito la necessità di emanare un comunicato stampa con delle precisazioni circa il carattere semplice, informale e pastorale delle suddette benedizioni, senza creare confusione con la dottrina riguardante il matrimonio e le normali benedizioni liturgiche ritualizzate. Nel medesimo contesto si faceva accenno alla possibilità di una graduale accettazione della Dichiarazione o addirittura ad una sua non ricezione nei casi più delicati e difficili. Tuttavia, se ne caldeggiava il valore, in quanto possibilità di rimanere in ascolto delle richieste che sorgono dai fedeli e di offrire ad essi una catechesi appropriata a riguardo.
Sul finire poi di un articolo comparso su questa nostra rivista, in cui si trattava il tema dell’omosessualità e la Bibbia (Qui), veniva auspicato che il cammino della riflessione su queste tematiche non fosse abbandonato. Col presente scritto, pur nella sua brevità e inadeguatezza dell’autore, vorrei portare avanti il compito, rispondendo alla domanda se sia giusto dare un bene spirituale della Chiesa, come può essere la benedizione, anche a chi vive in situazione che potremmo definire particolare, che costituisce eccezione, se proprio si vuole evitare il ricorrente termine che fa cenno alla irregolarità, a partire o estendendo ciò che la Chiesa fa già in altre situazioni.
Nel Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica si parla del tema dell’intercomunione coi fratelli separati, in particolare il canone 844 affronta l’argomento che riguarda l’amministrazione dei Sacramenti da parte di un ministro della Chiesa ai fedeli che non hanno la comunione piena con la chiesa cattolica, la cosiddetta communicatio in sacris. Il testo prende in considerazione due categorie di cristiani non cattolici: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè gli appartenenti alle Confessioni cristiane occidentali, ovvero quelle che esistono in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4). Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4). Di ambedue le categorie di cristiani il medesimo canone ribadisce che «non hanno comunione piena con la Chiesa Cattolica» (§§ 3-4); il che significa — detto positivamente — che questi cristiani sono con la Chiesa Cattolica in comunione vera, anche se non piena (cfr. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
Più in particolare il canone 844, § 4 esige che per l’amministrazione dei Sacramenti da parte della Chiesa Cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali debba sussistere una necessità grave e urgente. Tuttavia, l’enciclica Ut unum sint, al numero 46 parla anche dell’esistenza di «casi particolari» e Ecclesia de Eucharistia, al numero 45, accenna pure a «circostanze speciali». Siccome il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal Concilio Vaticano II, non si può non far cenno a quello che è il testo più importante su questo argomento, e cioè Unitatis redintegratio, al nr. 8, che così si esprime: «La intercomunione (nei Sacramenti, n.d.r.) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia, la gratia procuranda, talvolta la raccomanda. Naturalmente il primo principio serve a salvaguardare la comunione ecclesiale e che perciò venga evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, come se amministrare i Sacramenti ai cattolici e a coloro che non lo sono fosse la medesima cosa, perché tale non è, senza pena di equivoco. Ritenere quindi che non esiste differenza fra essere o non essere in comunione con la Chiesa Cattolica porterebbe a disorientamento e scandalo. D’altro canto — e richiamo qui le parole del Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici —:
«Il secondo principio richiama la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa Cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i Sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i Sacramenti. E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i Sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda, dove si noti il gerundio come segno di necessità» (a cura di Andrea Tornielli, Qui).
Portando fino in fondo il ragionamento, alla domanda se una coppia di coniugi, uno cattolico e l’altro non in comunione piena con la Chiesa, partecipando insieme alla Santa Messa desiderino anche ricevere l’Eucarestia, questo possa considerarsi una eccezionalità, se ciò corrisponde ad un bisogno spirituale dei coniugi che altrimenti vivrebbero quel momento da separati o non lo vivrebbero affatto, astenendosene; l’esperto Presule così risponde:
«Qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente».
Non voglio dilungarmi ancora troppo su questo argomento, anche perché il focus, come accennato inizialmente, è un altro. Si potrebbero dire tante altre cose perché l’argomento è ancora studiato e approfondito e non ho accennato, proprio per non dilungarmi, alle condizioni previe o alle disposizioni spirituali e d’animo che devono esser presenti in chi, pur non in comunione piena la Chiesa può, in casi specifici ed eccezionali, ricevere da un ministro cattolico i sacramenti della grazia. È inoltre evidente che tutto ciò appartiene a un ambito rigorosamente disciplinato dal diritto della Chiesa e non può in alcun modo essere confuso con forme di indiscriminata intercomunione o, peggio, con celebrazioni eucaristiche che prescindano dalla piena comunione ecclesiale e dalla validità del ministero sacerdotale. Proprio perché si tratta di materia delicata, il richiamo ai casi eccezionali non deve mai essere assunto come criterio ordinario, ma come conferma del fatto che la Chiesa, pur custodendo con fermezza il significato dei suoi beni spirituali, non cessa di interrogarsi sul modo di procurarli, nei casi consentiti, per la salvezza di tutte le anime.
Come si può immaginare, tutto questo ragionamento che dal Concilio è approdato poi nel Codice, nasce sia dalla riflessione teologica sui beni spirituali della Chiesa che di per sé stessi vogliono essere profusi in abbondanza e difficilmente si possono negare a chi con fiducia, rispetto e buona disposizione li chiede, sia dal non poter negare che le situazioni umane che le persone vivono in questo mondo sono molteplici e variegate. E la Chiesa, che custodisce i tesori della grazia divina, non può che interrogarsi su questo.
Tornando quindi all’argomento che ha dato inizio a questo scritto, la risposta non può che essere positiva. La Chiesa può dare la benedizione, pur fra mille distinguo, anche a chi vive situazioni eccezionali, particolari o irregolari. In particolare se queste persone sono battezzate in comunione con la Chiesa, anche se vivono una situazione vitale che la Chiesa reputa errata. Se essi possono, alle debite condizioni, ricevere i Sacramenti come tutti gli altri battezzati e, lo abbiamo visto, lo possono perfino coloro che appartengono ad altra confessione impossibilitati a rivolgersi ai propri ministri, perché non anche una semplice benedizione che servirebbe soltanto a ribadire quello che la Chiesa fa da sempre: rigettare il peccato, ma accogliere e amare il peccatore, come il Signore ha insegnato? Resta però necessario precisare che una simile benedizione non potrebbe mai essere rettamente intesa come conferma, ratifica o legittimazione della condizione oggettiva in cui tali persone si trovano. Se così fosse, si tradirebbe tanto il significato della benedizione quanto la verità stessa della pastorale ecclesiale. La Chiesa, infatti, può benedire la persona che chiede aiuto a Dio, non il peccato in quanto tale, né la pretesa che una situazione contraria alla sua dottrina venga per ciò stesso riconosciuta come moralmente buona o ecclesialmente legittima. Proprio per questo la benedizione, se richiesta con fede e umiltà, conserva il suo significato solo se rimane gesto di invocazione, di affidamento e di accompagnamento, mai di consacrazione implicita di una condizione di vita.
Come a suo tempo ha specificato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nel comunicato stampa su richiamato, lo scopo della Dichiarazione che, occorre ammetterlo, qualcuno ha mal digerito, era quello di mettere in risalto il valore della benedizione per la Chiesa, al fine di arrivare ad una «comprensione più ampia delle benedizioni e la proposta di accrescere le benedizioni pastorali, che non esigono le medesime condizioni delle benedizioni in un contesto liturgico o rituale».
Non vivendo più ormai da molto tempo in un contesto cristianizzato, la Chiesa incontrerà sempre più spesso situazioni non regolari secondo la dottrina. Essa potrà arroccarsi su una posizione difensiva e trincerarsi semplicemente dietro la dottrina che riconosce l’illiceità di alcune umane condizioni, ma questo non direbbe nulla di nuovo in proposito. Oppure, seguendo l’esempio del suo Maestro, potrà riconoscere che una relazione è errata, eppure conserva dentro di essa elementi positivi che non si possono negare e dunque perché non versare su queste situazioni «l’olio della consolazione e il vino della speranza», anche una semplice informale benedizione ove richiesta con fiducia? Anche qui, tuttavia, il discernimento rimane decisivo: una cosa è soccorrere pastoralmente persone che, pur in una condizione oggettivamente disordinate o irregolare, chiedono un aiuto spirituale senza rivendicare alcuna legittimazione; altra cosa sarebbe avallare, anche solo indirettamente, la pretesa che l’accoglienza ecclesiale coincida con il riconoscimento del loro stato come conforme al Vangelo. La misericordia della Chiesa non consiste nell’oscurare la verità, ma nell’accompagnare le persone verso di essa con pazienza, senza respingere e umiliare nessuno, ma al tempo stesso senza falsare nulla.
Ecco qui, dunque, un piccolo contributo alla riflessione che non ha alcuna pretesa, mosso solo da quello spirito che sta dietro all’invito di Gesù ad essere un discepolo «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Proprio per questo, il compito della Chiesa non è né chiudere la porta della grazia a chi la domanda con sincera fiducia, né confondere la misericordia con la legittimazione di ciò che resta contrario al Vangelo, ma custodire insieme verità e carità, affinché ogni gesto pastorale sia autentico aiuto per le persone e mai occasione di equivoco circa la dottrina. Tutto questo, senza mai perdere di vista l’essenza stessa della missione a noi affidata da Cristo con delle precise parole:
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).
Dall’Eremo, 19 marzo 2026
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THE VARIOUS FACETS OF BLESSING
The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous.

Author
Monaco Eremita
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The Declaration Fiducia Supplicans, issued in December 2023, concerned the possibility of blessing irregular couples and even same-sex couples. Its reception, at least initially, must have elicited contrasting responses within the episcopate, if already in January of the following year the Dicastery for the Doctrine of the Faith felt the need to issue a press release with clarifications regarding the simple, informal and pastoral character of such blessings, so as not to create confusion with the doctrine concerning marriage and with the ordinary ritual liturgical blessings. In the same context, reference was made to the possibility of a gradual acceptance of the Declaration or even to its non-reception in the most delicate and difficult cases. Nevertheless, its value was encouraged, as a way of remaining attentive to the requests arising from the faithful and of offering them an appropriate catechesis on the matter.
Toward the end of an article published in this same journal, which dealt with the theme of homosexuality and the Bible (Here), the hope was expressed that the path of reflection on these themes would not be abandoned. With the present text, despite its brevity and the inadequacy of its author, I would like to continue this task by responding to the question of whether it is right to grant a spiritual good of the Church, such as a blessing, even to those who live in a situation that we might define as particular — an exception, if one wishes to avoid the recurring term that refers to irregularity — starting from, or extending, what the Church already does in other situations.
In the Code of Canon Law of the Catholic Church the question of intercommunion with separated brethren is addressed; in particular, canon 844 deals with the administration of the Sacraments by a minister of the Church to the faithful who are not in full communion with the Catholic Church, the so-called communicatio in sacris. The text considers two categories of non-Catholic Christians: the “members of the Eastern Churches” (§ 3) and “other Christians,” that is, those belonging to Western Christian confessions, namely those existing in the West since the time of the Reformation (§ 4). For both categories the canonical text states that “Catholic ministers administer licitly the sacraments of penance, the Eucharist and the anointing of the sick” (§§ 3–4). Concerning both categories the same canon reiterates that they “are not in full communion with the Catholic Church” (§§ 3–4); which means — stated positively — that these Christians are in a true, though not full, communion with the Catholic Church (cf. especially Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
More specifically, canon 844 § 4 requires that for the administration of the Sacraments by the Catholic Church to non-Catholic Christians belonging to Western confessions there must be a grave and urgent necessity. However, the encyclical Ut unum sint, in no. 46, also speaks of the existence of “particular cases,” and Ecclesia de Eucharistia, in no. 45, likewise refers to “special circumstances.” Since the Code of Canon Law depends essentially on the Second Vatican Council, one cannot fail to mention what is the most important text on this subject, namely Unitatis redintegratio, no. 8, which states: “The sharing in the Sacraments (communicatio in sacris) depends chiefly on two principles: the manifestation of the unity of the Church and the sharing in the means of grace.” The manifestation of unity generally forbids intercommunion. The sharing in grace, the gratia procuranda, sometimes recommends it. Naturally, the first principle serves to safeguard ecclesial communion and to avoid the danger of error or indifferentism, as if administering the Sacraments to Catholics and to those who are not were the same thing, which it is not, without giving rise to misunderstanding. To maintain that there is no difference between being or not being in communion with the Catholic Church would lead to confusion and scandal. On the other hand — and I recall here the words of Cardinal Coccopalmerio, emeritus president of the Pontifical Council for Legislative Texts —:
“The second principle recalls the necessity for the Catholic Church to confer grace not in just any way, but in a specific way through the administration of the Sacraments. And this applies not only to Catholic Christians, but to all the baptized, including non-Catholics. This is the great teaching affirmed with clarity and conviction by the great texts of Vatican II. Let us be fully aware: non-Catholic Christians have a spiritual need to receive the conferral of grace through the administration of the Sacraments. They therefore have a spiritual need to receive the Sacraments. We can also say that non-Catholic Christians have the right to receive the Sacraments. And the Catholic Church has the duty to administer the Sacraments to these Christians. All this can be understood as a concrete application of the principle of gratia procuranda, note the gerund, which indicates necessity” (edited by Andrea Tornielli, here).
Carrying the reasoning through to its conclusion, one may ask whether a married couple, one Catholic and the other not in full communion with the Church, participating together in Holy Mass and desiring also to receive the Eucharist, might constitute an exceptional case — if this corresponds to a spiritual need of the spouses, who would otherwise experience that moment as separated or would not experience it at all, abstaining from it. The expert prelate responds as follows:
“If the Catholic minister were to administer Holy Communion to the non-Catholic spouse, everyone could reasonably consider that such a concession is determined by the just necessity of not separating a married couple, especially at such a special moment as participation in the sacrament of the Eucharist. All this can, in any case, always be clarified through an explanatory catechesis offered to the community of the faithful, even on a recurring basis.”
I do not wish to dwell too long on this topic, also because the focus, as mentioned at the beginning, is another. Much more could be said, since the matter is still being studied and deepened, and I have not mentioned — precisely in order not to prolong the discussion — the prior conditions or the spiritual dispositions that must be present in those who, although not in full communion with the Church, may in specific and exceptional cases receive from a Catholic minister the sacraments of grace. It is also evident that all this belongs to a sphere rigorously regulated by the law of the Church and cannot in any way be confused with forms of indiscriminate intercommunion or, worse, with Eucharistic celebrations that disregard full ecclesial communion and the validity of the priestly ministry. Precisely because this is a delicate matter, reference to exceptional cases must never be taken as an ordinary criterion, but as confirmation that the Church, while firmly safeguarding the meaning of her spiritual goods, does not cease to question how to provide them, where permitted, for the salvation of all souls.
As one can imagine, all this reasoning — which from the Council has found its way into the Code — arises both from theological reflection on the spiritual goods of the Church, which by their nature are meant to be poured out abundantly and can hardly be denied to those who request them with trust, respect and proper disposition, and from the recognition that the human situations people experience in this world are manifold and varied. And the Church, which safeguards the treasures of divine grace, cannot but reflect on this.
Returning therefore to the question that gave rise to this text, the answer can only be affirmative. The Church can grant a blessing, albeit with many distinctions, even to those who live in exceptional, particular or irregular situations. Especially if these persons are baptized in communion with the Church, even if they live in a life situation that the Church considers erroneous. If they can, under the proper conditions, receive the Sacraments like all the other baptized — and, as we have seen, even those belonging to another confession can do so when they are unable to turn to their own ministers — why not also a simple blessing, which would serve only to reaffirm what the Church has always done: reject sin but welcome and love the sinner, as the Lord has taught?
It remains necessary, however, to clarify that such a blessing could never rightly be understood as a confirmation, ratification or legitimation of the objective condition in which such persons find themselves. If that were the case, both the meaning of the blessing and the truth of ecclesial pastoral care would be betrayed. The Church, in fact, can bless the person who asks God for help, not sin as such, nor the claim that a situation contrary to her doctrine should thereby be recognized as morally good or ecclesially legitimate. Precisely for this reason the blessing, if requested with faith and humility, preserves its meaning only if it remains an act of invocation, of entrustment and of accompaniment, never of implicit consecration of a state of life.
As was specified at the time by the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith in the above-mentioned press release, the purpose of the Declaration — which, it must be admitted, some have found difficult to accept — was to highlight the value of blessing for the Church, in order to arrive at “a broader understanding of blessings and the proposal to increase pastoral blessings, which do not require the same conditions as blessings in a liturgical or ritual context.”
Since we no longer live in a Christianized context, the Church will increasingly encounter situations that are not regular according to doctrine. She may take refuge in a defensive position and simply entrench herself behind doctrine, which recognizes the unlawfulness of certain human conditions, but this would say nothing new. Or, following the example of her Master, she may acknowledge that a relationship is erroneous and yet contains within itself positive elements that cannot be denied, and therefore why not pour upon these situations “the oil of consolation and the wine of hope,” even a simple informal blessing when requested with trust?
Here too, however, discernment remains decisive: one thing is to offer pastoral assistance to persons who, though in an objectively disordered or irregular condition, ask for spiritual help without claiming any form of legitimation; another would be to endorse, even indirectly, the claim that ecclesial welcome coincides with recognizing their condition as in conformity with the Gospel. The Church’s mercy does not consist in obscuring the truth, but in accompanying persons toward it with patience, without rejecting or humiliating anyone, while at the same time falsifying nothing.
Here, then, is a small contribution to a reflection that makes no claim to completeness, moved only by that spirit which lies behind Jesus’ invitation to be a disciple “like a householder who brings out of his treasure what is new and what is old” (Mt 13:52). Precisely for this reason, the task of the Church is neither to close the door of grace to those who ask for it with sincere trust, nor to confuse mercy with the legitimation of what remains contrary to the Gospel, but to safeguard together truth and charity, so that every pastoral act may be a genuine help to persons and never an occasion for misunderstanding concerning doctrine. All this without ever losing sight of the very essence of the mission entrusted to us by Christ in these precise words:
“Those who are well have no need of a physician, but those who are sick. Go and learn what this means: I desire mercy, and not sacrifice. For I have not come to call the righteous, but sinners” (Mt 9:12–13).
From the Hermitage, March 19, 2026
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LAS DIVERSAS FACETAS DE LA BENDICIÓN
La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea.

Autor
Monaco Eremita
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La Declaración Fiducia Supplicans, de diciembre de 2023, se refería a la posibilidad de bendecir a parejas irregulares e incluso del mismo sexo. Su recepción, en un primer momento, debió suscitar respuestas contrastantes en el episcopado, si ya en enero del año siguiente el Dicasterio para la Doctrina de la Fe sintió la necesidad de emitir un comunicado con precisiones acerca del carácter sencillo, informal y pastoral de dichas bendiciones, sin crear confusión con la doctrina relativa al matrimonio ni con las bendiciones litúrgicas ritualizadas. En el mismo contexto se hacía referencia a la posibilidad de una aceptación gradual de la Declaración o incluso a su no recepción en los casos más delicados y difíciles. Sin embargo, se subrayaba su valor, en cuanto posibilidad de permanecer atentos a las peticiones que surgen de los fieles y de ofrecerles una catequesis adecuada al respecto.
Hacia el final de un artículo publicado en esta misma revista, en el que se trataba el tema de la homosexualidad y la Biblia (Aquí), se expresaba el deseo de que el camino de reflexión sobre estas cuestiones no fuera abandonado. Con el presente escrito, a pesar de su brevedad y de la insuficiencia de su autor, quisiera continuar esta tarea, respondiendo a la pregunta de si es justo conceder un bien espiritual de la Iglesia, como puede ser la bendición, también a quienes viven en una situación que podríamos definir como particular, que constituye una excepción — si se quiere evitar el término recurrente que alude a la irregularidad — partiendo de lo que la Iglesia ya hace en otras situaciones o extendiéndolo.
En el Código de Derecho Canónico de la Iglesia Católica se trata el tema de la intercomunión con los hermanos separados; en particular, el canon 844 aborda la cuestión de la administración de los Sacramentos por parte de un ministro de la Iglesia a los fieles que no están en plena comunión con la Iglesia católica, la llamada communicatio in sacris. El texto considera dos categorías de cristianos no católicos: los «miembros de las Iglesias orientales» (§ 3) y «los demás cristianos», es decir, los pertenecientes a las confesiones cristianas occidentales, aquellas que existen en Occidente desde el tiempo de la Reforma (§ 4). Para ambas categorías el texto canónico afirma que «los ministros católicos administran lícitamente los sacramentos de la penitencia, de la Eucaristía y de la unción de los enfermos» (§§ 3-4). De ambas categorías el mismo canon reafirma que «no están en plena comunión con la Iglesia católica» (§§ 3-4); lo cual significa — dicho positivamente — que estos cristianos están en verdadera comunión con la Iglesia católica, aunque no plena (cf. especialmente Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
Más en particular, el canon 844 § 4 exige que, para la administración de los Sacramentos por parte de la Iglesia católica a cristianos no católicos pertenecientes a las confesiones occidentales, debe existir una necesidad grave y urgente. Sin embargo, la encíclica Ut unum sint, en el número 46, habla también de la existencia de «casos particulares», y Ecclesia de Eucharistia, en el número 45, alude igualmente a «circunstancias especiales». Dado que el Código de Derecho Canónico depende esencialmente del Concilio Vaticano II, no se puede dejar de mencionar el texto más importante sobre este tema, es decir, Unitatis redintegratio, n. 8, que así se expresa: «La intercomunión (en los Sacramentos) depende sobre todo de dos principios: de la manifestación de la unidad de la Iglesia y de la participación en los medios de la gracia». La manifestación de la unidad por lo general prohíbe la intercomunión. La participación en la gracia, la gratia procuranda, a veces la recomienda.
Naturalmente, el primer principio sirve para salvaguardar la comunión eclesial y evitar el peligro de error o de indiferentismo, como si administrar los Sacramentos a los católicos y a quienes no lo son fuese lo mismo, lo cual no es, sin riesgo de equívoco. Sostener que no existe diferencia entre estar o no en comunión con la Iglesia católica conduciría a desorientación y escándalo. Por otra parte — y retomo aquí las palabras del cardenal Coccopalmerio, presidente emérito del Pontificio Consejo para los Textos Legislativos —:
«El segundo principio recuerda la necesidad de conferir la gracia por parte de la Iglesia católica no de cualquier modo, sino de manera específica mediante la administración de los Sacramentos. Y esto vale no sólo para los cristianos católicos, sino para todos los bautizados, también para los no católicos. Ésta es la gran enseñanza afirmada con claridad y convicción por el gran texto del Vaticano II. Seamos plenamente conscientes: los cristianos no católicos tienen la necesidad espiritual de recibir la gracia mediante la administración de los Sacramentos. Tienen, por tanto, la necesidad espiritual de recibir los Sacramentos. Podemos decir también que los cristianos no católicos tienen el derecho de recibir los Sacramentos. Y la Iglesia católica tiene el deber de administrarlos a estos cristianos. Todo esto puede considerarse como una concreta determinación del principio de la gratia procuranda, obsérvese el gerundio como signo de necesidad» (editado por Andrea Tornielli, aquí).
Llevando el razonamiento hasta sus últimas consecuencias, ante la pregunta de si una pareja de esposos, uno católico y el otro no en plena comunión con la Iglesia, participando juntos en la Santa Misa y deseando también recibir la Eucaristía, puede constituir un caso excepcional — si ello responde a una necesidad espiritual de los esposos que de otro modo vivirían ese momento separados o no lo vivirían en absoluto —, el experto prelado responde así:
«Si el ministro católico administrara la sagrada Comunión al cónyuge no católico, todos podrían razonablemente considerar que tal concesión está determinada por la justa necesidad de no separar a una pareja de esposos, especialmente en un momento tan especial como la participación en el sacramento de la Eucaristía. Todo esto puede, en cualquier caso, ser siempre aclarado mediante una catequesis explicativa ofrecida a la comunidad de los fieles, incluso de manera recurrente».
No quiero extenderme demasiado sobre este tema, también porque el foco, como se ha indicado al inicio, es otro. Se podrían decir muchas otras cosas, ya que la cuestión sigue siendo objeto de estudio y profundización, y no he mencionado — precisamente para no alargar — las condiciones previas o las disposiciones espirituales que deben estar presentes en quien, aun no estando en plena comunión con la Iglesia, puede, en casos específicos y excepcionales, recibir de un ministro católico los sacramentos de la gracia. Es además evidente que todo esto pertenece a un ámbito rigurosamente regulado por el derecho de la Iglesia y no puede en modo alguno confundirse con formas de intercomunión indiscriminada o, peor aún, con celebraciones eucarísticas que prescindan de la plena comunión eclesial y de la validez del ministerio sacerdotal. Precisamente porque se trata de una materia delicada, la referencia a los casos excepcionales no debe ser asumida nunca como criterio ordinario, sino como confirmación de que la Iglesia, aun custodiando con firmeza el significado de sus bienes espirituales, no deja de preguntarse cómo procurarlos, en los casos permitidos, para la salvación de todas las almas.
Como se puede imaginar, todo este razonamiento — que desde el Concilio ha pasado al Código — nace tanto de la reflexión teológica sobre los bienes espirituales de la Iglesia, que por su propia naturaleza quieren ser derramados en abundancia y difícilmente pueden negarse a quien los pide con confianza, respeto y buena disposición, como del hecho de que las situaciones humanas que las personas viven en este mundo son múltiples y variadas. Y la Iglesia, que custodia los tesoros de la gracia divina, no puede sino interrogarse sobre ello.
Volviendo, por tanto, al tema que ha dado origen a este escrito, la respuesta no puede sino ser afirmativa. La Iglesia puede dar la bendición, aunque con muchas distinciones, también a quienes viven situaciones excepcionales, particulares o irregulares. En particular si estas personas están bautizadas en comunión con la Iglesia, aunque vivan una situación de vida que la Iglesia considera errónea. Si pueden, en las debidas condiciones, recibir los Sacramentos como todos los demás bautizados — y, como hemos visto, incluso quienes pertenecen a otra confesión pueden hacerlo cuando no pueden recurrir a sus propios ministros —, ¿por qué no también una simple bendición, que sólo serviría para reafirmar lo que la Iglesia ha hecho siempre: rechazar el pecado, pero acoger y amar al pecador, como el Señor ha enseñado?
Sin embargo, es necesario precisar que una bendición de este tipo nunca podría entenderse correctamente como confirmación, ratificación o legitimación de la condición objetiva en la que tales personas se encuentran. Si así fuera, se traicionaría tanto el significado de la bendición como la verdad misma de la pastoral eclesial. La Iglesia puede bendecir a la persona que pide ayuda a Dios, no el pecado en cuanto tal, ni la pretensión de que una situación contraria a su doctrina sea reconocida como moralmente buena o eclesialmente legítima. Precisamente por ello, la bendición, si se pide con fe y humildad, conserva su significado sólo si permanece como gesto de invocación, de confianza y de acompañamiento, nunca como una consagración implícita de una condición de vida.
Como en su momento especificó el prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe en el citado comunicado, el objetivo de la Declaración — que, hay que admitirlo, algunos han digerido mal — era poner de relieve el valor de la bendición para la Iglesia, con el fin de llegar a una «comprensión más amplia de las bendiciones y la propuesta de incrementar las bendiciones pastorales, que no exigen las mismas condiciones que las bendiciones en un contexto litúrgico o ritual».
Al no vivir ya desde hace tiempo en un contexto cristianizado, la Iglesia se encontrará cada vez más con situaciones no conformes a la doctrina. Podrá atrincherarse en una posición defensiva y limitarse a refugiarse detrás de la doctrina que reconoce la ilicitud de ciertas condiciones humanas, pero esto no diría nada nuevo. O bien, siguiendo el ejemplo de su Maestro, podrá reconocer que una relación es errónea y, sin embargo, contiene en su interior elementos positivos que no se pueden negar, y entonces ¿por qué no derramar sobre estas situaciones «el aceite de la consolación y el vino de la esperanza», incluso con una simple bendición informal, si se solicita con confianza?
También aquí, sin embargo, el discernimiento sigue siendo decisivo: una cosa es acompañar pastoralmente a personas que, aun en una condición objetivamente desordenada o irregular, piden ayuda espiritual sin pretender legitimación alguna; otra cosa sería avalar, siquiera indirectamente, la pretensión de que la acogida eclesial coincida con el reconocimiento de su estado como conforme al Evangelio. La misericordia de la Iglesia no consiste en oscurecer la verdad, sino en acompañar a las personas hacia ella con paciencia, sin rechazar ni humillar a nadie, pero al mismo tiempo sin falsear nada.
He aquí, pues, una pequeña contribución a la reflexión que no tiene ninguna pretensión, movida sólo por aquel espíritu que está detrás de la invitación de Jesús a ser un discípulo «semejante a un dueño de casa que saca de su tesoro cosas nuevas y cosas antiguas» (Mt 13,52). Precisamente por eso, la tarea de la Iglesia no es ni cerrar la puerta de la gracia a quien la pide con sincera confianza, ni confundir la misericordia con la legitimación de lo que sigue siendo contrario al Evangelio, sino custodiar conjuntamente la verdad y la caridad, para que cada gesto pastoral sea una ayuda auténtica para las personas y nunca ocasión de equívoco acerca de la doctrina. Todo esto, sin perder nunca de vista la esencia misma de la misión que Cristo nos ha confiado con palabras precisas:
«No tienen necesidad de médico los sanos, sino los enfermos. Id, pues, y aprended qué significa: Misericordia quiero y no sacrificio. Porque no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores» (Mt 9,12-13).
Desde el Eremo, 19 de marzo de 2026
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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)
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