Roma decadence. La passione del corpo mistico e l’illusione dell’attivismo – Rome decadence. The passion of the mystical body and the illusion of activism – Roma decadence. La pasión del cuerpo místico y la ilusión del activismo

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ROMA DECADENCE. LA PASSIONE DEL CORPO MISTICO E L’ILLUSIONE DELL’ATTIVISMO

Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione»; essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo.

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori dell’Isola di Patmos, vi scrivo in un tempo che molti, non a torto, definiscono di Roma decadence, un’epoca in cui l’evaporazione del cristianesimo, come ha lucidamente osservato anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi[1], non è più una profezia distopica, ma una realtà tangibile.

Tuttavia, dinanzi a questo scenario, un teologo guarda la Chiesa non con gli occhi mondani della sociologia, ma con lo sguardo della fede che riconosce nel Corpo Mistico la presenza viva del Cristo e del Suo Spirito.

Questo mio articolo nasce dal dialogo social con il caro Alessandro, anche lui operatore della pastorale digitale (qui il suo sito). Vorrei dividere in tre momenti le nostre riflessioni.

La Kénosis Ecclesiale: tra il Sabato Santo della storia e l’eresia dell’efficienza. Come scrive Don Giuseppe Forlai, ma il tema ritorna in tante riflessioni svolte in più ambiti, la Chiesa in Europa assomiglia oggi al corpo di Gesù deposto dalla Croce: esanime, consumato, apparentemente sconfitto, eppure — ed è qui il paradosso divino — in essa persiste uno scrigno di vita eterna. Non dobbiamo scandalizzarci se la Sposa di Cristo appare sfigurata; essa sta rivivendo i misteri della vita del suo Sposo, compresa la passione e la sepoltura[2]. In questa kénosis ecclesiale, la tentazione più grande è quella di sostituire il mistero con l’organizzazione, la grazia con la burocrazia, cadendo in quel pelagianesimo che già Papa Francesco e i suoi predecessori hanno spesso stigmatizzato. Un giovane San Benedetto da Norcia, di fronte alla corruzione di Roma, non fondò un partito né un movimento di protesta, ma si ritirò nel silenzio per «riabitare con sé stesso» (habitare secum), ponendo le basi per una civiltà che non nasceva da un progetto umano, ma dalla ricerca di Dio (Quaerere Deum). Questo silenzio contemplativo non è mutismo ma ascolto orante del Verbo ed è l’unica risposta adeguata alla crisi. Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione» (CCC 827); essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo. Per questo, un modo serio di riformare la comunità ecclesiale non è l’attivismo frenetico. Già il Cardinale Giacomo Biffi, di venerata memoria, ricordava saggiamente che un pastore deve pascere le pecore e non viceversa, e servire la santificazione delle persone. Seguendo l’insegnamento di San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12), dobbiamo smettere di cercare capri espiatori o soluzioni strutturali a problemi che sono, nella loro radice, pneumatici e spirituali. Essi richiedono tempo, studio e preghiera.

L’errore fondamentale penso risieda in una sorta di «eresia dell’azione» che dimentica un principio basilare della Scolastica: Agere sequitur esse (l’agire segue l’essere). Se l’essere della Chiesa si svuota della sua sostanza soprannaturale, il suo agire diventa un guscio vuoto, un rumore di fondo che non converte nessuno. Oggi assistiamo a quella che potremmo definire l’ossessione per le strutture, quasi che modificando l’organigramma della Curia o inventando nuovi comitati pastorali si possa infondere lo Spirito Santo a comando. Non dico che la programmazione o la riorganizzazione siano cose in sé errate, anzi ben vengano. Ma ricordiamoci che lo Spirito soffia dove vuole, non dove lo costringono le nostre pianificazioni umane. Questa mentalità efficientista tradisce una mancanza di fede nella potenza intrinseca della Grazia. Ci comportiamo come gli Apostoli sulla barca nella tempesta prima che Cristo si svegliasse: ci agitiamo, remiamo controvento, urliamo, dimenticando che Colui che comanda ai venti e al mare è presente, seppur apparentemente dormiente, a poppa.

La condizione attuale della Chiesa in Europa, che più su abbiamo definito come «deposta dalla Croce», ci rimanda al mistero del Sabato Santo. È il giorno del grande silenzio, non dell’inattività disperata. Nel Sabato Santo, la Chiesa non fa proselitismo, non organizza convegni, non stende piani quinquennali sinodali; la Chiesa veglia accanto al sepolcro, sapendo che quella pietra non sarà ribaltata da mani d’uomo. Il pericolo mortale del nostro tempo è voler «rianimare» il corpo ecclesiale con tecniche mondane di marketing o di adattamento sociologico al saeculum, trasformando la Sposa di Cristo in una ONG compassionevole, gradita al mondo, ma sterile di vita divina. Ricordiamoci di ciò che scriveva San Bernardo di Chiaravalle al Papa Eugenio III nel De Consideratione: «Guai a te se, per troppo occuparti delle cose esteriori, finisci per perdere te stesso[3]. Se la Chiesa perde la sua dimensione mistica, diventa sale senza sapore, destinato ad essere calpestato dagli uomini» (cfr. Mt 5,13). Inoltre, questa ansia del «fare» nasconde spesso la paura di «stare». Stare sotto la Croce, stare nel cenacolo, stare in ginocchio. La crisi delle vocazioni, la chiusura delle parrocchie, l’irrilevanza culturale non si risolvono abbassando l’asticella della dottrina per renderla più appetibile – operazione fallimentare, come dimostrano le comunità protestanti liberali ormai desertificate – ma elevando la temperatura della fede. La Chiesa è Casta Meretrix, amavano dire i Padri: casta per la presenza dello Spirito, meretrice per i peccati dei suoi figli che la prostituiscono agli idoli del momento. Ma la purificazione non avviene attraverso riforme umane, bensì attraverso il fuoco della prova e la santità dei singoli.

Non serve, dunque, una Chiesa che si agita, ma una Chiesa che arde. Serve tornare a quella priorità di Dio che Benedetto XVI instancabilmente predicò: dove Dio viene meno, l’uomo non diventa più grande, ma perde la sua dignità divina. Il rimedio alla Roma decadence non è una «Roma attivista», ma una «Roma orante». Dobbiamo avere il coraggio di essere quel «piccolo gregge» (Lc 12,32) che non teme l’inferiorità numerica, purché custodisca intatto il deposito della fede. Come lievito nella massa, la nostra efficacia non dipende dalla quantità, ma dalla qualità della nostra unione con Cristo. Pertanto, impegniamoci a non lasciarci rubare la speranza dai profeti di sventura, né dagli strateghi della pastorale creativa, torniamo al tabernacolo, alla Lectio Divina, allo studio appassionato della Verità. Solo da lì, dal cuore trafitto e glorioso del Redentore, potrà scaturire l’acqua viva capace di irrigare questo deserto occidentale. La Chiesa risorgerà, non perché noi siamo bravi organizzatori, ma perché Cristo è vivo e la morte non ha più potere su di Lui. Perché Cristo offre a tutti un atto di contemplazione profondo se lo sappiamo cogliere.

Riscoprire il Dogma contro la dittatura del sentimento. La fede che cerca la comprensione: Fides quaerens intellectum. Per non cadere in un quietismo sterile, però, dobbiamo comprendere che la contemplazione cristiana è intrinsecamente feconda e che l’amore per la Chiesa richiede un ritorno radicale ai fondamenti della nostra fede. Non esiste una carità senza verità, e non esiste una vera riforma che non parta dalla riscoperta del depositum fidei. In un mondo liquido dove la fede rischia di dissolversi in mero sentimento emotivo e la verità viene sacrificata sull’altare del consenso sociale, è urgente tornare al Simbolo della nostra fede che non è una filastrocca da recitare, ma la rotta della nostra esistenza cristiana. A tal proposito, mi sento di suggerire la lettura dell’ultimo libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo: Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In quest’opera, il Padre Ariel spiega ogni articolo del Simbolo o Credo facendone gustare la sua potenza originaria: non fredda formula, ma a una «parola da vivere». Il testo accompagna il lettore in un viaggio teologico dove la ragione, illuminata dalla fede, si inchina davanti al mistero senza abdicare, ma trovando il suo compimento. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, la fede è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina per impero della volontà mossa dalla grazia (cfr. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); per questo motivo, studiare il dogma, comprendere ciò che professiamo ogni domenica, è operazione di altissima contemplazione. Accostarsi al mistero ineffabile della Trinità, connaturarci ai misteri che professiamo, affinché l’agire diventi un riflesso del nostro essere in Cristo. L’arte sacra, la liturgia, la teologia non sono orpelli estetici, ma veicoli della Verità che salva. Se non capiamo ciò che crediamo, come potremo testimoniarlo? Se il sale perde il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via (cfr. Mt 5,13). Il libro di Padre Ariel insegna proprio questo: ridare sapore alla nostra fede, restituendo alla parola credo il senso di una perfetta aderenza alla Verità incarnata.

Viviamo in un’epoca afflitta da un’altra grave patologia spirituale che potremmo definire «fideismo sentimentale». Si è diffusa l’idea erronea che la fede sia un sentire cieco, un’emozione consolatoria sganciata dalla ragione, o peggio, che il dogma sia una gabbia che imprigiona la libertà dei figli di Dio. Nulla di più falso e pericoloso. Come frate predicatore, ribadisco con forza che la Verità (Veritas) è il nome stesso di Dio e che l’intelletto umano è stato creato proprio per cogliere questa Verità. Rifiutare lo sforzo intellettuale di comprendere il dogma significa rifiutare di usare il dono più alto che il Creatore ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. L’ignoranza colpevole delle verità di fede è il terreno di coltura ideale per ogni eresia. Quando il cattolico smette di formarsi, quando cessa di chiedersi «chi è Dio» secondo la Rivelazione e inizia a costruirsi un dio a propria misura e somiglianza, cade inevitabilmente nell’idolatria del proprio io.

Ridare senso e valore al Credo significa riscoprire la carta costituzionale della nostra vita cristiana. Ognuno dei suoi articoli non è astratta elucubrazione filosofica, poiché essi si legano al fatto cristiano, alla storia della salvezza che ha inciso sull’uomo e sul cosmo intero. Dire «Credo in un solo Dio» o «Credo la risurrezione della carne» è un atto di disobbedienza al nichilismo che porta alla disperazione e al detrimento dello spirito e della materia. La ricostruzione intellettuale di cui parlo è, in ultima analisi, un atto di amore. Non si può amare ciò che non si conosce. Se la nostra conoscenza di Cristo è imperfetta il nostro amore per Lui rimarrà infantile, fragile, incapace di reggere l’urto delle prove della vita adulta e delle seduzioni del pensiero dominante.

In questo viaggio che vi propongo impariamo a vedere la teologia non come scienza per iniziati, ma cosa fa la Chiesa quando si china sul dato rivelato e quindi di cosa essa respira e dunque viva. Lo studio, fatto in ginocchio, diventa preghiera; la comprensione del mistero trinitario diventa adorazione in Spirito e verità. Non dobbiamo temere la complessità del dogma: esso è come il sole che, pur essendo tanto luminoso per essere fissato direttamente senza ferire la vista, è l’unica fonte che ci permette di vedere chiaramente tutto il resto della realtà. Senza la luce del dogma, la liturgia diventa coreografia, la carità diventa filantropia e la speranza diventa illusione. Torniamo dunque a studiare, a leggere, a meditare. Facciamo nostra l’esortazione di San Pietro: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Ma per dare ragioni (logos) della speranza cristiana bisogna che onoriamo la ragione mentre cerchiamo di possedere le cose di Dio e in questo la teologia è un grande aiuto.

Il Pusillus Grex e la potenza della grazia. Oltre la disperazione, la speranza teologale. Concludo questo itinerario invitando ad «ottimismo cauto» che sgorga dalla virtù della speranza teologale. La decadenza della cristianità in Europa è un fatto storico, ma la storia della Salvezza non si chiude con il Venerdì Santo. La nostra identità, come ci ricordano le Scritture e la testimonianza di tanti santi, deve fondarsi sulla consapevolezza di essere «servi inutili/semplici servi» (Lc 17,10). Questa «inutilità/semplicità» non è svalutazione, ma il riconoscimento che l’attore principale della storia è Dio. Provo a spiegarmi.

La speranza cristiana è agli antipodi dell’ottimismo mondano. Questo potrebbe scaturire da una previsione statistica o semplicemente umorale secondo cui «le cose andranno meglio». la Speranza teologale, invece, è la certezza che Dio non mente e compie le sue promesse anche quando le cose, umanamente parlando, vanno di male in peggio. Abramo «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Spes contra spem, Rm 4,18), proprio quando la realtà biologica gli poneva innanzi l’impossibilità di avere un figlio. Noi oggi siamo chiamati alla stessa fede di Abramo. La decrescenza numerica dei credenti e la perdita di appeal della Chiesa non deve portarci ad un ripiegamento settario, ma alla consapevolezza che Dio, come la storia della salvezza insegna e l’idea biblica del «resto» propugna, ha sempre operato non attraverso le masse oceaniche, ma servendosi di un pusillus grex, un piccolo gregge fedele che si fa carico della totalità. Questo appare nella Scrittura e nella storia della Chiesa come una costante: alcuni pochi pregano e si offrono per la salvezza di molti.

In quest’ottica, la definizione di «servi inutili» di cui parla Gesù nel Vangelo diventa la nostra più grande liberazione. Inutile (inutilis) non significa «senza valore», ma «senza pretesa di utile», ovvero senza la pretesa di essere noi la causa efficiente della Grazia. Quando l’uomo, anche all’interno della Chiesa, dimentica questa verità, finisce per costruire torri di Babele pastorali che crollano al primo soffio di vento. La storia del XX secolo, con i suoi totalitarismi atei, ci ha mostrato l’inferno che l’uomo costruisce quando decide di fare a meno di Dio per salvare l’umanità con le proprie forze. Ma attenzione: esiste anche un totalitarismo spirituale, più sottile, che si insinua quando pensiamo che la Chiesa sia «cosa nostra», da gestire con criteri aziendali o politici. No, la Chiesa è di Cristo. E l’azione del cristiano è feconda solo quando diventa teandrica, ovvero quando la nostra libertà umana si lascia talmente compenetrare dalla Grazia divina da diventare un unico agire con Cristo. È quello che San Paolo esprimeva dicendo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa sinergia tra Dio e l’uomo è l’antidoto alla disperazione. Se l’opera fosse solo mia, avrei tutte le ragioni per disperare, vista la mia pochezza; ma se l’opera è di Dio, chi potrà fermarla? Sotto la guida del Santo Padre Leone XIV (Robert Francis Prevost), siamo chiamati a custodire questa fiammella. Non importa se le nostre cattedrali si svuotano o se i media ci deridono; ciò che conta è che quella fiamma rimanga accesa e pura. Come le mirofore il mattino di Pasqua, come Giuseppe d’Arimatea nel buio del Venerdì Santo, noi siamo i custodi di una promessa che non può fallire.

La bellezza che salva il mondo non è un’estetica di facciata, ma lo splendore della Verità (Veritatis Splendor). Può apparire scomoda, dar la sensazione di tagliare come una spada affilata, ma è l’unica capace di rendere l’uomo veramente libero. Penso sia giusto dire che non dobbiamo aver paura di andare verso il mondo e di parlare controcorrente. Come pure penso che sia importante studiare il nostro Credo per professarlo integralmente, anche se, perfino fra i presbiteri, c’è chi lo ritiene ormai obsoleto e «non ci crede» (4)[4]. Nel silenzio delle nostre stanze, nelle nostre famiglie, nelle parrocchie o nei conventi, ovunque si operi, stiamo preparando la primavera della Chiesa. Magari non la vedremo con i nostri occhi mortali, ma la stiamo costruendo nella fede e nella carità sapienziale. Tutto passa, solo Dio resta. E chi sta con Dio, ha già vinto il mondo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Croce sta ferma mentre il mondo gira. Restiamo aggrappati a questa Croce gloriosa, e saremo inamovibili nella speranza.

Santa Maria Novella, in Firenze, 29 gennaio 2026

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[1] Discorso del Cardinale Matteo Zuppi in apertura dell’81ª Assemblea Generale della CEI, Assisi, 17 novembre 2025. Il testo integrale è reperibile sul sito della Conferenza Episcopale Italiana: Qui 

[2] Sintetizzo da G. Forlai, Chiesa: riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.133-134

[3] Parafraso da questo originale testo Vae tibi, si te totumdederisillis, et nihiltuitibiipsireservaveris! (Guai a te se ti concederai tutto a loro [alle faccende amministrative] e non riserverai nulla di te a te stesso!).  In De Consideratione Libro I, Capitolo V, paragrafo 6.

 

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ROME DECADENCE. THE PASSION OF THE MYSTICAL BODY AND THE ILLUSION OF ACTIVISM

The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of its members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Dear readers of L’Isola di Patmos, I write to you in a time that many — rightly so —define as one of Rome decadence, an era in which the evaporation of Christianity, as Cardinal Matteo Maria Zuppi has also lucidly observed, is no longer a dystopian prophecy but a tangible reality. Yet, in the face of this scenario, a theologian looks upon the Church not with the worldly eyes of sociology, but with the gaze of faith, which recognises in the Mystical Body the living presence of Christ and of His Spirit.

This article arises from a dialogue on social media with my dear friend Alessandro, himself engaged in digital pastoral ministry (his website may be found here). I would like to divide our reflections into three moments.

Ecclesial kenosis: between the Holy Saturday of history and the heresy of efficiency. As Don Giuseppe Forlai writes — and the theme recurs in many reflections developed in various contexts — the Church in Europe today resembles the body of Jesus taken down from the Cross: lifeless, consumed, apparently defeated, and yet — and here lies the divine paradox — within her there persists a casket of eternal life. We should not be scandalised if the Bride of Christ appears disfigured; she is reliving the mysteries of her Bridegroom’s life, including His Passion and burial. In this ecclesial kenosis, the greatest temptation is to replace mystery with organisation, grace with bureaucracy, falling into that Pelagianism which Pope Francis and his predecessors have frequently denounced. A young Benedict of Nursia, confronted with the corruption of Rome, did not found a party nor a protest movement, but withdrew into silence in order “to dwell with himself” (habitare secum), laying the foundations of a civilisation that did not arise from a human project, but from the search for God (quaerere Deum). This contemplative silence is not muteness but prayerful listening to the Word, and it is the only adequate response to the crisis. The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of her members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit. For this reason, a serious way of reforming the ecclesial community is not frenetic activism. Cardinal Giacomo Biffi, of venerable memory, wisely recalled that a shepherd must pasture the sheep and not vice versa, and must serve the sanctification of persons. Following the teaching of Saint Paul in the Letter to the Philippians: “Work out your salvation with fear and trembling” (Phil 2:12), we must cease seeking scapegoats or structural solutions to problems that are, at their root, pneumatic and spiritual. They require time, study, and prayer.

I believe the fundamental error lies in a kind of “heresy of action” that forgets a basic principle of Scholastic theology: agere sequitur esse (action follows being). If the being of the Church is emptied of its supernatural substance, her action becomes an empty shell, a background noise that converts no one. Today we witness what might be defined as an obsession with structures, as though by modifying the organisational chart of the Curia or inventing new pastoral committees one could infuse the Holy Spirit at will. I do not say that planning or reorganisation are in themselves erroneous — on the contrary, they may be welcome. But we must remember that the Spirit blows where He wills, not where our human planning attempts to constrain Him. This efficiency-driven mentality betrays a lack of faith in the intrinsic power of Grace. We behave like the Apostles in the boat during the storm before Christ awoke: we agitate ourselves, row against the wind, cry out, forgetting that the One who commands the winds and the sea is present, though apparently asleep, at the stern.

The current condition of the Church in Europe, which we have described above as “taken down from the Cross,” leads us into the mystery of Holy Saturday. It is the day of great silence, not of desperate inactivity. On Holy Saturday, the Church does not engage in proselytism, does not organise conferences, does not draft five-year synodal plans; the Church keeps vigil beside the tomb, knowing that the stone will not be rolled away by human hands. The mortal danger of our time is the attempt to “reanimate” the ecclesial body through worldly techniques of marketing or sociological adaptation to the saeculum, transforming the Bride of Christ into a compassionate NGO, pleasing to the world yet sterile of divine life. Let us remember what Saint Bernard of Clairvaux wrote to Pope Eugene III in De Consideratione: “Woe to you if, by occupying yourself too much with external matters, you end up losing yourself”. If the Church loses her mystical dimension, she becomes salt without flavour, destined to be trampled underfoot by men (cf. Mt 5:13). Moreover, this anxiety of “doing” often conceals the fear of “being”: being beneath the Cross, being in the Upper Room, being on one’s knees. The crisis of vocations, the closure of parishes, and cultural irrelevance are not resolved by lowering the bar of doctrine in order to make it more palatable — an operation that has failed, as demonstrated by liberal Protestant communities now largely deserted — but by raising the temperature of faith. The Church is Casta Meretrix, as the Fathers used to say: chaste by the presence of the Spirit, a harlot through the sins of her children who prostitute her to the idols of the moment. Purification does not occur through human reforms, but through the fire of trial and the holiness of individuals.

What is needed, therefore, is not a Church that agitates, but a Church that burns. We must return to that primacy of God which Benedict XVI tirelessly preached: where God fades away, man does not become greater, but loses his divine dignity. The remedy for Rome decadence is not an “activist Rome,” but a “praying Rome.” We must have the courage to be that “little flock” (Lk 12:32) that does not fear numerical inferiority, provided that it preserves intact the deposit of faith. Like leaven in the dough, our effectiveness depends not on quantity, but on the quality of our union with Christ. Therefore, let us commit ourselves not to allow hope to be stolen from us — neither by prophets of doom nor by strategists of creative pastoral planning. Let us return to the tabernacle, to Lectio Divina, to the passionate study of Truth. Only from there, from the pierced and glorious heart of the Redeemer, can living water flow to irrigate this Western desert. The Church will rise again, not because we are skilful organisers, but because Christ is alive and death no longer has power over Him. Because Christ offers to all a profound act of contemplation, if we know how to receive it.

Rediscovering dogma against the dictatorship of sentiment. Faith seeking understanding: fides quaerens intellectum. In order not to fall into sterile quietism, however, we must understand that Christian contemplation is intrinsically fruitful and that love for the Church requires a radical return to the foundations of our faith. There is no charity without truth, and there is no true reform that does not begin with the rediscovery of the depositum fidei. In a liquid world where faith risks dissolving into mere emotional sentiment and truth is sacrificed on the altar of social consensus, it is urgent to return to the Symbol of our faith, which is not a nursery rhyme to be recited, but the course of our Christian existence. In this regard, I feel compelled to recommend the latest book by Father Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In this work, Father Ariel explains each article of the Symbol or Creed, allowing its original power to be tasted — not as a cold formula, but as a “word to be lived.” The text accompanies the reader on a theological journey in which reason, illumined by faith, bows before the mystery without abdicating, but rather finding its fulfilment. As Saint Thomas Aquinas taught, faith is an act of the intellect assenting to divine truth at the command of the will moved by grace (cf. Summa Theologiae, II–II, q. 2, a. 9); for this reason, studying dogma, understanding what we profess every Sunday, is an act of the highest contemplation. Approaching the ineffable mystery of the Trinity, becoming connatural to the mysteries we profess, so that our action may become a reflection of our being in Christ. Sacred art, liturgy, and theology are not aesthetic ornaments, but vehicles of the Truth that saves. If we do not understand what we believe, how can we bear witness to it? If the salt loses its flavour, it is good for nothing but to be thrown out (cf. Mt 5:13). Father Ariel’s book teaches precisely this: to restore flavour to our faith by returning to the word credo its full meaning of perfect adherence to the Incarnate Truth.

We live in an age afflicted by another grave spiritual pathology that might be described as “sentimental fideism.” The erroneous idea has spread that faith is a blind feeling, a consolatory emotion detached from reason, or worse, that dogma is a cage imprisoning the freedom of the children of God. Nothing could be more false or more dangerous. As a preaching friar, I reaffirm with force that Truth (Veritas) is the very name of God, and that the human intellect was created precisely to grasp this Truth. To refuse the intellectual effort to understand dogma is to refuse to use the highest gift the Creator has bestowed upon us in His image and likeness. Culpable ignorance of the truths of faith is the ideal breeding ground for every heresy. When a Catholic ceases to be formed, when he stops asking “who God is” according to Revelation and begins to fashion a god in his own image and likeness, he inevitably falls into the idolatry of the self.

To restore meaning and value to the Creed means rediscovering the constitutional charter of our Christian life. Each of its articles is not an abstract philosophical speculation, but is bound to the Christian event, to the history of salvation that has marked man and the entire cosmos. To say “I believe in one God” or “I believe in the resurrection of the flesh” is an act of disobedience to the nihilism that leads to despair and to the degradation of spirit and matter. The intellectual reconstruction of which I speak is, ultimately, an act of love. One cannot love what one does not know. If our knowledge of Christ is imperfect, our love for Him will remain infantile, fragile, incapable of withstanding the impact of adult life’s trials and the seductions of dominant thought.

In the journey I propose, we learn to see theology not as a science for initiates, but as what the Church does when she bends over the revealed datum — and thus what she breathes and lives by. Study, when done on one’s knees, becomes prayer; understanding the Trinitarian mystery becomes adoration in Spirit and truth. We must not fear the complexity of dogma: it is like the sun, which, though too luminous to be stared at directly without harming one’s sight, is the only source that allows us to see all the rest of reality clearly. Without the light of dogma, liturgy becomes choreography, charity becomes philanthropy, and hope becomes illusion. Let us therefore return to study, to reading, to meditation. Let us make our own Saint Peter’s exhortation: “Always be ready to give an answer to anyone who asks you for a reason for the hope that is in you” (1 Pet 3:15). But in order to give reasons (logos) for Christian hope, we must honour reason as we seek to possess the things of God—and in this, theology is a great aid.

The pusillus grex and the power of grace. Beyond despair, theological hope. I conclude this itinerary by inviting to a “cautious optimism” that flows from the theological virtue of hope. The decline of Christianity in Europe is a historical fact, but the history of Salvation does not end with Good Friday. Our identity, as Scripture and the testimony of so many saints remind us, must be founded on the awareness of being “unworthy servants / simple servants” (Lk 17:10). This “uselessness / simplicity” is not devaluation, but the recognition that God is the principal actor in history. Let me explain.

Christian hope stands at the opposite pole of worldly optimism. The latter may arise from statistical forecasts or from a merely emotional expectation that “things will get better.” Theological Hope, by contrast, is the certainty that God does not lie and fulfils His promises even when, humanly speaking, things go from bad to worse. Abraham “believed, hoping against hope” (spes contra spem, Rom 4:18), precisely when biological reality placed before him the impossibility of having a child. We are called today to the same faith as Abraham. The numerical decline of believers and the loss of the Church’s cultural appeal must not lead us into sectarian withdrawal, but into the awareness that God, as salvation history teaches and as the biblical notion of the “remnant” proclaims, has always acted not through vast masses, but by means of a pusillus grex, a small faithful flock that bears responsibility for the whole. This appears in Scripture and in Church history as a constant: a few pray and offer themselves for the salvation of many.

In this perspective, the definition of “unworthy servants” spoken by Jesus in the Gospel becomes our greatest liberation. Useless (inutilis) does not mean “without value,” but “without claim to usefulness,” that is, without the presumption of being ourselves the efficient cause of Grace. When man, even within the Church, forgets this truth, he ends up constructing pastoral Towers of Babel that collapse at the first breath of wind. The history of the twentieth century, with its atheistic totalitarianisms, has shown us the hell that man constructs when he decides to do without God in order to save humanity by his own strength. But let us be careful: there also exists a more subtle spiritual totalitarianism, which insinuates itself when we think the Church is “ours,” to be managed according to corporate or political criteria. No — the Church belongs to Christ. And Christian action is fruitful only when it becomes theandric, that is, when our human freedom allows itself to be so penetrated by divine Grace as to become a single action with Christ. This is what Saint Paul expressed when he said: “It is no longer I who live, but Christ who lives in me” (Gal 2:20). This synergy between God and man is the antidote to despair. If the work were only mine, I would have every reason to despair, given my poverty; but if the work is God’s, who can stop it? Under the guidance of the Holy Father Leo XIV (Robert Francis Prevost), we are called to guard this little flame. It does not matter if our cathedrals empty or if the media mock us; what matters is that the flame remain lit and pure. Like the myrrh-bearing women on Easter morning, like Joseph of Arimathea in the darkness of Good Friday, we are the custodians of a promise that cannot fail.

The beauty that saves the world is not a superficial aesthetic, but the splendour of Truth (Veritatis Splendor). It may appear uncomfortable, may feel like the cut of a sharp sword, but it alone is capable of making man truly free. I believe it is right to say that we must not be afraid to go out into the world and to speak against the current. I also believe it is important to study our Creed in order to profess it in its entirety, even though, tragically, even among presbyters there are those who consider it obsolete and “do not believe in it”. In the silence of our rooms, in our families, in parishes or convents — wherever one may labour— we are preparing the springtime of the Church. We may not see it with our mortal eyes, but we are building it in faith and in sapiential charity. Everything passes; only God remains. And whoever abides in God has already overcome the world. Stat Crux dum volvitur orbis: the Cross stands firm while the world turns. Let us remain clinging to this glorious Cross, and we shall be immovable in hope.

Santa Maria Novella, Florence, 26 January 2026

 

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ROMA DECADENCE. LA PASIÓN DEL CUERPO MÍSTICO Y LA ILUSIÓN DEL ACTIVISMO

El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo.

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Queridos lectores de L’Isola di Patmos, os escribo en un tiempo que muchos, no sin razón, definen como de Roma decadence, una época en la que la evaporación del cristianismo, como ha observado lúcidamente también el cardenal Matteo Maria Zuppi, ya no es una profecía distópica, sino una realidad tangible. Sin embargo, ante este escenario, un teólogo mira a la Iglesia no con los ojos mundanos de la sociología, sino con la mirada de la fe, que reconoce en el Cuerpo Místico la presencia viva de Cristo y de su Espíritu.

Este artículo mío nace del diálogo en las redes sociales con el querido Alessandro, también él operador de la pastoral digital (aquí). Quisiera dividir nuestras reflexiones en tres momentos.

La kénosis eclesial: entre el Sábado Santo de la historia y la herejía de la eficiencia. Como escribe don Giuseppe Forlai — y el tema reaparece en numerosas reflexiones desarrolladas en distintos ámbitos —, la Iglesia en Europa se asemeja hoy al cuerpo de Jesús bajado de la Cruz: exánime, consumido, aparentemente derrotado, y sin embargo — y aquí reside la paradoja divina — en ella persiste un cofre de vida eterna. No debemos escandalizarnos si la Esposa de Cristo aparece desfigurada; ella está reviviendo los misterios de la vida de su Esposo, incluida la pasión y la sepultura. En esta kénosis eclesial, la tentación mayor es sustituir el misterio por la organización, la gracia por la burocracia, cayendo en aquel pelagianismo que el papa Francisco y sus predecesores han denunciado repetidamente. Un joven san Benito de Nursia, ante la corrupción de Roma, no fundó un partido ni un movimiento de protesta, sino que se retiró al silencio para «habitar consigo mismo» (habitare secum), sentando las bases de una civilización que no nacía de un proyecto humano, sino de la búsqueda de Dios (quaerere Deum). Este silencio contemplativo no es mutismo, sino escucha orante de la Palabra, y es la única respuesta adecuada a la crisis. El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo. Por ello, una forma seria de reformar la comunidad eclesial no es el activismo frenético. Ya el cardenal Giacomo Biffi, de venerada memoria, recordaba sabiamente que un pastor debe apacentar a las ovejas y no al revés, y servir a la santificación de las personas. Siguiendo la enseñanza de san Pablo en la Carta a los Filipenses: «Trabajad por vuestra salvación con temor y temblor» (Flp 2,12), debemos dejar de buscar chivos expiatorios o soluciones estructurales a problemas que son, en su raíz, pneumáticos y espirituales. Requieren tiempo, estudio y oración.

El error fundamental, pienso, reside en una especie de «herejía de la acción» que olvida un principio básico de la Escolástica: agere sequitur esse (el obrar sigue al ser). Si el ser de la Iglesia se vacía de su sustancia sobrenatural, su obrar se convierte en una cáscara vacía, un ruido de fondo que no convierte a nadie. Hoy asistimos a lo que podríamos definir como una obsesión por las estructuras, como si modificando el organigrama de la Curia o inventando nuevos comités pastorales se pudiera infundir el Espíritu Santo a voluntad. No digo que la programación o la reorganización sean en sí mismas erróneas; al contrario, pueden ser bienvenidas. Pero recordemos que el Espíritu sopla donde quiere, no donde lo fuerzan nuestras planificaciones humanas. Esta mentalidad eficientista delata una falta de fe en la potencia intrínseca de la Gracia. Nos comportamos como los Apóstoles en la barca durante la tempestad antes de que Cristo se despertara: nos agitamos, remamos contra el viento, gritamos, olvidando que Aquel que manda a los vientos y al mar está presente, aunque aparentemente dormido, en la popa.

La condición actual de la Iglesia en Europa, que más arriba hemos definido como «bajada de la Cruz», nos remite al misterio del Sábado Santo. Es el día del gran silencio, no de la inactividad desesperada. En el Sábado Santo, la Iglesia no hace proselitismo, no organiza congresos, no elabora planes sinodales quinquenales; la Iglesia vela junto al sepulcro, sabiendo que esa piedra no será removida por manos humanas. El peligro mortal de nuestro tiempo es querer «reanimar» el cuerpo eclesial con técnicas mundanas de marketing o de adaptación sociológica al saeculum, transformando a la Esposa de Cristo en una ONG compasiva, agradable al mundo, pero estéril de vida divina. Recordemos lo que escribía san Bernardo de Claraval al papa Eugenio III en el De Consideratione: «¡Ay de ti si, por ocuparte demasiado de las cosas exteriores, terminas perdiéndote a ti mismo!». Si la Iglesia pierde su dimensión mística, se convierte en sal sin sabor, destinada a ser pisoteada por los hombres (cf. Mt 5,13). Además, esta ansiedad del «hacer» esconde a menudo el miedo a «estar»: estar bajo la Cruz, estar en el cenáculo, estar de rodillas. La crisis de las vocaciones, el cierre de parroquias, la irrelevancia cultural no se resuelven bajando el listón de la doctrina para hacerla más atractiva — una operación fallida, como lo demuestran las comunidades protestantes liberales hoy prácticamente desertificadas —, sino elevando la temperatura de la fe. La Iglesia es Casta Meretrix, decían los Padres: casta por la presencia del Espíritu, meretriz por los pecados de sus hijos que la prostituyen a los ídolos del momento. Pero la purificación no se produce mediante reformas humanas, sino a través del fuego de la prueba y la santidad de los individuos.

No hace falta, pues, una Iglesia que se agite, sino una Iglesia que arda. Es necesario volver a aquella primacía de Dios que Benedicto XVI predicó incansablemente: donde Dios desaparece, el hombre no se hace más grande, sino que pierde su dignidad divina. El remedio a la Roma decadence no es una «Roma activista», sino una «Roma orante». Debemos tener el valor de ser aquel «pequeño rebaño» (Lc 12,32) que no teme la inferioridad numérica, con tal de custodiar intacto el depósito de la fe. Como la levadura en la masa, nuestra eficacia no depende de la cantidad, sino de la calidad de nuestra unión con Cristo. Por tanto, comprometámonos a no dejar que nos roben la esperanza ni los profetas de calamidades ni los estrategas de la pastoral creativa; volvamos al sagrario, a la Lectio Divina, al estudio apasionado de la Verdad. Solo de allí, del corazón traspasado y glorioso del Redentor, podrá brotar el agua viva capaz de regar este desierto occidental. La Iglesia resucitará, no porque seamos hábiles organizadores, sino porque Cristo está vivo y la muerte ya no tiene poder sobre Él. Porque Cristo ofrece a todos un acto profundo de contemplación, si sabemos acogerlo.

Redescubrir el Dogma contra la dictadura del sentimiento. La fe que busca la comprensión: fides quaerens intellectum. Para no caer en un quietismo estéril, debemos comprender que la contemplación cristiana es intrínsecamente fecunda y que el amor a la Iglesia exige un retorno radical a los fundamentos de nuestra fe. No existe caridad sin verdad, ni existe una verdadera reforma que no parta del redescubrimiento del depositum fidei. En un mundo líquido donde la fe corre el riesgo de disolverse en mero sentimiento emotivo y la verdad es sacrificada en el altar del consenso social, es urgente volver al Símbolo de nuestra fe, que no es una cantinela que recitar, sino la ruta de nuestra existencia cristiana. A este propósito, me permito sugerir la lectura del último libro del padre Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. En esta obra, el padre Ariel explica cada artículo del Símbolo o Credo, permitiendo saborear su potencia originaria: no una fórmula fría, sino una «palabra para vivir». El texto acompaña al lector en un viaje teológico en el que la razón, iluminada por la fe, se inclina ante el misterio sin abdicar, encontrando en él su cumplimiento. Como enseñaba santo Tomás de Aquino, la fe es un acto del entendimiento que asiente a la verdad divina por mandato de la voluntad movida por la gracia (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); por ello, estudiar el dogma, comprender lo que profesamos cada domingo, es una operación de altísima contemplación. Acercarse al misterio inefable de la Trinidad, connaturalizarnos con los misterios que profesamos, para que el obrar se convierta en reflejo de nuestro ser en Cristo. El arte sacro, la liturgia, la teología no son adornos estéticos, sino vehículos de la Verdad que salva. Si no comprendemos lo que creemos, ¿cómo podremos dar testimonio de ello? Si la sal pierde su sabor, no sirve para nada más que para ser arrojada fuera (cf. Mt 5,13). El libro del padre Ariel enseña precisamente esto: devolver sabor a nuestra fe, restituyendo a la palabra credo el sentido de una adhesión perfecta a la Verdad encarnada.

Vivimos en una época afectada por otra grave patología espiritual que podríamos definir como «fideísmo sentimental». Se ha difundido la idea errónea de que la fe es un sentir ciego, una emoción consoladora desvinculada de la razón, o peor aún, que el dogma es una jaula que aprisiona la libertad de los hijos de Dios. Nada más falso y peligroso. Como fraile predicador, reafirmo con fuerza que la Verdad (Veritas) es el nombre mismo de Dios y que el intelecto humano ha sido creado precisamente para captar esta Verdad. Rechazar el esfuerzo intelectual por comprender el dogma significa rechazar el uso del don más alto que el Creador nos ha concedido a su imagen y semejanza. La ignorancia culpable de las verdades de la fe es el terreno de cultivo ideal para toda herejía. Cuando el católico deja de formarse, cuando deja de preguntarse «quién es Dios» según la Revelación y comienza a construirse un dios a su propia imagen y semejanza, cae inevitablemente en la idolatría del propio yo.

Devolver sentido y valor al Credo significa redescubrir la carta constitucional de nuestra vida cristiana. Cada uno de sus artículos no es una elucubración filosófica abstracta, pues se vinculan al hecho cristiano, a la historia de la salvación que ha incidido en el hombre y en el cosmos entero. Decir «Creo en un solo Dios» o «Creo en la resurrección de la carne» es un acto de desobediencia al nihilismo que conduce a la desesperación y al deterioro del espíritu y de la materia. La reconstrucción intelectual de la que hablo es, en última instancia, un acto de amor. No se puede amar lo que no se conoce. Si nuestro conocimiento de Cristo es imperfecto, nuestro amor por Él permanecerá infantil, frágil, incapaz de resistir el choque de las pruebas de la vida adulta y las seducciones del pensamiento dominante.

En este camino que os propongo aprendemos a ver la teología no como una ciencia para iniciados, sino como lo que hace la Iglesia cuando se inclina sobre el dato revelado y, por tanto, aquello de lo que ella respira y vive. El estudio, realizado de rodillas, se convierte en oración; la comprensión del misterio trinitario se transforma en adoración en Espíritu y verdad. No debemos temer la complejidad del dogma: es como el sol que, aun siendo demasiado luminoso para ser fijado directamente sin dañar la vista, es la única fuente que nos permite ver con claridad todo lo demás. Sin la luz del dogma, la liturgia se convierte en coreografía, la caridad en filantropía y la esperanza en ilusión. Volvamos, pues, a estudiar, a leer, a meditar. Hagamos nuestra la exhortación de san Pedro: «Estad siempre dispuestos a dar razón de la esperanza que hay en vosotros» (1 Pe 3,15). Pero para dar razones (logos) de la esperanza cristiana es necesario honrar la razón mientras buscamos poseer las cosas de Dios, y en ello la teología es una gran ayuda.

El pusillus grex y la potencia de la gracia. Más allá de la desesperación, la esperanza teologal. Concluyo este itinerario invitando a un «optimismo cauteloso» que brota de la virtud teologal de la esperanza. La decadencia de la cristiandad en Europa es un hecho histórico, pero la historia de la Salvación no se cierra con el Viernes Santo. Nuestra identidad, como nos recuerdan las Escrituras y el testimonio de tantos santos, debe fundarse en la conciencia de ser «siervos inútiles / simples siervos» (Lc 17,10). Esta «inutilidad / simplicidad» no es desvalorización, sino el reconocimiento de que el actor principal de la historia es Dios. Intento explicarme.

La esperanza cristiana se sitúa en las antípodas del optimismo mundano. Este puede surgir de una previsión estadística o de una expectativa meramente emocional según la cual «las cosas irán mejor». La Esperanza teologal, en cambio, es la certeza de que Dios no miente y cumple sus promesas incluso cuando, humanamente hablando, las cosas van de mal en peor. Abrahán «creyó esperando contra toda esperanza» (spes contra spem, Rom 4,18), precisamente cuando la realidad biológica le ponía delante la imposibilidad de tener un hijo. Hoy estamos llamados a la misma fe de Abrahán. La disminución numérica de los creyentes y la pérdida de atractivo de la Iglesia no deben llevarnos a un repliegue sectario, sino a la conciencia de que Dios, como enseña la historia de la salvación y como proclama la idea bíblica del «resto», siempre ha actuado no a través de masas oceánicas, sino sirviéndose de un pusillus grex, un pequeño rebaño fiel que se hace cargo de la totalidad. Esto aparece en la Escritura y en la historia de la Iglesia como una constante: unos pocos oran y se ofrecen por la salvación de muchos.

En esta perspectiva, la definición de «siervos inútiles» de la que habla Jesús en el Evangelio se convierte en nuestra mayor liberación. Inútil (inutilis) no significa «sin valor», sino «sin pretensión de utilidad», es decir, sin la pretensión de ser nosotros la causa eficiente de la Gracia. Cuando el hombre, incluso dentro de la Iglesia, olvida esta verdad, acaba construyendo torres de Babel pastorales que se derrumban al primer soplo de viento. La historia del siglo XX, con sus totalitarismos ateos, nos ha mostrado el infierno que el hombre construye cuando decide prescindir de Dios para salvar a la humanidad con sus propias fuerzas. Pero atención: existe también un totalitarismo espiritual, más sutil, que se insinúa cuando pensamos que la Iglesia es «cosa nuestra», que debe gestionarse con criterios empresariales o políticos. No: la Iglesia es de Cristo. Y la acción del cristiano es fecunda solo cuando se vuelve teándrica, es decir, cuando nuestra libertad humana se deja penetrar tan profundamente por la Gracia divina que se convierte en un único obrar con Cristo. Es lo que san Pablo expresaba diciendo: «Ya no soy yo quien vive, sino que Cristo vive en mí» (Gal 2,20). Esta sinergia entre Dios y el hombre es el antídoto contra la desesperación. Si la obra fuera solo mía, tendría todas las razones para desesperar, dada mi pequeñez; pero si la obra es de Dios, ¿quién podrá detenerla? Bajo la guía del Santo Padre León XIV (Robert Francis Prevost), estamos llamados a custodiar esta pequeña llama. No importa si nuestras catedrales se vacían o si los medios nos ridiculizan; lo que importa es que esa llama permanezca encendida y pura. Como las miróforas en la mañana de Pascua, como José de Arimatea en la oscuridad del Viernes Santo, somos custodios de una promesa que no puede fallar.

La belleza que salva al mundo no es una estética de fachada, sino el esplendor de la Verdad (Veritatis Splendor). Puede parecer incómoda, dar la sensación de cortar como una espada afilada, pero es la única capaz de hacer al hombre verdaderamente libre. Creo justo decir que no debemos tener miedo de ir hacia el mundo y de hablar a contracorriente. Creo también que es importante estudiar nuestro Credo para profesarlo íntegramente, aunque, trágicamente, incluso entre los presbíteros haya quien lo considere ya obsoleto y «no crea en él». En el silencio de nuestras habitaciones, en nuestras familias, en las parroquias o en los conventos, dondequiera que se trabaje, estamos preparando la primavera de la Iglesia. Tal vez no la veamos con nuestros ojos mortales, pero la estamos construyendo en la fe y en la caridad sapiencial. Todo pasa, solo Dios permanece. Y quien permanece en Dios ya ha vencido al mundo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Cruz permanece firme mientras el mundo gira. Permanezcamos aferrados a esta Cruz gloriosa, y seremos inamovibles en la esperanza.

Santa Maria Novella, Florencia, a 29 de enero 2026

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