A patologia defensiva do "somos só nós" e a medicina curativa do Santo Evangelho

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

LA PATOLOGIA DIFENSIVA DEL «SIAMO SOLO NOI» E LA MEDICINA CURATIVA DEL SANTO VANGELO

La patologia del “siamo solo noi” non è comparsa adesso ai nostri giorni, porque já jesus, narra o Evangelho de Lucas, ele foi forçado a repreender dois apóstolos, James e John, aquele, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

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La patologia del «siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, porque já jesus, narra o Evangelho de Lucas, ele foi forçado a repreender dois apóstolos, James e John, aquele, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme.

Vasco Rossi in occasione della presentazione del film concerto Tutto in una notte, Live Kom 015′ Em milão, 14 Março 2015. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

«Siamo solo noi» ripeteva Vasco Rossi in una sua vecchia hit [cf.. WHO] dove vi elencava situazioni nelle quali potevano riconoscersi quei suoi fãs che condividevano i malesseri di una generazione di qualche tempo fa. Anche nella Chiesa, scossa dalle vicissitudini del mondo moderno, si è diffuso un certo qual malessere che potremmo definire del «Siamo solo noi». Esso compare tutte quelle volte che persone o gruppi di opinione manifestano scontento e lamentela, con la conseguenza di sentirsi come attaccati o assediati e perciò arroccati in posizione di difesa o in quella di appartenere alla sola elite capace di durare e comprendere ciò che convulsamente sta accadendo.

La patologia del «Siamo solo noi» non è comparsa adesso ai nostri giorni, porque já jesus, narra o Evangelho de Lucas, ele foi forçado a repreender dois apóstolos, James e John, aquele, siccome il gruppo non era stato accolto dai samaritani, volevano invocare dal cielo fuoco e fiamme[1].

Per guarire da questa condizione il Vangelo di questa domenica ci offre un farmaco che dal nome sembra proprio una medicina: la makrothimia (μακροθυμῖα), cioè la pazienza. È un termine che in verità non c’è nel brano evangelico proclamato oggi, ma ne esprime il senso. encontramos, em vez de, nella seconda lettera di Pietro dove l’apostolo afferma:

«Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è paziente ― μακροθυμεῖ makrothimei ― con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» [2PT 3, 9].

Questo per indicare che già nella primissima generazione cristiana c’era il desiderio di forzare i tempi e di mettersi al posto di Colui per il quale «[...] un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno» [2PT 3, 8]. Ma ecco la pagina evangelica di questa sedicesima domenica por um ano (MT 13, 24-43):

Durante esse tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, provérbio: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Mãe, enquanto todos dormiam, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Homem, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. E ele lhes respondeu: “Un nemico ha fatto questo!”. E os servos: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. "Não, Ele respondeu, porque quando você, raccogliendo la zizzania, com isso também arrancar o trigo. Deixe-os crescer juntos até a colheita, e no momento da colheita, direi aos ceifeiros: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, provérbio: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». E ele respondeu: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, onde haverá choro e ranger de dentes. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Come già ho cercato di spiegare [cf.. mia precedente omelia]. Gesù amava parlare in parabole presentando realtà immediatamente comprensibili tratte dal mondo contadino o casalingo come in questa domenica. Contestualmente, usando metafore, metteva in scena situazioni paradossali affinché la stessa realtà potesse esser vista diversamente da come la si percepisce abitualmente. Essa viene da Lui rimodellata non solo al fine di presentare una nuova etica, ma soprattutto per raccontare cos’è il regno di Dio, realtà che sfugge a qualsiasi appropriazione o catalogazione. È il mondo di Dio che Gesù rivela e vive e che continuamente spiazza.

La prima parabola del buon grano e della zizzania[2] si differenzia da quella del seminatore ascoltata domenica scorsa perché mentre lì si trattava di semina e ricezione del terreno, qui si descrive insieme alla semina (v. 24), anche la crescita del seme, la sua fruttificazione (v. 26) e la mietitura (v. 30). Tuttavia i lettori a differenza dei servi del padrone sono avvertiti subito che qualcuno, approfittando dell’oscurità della notte, ha seminato zizzania nello stesso campo. La scoperta della zizzania, operata dai servi, porta questi ultimi a esprimere il loro stupore e il loro sconcerto al seminatore (v. 27). Nelle loro parole si può forse cogliere anche una punta di sospetto o un dubbio sulla semina, e dunque sul padrone stesso. Ma la risposta del seminatore mostra che la presenza della zizzania in mezzo al grano non è per niente sorprendente, non deve stupire o far gridare allo scandalo. E così anche la reazione del lettore viene orientata non tanto a interrogarsi sull’origine della zizzania, ma sul come comportarsi constatandone la presenza. Lo spiazzamento del lettore, come dei servi, avviene lì. Non sradicate la zizzania, che tra l’altro è anche simile al grano, ma lasciate che le due piante crescano insieme: si rischierebbe infatti di strappare anche quelle di grano. La zizzania andrà certamente separata dal grano, ma a suo tempo. Non ora. Ora è il tempo della pazienza. La pazienza è forza nei confronti di se stessi, è capacità di astenersi dall’intervenire dominando l’istinto che porterebbe immediatamente a “far pulizia”. Ma questo non è l’agire di Dio. Dio è paziente e longanime.

Quante volte gli uomini si sono interrogati sulla presenza del male nella storia umana o nella stessa singola vita di ognuno di noi. Perché se seminiamo il bene talvolta ci vengono restituite cattiverie? Chi è questo operatore notturno che come nemico geloso dei buoni frutti della vita fa in modo che nascano tante situazioni nelle quali inciampiamo come su erbacce indesiderate?

Anche nella comunità cristiana può esistere questa commistione fra buono e cattivo, fra giusti e ingiusti come fu già nella piccola comunità di quelli che seguivano Gesù: qualcuno lo tradì, un altro lo rinnegò e alcuni pavidi se la dettero a gambe levate.

Però il Figlio dell’Uomo, Jesus, insegna ai suoi ad avere pazienza comportandosi come figli del Regno finché non verrà il giudizio che liquefarà ogni scandalo e bruttura. Scomparso il fumo delle opere dell’avversario ridotte a nulla, finalmente splenderà solo la luce del giorno senza tramonto[3].

Ma fino ad allora siamo nel tempo della crescita del Regno di Dio la quale può incontrare mille ostacoli e difficoltà. Ecco allora perché è importante imparare la pazienza di Dio stupendamente raffigurata dal libro della Sapienza nella prima lettura di questa Liturgia della Parola:

«[...] Il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, Por que, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento» [Seiva 12, 19-20].

La comunità dei credenti, a Igreja, è il luogo dove si fa esperienza di questa indulgenza divina ed essa, a sua volta, la testimonia al mondo. Come è espresso in queste belle parole del Concilio:

«La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Entretanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria».[4]

Nelle parole del Concilio viene detto esplicitamente che la Chiesa non è il Regno di Dio, ma vi anela mentre cammina nel tempo. Poiché essa stessa è composta di santi e peccatori bisognosi della pazienza e della misericordia divine. Mentre una pianta spunta per rimanere sé stessa, o grano buono o zizzania, le persone possono cambiare, tornare indietro, cadere e pure pentirsi. Una miriade di santi è lì a testimoniarlo e lo stesso apostolo Paolo più volte lo ricorda nelle sue lettere. Nella seconda lettura di questa Liturgia si spinge ad affermare che neanche «sappiamo come pregare in modo conveniente» se non intervenisse lo Spirito di Dio a intercedere per i santi. Questo ci mette al riparo dal sentirci non solo già arrivati, ma anche migliori di altri, i soli puri e santi desiderosi di estirpare già da ora quanti secondo noi sono simbolicamente zizzania.

Nelle altre due parabole che seguono quella del grano e della zizzania Gesù parla del Regno come fosse un seme che da piccolissime e umili origini inaspettatamente diventa un albero capace di accogliere vita nuova, simboleggiata dai nidi che vengono costruiti fra i suoi rami. Un’esperienza che la Chiesa che si rifaceva alla tradizione del Vangelo di Matteo già sperimentava, perché composta di persone provenienti sia dal giudaismo che dal paganesimo. Oppure ne parla come del lievito che fa crescere una gran quantità di farina. Tre misure sono quaranta chilogrammi! La Chiesa gioisce nel vedere questa opera divina e ne prova meraviglia. Allo stesso modo di Sara alla quale Abramo chiese di impastare la stessa quantità di farina per accogliere il Signore presso la quercia di Mamre[5]. Por esta razão, a Igreja, come a suo tempo Abramo e Sara, è chiamata alla fede nelle opere di Dio. Poco più oltre, na verdade, nel Vangelo di Matteo Gesù dirà:

«Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spostati da qui a làed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» [MT 17, 20].

Possiamo a questo punto capire che il Regno che Gesù amava declinare in parabole è una realtà divina che sempre ci trascende. Una riserva di grazia, per usare parole di una teologia più matura, che ci insegna ad avere pazienza verso i peccatori, misericordia e fede in Dio fino al compimento del tempo quando opererà il giudizio escatologico.

In questa direzione vanno anche le due preghiere di colletta che possono usarsi in questa Liturgia. La prima più antica recita:

«Sii propizio a noi tuoi fedeli, Ó Senhor, e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia”.

La seconda più nuova ci fa pregare così:

«Ci sostengano sempre, ou Pai, la forza e la pazienza del tuo amore, perché la tua parola, seme e lievito del regno, fruttifichi in noi e ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova».

bom domingo a todos.

do eremitério, 23 julho 2023

 

NOTA

[1] «…Entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “homem, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò». (LC 9, 51-55)

[2] Pianta graminacea (Lolium temulentum), che infesta i campi di cereali.

[3] «Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli». (Ap 22, 5)

[4] A luz, 5.

[5] «Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce» (Geração 18,6).

 

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San Giovanni all'Orfento. Abruzzo, montanha Maiella, era uma ermida habitada por Pietro da Morrone, chamado 1294 à Cátedra de Pedro à qual ascendeu com o nome de Celestino V (29 agosto – 13 dezembro 1294).

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