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Ce cancer qu'aucun chirurgien n'a jamais enlevé et les métastases de l'homosexualité au sein du clergé – Le cancer qu'aucun chirurgien n'a enlevé et les métastases de l'homosexualité au sein du clergé – Le cancer qu'aucun chirurgien n'a enlevé et les métastases de l'homosexualité au sein du clergé

22 octobre 2026/dans Actualité/par père ariel

italien, Anglais, espagnol

 

QUEL CANCRO CHE NESSUN CHIRURGO HA ASPORTATO E LE METASTASI DELL’OMOSESSUALISMO ALL’INTERNO DEL CLERO

Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, se leurrant en pensant qu'ils peuvent parler et écrire de manière sérieuse et crédible sur la crise du clergé et de la formation des prêtres, è come parlare di «preti su Marte».

- Nouvelles de l'Église -

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Auteur

Auteur
Ariel S. Levi Gualdo

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Article au format PDF imprimable – format d'impression de l'article – article en format imprimé

 

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In giro per i réseau social si stanno moltiplicando personaggi che parlano con disinvoltura di crisi del clero, per poi entrare a gamba tesa in una sfera di tale delicatezza che — come più volte ribadito su queste colonne — farebbe tremare vescovi e presbiteri con diversi decenni di esperienza nella cura spirituale del clero, in particolare di quanti versano in situazioni di sconforto, soggetti a fragilità o a vere e proprie sindro­mi depressive. Ciò di cui pochi parlano — e qui si inserisce l’elemento di quella paura dei preti verso altri preti che giunge a mutarsi talora in terrore — è il problema dell’omosessualità sempre più diffusa nel clero e, ce qui est pire, di una vera e propria cultura omosessualista che sta prendendo campo attraverso quello che — sempre su queste colonne — è stato più volte indicato come il cavallo di Troia arcobalenato. Questa cultura, che gli appartenenti a una numerosa «confraternita» cercano di imporre da anni all’interno della Chiesa, è la massa tumorale che purtroppo, jusqu'à aujourd'hui, nessun chirurgo è riuscito ad asportare. Donc, parlare di crisi del clero e della sua formazione senza affrontare le metastasi di questo cancro, come fanno quei personaggi, è pura retorica, a volte persino mirata a sviare l’attenzione da un problema tutt’altro che marginale: se ne descrivono con dovizia i sintomi — la paura del giudizio, le confidenze tradite, il confratello percepito come avversario — senza mai nominare la malattia, ossia un clero che appare sempre più omosessualizzato.

Qual è l’oggetto di questa analisi? Non gli omosessuali, sulle cui libere scelte di vita nessuno ha il diritto di sindacare, ma gli aspiranti al sacerdozio o i sacerdoti omosessuali sui quali invece è del tutto lecito sindacare, talora persino doveroso, perché — come più volte spiegato in diversi miei articoli a tema — non possono essere liberamente se stessi. E un prete deve poter essere sempre se stesso, in modo aperto e libero, non certo vivere una vita di finzione e doppiezza, in seno alla quale il disordine sessuale, se presente, è destinato a moltiplicarsi alla massima potenza, in un clima di nascondimento e di repressione.

je. Dalla trasgressione alla sospensione della coscienza

I peccati contro il VI comandamento non costituiscono una novità nella storia della Chiesa: hanno attraversato i secoli, come attestano con crudezza testi antichi e autorevoli, tra i quali il Le Livre de Gomorrhe che san Pier Damiani indirizzò intorno al 1049 al Sommo Pontefice Leone IX. Quel testo rimane una testimonianza inequivocabile non soltanto del vizio, ma anche della rete di complicità che già allora lo proteggeva: chierici che si confessavano gli uni agli altri per assolversi a vicenda senza che nulla trapelasse, superiori inclini a coprire e a minimizzare, colpevoli mantenuti nei sacri ordini. Il futuro Dottore della Chiesa chiedeva che fossero deposti e che non venissero più ammessi al ministero. La presenza del peccato, anche grave e diffuso, o persino di una complicità organizzata per occultarlo, non rappresenta dunque l’elemento distintivo della crisi attuale, né consente di parlare, par lui-même, di una decadenza senza precedenti.

I chierici denunciati da Pier Damiani si nascondevano perché sapevano di essere nel peccato: la loro complicità era la difesa di una colpa riconosciuta come tale. Ciò che rende la situazione contemporanea radicalmente diversa, per molti aspetti inedita nella storia ecclesiale, è il superamento di una soglia di non ritorno, oltre la quale viene meno la stessa capacità di riconoscere il bene e il male e di percepire il pericolo. In epoche precedenti, anche nei momenti di maggiore corruzione, il peccato era vissuto come tale, vale a dire come caduta, come debolezza, come infedeltà consapevole. Conscience, pur ferita, restava operante; il soggetto sapeva di sbagliare, talvolta si giustificava, talvolta si nascondeva, ma non poteva cancellare del tutto il giudizio interiore che qualificava l’atto come disordinato. Nella situazione attuale, au lieu, si assiste a un passaggio qualitativo ben più grave: la sospensione e, Dans de nombreux cas, l’annientamento della coscienza morale, accompagnati da una cultura che non si limita a nascondere il disordine, ma pretende di legittimarlo e di imporlo come un bene. Il comportamento non è più percepito come trasgressione di un bene riconosciuto, ma come modalità normale e indiscussa dell’agire. Il giudizio morale non viene rimosso per conflitto o per debolezza, ma perché non è più considerato pertinente. L’azione si colloca, per riprendere il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche divenuto drammaticamente attuale, au delà du bien et du mal, non come scelta tragica e consapevole, ma come condizione ordinaria dell’esistenza.

Questa mutazione antropologica ha delle conseguenze profonde sul piano ecclesiale. Là dove il peccato è vissuto come caduta, resta aperta la possibilità della conversione; là dov’è vissuto come normalità priva di giudizio, la conversione non è semplicemente rifiutata, ma diventa impensabile. Non vi è conflitto interiore, non vi è pentimento, non vi è domanda di verità. La coscienza non viene zittita: non parla proprio più. È in questo contesto che si comprende come una condizione moralmente disordinata possa trasformarsi da fragilità personale in fattore funzionale al potere clericale. Soggetti privi di attrito morale, non attraversati dal dramma del limite, incapaci di riconoscere un bene oggettivo che giudichi l’azione, risultano particolarmente adatti a inserirsi in meccanismi di governo fondati sul silenzio, sulla complicità e sulla reciproca esposizione. La mancanza di coscienza non costituisce più un ostacolo, ma un vantaggio.

La lobby omosessualista clericale si innesta precisamente in questa frattura. Non nasce primariamente dalla debolezza o dall’occasionale incoerenza, né da quella caduta umana che, una volta riconosciuta e attraversata, può persino rendere l’uomo più consapevole e migliore di quanto fosse prima. Essa si forma invece attraverso la normalizzazione del peccato e della menzogna come condizione di appartenenza, trasformando ciò che dovrebbe essere riconosciuto e sanato in presupposto identitario e vincolo di sistema. Là dove il peccato non è più percepito come tale, ma vissuto come dato acquisito e condiviso, cessa di essere un problema morale e diventa un vincolo: ciò che è occulto e comune garantisce fedeltà, ciò che è taciuto e scambiabile assicura protezione, ciò che compromette tutti rende tutti controllabili.

È la distinzione che il Santo Padre Francesco pose in termini inequivocabili, rispondendo ai giornalisti sul volo di ritorno da Rio de Janeiro il 28 juillet 2013:

«Il problema non è avere questa tendenza, non, dobbiamo essere fratelli […]. Il problema è fare lobby di questa tendenza […]. Questo è il problema più grave per me» (cf.. qui).

Non la fragilità del singolo, alors, ma l’organizzazione, la lobby. In tale scenario non sono i chierici amorali a risultare problematici per il sistema, ma coloro che pur vivendo nella fedeltà conservano una coscienza vigile e rifiutano di entrare in quel circuito di complicità, di silenzio e di scambio su cui l’omosessualismo clericale si regge e si trasforma in una struttura organizzata di potere. La coscienza libera, non negoziabile e non ricattabile, diventa così l’elemento destabilizzante, non per la sua forza polemica, ma per la sua semplice esistenza.

La crisi attuale non consiste dunque in una recrudescenza del peccato, ma nella sua trasformazione in criterio di governabilità, fino a giungere a una deriva ancora più grave: criterio di selezione per l’accesso al presbiterato e, ensuite, per l’individuazione dei candidati ritenuti idonei all’episcopato. Quando il processo di selezione viene intaccato a questo livello, le conseguenze non restano circoscritte, ma si riflettono inevitabilmente sull’intero corpo ecclesiale. Eppure la norma esiste ed è chiara. L’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e pubblicata il 4 novembre 2005 stabilisce che la Chiesa, «pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay» (cf.. qui). La stessa disposizione è stata ribadita nel 2016 du Système fondamental de l'institution sacerdotale (cf.. qui). Il problema non è dunque l’assenza di criteri, ma la loro disapplicazione proprio là dove si formano e si scelgono i futuri presbiteri e vescovi.

È questo il passaggio che segna una decadenza sans précédent dans l'histoire: non la caduta dell’uomo, sempre possibile sin dall’alba dei tempi, a partire dall’irruzione del peccato originale nella storia, ma la costruzione di sistemi nei quali la caduta non è più riconosciuta come tale e la coscienza, svuotata della sua funzione giudicante, cessa di essere luogo di verità per diventare spazio neutro, funzionale al potere.

II. L’omosessualismo clericale come sistema fondato sulla normalizzazione della menzogna

Ogni sistema di potere che intenda preservare se stesso evita, le plus loin possible, l’esposizione diretta. Non agisce in prima persona, non si compromette apertamente, non si assume pubblicamente la responsabilità delle proprie decisioni più controverse. Il préfère opérer par l'intermédiaire de tiers, utiliser des sujets qui font office d'écran, par les artistes, à partir d'outils consommables. Si tratta degli hommes de paille e degli idiots utiles: figure che non governano realmente, ma agiscono al posto del potere, eseguendo ciò che altri decidono, dopo essere stati neutralizzati dall’illusione di appartenere al potere e di trarne un riconoscimento indiretto.

Nel contesto ecclesiastico, questi soggetti sono spesso laici clericalizzati, inseriti stabilmente negli ambienti di Curia e nei circuiti amministrativi, finanziari e mediatici, o comunque nei luoghi di maggiore influenza ecclesiale. Pur privi di una responsabilità istituzionale formale, godono di una libertà operativa che il clero non può permettersi. Sono loro a intervenire là dove il potere clericale non intende esporsi direttamente: intimidiscono, ils délégitiment, diffamano, ils rapportent, ils accusent, danno vita a procedimenti privi di qualsiasi fondamento reale. Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere, mentre in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, exposé et consommable, ridotti a meri strumenti esecutivi destinati ad assorbire l’urto delle azioni più sudice con le quali i clericali non vogliono sporcarsi le mani.

Non è raro che un laico clericalizzato, privo di qualsiasi mandato formale, si faccia improvvisamente promotore di «segnalazioni» motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Aucune accusation explicite, aucune preuve concrète: juste des allusions, suspect, peines abandonnées avec une apparente discrétion. È sufficiente, Toutefois, che tali voci giungano agli ambienti giusti che le attendevano già in una silenziosa disponibilità, perché un incarico venga revocato, una collaborazione interrotta, una persona isolata. Il laico si è esposto, ha svolto il lavoro sporco; il potere resta sullo sfondo e conserva, juste dire, le mani pulite.

Ce mode d'action n'est pas épisodique, mais structurel. Il potere clericale conserva così una distanza di sicurezza e mantiene sempre una plausibile negazione. È lo stesso meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare un controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilité reste invisible; l'action, au lieu, è molto concreta, non di rado devastante.

A côté de cette première catégorie, un deuxième émerge, ancora più aggressiva e pericolosa: quella dei laici omosessuali clericalizzati ideologicamente, caratterizzati da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano morale e relazionale. Non si limitano a fungere da strumenti passivi del sistema, ma ne diventano attori attivi, mossi dall’obiettivo di sdoganare e legittimare l’omosessualismo all’interno della Chiesa, trasformandolo da disordine tollerato in criterio di riconoscimento e di appartenenza. Questi secondi soggetti agiscono spesso come avanguardia del sistema: dicono e scrivono, anche attraverso blog e réseaux sociaux, ciò che certi chierici velenosi non possono permettersi di affermare pubblicamente; attaccano chi questi chierici non possono colpire direttamente; esercitano una pressione costante mediante accuse, insinuations, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche e campagne di delegittimazione. La loro forza risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non rispondono a un’autorità ecclesiastica formale, non rischiano sanzioni canoniche, non pagano alcun prezzo istituzionale e, en pratique, agiscono in una zona di sostanziale impunità, ce qui rend inefficace toute tentative de réaction juridique proportionnée. Per questo risultano estremamente utili a certe frange clericali che se ne servono mantenendo al contempo una posizione apparentemente neutra: sono loro a esporsi, parler, écrire, signaler, mentre l’apparato resta sullo sfondo, pronto, si nécessaire, a dichiararsi estraneo ai fatti. In tal modo possono colpire, intimidire e delegittimare senza subire serie conseguenze.

Nessuno di questi soggetti potrebbe operare efficacemente se la verità fosse riconosciuta e assunta come criterio operativo comune, ossia come parametro concreto per valutare i comportamenti, prendere decisioni, attribuire responsabilità e intervenire quando emergono abusi o menzogne. Essi prosperano in un contesto nel quale il silenzio è premiato, la discrezione è elevata a virtù, la lealtà non è misurata sulla rettitudine, ma sulla capacità di non mettere in crisi il sistema. La menzogna non è più percepita come deviazione, ma come condizione necessaria per restare all’interno del circuito.

È in questo ambiente che l’omosessualismo clericale cessa di essere una somma di comportamenti individuali e si configura come sistema. Non perché tutti vi partecipino, ma perché chi ne fa parte accetta regole non scritte, ma molto rigide: non vedere, non parlare, ne nomme pas. La vita privata diventa strumento di controllo; il segreto condiviso diventa garanzia di affidabilità; la compromissione reciproca diventa fondamento di protezione. Chi accetta queste condizioni viene integrato; chi le rifiuta, anche senza denunciare nulla, viene percepito come pericoloso elemento destabilizzante, quindi come un problematico. La menzogna, così normalizzata, non è più un effetto collaterale del sistema, ma il suo fondamento operativo. È la vecchia tecnica del Demonio, capace di dire nove verità per poi, giunto infine alla decima, dire una colossale menzogna che snatura completamente quanto di vero era stato detto in precedenza. A quel punto la verità snaturata diviene, per diabolico paradosso, supporto funzionale alla menzogna, che può essere anche un’omissione: non soltanto non dire le cose come stanno, ma negare come stanno le cose.

A governare questo sistema ils ne sont pas, finalement, coloro che parlano o che agiscono in modo visibile, ma quegli ecclesiastici che non intervengono mai direttamente, che osservano, ascoltano, lasciano fare. Non impartiscono ordini espliciti, non firmano provvedimenti, non assumono decisioni formalizzate, ma nulla accade senza il loro tacito consenso. Quando il danno è compiuto, possono sempre dichiarare di non sapere, di non essere stati informati, di non aver autorizzato alcunché, sacrificando semmai, si nécessaire, la idiots utiles mandati alla carica di cui si sono serviti. Il potere, così esercitato, rimane intatto proprio perché non si espone: governa per delega, colpisce per interposta persona, preserva la propria posizione mentre altri assorbono il conflitto e la responsabilità. È all’interno di questo ambiente degradato, degradante e opaco che la lobby omosessualista clericale trova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi con danni incalcolabili.

È su questa base che l’omosessualismo clericale diventa un organismo stabile, capace di difendersi e di incidere nella struttura del governo ecclesiastico, preparando al tempo stesso il terreno a forme ulteriori di scambio e di ricatto, nelle quali la compromissione sessuale diventa moneta di governo. Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, se leurrant en pensant qu'ils peuvent parler et écrire de manière sérieuse et crédible sur la crise du clergé et de la formation des prêtres, è come parlare di «preti su Marte».

De Isola Patmos, 22 octobre 2026

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THE CANCER NO SURGEON HAS REMOVED AND THE METASTASES OF HOMOSEXUALISM WITHIN THE CLERGY

To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

— Affaires ecclésiales contemporaines —

Auteur

Auteur
Ariel S. Levi Gualdo

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All over the social networks there is a growing number of characters who speak glibly about the crisis of the clergy, only to go in feet first into a sphere so delicate that — as we have stated more than once in these columns — bishops and priests would tremble before it, even those with several decades of experience in the spiritual care of the clergy, particularly of priests in states of despondency, beset by frailty or by genuine depressive syndromes. What few people speak of — and here we come to that fear priests have of other priests, which at times turns into terror — is the problem of an ever more widespread homosexuality among the clergy and, what is worse, of a genuine homosexualist culture that is gaining ground through what — again in these columns — has repeatedly been called the rainbow Trojan horse. This culture, which the members of a large «confraternity» have for years been trying to impose within the Church, is the tumorous mass which, sadly, no surgeon has so far managed to remove. Donc, to speak of the crisis of the clergy and of its formation without addressing the metastases of this cancer, as those characters do, is mere rhetoric, at times even aimed at diverting attention from a problem that is anything but marginal: they describe its symptoms in abundant detail — the fear of judgement, betrayed confidences, the brother priest perceived as an adversary — without ever naming the disease, namely a clergy that appears ever more homosexualised.

What is the object of this analysis? Not homosexuals, whose free life choices no one has any right to sit in judgement on, but candidates for the priesthood or homosexual priests, whom it is entirely legitimate, at times even a duty, to scrutinise, because — as I have explained more than once in several of my articles on the subject — they cannot freely be themselves. A priest must always be able to be himself, openly and freely, not live a life of pretence and duplicity, in which sexual disorder, where present, is bound to multiply to the highest power, in a climate of concealment and repression.

je. From Transgression to the Suspension of Conscience

Sins against the Sixth Commandment are no novelty in the history of the Church: they have run through the centuries, as ancient and authoritative texts starkly attest, among them the Le Livre de Gomorrhe which Saint Peter Damian addressed around 1049 to the Supreme Pontiff Leo IX. That text remains an unequivocal testimony not only to the vice, but also to the network of complicity that already protected it: clerics who confessed to one another so as to absolve each other without anything leaking out, superiors inclined to cover up and play down, culprits kept in sacred orders. The future Doctor of the Church demanded that they be deposed and no longer admitted to the ministry. The presence of sin, even grave and widespread, or indeed of an organised complicity to conceal it, is therefore not the distinguishing feature of the present crisis, nor does it, en soi, allow us to speak of an unprecedented decadence.

The clerics denounced by Peter Damian hid because they knew they were in sin: their complicity was the defence of a guilt recognised as such. What makes the contemporary situation radically different, in many respects unprecedented in ecclesial history, is the crossing of a point of no return, beyond which the very capacity to recognise good and evil and to perceive danger fails. In earlier ages, even in moments of the greatest corruption, sin was experienced as such, that is to say as a fall, as weakness, as conscious infidelity. Conscience, though wounded, remained operative; the subject knew he was doing wrong, sometimes justified himself, sometimes hid, but could not entirely erase the inner judgement that qualified the act as disordered. In the present situation, par contre, we witness a far graver qualitative shift: the suspension and, dans de nombreux cas, the annihilation of moral conscience, accompanied by a culture that does not merely conceal the disorder, but claims to legitimise it and impose it as a good. Behaviour is no longer perceived as the transgression of a recognised good, but as a normal and unquestioned way of acting. Moral judgement is not set aside through conflict or weakness, but because it is no longer considered relevant. Action is situated, to borrow the title of a work by Friedrich Nietzsche that has become dramatically topical, beyond good and evil, not as a tragic and conscious choice, but as the ordinary condition of existence.

This anthropological mutation has profound consequences on the ecclesial plane. Where sin is experienced as a fall, the possibility of conversion remains open; where it is experienced as normality devoid of judgement, conversion is not simply refused, but becomes unthinkable. There is no inner conflict, no repentance, no demand for truth. Conscience is not silenced: it simply no longer speaks. It is in this context that one understands how a morally disordered condition can turn from personal frailty into a factor serving clerical power. Individuals devoid of moral friction, untouched by the drama of limitation, incapable of recognising an objective good that judges action, prove particularly suited to fitting into mechanisms of government founded on silence, complicity and mutual exposure. The lack of conscience is no longer an obstacle, but an advantage.

The clerical homosexualist lobby takes root precisely in this fracture. It does not arise primarily from weakness or occasional inconsistency, nor from that human fall which, once acknowledged and worked through, can even make a man more aware and better than he was before. It is formed instead through the normalisation of sin and of lies as a condition of belonging, turning what ought to be acknowledged and healed into a premise of identity and a systemic bond. Where sin is no longer perceived as such, but lived as something acquired and shared, it ceases to be a moral problem and becomes a bond: what is hidden and held in common guarantees loyalty, what is kept silent and exchangeable ensures protection, what compromises everyone makes everyone controllable.

It is the distinction that the Holy Father Francis drew in unequivocal terms, answering journalists on the return flight from Rio de Janeiro on 28 juillet 2013:

«The problem is not having this tendency, non, we must be brothers and sisters to one another […]. The problem is in making a lobby of this tendency […]. For me, this is the greater problem» (cf. ici).

Not the frailty of the individual, ensuite, but the organisation, the lobby. In such a scenario it is not amoral clerics who prove problematic for the system, mais ceux qui, while living in fidelity, preserve a vigilant conscience and refuse to enter that circuit of complicity, silence and exchange on which clerical homosexualism rests and turns itself into an organised structure of power. A free conscience, non-negotiable and not open to blackmail, thus becomes the destabilising element, not because of its polemical force, but by its mere existence.

The present crisis therefore does not consist in a resurgence of sin, but in its transformation into a criterion of governability, to the point of an even graver drift: a criterion of selection for access to the priesthood and, subsequently, for identifying the candidates deemed suitable for the episcopate. When the selection process is compromised at this level, the consequences do not remain circumscribed, but inevitably affect the entire ecclesial body. And yet the norm exists and is clear. The Instruction of the Congregation for Catholic Education approved by the Supreme Pontiff Benedict XVI and published on 4 novembre 2005 establishes that the Church, «while profoundly respecting the persons in question, ne peut admettre au séminaire ou dans les ordres saints ceux qui pratiquent l'homosexualité, present deep-seated homosexual tendencies or support the so-called “gay culture”» (cf. ici). The same provision was reaffirmed in 2016 by the Système fondamental de l'institution sacerdotale (cf. ici). Le problème, ensuite, is not the absence of criteria, but their non-application precisely where future priests and bishops are formed and chosen.

This is the step that marks a decadence without historical precedent: not the fall of man, always possible since the dawn of time, from the irruption of original sin into history, but the construction of systems in which the fall is no longer recognised as such and conscience, emptied of its judging function, ceases to be a place of truth and becomes a neutral space serving power.

II. Clerical Homosexualism as a System Founded on the Normalisation of Lies

Every system of power that intends to preserve itself avoids, as far as possible, direct exposure. It does not act in the first person, does not compromise itself openly, does not publicly take responsibility for its most controversial decisions. It prefers to operate through intermediaries, making use of individuals who serve as screens, as executors, as expendable instruments. These are the men of straw et le idiots utiles: figures who do not really govern, but act in place of power, carrying out what others decide, after having been neutralised by the illusion of belonging to power and of drawing an indirect recognition from it.

In the ecclesiastical context, these individuals are often clericalised laymen, permanently embedded in Curial circles and in administrative, financial and media networks, or in any case in the places of greatest ecclesial influence. Though lacking any formal institutional responsibility, they enjoy a freedom of action that the clergy cannot afford. It is they who step in where clerical power does not wish to expose itself directly: they intimidate, delegitimise, defame, rapport, accuser, set in motion proceedings devoid of any real foundation. They act convinced that they count and carry weight within the power structure, while in reality they are used precisely because they are replaceable, exposed and expendable, reduced to mere executive tools destined to absorb the impact of the filthiest actions with which the clericalists do not wish to dirty their hands.

It is not uncommon for a clericalised layman, devoid of any formal mandate, suddenly to become the promoter of «reports» motivated by a supposed zeal for the good of the Church. No explicit accusation, no concrete evidence: only allusions, suspicions, phrases dropped with apparent discretion. It is enough, toutefois, for such rumours to reach the right circles, which were already awaiting them in silent readiness, for an appointment to be revoked, a collaboration ended, a person isolated. The layman has exposed himself, he has done the dirty work; power remains in the background and keeps, pour ainsi dire, its hands clean.

This mode of action is not episodic, but structural. Clerical power thus keeps a safe distance and always maintains plausible deniability. It is the same mechanism found in any organisation that intends to exercise control without openly assuming its moral and legal burden. Responsibility remains invisible; the action, toutefois, is very concrete, often devastating.

Alongside this first category there emerges a second, even more aggressive and dangerous: that of ideologically clericalised homosexual laymen, marked by a harsh, vindictive and at times openly violent militancy on the moral and relational plane. They do not merely serve as passive instruments of the system, but become its active players, driven by the aim of mainstreaming and legitimising homosexualism within the Church, turning it from a tolerated disorder into a criterion of recognition and belonging. These second individuals often act as the vanguard of the system: they say and write, also through blogs and social media, what certain venomous clerics cannot afford to state publicly; they attack those whom these clerics cannot strike directly; they exert constant pressure through accusations, insinuations, reports to the ecclesiastical authorities and campaigns of delegitimisation. Their strength lies in the almost total absence of constraints. They answer to no formal ecclesiastical authority, they risk no canonical sanctions, they pay no institutional price and, en pratique, they act in a zone of substantial impunity that renders ineffective every attempt at a proportionate legal response. This is why they prove extremely useful to certain clerical factions that make use of them while maintaining an apparently neutral position: it is they who expose themselves, who speak, write and report, while the apparatus remains in the background, prêt, if need be, to disclaim any involvement. In this way they can strike, intimidate and delegitimise without suffering serious consequences.

None of these individuals could operate effectively if truth were acknowledged and adopted as a common operative criterion, C'est, as a concrete standard for assessing conduct, making decisions, assigning responsibility and intervening when abuses or lies come to light. They thrive in a context in which silence is rewarded, discretion is raised to a virtue, loyalty is measured not by rectitude, but by the ability not to put the system in crisis. Lying is no longer perceived as a deviation, but as a necessary condition for remaining inside the circuit.

It is in this environment that clerical homosexualism ceases to be a sum of individual behaviours and takes shape as a system. Not because everyone takes part in it, but because those who belong to it accept unwritten yet very rigid rules: see nothing, say nothing, name nothing. Private life becomes an instrument of control; the shared secret becomes a guarantee of reliability; being mutually compromised becomes the foundation of protection. Those who accept these conditions are integrated; those who refuse them, even without denouncing anything, are perceived as a dangerous destabilising element and therefore as a troublemaker. The lie, thus normalised, is no longer a side effect of the system, but its operational foundation. It is the Devil’s old technique: he is capable of telling nine truths and then, having finally reached the tenth, telling a colossal lie that utterly distorts whatever truth had been told before. At that point the distorted truth becomes, by diabolical paradox, a functional support for the lie, which may also be an omission: not merely failing to tell things as they are, but denying how things are.

Those who govern this system are not, in the final analysis, the ones who speak or act visibly, mais ces hommes d'Église qui n'interviennent jamais directement, qui observe, écouter, laisse les choses arriver. Ils ne donnent aucun ordre explicite, ne signer aucune mesure, ne prendre aucune décision formelle, pourtant rien ne se passe sans leur consentement tacite. Quand le mal est fait, ils peuvent toujours déclarer qu'ils ne savaient pas, qu'ils n'avaient pas été informés, qu'ils n'avaient rien autorisé, sacrifier à la place, quand c'est nécessaire, les idiots utiles qu'ils avaient envoyés à la charge et dont ils se servaient. Le pouvoir ainsi exercé reste intact précisément parce qu’il ne s’expose pas: il gouverne par délégation, grèves par des intermédiaires, préserve sa propre position tandis que d’autres absorbent le conflit et la responsabilité. C'est dans ce dégradé, environnement dégradant et opaque dans lequel le lobby clérical homosexuel trouve les conditions idéales pour se consolider et se reproduire, causing incalculable damage.

It is on this basis that clerical homosexualism becomes a stable organism, capable of defending itself and of shaping the structure of ecclesiastical government, while at the same time preparing the ground for further forms of exchange and blackmail, in which being sexually compromised becomes the currency of government. To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

De l'île de Patmos, 22 octobre 2026

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EL CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA EXTIRPADO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO DENTRO DEL CLERO

Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

- Actualités ecclésiaux -

Auteur

Auteur
Ariel S. Levi Gualdo

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En las redes sociales se están multiplicando personajes que hablan con desenvoltura de la crisis del clero, para luego entrar en tromba en una esfera de tal delicadeza que — como hemos reiterado más de una vez en estas columnas — haría temblar a obispos y presbíteros con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero, en particular de quienes se encuentran en situaciones de abatimiento, sujetos a fragilidades o a verdaderos síndromes depresivos. De lo que pocos hablan — y aquí entra el elemento de ese miedo de los sacerdotes hacia otros sacerdotes que a veces llega a convertirse en terror — es del problema de la homosexualidad cada vez más extendida en el clero y, lo que es peor, de una verdadera cultura homosexualista que va ganando terreno a través de lo que — también en estas columnas — se ha señalado repetidamente como el caballo de Troya arcoíris. Esta cultura, que los miembros de una numerosa «cofradía» intentan imponer desde hace años dentro de la Iglesia, es la masa tumoral que, malheureusement, hasta hoy ningún cirujano ha logrado extirpar. Pourtant, hablar de la crisis del clero y de su formación sin afrontar las metástasis de este cáncer, como hacen esos personajes, es pura retórica, a veces incluso orientada a desviar la atención de un problema que dista mucho de ser marginal: se describen con profusión sus síntomas — el miedo al juicio, las con­fidencias traicionadas, el hermano sacerdote percibido como adversario — sin nombrar nunca la enfermedad, c'est-à-dire, un clero que parece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis? No los homosexuales, sobre cuyas libres opciones de vida nadie tiene derecho a pronunciarse, sino los aspirantes al sacerdocio o los sacerdotes homosexuales, sobre los cuales, en échange, es del todo lícito, y a veces incluso un deber, pronunciarse, porque — como he explicado varias veces en distintos artículos míos sobre el tema — no pueden ser libremente ellos mismos. Y un sacerdote debe poder ser siempre él mismo, de manera abierta y libre: no puede vivir una vida de ficción y doblez, en cuyo seno el desorden sexual, si está presente, está destinado a multiplicarse a la máxima potencia, en un clima de ocultamiento y de represión.

  1. De la transgresión a la suspensión de la conciencia

Los pecados contra el sexto mandamiento no constituyen ninguna novedad en la historia de la Iglesia: han atravesado los siglos, como atestiguan con crudeza textos antiguos y autorizados, entre ellos el Le Livre de Gomorrhe que san Pedro Damián dirigió hacia el año 1049 al Sumo Pontífice León IX. Aquel texto sigue siendo un testimonio inequívoco no solo del vicio, sino también de la red de complicidades que ya entonces lo protegía: clérigos que se confesaban unos a otros para absolverse mutuamente sin que nada trascendiera, superiores inclinados a encubrir y a minimizar, culpables mantenidos en las sagradas órdenes. El futuro Doctor de la Iglesia pedía que fueran depuestos y que no se los admitiera más al ministerio. La presencia del pecado, grave y extendido, o incluso de una complicidad organizada para ocultarlo, no constituye por tanto el elemento distin­tivo de la crisis actual, ni permite hablar, seul, de una decadencia sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pedro Damián se escondían porque sabían que estaban en pecado: su complicidad era la defensa de una culpa reconocida como tal. Lo que hace que la situación contemporánea sea radicalmente distinta, en muchos aspectos inédita en la historia eclesial, es la superación de un umbral sin retorno, más allá del cual desaparece la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y de percibir el peligro. En épocas anteriores, incluso en los momentos de mayor corrupción, el pecado se vivía como tal, c'est-à-dire, como caída, como debilidad, como infidelidad consciente. La conscience, aunque herida, seguía operando; el sujeto sabía que obraba mal, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no podía borrar del todo el juicio interior que calificaba el acto como desordenado. En la situación actual, en échange, asistimos a un paso cualitativo mucho más grave: la suspensión y, dans de nombreux cas, la aniquilación de la conciencia moral, acom­pañadas de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, sino que pretende legiti­marlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como transgresión de un bien reconocido, sino como modo normal e indiscutido de obrar. El juicio moral no se elimina por conflicto o por debilidad, sino porque ya no se considera pertinente. La acción se sitúa, por retomar el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como elección trágica y consciente, sino como condición ordinaria de la existencia.

Esta mutación antropológica tiene consecuencias profundas en el plano eclesial. Allí donde el pecado se vive como caída, permanece abierta la posibilidad de la conversión; allí donde se vive como normalidad carente de juicio, la conversión no es simplemente rechazada, sino que se vuelve impensable. No hay conflicto interior, no hay arrepen­timiento, no hay búsqueda de la verdad. La conciencia no es acallada: sencillamente ya no habla. Es en este contexto donde se comprende cómo una condición moralmente desordenada puede pasar de fragilidad personal a factor funcional al poder clerical. Sujetos carentes de fricción moral, no atravesados por el drama del límite, incapaces de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, resultan particularmente aptos para insertarse en mecanismos de gobierno basados en el silencio, la complicidad y la exposición recíproca. La falta de conciencia ya no constituye un obstáculo, sino una ventaja.

El lobby homosexualista clerical se injerta precisamente en esta fractura. No nace principalmente de la debilidad o de la incoherencia ocasional, ni de esa caída humana que, una vez reconocida y atravesada, puede incluso hacer al hombre más consciente y mejor de lo que era antes. Se forma, en échange, mediante la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia, transformando lo que debería ser reconocido y sanado en presupuesto identitario y vínculo de sistema. Allí donde el pecado ya no se percibe como tal, sino que se vive como un dato adquirido y compartido, deja de ser un problema moral y se convierte en un vínculo: lo que está oculto y es común garantiza fidelidad, lo que se calla y se intercambia asegura protección, lo que compromete a todos hace a todos controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco estableció en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso de Río de Janeiro el 28 Juillet 2013:

«El problema no es tener esta tendencia; non, debemos ser hermanos […]. El problema es hacer el lobby de esta tendencia […]. Éste es el problema más grave para mí» (cf. ici).

No la fragilidad del individuo, sino la organización, el lobby. En este escenario no son los clérigos amorales los que resultan problemáticos para el sistema, mais qui, viviendo en la fidelidad, conservan una conciencia vigilante y se niegan a entrar en ese circuito de complicidad, de silencio y de intercambio sobre el que el homosexualismo clerical se sostiene y se transforma en una estructura organizada de poder. La conciencia libre, innegociable y no chantajeable, se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su simple existencia.

La crisis actual no consiste, donc, en un recrudecimiento del pecado, sino en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta llegar a una deriva aún más grave: criterio de selección para el acceso al presbiterado y, plus tard, para la identificación de los candidatos considerados idóneos para el episcopado. Cuando el proceso de selección queda dañado a este nivel, las consecuencias no permanecen circunscritas, sino que repercuten inevitablemente en todo el cuerpo eclesial. Et pourtant, la norma existe y es clara. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 Novembre 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, ne peut pas admettre ceux qui pratiquent l'homosexualité au Séminaire et à l'Ordre, "Ils présentent des tendances homosexuelles profondément enracinées ou soutiennent la soi-disant culture gay." (cf. ici). La même disposition a été réaffirmée dans 2016 pour le Système fondamental de l'institution sacerdotale (cf. ici). Le problème n'est pas, donc, l'absence de critères, mais son manque d'application précisément là où les futurs prêtres et évêques sont formés et élus.

C'est l'étape qui marque une décadence sans précédent historique: pas la chute de l'homme, toujours possible depuis la nuit des temps, de l'émergence du péché originel dans l'histoire, mais la construction de systèmes dans lesquels la chute n'est plus reconnue comme telle et la conscience, vidé de sa fonction de jugement, deja de ser lugar de verdad para convertirse en espacio neutro, funcional al poder.

  1. El homosexualismo clerical como sistema basado en la normalización de la mentira

Todo sistema de poder que pretenda preservarse evita, en la medida de lo posible, la exposición directa. No actúa en primera persona, no se compromete abiertamente, no asume públicamente la responsabilidad de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar por persona interpuesta, sirviéndose de sujetos que hacen de pantalla, de ejecutores, de instrumentos sacrificables. Se trata de los hombres de paja y de los tontos útiles: figuras que no gobiernan realmente, sino que actúan en lugar del poder, ejecutando lo que otros deciden, después de haber sido neutralizadas por la ilusión de pertenecer al poder y de obtener de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos sujetos son a menudo laicos clericalizados, insertos de forma estable en los ambientes de Curia y en los circuitos administrativos, financieros y mediáticos, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Aunque carecen de una responsabilidad institucional formal, gozan de una libertad operativa que el clero no puede permitirse. Son ellos quienes intervienen allí donde el poder clerical no quiere exponerse directamente: intimidan, deslegitiman, difaman, delatan, acusan, ponen en marcha procedimientos carentes de todo fundamento real. Actúan convencidos de contar y de tener peso dentro de la estructura de poder, mientras que en realidad son utilizados precisamente porque son sustituibles, expuestos y sacrificables, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clericales no quieren mancharse las manos.

No es raro que un laico clericalizado, carente de todo mandato formal, se convierta de repente en promotor de «denuncias» motivadas por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna prueba concreta: solo alusiones, sospechas, frases dejadas caer con aparente discreción. Assez, cependant, con que esos rumores lleguen a los ambientes adecuados, que ya los esperaban con silenciosa disposición, para que se revoque un cargo, se interrumpa una colaboración, se aísle a una persona. El laico se ha expuesto, ha hecho el trabajo sucio; el poder permanece en segundo plano y conserva, pour ainsi dire, las manos limpias.

Este modo de actuar no es episódico, sino estructural. El poder clerical mantiene así una distancia de seguridad y conserva siempre una negación plausible. Es el mismo mecanismo que se encuentra en toda organización que pretende ejercer un control sin asumir abiertamente su peso moral y jurídico. La responsabilidad permanece invisible; la acción, en échange, es muy concreta, a menudo devastadora.

Junto a esta primera categoría surge una segunda, aún más agresiva y peligrosa: la de los laicos homosexuales clericalizados ideológicamente, caracterizados por una militancia áspera, vengativa y a veces abiertamente violenta en el plano moral y relacional. Ils ne se limitent pas à agir comme des instruments passifs du système, mais ils en deviennent les acteurs actifs, motivé par l'objectif de donner une lettre de citoyenneté et de légitimer l'homosexualité au sein de l'Église, le transformer du désordre toléré en un critère de reconnaissance et d’appartenance. Ces seconds sujets font souvent office d’avant-garde du système: ils disent et écrivent, également via les blogs et les réseaux sociaux, ce que certains religieux venimeux ne peuvent se permettre de déclarer publiquement; Ils attaquent ceux que ces religieux ne peuvent pas toucher directement; Ils exercent une pression constante par le biais d'accusations, avances, plaintes auprès des autorités ecclésiastiques et campagnes de délégitimation. Sa force réside dans l'absence quasi totale de liens. Ils ne répondent à aucune autorité ecclésiastique formelle, ils ne risquent pas de sanctions canoniques, Ils ne paient aucun prix institutionnel et, en pratique, Ils agissent dans une zone d’impunité substantielle qui rend inefficace toute tentative de réaction juridique proportionnée.. C’est pourquoi ils sont extrêmement utiles à certaines factions cléricales qui les utilisent tout en gardant une position apparemment neutre.: ce sont eux qui s'exposent, ils parlent, ils écrivent et rapportent, pendant que l'appareil reste en arrière-plan, disposé, si nécessaire, se déclarer ignorant des faits. De cette façon, ils peuvent frapper, intimider et délégitimer sans subir de conséquences graves.

Aucun de ces sujets ne pouvait fonctionner efficacement si la vérité était reconnue et assumée comme critère opérationnel commun, c'est-à-dire, como parámetro concreto para valorar los comportamientos, tomar decisiones, atribuir responsabilidades e intervenir cuando surgen abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio se premia, la discreción se eleva a virtud, la lealtad no se mide por la rectitud, sino por la capacidad de no poner en crisis el sistema. La mentira ya no se percibe como desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente donde el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y se configura como sistema. No porque todos participen en él, sino porque quien forma parte de él acepta reglas no escritas, pero muy rígidas: no ver, no hablar, no nombrar. La vida privada se convierte en instrumento de control; el secreto compartido, en garantía de fiabilidad; la recíproca exposición al chantaje, en fundamento de protección. Quien acepta estas condiciones es integrado; quien las rechaza, aun sin denunciar nada, es percibido como un peligroso elemento desestabilizador y, donc, como alguien problemático. La mentira, así normalizada, ya no es un efecto colateral del sistema, sino su fundamento operativo. Es la vieja técnica del Demonio, capaz de decir nueve verdades para luego, llegado por fin a la décima, decir una mentira colosal que desnaturaliza por completo cuanto de verdadero se había dicho antes. En ese punto la verdad desnaturalizada se convierte, por diabólica paradoja, en apoyo funcional de la mentira, que puede ser también una omisión: no solo no decir las cosas como son, mais nier comment les choses se passent.

Qui gouverne ce système ? ils ne le sont pas, en dernière analyse, ceux qui parlent ou agissent visiblement, mais ces ecclésiastiques qui n'interviennent jamais directement, ce qu'ils observent, ils écoutent, laissez-les faire. Ils ne donnent pas d'ordres explicites, ils ne signent pas de dispositions, ils ne prennent pas de décisions formelles, mais rien ne se passe sans votre consentement tacite. Quand le mal est fait, Ils peuvent toujours déclarer qu'ils ne savaient pas, qu'ils n'avaient pas été informés, qu'ils n'avaient rien autorisé, sacrifier en tout cas, le moment est venu, aux imbéciles utiles qu'ils avaient lancés à la charge et dont ils avaient profité. Le pouvoir, exercé comme ça, reste intact précisément parce qu’il n’est pas exposé: gouverner par délégation, coups par la personne intervenante, préserve sa position tandis que d’autres absorbent le conflit et la responsabilité. C'est dans cet environnement dégradé, dégradant et opaque où le lobby clérical homosexuel trouve les conditions idéales pour se consolider et se reproduire avec des dégâts incalculables.

C'est sur cette base que l'homosexualité cléricale devient un organisme stable, capable de se défendre et d'influencer la structure du gouvernement ecclésiastique, tout en préparant le terrain pour d'autres formes d'échange et de chantage, dans lequel ce qui est sexuellement compromettant devient la monnaie du gouvernement. Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

De l'île de Patmos, 22 Octobre 2026

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