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El lenguaje simbólico de la liturgia – El lenguaje simbólico de la liturgia

26 Septiembre 2026/en Actualidad/por padre simone

italiano, inglés, español

 

IL LINGUAGGIO SIMBOLICO DELLA LITURGIA

Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno.

— Ministerio litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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Artículo en formato de impresión PDF – formato de impresión del artículo – erticulo en formato impreso

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La liturgia è senza dubbio annuncio di salvezza, ma soprattutto concreta comunicazione di questa salvezza, che si esprime attraverso gesti e atteggiamenti. Di conseguenza la liturgia non si serve solo di parole, ma anche del linguaggio simbolico; utilizza segni che evocano il mistero e già lo fanno pregustare, come ricordano molte orazioni dopo la comunione.

Jean François Millet, L’Angelus

Nel preparare una celebrazione liturgica non si può affatto dimenticare questa dimensione fondamentale, altrimenti si rischia di sopravvalutare il secondario e di dimenticare l’essenziale; di fare una bella «cerimonia» spettacolare, che gratifica l’occhio, ma che lascia vuoto il cuore; si rischia di dire tante parole, ma di non comunicare un bel niente.

DAL CAMMINARE INSIEME ALLA PROCESSIONE LITURGICA

Quando si parla di processione, il pensiero corre subito a quelle pubbliche processioni con immagini o statue della Vergine Maria o dei Santi. Processioni che non sempre costituiscono un chiaro e corretto simbolo del mistero cristiano, soprattutto perché in esse sovente intervengono pesanti elementi folcloristici; e dico folcloristici quando le cose, considerándolo todo, vanno bene.

Ogni processione, anche quelle che si fanno in chiesa durante la Messa (ingresso, presentazione dei doni, Comunión, etcétera), ha lo scopo di esprimere il cammino della Chiesa, del nuovo popolo di Dio, verso il nuovo tempio e la nuova Gerusalemme (cf.. Ap 21,2), seguendo le orme di Cristo.

Il riferimento che possiamo fare, pensando alla processione, è all’Esodo: l’evento che vide unite nello stesso cammino le dodici tribù di Israele. Un cammino guidato da Mosè e che raccoglie un popolo intero nella sua più ampia varietà. Un cammino che, según la Biblia, ha uno scopo fondamentalmente cultuale: Dio convoca il suo popolo perché gli renda culto (cf.. Es 5,3). Un cammino che si compie all’insegna dell’unione e che ha una meta al di là del Mar Rosso, al di là del Giordano, oltre le acque della morte. Un cammino che è continuamente confortato dalla presenza reale e misteriosa del Signore, il quale parla al suo popolo e gli dona la legge della vita.

La procesión ha lo scopo di ricordarci questo: siamo cristiani se siamo in cammino; e questo cammino non siamo soli a compierlo, ma lo facciamo insieme ad altri fratelli, sostenuti e accompagnati dalla presenza del Risorto, come ben riassumono, en secuencia, le straordinarie immagini del racconto dei discepoli che camminano con Gesù verso Emmaus (cf.. Lc 24,13-35).

IN PIEDI E IN GINOCCHIO

Lo stare in piedi o in ginocchio durante la preghiera liturgica è tutt’altro che indifferente. Ogni gesto rientra in qualche modo in quella dimensione di annuncio e di istruzione che è parte integrante dell’azione liturgica e pertanto non può essere lasciata al gusto momentaneo di ciascuno. Gli atteggiamenti da assumersi durante la celebrazione liturgica non sono né casuali né ordinati all’efficienza o all’ordine esteriore. Non servono cioè a cambiare posizione per evitare la noia e la stanchezza, né per rendere la cerimonia più gradevole allo sguardo. Son, de lo contrario, vere e proprie azioni simboliche. Fra queste, lo stare in piedi è senz’altro una delle più importanti e significative.

In piedi perché figli di Dio risorti con Cristo. L’iconografia delle catacombe ci presenta sempre la figura dell’orante in piedi. Inoltre è sintomatico che il sacerdote all’altare, fin dagli inizi, dica tutte le preghiere presidenziali in piedi. È poi molto significativo che nella Chiesa antica, secondo molte autorevoli testimonianze, fosse addirittura proibito inginocchiarsi la domenica e durante i cinquanta giorni della Pasqua.

Lo stare in piedi è dunque l’atteggiamento normale del cristiano che, anche se peccatore, è consapevole della sua dignità di figlio di Dio, ricevuta da quel Gesù che è morto ed è risorto per la salvezza di tutti.

Nella preghiera liturgica la Chiesa vuole dare questo annuncio. En privado, después, ognuno può assumere l’atteggiamento che vuole. La riforma conciliare non ha pertanto «laicizzato» la liturgia, ma le ha restituito la sua carica simbolica e anche la sua funzione di annuncio per il mondo.

In piedi in attesa del Signore che viene. Lo stare in piedi nella preghiera liturgica ha anche un ulteriore significato, sempre legato all’annuncio del mistero pasquale. Si tratta cioè dell’annuncio escatologico, della vita cristiana come attesa dell’ultima venuta di Cristo. Gesù stesso invita i suoi discepoli a essere come quei servi che in piedi, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, attendono il loro padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa (cf.. Lc 12,35).

Con questa consapevolezza è bello e commovente pregare in piedi. Come è bello e commovente camminare insieme e in piedi accogliere il Corpo di Cristo, vera manna e pane disceso dal cielo, per sostenere il nostro cammino verso l’eternità, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova. Lì coloro che con Cristo hanno vinto il peccato, permanente, cantano in eterno davanti a Dio il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello (cf.. Ap 15,2-3).

In ginocchio sì, ma per rialzarsi. Lo stare in ginocchio è pure un significativo atteggiamento, che però trova origine e spazio soprattutto nella preghiera privata. Esprime infatti la consapevolezza della propria povertà, del proprio peccato. Per questo l’atteggiamento di inginocchiarsi è entrato nella liturgia molto lentamente e con una certa parsimonia, a pari passo con il diffondersi dei riti penitenziali, legati soprattutto alla celebrazione della penitenza pubblica. Sono rari gli atteggiamenti liturgici che danno spazio allo stare in ginocchio; momenti che opportunamente esprimono l’umile adorazione e la supplica di tutto un popolo che si sente schiacciato non tanto dal proprio peccato quanto piuttosto dall’infinito amore di Dio. L’Ordinamento Generale del Messale Romano dispone:

«S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione» (n. 43).

Ci si inginocchia infatti non davanti al ricordo di un evento passato, ma davanti alla morte e risurrezione del Signore che in quel momento si rende realmente presente sull’altare: ed è proprio perché quella morte è già vittoriosa, è già Pasqua, che il ginocchio piegato davanti a essa non è mai l’ultima parola. Ma proprio grazie a questo amore così grande l’uomo può e deve rialzarsi per camminare speditamente verso quell’incontro nuziale che ci farà pienamente partecipi di quella vita divina che è già in noi e ci dà l’onore di stare in piedi davanti a Dio come figli. Proprio per questo davanti al tabernacolo, di fronte al segno massimo di quell’amore che ha pagato per la nostra dignità, nella preghiera privata di adorazione, l’atteggiamento normale che ci viene spontaneo è quello di prostrarci in ginocchio.

SEDUTI PER ASCOLTARE

Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II lo stare seduti in Chiesa era per l’assemblea un semplice atteggiamento funzionale; per i vari ministranti, a veces, era addirittura regolato da meticolosi dettagli coreografici: corpo eretto, mani sulle ginocchia, piedi uniti, berretta in capo, inchini vari… Oggi, grazie alla riforma del Concilio che ha riportato la liturgia alla sua originaria sobrietà, anche lo stare seduti è ritornato ad avere una predominante funzione simbolica. Niente infatti nella liturgia deve essere semplicemente funzionale o peggio, coreografico e cerimoniale. Per questo è importante conoscere il significato di questi gesti per accettarli e compierli con la gioia e l’entusiasmo di chi è consapevole di diventare in qualche modo, con la sua persona, strumento sacramentale di annuncio per il mondo.

Segno dell’ascolto. All’interno di una celebrazione liturgica lo stare seduti assume significati precisi, fuori da ogni ambiguità e per questo tale atteggiamento non è lasciato al gusto individuale del momento. In primo luogo lo stare seduti è segno dell’ascolto confidenziale interiore, rispettoso e meditativo. Un ascolto che pertanto matura i sentimenti profondi e le decisioni coraggiose. Non è certamente un caso che anche nei rapporti umani quando si vuole dare veramente spazio all’ascolto dell’altro, ci si siede uno di fronte all’altro. Le norme del Messale Romano ci ricordano: «Terminata l’orazione (colletta) il lettore si reca all’ambone e proclama la lettura; tutti l’ascoltano seduti» (PNMR, 89). La norma è chiara: non dice che tutti leggono per conto loro. Por esto, pur riconoscendo i servizi positivi resi dai «foglietti della Messa» resta sempre lecito e doveroso chiederci se il prezzo che si paga non sia troppo alto. Se infatti tutti o quasi leggono per conto loro, viene vanificato l’atteggiamento simbolico che sta all’origine dello stare seduti!

Una Parola che si rivolge ad un popolo unito. Ma questo atteggiamento sopra descritto dell’ascolto è poi così importante? Non basterebbe che ognuno leggesse la Parola per conto suo con attenzione e si sforzasse di metterla in pratica? Una grossa tentazione di cui siamo vittime è quella di essere estremamente poco sensibili alla dimensione liturgica e di valutare le cose solo in chiave individuale e di efficienza morale. Così facendo però dimentichiamo che la Sacra Scrittura non è in primo luogo un libro di meditazione, ma una parola che Dio rivolge al suo popolo, una Parola che mira soprattutto a fare la Chiesa: «Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente» (Sacerdocio, n. 4).

L’atteggiamento di coloro che stanno seduti e attenti a quanto viene proclamato rivela quindi la funzione primaria della Parola di Dio che è quella di instaurare un dialogo di amore non tanto con i singoli, quanto piuttosto con l’intero popolo di Dio, con l’intera assemblea considerata come un unico soggetto, nella quale è rappresentata visibilmente ed è realmente presente tutta quanta la Chiesa.

Ecco allora il senso ultimo di ogni gesto qui descritto: camminare, stare in piedi, inginocchiarsi, sedersi non sono un copione da eseguire né un ornamento che vela parole altrimenti povere. Il corpo dell’assemblea, nel suo muoversi e nel suo fermarsi, non descrive semplicemente la fede della Chiesa: la compie. Per questo nessun gesto liturgico può essere lasciato al caso o al gusto del momento — perché è proprio attraverso quei gesti, prima ancora che attraverso le parole, che la salvezza annunciata si fa concretamente presente in mezzo al suo popolo.

Desde la isla de Patmos, 26 Septiembre 2026

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THE SYMBOLIC LANGUAGE OF THE LITURGY

Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference.

— Liturgical pastoral care —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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The liturgy is undoubtedly an announcement of salvation, but above all it is the concrete communication of that salvation, expressed through gestures and postures. The liturgy therefore does not rely on words alone, but also on symbolic language; it uses signs that evoke the mystery and already let us taste it in advance, as many post-communion prayers recall.

In preparing a liturgical celebration, this fundamental dimension can never be forgotten, or we risk overvaluing what is secondary and losing sight of what is essential — risk turning it into a beautiful, spectacular “ceremony” that pleases the eye but leaves the heart empty; risk saying a great many words while communicating nothing at all.

FROM WALKING TOGETHER TO THE LITURGICAL PROCESSION

When we speak of a procession, our thoughts turn at once to public processions carrying images or statues of the Virgin Mary or the Saints. Such processions do not always constitute a clear and correct symbol of the Christian mystery, not least because they are often burdened with heavy folkloric elements — and I say “folkloric” when, all things considered, matters have gone well.

Every procession, including those that take place inside the church during Mass (entrance, presentation of the gifts, comunión, etc), is meant to express the journey of the Church, the new People of God, toward the new temple and the new Jerusalem (cf. Rev 21:2), following in the footsteps of Christ.

The reference we can draw, thinking of the procession, is to the Exodus: the event that united the twelve tribes of Israel in a single journey. A journey led by Moses, gathering an entire people in all its breadth and variety. A journey which, according to the Bible, has a fundamentally cultic purpose: God summons his people so that they may worship him (cf. Ex 5:3). A journey accomplished in unity, with a destination beyond the Red Sea, beyond the Jordan, beyond the waters of death. A journey continually accompanied by the real and mysterious presence of the Lord, who speaks to his people and gives them the law of life.

La procesión exists to remind us of this: we are Christians only if we are on the move; and this journey is not one we make alone, but together with our brothers and sisters, sustained and accompanied by the presence of the Risen One — as the extraordinary sequence of images in the story of the disciples walking with Jesus toward Emmaus so beautifully sums up (cf. Lc 24:13-35).

STANDING AND KNEELING

Whether one stands or kneels, the posture assumed during liturgical prayer is anything but indifferent. Every gesture belongs, in some sense, to that dimension of proclamation and instruction which is integral to the liturgical action, and therefore it cannot be left to each person’s passing preference. The postures to be assumed during the liturgical celebration are neither arbitrary nor ordered toward mere efficiency or outward tidiness. They do not exist simply to change position out of boredom or fatigue, nor to make the ceremony more pleasing to the eye. They are, bastante, true symbolic actions. Entre estos, standing is undoubtedly one of the most important and significant.

Standing, because we are children of God risen with Christ. The iconography of the catacombs always depicts the figure at prayer standing upright. It is likewise telling that, from the earliest times, the priest at the altar says all the presidential prayers standing. And it is deeply significant that, according to many authoritative witnesses, the early Church forbade kneeling altogether on Sundays and throughout the fifty days of Easter.

Standing, entonces, is the normal posture of the Christian who, sinner though he may be, is conscious of his dignity as a child of God, received from that same Jesus who died and rose again for the salvation of all. In liturgical prayer the Church wishes to make this proclamation. In private prayer, everyone is free to take whatever posture they wish. The conciliar reform, entonces, did not “secularize” the liturgy; bastante, it restored to it its symbolic power and its function as proclamation to the world.

Standing, in expectation of the Lord who comes. Standing in liturgical prayer carries a further meaning as well, still tied to the proclamation of the paschal mystery: it is the eschatological announcement, Christian life as the expectation of Christ’s final coming. Jesus himself invites his disciples to be like those servants who, standing, with their belts fastened and their lamps lit, wait for their master to return from the wedding feast, ready to open the door the moment he arrives and knocks (cf. Lc 12:35).

With this awareness, it is beautiful and moving to pray standing. Just as it is beautiful and moving to walk together, y de pie, to receive the Body of Christ — true manna, bread come down from heaven, to sustain our journey toward eternity, toward those new heavens and that new earth. Allá, those who with Christ have conquered sin stand and sing forever before God the song of Moses and the song of the Lamb (cf. Rev 15:2-3).

Kneeling, yes — but in order to rise. Kneeling is likewise a significant posture, though it finds its origin and its place above all in private prayer. It expresses an awareness of one’s own poverty, one’s own sin. Por esta razón, kneeling entered the liturgy only very slowly and sparingly, in step with the spread of penitential rites, tied above all to the celebration of public penance. There are few liturgical moments that make room for kneeling — moments that fittingly express the humble adoration and supplication of a whole people who feel overwhelmed not so much by their own sin as by the infinite love of God. The General Instruction of the Roman Missal states:

“The faithful should kneel at the consecration, unless prevented by reasons of health, lack of space, the large number of people present, or some other good reason. Those who do not kneel ought to make a profound bow when the priest genuflects after the consecration” (no. 43).

We kneel, De hecho, not before the memory of a past event, but before the death and resurrection of the Lord, who at that very moment becomes truly present on the altar: and it is precisely because that death is already victorious, is already Easter, that the knee bent before it is never the last word — so that the acclamation “We proclaim your Death, O Lord, and profess your Resurrection until you come again” might, implícitamente, sound like standing before the Risen One, living and true. But it is precisely because of this immense love that man can and must rise again, to walk swiftly toward that nuptial encounter which will make us fully sharers in that divine life already within us, and which grants us the honor of standing before God as his children. It is for this same reason that before the tabernacle — before the supreme sign of that love which paid the price for our dignity — the posture that comes to us spontaneously in private adoration is to prostrate ourselves on our knees.

SITTING TO LISTEN

Before the liturgical reform of the Second Vatican Council, sitting in church was, for the assembly, largely a simple matter of practicality; for the various ministers, a veces, it was even governed by meticulous choreographic detail: an upright body, hands on the knees, feet together, biretta on the head, various bows… Today, thanks to the Council’s reform, which restored to the liturgy its original sobriety, sitting too has recovered a predominantly symbolic function. Nothing in the liturgy, De hecho, should be merely functional or, peor, choreographed and ceremonial. This is why it matters to understand the meaning of these gestures, so as to embrace and perform them with the joy and enthusiasm of one who knows that, through his own person, he becomes in some way a sacramental instrument of proclamation to the world.

A sign of listening. Within a liturgical celebration, sitting takes on precise meanings, free of any ambiguity, and for this reason the posture is not left to individual taste in the moment. Primero, sitting is a sign of confidential, interior, respectful and meditative listening — a listening that matures deep feelings and courageous decisions. It is surely no accident that, even in human relationships, when we truly wish to make room for listening to another, we sit down facing them.

The norms of the Roman Missal remind us: “When the prayer has ended, the reader goes to the ambo and proclaims the reading; all listen while seated” (GIRM, 89). The rule is clear: it does not say that everyone reads for themselves. Por esta razón, while acknowledging the real service rendered by the “Mass leaflet,” it remains right and necessary to ask whether the price we pay for it is not too high. For if everyone, or nearly everyone, reads on their own, the symbolic gesture at the root of sitting is emptied of its meaning.

A Word addressed to a people united. But is this attitude of listening really so important? Would it not be enough for each person to read the Word attentively on their own and strive to put it into practice? A great temptation to which we fall victim is that of being largely insensitive to the liturgical dimension, judging everything only in individual and moral-efficiency terms. Al hacerlo, sin embargo, we forget that Sacred Scripture is not, Primero y principal, a book for meditation, but a word that God addresses to his people — a Word whose primary aim is to build the Church: “The People of God is formed into one, in the first place, through the word of the living God” (Sacerdocio, no. 4).

The posture of those who sit attentively to what is proclaimed thus reveals the primary function of the Word of God: to establish a dialogue of love not so much with individuals as with the whole People of God — with the entire assembly considered as a single subject, in which the whole Church is visibly represented and truly present.

Aquí, entonces, is the ultimate meaning of every gesture described above: walking, standing, kneeling, sitting are not a script to be performed, nor an ornament veiling words that would otherwise be poor. The body of the assembly, in its moving and in its stillness, does not merely describe the Church’s faith: it enacts it. This is why no liturgical gesture can be left to chance or to the whim of the moment — because it is precisely through these gestures, even before words, that the salvation proclaimed becomes concretely present in the midst of God’s people.

Desde la isla de Patmos, 26 Septiembre 2026

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EL LENGUAJE SIMBÓLICO DE LA LITURGIA

Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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La liturgia es sin duda anuncio de salvación, pero sobre todo comunicación concreta de esa salvación, que se expresa también a través de gestos y actitudes. Por eso la liturgia no se sirve solo de palabras, sino también del lenguaje simbólico: utiliza signos que evocan el misterio y que, de algún modo, ya nos dejan saborearlo de antemano, como recuerdan muchas oraciones después de la comunión.

Al preparar una celebración litúrgica no se puede olvidar en absoluto esta dimensión fundamental; de lo contrario se corre el riesgo de sobrevalorar lo secundario y de olvidar lo esencial: de hacer una “ceremonia” espectacular, que satisface la vista pero deja vacío el corazón; se corre el riesgo de decir muchas palabras sin comunicar absolutamente nada.

DEL CAMINAR JUNTOS A LA PROCESIÓN LITÚRGICA

Cuando se habla de procesión, el pensamiento corre enseguida a esas procesiones públicas con imágenes o estatuas de la Virgen María o de los Santos. Procesiones que, a decir verdad, no siempre constituyen un símbolo claro y correcto del misterio cristiano, sobre todo porque en ellas intervienen a menudo elementos pesados de folclore; y digo folclóricos cuando las cosas van bien.

Toda procesión, incluidas las que se hacen en la iglesia durante la Misa (entrada, presentación de los dones, comunión, etc), tiene como finalidad expresar el camino de la Iglesia, del nuevo pueblo de Dios, hacia el nuevo templo y la nueva Jerusalén (cf. Ap 21,2), siguiendo las huellas de Cristo.

La referencia que podemos hacer, pensando en la procesión, es el Éxodo: acontecimiento que unió en un mismo camino a las doce tribus de Israel. Un camino guiado por Moisés que reúne a todo un pueblo en su más amplia variedad. Un camino que, según la Biblia, tiene un fin fundamentalmente cultual: Dios convoca a su pueblo para que le rinda culto (cf. Ex 5,3). Un camino que se realiza bajo el signo de la unión y que tiene una meta más allá del Mar Rojo, más allá del Jordán, más allá de las aguas de la muerte. Un camino continuamente reconfortado por la presencia real y misteriosa del Señor, que habla a su pueblo y le da la ley de la vida.

La procesión tiene como fin recordarnos esto: somos cristianos si estamos en camino; y este camino no lo recorremos solos, sino junto a otros hermanos, sostenidos y acompañados por la presencia del Resucitado, como bien resumen, en su secuencia, las extraordinarias imágenes del relato de los discípulos que caminan con Jesús hacia Emaús (cf. Lc 24,13-35).

DE PIE Y DE RODILLAS

Estar de pie o de rodillas durante la oración litúrgica no es en absoluto indiferente. Cada gesto forma parte, en algún modo, de esa dimensión de anuncio e instrucción que es parte integrante de la acción litúrgica, y por tanto no puede dejarse al placer momentáneo de cada uno. Las actitudes que deben asumirse durante la celebración litúrgica no son casuales ni están ordenadas a la eficiencia o al orden exterior. No sirven para cambiar de postura para evitar el aburrimiento o el cansancio, ni para hacer la ceremonia más agradable a la vista. Son, más bien, verdaderas acciones simbólicas. Entre ellas, estar de pie es sin duda una de las más importantes y significativas.

De pie porque somos hijos de Dios resucitados con Cristo. La iconografía de las catacumbas presenta siempre la figura del orante de pie. Además, es significativo que el sacerdote, en el altar, diga desde los orígenes todas las oraciones presidenciales de pie. Y es muy significativo que en la Iglesia antigua, según numerosos testimonios autorizados, estuviera incluso prohibido arrodillarse el domingo y durante los cincuenta días de Pascua.

Estar de pie es, por tanto, la actitud normal del cristiano que, aun siendo pecador, es consciente de su dignidad de hijo de Dios, recibida de ese Jesús que murió y resucitó por la salvación de todos.

En la oración litúrgica la Iglesia quiere dar este anuncio. En privado, en cambio, cada uno puede asumir la actitud que prefiera. La reforma conciliar, por tanto, no ha “laicizado” la liturgia, sino que le ha devuelto su carga simbólica y también su función de anuncio para el mundo.

De pie, a la espera del Señor que viene. Estar de pie en la oración litúrgica tiene también un significado ulterior, siempre ligado al anuncio del misterio pascual. Se trata, en efecto, del anuncio escatológico, de la vida cristiana como espera de la venida última de Cristo. Jesús mismo invita a sus discípulos a ser como aquellos siervos que, de pie, con la cintura ceñida y las lámparas encendidas, esperan a su señor cuando vuelve de las bodas, para abrirle en cuanto llega y llama (cf. Lc 12,35).

Con esta conciencia es hermoso y conmovedor orar de pie. Como es hermoso y conmovedor caminar juntos y, de pie, recibir el Cuerpo de Cristo, verdadero maná y pan bajado del cielo, para sostener nuestro camino hacia la eternidad, hacia esos cielos nuevos y esa tierra nueva. Allí, quienes han vencido el pecado con Cristo cantan de pie, eternamente, delante de Dios, el cántico de Moisés y el cántico del Cordero (cf. Ap 15,2-3).

De rodillas sí, pero para levantarse. Estar de rodillas es también una actitud significativa, que sin embargo encuentra su origen y su lugar sobre todo en la oración privada. Expresa la conciencia de la propia pobreza, del propio pecado. Por eso la actitud de arrodillarse entró en la liturgia muy lentamente y con cierta parsimonia, al mismo ritmo que se difundían los ritos penitenciales, ligados sobre todo a la celebración de la penitencia pública. Son escasos los momentos litúrgicos que dan espacio a estar de rodillas; momentos que expresan oportunamente la humilde adoración y la súplica de todo un pueblo que se siente abrumado, no tanto por su propio pecado, cuanto por el amor infinito de Dios. La Ordenación General del Misal Romano dispone:

«Que se arrodillen en la consagración, a no ser que se lo impidan la salud, la estrechez del lugar, el gran número de fieles presentes u otras causas razonables. Quienes no se arrodillen para la consagración hagan una profunda inclinación mientras el sacerdote hace la genuflexión después de la consagración» (n. 43).

Nos arrodillamos, en efecto, no ante el recuerdo de un acontecimiento pasado, sino ante la muerte y resurrección del Señor, que en ese mismo instante se hace realmente presente sobre el altar: y es precisamente porque esa muerte es ya victoriosa, es ya Pascua, por lo que la rodilla doblada ante ella nunca es la última palabra — de modo que la aclamación «Anunciamos tu muerte, proclamamos tu resurrección. ¡Ven, Señor Jesús!» podría sonar implícitamente como de pie ante el Resucitado, vivo y verdadero. Pero es precisamente gracias a este amor tan grande que el hombre puede y debe levantarse para caminar sin demora hacia ese encuentro nupcial que nos hará plenamente partícipes de esa vida divina que ya está en nosotros, y que nos concede el honor de estar de pie ante Dios como hijos. Por eso mismo, ante el sagrario, frente al signo supremo de ese amor que pagó por nuestra dignidad, en la oración privada de adoración la actitud que nos brota espontáneamente es la de postrarnos de rodillas.

SENTADOS PARA ESCUCHAR

Antes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II, estar sentados en la iglesia era, para la asamblea, una actitud prácticamente funcional; para los distintos ministros, en cambio, a veces estaba regulada incluso por minuciosos detalles coreográficos: cuerpo erguido, manos sobre las rodillas, pies juntos, birreta en la cabeza, inclinaciones varias… Hoy, gracias a la reforma del Concilio que ha devuelto a la liturgia su sobriedad originaria, también estar sentados ha recuperado una función predominantemente simbólica. Nada en la liturgia, en efecto, debe ser simplemente funcional o, peor aún, coreográfico y ceremonial. Por eso es importante conocer el significado de estos gestos para aceptarlos y realizarlos con la alegría y el entusiasmo de quien es consciente de convertirse, de algún modo, con su propia persona, en instrumento sacramental de anuncio para el mundo.

Signo de la escucha. Dentro de una celebración litúrgica, estar sentados asume significados precisos, libres de toda ambigüedad, y por eso esta actitud no se deja al placer individual del momento. En primer lugar, estar sentados es signo de una escucha confidencial, interior, respetuosa y meditativa; una escucha que, por ello, hace madurar los sentimientos profundos y las decisiones valientes. No es casualidad que también en las relaciones humanas, cuando de verdad se quiere dar espacio a la escucha del otro, nos sentemos el uno frente al otro.

Las normas del Misal Romano nos recuerdan: «Terminada la oración colecta, el lector se dirige al ambón y proclama la lectura; todos la escuchan sentados» (OGMR, 89). La norma es clara: no dice que cada uno lea por su cuenta. Por eso, reconociendo el servicio positivo que prestan las “hojitas de Misa”, sigue siendo lícito y necesario preguntarnos si el precio que se paga por ello no es demasiado alto. Si en efecto todos, o casi todos, leen por su cuenta, se vacía de sentido el gesto simbólico que está en el origen de estar sentados.

Una Palabra dirigida a un pueblo unido. Pero ¿es realmente tan importante esta actitud de escucha que acabamos de describir? ¿No bastaría con que cada uno leyera la Palabra por su cuenta, con atención, y se esforzara por ponerla en práctica? Una gran tentación de la que somos víctimas es la de ser extremadamente insensibles a la dimensión litúrgica y valorar las cosas solo en clave individual y de eficacia moral. Al hacerlo, sin embargo, olvidamos que la Sagrada Escritura no es, en primer lugar, un libro de meditación, sino una palabra que Dios dirige a su pueblo; una Palabra cuyo fin principal es hacer la Iglesia: «El pueblo de Dios se congrega ante todo por medio de la palabra del Dios vivo» (Sacerdocio, n. 4).

La actitud de quienes permanecen sentados y atentos a lo que se proclama revela, por tanto, la función primaria de la Palabra de Dios: instaurar un diálogo de amor no tanto con los individuos cuanto con todo el pueblo de Dios, con toda la asamblea considerada como un único sujeto, en el cual está visiblemente representada y realmente presente toda la Iglesia.

He aquí, entonces, el sentido último de cada gesto aquí descrito: caminar, estar de pie, arrodillarse, sentarse no son un guion que se recita ni un adorno que disimula palabras por lo demás pobres. El cuerpo de la asamblea, en su moverse y en su detenerse, no describe simplemente la fe de la Iglesia: la realiza. Por eso ningún gesto litúrgico puede dejarse al azar o al placer del momento — porque es precisamente a través de esos gestos, antes incluso que a través de las palabras, como la salvación anunciada se hace concretamente presente en medio de su pueblo.

Desde La Isla de Patmos, 26 de septiembre de 2026

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(en más alto que los demás, Juan ha trasmitido a la Iglesia, los misterios arcanos de Dios)

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