Le varie sfaccettature delle reliquie dei Santi – The various facets of the relics of the Saints – Las diversas facetas de las reliquias de los Santos

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LE VARIE SFACCETTATURE DELLE RELIQUIE DEI SANTI

Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Quando si parla di reliquie, si tocca un ambito della vita della Chiesa che, più di altri, rischia oggi di essere frainteso: da una parte ridotto a pratica devozionale superficiale, dall’altra rigettato come residuo di mentalità arcaica o superstiziosa. Per evitare entrambi gli estremi, è necessario tornare al fondamento teologico che rende comprensibile e giustificabile la venerazione delle reliquie nella tradizione cattolica.

Le reliquie, nella loro forma più propria, sono costituite dal corpo o da parti del corpo dei Santi. A queste si affiancano le reliquie cosiddette “di seconda classe”, cioè oggetti appartenuti ai Santi, e quelle “per contatto”, ossia oggetti che sono stati messi in relazione fisica con il loro corpo o con la loro tomba. Questa distinzione, lungi dall’essere una classificazione meramente tecnica, riflette una precisa visione teologica: la santità non riguarda soltanto l’anima, ma coinvolge l’intera persona, nella sua unità di corpo e spirito.

Il punto decisivo, spesso dimenticato, è che la venerazione delle reliquie si radica nella fede nell’Incarnazione e nella risurrezione della carne. Il corpo del Santo non è un semplice resto biologico, ma un corpo che è stato tempio dello Spirito Santo e che è destinato alla trasfigurazione definitiva. Per questo esso è custodito, onorato e venerato: non in quanto tale, ma in quanto segno concreto dell’opera della grazia di Dio nella storia.

Già la Sacra Scrittura attesta che Dio può operare attraverso la mediazione della materia. Basti pensare al racconto dell’Antico Testamento in cui un morto torna in vita al contatto con le ossa del profeta Eliseo (cfr. 2Re 13,21), oppure ai fazzoletti e ai grembiuli che erano stati a contatto con l’apostolo Paolo e che venivano portati ai malati (cfr. At 19,11-12). Non si tratta di attribuire un potere magico agli oggetti, ma di riconoscere che la grazia divina può servirsi di mediazioni concrete.

Già in epoca medievale non sono mancati richiami severi contro le degenerazioni di certe pratiche devozionali. Se la letteratura ha fissato nella memoria comune la figura di Frate Cipolla, resa celebre dalla sapiente ironia di Giovanni Boccaccio, sul piano della predicazione reale non meno energico fu San Bernardino da Siena, che in un noto sermone stigmatizzava senza mezzi termini il proliferare di reliquie dubbie, come quella dell’ampolla contenente il latte della Vergine Maria (cfr. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze 1916). Tema questo sul quale scrisse alcuni anni fa su queste colonne da Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che ha ripreso in forma volutamente colorita — e non sempre compresa, specie da chi non vuole comprendere — la medesima questione, mettendo in luce come certe derive devozionali non siano affatto un’invenzione moderna, ma un rischio sempre presente nella vita della Chiesa (cfr. Qui).

In questo contesto nacque anche l’uso delle reliquie “per contatto”, come le cosiddette brandea, ossia panni posti a contatto con le tombe dei martiri, che venivano poi distribuiti ai fedeli. Questa prassi, lungi dall’essere un’invenzione arbitraria, esprimeva il desiderio di rendere accessibile la memoria dei santi senza compromettere l’integrità dei loro corpi. Tuttavia è necessario chiarire con decisione che la reliquia non è un feticcio. Il feticismo attribuisce all’oggetto un potere in sé, quasi automatico; la venerazione cristiana, invece, riconosce nella reliquia un segno che rimanda a Dio e alla sua azione. La grazia non risiede nella materia come in una forza autonoma, ma è sempre dono di Dio, che può servirsi anche di segni sensibili per raggiungere l’uomo.

Nel corso dei secoli, il rapporto con le reliquie ha conosciuto sviluppi differenti, non sempre esenti da ambiguità. In alcune epoche si è assistito a una certa spettacolarizzazione, con esposizioni che rischiano di attirare più la curiosità che la devozione. Anche oggi non è difficile imbattersi in situazioni in cui il corpo del santo, ridotto a scheletro esposto in teche elaborate, diventa oggetto di una attenzione che può facilmente scivolare nel morboso o nel folkloristico, lo stiamo sperimentato purtroppo in questi giorni con l’esposizione delle ossa di San Francesco d’Assisi, dinanzi alle quali sono più gli scatti fotografici con i cellulari che le preghiere. Ed è qui che si impone un discernimento serio. Se la reliquia perde il suo riferimento alla santità e alla vita di grazia, se non è inserita in un contesto di fede e di catechesi, essa rischia di diventare un oggetto di interesse puramente estetico o culturale. Da segno della gloria futura può trasformarsi in semplice reperto del passato.

Ci si deve allora chiedere quale senso possa avere oggi la venerazione delle reliquie, soprattutto quelle costituite da resti corporei. La risposta non può che essere la stessa che la tradizione della Chiesa ha sempre dato: esse hanno senso nella misura in cui rimandano a Cristo e alla sua opera di salvezza. Il santo non è venerato per se stesso, ma perché in lui si è manifestata la grazia di Dio. La reliquia, dunque, è memoria concreta della santità, testimonianza dell’Incarnazione e richiamo alla risurrezione della carne. Essa parla al credente non di morte, ma di vita; non di un passato chiuso, ma di un futuro promesso. Per questo motivo la Chiesa, pur custodendo con attenzione queste testimonianze, è chiamata anche a educare i fedeli al loro giusto significato. Senza una adeguata formazione, il rischio di fraintendimento è sempre presente.

Venerare le reliquie significa, in ultima analisi, riconoscere che la salvezza operata da Cristo riguarda l’uomo nella sua interezza e che la materia stessa è chiamata a partecipare alla gloria di Dio. In questo senso possono essere comprese come un prolungamento concreto della logica dell’Incarnazione nella storia della Chiesa. Solo a questa condizione la loro presenza conserva un autentico valore spirituale; diversamente, le reliquie svuotate del loro significato e ridotte a oggetti di curiosità o di devozione mal compresa, rischiano di dare vita alla giusta e realistica macchietta di Frate Cipolla ideato da Giovanni Boccaccio.

Firenze, 20 marzo 2026

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THE VARIOUS FACETS OF THE RELICS OF THE SAINTS

Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate reliquaries, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers.

 

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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When speaking of relics, one touches upon an area of the Church’s life which, more than others, risks today being misunderstood: on the one hand reduced to a superficial devotional practice, on the other rejected as a remnant of an archaic or superstitious mentality. To avoid both extremes, it is necessary to return to the theological foundation that renders the veneration of relics intelligible and justifiable within the Catholic tradition.

Relics, in their most proper form, consist of the body or parts of the body of the Saints. Alongside these are the so-called “second-class” relics, that is, objects belonging to the Saints, and those “by contact,” namely objects that have been placed in physical relation with their body or their tomb. This distinction, far from being a merely technical classification, reflects a precise theological vision: holiness does not concern the soul alone, but involves the entire person, in the unity of body and spirit.

The decisive point, often forgotten, is that the veneration of relics is rooted in the faith in the Incarnation and in the resurrection of the flesh. The body of the Saint is not a mere biological remnant, but a body that has been a temple of the Holy Spirit and that is destined for definitive transfiguration. For this reason it is preserved, honored and venerated: not in itself, but as a concrete sign of the work of God’s grace in history.

Sacred Scripture itself attests that God can act through the mediation of matter. Suffice it to recall the account in the Old Testament in which a dead man returns to life upon contact with the bones of the prophet Elisha (cf. 2 Kgs 13:21), or the handkerchiefs and aprons that had been in contact with the Apostle Paul and were brought to the sick (cf. Acts 19:11–12). This is not a matter of attributing magical power to objects, but of recognizing that divine grace can make use of concrete mediations.

Already in the medieval period there were no lack of severe warnings against the degeneration of certain devotional practices. If literature has fixed in the common imagination the figure of Friar Cipolla, made famous by the refined irony of Giovanni Boccaccio, on the level of real preaching no less forceful was Saint Bernardino of Siena, who in a well-known sermon sharply denounced the proliferation of dubious relics, such as the vial said to contain the milk of the Virgin Mary (cf. Devozioni ipocrite, in: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florence 1916). On this subject, Father Ariel S. Levi di Gualdo wrote some years ago in these very pages, taking up the same question in deliberately vivid — and not always understood by those who simply do not wish to understand — terms, showing how such devotional deviations are by no means a modern invention, but a perennial risk within the life of the Church (cf. Here).

Within this context also arose the use of relics “by contact,” such as the so-called brandea, that is, cloths placed in contact with the tombs of the martyrs and then distributed to the faithful. This practice, far from being an arbitrary invention, expressed the desire to make the memory of the saints accessible without compromising the integrity of their bodies. It is nevertheless necessary to state clearly that the relic is not a fetish. Fetishism attributes to the object a power in itself, almost automatic; Christian veneration, instead, recognizes in the relic a sign that refers to God and to His action. Grace does not reside in matter as an autonomous force, but is always the gift of God, who may also make use of sensible signs to reach man.

Over the centuries, the relationship with relics has undergone different developments, not always free from ambiguity. In certain periods there has been a degree of theatricalization, with displays that risk attracting curiosity more than devotion. Even today it is not difficult to encounter situations in which the body of a saint, reduced to a skeleton displayed in elaborate cases, becomes the object of an attention that can easily slip into the morbid or the folkloric. We are unfortunately witnessing this in these very days with the exposition of the bones of Saint Francis of Assisi, before which there are more photographs taken with mobile phones than prayers. Here a serious discernment becomes necessary. If the relic loses its reference to holiness and to the life of grace, if it is not inserted within a context of faith and catechesis, it risks becoming an object of purely aesthetic or cultural interest. From a sign of future glory it can be reduced to a mere relic of the past.

One must then ask what meaning the veneration of relics can have today, especially those consisting of bodily remains. The answer can only be the same that the Church’s tradition has always given: they have meaning insofar as they refer to Christ and to His work of salvation. The saint is not venerated for himself, but because in him the grace of God has been manifested. The relic, therefore, is a concrete memory of holiness, a testimony of the Incarnation and a reminder of the resurrection of the flesh. It speaks to the believer not of death, but of life; not of a closed past, but of a promised future. For this reason the Church, while carefully safeguarding these testimonies, is also called to educate the faithful to their proper meaning. Without adequate formation, the risk of misunderstanding is always present.

To venerate relics ultimately means to recognize that the salvation accomplished by Christ concerns the human person in his entirety and that matter itself is called to participate in the glory of God. In this sense they may be understood as a concrete prolongation of the logic of the Incarnation within the history of the Church. Only under this condition does their presence retain an authentic spiritual value; otherwise, relics emptied of their meaning and reduced to objects of curiosity or misunderstood devotion risk giving rise to the very real and fitting caricature of Friar Cipolla imagined by Giovanni Boccaccio¹.

Florence, March 20, 2026

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¹Giovanni Boccaccio (1313–1375) was an Italian writer of the fourteenth century and a central figure of late medieval and early humanist culture. His most famous work, the Decameron, is a collection of one hundred novellas. Among them, the story of Friar Cipolla humorously portrays the abuse of false relics, offering a satirical critique of certain late medieval devotional practices.

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LAS DIVERSAS FACETAS DE LAS RELIQUIAS DE LOS SANTOS

Aún hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en elaboradas urnas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Cuando se habla de reliquias, se toca un ámbito de la vida de la Iglesia que, más que otros, corre hoy el riesgo de ser mal comprendido: por una parte reducido a práctica devocional superficial, por otra rechazado como residuo de una mentalidad arcaica o supersticiosa. Para evitar ambos extremos, es necesario volver al fundamento teológico que hace comprensible y justificable la veneración de las reliquias en la tradición católica.

Las reliquias, en su forma más propia, están constituidas por el cuerpo o por partes del cuerpo de los Santos. A estas se añaden las reliquias llamadas “de segunda clase”, es decir, objetos pertenecientes a los Santos, y las “por contacto”, es decir, objetos que han sido puestos en relación física con su cuerpo o con su tumba. Esta distinción, lejos de ser una clasificación meramente técnica, refleja una precisa visión teológica: la santidad no afecta solamente al alma, sino que implica a la persona entera, en la unidad de cuerpo y espíritu.

El punto decisivo, a menudo olvidado, es que la veneración de las reliquias se funda en la fe en la Encarnación y en la resurrección de la carne. El cuerpo del Santo no es un simple resto biológico, sino un cuerpo que ha sido templo del Espíritu Santo y que está destinado a la transfiguración definitiva. Por ello es custodiado, honrado y venerado: no en sí mismo, sino como signo concreto de la obra de la gracia de Dios en la historia.

La Sagrada Escritura misma atestigua que Dios puede obrar a través de la mediación de la materia. Basta pensar en el relato del Antiguo Testamento en el que un muerto vuelve a la vida al entrar en contacto con los huesos del profeta Eliseo (cf. 2 Re 13,21), o en los pañuelos y delantales que habían estado en contacto con el apóstol Pablo y que se llevaban a los enfermos (cf. Hch 19,11-12). No se trata de atribuir un poder mágico a los objetos, sino de reconocer que la gracia divina puede servirse de mediaciones concretas.

Ya en época medieval no faltaron severas advertencias contra las degeneraciones de ciertas prácticas devocionales. Si la literatura ha fijado en la memoria común la figura de fray Cipolla, hecha célebre por la refinada ironía de Giovanni Boccaccio, en el plano de la predicación real no menos enérgico fue san Bernardino de Siena, que en un célebre sermón denunciaba sin rodeos la proliferación de reliquias dudosas, como la ampolla que supuestamente contenía la leche de la Virgen María (cf. Devozioni ipocrite, en: Baldi, Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Florencia 1916). Sobre este tema escribió hace algunos años en estas mismas páginas el padre Ariel S. Levi di Gualdo, retomando la cuestión en términos deliberadamente vivos — y no siempre comprendidos por quienes no quieren comprender — mostrando cómo estas derivas devocionales no son en absoluto una invención moderna, sino un riesgo constante en la vida de la Iglesia (cf. Aquí).

En este contexto surgió también el uso de las reliquias “por contacto”, como las llamadas brandea, es decir, paños colocados en contacto con las tumbas de los mártires y luego distribuidos a los fieles. Esta práctica, lejos de ser una invención arbitraria, expresaba el deseo de hacer accesible la memoria de los santos sin comprometer la integridad de sus cuerpos. Sin embargo, es necesario afirmar con claridad que la reliquia no es un fetiche. El fetichismo atribuye al objeto un poder en sí mismo, casi automático; la veneración cristiana, en cambio, reconoce en la reliquia un signo que remite a Dios y a su acción. La gracia no reside en la materia como en una fuerza autónoma, sino que es siempre don de Dios, que puede servirse también de signos sensibles para llegar al hombre.

A lo largo de los siglos, la relación con las reliquias ha conocido desarrollos diversos, no siempre exentos de ambigüedad. En algunas épocas se ha asistido a una cierta espectacularización, con exposiciones que corren el riesgo de atraer más la curiosidad que la devoción. También hoy no es difícil encontrarse con situaciones en las que el cuerpo del santo, reducido a un esqueleto expuesto en urnas elaboradas, se convierte en objeto de una atención que puede deslizarse fácilmente hacia lo morboso o lo folclórico. Lo estamos experimentando lamentablemente en estos días con la exposición de los huesos de san Francisco de Asís, ante los cuales hay más fotografías tomadas con teléfonos móviles que oraciones. Aquí se impone un discernimiento serio. Si la reliquia pierde su referencia a la santidad y a la vida de la gracia, si no está insertada en un contexto de fe y de catequesis, corre el riesgo de convertirse en un objeto de interés puramente estético o cultural. De signo de la gloria futura puede convertirse en simple vestigio del pasado.

Cabe entonces preguntarse qué sentido puede tener hoy la veneración de las reliquias, especialmente las constituidas por restos corporales. La respuesta no puede ser otra que la que la tradición de la Iglesia ha dado siempre: tienen sentido en la medida en que remiten a Cristo y a su obra de salvación. El santo no es venerado por sí mismo, sino porque en él se ha manifestado la gracia de Dios. La reliquia es, por tanto, memoria concreta de la santidad, testimonio de la Encarnación y recordatorio de la resurrección de la carne. Habla al creyente no de muerte, sino de vida; no de un pasado cerrado, sino de un futuro prometido. Por este motivo la Iglesia, al tiempo que custodia con atención estos testimonios, está llamada también a educar a los fieles en su significado auténtico. Sin una adecuada formación, el riesgo de malentendidos está siempre presente.

Venerar las reliquias significa, en última instancia, reconocer que la salvación realizada por Cristo concierne al hombre en su totalidad y que la materia misma está llamada a participar en la gloria de Dios. En este sentido pueden entenderse como una prolongación concreta de la lógica de la Encarnación en la historia de la Iglesia. Sólo bajo esta condición su presencia conserva un auténtico valor espiritual; de lo contrario, reliquias vaciadas de su significado y reducidas a objetos de curiosidad o de devoción mal entendida corren el riesgo de dar vida a la justa y realista caricatura de fray Cipolla imaginada por Giovanni Boccaccio¹

Florencia, 20 de marzo de 2026

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¹ Giovanni Boccaccio (1313–1375) fue un escritor italiano del siglo XIV y una figura central de la cultura tardomedieval y prehumanista. Su obra más conocida, el Decamerón, es una colección de cien relatos. Entre ellos, la historia de fray Cipolla presenta con ironía el abuso de falsas reliquias, ofreciendo una crítica satírica de ciertas prácticas devocionales de la Baja Edad Media.

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