Il caso “Don Rava”: tra colpevolisti e innocentisti e quel sintomo di un malessere ecclesiale che non si vuole ancora riconoscere

IL «CASO DON RAVA»: TRA COLPEVOLISTI E INNOCENTISTI E QUEL SINTOMO DI UN MALESSERE ECCLESIALE CHE NON SI VUOLE ANCORA RICONOSCERE

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In questo periodo numerosi sono stati gli scritti che hanno interessato il web sulla vicenda dell’abbandono del ministero sacerdotale di don Alberto Ravagnani.

Fernando Botero, Il riposo del prete, anno 1977

Personalmente quello che mi ha creato più fastidio — e lo dico sia come sacerdote ma anche come fedele cristiano — è che, ancora una volta, le persone hanno reagito percependo tutta quanta l’intera vicenda reagendo “di pancia”. Assumendo una dialettica da tifoseria da stadio risulta impossibile leggere in profondità e rilevare l’evidente emergenza educativa, pedagogica, teologica ed ecclesiale che vi è sottesa. Il che significa — statene certi — che passati alcuni mesi, tutto cadrà nell’oblio e si ricercherà un nuovo scoop scandalistico dietro cui correre. Di don Alberto Ravagnani si potrà dire quanto don Abbondio del Manzoni disse di Carneade: «Chi era costui?», e questo non prima di aver esaurito tutte le possibili ospitate televisive e giornalistiche che utilizzeranno il caso di questo giovane uomo per i loro pruriti editoriali e per lanciare l’ennesimo attacco al sacerdozio, al celibato e alla Chiesa.

Se tutto questo non fosse già abbastanza triste, ci siamo dovuti pure sorbire i vari post e video di confratelli sacerdoti «à la page» che si sono stracciati le vesti per l’eccessiva severità contro cui le persone hanno reagito davanti al «caso don Rava». Una difesa d’ufficio del tutto fuori luogo che ha più il retrogusto di un meccanismo di difesa psicologico che del reale interessamento verso una persona in crisi e bisognosa di aiuto. Quello che invece è interessante conoscere, per una lettura realistica e onesta della vicenda, è che don Alberto ha incassato con gli interessi il prezzo di una visibilità mediatica coltivata per anni come prete influencer, e questo sia nel bene come nel male.

Nel 2026 la maggior parte delle persone è consapevole che la consacrazione di un individuo a personaggio pubblico attraverso l’uso e il linguaggio dei social media apre la porta a una cascata di eventi e di conseguenze del tutto imprevedibili, tra cui il fatto che il web concede il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. Cito a proposito Umberto Eco in questa lettura sul fenomeno dei social perché evidentemente tale lettura appare confermata dal caso in questione. Quello che pare strano è che proprio un sacerdote che ha scelto di evangelizzare i giovani attraverso l’uso dei media non abbia fatto questo tipo di riflessioni, compresi i vari avvocati d’ufficio che si sono dati da fare per spegnere le fiamme dell’incendio mediatico attorno a don Alberto di cui noi Padri de L’Isola di Patmos continuiamo ad affermare una sostanziale buona fede unita a una immaturità umana e spirituale. Purtroppo, la sola buona fede non basta e non salva.

Ad una attenta riflessione, l’intera vicenda appare evidentemente troppo sbilanciata perché il caro don Alberto da tanto tempo aveva dismesso le fattezze interiori del sacerdote per rivestire quelle del solo influencer e tale sproporzione di intenti e di immagine ha dato poi i suoi frutti spersonalizzandolo e orientandolo ad aspirare altri orizzonti per lui considerati più consoni e desiderabili, al limite del rinnegamento. Lo stesso bisogno di una maggiore libertà è stato il chiaro sintomo di un ministero sacerdotale percepito in modo costringente ed è lì che qualcuno avrebbe dovuto esercitare una previa responsabilità paterna e pastorale, una sorveglianza fatta di carità e di verità che i nostri padri avevano riassunto col termine greco ἐπίσκοπος (episcopos) derivante da epí (sopra) e skopéō (osservare/guardare), ossia “colui che controlla”. Avere il coraggio di guardare questo giovane uomo prima, invece che agire diplomaticamente dopo, con comunicati richiedenti rispetto, silenzio e preghiera. Tutte cose buone se non puzzassero di ipocrisia clericale lontano un miglio. Perché è evidente che se l’epilogo dell’intera vicenda “don Rava” è stato l’abbandono del ministero, con annessa pubblicazione di un libro/confessione, non ci vuole molto acume per capire che i buoi dalla stalla erano già fuggiti da diverso tempo, almeno da un anno.

Per amore della verità, bisogna ugualmente rigettare i commenti sprezzanti al limite dell’offesa personale che molti hanno riversato contro don Alberto in modo del tutto gratuito e maligno. Al di là delle simpatie personali e della condivisione o meno della sua attività, nessuno può così impunemente giudicare. Le sue frequentazioni in palestra o i selfie in discoteca possono averlo fatto passare forse un po’ troppo per “fighetto” ma il giudizio è stato sproporzionato perché risuonato come una sentenza senza possibilità di appello: «tu non sei degno di essere sacerdote!».

Ci sarebbe tanto da dire riguardo a questa pletora di forcaioli colpevolisti — tutti di rigore eminentemente cattolici, apostolici e mariani — che non perdono occasione di rimbrottare i sacerdoti perché il loro modo di essere o di presentarsi non corrisponde ai “canoni sacerdotali” che queste menti eccelse pensano che un sacerdote debba avere, quando poi alla prova dei fatti si dimostrano del tutto incapaci di raddrizzare il proprio cuore, la propria famiglia e i propri figli. Ma poi quali sono questi desiderabili canoni di perfezione che tali corifei dell’ortodossia sacerdotale propongono per un clero al di sopra di ogni sospetto? Ne cito solo alcuni, tra quelli più ricorrenti: il primo è che il sacerdote non può essere di bell’aspetto, di rigore deve essere bruttino e sciatto e possibilmente sovrappeso perché altrimenti è uno spreco che si sia fatto prete. Se è bello e si cura è una colpa perché c’è senza dubbio qualcosa da nascondere perché non è concepibile che un bell’uomo rimanga casto. A questo proposito mi limito a ricordare le maldicenti valutazioni estetiche su S.E. Mons. Georg Gänswein e sul suo essere oggettivamente un bell’uomo (vedi qui, qui, qui, qui).  Successivamente il sacerdote non può coltivare una vita pubblica, una vita fatta di interessi, di aspirazioni, di maturazione e miglioramento personale e spirituale, così come serbare nel cuore sogni e ideali da realizzare. Il sacerdote di contro dovrebbe essere un recluso deluso, stare tra le quattro mura della sacrestia o della canonica, avere una vita scialba, piatta, senza aspirazioni, possibilmente sempre relegato in posti dove non possa destare sospetti, senza aspirare a nulla perché il desiderio è un male demoniaco in quanto: «tu hai fatto una scelta che ti preclude una vita normale». Potremmo aggiungere tante altre cose ma mi limito a queste che sono le valutazioni più comuni che serpeggiano anche tra le navate e i banchi delle nostre chiese.

 A tal proposito cerchiamo di fare memoria di quelle parole del beato apostolo Paolo che dice:

«tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3,17).

Paolo non dice cosa fare, ma come farlo. Badiamo bene come l’apostolo non ne fa una questione morale ma di identità battesimale tesa alla lode e al rendimento di grazia: compiere ogni parola e azione con l’autorità, lo spirito e la carità di Cristo, vivendo come ambasciatori del Suo regno, questo è lo stile di vita non solo del cristiano ma anche di ogni sacerdote.

Tutto questo è possibile solo dentro una Chiesa che riesce ad essere matura e responsabile, che percepisce il contatto con il popolo di Dio e con i propri confratelli sacerdoti come una ricchezza e non come un pericolo, senza dimenticare che la conformazione alla croce di Cristo con le sue immancabili prove esisterà sempre e non esiste una assicurazione sul ministero che preservi da tutte le incomprensioni, i problemi e le critiche.

Veniamo perciò al punto cruciale, al problema di una sana e matura responsabilità ecclesiale sulla formazione dei futuri sacerdoti e sull’accompagnamento dei sacerdoti che da almeno trent’anni a questa parte sembra essere del tutto inefficace quando non deleteria.  

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi. Sia in seminario che nelle case di formazione religiosa, c’è bisogno di persone strutturate in prima persona, che sappiano “costruire” un sacerdote o un religioso come un tutto armonico attraverso una formazione olistica — permettetemi questo termine — che sia rispettosa dell’umanità e della spiritualità; del corpo e dell’anima del candidato. In questo senso mi sono già espresso tempo fa con un articolo (vedi qui) riguardante quell’estetica divina del Figlio dell’Uomo come modello di ogni umanità ben proporzionata.

Senza questa pretesa si cade immancabilmente dentro una spiritualità bigotta e fideistica, che mortifica l’umano e non farà crescere sanamente il futuro ministro di Dio o religioso. Sono numerosi i casi — di cui si parla ancora troppo poco — di sacerdoti e religiosi caduti in pericolose depressioni e derive lesive del corpo e dell’anima perché fondamentalmente scontenti dalla loro vita e abbandonati a sé stessi. Mortificati come persone dai propri superiori gerarchici e da coloro che dovrebbero dimostrarsi i “fratelli”, sperimentano le peggiori dinamiche abusanti da regime totalitario nel silenzio di quei luoghi che sarebbero nati per essere degli avamposti del Paradiso e che invece finiscono per rilevarsi peggio del più assurdo Purgatorio.  

La priorità è formare i formatori. Naturalmente quando parliamo di formazione dei formatori non possiamo solamente pensare alla sola preparazione accademica-specialistica, ma di una formazione di cuore, sapienziale ed esperienziale che renda il formatore l’immagine di quel “guaritore ferito” capace di formare e di guarire gli altri perché consapevole delle proprie ferite consegnate a Dio e alla Chiesa. In questa consegna vedo molto l’azione dello Spirito Santo come maestro interiore e primo educatore di ogni formatore che si rispetti. La tentazione di cercare rettori e maestri di formazione senza macchia e senza peccato rischia di condurre al fanatismo, così come ugualmente accontentarsi del primo arrivato solo perché sembra “tanto buono” e quindi inoffensivo è altrettanto disastroso.

Il secondo nodo da sciogliere è quello dell’accompagnamento permanente del sacerdote, così come anche del religioso. Non può restare ancora in piedi l’idea che un giovane, dopo l’ordinazione sacerdotale sia abbandonato a sé stesso e si debba gestire come meglio creda solo perché ha concluso l’iter di formazione iniziale e teologica. Un modo di intendere il ministero del presbitero, chiavi in mano, dove poi uno diventa arbitro e giudice della propria vita e ministero senza alcun controllo. E questo diventa praticamente impossibile da gestire se non si è stati formati prima ma deformati, ed è ancora più improbabile all’interno di una vita ministeriale che porterà immancabili sfide e prove faticose che non potranno essere affrontate e superate (non vinte!) con la sola formazione seminariale o di quella ricevuta nella casa religiosa del proprio ordine o congregazione.

Il sacerdote non può e non deve essere lasciato solo dal proprio vescovo o superiore gerarchico, questo è il primo dovere di una paternità responsabile ancora trascurata nella Chiesa che scaturisce da quel gesto di mettere le proprie mani in quelle del vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Tale promessa non costituisce un atto tra vassallo e sovrano. L’obbedienza può essere filiale e rispettosa solo quando la paternità diventa premurosa e costante, altrimenti si passa dall’«I care!» (mi interessi), al «me ne frego!» (per me sei un problema). Siamo onesti, quanti sacerdoti non guardano più in faccia il loro vescovo perché si sentono abbandonati o traditi? O che dire di certi vescovi che vedono nei loro sacerdoti solo un problema da neutralizzare il più presto possibile? Che imbarazzo tangibile si può toccare durante certe Messe crismali del Giovedì Santo. Stessa cosa possiamo riscontrare anche nella vita religiosa con l’aggravante che la vita religiosa insistendo maggiormente dentro una dinamica fraterna e di mutuo aiuto, rischia di lacerare la carismaticità della forma di vita che si è assunta con la professione religiosa.

Questi sono i presupposti che generano i più frequenti abbandoni del ministero sacerdotale o le richieste di uscita dagli ordini religiosi. Sono sempre nella colpa coloro che lasciano? Personalmente credo di no, ma sempre sono delle vittime. Ci sarebbe tanto da dire a riguardo ma credo che la cosa più sapiente in questi casi sia notare che tali epiloghi rappresentino il segno più evidente di un ingranaggio difettoso che deve essere il prima possibile aggiustato. E una tale responsabilità ricade su tutti, nessuno escluso.

Sanluri, 10 febbraio 2026

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